Eh…già‏

di Costanza Miriano 

“Te l’avevo detto” è una frase vietata a una moglie. Non la può proprio dire per nessun motivo al mondo al proprio marito. Però Vasco Rossi non è mio marito, per fortuna, e io – come molte altre persone di buon senso – che la sua vita spericolata fosse in realtà squallida e triste, una finta ribellione che mascherava solo il triste imperativo “fate i vostri più bassi comodi e fregatevene del resto” l’avevo capito da subito. Non è che ci voglia il fiuto di un segugio. continua a leggere

Chi ha incastrato Wonder Woman?

di Jane

Elisabeth Badinter è una scrittrice e filosofa francese. Ha tre figli e un marito. Era militante del movimento di liberazione delle donne negli anni ’70. E’ una femminista sui generis che invece di appoggiare il movimento delle donne lo critica pesantemente, accusandolo di mantenere le donne in uno stato di vittimismo permanente (come darle torto?). continua a leggere

Donna, modestamente

di Raffaella Frullone

Apprendo dai diversi quotidiani, come ogni agosto assetati di notizie che possano definirsi tali, che ricorre in questi giorni un signor compleanno. Si tratta di una ricorrenza che non possiamo non celebrare anche noi: la trentesima candelina del tanga. Ebbene sì, tra gli eventi del 1981 accanto all’attentato al Papa, al matrimonio di Carlo e Diana, al referendum sull’aborto, all’elezione di Reagan presidente degli Stati Uniti nonchè alla nascita della scrivente, possiamo annoverare nientepopodimeno che la messa in commercio di uno degli indumenti intimi più sexy e provocanti. continua a leggere

Dovendo fare qualcosa…?

di Cyrano

Mi s’è rovesciata la boccetta turchese: è successo un’altra volta, a furia di leggere tanto inchiostro rosa versato sul famigerato tema “lui&lei” (o devo dire anche “lei&lui”, per non scontentare i garantisti?). Non mi s’è rovesciata sul foglio, si capisce, ma in testa, e adesso è tutto impiastrato di quei pensieri, là dentro. Un po’ come quando da bambini c’è capitata per la prima volta in mano una penna stilografica, e abbiamo avuto il piacere di scoprire che, premendo la punta verso il basso, il foglio veniva allagato da un mare d’inchiostro. continua a leggere

Le lezioni della blingibessa

di Cyrano

Lo ammetto: sono un sentimentale (avanti, su, sentiamo chi è che ora dice che l’aveva già capito!). Devo ammetterlo perché quando leggo cose come la lettera di don Antonello che Costanza ci ha proposto ieri (repetita iuvant) è sempre difficile perdere giri, e schiarirsi la voce per iscritto non è una scemenza – già è stato un prodigio per il Caruso di Lucio Dalla, che comunque lo faceva in retto tono cantato… Comunque stavolta Costanza mi sente: ‘sta cosa che dopo di lei scrivo io mi va sempre meno bene! continua a leggere

L’impari opportunità

 

by Cyrano

Ci sono momenti in cui uno si rende conto che è bello essere nati uomini: sono quelli in cui, ad esempio, esce utile tirare in ballo in una conversazione la spiegazione di cos’è un fusibile e di quello a cui serve. Ci sono poi altri momenti in cui uno capisce che è proprio una gran fortuna essere nati uomini, e che diversamente ci si sarebbe persi grandi agevolazioni continua a leggere

Sottomissione di ritorno

di Costanza Miriano

Ho un problema.  Cioè, a dire la verità, adesso che ci penso, ne ho svariati.  Di vario ordine e grado. Dai più futili – il naso con la gobba – a quelli già un po’ più preoccupanti – tipo l’incapacità di rispettare gli appuntamenti (ci sarà pure qualcos’altro che posso fare nel frattempo, mi dico ogni volta) o di rispondere ai quesiti dei miei figli (Gesù come faceva di cognome?) o di mantenere un’espressione seria in certi frangenti (“Tommaso, vai a fare i compiti!” “Ho perso trentamila uomini, e nessuno sembra volerne sapere”) fino ai problemi più seri. Non drammatici, grazie a Dio, ma seri, tipo l’avere cambiato scuola a mio figlio, e l’attendere per questo settembre con un impercettibile, costante, minuscolo groppo in gola, laggiù in fondo (“avrò fatto bene?” si chiede dentro di me quel rammollito cuore di mamma che, pur di evitare al rampollo un qualsiasi disagio si farebbe staccare un braccio. Per fortuna c’è mio marito).

