Per quel poco che capisco di teologia, la questione in gioco con Fiducia supplicans è – riducendola fino all’osso – una questione di fede. Non è una roba di benedizioni discendenti o ascendenti, pubbliche o private, davanti all’altare o in fondo a destra, 15-20 secondi o 35. Non è neanche una questione di permettere o no certe condotte, lo sappiamo che la Chiesa non permette niente, ma perdona tutto, a differenza del mondo, che permette tutto, ma non perdona niente.
Nel capannone di una fabbrica dismessa alla periferia di Milano, un artista che si chiama Anselm Kiefer ha innalzato sette torri a prima vista pericolanti, fatte di piombo e cemento armato, alte quasi 20 metri. L’installazione si chiama I Sette palazzi celesti ed è stata ideata per lo spazio espositivo Hangar Bicocca. Camminandoci nel mezzo, si avverte lo sconforto che trasmette un paesaggio bombardato, unito alla colossale spinta verticale degli edifici.
Il mio paesino è tagliato in due dalla ferrovia. La chiesa sta di qua, con la posta, il comune e la maggior parte delle case. Altre abitazioni sorgono al di là dei binari. Il mio parroco ha deciso che sarebbe stato un bel gesto di vicinanza celebrare una messa nella metà meno servita, ma popolata densamente.
Caro genitore che guardi con sospetto tuo figlio che non ha messo nessun libro nella valigia del mare, ti devo parlare.
È dimostrato che nessuno si può appassionare per obbligo. Quindi, se speri di vederlo immerso nelle pagine come effetto della tua arrabbiatura, inizi male. Piuttosto fai sparire i libri dagli scaffali, trattali con il riserbo di formulari per iniziati. Svendere un prodotto ne diminuisce il valore. Sfrutta le leggi del mercato (e il potere della proibizione).
Dei sette vizi capitali, ce n’è uno che non prendiamo sul serio. È la gola. Alzi la mano chi lo riconosce come proprio difetto in confessionale. La smodatezza nel mangiare e nel bere è tollerata con compiacenti sorrisini, a volte è imposta ai bambini (“Ancora un cucchiaio!”), si impiega per festeggiare sacramenti e cerimonie.
È pacato e ostinato, innamorato di Dio e del Centrafrica, dove Dio lo ha portato nel 1992, e dove, da allora, vive e lavora senza risparmiarsi per arginare la povertà e per costruire la pace in un Paese che pace, da troppi anni, non trova. Ogni volta che lo incontro, padre Aurelio Gazzera, missionario carmelitano, cuneese d’origine, mi dona qualcosa: un calendario pieno di foto della sua gente, il suo libro appena uscito, una stoffa africana inzuppata di colori, i racconti del suo mondo, appassionati come quelli di una madre che non si stanca mai di parlare dei propri figli.
Il Primo maggio l’Italia festeggia i suoi lavoratori. C’è il concertone in piazza San Giovanni, le scuole vuote e i parchi pieni e, usanza un po’ contraddittoria ma essenziale, per festeggiare il lavoro non si va a lavorare.
Se avessero invitato Francesco d’Assisi al Sinodo dei giovani, probabilmente, a vent’anni, si sarebbe rifiutato di andare. Sfoggiava sontuosi vestiti inusuali, usciva tutte le sere con la stessa brigata di amici ubriaconi, declamava in perfetto francese fantasiose storie provenzali, suscitando l’ammirazione delle ragazze equivoche che affollavano i locali. Continua a leggere “Il sinodo dei giovani assenti”→
A me non verrebbe mai in mente di andare dal fornaio e suggerirgli un tempo diverso per la lievitazione del pane perché l’ho sentito a Bake Off. Tantomeno ho mai consigliato al mio parrucchiere il tipo di forbice da usare, mi limito semmai ad indicare l’effetto complessivo che voglio ottenere con il nuovo taglio. Continua a leggere “Le professioni collegiali”→
Ho letto questo titolone: “La Chiesa di Svezia smetterà di riferirsi a Dio al maschile: -Non ha genere-”.
L’assunto è semplice: se il Creatore è infinito, sfugge alle nostre classificazioni terrene, quindi è pure gender-free (se volete altri scoop: Dio non ha neppure la barba, né l’abito bianco, né il volto di Morgan Freeman). Continua a leggere “Sei Padre?”→
Molte scuole superiori cattoliche stanno rendendo facoltativa la Santa Messa d’istituto di Natale. È una notizia che non sentirete al telegiornale, ma che anima dibattiti nei collegi docenti, tra insegnanti, studenti e genitori.
Chi applaude alla scelta, ricorda che la fede non può mai nascere per costrizione, fa notare che al momento della comunione, un intero popolo di ragazzini che si è guardato intorno perplesso fino a un momento prima, si alza e riceve il Signore, senza aver chiaro il valore del gesto, senza nessuna adesione interiore.
