La vita e la fede tra vittorie e sconfitte

Lunedì ho avuto l’onore di essere invitata a rispondere ad alcune  domande di sport dagli Scout d’Europa per la loro Udienza con il Papa.

di Costanza Miriano

domanda-Vittorie e sconfitte fanno parte del gioco e della vita. Come si affrontano le une e le altre? Come possono convivere in maniera “sana”? 

risposta – Beh, io non sono, non sono stata una campionessa, sono solo una che ama molto lo sport. Però mi viene in mente Roger Federer, che come sappiamo è stato è uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi. Lui ha spiegato, in un celebre discorso ai laureati un’università americana della Ivy League, Darthmouth, che nelle sue 1526 partite disputate, oltre l’80% delle quali vinte, i punti vinti, secondo le statistiche, sono stati solo il 54%. Significa che ne ha persi quasi la metà. Questo ci dice due cose. La prima è che il campione è quello che si esprime al meglio nei momenti decisivi. Ma la seconda cosa secondo me è la più importante: ci dice è che anche il più grande campione perde, perde quasi la metà dei colpi.

Da questo impari a dire te stesso, spiega Federer: okay, va bene, l’ho perso, ma è solo un punto. Quando lo stai giocando, deve essere la cosa più importante del mondo, e lo è, ma quando te lo lasci alle spalle, te lo lasci alle spalle. Questo atteggiamento mentale è decisivo, perché ti permette di concentrarti sul prossimo con intensità, chiarezza, determinazione.

Questo ovviamente non vale solo per il tennis, vale per tutti gli sport, ma più ancora vale per la vita. Come dicevi tu nella domanda, la sconfitta e la vittoria riguardano tutti gli aspetti della vita. Possiamo sbagliare un compito in classe, un’interrogazione, da più grandi possiamo mancare un obiettivo al lavoro.  anche la vita, le cose che possiamo sbagliare. È solo un compito in classe, un’interrogazione. È solo un lavoro, magari.

La perfezione è impossibile, e io direi che non è neanche desiderabile. Quello che rende grande una persona non è il fatto di non cadere, ma come impara a rialzarsi dopo una sconfitta. Perché anche il più grande campione poi a un certo punto conoscerà il declino, le prestazioni peggioreranno, sarà superato da altri. Ma quello che nessuno potrà mai portargli via sarà quello che ha imparato dallo sport.

Dallo sport si imparano un sacco di cose utilissime per la vita. Provo a elencarle. Intanto con lo sport non puoi barare. Non ci sono raccomandati, non ci sono favoritismi. È vero, ci sono persone più dotate, ma poi c’è una grande, molto grande percentuale che viene dal lavoro che hai fatto. Il lavoro paga sempre. Quello che hai fatto ti ritorna. Nello sport non puoi fare il furbo, non puoi prendere le scorciatoie, e questo tutti noi intuiamo che è una cosa bella, giusta.

Poi lo sport ti insegna la disciplina, sai che se non fatichi non avrai risultati, e quindi non esiste “oggi non ho voglia”, oggi fa freddo, non ho tempo. Se vuoi un risultato, sai che finché avrai un pollice opponibile dovrai allenarti. L’allenamento diventa come lavarti i denti. Non è che ti chiedi se hai tempo. Sai che è una delle cose che devi fare e la fai. Questa disciplina, questo abito mentale che diventa parte di te, è prezioso nella vita, perché poi qualunque cosa farai, la farai con questa disciplina.

Un’altra cosa preziosissima che insegna lo sport, è che la fatica passa. Chi fa sport sa che arriva sempre un momento in cui non ce la fai più, magari ti chiedi “ma chi me lo ha fatto fare?”, e poi ti sembra di morire, che la fatica sia intollerabile. In maratona si chiama il muro, e di solito si dice arrivi intorno al 37esimo chilometro. Ecco, quando si arriva al muro, bisogna andare avanti, spingerlo a spallate se serve. Perché la verità è che la fatica va a ondate. Poi a un certo punto finisce, qualsiasi fatica finisce, nessuna è interminabile. Questa forse è la cosa che più mi è tornata utile nella vita. Nella mia esperienza di quadrimamma multilavoratrice, nelle mie giornate interminabili nelle quali trovo sempre almeno mezz’ora di tempo per correre, anche se a volte chiedo ai miei figli di prendermi a martellate la rotula o le gengive perché preferirei morire piuttosto che uscire a correre (soprattutto se magari è quasi mezzanotte e piove), ecco io posso testimoniare che poi la fatica passa. C’è un picco e poi scende. Anche il dolore fisico è così, anche quando siamo malati, persino nell’esperienza di partorire. Lo sport insegna ad affrontare quello che stai vivendo così, un pezzetto per volta. Piccoli passi possibili, come diceva la serva di Dio Chiara Corbella Petrillo.

