Sta soffrendo tantissimo, non vuole più vivere anche se è amato, circondato da cure, tenerezze, compagnia, ma non può darsi la morte da solo: vuoi costringerlo crudelmente a soffrire ancora?”
Questo è il cavallo di Troia che usano i sostenitori della legge sul suicidio assistito. Un caso estremo, che però nella realtà non esiste, o forse ne esiste uno su moltissimi. Nella maggior parte dei casi chi è accudito, amato, custodito, aiutato a trovare un senso, curato con cure palliative che tengano a bada il dolore, non chiede di morire. Infatti Laura Santi – bandiera della battaglia pro eutanasia – prima di uccidersi ha chiesto al marito “vuoi che rimanga?” e lui ha detto no.
Ma poniamo che esista, posso ammetterlo. Effettivamente esiste chi si suicida anche quando sta bene, figuriamoci che non ci siano aspiranti suicidi tra i malati.
Il rischio è che – senza una legge sul fine vita – in Italia continui a vivere una persona che, almeno nel momento presente, dice di non volere. Non lo escludo, è possibile. E’ un rischio da correre.
Quello che invece succede, e questo invece non è un rischio ma è una certezza, è sicuro, sicurissimo, provato con i dati ufficiali, è che con le leggi sul fine vita, in tutti i paesi in cui ci sono, le morti cominciano a crescere in modo esponenziale. In Canada Belgio Olanda hanno cominciato con un migliaio di persone all’anno, e poi i numeri sono lievitati. Oltre 250.000 persone sono state tolte di mezzo così, e ogni anno raddoppiano o quintuplicano, a seconda dei paesi. “Hai un femore rotto, sei depresso, sei disabile: sei proprio sicuro che non sia meglio levare il disturbo? Non ci avevi pensato? Pensaci! Costi molto, i tuoi cari devono darsi da fare, sei solo un peso, non servi a nulla, ma perché devi continuare a dare così tanto fastidio?”
E invece curare una persona che soffre, spesso è un regalo per chi le sta intorno. Ci si riconcilia, si impara la cura, la pazienza, a volte si appianano risentimenti, ci si pacifica, si restituisce ciò che si è ricevuto, come nel caso di un genitore. Questo sul piano semplicemente umano. Sul piano di fede, è una grande occasione di conversione.
Se il livello di civiltà di un paese si vede da come si prende cura dei più deboli, spero che l’Italia rimanga un paese civile. I deboli sono una risorsa per imparare a essere persone migliori.

Quanta verità Costanza in queste tue parole! È proprio vero: accudire con amore ad esempio un genitore anziano appiana le incomprensioni che ci possono essere state, smussa le spigolature, intensifica la pietà cristiana di fronte alla fragilità e alla debolezza, commuove e scioglie il cuore. E, soprattutto e lo spero tanto, è sconto ai peccati commessi e acquisizione di meriti per il Paradiso. Non è semplice, costa sacrifici e rinunce, ma restituisce all’anima una pace impagabile, molto di più del tempo donato, e la certezza di fare tutto il possibile, anche se con i propri limiti e fatiche, per esserci. Per restituire, e mai si riuscirà in pieno, tutto l’amore ricevuto gratuitamente da chi ci ha generati. Un modo per ringraziare i genitori del dono immenso ed incommensurabile della Vita.
GRAZIE!❤️
Considerazioni verissime. Si parte dal: “deve poter decidere lui” e si arriva al vero scopo di queste legalizzazioni: permettere di curarsi solo a chi produce o a chi è ricco, riducendo il carico sul SSN.
Vero anche quanto scrive sulla cura ai malati. Ho perso i miei genitori relativamente giovani, babbo di 72 anni e mamma di 62, lo stesso anno. Si ammalarono di cancro nello stesso periodo. Ho temuto la loro morte finché è arrivata. E, in quel periodo, ho vissuto alcuni dei momenti più intensi del mio rapporto con loro, con momenti di confidenza che mi sono rimasti stampati nel cuore e nel cervello…
Può essere pesante, l’ho visto anche con altri anziani, pure accuditi. Ma non si può prendere a paradigma il momento di sconforto che, peraltro, capita anche a chi sta bene (chi può, con tutta franchezza, giurare di non aver mai avuto in vita sua qualche tentazione suicida?). Speriamo che non cada questo muro!
