Molto mercato per nulla (soldi a parte)

di autori vari

di Giovanni Marcotullio  laPorzione.it

Si dice che il teatro sarebbe una cosa da anime elette, uno spettacolo raffinato per palati esigenti.

Basta andarci una volta per capire che così non è (e questa è pure, in un certo senso, una bella notizia!). A me è successo una volta di più ieri sera, quando sono andato al Teatro Quirino a vedere Il mercante di Venezia di Giorgio Albertazzi: c’erano accanto a me delle signore evidentemente molto “avanti” – da loro ho imparato che «Shakespeare è razzista» e che «Albertazzi non si fa capire quando recita». Del resto «il film [quello con Al Pacino e Jeremy Irons, n.d.r.] è più bello, almeno cambia la scena: qui è sempre lo stesso…».

Appurato dunque che il pubblico dei teatri è estremamente popolare, forse si può guardare con un interesse popolare anche a ciò che il teatro veicola – perché il teatro (questa originalissima foggia del genio greco) è nato proprio come espressione dell’ethos popolare, cioè del senso della vita che il popolo riceve, elabora e tramanda. Che quest’arte eccezionalmente demo-cratica sia diventata nei secoli un appannaggio culturale delle (sedicenti) élites è uno dei segni più chiari del tradimento infertole dalla storia: ben vengano dunque le signore con cui condividevo la fila – mi hanno dato una sveglia importante.

Fotogramma tratto da “The Merchant of Venice”, del 2004 (regia di Michael Radford)

E lo spettacolo c’è stato, signori, altroché! Più di due ore in balia di splendidi interpreti “d’ogni forma e d’ogni età”, se ne usciva deliziati dall’incanto della finzione scenica: magistrale l’interpretazione di Albertazzi (sebbene io abbia dovuto apprendere, come ho già riferito, che “non si capisce quando parla”), generosissima la figura di Castellano, l’altro “vecchio” protagonista, e formidabili, precisissimi, attenti ed espressivi i tanti giovani che facevano corona ai “maestri” (come vengono chiamati nell’ambiente). Ma «tre cose – insegnava lo storico regista Howard Hawks – sono necessarie per fare un buon film: una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura». E la sceneggiatura è l’elemento principale che il cinema ha in comune col teatro, salvo che mentre la pellicola fissa immagini e suoni, e quindi è raro che un film riutilizzi la sceneggiatura di un altro film (succede in qualche modo coi “remake”, a volte splendidi – si pensi a Profumo di donna/Scent of a woman), nel teatro è praticamente fatale che le rappresentazioni di un’unica opera si differenzino (anche vistosamente) le une dalle altre. La sceneggiatura è dunque nella rappresentazione un po’ come è lo scheletro nel corpo: non si vede ma regge, direttamente o indirettamente, anche i reggiseni e gli orecchini. Solo che sfido chiunque a pensare al mirabile accostamento tra costole, scapole e clavicole, quando gli si para davanti lo splendore di un petto florido (dice sant’Agostino che la divina provvidenza ha voluto dare i capezzoli anche agli uomini, sebbene questi non si troveranno mai ad allattare, proprio per non negare loro la bellezza del seno). E niente, non ce la facciamo: se qualcuno, andando a visitare la Mauritshuis a L’Aia, e trovandosi di fronte alla Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, si commuove per la sospensione elastica che le cartilagini e la pelle conferiscono al duro sostegno del cranio, mi dica dov’è ché vengo a stringergli la mano (e faremo in modo di segnalarlo per un Nobel).

E quindi m’è successo che sono tornato a casa stanotte, stordito di bellezza e di sonno, e mi sono addormentato rimuginando sullo spettacolo, e su alcune espressioni del volantino che mi erano rimaste oscure: Albertazzi avrebbe fatto del Mercante di Venezia «un perfetto ibrido, che sembra ora scritto da Strindberg e ora da Sartre, passando per la lussuria di Baffo e per i giocosi azzardi di Goldoni». Bah – mi dicevo – Baffo e Goldoni li avevo intravisti già sul momento, laddove i tre scrigni della casta Porzia erano diventati tre damigelle incaricate di drogare e sfinire di sensualità i pretendenti di Porzia (a un tratto pareva uno spettacolino di “burlesque” – una delle famose signore vicino a me, avendo sentito i miei sbuffi, mi spiegava che «serve per movimentare la cosa»). Ma che c’entrano Sartre e Strindberg?

