è con gioia che vi annuncio l’inizio del prossimo corso di preparazione al Sacramento del Matrimonio 2027.
Il corso sarà composto da 9 incontrinon è riservato solo ai fidanzati che hannogià deciso di sposarsi, ma anche a fidanzati che desiderano fare un discernimento come coppia per decidere se sposarsi o anche a giovani (sotto i 30) che desiderano comprendere meglio il senso di sposarsi in Chiesa.
Pronunciato da Davide Zanelli, segretario e biografo di Flora Gualdani, a nome della fraternità di Casa Betlemme
Cattedrale di Arezzo, 19 agosto 2026
Cara Flora,
hai terminato la corsa, hai combattuto la buona battaglia, hai conservato la fede. Ma l’hai anche trasmessa la fede, l’hai rinforzata a tantissima gente, aiutando la tua amata Chiesa. Con la tua vita scintillante hai reso più credibile la Chiesa insegnandoci ad amarla e a servirla.
Adesso sei in compagnia dei tuoi santi e dei tuoi giganti, insieme ai tuoi genitori. Sei finalmente tra le braccia del tuo Sposo e di Sua Madre che ti ha guidato da “perfetta regista” passo dopo passo, fino a qui.
Hai pagato tutto quello che c’era da pagare nel tuo letto di dolore e l’hai fatto docilmente, offrendo la tua croce per chissà quali intenzioni. Un giorno ce lo spiegherai.
In questo giorno dell’Assunzione vorrei chiedere a Lei, a Maria, di diventare la mia life coach. Non so se prenda anche casi umani disperati come il mio, o se sia in overbooking. Mi metto in lista di attesa perché vorrei che mi insegnasse.
A non rispondere subito agli stimoli esterni, reagendo di pancia. Come fa Lei davanti alle cose più assurde e incomprensibili. Prova a immaginare – sei incinta anche se non hai avuto rapporti, tuo figlio sparisce per tre giorni e pensi che sia morto, lo ritrovi vivo, ma sta parlando tipo coi CEO della Silicon Valley mentre tu pensavi che fosse un dodicenne normale – e invece che metterti a fare domande, obiezioni, tu stai zitta (o zitto). Zitto. Una cosa per me incomprensibile. Aspetti di capire in silenzio. Dai tempo alle cose di mostrarti il senso.
Posizioni legittime per un governatore ma non per un cattolico. Oltre a essere scomunicata latae sententiae forse sarebbe prudente non invitarla a parlare a Pontificie Accademie, seppure di altri temi, oppure magari approfittarne per prendere almeno le distanze sulle sue posizioni. Non si tratta di idee, ma di una legge che farà parecchi morti.
È qualche ora che penso a come cominciare questo articolo, ma davvero “de Maria numquam satis”, di Maria non si dice mai abbastanza, e mai abbastanza bene. Così mi accontenterò di essere poco profonda, poco brillante e poco originale. Semplicemente voglio invitare tutti a partecipare al prossimo capitolo generale del Monastero wifi, una giornata di catechesi e preghiera aperta a tuttissimi, che si terrà nella Basilica di San Pietro il 7 novembre, dalle 9 alle 16.30, sul tema di MARIA MADRE DELLA CHIESA.
Domenica per una serie di circostanze concatenate sono passata praticamente dal paradiso all’inferno. La mattina ero in un monastero benedettino in Umbria, meditando la regola di San Benedetto, tra le colline che all’alba erano emerse da un mare di foschia come isole a cui aggrapparsi nel mare in tempesta, e in cima alla collina il monastero: messa in una piccola comunità, gente del posto che salutava e poi prendeva i prodotti dell’orto delle monache. Noi un gruppo di amici fraterni che mangiavamo insieme il loro pranzo sublime (verdure e uova a centimetro zero, cucinate pregando), dopo avere pregato e parlato insieme per tre giorni. Abbiamo meditato su come si possa orientare la vita all’ascolto di Dio, per non perderla, per non mancare l’obiettivo, e quindi ordinare a quello ogni azione (compreso il riposo e il divertimento).
“Che cosa pensa della civiltà occidentale?” Gandhi ci pensò un po’ e poi rispose: “sarebbe una buona idea”. La risposta – geniale – è citata da Houellebecq in un maestoso articolo di commento sulla “torbida marea di sangue” che l’approvazione della legge sull’eutanasia provocherà in Francia (a meno che l’appello al Consiglio costituzionale annunciato da Lecornu riesca nel miracolo di ribaltare l’esito). Avrei giudicato la risposta di Gandhi ingiusta, ma da ieri non lo è più. Da ieri la Francia ha approvato la morte per tutti quelli che non vivono una vita degna.
