Scrive di notte, mentre di giorno si “divide” fra marito, figli, lavoro, preghiera e mille altre commissioni o impegni che affollano la sua agenda. Dichiarandosi perennemente «in ritardo su tutto», Costanza Miriano svela che le piacerebbe avere tempo per correre le maratone ma che preferisce affiancare i figli nei compiti. E lo dice con un sorriso in cui dolcezza e autoironia si mescolano inesorabilmente, suscitando simpatia. Una donna multitasking come tante, a cui piace curare il suo look non solo esteriore, innamorata della vita e della fede che cerca di testimoniare in giro per l’Italia.
Adesso, che sia io a difendere l’importanza, il valore, la sacralità del nome è davvero surreale. Io i nomi me li dimentico qualche decimo di secondo dopo averli sentiti, senza battere ciglio. A volte non li sento neanche mentre me li stanno dicendo, tutta presa come sono dall’osservare le facce, per cercare di carpire i segreti più profondi – sarà felice? – da una piega della palpebra, dalla postura. Non mi ricordo un generale, un presidente, una città neanche se mi pagano; attraverso sale piene di gente con un sottile senso di panico, studiando formule generiche e il più possibile vaghe – “eh, che bello, era tanto che mi chiedevo come stessi”; “ti ho pensata” – per prendere tempo nella speranza di ricordarmi come cavolo si chiama quella persona che lo so, ne sono certa, io conosco bene, benissimo. Continua a leggere “La questione del cognome, un attacco alle radici”→
«Mamma, il pericolo è il tuo mestiere. «Oddio, non direi. Anche se alla fine lo scivolone kamikaze in piscina l’ho fatto». «No, dicevo che è la mamma il mestiere più pericoloso. Fai un figlio, e non sai quello che ti capita. Poi te lo devi tenere tutta la vita. Con me ti è andata bene». Non l’avevo mai pensata così, in effetti, e a vederla da questa angolatura fa un po’ paura, più del kamikaze (l’addetto alla piscina mi ha assicurato che non era mai morto nessuno lanciandosi dal tubo giallo, comunque, e non ha fatto nessuna osservazione spiritosa sul fatto che sembravo seduta su un bidet quando sono scesa). Essere una famiglia significa consegnarsi per sempre a delle persone a cui sarai legato per tutta la vita (e con un figlio non sai mai chi ti metti in casa, come diceva Achille Campanile). La cosa può dare una certa vertigine. Per sempre, soprattutto in quest’epoca dello spontaneismo in cui viviamo, è un bel po’ di tempo. Continua a leggere “Non supereroi ma genitori che si amano”→
Settembre, è tempo di squadernare sul tavolo la mappa della città, infilare le bandierine delle attività dei figli (che vuol dire «non voglio fare sport, al limite parkour»? Tu lo sai, sadico figliuolo, che ti dovrei portare a rischiare la pelle dall’altra parte della città due volte a settimana?), delle scuole, degli orari di ricevimento dei prof, del catechismo con quel sacerdote santo che sta a un’ora di traffico da qui. È tempo di piangere sommessamente guardando la pila dei documenti da riordinare, o di scuotere le spalle contemplando il cesto dei panni. È tempo di stringere i denti trattenendo il fiato, pensando che il peggio passerà, aspettando il momento in cui la vita diventerà facile come una mattina in cui l’autobus passa e il direttore non arriva prima di te e non sbagli giorno per il dermatologo di tuo figlio. Continua a leggere “Settembre, andiamo…”→
Io ho due modi di cucinare. Il primo è la modalità base. Alle otto di sera apro il frigo e quello che cade dallo sportello, o che straborda, o che sta per scadere, vedo di renderlo in qualche modo consumabile. Si capisce subito quando sono in modalità base, perché automaticamente, senza alcuna esitazione, nell’istante in cui accendo forno o fornelli agguanto un cordless – che solitamente si trova nascosto da un cuscino o sotto una pila di giornali – e chiamo un’amica, o mia mamma, o mia sorella per chiacchierare un po’. Quando cucino così distrattamente (soprattutto quando mio marito è fuori per lavoro) non è che mi vengano dei capolavori, e i miei figli purtroppo lo sanno bene. Continua a leggere “La modalità ospiti”→
Ogni bambino è di per sé simbolo e sacramento della libertà personale. È un nuovo libero arbitrio che si aggiunge ai liberi arbitri del mondo.
