“Un solo corpo e un sol spirito” Monastero WiFi di Roma- Incontro mensile

 

“UN SOLO CORPO E UN SOLO SPIRITO”: il dinamismo della Liturgia Eucaristica”

Catechesi del 5 marzo 2024 di don Filippo Ciampanelli

Buonasera a tutti, è bello vedervi, è bello stare con voi, grazie di essere qua.

Possiamo fare una piccola preghiera all’inizio?

Invochiamo lo Spirito Santo, ogni cosa deve cominciare con Lui.

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

Vieni o Spirito Santo, scendi nei nostri cuori, rendici docili alla tua presenza, vieni nelle nostre menti, aprile a Dio, tocca i nostri cuori, rendici umili, semplici, tu che sei il Consolatore vinci ogni solitudine, tu, fortezza di Dio, vieni a rinfrancare i nostri cuori. Vieni Spirito Santo di Dio come sei sceso nel cenacolo, sugli apostoli e su Maria. Ripetiamo nel nostro cuore l’invito: vieni Spirito Santo, vieni Spirito Santo; vieni nel mio cuore! Grazie Signore!

Dunque cari amici, cari fratelli e sorelle, il tema di questa sera è la liturgia eucaristica, in quanto state trattando la Messa. E all’interno della Messa c’è una parte chiamata liturgia eucaristica.

Di cosa stiamo parlando?

Quando andiamo a Messa sappiamo che ci sono dei riti introduttivi, poi ci sono le letture, c’è la predica del prete, dopo la quale la professione di fede e la preghiera dei fedeli, poi ci si siede e c’è la presentazione dei doni.

Da lì c’è come un po’ di nebbia, non si capisce bene cosa succede. Diciamo la verità, la maggior parte dei cattolici fanno fatica a capirlo. I più credenti hanno in mente che avvengono due cose: la consacrazione, dove il pane e vino non sono più pane e vino ma Corpo e Sangue di Cristo, e la comunione. Ma tutto ciò avviene in un tragitto un po’ “oscuro”. Stasera vi parlerei proprio di questo tragitto che ha un notevole dinamismo, ed è la “liturgia eucaristica”.

La percorriamo insieme e vediamo che c’è molto di più di quanto pensiamo.

Comincia tutto sull’altare, quando si portano il pane e il vino. Il sacerdote fa delle preghiere, si possono fare dei canti, immancabilmente si raccolgono le offerte, però a un certo punto venite interpellati voi. Il prete dice: “Pregate fratelli e sorelle perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente” Voi rispondete:

Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa chiesa”.

Queste parole che sempre diciamo forse poco le capiamo. In che senso diciamo: “riceva dalle tue mani questo sacrificio”? Che sacrificio è stato fatto? Non si parla della questua! Si sta parlando del pane e del vino.

Ora, questo pane e vino voi, che li avete offerti come sacrificio, li avete mai visti prima, confezionati, regalati? No, allora di che sacrificio si tratta?

Quel pane e quel vino sono due simboli vitali: il pane rappresenta la dimensione della quotidianità; è il pane quotidiano, è il lavoro, è la fatica, è “portare a casa il pane”. Il vino rappresenta, invece, la dimensione della straordinarietà, della festa.

Diciamo che il pane sta all’utile come il vino sta al dilettevole. Sono le due dimensioni della vita: una “feriale”, fatta di lavoro, di fatica, di ripetitività e poi una “festiva”, fatta di sorpresa, di gioia.

Dentro questi due simboli c’è la nostra vita, la vita di ciascuno di noi che ha “portato” i doni all’altare: anche quando non si portano all’altare, il sacerdote è infatti chiamato a “spostarli”, in modo tale che vengano portati sull’altare di Dio.

L’assemblea viene dunque convocata dal sacerdote e risponde con poche parole, ma quelle che dice nella liturgia eucaristica sono fondamentali.

Viene chiesto, in sostanza: “fratelli, sorelle che volete fare? E l’assemblea risponde: “Il Signore riceva… questo sacrificio”: dal latino sacrum facere, fare sacro. Vedete, ciò che noi facciamo nella vita rischia di rimanere “desacralizzato”.

Quand’è che diventa sacro? Quando entra in relazione con Dio.  Così che la vita non va solo vissuta, non va solo benedetta, ma va anche celebrata.

Quando la vita è in unione col Signore, quando è sul suo altare, allora questa vita è celebrata. E diventa qualcosa di più grande.

È come se dicessimo: “Signore tutto quello che ho vissuto in questa settimana, anche le cose più faticose – come il mio collega che mi passeggia sul sistema nervoso, mia suocera e mio suocero e chi/cosa volete voi – adesso trova un senso”.

