Mi ha colpito il post riparatorio proposto ieri da Paolo sul tema del cambiamento del ruolo degli uomini e dei padri sul quale incide in maniera non irrilevante «la presenza di Wondermamme che impediscono ai padri di fare il padre, che costruiscono barriere intorno ai figli, che confinano i loro mariti lontano da casa, lontano dal cuore, lontano dalla famiglia». continua a leggere
Mio marito sostiene che una persona che abbia nella sua vita acquisito un accettabile livello di dignità e riserbo dopo una certa età non festeggia più il compleanno come alle medie, col pranzo buono cucinato dalla mamma e i panini per gli amichetti e i regali e le candeline. Io devo essere totalmente priva di dignità e riserbo, perché se fosse per me festeggerei come alle medie, col divano spostato per ballare e le calze fine e le zie che telefonano. continua a leggere
Credo che sia doveroso imparare a leggere un po’ di tutto. Non tanto perché bisogna esercitarsi a non esaurire le proprie opinioni nei propri pregiudizi (esercizio purtroppo inutile per gran parte dell’umanità), quanto perché leggere tanto aiuta ad affinare il proprio linguaggio, nel caso delle opere di letteratura, e ci permette di aumentare il numero di parole del nostro vocabolario. Soprattutto, leggere anche libri/riviste/quotidiani che non rispecchiano il nostro pensiero è importante per accrescere il nostro spirito critico. Aggiungo anche che bosogna sfogliare un po’ di tutto perché, come dice Melanie Griffith ne “Una donna in carriera”, «non puoi mai sapere da dove venga una grande idea». continua a leggere
Con la solita drammaticità per cui un temporale è un alluvione e una giornata di sole diventa caldo torrido, i (tele)giornali ci regalano spruzzi di angoscia commentando l’andamento dei mercati finanziari, che adesso sembrano in preda all’esaltazione perché qualcuno dice che qualcun altro ha promesso che in molti sosterranno le banche e i pochi con i nostri soldi. continua a leggere
La nuova frontiera dell’emancipazione arriva dalla Francia ma, come tutte le trovate geniali, si sta diffondendo anche nel nostro paese: convivere a casa di mammà.
Come funziona? Ce lo spiega un articolo de Il Giornale di ieri «Hanno fra 17 e 24 anni. Vanno a scuola, seguono i corsi all’università, in qualche caso lavorano. Come qualunque altro ragazzo della loro età. Eppure, in fatto di vita affettiva, ne sanno molto più dei loro coetanei. Perché, malgrado la giovane età, già convivono. Ma sotto il tetto di mamma e papà, che provvedono a riempire il frigo, stirare le camicie e pagare le bollette. In Francia le chiamano bebe couples, in Italia baby conviventi». continua a leggere
Qualche giorno fa a commento di un post di Laura che parlava di Alberoni la nostra Daniela Yeshua (detta Turris) è intervenuta per condividere un’esperienza, un ricordo. Molti di voi l’avranno letto quel commento ma per chi se lo fosse perso lo riproponiamo come post.
di Daniela Yeshua
Il mio Alberoni si chiama Kahlil:
Me lo ricordo ancora quando lo poggiavo sul comodino ateo di mio padre.
Papà serviva sul mio, alla sera, Shakespeare – avevo 13 anni quando mi diede da mangiare “la bisbetica domata”. Poi i vecchi sgarrupati comodini di entrambi erano diventati come davanzali di piccioni viaggiatori, ci lasciavamo libri ovunque, in gran segreto, gioielli di carta velata tra le pieghe delle lenzuola perchè fin sotto la nuca: alla notte ti tormentavi nel letto girandoti dall’altra parte e smussando le pieghe del cuscino scoprivi un nuovo libro lasciato dalle mie mani alle sue/dalle sue grandi mani alle mie, lì sotto il cuscino, una specie di ciocciolatino della dolce notte da sciogliersi nel viola del sonno inevitabilmente inquietato da rigide copertine alla base dei pensieri. continua a leggere
A parte che le mamme-nonne sono ormai praticamente la norma in Italia, visto che quasi tutte le donne che vanno a partorire il primo bambino, nel paese meno prolifico del mondo, sulla cartella clinica si trovano scritto “primipare tardive”. A parte che a causa di questo innaturale ritardo la gravidanza finisce per essere una strazio di analisi e accertamenti che illudono di controllare il rischio (tanto c’è l’aborto in caso di “problemi”). A parte che la fertilità si dimezza dopo i trentacinque anni, mentre qui da noi chi si azzarda a fare un bambino prima dei trentotto è considerata una coraggiosa. continua a leggere
Quando ho letto che una donna a 58 anni ha voluto un figlio «ad ogni costo», ho pensato in modo fintamente ingenuo: che meraviglia, una donna rimasta miracolosamente incinta a quell’età, viste le complicazioni che una parto in età avanzata comporta, avrà sacrificato la propria vita affinché il bambino nascesse, ad ogni costo.
Non è andata così. Per carità, la santità non si pretende da nessuno. continua a leggere
Le mamme lavoratrici, le donne multitasking, le amanti del cinema e le fan di Sara Jessica Parker sono in fibrillazione per l’arrivo, questa sera, nelle sale italiane di Ma come fa a far tutto?, lungometraggio che vede la protagonista di Sex and the City vestire i panni di una donna manager in bilico tra lavoro e carriera. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Allison Pearson, in Italia pubblicato dalla Mondadori, in cui la giornalista del Telgraph fornisce una sorta di manuale di sopravvivenza per mamme che lavorano. continua a leggere
Per fortuna c’è sempre qualcuno che ci spiega la cosa giusta, da fare, da dire, da sapere, e ogni giorno, aguzzando la vista, ce ne è una nuova.