(G. K. Chesterton)
Distruggere la famiglia. È l’imperativo categorico che in ogni tempo ha animato le macchine totalitarie. (1)
Le ideologie sono vere e proprie agenzie di separazione familiare. Sempre, con ostinazione pari solo alla loro ferocia, hanno cercato di dare vita alla più assurda e innaturale delle astrazioni: il mito di un « individuo puro ». Nella realtà storica, infatti, non si dà un individuo assoluto: non esiste un essere emancipato da ogni legame, privo di relazione con qualche suo simile. Continua a leggere “La natalità come salvaguardia della libertà”→
L’ultima frontiera è sparita, l’ultimo muro finalmente abbattuto: la giostra di ovuli venduti, uteri affittati e spermatozoi in comodato d’uso ha sancito la fine del romano principio per cui Mater semper certa est, e ora le donne si ritrovano a condividere l’amletico destino del pater autem incertus. La perfetta parità tra uomo e donna è raggiunta, segno X dunque, non vince nessuno, perde solo il buonsenso, ma tanto era già moribondo. E quasi per un gioco del destino è proprio un caso romano, quello dell’ospedale Pertini, ad aver sbattuto in prima pagina e in faccia agli italiani questa nuova fantastica realtà.
Ma l’ingegneria genetica è già pronta ad offrirci nuovi piccoli passi che diventeranno balzi da gigante per l’inumanità; Continua a leggere “Tre tre, giù giù”→
Parigi. Dovranno farsene una ragione le fanciulle di Osez le féminisme! e del Collectif éducation contre les LGBTphobies, che giovedì dalle pagine del Monde hanno chiesto al ministro dell’Educazione nazionale, Benoît Hamon, di ufficializzare quanto prima la generalizzazione del movimento “Abcd de l’égalité”. Perché il programma scolastico pro gender – promosso dall’ex ministro Vincent Peillon e dall’attuale ministro per i diritti delle Donne, Najat Vallaud-Belkacem, con il pretesto di decostruire gli stereotipi sessuali e di lottare contre le disuguaglianze tra maschi e femmine – non andrà oltre lo stadio della sperimentazione (attualmente sono 275 le scuole coinvolte). Continua a leggere “La Francia abbandona il progetto gender nelle scuole.”→
«Ho passato anni della mia infanzia a fantasticare su di lui. Costruivo castelli sulle poche cose che sapevo: capelli biondi, occhi azzurri, laureato. Giorni frenetici e notti insonni passate a immaginare il suo carattere, le sue passioni. “Forse era un musicista, come me”, mi dicevo, “forse era un’artista squattrinato, per questo l’ha fatto, aveva bisogno di soldi”. Poi ho scoperto che il donatore numero 81 era un professionista affermato, un medico che si definisce credente. Il mio padre biologico».
Avviso. Questo è un noiosissimo post di puntualizzazione. Astenersi affetti da narcolessia.
A febbraio sono stata invitata da Matteo Maggisano, un ragazzo che scrive per il giornale della Luiss, a parlare nell’aula magna dell’Università sul tema della famiglia, con Monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della famiglia. Pur avendo duemiladuecento, e non è un numero iperbolico, mail arretrate, i due nomi tanto prestigiosi – Luiss e Pontificio Consiglio – mi hanno risvegliata dal letargo postale, e ho avuto la prontezza di leggere e ovviamente accettare di buon grado l’invito.
Domenica, l’altro ieri, a tre mesi dall’invito, comincio a ricevere da varie fonti notizie di qualche malumore sollevato dalla mia presenza, soprattutto – pare, mi riferiscono – dai simpatizzanti delle organizzazioni LGBT. Arruolo subito i più imponenti dei miei amici, Mario Adinolfi e padre Maurizio Botta, per l’eventuale “servizio d’ordine”. Lunedì, già pronta col paradenti e la tuta di seta – sul ring sì ma con stile – ricevo l’invito da parte degli organizzatori a sedere al tavolo con alcuni esponenti di organizzazioni per i diritti degli omosessuali. Più che un invito in realtà si rivela un diktat, perché al mio diniego l’incontro viene cancellato (non posticipato) anche se mi dico disponibile, ovviamente, a rispondere alle domande di chiunque a fine incontro. Chiedo di motivare per iscritto la decisione, e ricevo una mail che parla di non meglio specificati problemi organizzativi, e di rispetto delle varie correnti studentesche. Continua a leggere “Un po’ di chiarezza”→
Oggi pomeriggio vado a Messa col duenne, il quale, naturalmente, non sta fermo un attimo, e perciò ci posizioniamo nelle panche in fondo, ben oltre la distanza di sicurezza dalle vecchiette delle prime file (le quali per un’inspiegabile legge di natura son tutte sorde, eppure sentono ogni minimo miagolio di bimbo a chilometri di distanza). Fattosta che il pargolo inizia ad arrampicarsi sull’inginocchiatoio, tentando l’equilibrismo per raggiungere l’immancabile targhetta dello sponsor della panca.