E il senso non è nelle cose stesse, ma nel fatto che io le condivida con te, Signore. Queste realtà messe sul tuo altare possono diventare qualcosa di meraviglioso (e già capite cosa, o meglio Chi, diventeranno).

Si comprende, dunque, quanto sia importante andare a Messa e “portare la nostra settimana al Signore”; andarci quotidianamente e “portare la giornata a Lui”: ricevere un senso dove di senso ci sembra non ce ne sia.

Mi viene in mente una frase della Liturgia delle ore, in cui il Signore dice: “Amore voglio, non sacrifici, non offerte ma comunione con me”. Il Signore vuole comunione con noi.

Il senso di tutta la liturgia eucaristica, che è il cuore della Messa, infatti, è la comunione: fare comunione tra noi e Dio.

Come si fa a fare questa unione tra la terra e il cielo? Noi mortali, terrestri, dobbiamo salire verso il cielo, verso l’immortalità, e il Signore scendere verso di noi.

Ecco, allora, il primo movimento della liturgia eucaristica, che chiamerei ascensionale, e che comincia proprio da qua. Portiamo al Signore quello che viviamo, con il pane e con il vino, e gli diciamo che vogliamo offrirlo a Lui.

Infatti il sacerdote, dopo aver pregato un’orazione sulle offerte, dice: “Il Signore sia con voi”. E inizia da qui un dialogo con Dio, che è il più lungo e importante della Messa.

Ma perché il Signore deve stare di nuovo con noi se già questo è stato detto all’inizio della celebrazione e prima del Vangelo? Il motivo è che qui comincia un altro momento, direi quello più importante.

E per segnare questo momento il sacerdote fa un secondo invito che c’è solo qui: “In alto i nostri cuori”, che significa proprio che si entra nel clou della celebrazione e che l’attenzione deve essere massima. Si risponde infatti: “Sono rivolti al Signore”.

Poi c’è un terzo invito: “Rendiamo grazie a Dio”. L’assemblea risponde “È cosa buona e giusta”. Da qui comincia un secondo scatto nel movimento ascensionale: dopo aver portato al Signore la nostra offerta nei segni del pane e del vino sull’altare, inizia una preghiera in cui il sacerdote prega a braccia aperte.

Quando il sacerdote si pone con le braccia aperte significa che la preghiera è solenne e che non prega tanto per sé quanto per il popolo, per il quale intercede (come ad esempio faceva Mosè nell’Antico Testamento quando pregava per il popolo durante la battaglia a braccia aperte).

E qual è la preghiera più grande che un figlio di Dio può rivolgere al Padre? Quella di lode, di ringraziamento. Il termine Eucarestia, dal greco antico (εὐχαριστία), significa proprio azione di grazie, rendimento di grazie.

La preghiera più alta è quella di lode, di ringraziamento, non quella in cui facciamo la lista dei bisogni al Signore, ma quella in cui manifestiamo a Lui affetto e gratitudine, come un figlio ai genitori. Questa preghiera commuove il Padre, infatti Lui ci risponde riversando su di noi lo Spirito Santo.

Dunque, la Chiesa ci fa fare una preghiera di lode e rendimento di grazie: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie…

Ora, noi siamo di rito latino e il rito latino è piuttosto sintetico, conciso. Il che ci va anche bene, in tre quarti d’ora a Messa “ce la caviamo”, però ci sono altri riti nella Chiesa (etiopico, maronita, bizantino, caldeo, armeno, ecc.), dove la liturgia è anche più bella, va detto, e pure più lunga.

Spesso in quei riti, questo momento di ringraziamento,  che chiamiamo prefazio, cioè che si dice “davanti a Dio”, è molto più esteso. Si parte spesso dalla creazione e si percorre la storia della salvezza.

Noi latini sostanzialmente ringraziamo il Padre nello Spirito perché ci ha dato Gesù. Poi i vari prefazi cambiano a seconda dei momenti dell’anno.

Quindi: abbiamo offerto la vita, abbiamo ringraziato e ora, in questo cammino ascensionale per arrivare verso Dio, c’è ancora un passaggio, bellissimo. Il prefazio termina in genere dicendo: “Uniti ai cori degli angeli e dei santi cantiamo l’inno della tua gloria: Santo, Santo, Santo, il Signore, Dio dell’universo…”.

Perché con gli angeli e i santi?

Dovete sapere che il Santo non è stato inventato e scritto dagli uomini, come la gran parte delle preghiere liturgiche… Il Santo è “copiato” dal cielo. Nella Bibbia vi sono due momenti specifici, che riguardano il profeta Isaia e San Giovanni che hanno delle visioni e le raccontano (nell’omonimo libro e nell’Apocalisse, l’ultimo della Scrittura): vedono il trono di Dio e ascoltano questo canto che avviene lì, sentono le schiere celesti proclamare: “Santo, Santo, Santo (tre volte Santo: Padre, Figlio e Spirito Santo) il Signore, Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della sua gloria”. A cui abbiamo aggiunto una parte che è l’acclamazione biblica che accoglie Gesù che entra a Gerusalemme: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Il Santo è una preghiera scritta in cielo (“Made in Heaven”), non l’abbiamo composta noi.