Infine lo sport ci insegna a diffidare di noi stessi, delle nostre sensazioni. Quando siamo scoraggiati, quando ci sembra di non farcela più, quando abbiamo paura e ci sembra che tutti gli altri, magari in gara, siano più forti o più preparati di noi, ecco quelli quasi sempre si rivelano dei pensieri falsi, sono ansie anticipatorie, sono inganni del nemico. Noi non sappiamo la verità su noi stessi, noi siamo ciechi, e noi credenti lo sappiamo che la verità su di noi la sa solo Dio, non noi.

Per tutte queste cose preziose che lo sport mi dà, io non lo ho mai lasciato, da quando ho iniziato, tra la seconda e la terza media. Tutti tutti tutti i giorni (tranne quando ero incinta delle mie gemelle): e senza spendere nulla, a parte per le scarpe da corsa che a un certo punto vanno cambiate. Per il resto ho un equipaggiamento davvero super economico: magliette delle medie, scarti dei miei figli… Le strade sono di tutti e sono sempre aperte. Perciò ecco il mio consiglio è: cercate una cosa che vi piace, e non lasciatela più.

-Oggi “salute e forza fisica” sono dimensioni dell’apparire piuttosto che dell’essere. Come possiamo far recuperare ai nostri giovani una capacità di guardare e di guardarsi che vada oltre a ciò che appare e che permetta loro di vedere il proprio corpo, la propria salute, la propria forza come dono da condividere?

Allora, innanzitutto c’è da dire che lo sport ci rende sicuramente più belli, e questo non dovrebbe essere il fine di tutto, però è sicuramente un effetto collaterale molto gradevole. A tutti noi piace essere al meglio di come possiamo, questo è innegabile. Dobbiamo stare attenti, con una vigilanza sul nostro cuore, a far sì che non diventi un idolo, una cosa troppo importante. Spesso allo sport si associano anche disturbi alimentari o comunque un’eccessiva preoccupazione per ciò che si mangia, ortoressia, o per l’aspetto fisico, la dismorfofobia. La prima cosa che direi è che ogni cosa, anche molto buona come lo sport può essere usata male. Quando preghiamo lo Spirito Santo diciamo “senza la tua forza nulla è nell’uomo, nulla senza colpa”. Quindi prima di tutto il dono di uno sguardo giusto anche su noi stessi, di un modo buono di usare le cose, dobbiamo chiederlo in preghiera, dovete chiederlo voi, ragazzi, e dobbiamo chiederlo noi educatori. Poi come dici tu, la chiave è quando riusciamo a capire che quello che abbiamo, quello che abbiamo conquistato con il nostro corpo, con la disciplina sportiva, è un dono da condividere.

Quindi secondo me oltre alla preghiera, la chiave è proprio l’amicizia, stare con gli altri, accorgerci degli altri, magari accorgerci anche del loro dolore. Un’altra delle cose preziose dello sport è che va fatto insieme agli altri, che sia di squadra o no comunque ci si allena con altri. Quindi ci tira fuori dai rapporti tecnomediati che sono una delle questioni problematiche di questo tempo. Quando capiamo che il nostro corpo serve a entrare in relazione con gli altri, che col tuo corpo puoi fare una cosa bella per un’amica, un amico… anche quando capiamo che con il nostro corpo possiamo dare la vita, e anche prenderci cura delle vite che magari abbiamo la grazia di generare, allora questo secondo me rimette a posto tante cose.

Quindi direi che la cura è spegnere lo schermo, abbandonare il divano, e giocarsi del tempo per gli amici. La realtà, che è fatta prima di tutto di persone, ma poi anche di alberi, di strade, magari di montagne, di laghi, di mare, la realtà è molto meglio dello schermo, e cura tantissimi problemi interiori. Quando si ha un amico vero, anche uno solo, qualcuno da cui ti senti guardato con amore, e a cui puoi far vedere anche i tuoi lati peggiori senza paura del giudizio, allora la vita non fa più paura, perché non sei solo.

domanda – Oggi la società oscilla tra il culto del benessere fisico e la ricerca di emozioni intense e fugaci. Come Capi scout, in che modo possiamo educare i ragazzi ad equilibrare la cura del corpo con quella dell’anima?

risposta – È vero che questi rischi esistono. Che lo sport porti al culto del benessere, della forma, della bellezza, è sicuramente un rischio, e che anche la disciplina diventi un idolo. Dall’altra parte c’è il rischio della ricerca delle emozioni, ricerca che tra l’altro attraverso la tecnologia è esasperata, perché tutto dopo poco annoia, quindi anche educare l’attesa, l’attenzione, la pazienza non è facile.