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Dimenticandum

di Cyrano

La memoria cerca di rimuoverlo, eppure c’è stato. In un tempo più o meno lontano, ma anche tu l’hai avuto. Lo conservi da qualche parte, in soffitta, in cantina o vicino alla raccolta della carta (aspettando un momento di determinazione sufficiente a sbarazzartene), ma sicuramente hai avuto un diario scolastico. Se ci pensi bene, forse ricordi con orrore che era addirittura uno Smemoranda, e arrossisci dell’ebete ingenuità con cui ti sei impossessato di uno dei più elementari status symbol dell’adolescente contemporaneo. “Adolescente”, ecco l’inconfessabile verità: lo sei stato anche tu! continua a leggere

Imparare a pensare

di Jane

Un mio professore coglie sempre l’occasione a fine lezione per ripeterci una delle sue massime (che poi è una delle mie preferite): prima di voler cambiare il mondo, mettete ordine nei vostri pensieri. La tentazione di parlare e di agire senza pensare, è molto forte, sempre, in tutti. I motivi sono tanti. Ciascuno ha i suoi. Il fatto però rimane: se non si pensa prima, ogni parola ed ogni gesto ricadono sotto il comune denominatore della superficialità. Certo, essere superficiali non fa del male a nessuno, figurarsi, alla fine siamo tutte brave persone. Però a noi, in quanto persone, esseri umani, appartenenti alla specie homo sapiens sapiens, per come siamo fatti, per quello che siamo per natura, è chiesto molto di più. continua a leggere

Diversamente io

di Raffaella Frullone

«Ma io non gli ho fatto niente! » frignava mio cugino cercando di discolparsi da qualsiasi evento potesse esser lontanamente collegato con il mio pianto inconsolabile. «Si dice io non LE ho fatto niente – lo riprendeva ancora più severa mia zia, impassibile anche di fronte al suo tono da lamento – Con le femmine si usa LE. “Non LE fatto niente” . Quante volte devo ripetertelo? ».

Ed effettivamente lo ripeteva in continuazione, tipo mantra indiano. Così io nella mia ingenuità di bambina l’avevo presa come una regola universalmente conosciuta, una cosa da sapere e da utilizzare. Insomma se la zia sottolineava di continuo che con le femmine si usava “Le”, sicuramente era la cosa più corretta. continua a leggere

Chiedetelo alla massaia

di Cyrano

Devo confessare che nutro una considerevole ammirazione per gli ingegneri. Non solo, direi di più: in qualche modo ne ho un timore reverenziale. C’è una cosa che è vera per tutte le categorie di professionisti, ma che riferita agli ingegneri può fare veramente la differenza: si può fare gli ingegneri (e per questo basta studiare, purché ci sia un minimo di disposizione) e si può essere ingegneri (e forse così si nasce soltanto). Dov’è la differenza? Facile: uno che fa l’ingegnere ha un orario in cui argina le sue profonde competenze tecniche, e uno in cui semplicemente “fa altro” (magari gioca a calcetto con gli amici, corteggia donne o addirittura porta a spasso il muflone!). Uno che invece è ingegnere ha un orario in cui l’applicazione delle sue competenze gli frutta un reddito… e un altro in cui nessuno lo paga, ma in cui continua imperterrito allo stesso modo. continua a leggere

