diGiovanni Lindo Ferretti Avvemire – 6 novembre 2011
Una giornata di pioggia è consolante dopo una lunga stagione arida. Mi dedico ai lavori di casa, di buon umore; lampi, tuoni, scrosci d’acqua mi hanno cullato nel sonno. Pioggia battente, raffiche di vento; il canale si ingrossa. Il cielo spazza e lava la terra pulendo ogni residuo della villeggiatura estiva, striglia i boschi per farli poi risplendere nei colori d’autunno. – Sì, ci voleva –. Cappello impermeabile stivali, scansati nel perdurare del secco, tornano al loro posto. continua a leggere
Sapevo che questo momento sarebbe arrivato prima o poi, ma non credevo sarebbe stato così duro affrontarlo. Facciamo una premessa: il lunedì, in generale, dicono sia il giorno più difficile della settimana. Il lunedì segna l’inizio di un periodo di impegno e dovere prima della quiete (il week end), è un giorno che viene vissuto il più possibile senza pensare che ne dovranno passare ben 4 prima di potersi riposare. Addirittura la domenica viene vissuta in un modo non proprio sereno, perché si pensa che il giorno successivo sarà il temibile, odiosissimo, pesantissimo ed interminabile lunedì. continua a leggere
La notizia è del tutto inspiegabile. Non ci sono motivazioni plausibili, logiche. Devo vederci chiaro.
Dunque. E’ successo questo. Mia sorella una settimana fa al bar bevendo il cappuccino sfoglia il Messaggero e legge una notizia che può interessare me, che in teoria sarei una giornalista, e dovrei stare sulla notizia, e avere una panorama serio, organico ed equilibrato di tutto ciò che succede intorno a me, non scoprire ogni volta per sbaglio che è scoppiata una guerra.
Vi proponiamo questa divertente recensione del libro, che uscirà sul mensile di opinione L’ago e il Filo
Un epistolario. Già il genere non è più molto in voga. Quando poi a scrivere ad amici e figli vari è la mamma di quattro pargoli, con un lavoro impegnativo (è giornalista al Tg3 dopo aver sfangato il corso della scuola di giornalismo Rai di Perugia e aver atteso una decina d’anni l’assunzione con una miriade di contratti a termine), una casa da mandare avanti e un marito (qualche volta) da accudire, c’è già del miracoloso.
Il mensile di approfondimento di politica ed economia l’ Ago e il Filo mi ha chiesto come è nato il libro. Ecco:
Principalmente è stato un problema di auricolare non funzionante.
E’ per questo che ho cominciato a scrivere un libro.
Urlare dentro un auricolare scassato, mentre con una mano si cerca di non perdere il pallino del rosario lasciato a metà, con l’altra di cambiare marcia, e con le cosce di tenere in equilibrio la lattina di Coca Light può essere veramente estenuante, soprattutto se la missione è convincere l’amica carissima a non lasciarsi sfuggire da sotto il naso l’uomo della sua vita. Per questo ho cominciato a scrivere: perché il mio auricolare non funzionava bene.
Questa mattina sono stata a Rai1 dove ho imparato due cose: che Tiberio Timperi è una persona simpatica e intelligente , e che la tv aumenta di 5 chili (una che ho conosciuto subito dopo, e che mi aveva vista, mi ha detto “allora è vero che il video ingrassa”, sempre per mantenermi alto il morale).
Inoltre come al solito non ho risposto quello che avrei voluto. Le magnifiche risposte mi verranno in mente stanotte, così domattina le potrò dare a Oliviero Beha (sarò in video in diretta dalle 10 alle 11 su Brontolo, Rai 3). Peccato che probabilmente nel frattempo saranno cambiate le domande.
Avendo io oggi rotto un uovo sul piano cottura perché mi sembrava di averci già messa la pentola e dimenticato un appuntamento medico importantissimo per mia figlia fissato mesi fa. Dovendo ancora, nel cuore della notte, rigovernare la cucina, come direbbe mia nonna. Avendo scritto una lettera a Libero sulle quote rosa nella metro per casa, con la vicina sconosciuta che mi reggeva il computer, perché poi non avrei avuto un altro momento. Essendo quindi sull’orlo di una crisi di iperattività – che a me si manifesta come sempre con una sorta di ilarità e socialità ipertrofica (fra poco farò conversazione anche con i cassonetti), ho pensato che forse stasera, una volta fatti i piatti, è opportuno che vada a dormire. Pubblicherò quindi vigliaccamente, al posto di un nuovo post, la lettera a Libero, che io titolerei così, loro non so.
Ieri Libero ha pubblicato la mia lettera sulla vera sottomissione titolando “Se siete donne l’8 marzo state a casa”. Concetto che io non ho mai espresso neanche di striscio nel pezzo.
Ora, vorrei mettermi a tuonare contro la malizia, ma conosco le regole del giornalismo, che deve estremizzare e creare polemiche anche dove non ce ne sono. Inoltre ho questo grave disturbo dell’organo che presiede all’indignazione: non riesco mai a provarla per più di quattro minuti, probabimente perché da qualche parte dentro di me, forse lì vicino all’organo dell’indignazione, ce n’è un altro che mi ricorda, molesto, che la prima a essere indegna sono io.