Che vuol dire?

Che in quel momento ci uniamo, noi chiesa terrestre, alla chiesa celeste. Siamo veramente l’unica Chiesa, unita per cantare la lode più grande. Perché la nostra preghiera salga verso l’alto, ci uniamo con coloro che sono già in alto.

Allora tu vai a Messa, ricordi i tuoi defunti, magari li porti con una grande fatica nel cuore, perché hai nostalgia, ti mancano, non li hai più accanto a te, ma in quel momento lì, durante il Santo, loro sono più vicini che mai a te.

Perché non solo li pensi, non solo preghi per loro, ma preghi con loro, con le loro stesse parole e in unione liturgica con loro. Se avessimo sviluppati non solo i sensi corporei, ma i sensi dello spirito, potremmo, per così dire, “sentirli”, potremmo sentire che loro cantano e pregano con noi.

Sapete che Santa Monica, la mamma di Sant’Agostino, andava spesso al cimitero e Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, le spiegò che certo, poteva andarci pure, ma che il luogo dove incontrare davvero i cari estinti è la Messa, perché lì l’incontro con loro è vivo ed efficace. Noi pure andiamo al cimitero e compriamo fiori costosi…  perché non andare a Messa, che è pure gratuito, e stare lì con loro, e pregare per loro e con loro, e immaginare che lì il cielo si apre veramente sopra di noi?

Questo, dunque, è il tragitto ascensionale: 1) portiamo la nostra vita, tutta la settimana sull’altare; 2) facciamo questa grande preghiera di gratitudine, alzando i cuori e rendendo grazie; 3) ci uniamo con il coro degli angeli e dei santi in cielo. Abbiamo fatto il nostro percorso ascensionale, ora tocca a Dio.

Che fa Dio? Si lascia vincere in generosità da noi? No. Cosa fa? Ci dona se stesso!

Il Padre manda lo Spirito perché in quel pane e quel vino arrivi Gesù. E dove arriva Gesù? Lì dove noi ci siamo dati a Lui, in quel pane e in quel vino che simboleggiano la nostra offerta di vita, vieni lì in quello che gli abbiamo dato. Dio non si impone, ma si propone: appena gli apri la porta, entra da quella porta che gli hai aperto.

E succede come nell’incarnazione. Il Padre manda lo Spirito perché ci sia Cristo, perché nell’incarnazione il VERBO SI FECE CARNE IN MARIA, e qui il VERBO SI FA CARNE nel PANE EUCARISTICO. Succede questo grande dono Trinitario, noi abbiamo dato qualcosa di nostro a Dio, e DIO DA’ SE STESSO A NOI.

Sentite le parole: “Veramente Santo sei tu o Padre, fonte di ogni santità, ti preghiamo, santifica questi doni.

Notate la parola ripetuta: santo! Perché?

Perché si invoca lo Spirito Santo. È lo Spirito Santo che, perdonate il paragone, funge, per così dire, da “Ministro degli Esteri” di Dio, cioè è colui che porta Dio “al di fuori” di Dio. È Lui che ci dà il perdono nella confessione, è Lui che ci porta Gesù nell’Eucarestia.

Quella che più fatichiamo a immaginare è in realtà la Persona che più sperimentiamo delle Tre divine.

Lui ha questa specialità di azzerare le distanze temporali e spaziali. Gesù si è incarnato 2000 anni fa, e morto e risorto 2000 anni fa, ecco Lui lo ripresenta lì, non simbolicamente, ma veramente. E cosi fa anche spazialmente: noi distinti, dispersi, diversi, Lui ci unisce e fa di noi un solo corpo.

Sulla consacrazione non mi soffermo più di tanto. Se il pane da vedere rimane pane, in realtà è Dio quel Pane: lì c’è tutto Dio come Pane e tutto quel Pane è Dio. Egli ci lascia quel segno del pane e a me piace molto questa cosa perché, vedete, nel segno del pane, nel dire: “questo è il mio corpo, PRENDETE E MANGIATE”, c’è un’intimità unica, non ne esiste una maggiore. Credo che il rapporto più intimo e grande che ci sia al mondo sia quello di una madre col proprio figlio o con la propria figlia. Qui Dio va oltre, perché una mamma, per quanto ami suo figlio o sua figlia, non potrà mai “darsi da mangiare”. Dio sì, Dio si fa pane per entrare in contatto intimo con noi come nessun altro. 