Ora, non so se in sogno mi sia venuta a visitare l’Opera in persona, se in qualche modo nel buio della notte io l’abbia tastata senza più perdermi nei colori e nei suoni… fatto sta che mi sono svegliato, stamane, con la chiara percezione delle mutazioni che il sublime scheletro shakespeariano aveva subito sotto i trucchi, le vesti, le carni e le ipnotiche coreografie dirette da Marinelli. Mancavano i Sacramenti!il-mercante-di-venezia-giorgio-albertazzi-franco-castellano

Ovvero, c’erano tante cose in più e tante in meno, come è fatale in ogni scenografia: per esempio il dottor Bellario, che nell’originale viene sostituito da Porzia travestita, qui delega apertamente un altro dottore (chiaramente interpretato da Porzia travestita), che porta il nome di Baldassarre (nell’originale, uno dei servi di Porzia) – e la trovata ha del geniale, perché Baldassarre è il nome pagano che Daniele, nella Bibbia, riceve alla corte di Nabucodonosor – guarda caso, le due parti in lite si rivolgeranno al giovane dottore (ossia a Porzia travestita) come a “un nuovo Daniele”. Una trovata molto feconda, dunque. Meno “ispirato” è parso lo spot omosessualista di Lancillotto (detto Jobbino), servo di Shylock e mezzano di Jessica nei confronti di Lorenzo: interpretato da una donna (la bravissima Cristina Chinaglia), Jobbino dice a Jessica che a certe condizioni vorrebbe cambiare sesso. La padroncina esterna allora la domanda che tutto il pubblico si pone – ovvero verso quale sesso si sarebbe indirizzata una figura già così ibrida – e Jobbino risponde che vorrebbe “una cosa virile e femminile al contempo”. «Ovvero – chiude Jessica – quello che sei già».

Ma queste cose sono due esempi e basta: tante e tante piccole modifiche possono esprimere le idee dello sceneggiatore e del regista sulla falsariga del testo di Shakespeare, al punto da farlo sembrare – direbbe il capitan Jack Sparrow – “più che altro una traccia”.

C’è un punto decisivo in cui “la traccia” viene completamente disertata, ed è proprio l’esito dell’Opera: al momento del rovesciamento giudiziario, quando Porzia/Baldassarre inchioda l’usuraio sulle dure lettere del contratto e delle serenissime leggi, Antonio dovrebbe offrire a Shylock, stando a Shakespeare, la propria rinuncia al profitto che la legge gli assegnerebbe, a vantaggio del matrimonio di Jessica con Lorenzo e a condizione che l’ebreo si converta e si faccia battezzare. Ecco uno dei punti più sublimi della sceneggiatura shakespeariana: dove l’esigenza di giustizia e l’offerta di misericordia si fronteggiano irriducibili e nella formula finale giungono invece a toccarsi l’insulto e l’offerta, uno sfregio antigiudaico e una sincera apprensione cristiana per la salvezza del nemico – laddove si risparmia la miseria all’usuraio e (in più e/o in cambio) lo si riporta ai valori della famiglia e della fede. Tutto questo scompare, nel Mercantedi Albertazzi/Marinelli: le tre coppie si sfasciano, dopo la cerimonia nuziale, praticamente senza neanche aver consumato il matrimonio, e del battesimo non si fa menzione alcuna.

Maurycy Gottlieb (1856-1879), Shylock e Jessica

Perché? Guardiamo più da vicino: per la questione del battesimo si può facilmente pensare che la sensibilità popolare occidentale odierna mal comprenderebbe un’istanza a lei così distante come la missione e l’evangelizzazione, e via (ma ci sarebbe dell’altro). Per il matrimonio, invece, che dire? Jessica lascia Lorenzo senza una parola e senza un perché, dopo aver spezzato il cuore al vecchio padre e senza che l’amante le abbia dato neppure un solo appiglio per giustificare la rottura della relazione. L’appiglio, invece, ce l’avrebbero Porzia e la sua damigella, le quali – travestite da giurisperiti – chiedono a Bassanio e Graziano i loro anelli, che all’atto del matrimonio avevano dato loro in pegno d’amore e con giuramento di non separarsene ad alcun costo. Ma l’appiglio serve, in Shakespeare, come preludio al ritrovamento e al riconoscimento finale (a Belmonte, non più a Venezia), dove si celebra per l’ultima volta nell’Opera la verità per cui il compimento dell’amore non si ottiene per i soli meriti e per la sola giustizia, ma soprattutto e anzitutto per un gratuito eccesso di bontà. Questa scena è completamente tagliata, nel Mercante di Albertazzi/Marinelli, che termina a Venezia, sulla tristezza di Shylock (anche se il volantino dice che è lui che dirige la cosa – qualcuno mi spiegherà in che senso): l’inganno di Porzia ai danni del marito non prelude ad alcun ritrovamento, ad alcun approfondimento, ad alcuna ripresa. La damigella di Porzia, per contro, si risparmia la fatica di ingannare il proprio marito – lo lascia così, dandogli del traditore a freddo. E basta. I due uomini corrono vanamente dietro alle due donne (e dire che Porzia aveva fatto vedere i sorci verdi a legioni di pretendenti, per sposarsi!), mentre il terzo brancola nel buio, abbandonato senza uno straccio di ragione.