Quando siamo innamorati, non so se sia così anche per i maschi o se siamo solo noi donne ad essere così appiccicose, vorremmo stare sempre insieme all’amato. I primi tempi, dico. Quelli in cui non ci si separerebbe mai, neanche un secondo, tipo gli amori adolescenziali quando si sta al portone ma magari la mamma chiama e bisogna salutarsi, e fare quelle stupide cose tipo mangiare, lavarsi, andare a dormire o, peggio mi sento, frequentare quella insulsa inutile scuola. I momenti in cui ci si regalano braccialetti o cose da tenere sempre addosso, per non parlare dei peluches con cui è obbligatorio dormire: la fase della simbiosi, insomma.
Io sono una cattolica “diocesana”, cioè non appartengo a nessun movimento, cammino, realtà ecclesiale, e questa cosa per tanti anni, quando ho lasciato la mia città d’origine e la mia parrocchia, mi ha fatto soffrire, facendomi sperimentare la solitudine nella fede. Da Perugia, dove ho ricevuto la formazione e i sacramenti in una parrocchia viva e robusta, Santa Lucia, mi sono trasferita a Roma, dove da sola mi sono affacciata nelle chiese del quartiere San Giovanni sperando di essere accolta. Niente, sembrava che fossi proprio invisibile (il mio sogno era che qualcuno una domenica mi salutasse; certo l’apoteosi sarebbe stata se mi avessero chiesto di leggere, ma mi rendo conto che osavo troppo anche solo a sperarlo). Mio marito all’epoca si era preso un periodo di riflessione, diciamo, e non veniva in chiesa, quindi io andavo sola, poi con un figlio, poi due, poi quattro (con le vecchiette che mi guardavano male se facevano rumore, e io che, i rivoli di sudore lungo la schiena, compravo il loro silenzio con pezzi di pizza bianca).
Diverse persone mi hanno chiesto un commento sulla vicenda di Mario Adinolfi, e lo capisco visto che abbiamo condiviso una parte di cammino, con la lotta contro l’utero in affitto e le unioni civili. Gli sono grata di diverse cose sulle quali mi ha fatto riflettere, grazie alla sua indubitabile, grande intelligenza.
Io poi mi sono dimessa dal comitato, quando si è posto il problema di come proseguire il cammino sul piano politico, visto che la politica non fa per me ma ho continuato ad apprezzare alcune sue posizioni e a dare una mano a tutti i compagni di cammino che me l’abbiano chiesta, perché chi non è contro di noi è con noi.
Il libro di Chiara Tagliaferri si intitola Arkansas Storia di mia figlia, ma in realtà è proprio lei la grande assente, la figlia del sottotitolo. È invece la storia del desiderio di una donna che dopo avere accompagnato le sue amiche ad abortire per tutta la giovinezza, e dopo essersi accorta di non riuscire a concepire figli (su questo, comprensibilmente, mancano dettagli, chissà se da giovane, chissà se senza contraccettivi…), sulla soglia della terza età o quasi, decide che desidera con tutte le forze una figlia bionda e bella come lei.
A tutti quelli che sotto il mio post precedente si sono scatenati con la cattiveria, criticando la mia espressione “spostamenti di persone” e attribuendomi opinioni sul fenomeno dell’immigrazione, opinioni che non ho espresso, alcuni chiarimenti:
1) ho cercato di tenere il tono più neutro possibile perché in questo caso, a differenza del solito, stavo lanciando uno speciale che ho fatto per Rai News e Rai Vaticano, e quando parlo in qualche modo a nome dell’azienda che mi dà la possibilità di lavorare e di conoscere una realtà, rispetto la Rai e cerco di non mischiare le mie opinioni al racconto di ciò che ho visto;
2) non è una scelta dettata dall’opportunismo né dal desiderio di fare carriera: dopo la laurea e il master ho vinto un concorso e sono entrata in Rai da redattore ordinario esattamente 30 anni fa, e tale sono rimasta. Non ho fatto nessuno scatto di carriera e non ho mai fatto nessuna scelta per riuscire a farne;
3) non scrivo mai per scatenare i commenti perché sinceramente dopo scritto un post di solito vado a correre o a stirare o a scrivere o a cucinare, insomma vivo, e riapro i social spesso molte ore dopo.