Si recitano le parole dell’ultima cena. Perché le parole dell’ultima cena? Perché Gesù l’ha istituita dicendo “FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”, così che tutto ciò che ha vissuto dopo sia presente: la Passione e la Risurrezione, il centro di tutto, della nostra salvezza, il mistero di Dio che ha assunto la nostra umanità fino in fondo, fino all’abbandono sulla Croce, fino al sepolcro, fino alla morte, fino a prendere su di sé il peccato con amore per risolvere e vincere ogni nostra distanza, solitudine, paura, morte, peccato.

Ecco tutta la nostra salvezza, Dio ce la ripresenta. Cristo ha istituito un rito, dicendo “FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”, così che in questo rito sia presente Lui, la sua Pasqua di morte e Resurrezione. Ci torniamo.

Noi siamo qui al calvario a Gerusalemme, 2000 anni fa, davanti al sepolcro a Gerusalemme 2000 anni fa. Questo momento è il momento nel quale non viene rappresentata la Pasqua di Gesù, ma RIPRESENTATA.

Siamo portati dallo Spirito Santo al cuore della nostra salvezza. Andiamo a Messa e succede questo. Che dono che ci fa il Signore! Infatti lo riconosciamo dicendo: “MISTERO DELLA FEDE”. “ANNUNCIAMO LA TUA MORTE O SIGNORE, PROCLAMIAMO LA TUA RISURREZIONE, NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA”.

Annunciamo la tua morte e proclamiamo la tua risurrezione: ammettiamo di aver vissuto la Pasqua.

In questa affermazione, che si chiama tecnicamente anamnesi, ci sono tre “momenti”. Noi abbiamo un’idea un po’ statica, fissa: che so, arriva Gesù sull’altare a quest’ora, mentre sono, come adesso, le 21 e 27. Invece c’è molto di più: c’è il Signore in tutta la sua “temporalità”. Che significa? Che c’è tutto il “passato” di Gesù, il suo farsi uomo, le parabole, i miracoli, la predicazione, la passione, tutta la sua esistenza terrena è lì presente.

Questo è compreso nell’“annunciamo la tua morte” – il passato; poi, “proclamiamo la tua Resurrezione”: ecco il presente. Proclamiamo Gesù che adesso siede alla destra del Padre, risorto e  vivo nel cielo. È lì, sull’altare. E poi c’è il futuro: “nell’attesa della tua venuta” . San Tommaso d’Aquino l’ha ben ricordato, dicendo che nell’Eucarestia non c’è solo il documento della nostra salvezza, il passato di Dio o Lui presente oggi, ma c’è- rendo il concetto a senso – il futuro di Dio, c’è già il finale della nostra vita. Tu sei davanti a Colui che ti giudicherà alla fine della vita, tu sei davanti all’eterno che, per sua grazia, vedremo per sempre nella beatitudine eterna. Tu sei davanti al giudizio finale, alla fine della storia, al paradiso. È il futuro che viene a noi.

L’Eucarestia è una finestra aperta dall’eternità.

Pensa, quando fai l’Adorazione, hai davanti il Paradiso e allora i tuoi cari li ricordi lì, in questa porta aperta sull’eterno che è l’Eucarestia.

Dunque, all’inizio di questo movimento discensionale, di Dio che viene a noi, c’è la sua Pasqua, la sua presenza passata presente e futura, il senso della nostra vita e della storia. Che può esserci di più? C’è dell’altro.

C’è una preghiera che il sacerdote comincia, un po’ più difficile da ascoltare perché è la più lunga della Messa, tu sei già lì da quaranta minuti e cominci a pensare ad altro; invece in quel momento lì ci sono tre cose veramente straordinarie cui prestare attenzione.

Provo a evidenziarle leggendo i testi liturgici. Il sacerdote comincia così: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio”… questa è la preghiera eucaristica II (ce ne sono diverse, questa è la più concisa, che si sente quasi sempre). Nella III si dice: “Celebrando il memoriale della passione redentrice del tuo Figlio e la sua risurrezione e ascensione al Cielo”; nella IV: “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, o Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione in cielo”.

Ritorna sempre una parola… “memoriale”: non è la memoria psicologica, quella che abbiamo, soggettiva, la nostra idea, ma una memoria viva, oggettiva, reale. Non si rappresenta, ma si ripresenta quello che è accaduto. Tutto questo perché Gesù disse: “fate questo in memoria di me”: non “ricordatevi” ma “fate”, e facendo questo io sarò sempre con voi.

Ci sono poi due cose spettacolari. Vi ricordate, dicevamo, che la Comunione, “obiettivo” della Liturgia Eucaristica, si realizza ascensionalmente – noi che andiamo verso Dio con la nostra vita, ringraziamo, osanniamo insieme ai cori celesti – e poi Dio che viene riversa il suo Spirito, scende verso di noi, si fa presente: bene, questi due momenti ora si ripresentano a un livello più alto.

