Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo

di admin @CostanzaMBlog

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di Franco Nembrini  per La Croce

“ai miei genitori, Dario e Clementina
che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento
della sua grandezza e positività
a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano
cui devo la passione
per la letteratura e per l’insegnamento
a don Luigi Giussani,
che a quel sentimento e a quella passione
ha dato la stabilità e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.

la croce

21 Responses to “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”

  1. Stupendo. L’educazione dei figli è innanzitutto un lavoro su di sé.

  2. Ecco ciò che dà senso alla nostra professione… possiamo sostituire le pagine del delirio governativo sulla scuola (La buona scuola) con queste essenziali considerazioni? Nembrini preside subito. ..oops, dirigente scolastico! Buona giornata a tutti gli insegnanti, ringraziamo Dio per aver creato un lavoro retribuito adatto alla nostra vocazione!

  3. Grazie per avermi dato la possibilità di addormentarmi con questa fantastica e verissima riflessione!
    Educare, nel suo significato (etimologico) più profondo e’ la battaglia quotidiana più grande, il combattimento di ogni giorno. Sbagliare e vincere l’attacco più profondo del demonio che ti fa sentire fallito nel ruolo di educatore/genitore e poi avere la forza di rimettersi in cammino… e farsi prendere dalla “sindrome di Rossella O’hara” dicendo a se stessi:” Coraggio!!! Domani e’ un
    Altro giorno!!!”

  4. Nembrini al MIUR!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  5. ….sono d’accordo, è quello che TUTTI i genitori, nel modo che possono, fanno (facendo) e dimostrano (testimoniano, nel vs. lessico) ai loro figlioli.
    Voi (noi) e i vostri (nostri) figlioli non ne siamo (e non ne saranno) l’esempio vivente?

  6. Conosco Franco Nembrini, i suoi libri sono un vero manuale di condivisione dell’arte di vivere, perchè chi vive educa. Ho letto e presentato anche il Libro sui suoi genitori “Farès pecàt a lamentàm” e ogni volta non posso fare a meno di pensare alla mia storia, uguale a quella di molti altri, dove i genitori, quelli che ti hanno messo al mondo, han fatto di tutto per dirti che non ne valeva la pena. Che la vita è uno schifo, che Dio non esiste, che si viene al mondo solo per fare soldi o per soffrire. Eppure, eppure c’è un desiderio nel cuore di ognuno di noi, capace di farci alzare lo sguardo,m capace di farci vedere altri “genitori”, altre famiglie, altre persone capaci di testimoniare che “valeva la pena venire al mondo” Questo per dire, che siamo tutti educatori, anche dei figli che non abbiamo messo al mondo noi…

    • Nerella è anche la mia esperienza, nel tempo anche se con molta fatica ho imparato ad avere tenerezza verso i miei genitori, semplicemente perché non hanno avuto la fortuna di incontrare Quello che ho incontrato io.

  7. Stupendo!

  8. Ovviamente, esistono, e hanno tutto il diritto di esistere (di vivere, se vi piace di più), anche i Buggio, i Nembrini eccetra…

  9. Questo articolo di Nembrini è una benedizione! Grazie grazie grazie.

  10. Tutti i bambini hanno un padre ma non tutti han la fortuna di trovare un maestro.
    Promemoria per gli insegnanti: sarebbe l’ora di concepire una valutazione delle capacità d’insegnamento, altrimenti sarete accumulati ai più asini piuttosto che ai più bravi – si dice “far di tutta l’erba un fascio” e vien facilissimo quando i buoni tollerano i mascalzoni.
    Mi sbaglio o questo schema educativo è perfettamente opposto al montessoriano? Ovverosia: tanto è bambino centrico il secondo (bottom-up) quanto è maestro centrico il primo (top-down). Eppure mi pare che in qualche punto si tocchino… magari potreste spiegarmi meglio?
    Se mi permettete, chiederei il vostro aiuto anche per approfondire la seguente frase: “la funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica” anche alla luce dell’esempio riportato nella stessa. Frase.
    Ringrazio anticipatamente chiunque si cimenterà nell’aiutarmi a capire (oh, son zuccone!)
    🙂

    • credo che voglia dire che il punto non è essere perfetti e non sbagliare (= coerenza etica) ma essere certi e puntare lo sguardo su ciò che è vero (=coerenza ideale).
      Intanto perché nessuno di noi è perfetto, e i figli se ne accorgono benissimo, e in secondo luogo perché i figli guarderanno più facilmente dove guardano i genitori. Se i genitori puntano lo sguardo su Cristo (e non su loro stessi) i figli saranno aiutati a fare lo stesso.

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