La fede in Dio e la libertà di giudizio

di Costanza Miriano

Negli ultimi due anni sono diventata un’investigatrice abbastanza abile. Non mi riferisco alla dotazione base di ogni moglie – quella che ti fa rilevare un capello biondo sul cappotto del marito a distanza di metri – ma a qualcosa a più ampio raggio. La capacità di capire come la pensa l’interlocutore sugli argomenti caldi, i grandi cavalli di battaglia del divisore degli ultimi tempi, per esempio il virus, con annesso vaccino, e la questione russo-ucraina. Ci sono alcune parole chiave alle quali bisogna fare attenzione, basta muoversi con maestria e si può riuscire a non aprire fronti insanabili. Alla peggio ci si può sempre fingere morti.

Perché per me l’importante, la cosa decisamente più necessaria, è rimanere amici, e non è importante che si riesca sempre a far cambiare idea all’altro (vi è mai capitato di ribaltare la vostra posizione su qualcosa dopo una discussione con qualcuno?): in certi casi vale la pena discutere, se all’amico vuoi proprio bene. In molti è meglio tacere. Volersi bene è più importante, di gran lunga.

Ma la questione su cui volevo ragionare è un’altra. Perché questa estremizzazione delle posizioni? Perché il solo sollevare dubbi sulla versione monolitica squadrata e senza sfumature fornita dai media mainstream con una compattezza che non ricordo di avere mai vista prima, ti fa guadagnare l’etichetta di cattivo (di volta in volta omofobo, sessista, negazionista, novax, putiniano e via dicendo)? Perché questo bisogno di imporre una versione dei fatti senza profondità, senza complessità, senza accenni di dubbi (fondamentali in particolar modo quando si parla di scienza)?

Me lo sto chiedendo da un po’, sia come utente dell’informazione, che come giornalista. Ma prima ancora come persona. Cioè, voglio dire, posso capire che un giornale sposi una certa lettura della realtà funzionale anche al suo posizionamento nel mercato, per così dire. Quello che mi riesce più difficile da capire è come mai la gente – tante persone care, anche – vada dietro all’informazione semplificata  e preconfezionata con tale devozione.

Ecco, credo che la risposta possa essere proprio in questa parola. Devozione. Mi sono fatta l’idea che la fede in una certa versione dei fatti abbia assunto qualcosa della dimensione religiosa. Quando hai fede in Dio non credi in niente altro che in Lui, almeno non in modo così assoluto. Sai che la scienza non è Dio e procede per tentativi, sai che gli uomini non sono buoni o cattivi, ma, tutti feriti dal peccato originale, compiono azioni tutte soggette ad errore, tutte piene di chiaroscuri, perché senza lo Spirito “nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”.

Paradossalmente, quindi, i credenti sono molto più razionali e liberi nel giudicare le circostanze, perché non hanno bisogno di credere nella bontà granitica di qualcuno o di una causa, o in soluzioni miracolose e salvatrici. Possiamo accettare serenamente il limite, nostro e degli altri, perché sappiamo che Dio esiste (e non siamo noi). Credo che oggi le posizioni siano così estreme e violente perché la fede in esse abbia sostituito quella in Dio, e una nuova religione, con i suoi riti, i suoi simboli e il suo linguaggio (quello woke, per esempio).

Non credere in Dio alla fine ti fa credere a tutto.

Credere in Dio ti apre alla libertà di giudizio e dunque alla complessità della realtà.

IL TIMONE

 

10 pensieri su “La fede in Dio e la libertà di giudizio

  1. Annarita

    E come mai , per questi argomenti accennati, i cattolici ( compresi i pastori) si sono adeguati?

  2. Stefano

    Quando dico che di persone che scrivono in questo modo ce ne vorrebbero tante, ecco spiegato il perché con questo articolo magistrale. Brava – sempre di più- Costanza!!!