C’è infatti un altro momento ascensionale. Ecco le parole: “celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio ti offriamo”.Ti offriamo”, Cosa? Il “il pane della vita e il calice della salvezza e ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale” (Preghiera eucaristica II).  La preghiera III: “ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie, questo sacrificio vivo e santo. Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione” . Siamo con Gesù, siamo intorno a Gesù e diciamo “noi insieme a Gesù ci offriamo”; di più, offriamo Gesù, incarnato, per la salvezza del mondo.

Lo facciamo in rendimento di grazie, per fare azione di grazie, per la salvezza del mondo, e questo è forse il mistero grande: in ogni Messa che celebriamo ci uniamo all’offerta di Gesù per la salvezza del mondo.

Piccola parentesi: com’è che siamo stati salvati?

Ci vorrebbe una sera, anzi una settimana per illustrarlo in qualche modo ma, molto banalmente: noi siamo stati salvati perché Dio in Gesù, seconda persona della Trinità, Figlio di Dio, per fare noi Figli di Dio, è sceso verso di noi; scendendo verso di noi ha abitato con il suo amore ogni nostra distanza. Noi eravamo finiti nella morte, nel peccato, nella paura e Lui ha abitato morte, peccato e paura con il suo amore così da redimere tutto ciò che viviamo.

Scendendo in noi, in modo pertanto discendente, Dio che entra nella nostra umanità, ci ha salvati. Ma non solo: ci ha salvati anche in quanto uomo che si offre a Dio, ascensionalmente: Gesù, vero Dio, è sceso verso di noi e ha trasformato tutta la nostra realtà col suo amore, ma è anche vero uomo, e da vero uomo ha fatto quello che nessun uomo era riuscito a fare: cioè, senza peccato ha detto sì a Dio, specialmente nei momenti in cui l’uomo non riesce a dirlo: nella sofferenza, quando ti mettono i chiodi ai polsi, quando ti abbandonano i tuoi, quando ti condannano ingiustamente; quando trovi l’abbandono di Dio stesso sulla croce. Così in Gesù, mediatore tra noi e Dio, perché in se stesso vero uomo e vero Dio, noi siamo stati riconciliati.

Questo brevemente per dare un’idea banalissima di come siamo stati salvati. Ecco allora che qui diciamo: “Gesù, anche noi partecipiamo a questa salvezza, e noi, come tua Chiesa, visto che Tu sei venuto nelle nostre mani, Ti offriamo ancora al Padre, per intercedere a favore di tutti nel mondo e nella Chiesa.

Capite perché ricordiamo anche i nostri defunti nella Messa, o offriamo la Messa, per la pace, per la vita, per la famiglia; ecco perché c’è questa potenza salvifica che si sprigiona.

Allora tutta la nostra vita non la offriamo da soli con il pane ed il vino, ma l’offriamo anche in un secondo momento, con Gesù e in Gesù al Padre nello Spirito. Allora sì che tutto quello che viviamo assume un grande valore.

Ma dopo il memoriale e l’offerta c’è qualcosa che mi piace ancora di più e che dà il titolo a questo incontro. Prendiamo sempre la Preghiera Eucaristica II: “Ti preghiamo umilmente, per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”.

Preghiera Eucaristica III : “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo ed un solo spirito.”

Parole un po’ tecniche e dense.  Provo a spiegarle.

Invochiamo una seconda volta lo Spirito Santo. La prima volta, pochi minuti prima, lo abbiamo invocato dopo il “Santo” perché il pane e il vino diventassero Corpo e Sangue di Cristo. Bene, tecnicamente si chiama ‘epiclesi’, è l’invocazione allo Spirito Santo; ma qui c’è una seconda invocazione dello Spirito Santo, una seconda “invocazione sopra”, cioè epiclesi.  Su chi?  Su di noi.  Noi abbiamo bisogno dello Spirito Santo.

Sentite la preghiera eucaristica IV: “ Guarda con amore o Dio il sacrificio che tu stesso hai preparato per la tua chiesa, e a tutti coloro che partecipano a quest’unico pane e a quest’unico calice concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria

Invochiamo lo Spirito Santo perché scenda su di noi, perché anche noi siamo corpo di Cristo.

San Paolo dice infatti: “ Quanti sono stati battezzati in Cristo formano con Lui un solo corpo.”