Capire in che senso e come tutto questo sia “popolare” è molto più arduo che per il caso del battesimo dell’ebreo – e in effetti si tratta di un rimaneggiamento molto più radical chic chepop, che spiega perché l’Opera, bellissima e coinvolgente, depositi nell’osservatore un seme di amarezza, che gli turba il sonno.

Questa, in sintesi estrema, la lezione: i soldi restano, anzi tornano (per fortuna). Della fede nemmeno si parla, e l’amore svanisce nel nulla (e senza un perché).

Peccato.

5 commenti to “Molto mercato per nulla (soldi a parte)”

  1. …e, come in tutti i campi ormai, se non sei un’anima “eletta” (nel senso cristiano del termine, che implica l’elezione per la missione), non ti accorgi che ti fanno passare come normale le riduzione della realtà e dell’umano come è descritto benissimo in questo articolo…occhi aperti e cuore attento, perchè il diavolo è furbo e usa la mela (come la strega di Biancaneve), mica un cavolo marcio…come una rappresentazione teatrale bellissima senza la struttura cristiana portante….

  2. Ricordo un Otello. A parte la totale mancanza di scenografia (cosa ormai normale e che personalmente detesto, per definizione a uno “spettacolo” dovrebbe essermi mostrato qualcosa, se voglio immaginarmelo mi leggo a casa il testo. Ma io sono una come Zeffirelli, il quale, a detta di ogni regista sedicente “incompreso/a” alla direzione della prima della Scala, di teatro non capisce nulla…) e l’immancabile abbigliamento moderno degli attori (che fatto una volta può essere interessante, fatto ogni santa volta diventa noioso e stucchevole, infatti adesso gli attori iniziano a lasciarli senza abiti) mi colpì la caratterizzazione di Desdemona. La donna innocente, il cui fascino è dovuto alla sua purezza e fedeltà, si comportava come…una b***ona. Non nel linguaggio verbale, ma in quello del corpo, tutta una serie di mossette, toni di voce, espressioni del viso, gestualità…sfido che Otello impazzisca di gelosia! Gelosia che invece è una follia di Otello, che smette di guardare la realtà di sua moglie e ascoltando l’invidioso Iago (che lo inganna servendosi di una debolezza di Otello, non sfruttando l’ambiguità della moglie!) si perde in ragionamenti e paure che con la realtà non hanno nulla a che fare, questa follia diventa una roba, in fondo, giustificabile: una che emana sesso da ogni parola che dice e ogni gesto che fa, sfido chiunque a non avere questo timore! Ricordo che uscii amareggiata, perché la sensualità sponsale era stata trasformata in bag….aggine. Forse perché la sensualità travolgente di una donna che si conserva pura, anche nel comportamento quotidiano, per un solo uomo e a lui resta fedele, forse ormai non si sa più cosa sia…

  3. Mah, mah…
    Capisco la sorpresa nel vedere una regia che stravolga il testo classico, MA (e sottolineo, ma) questa è una giusta prerogativa del regista. Che altrimenti, che ci starebbe a fare? Quale sarebbe il suo valore aggiunto?
    Oppure dovremmo rifare Sofocle solo in peplo?
    Questo non vuol dire che non si possa riproporre un testo classico in costume, anzi! Solitamente però è la scelta più comoda, perché è più facile conformarsi a ciò che il pubblico si aspetta per una tale rappresentazione, mentre un’attualizzazione di un testo è sempre più rischiosa, primo perché è evidente il “tradimento” del testo, secondo perché la mancata rappresentazione (riconoscibile e condivisa) del reale sarebbe avvertita come un doppio tradimento.
    E’ per questo che i grandi registi solitamente evitano di rappresentare le storie “note”: spesso gli spettatori hanno delle attese molto “conformistiche” – che per di più sono spesso dettate da precedenti spettacoli tv.

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