Ecco la lettera che ho mandato al quotidiano LIBERO, pubblicata oggi in prima pagina, in risposta alla pagina di ieri 5 marzo con il dibattito “Sottomissione sì o no”.
Gentile direttore,
essere oggetto di un dibattito tra due firme sulla prima pagina di un quotidiano nazionale è qualcosa che va oltre le mie più luminose aspettative. Un po’ come se il Perugia, che milita in serie D, vincesse lo scudetto.
Detto questo, vorrei chiarire la questione della sottomissione. Quella di cui parlo io non ha molto a che fare con la divisione dei compiti pratici. Anche una donna che lavora, e che lo fa ad alto livello, può essere sottomessa se ascolta il marito, lo rispetta, tiene in gran conto le sue opinioni e le mette prima delle proprie. Io invito le donne alla sottomissione, ma nel frattempo lavoro in un telegiornale nazionale, ho girato documentari a New York e corso maratone oltre Oceano. Insomma, ho fatto il militare a Cuneo. Credo comunque che le donne si debbano riappropriare della loro vocazione all’accoglienza della vita, quella che viene dal loro essere morbide, capaci di ricucire i rapporti, di fare spazio, di intessere relazioni, di tirare fuori da tutti il meglio. Che mettano questo loro genio femminile in cima alle priorità. Non c’entra niente con il trovare un marito ricco da (fingere di ) sopportare in cambio di sicurezza economica. C’entra invece con la lealtà, la dedizione, la dolcezza.
Quanto ai ruoli e ai rapporti di forza tra i sessi devo a malincuore ammettere una cosa. Essere donna mi ha procurato solo vantaggi: ignoro se la mia auto possegga una ruota di scorta, ed eventualmente dove si nasconda, la subdola. Non ho la minima idea di come, attraverso quali misteriose vie la mia casa venga rifornita di energia elettrica, calore, gas. Posso guardare Sex and the city e trascorrere svariati minuti a scegliere uno smalto senza perdere il mio prestigio, perché la mia frivolezza è ormai socialmente ammessa. Ho avuto il privilegio incommensurabile di ospitare e sentir muovere quattro bambini nella pancia, anche se, lo ammetto, nei momenti di farli uscire l’aspetto del privilegio non mi è sembrato il più evidente.
Non ho mai subito discriminazioni di genere. Al lavoro capita di non essere apprezzati e valorizzati, ma capita agli uomini e alle donne. E la riuscita professionale è determinante per l’identità di un uomo. Conosco molti, moltissimi uomini demoralizzati, a volte depressi per come vanno le cose nel mondo del lavoro, per la prepotenza, la mancanza diffusa di meritocrazia e professionalità.
Per questo, lo confesso, non ho mai sentito il bisogno di nessuna rivendicazione di genere. Sono molto riconoscente per le libertà che le donne delle generazioni precedenti hanno conquistato per noi, ma proprio perché le ho ricevute, e ne godo con soddisfazione, non riesco a provare nessuna rabbia in merito.
Penso invece, certo, con il cuore stretto alle donne di gran parte del nostro pianeta, provando molto sollievo per essere nata dalla parte fortunata del mondo.
Perché non si creda che io abbia assunto sostanze psicotrope e sia in preda a una specie di delirio rosa confetto e uccellini cinguettanti, ammetto che delle difficoltà per le donne ci sono: essere mamma e lavorare è una fatica bestiale. Per la legge di non penetrabilità delle ore o si sarà carenti su un fronte, o lo si sarà sull’altro. Ma non è colpa della congiura maschile. E’ la natura: i figli li fanno le femmine della specie. Le quali, poi, se vorranno o dovranno anche lavorare, finiranno inevitabilmente per piegare calzini a mezzanotte; andranno alle conferenze stampa con un rigurgito latteo sul twin set; sbaglieranno l’orario dell’antibiotico; si sforzeranno con grande perizia di non addormentarsi sulla scrivania dopo una notte passata a raccogliere vomiti; si dimenticheranno merende dell’asilo e appuntamenti fondamentali con il nuovo capo.
Quelle che decidono di puntare tutto o quasi sul lavoro spesso ce la fanno ad emergere, anche se pagando un prezzo alto sul piano della vita personale.
Fare bene tutto non è possibile, e quando non arrivo non mi arrabbio con le congiure di cui sarei vittima, ma tendo piuttosto a pensare che essere donna sia comunque una meravigliosa ricchissima avventura.
Sarà per questo che non voglio ribellarmi agli uomini, ma, riconoscendo la loro superiorità in tanti settori (e in altri la nostra), una volta trovato quello giusto ho capito che ascoltare ed ”obbedire” alla sua lucidità, la sua razionalità, non poteva che farmi del bene. E io fare del bene a lui con il mio genio femminile, il mio talento, le mie capacità.
Stavo pensando che mentre Costanza e’ alle INVASIONI barbariche (e Guido, il marito e’ fuori per lavoro), i quattro pupi sono dai nonni: sempre INVASIONI sono….
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