Siamo un unico corpo. Allora diciamo: Spirito Santo vieni, non solo sul pane, perché sia Corpo di Gesù, ma anche su questo corpo qua, quello della tua assemblea; perché, vedete, trasformare il pane ed il vino in Gesù non è difficile per Dio, li ha inventati Lui il pane ed il vino, sono sue creature docili, obbediscono! Ma fare di noi che siamo litigiosi, riottosi, di destra, di sinistra, conservatori, progressisti… non so cos’altro… romanisti, laziali – io tifo Novara –  una cosa sola, è un bel problema; invocare lo Spirito Santo perché faccia di noi un solo corpo, quello è il miracolo di Dio, e “l’obiettivo” dell’Eucaristia, la cosa che conta (la res, si diceva in teologia) è questo.

Facciamo la Comunione, mangiamo tutti lo stesso Corpo per essere noi un solo Corpo.

Sant’Agostino diceva, facendo mistagogia, cioè spiegando i misteri, che quando partecipi all’Eucaristia ci sono due Corpi di Cristo: uno è davanti a te, sull’altare, ma ricordati che c’è un secondo Corpo di Cristo che è attorno a te; e non succeda che adori il primo ma profani il secondo, perché ogni gesto di distanza e divisione è ferire il Corpo di Cristo.

Nel primo millennio cristiano, parlando di due Corpi di Cristo, si parlava di Corpo reale e di Corpo mistico. Oggi noi diciamo che il Corpo reale è l’eucaristia e che il Corpo mistico è la Chiesa. Ma nel primo millennio cristiano era il contrario: Corpo mistico era l’eucaristia perché è mistico, ovvero non etereo, ma che deriva dal “mistero” dell’Eucarestia, cioè dal Sacramento (mysterion in greco significa Sacramento), mentre il Corpo reale era la Chiesa, fatta di persone in carne e ossa.

Allora durante la Messa  noi chiediamo e preghiamo per l’unità e Dio desidera questo e perciò invochiamo lo Spirito Santo. L’unità è la realtà più importante. Gesù nel suo “testamento” – Giovanni 17,21 – prega dicendo: “perché siano una cosa sola Padre, come tu in me, Padre, io in loro, una cosa sola perché il mondo creda”. Sono le ultime parole prima della passione, l’ultima preghiera-testamento.

Chi è il nostro nemico nella fede? Si chiama diavolo, “diaballo” dal greco, “divisore”. Dio punta all’unità, lui alla divisione. Allora stiamo attenti perché se noi siamo eucaristici, siamo per l’unità. Questa è la cartina di tornasole del vero culto.

Essere nell’unità e non è facile. Non è facile in famiglia, non è facile nella comunità, non è facile nella Chiesa: quante polarizzazioni! Però attenzione, noi non dobbiamo essere di destra o di sinistra ma di Gesù. Non progressisti o conservatori ma cattolici e cercare sempre l’unità, nella docilità, nella fedeltà, nell’umiltà. Lo Spirito Santo scende su di noi per questo, facciamo la comunione per questo, ci nutriamo di uno stesso Pane per essere un unico Corpo.

Vivere la Messa è dire, dopo ogni Eucarestia: “Signore, riaccendi in me la fiamma dell’unità, della comunione e dell’amore”. Sei lì con tuo marito, fai fatica con tua moglie, con la tua comunità, col tuo parroco: ricevi Cristo e lo Spirito che ti spingono verso l’unità, la riconciliazione.

Poi si dice “Ricordati, Padre della tua Chiesa diffusa su tutta la terra”, del nostro Papa, Vescovo, dei Presbiteri, Diaconi, defunti… perché c’è sto’ elenco?

Capite, perché stiamo pregando per il Corpo della Chiesa. Allora diciamo: “Signore, davanti a te con Gesù sull’altare che ci fa un solo corpo, con lo Spirito che scende su di noi ti portiamo davanti la tua Chiesa e preghiamo anche per i defunti”: “ricordati anche dei nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati…” perché fan parte anche loro della Chiesa; poi “di noi tutti abbi misericordia”, tutti preghiamo per tutti.

E la preghiera di tutti per tutti vale più di quella che uno fa per gli altri.

In questo momento la Chiesa ritrova sé stessa, come comunione.

La liturgia eucaristica si conclude poi con la dossologia: “Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo” – noi uniti dallo Spirito Santo – “ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”: cioè adesso, tutto e per sempre.

E qui scoppia l’Amen. Perché ho detto scoppia? Perché i Padri antichi, ad esempio Sant’Agostino, dicevano: questo Amen durante la liturgia andrebbe gridato. Gridato perché è l’Amen definitivo.

Mi piace pensare che AMEN sia la parola che Maria (diciamo una cosa anche su di lei) abbia detto all’angelo all’Annunciazione. Conosciamo la sua risposta come avvenga, fiat, ma Maria non parlava latino e quell’espressione dei Vangeli, in greco ghenoito –avvenga – è in una forma verbale sotto la quale ci sta quasi certamente la parola Amen che ripetiamo durante la Messa più volte.