Pare che l’uomo quando diventa padre, perda parte della sua mascolinità, si ammorbidisca e diventi incredibilmente accogliente per accudire il cucciolo appena nato. La tesi è contenuta nelle pagine del Proceedings of the National Academy of Sciences, notiziario on line dell’Accademia delle Scienze Americana. continua a leggere
Volge alfine al termine la mia, dunque, vediamo, ventiseiesima festicciola di compleanno in qualità di mamma. Negli ultimi dodici anni devo avere distribuito centinaia di migliaia di calorie, tutte rigorosamente di cibo spazzatura; ho schiacciato migliaia di bottiglie di plastica, tutte rigorosamente di bevande malsane e appiccicose; ho rianimato giovani boccheggianti dopo partite di calcio (alle mie feste se si presenta un animatore viene impallinato, a noi serve il ri-animatore), asciugato col phon capelli di lanciatori di gavettoni, in fila due a due nel mio salotto; ho sostenuto pericolose conversazioni con genitori di cui non ricordavo il nome, cercando di non farmi scoprire. continua a leggere
Elisabeth Badinter è una scrittrice e filosofa francese. Ha tre figli e un marito. Era militante del movimento di liberazione delle donne negli anni ’70. E’ una femminista sui generis che invece di appoggiare il movimento delle donne lo critica pesantemente, accusandolo di mantenere le donne in uno stato di vittimismo permanente (come darle torto?). continua a leggere
Mi s’è rovesciata la boccetta turchese: è successo un’altra volta, a furia di leggere tanto inchiostro rosa versato sul famigerato tema “lui&lei” (o devo dire anche “lei&lui”, per non scontentare i garantisti?). Non mi s’è rovesciata sul foglio, si capisce, ma in testa, e adesso è tutto impiastrato di quei pensieri, là dentro. Un po’ come quando da bambini c’è capitata per la prima volta in mano una penna stilografica, e abbiamo avuto il piacere di scoprire che, premendo la punta verso il basso, il foglio veniva allagato da un mare d’inchiostro. continua a leggere
Adesso, che sia io a difendere l’importanza, il valore, la sacralità del nome è davvero surreale. Io i nomi me li dimentico qualche decimo di secondo dopo averli sentiti, senza battere ciglio. A volte non li sento neanche mentre me li stanno dicendo, tutta presa come sono dall’osservare le facce, per cercare di carpire i segreti più profondi – sarà felice? – da una piega della palpebra, dalla postura. Non mi ricordo un generale, un presidente, una città neanche se mi pagano; attraverso sale piene di gente con un sottile senso di panico, studiando formule generiche e il più possibile vaghe – “eh, che bello, era tanto che mi chiedevo come stessi”; “ti ho pensata” – per prendere tempo nella speranza di ricordarmi come cavolo si chiama quella persona che lo so, ne sono certa, io conosco bene, benissimo. continua a leggere
Lo ammetto: sono un sentimentale (avanti, su, sentiamo chi è che ora dice che l’aveva già capito!). Devo ammetterlo perché quando leggo cose come la lettera di don Antonelloche Costanza ci ha proposto ieri (repetita iuvant) è sempre difficile perdere giri, e schiarirsi la voce per iscritto non è una scemenza – già è stato un prodigio per il Caruso di Lucio Dalla, che comunque lo faceva in retto tono cantato… Comunque stavolta Costanza mi sente: ‘sta cosa che dopo di lei scrivo io mi va sempre meno bene! continua a leggere
Ci sono momenti in cui uno si rende conto che è bello essere nati uomini: sono quelli in cui, ad esempio, esce utile tirare in ballo in una conversazione la spiegazione di cos’è un fusibile e di quello a cui serve. Ci sono poi altri momenti in cui uno capisce che è proprio una gran fortuna essere nati uomini, e che diversamente ci si sarebbe persi grandi agevolazioni continua a leggere
Quello dell’aborto per me è uno dei più grandi misteri dell’epoca moderna. Davvero, lo dico sinceramente e per una volta senza scherzare. E’ un argomento su cui non sono in grado di essere simpatica, quindi vi deluderò. Il fatto è che ho visto troppo dolore tra le donne che conosco, e non posso perdonare una legge tanto bastarda, e la crudeltà di chi l’ha promossa, riuscendo a produrre un gigantesco inganno collettivo. continua a leggere
«Ma io non gli ho fatto niente! » frignava mio cugino cercando di discolparsi da qualsiasi evento potesse esser lontanamente collegato con il mio pianto inconsolabile. «Si dice io non LE ho fatto niente – lo riprendeva ancora più severa mia zia, impassibile anche di fronte al suo tono da lamento – Con le femmine si usa LE. “Non LE fatto niente” . Quante volte devo ripetertelo? ».
Ed effettivamente lo ripeteva in continuazione, tipo mantra indiano. Così io nella mia ingenuità di bambina l’avevo presa come una regola universalmente conosciuta, una cosa da sapere e da utilizzare. Insomma se la zia sottolineava di continuo che con le femmine si usava “Le”, sicuramente era la cosa più corretta. continua a leggere
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