  3. Chiara

    Ciao cara Costanza e GRAZIE.. di TUTTO ciò che scrivi per noi.. la mia lettura Spirituale (con aneddoti famigliari fantastici che mi fanno sentire molto normale..) quotidiana ormai sono i tuoi ultimi testi.. che ho davvero apprezzato, pur avendo letto anche tutti i precedenti..
    grazie ancora e BUONA DOMENICA DI ♥️
    Chiara da Modena

  4. Anita Gasparrini

    Cara Costanza, sono completamente d’accordo. Ma, se non l’hai visto, ti consiglio “The Social Dilemma”, che ti può fornire un altro punto di vista!
    Grazie
    Anita

  5. Pier

    Concordo sul voler bene agli amici anche tacendo per non perdere l’amicizia ricordando però che Amore e Verità vanno a braccetto.
    Altrimenti si insegue la gerarchia ecclesiastica attuale nel dialogo, nella sinodalità, nel cammino senza chiarire qual è l’obiettivo, la meta, anzi, nascondendolo.
    Il primo comandamento è fondamentale ed è implicitamente richiamato: “non avrai altro Dio fuori di me” è il modo per dire di non inseguire altri idoli tali quali le verità costruite artificialmente (non ci sono solo due sessi, il maschio è brutto e cattivo, se è bianco poi, …).

    1. Lucia Frigerio

      Lungi dal voler insegnare qualcosa a qualcuno, ritengo che il volersi bene non escluda il dire la Verità. Concordo con Pier quando scrive che il rischio della sinodalita’ (come oggi è intesa) e dell’unità ad ogni costo sia quello di mettere da parte la Verità, perché scomoda, per promuovere una falsa concordia. Nel Vangelo c’è che nelle stesse famiglie, a causa di Cristo, si solleveranno uno contro l’altro i membri che le compongono. Per cui ritengo che la Verità sempre vada detta, ed è la cosa più difficile, specie con le persone chi amiamo di più e ci sono piu vicine.

  6. giuliana

    Sono d’ accordo. “Imparate da Me che sono mite e umile di cuore”. È l’ umiltà la strada da seguire… Molto difficile per un cristiano, soprattutto oggi.
    Siamo tutti in cammino. Ma Gesù cammina con noi. La Santa Chiesa Cattolica, fatta di uomini, peccatori come tutti, è guidata dallo Spirito Santo, che agisce. Dio scrive dritto nelle righe storte. Attraverso i sacramenti Gesti si fa vivo.
    L obbedìenza alla Chiesa è un atto di umiltà che fortifica.

  7. Mario “Bariom” Barbieri

    Poi, bisogna riconoscerlo, ci sono forme di “devozione” che non sono fede e sono vissute in modo altrettanto granitico del pensiero mondano e che spesso tendono semplicemente a tracciare l’atavicoo solco tra buoni e cattivi.

  8. Francesco Paolo Vatti

    Domanda cruciale e risposta senz’altro condivisibile (con una notevole reminiscenza chestertoniana…)!
    Vorrei soffermarmi sulla scienza. Per sua natura, davvero si deve basare sul dubbio, altrimenti non può evolversi. Lo scienziato che, forse, stimo di più è il fisico Heisenberg perché ha coniato il principio di indeterminazione che riconosce i limiti della nostra possibilità di conoscere un fenomeno. Da un po’ di tempo, invece, si assiste a questo culto fideistico, per cui “l’hanno detto gli scienziati” corrisponde a una verità granitica. Al di là del fatto che, quando studiavo chimica industriale, mi domandavo se qualche verità l’avessero affermata prima o dopo una libagione o un festino universitario (non bisogna mai dimenticare che anche gli scienziati sono uomini!), mi pare che spesso prevalgano categorie veramente di cattiva scienza (non si può fare uno sgarbo peggiore alla scienza che trasformarla in una religione). Un esempio su tutti. Quando si mette in dubbio l’origine antropica del riscaldamento globale, una delle risposte più frequenti e che vorrebbero azzittire i dubbi è: “Il 97% degli articoli ne sono a favore”. Embè? La scienza non è democratica, se una cosa è vera può averla detta anche un solo scienziato al mondo mentre tutti gli altri dicevano il contrario. E poi: se così fosse, Galilei avrebbe avuto torto e gli aristotelici ragione…

I commenti sono chiusi.