Un’amica talmente amica che ha omesso di dire tutto quello che lei ha fatto; e detto e non detto e speso di tasca propria in senso materiale e spirituale . E così ci ha permesso di calare , novelli Visigoti, su una Roma abituata ai sacchi (a pelo) e di compiere questo pellegrinaggio in modo piacevole, divertente, altrimenti impossibile.
Che ha convocato , sotto mentite, dolcissime e ricciolute spoglie, un angelo custode di nome Filomena (e di fatto. “Filomena”, participio medio passivo femminile di fileo. Colei che è amata. Ps: fare riferimento di continuo all’etimo greco o latino delle parole fa parte del mio progetto di vita “si capisce che ho fatto il classico, nevvero?”) Continua a leggere “Così si fa. Parte seconda.”→
Va bene, lo confesso, se non fosse stato per la mia amica, io in piazza per la canonizzazione dei due Papi non ci sarei andata. Non mi sarei alzata alle quattro, non sarei arrivata in via della Conciliazione alle cinque, non avrei percorso tunnel e strade e marciapiedi intasati, non mi sarei lasciata pressare da orde di persone incontrollabili e sinceramente anche un po’ inquietanti (e se ora, esattamente ora, dovessi andare di corsa da uno dei miei figli che è caduto e ha battuto la testa?), non avrei fatto file spiaccicata contro transenne, non avrei rischiato un malore come tanti. Sarei rimasta a casa con i miei figli, a fare la mamma e la moglie, certa che non sarei stata meno fedele alla Chiesa né meno devota al Papato se fossi mancata. Continua a leggere “Così si fa”→
«Ti direi cacio e pepe. Ma oggi è giovedì, ci sono le pappardelle al ragù di cinghiale…». Nascosta in una delle vie comprese tra l’Ostiense e la Cristoforo Colombo, c’è una di quelle trattorie in cui puoi capitare solo per caso. Un onesto ristorante di periferia, frequentato solo da chi abita nei dintorni di una Roma che guarda a sud, quasi all’Eur, dove ci sono palazzoni e non palazzine, terrazzi e non attici. Tra sala e cucina lavorano tre bengalesi, un albanese, un italo-marocchino più Gigi, che insieme a un’altra cameriera e al titolare Christian è l’unico italiano.
Fuori dai confini della Capitale il cameriere «Gigi», il ragazzo trentaseienne che decanta una «cacio e pepe» ma consiglia «il ragù di cinghiale», è uno sconosciuto. Non a Roma. Perché la faccia di «Gigi» la trovavi al tg regionale e sulle cronache locali. Perché Gianluigi De Palo detto «Gigi», cameriere part-time, fino all’anno scorso era assessore alla Famiglia del Comune di Roma. Uno degli uomini della giunta Alemanno.
Abbiamo ricevuto da Sara la lettera che segue e una proposta: quella di pubblicare una di rubrica per il blog, “Succede oggi”, una sorta di diario di “mamma in azione”.
di Sara Nevoso
Cara Costanza,
ti scrivo perchè ti sento vicina. Sarà perché ho sempre desiderato scrivere, sarà perché ho tre bimbi, oppure perché sono cattolica e cerco di seguire Santa Romana Chiesa, magari per tutti questi motivi insieme.In realtà approfitto di questa lettera per fare chiarezza, prima di tutto a me stessa. Continua a leggere “Succede a Sara”→
1. Siamo entrati nella Quaresima dell’anno 1994, Anno della Famiglia, voluto dall’ONU e dalla Chiesa. Tra i compiti che, durante questo Anno, occorre mettere in evidenza in campo sia ecclesiale che civile vi è il consolidamento del legame familiare e della vera identità della famiglia. Per questa ragione la Lettera alle Famiglie, che verrà pubblicata martedì prossimo, 22 febbraio, è prima di tutto un invito alla preghiera per le famiglie e con le famiglie.
Oltre il tormento acustico dell’aspirapolvere che qualcuno sta passando, emerge un’onda d’urto sonora che mi riga la faccia di smorfie. «Perché fanno tutto ‘sto casino?!» Mi rivolgo a mia moglie, già psichicamente logorato, alle 8:00 del sabato mattina. Radiosa mi risponde: «Stanno giocando». Continua a leggere “Sclero, sbraito, servo.”→
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