Cotto e avanzato

di Susanna Bo*

Lo confesso: la ammiro talmente tanto che l’altra notte l’ho perfino sognata. Era lì nella sua cucina, quella dove ha cominciato col primo programma di ricette, mi guardava da dietro una quiche lorraine  col suo sorriso disarmante e sembrava dicesse: “Dai… non è mica difficile… puoi farla anche tu!”

In effetti, a rifletterci bene, non sarebbe difficile. Imbastire un pranzo o una cena semi decente dovrebbe essere pane quotidiano per una fan di Benedetta Parodi, eppure a me non riesce, ormai ci ho rinunciato: la cucina non fa per me.

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Lo chiamavano priorità

di Jane 

Visto che siamo a Natale, e Natale vuol dire “nascita”, e “nascita” vuol dire nuova vita che si affaccia alla bellezza e alla complessità del mondo, non si può non pensare anche alla famiglia. In essa la nuova vita trova accoglienza, riparo, certezza, fiducia, sicurezza, radici. Se si pensa ad una nuova vita, si pensa all’amore di una madre e di un padre, che guardano al frutto della loro unione con stupore, meraviglia, gioia. Una nuova nascita significa anche l’emergere di uno spontaneo senso di responsabilità da parte del padre, di una naturale predisposizione alla cura e all’accoglienza da parte della madre.

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La formula

di Jane

Riuscire a conciliare famiglia e lavoro rende più soddisfatti e, soprattutto, più produttivi sul lavoro. Sembra essere questa la formula vincente proposta dalla Regione Lombardia insieme ad Altis (Alta Scuola Impresa e Società) per risolvere l’eterno dilemma che coinvolge uomini e donne che lavorano, ma che riguarda in particolare le donne. Molti ne sono convinti, e ritengono che quella formula sia una soluzione realizzabile. O almeno, che sia un tentativo che aziende, società e altri luoghi professionali di un certo livello dovrebbero porsi tra le principali iniziative. continua a leggere

Chi ha incastrato Wonder Woman?

di Jane

Elisabeth Badinter è una scrittrice e filosofa francese. Ha tre figli e un marito. Era militante del movimento di liberazione delle donne negli anni ’70. E’ una femminista sui generis che invece di appoggiare il movimento delle donne lo critica pesantemente, accusandolo di mantenere le donne in uno stato di vittimismo permanente (come darle torto?). continua a leggere

Sottomissione di ritorno

di Costanza Miriano

Ho un problema.  Cioè, a dire la verità, adesso che ci penso, ne ho svariati.  Di vario ordine e grado. Dai più futili – il naso con la gobba – a quelli già un po’ più preoccupanti – tipo l’incapacità di rispettare gli appuntamenti (ci sarà pure qualcos’altro che posso fare nel frattempo, mi dico ogni volta) o di rispondere ai quesiti dei miei figli (Gesù come faceva di cognome?) o di mantenere un’espressione seria in certi frangenti (“Tommaso, vai a fare i compiti!” “Ho perso trentamila uomini, e nessuno sembra volerne sapere”) fino ai problemi più seri. Non drammatici, grazie a Dio, ma seri, tipo l’avere cambiato scuola a mio figlio, e l’attendere per questo settembre con un impercettibile, costante, minuscolo groppo in gola, laggiù in fondo (“avrò fatto bene?” si chiede dentro di me quel rammollito cuore di mamma che, pur di evitare al rampollo un qualsiasi disagio si farebbe staccare un braccio. Per fortuna c’è mio marito).

