di Costanza Miriano
Il libro di Chiara Tagliaferri si intitola Arkansas Storia di mia figlia, ma in realtà è proprio lei la grande assente, la figlia del sottotitolo. È invece la storia del desiderio di una donna che dopo avere accompagnato le sue amiche ad abortire per tutta la giovinezza, e dopo essersi accorta di non riuscire a concepire figli (su questo, comprensibilmente, mancano dettagli, chissà se da giovane, chissà se senza contraccettivi…), sulla soglia della terza età o quasi, decide che desidera con tutte le forze una figlia bionda e bella come lei.
È la storia, poi, della ricerca di una donna che corrisponda alle auspicate caratteristiche (la trovano in USA) e che dia i suoi ovuli in cambio di denaro (il bombardamento ormonale e le operazioni necessarie non sono una passeggiata). È la storia di un’altra donna che nutra con il suo corpo sangue cellule, col suo respiro, la sua voce, la sua carne, la sua vita tutta, per nove mesi l’embrione fatto in laboratorio col seme del padre e poi selezionato tra otto fratellini congelati, e che lo faccia sempre in cambio di compenso (tanto che Michela Murgia, super amica dell’autrice, suggerisce di chiamare la bimba Lula Money: “visto quel che vi costa sarà bene che porti già nel nome l’investimento che è stata”).
È la storia di una coppia che, dopo tanto investimento, economico, emotivo, di impegno concreto e fatica, ridisegna la sua vita intorno a una bambina, tentando di proteggerla anche da rischi immaginari (finisce al Pronto Soccorso per delle coliche, quelle che hanno tutti i bambini). Perché la competenza che il legame biologico dà è qualcosa di unico. Proprio adesso che la scienza svela i legami potentissimi che si instaurano fra la madre e il figlio fin dal concepimento (la madre conserva per anni le cellule del figlio dentro di sé), proprio adesso che si cominciano a conoscere i misteri della mente umana prima della nascita, che scopriamo sempre più l’importanza della vita intrauterina e le mamme fanno ascoltare musica classica per sviluppare l’intelligenza, non si può dire che questo libro sia la storia di una bambina: c’è una fetta enorme della vita di questa bambina che viene cancellata. Non è la sua storia, ripeto.
Non è la storia di una bambina, che l’autrice definisce continuamente “mia” ma che ha il patrimonio genetico di un’altra donna ed è cresciuta tra le viscere di un’altra ancora. È la storia del desiderio di due adulti, e della collaborazione di molti altri (direi della complicità visto che dopo i fatti narrati la legge italiana ha sancito che questa pratica è reato, ma non è questo il punto).
La storia della bambina, casomai, andrebbe scritta dopo l’adolescenza, quando potrà desatellizzarsi dalle persone con cui è cresciuta, metterli in discussione e casomai sceglierli di nuovo, e farà i conti con un patrimonio genetico che non conosce, con una storia profondissima che ha radici dall’altra parte dell’Oceano. Quando saprà che la donna che l’ha cullata per nove mesi l’ha data via (per soldi o no, cambia poco, anzi per una adolescente casomai sarà un’attenuante). Quando vorrà sapere da dove viene, e non basteranno le informazioni, avrà bisogno di fare i conti con la sua storia genetica (come tutti, solo che a lei mancheranno gli elementi).
Perché il sangue non è acqua. La carne è carne. Non si può fingere che non sia così, né di non saperlo.
So di non dover infierire più di tanto, perché io questo desiderio straziante e disperato di maternità posso solo immaginarlo. Ho avuto la grazia totalmente immeritata di avere quattro figli, non ho alcun altro merito se non quello di essermi resa disponibile alla vita. Sono quindi del tutto sorella con chi prova questo desiderio, come molte mie amiche che non hanno avuto il regalo dei figli, e che però non se lo sono preso. Non per la quantità enorme di soldi che sarebbero stati necessari, e che rendono questa pratica una cosa per pochissimi. Ma per rispetto della vita, per rispetto dei bambini che hanno il diritto di crescere con i loro genitori, perché la vita è sacra e non si può manipolare, perché non è nostra, perché la carne è carne, perché il sangue non è acqua, perché i bambini hanno il diritto di crescere con i loro genitori. E se i genitori muoiono o proprio non possono prendersi cura di loro, i bambini possono ricevere il regalo di una famiglia adottiva, disposta a farsi carico di un bambino senza la gratificazione del possesso, senza averlo scelto da un catalogo, con il cuore aperto di chi cura il dolore del mondo, e non ne produce altro.