Cioè fatemi capi’, ma che davero davero gli artisti si stanno mobilitando contro il consenso informato?
Cioè contro la legge che prevede che quando si tratta di educazione su contenuti sensibili, quelli nei quali cioè conta la visione che si ha dell’antropologia e del mondo, i genitori hanno il diritto e il dovere di essere informati, e casomai anche di non dare il proprio consenso?
E se dicessi a questi “artisti” che in classe dai loro figli va a parlare un sacerdote che propone la castità prematrimoniale, che dice che il sesso fuori dal matrimonio è un peccato mortale, loro non vorrebbero essere informati, e casomai far valere il loro diritto a non far assistere a quelle lezioni ai loro figli?
Lunedì ho avuto l’onore di essere invitata a rispondere ad alcune domande di sport dagli Scout d’Europa per la loro Udienza con il Papa.
di Costanza Miriano
domanda-Vittorie e sconfitte fanno parte del gioco e della vita. Come si affrontano le une e le altre? Come possono convivere in maniera “sana”?
risposta – Beh, io non sono, non sono stata una campionessa, sono solo una che ama molto lo sport. Però mi viene in mente Roger Federer, che come sappiamo è stato è uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi. Lui ha spiegato, in un celebre discorso ai laureati un’università americana della Ivy League, Darthmouth, che nelle sue 1526 partite disputate, oltre l’80% delle quali vinte, i punti vinti, secondo le statistiche, sono stati solo il 54%. Significa che ne ha persi quasi la metà. Questo ci dice due cose. La prima è che il campione è quello che si esprime al meglio nei momenti decisivi. Ma la seconda cosa secondo me è la più importante: ci dice è che anche il più grande campione perde, perde quasi la metà dei colpi.
Si avvia alla conclusione la giornata mondiale contro l’omofobia ma, non vorrei sbagliarmi, mi sembra che quest’anno la cosa sia passata abbastanza in sordina. Non so se sia perché le mode vanno e vengono, o perché il mondo adesso ha ben altre emergenze o semplicemente sono io che mi sono distratta. Fatto sta che le uniche iniziative di cui mi sia arrivata notizia sono state quelle di alcune diocesi, in alcune delle quali, come a Gaeta e a Rimini, purtroppo sono scesi in campo addirittura dei vescovi.
Sta soffrendo tantissimo, non vuole più vivere anche se è amato, circondato da cure, tenerezze, compagnia, ma non può darsi la morte da solo: vuoi costringerlo crudelmente a soffrire ancora?”
Questo è il cavallo di Troia che usano i sostenitori della legge sul suicidio assistito. Un caso estremo, che però nella realtà non esiste, o forse ne esiste uno su moltissimi. Nella maggior parte dei casi chi è accudito, amato, custodito, aiutato a trovare un senso, curato con cure palliative che tengano a bada il dolore, non chiede di morire. Infatti Laura Santi – bandiera della battaglia pro eutanasia – prima di uccidersi ha chiesto al marito “vuoi che rimanga?” e lui ha detto no.
La nostra fede è troppo ricca perché sia tutta “spiegata”, secondo me. D’altra parte, come era quella storia del secchiello che non conteneva il mare? Era l’immagine usata da Sant’Agostino per rappresentare un cervello umano che cercasse di comprendere la Trinità. Figuriamoci se il cervello in questione è quello di una ultracinquantenne moglie mamma plurilavoratrice, che ritiene un grande successo a livello intellettuale ricordare dove ha parcheggiato la macchina, roba da Nobel per la fisica.
Il film punta i riflettori su uno degli argomenti più bui della nostra società: la lotta al traffico dei minori argomento ancora più inquietante dopo la pubblicazione dei file Epstein. La sceneggiatura è basata sulla storia vera di un agente FBI (interpretato da Jim Caviezel) che dopo aver salvato un ragazzino da spietati trafficanti di bambini, scopre che la sorellina è ancora prigioniera e decide di imbarcarsi in una pericolosa missione per salvarla. Con il tempo che stringe e fronteggiando numerosi ostacoli, lascia il lavoro e si addentra nella giungla colombiana, mettendo a rischio la sua stessa vita pur di liberarla da un destino peggiore della morte.
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