Ventinove e lode

di Cyrano

Basta essere stati perlomeno iscritti uno o due anni in una qualche università, nonché essersi presentati agli appelli (anche solo a quelli degli altri), per aver assistito almeno una volta alla scena: lui/lei (non importa, anche se il genere può intaccare sensibilmente le dinamiche) ha un libretto farcito di trenta fino all’indecenza, con doviziosa crema di lodi sfuse, il professore lo/la guarda con imbarazzo (con più imbarazzo, se è una “lei”) perché stavolta la performance non è da cifra tonda. È stato un bell’esame, e di certo il professore non darà il voto che avrebbe dato a cuor leggero davanti a un libretto più variegato. Un altro secondo di tentennamento, poi il verdetto, che viene detto come a voler rendere un omaggio alla giustizia senza infliggere uno sfregio alla media: «29». continua a leggere

Tornando a casa

Dalla trasferta di Sulmona ritorno arricchita di alcune importanti considerazioni: il salame abruzzese non presenta immediate e risolutive proprietà dimagranti come speravo; gli abruzzesi sono incredibilmente ospitali, almeno quelli che ho conosciuto io (grazie Antonella e Fabio!); esistono anche scuole pubbliche, come il liceo scientifico Enrico Fermi, tenute meglio di casa mia, lucide e pulite, e organizzate come un orologio (svizzero, così rendiamo giustizia alla nazione da me arbitrariamente insultata). Si parlava di educazione, e di come famiglia e scuola debbano lavorare insieme. E ci mancherebbe. Però io ho esordito dicendo che quando, a un quarto di secolo dalla mia prima elementare mi sono trovata tra le mani i libri di scuola dei miei figli ho pensato: “bene, questi sono i libri con i giochini per il pomeriggio, ma quelli per studiare?”.

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Capitani coraggiosi

 

Nel pomeriggio di oggi sarò a Sulmona a parlare di educazione. Non credo che sarebbero in tempo per disdire il programma e l’invito, neanche se un agente della Cia (Colpire Imbroglione Astute) origliando dal mio giardino mi avesse sentito compiere alcune nefandezze, giusto ieri sera.

Tanto per cominciare mi sono risentita perché Lavinia ha detto che vuole stare in camera col babbo, se in albergo ci dobbiamo dividere, e l’ho fatta oggetto di una serie di rappresaglie morali fino a che non è stata costretta a dichiararmi amore eterno. Le ho fatto anche la più infingarda, abietta, ripugnante domanda che una madre possa fare al suo bambino: vuoi più bene al babbo o alla mamma? (E la risposta esatta era una sola).

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Grazie a Dio non sono adolescente

 

Da adolescenti essere maschi e femmine significa vivere non su due pianeti, come da adulti, ma su due universi mai in nessun momento collidenti. Ne ho avuta l’ennesima conferma vedendo ieri in anteprima europea il film Il diario di una schiappa, tratto dall’omonimo libro di Jeff Kinney. Anzi dal primo dei quattro (più due) volumi che in casa mia si leggono, si rileggono e si venerano con devozione religiosa. Il signor Kinney fra parentesi ha venduto una quarantina di milioni di copie con i suoi esilaranti volumi (ma nonostante sia miliardario si è tenuto la mia penna da tre euro, ieri mattina, adesso che ci penso), mantenendo la sua aria da bambinone, quella che caratterizza quasi tutti gli americani che conosco.

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Dove va la mamma tigre?

 

Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” E’ questo il commento che mi è salito alle labbra, leggendo “Il ruggito della mamma tigre”, il libro con cui una docente cinese di Harvard, Amy Chua, sta facendo discutere mezzo mondo.

La citazione di Totò non è probabilmente la più colta che avrei potuto reperire nella mia memoria: Aristotele, Seneca hanno detto sicuramente parole più perentorie sul senso dell’educazione, ma tant’è, ognuno ha i riferimenti culturali che si merita.

Quello che manca nel progetto educativo di mamma tigre è questo, il senso, la direzione, il dove dobbiamo andare. She goes nowhere fast: la signora non va da nessuna parte, ma ci va veloce.

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