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Chiedetelo alla massaia

di Cyrano

Devo confessare che nutro una considerevole ammirazione per gli ingegneri. Non solo, direi di più: in qualche modo ne ho un timore reverenziale. C’è una cosa che è vera per tutte le categorie di professionisti, ma che riferita agli ingegneri può fare veramente la differenza: si può fare gli ingegneri (e per questo basta studiare, purché ci sia un minimo di disposizione) e si può essere ingegneri (e forse così si nasce soltanto). Dov’è la differenza? Facile: uno che fa l’ingegnere ha un orario in cui argina le sue profonde competenze tecniche, e uno in cui semplicemente “fa altro” (magari gioca a calcetto con gli amici, corteggia donne o addirittura porta a spasso il muflone!). Uno che invece è ingegnere ha un orario in cui l’applicazione delle sue competenze gli frutta un reddito… e un altro in cui nessuno lo paga, ma in cui continua imperterrito allo stesso modo. continua a leggere

Quando comincio col mambo

Fedele alla linea del maiale – non si butta niente – ho deciso di rispondere con un post alle osservazioni che mi ha mandato per e-mail una persona. La persona mi è molto cara e la ritengo intelligente, per cui vale la pena un piccolo sforzo di spiegazione. Le critiche sono più o meno di questo tenore:

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Maschi e femmine. E il pollo.

Gentile Buitoni spa, con la presente mi candido al premio Casalinga Mentecatta 2011. L’anno non è finito ma non credo troverete di meglio. Voi infatti avete inventato il prodigioso Saccoccio nel quale chiudere del pollo e risolvere brillantemente il problema della cena anche se si ha poco tempo. Non immaginavate che ci fosse una donna tanto negata in cucina da bruciare e rendere inservibile il sacchetto solo infilandolo in forno. Beh, quella donna sono io.

In attesa di vostri riscontri invio cordiali saluti.

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I will survive

Quando sono uscita da casa dei miei non ho potuto da subito permettermi una casa da sola. Poi, per un breve periodo, ce l’ho fatta. Dopo di che ho incontrato mio marito e il resto lo sapete.

In quella parentesi solitaria ho avuto modo di dare il peggio di me, liberamente, in casa. Ho lasciato letti sfatti e piatti accumulati nell’acquaio, dove i semi di un melone hanno prodotto dei bei germogli lunghi e forti, grazie alla lunga permanenza indisturbata; ho fatto viceversa morire piante;

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Urge dormita

Avendo io oggi rotto un uovo sul piano cottura perché mi sembrava di averci già messa la pentola e dimenticato un appuntamento medico importantissimo per mia figlia fissato mesi fa.  Dovendo ancora, nel cuore della notte, rigovernare la cucina, come direbbe mia nonna. Avendo scritto una lettera a Libero sulle quote rosa nella metro per casa, con la vicina sconosciuta che mi reggeva il computer, perché poi non avrei avuto un altro momento. Essendo quindi sull’orlo di una crisi di iperattività – che a me si manifesta come sempre con una sorta di ilarità e socialità ipertrofica (fra poco farò conversazione anche con i cassonetti), ho pensato che forse stasera, una volta fatti i piatti, è opportuno che vada a dormire. Pubblicherò quindi vigliaccamente, al posto di un nuovo post, la lettera a Libero, che io titolerei così, loro non so.
LA PERNICE BIANCA NO

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Peccato originale e macchie di sugo

Data una maglietta a righe bianche e verdi, macchiata di sugo per un’estensione di tessuto pari più o meno alla Patagonia, com’è che le altre mamme riescono a farla tornare impeccabile, mentre io lascio sempre un inquietante alone rosa di ex sugo, e nel contempo ingrigisco il bianco e scoloro il verde?

E poi, perché la calza si smaglia solo quando non ne ho un paio di scorta in borsa?

E, infine, il più scontato ma inquietante dei quesiti, che meriterebbe da sé una puntata di Voyager: per quale principio della fisica la fetta si tuffa in terra sempre dalla parte della marmellata?

D’altra parte San Paolo lo dice: adesso vediamo confusamente, come in uno specchio (gli specchi dell’epoca facevano pena, e forse la cosa aveva i suoi vantaggi), un giorno arriveremo alla verità tutta intera.

Un giorno scoprirò che viso ha l’omino che abita sotto il mio divano, e come faccia a produrre una tal quantità di briciole e di carte di caramelle annidate tra i cuscini. Caramelle che io, ne sono certa, non ho mai comprato né introdotto in casa.

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