di Costanza Miriano
La nostra fede è troppo ricca perché sia tutta “spiegata”, secondo me. D’altra parte, come era quella storia del secchiello che non conteneva il mare? Era l’immagine usata da Sant’Agostino per rappresentare un cervello umano che cercasse di comprendere la Trinità. Figuriamoci se il cervello in questione è quello di una ultracinquantenne moglie mamma plurilavoratrice, che ritiene un grande successo a livello intellettuale ricordare dove ha parcheggiato la macchina, roba da Nobel per la fisica.
Perciò quando penso a Dio, sono rassegnata al fatto che non lo comprendo, a livello intellettivo, che in minima parte. E’ per questo che spero un giorno di andare in cielo a contemplarlo finalmente nella verità. La Trinità allora – quando ci saremo purificati – sarà davanti ai nostri occhi, e forse finalmente capiremo, anche se non sono certa che “capire” sia la parola esatta (letteralmente vuol dire contenere, se consideriamo l’etimo, la stessa radice di capienza). Però ci sarà chiaro tutto, quando saremo tra le schiere dei santi, seppure – almeno per quanto mi riguarda – in ultima fila, e sicuramente dopo essere stata parecchio in lista d’attesa.
Allora vedremo anche Maria e Giuseppe, e sicuramente sapremo collocarli nel disegno della salvezza, in quel progetto che, da prima che il mondo fosse, Dio ha architettato per i suoi figli, per noi. Prendiamo per esempio – e questo mese di maggio è il momento giusto per farlo – Maria: mi rendo conto che a volte fatico a metterla al posto “giusto”… Ogni tanto, per dire, mi chiedo, visto che il rosario è la mia preghiera preferita: perché prego così tanto Maria, e non direttamente Dio? Eppure è la preghiera che avverto più semplice, più naturale per me. Quindi mi chiedo: che immagine ho di Maria? Innanzitutto ognuno di noi, chiamando Dio Padre e Maria Madre, inevitabilmente proietta su di essi le figure di padre e madre che ci sono state nella sua vita, e queste a volte possono intrecciarsi e persino ostacolare la collocazione corretta di Dio e di Maria nel proprio cuore.
Una volta il cardinal Sarah – che intervistavo per lavoro – mi fornì un’immagine che mi piacque tanto. Diceva che in Africa le mamme sogliono legarsi i bambini piccoli al corpo, spesso sulla schiena, per continuare a lavorare tenendoli con sé. “Ecco, il rosario è per me quella fascia di stoffa che mi tiene attaccato a Lei”.
Un’altra volta, purtroppo non ricordo più dove, ho letto un suggerimento che da quel giorno mi si è stampato nel cervello, e mi aiuta a mettermi nella disposizione giusta per pregare. Quando preghi il rosario, è come se entrassi nell’abbraccio di Maria. Ma lei porta sempre davanti a sé Gesù, mai sé stessa. Quindi ogni Ave Maria è come andare incontro a lei, che spalanca le braccia, ma in mezzo ti ci fa trovare Gesù, e quindi andando ad abbracciare Lei, abbracci Lui. E siccome Dio è trino ed uno, ogni Ave Maria ti butta tra le braccia della Trinità.
Ecco, mi pare che così nella mia testa funzioni. Non mi funziona invece per niente l’immagine di Maria che trattiene il braccio di Dio pronto a castigarci. Non posso assolutamente concepire l’idea che abbia una volontà diversa dal Padre colei che è piena di grazia, cioè tutta e solo consegnata a Dio, colei che è l’Immacolata, cioè non toccata dal peccato originale che fa sì che l’uomo scosti la sua volontà da quella del Creatore perché vittima dell’inganno dell’autopoiesi.
Insomma, lasciatemi nell’abbraccio di Maria, che mi porta dentro quello di Dio. Non voglio sapere altro… e buon mese di maggio!

Grazie, due ” immagini “bellissime per il rosario.
Però trattenere i rimproveri o le punizioni paterne sui figli è opera di tutte le madri anche qui, no?
Che c’è tra me e te o donna? … basta quello sguardo e nessun braccio si muove.