Dmitry Itskov è un miliardario russo che ha il sogno di diventare immortale. Uomo di successo, danaroso, belloccio, un giorno ha pensato che tutte le sue fortune potevano essere messe in crisi da una eventualità piuttosto comune: la morte. Così ha deciso di investire in ricerca, sicuro che la tecnologia sarà presto in grado di risolvere alcuni problemi accidentali come la calvizie, le rughe o i tumori. Secondo Dmitry, nel 2045 potremo salvare su chiavetta il nostro cervello, e servirci di un ologramma come corpo; insomma, saremo degli highlander digitali. La previsione è suggestiva, ma io intuisco dei problemi. Il primo è che se io salvassi il mio cervello su chiavetta, poi dovrei sempre chiedere a mia moglie se recentemente l’ha vista in giro. Il secondo è che mia sorella che fa il medico dovrebbe buttare in spazzatura i suoi anni di sacrifici universitari, perché non avrebbe più vecchine coi dolori da rassicurare. Il terzo è che se davvero nessuno più morisse, in pochi decenni saremmo così tanti da non sapere più dove accidenti proiettare la nostra incorruttibile rappresentazione 3d.
Tre africani vanno in bicicletta in autostrada, qualcuno li fotografa e sul web si inizia a ironizzare: “Ecco le risorse per l’Italia di domani!”. Sono quotidiane le critiche all’aspetto dei richiedenti asilo: “Hanno muscoli da palestra e i palmari in tasca”. Persino dalle comunità di accoglienza a volte giungono segnali di preoccupazione: “Gli abbiamo offerto pastasciutta, ma loro pretendono il loro cibo tradizionale”.
Qualcuno, sull’altro fronte, si premura di smentire le accuse, sottolineando che gli immigrati sono sempre laureati, non vedono l’ora di lavorare e quando vogliono qualcosa chiedono sempre “Per favore”.
Le bocche delle scuole a forma di portone hanno divorato in pochi giorni i ragazzini. Da metà settembre, la mattina, è un fatto solo per adulti infreddoliti impegnati in qualche commissione. Gli alunni, ancora sbigottiti, si impilano sui treni, sciamano con gli zaini negli stessi vialoni, finché la campanella delle otto mette fine al loro sogno bimestrale di libertà, definito per brevità “vacanze estive”. Continua a leggere “Cosa può l’educazione”→
“I pesci rossi dimenticano tutto ogni trenta secondi. Quindi odieranno la nostra famiglia giusto il tempo che ci servirà per gettarli nella fontana vicino al cimitero. Poi amici come prima”. I miei figli mi guardano perplessi. Fino all’ultimo hanno provato a escogitare soluzioni per portare con noi al mare Snoopy, Bianchino e Clown. Io ho calcato un po’ la mano. Ho spiegato che le vibrazioni dell’automobile avrebbero gonfiato le vesciche natatorie fino a trasformare i loro amici in palloncini. Che non è vero che liberandoli nel mare si sarebbero trovati bene, perché il sale li avrebbe sciolti come biscottini Plasmon nel thè caldo. Poi l’idea della fontana. “Vi prometto che ogni domenica li andremo a trovare. Ad ogni compleanno porteremo chili di mangime”. Mi osservano di traverso, per capire se si possono fidare. Poi annuiscono: “Va bene”. Continua a leggere “Addio pesci”→
«I pesci rossi dimenticano tutto ogni trenta secondi. Quindi odieranno la nostra famiglia giusto il tempo che ci servirà per gettarli nella fontana vicino al cimitero. Poi amici come prima». I miei figli mi guardano perplessi. Fino all’ultimo hanno provato a escogitare soluzioni per portare con noi al mare Snoopy, Bianchino e Clown. Io ho calcato un po’ la mano. Ho spiegato che le vibrazioni dell’automobile avrebbero gonfiato le vesciche natatorie fino a trasformare i loro amici in palloncini. Che non è vero che liberandoli nel mare si sarebbero trovati bene, perché il sale li avrebbe sciolti come biscottini Plasmon nel tè caldo. Poi l’idea della fontana. «Vi prometto che ogni domenica li andremo a trovare. A ogni compleanno porteremo chili di mangime». Mi osservano di traverso, per capire se si possono fidare. Poi annuiscono: «Va bene». Continua a leggere “La fragilità delle passioni e l’arte di perdonare”→
Nella classifica dei vizi dell’estate 2017, si fa strada verso il vertice una abitudine diffusa, la cosiddetta “soluzione nel taschino”, io ne registro esempi con frequenza sempre maggiore. In ogni fila in banca o al gelataio, in qualsiasi locale deputato ad aspettare, si palesa presto un capopopolo pronto a spiegare ai presenti la banalità del nodo che li trattiene.
Sala d’attesa del medico. Un cinquantenne coperto di sudore agita in aria la sua cartellina delle analisi, e sbotta: “Basterebbe togliere il numero chiuso a medicina, e avremmo più dottori. Risolveremmo la questione delle file”. Continua a leggere “Esercizio interiore per bagnanti”→
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