Maria avrà detto “amen”, cioè “Sì, lo voglio”. Allora tu dici sì alla comunione con Dio in ogni Messa come l’ha detto lei.

Questa, in breve, la Liturgia Eucaristica. Non so quanto durerà, sette- otto minuti ogni settimana, ma capite quale intensità salvifica!

Cosa succede dopo? Accenno solo: a quel punto ci si prepara alla Comunione, perché appunto dobbiamo ricevere quel Gesù che venga nella nostra vita e ci faccia un solo corpo con Lui.

E come prepararsi alla Comunione?

La Chiesa ci fa fare due cose. Quali sono i due grandi comandamenti? Ama Dio, ama il prossimo. Ama Dio: preghiamo il Padre Nostro, la preghiera in cui c’è tutto. Tra l’altro il Padre è nostro, non mio, quindi è la preghiera della comunione, della comunità. E poi c’è lo scambio di pace: ama il prossimo.

C’è anche – c’è davvero tutto nella Messa – l’embolismo: “Liberaci Signore da tutti i mali…”: è una preghiera di liberazione. Liberaci, Signore, da tutti i mali. Si parla anche di turbamento, la parola è presa dall’ultimo discorso di Gesù: ”Non sia turbato il vostro cuore”. Turbamento non è la paura esteriore, ma quella profonda, dunque si parla della vittoria sulla paura, quindi c’è una preghiera di liberazione già nella Messa.

E arriviamo alla Comunione.

Quando riceviamo la comunione, sappiamo a Chi andiamo incontro, gli diciamo il nostro Amen. Ma ricordati che dici Amen a due realtà: a Chi che stai per ricevere, Cristo, credi che sta per venire nella tua vita, ma anche al Corpo di Cristo che sei tuTi viene detto: “Il Corpo di Cristo”.” Sì, Amen, dici: come a dire sono anch’io il corpo di Cristo. Siamo, ciascuno di noi, membra vive del Corpo di Cristo).

Dico questa realtà che appartiene alla mia esistenza. Dal Battesimo in poi, io faccio parte del Corpo di Cristo, che è la Chiesa.

Vorrei dirvi, in conclusione, tre cosette sulla Comunione, che mi piacciono tantissimo:

  • La prima: lessi una volta, quando studiavo in seminario, un articolo di Karl Rahner, nel quale lui accennava, in base agli studi di uno storico, a una cosa molto bella, che mi ha affascinato: i cristiani hanno designato con il termine Comunione (Communio) il ricevere il Corpo di Cristo, ma che cosa significava Communio ai primi tempi della fede cristiana? Pare che nel I sec. d.C. a Roma, tra gli altri significati, avesse anche quello di “matrimonio”. Pensate che forza i cristiani, che chiamarono matrimonio l’unione con Dio e noi! Tu vai a Messa tutte le domeniche e celebri il tuo matrimonio… con Dio! D’altronde, se tu diventi con-corporeo e con-sanguineo perché ricevi il Suo corpo e ricevi il Suo sangue, diventi un solo corpo con Lui.

    È anche bello pensare al fatto che quando ci si sposa si dica “portare all’altare”. Beh, sull’altare viene detto: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi”; “prendi, questo è il mio corpo (cioè la mia vita) offerto per te” è in fondo quello che dice uno sposo alla sua sposa e viceversa. Prendi, questo è il mio corpo offerto per te!

Tra l’altro nel racconto biblico del peccato Eva e Adamo presero e mangiarono. Gesù utilizza gli stessi verbi: ”Prendete e mangiate”. Come a dire che a Messa ci attende un matrimonio con Dio che sana l’amore ferito dell’uomo.

 

  • La seconda cosetta: il significato spirituale. Ora, tu ricevi la particola consacrata e dici: “Eh, è uguale a quella di prima!” Venti minuti fa l’ho portata sull’altare nella processione offertoriale, dicendo: “Signore ti presento la mia vita, il pane del lavoro quotidiano…”, e poi la ricevi e dici: “Da vedere è uguale!”. C’è un bel significato spirituale in questo: quando poi esci dalla chiesa non è che la tua vita sia cambiata, il tuo datore di lavoro, i tuoi problemi, le situazioni sono quelli di prima… anzi magari torni a casa e trovi le cose pure peggiorate! Ma c’è una differenza rispetto a prima. Quale? Adesso con te c’è Gesù. Il Signore viene proprio lì dove tu hai portato qualcosa a Lui: tu hai “portato sull’altare” quell’ostia e quell’ostia torna a te: e non è “uno a uno palla a centro” , c’è la differenza che Gesù è con te, perché tu porti la sua presenza nella tua vita, che non sei più solo ad affrontare. E allora con Lui puoi uscire di chiesa per fare qualcosa di diverso nel mondo.