È una domanda difficilissima, secondo me, perché trovare l’equilibrio, il posto giusto da dare a ogni cosa, alla cura del corpo e a quella dell’anima, costruire una persona equilibrata che sappia tenere insieme la cura del corpo, dell’anima, magari poi aggiungendo anche le altre cose che fanno la vita di un ragazzo, che magari ancora studia, o lavora, quindi anche la formazione intellettuale, e la capacità di fare le cose, insomma una persona completa, è proprio una grande impresa. Qui vicino abbiamo la cattedrale di San Pietro. Quante persone ci hanno lavorato… e ci sono voluti 120 anni per costruirla. Eppure è un’opera di mani umane. Una persona è a immagine di Dio, è un’opera molto più grande di una cattedrale, ed è eterna, perché noi siamo chiamati alla vita e non moriremo più, mentre san Pietro crollerà, fra qualche secolo (speriamo non oggi). Quindi costruire una persona è un’opera immortale, e noi, voi educatori avete per le mani un capolavoro da aiutare a plasmare.

Sicuramente l’attività fisica educa al rispetto dei tempi del corpo, per esempio a quello del riposo. Educa al limite: ci sono cose che non riesco a fare per quanto mi alleni. Educa al fatto di far posto all’altro, al compagno di squadra, all’avversario. Educa al rispetto di tempi, misure, regole. Ogni sport ha le sue regole, e se non le rispetti sei fuori, quindi anche quella è una grande educazione. Educa insomma alla realtà.

Poi noi come educatori dobbiamo stare attenti a non guardare mai i ragazzi per i loro risultati. È molto importante lo sguardo che abbiamo sui ragazzi, sono importanti le parole, dobbiamo noi per primi imparare a valorizzare le cose importanti, a guardarli anche con uno sguardo che sappia vedere il bene che ancora non è maturato, a vedere nei ragazzi il bene che saranno capaci di tirare fuori, anche quando è nascosto bene. Lo sguardo degli altri, degli educatori e degli amici è decisivo.

Ma poi un giorno tutti scopriamo che c’è solo una persona che ci vuole bene veramente nel modo perfetto, infaticabile, indefettibile, cioè che non cambia, non si raffredda, non tradisce, nel modo che desideriamo. È Gesù. E il nostro cuore è fatto per lui. Quando scopriamo questa cosa, tutte le altre prendono il posto giusto, quello che devono avere, tutte, compresa la cura del corpo, la bellezza, lo sport.

Come dicevo prima, è solo lo Spirito Santo che ci permette di usare bene le cose, di fare bene. Perché altrimenti anche il bene possiamo farlo male, con vanità, o superbia. Allo stesso modo anche la cura del corpo può diventare un male, può diventare un’ossessione. Il risultato sportivo può diventare un assoluto, un atleta può essere tentato di identificarsi con il suo risultato, e tutti noi che abbiamo bisogno di uno sguardo degli altri che ci dica che siamo belli, possiamo essere tentati di assolutizzare la forma fisica. Per me quello che rimette a posto tutto, tutte le nostre attese, è l’incontro con Dio

Il punto è che secondo me noi l’incontro con Gesù non possiamo tanto insegnarlo. Possiamo non impedirlo, possiamo favorirlo. Ma non siamo noi a farlo. Poiché la fede è un fatto, e cioè questo incontro personale, è sempre una storia di libertà che si incontrano, la fede non possiamo mai imporla, possiamo solo proporla, e certo non impedirla.

Credo che non ci sia una ricetta sicura per la trasmissione della fede, Tutti noi abbiamo ricevuto il testimone della fede da qualcuno, perché Dio ha scelto che la fede passi dentro la Chiesa, in un passaggio di testimone che va avanti da duemila anni e noi siamo chiamati a passarlo a questi ragazzi. Ecco, cerchiamo di essere dei passatori di testimone che come nella staffetta non deve cadere a terra. Quindi è importante che noi siamo noi a  farlo cadere, a impedire il passaggio della fede, che è un dono da chiedere continuamente. Noi possiamo solo impegnarci a  essere credibili, senza chiederci come fare a educare, ma chiedendoci come fare noi a vivere per primi quello che vorremmo che i nostri ragazzi vivessero. E poi cercare di essere attraenti. Chi ci vede dovrebbe pensare: mi piacerebbe avere quella gioia.

Città del Vaticano, 31 maggio 2026 –  Aula Paolo VI 

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