Sottoscrivo ogni parola di questo meraviglioso scritto.
La persona ammalata e le tante difficoltà delle famiglie che se ne devono prendere cura vanno viste come motivo di riflessione da parte della politica per legiferare a supporto e non per sopprimere.
Quanto ci stiamo facendo confondere da questa subdola falsa cultura compassionevole invece che starcene lontani visto quello che sta succedendo all’estero dove da anni la strada è stata intrapresa e ormai sta diventando un’autostrada verso la morte.
Verissimo cara Costanza e bellissimi e veri i commenti!
Posso testimoniare la meraviglia nell’aiutare una carissima amica ammalata di SLA e mio marito morto di tumore al pancreas. I momenti di vicinanza e cura nei suoi confronti sono stati per me ed i miei figli un’esperienza insostituibile di amore e verità tra noi e lui nella coscienza di averlo accompagnato con tutti noi stessi, fino all’ultimo istante, all’incontro col Padre!
Scrivi: “Il rischio è che – senza una legge sul fine vita – in Italia continui a vivere una persona che, almeno nel momento presente, dice di non volere”.
Quello che invece è certo è che – con una legge sul fine vita – in Italia moriranno persone che pur convinte di volerlo fare, continuando a vivere, avrebbero cambiato idea.
(E invece curare una persona che soffre, spesso è un regalo per chi le sta intorno. Ci si riconcilia, si impara la cura, la pazienza, a volte si appianano risentimenti, ci si pacifica, si restituisce ciò che si è ricevuto, come nel caso di un genitore. Questo sul piano semplicemente umano. Sul piano di fede, è una grande occasione di conversione.
Se il livello di civiltà di un paese si vede da come si prende cura dei più deboli, spero che l’Italia rimanga un paese civile. I deboli sono una risorsa per imparare a essere persone migliori.)
Sottoscrivo ogni parola: per esperienza vissuta!
Grazie!
Riflessione profonda; che fa vedere una luce piena di misericordia nel buio della difficoltà e della fatica di chi accudisce con costanza e amore qualcuno a lui caro.
Giannini docet;
perché ad esempio vivere decenni malato o paralizzato?
La cultura dello scarto avanza e – letteralmente – uccide.
Il parametro finale è l’utilità.
E questo orrore fa breccia anche in ambienti che si definiscono cattolici.
Ovvio la CEI è d’accordo. Come pensi che il cattolico della strada malformato da anni di catechismo modernista possa capirlo?
Appunto. ( vale anche x Alberto).pare abbastanza evidente che, non solo in Italia, il definirsi cristiano cattolico apostolico romano ( tocca specificare x la ridondanza di denominazioni che si definiscono ” cristiane”) sia oramai solo un lascito ” culturale “( x modo di dire,ovviamente). Vedo poco comportarsi come tali.figuriamoci il pensare come tali. Al netto del fatto che siamo tutti peccatori, la porta larga è sempre più comoda della porta stretta.
Nel breve termine.
“Ci si riconcilia, si impara la cura, la pazienza, a volte si appianano risentimenti, ci si pacifica, si restituisce ciò che si è ricevuto, come nel caso di un genitore. Questo sul piano semplicemente umano. Sul piano di fede, è una grande occasione di conversione”. Confermo quanto scritto, tutto sperimentato accudendo i miei genitori. Grazie
La vita va vissuta pienamente,chi sta male va curato con amore fino alla fine.
Grazie Costanza pace e bene.
Vuoi che rimanga? E lui rispose: no.
l’ideologia mangia il cuore. Forse credeva di fare il generoso.
Mamma mia quante mostruosità si fanno senza fede, in nome della libertà