 

  • La terza cosetta: riceviamo un pane spezzato: avete presente che prima della comunione il pane viene spezzato, durante l’Agnello di Dio? Bene, allora quando anche tu nella vita ti senti spezzato o spezzata, capisci che in quel momento nulla è perduto, perché Gesù ti dà la sua vita proprio come pane spezzato.

 

Non in un pane intero che rimane lì tranquillo, ma attraverso il pane spezzato Gesù si dona. D’altronde Lui ti dice nel Vangelo che il segreto per possedere la vita è donarla, e che se vuoi trovarla devi perderla, ma ti dice pure: non avere paura. Hai una croce, una fatica, hai qualche legame spezzato, qualche fatica che porti dentro? Ricevi Gesù, pane spezzato e capisci che quando soffri è ancora una possibilità per dire: “io offro quanto soffro e capisco che se offro apro all’amore di Dio la possibilità di compiere meraviglie nella mia vita, di vivere la Pasqua, di fare delle mie croci altrettante risurrezioni”.

Ecco tutte queste cose ci dice l’eucarestia insieme a molte altre.

Allora, per concludere, abbiamo visto che la comunione è lo scopo della liturgia eucaristica , comunione con Dio e tra di noi.

Oggi, cari amici, la vita è estremamente dispersiva. Noi non possiamo fare nulla di fronte ai ritmi che abbiamo, anzi siamo dentro nel vortice della vita, come in una ruota che gira, ma cosa ci manca in questa vita estremamente dispersiva? Un centro unificatore! Dove lo troviamo?

Nella dispersione della vita il Signore ci aspetta al suo altare per proporci una comunione che ci riconcili, che ci rimetta a posto, in sesto, che ci dia un ordine e un’armonia. E quest’ordine e quest’armonia non sono un’idea, ma un fatto che accade, una comunione nella quale diventiamo parte, diventando Corpo di Cristo, con Lui e tra noi.

Adesso abbiamo l’adorazione e a me piace far questo durante l’adorazione: lasciarmi guardare.

Non siamo noi a far qualcosa, come nell’Eucarestia; è dono: tu dici poche parole e accade tutto mentre tu sei lì per ricevere, e l’adorazione eucaristica è il prolungamento della Messa; quindi correttamente non siamo noi a far chissà che cosa. Stiamo lì davanti a Lui, guardiamo Lui e lasciamo che sia Lui a compiere quel che vuole in noi e attraverso di noi.

A noi sta guardare Lui, riconoscere di essere lì per Lui. Ma soprattutto ci lasciamo guardare da Lui. Ti lasci guardare da Dio e Dio ti guarda dentro, ti guarda dentro con il suo amore e ti manda il suo Spirito nel cuore.

Però, poi, concretamente, cosa fare? A me piace pregare con una sorta di adattamento mio personale alla preghiera del cuore. La conoscete, quella del pellegrino russo, quella preghiera giaculatoria ripetuta in sintonia con il respiro e il battito del cuore… In una forma molto più semplice, guardo Lui e ripeto dentro di me due parole, di cui la prima è sempre il nome di Gesù. Inspirando, prendendo fiato, dico dentro di me: “Gesù”. E poi, espirando, aggiungo una seconda parola, che é un’invocazione a Lui. Magari questa sera potrebbe essere: Gesù / comunione. Che mi faccia sentire intimo con Lui e in comunione con gli altri. Oppure anche solo l’azione di grazie: Gesù / grazie. E anch’io vi dico grazie, chiedendo scusa per aver sforato il tempo.

Mi chiedete  dov’è la mia parrocchia e rispondo volentieri. Io do una mano in una parrocchia che sento mia, ma di cui non sono né parroco, né viceparroco. Faccio un piccolo servizio, sono un parrocchiano. Comunque la nostra parrocchia è San Tommaso d’Aquino a Tor Tre Teste in via Davide Campari 74 o via Lepetit 99, a seconda della parte da cui si accede. É una parrocchia non grande, ma bella, dove la gente prega e si vuol bene.
Lì celebro alle 18.30 la domenica sera. È l’unica parrocchia a Roma dedicata a San Tommaso d’Aquino, forse il più grande teologo della storia. Quest’anno tra l’altro ricorre il 750° anniversario dalla sua morte (7 marzo 1274). Il Papa ha concesso alla parrocchia per tutto l’anno l’indulgenza. Vuol dire, in parole povere, che se stai aspettando ansiosamente il  24 dicembre, con tutti i lavori in corso, per iniziare il giubileo a San Pietro e accedere alla porta santa facendo la coda, puoi già nel frattempo venire alla parrocchia di San Tommaso d’Aquino e ricevere la stessa grazia dell’indulgenza… fino al 31 dicembre, ogni giorno. Vi aspettiamo. Fine della pubblicità. Grazie!

 

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