Cosa mi salvò quando morì mia figlia. E dopo

di autori vari

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di Fiammetta Portinari  per La Croce quotidiano

Il fatto di cronaca recente riguardante l’eutanasia applicata ad un diciassettenne belga ha sollevato un ampio dibattito e questo è doveroso, perché il tema è scottante, critico, cruciale direi. C’è chi ha fatto discorsi generali sulla perdita di umanità di una società che preferisce suggerire la morte rapida ai suoi malati sofferenti piuttosto che occuparsi di curare e lenire il loro dolore. C’è chi ha esaltato la ricchezza che il malato costituisce per chi gli sta accanto, magari raccontando la propria toccante e tragica esperienza.

Dall’altra parte, il solito trito e ritrito argomento: ma chi sei tu per giudicare. Non si può giudicare il dolore di un malato, la sua disperazione o la sua determinazione ad andarsene. Non si può giudicare il dramma dei genitori di un minore terminale e il loro desiderio di porre fine alle sue sofferenze. Ciascuno ha il diritto di decidere per sé e arrangiarsi nella propria sofferenza come meglio crede. In questo dibattito tra sordi, mi inserisco io, con il racconto umile e scalcagnato della mia esperienza.

Io ho accompagnato una figlia al cimitero, dopo esserle stata accanto nel peregrinare ospedaliero, tra interventi, ricoveri e visite. Avevo a casa altre due creature, avevo un lavoro, avevo una vita perfetta prima che mi capitasse tra capo e collo questa disgrazia. Quello che non avevo era una fede decente a sostegno, quindi ero esattamente come la maggioranza delle persone: sola, dispersa e seccata.

La mia bambina aveva bisogno della mia presenza, delle mie cure, del mio amore. E a me costava tanto sacrificare tutto il mio tempo restando seduta su una sedia di fianco ad un letto in ospedale, parlando coi medici, assistendo alle cure inevitabilmente anche un po’ tortura. Non c’era nessuna poesia nel suo pianto flebile e nel mio cuore sfranto, non c’era nessuna aulica benedizione celeste in quella sofferenza innocente e nella mia stizzita impotenza, non c’era niente da imparare dall’incedere lento e inesorabile delle lancette tra un giro visita e l’altro. Io avrei mollato, se avessi potuto. Ma una via di fuga non c’era, semplicemente mettevo un piede davanti all’altro e da mattina si faceva sera, da sera si faceva mattina. Poi mia figlia peggiorò, il destino incedeva più svelto.

All’ultimo arrivo al pronto soccorso i medici mi dissero: «Signora, sua figlia è in pericolo di vita» e restarono allibiti dalla mia faccia impassibile. Ma quello era un lutto che io avevo già elaborato, loro che ne sapevano del futuro che non mi era stato concesso di immaginare? Che ne sapevano delle percentuali di sopravvivenza che ad ogni visita si assottigliavano? Che ne sapevano dei pianti stanchi sul tavolino dell’ospedale, davanti ad un piatto di patate lesse, mentre guardi la flebo scendere lentamente? Poi l’ultima notte in terapia intensiva, di fianco a quel corpicino sofferente che lottava, mentre io cadevo dal sonno, afflosciata sulla poltrona a lato del letto.

Mi ha svegliato di soprassalto il fischio del monitor: cuore fermo. Veloci medico e infermieri mi hanno invitato a uscire, mentre praticavano l’ultimo disperato e inutile tentativo di rianimazione. Venti minuti. Fuori. Vuota. Per la prima volta ho pregato, una preghiera assai poco nobile: Signore, falla morire, oppure fa morire me, che è lo stesso. E intanto guardavo a che piano eravamo, caso mai fosse servito fare un volo. Non servì, perché il medico uscì affranto per annunciarmi che era morta. Io allora piansi, perché non stava bene non piangere. Poi piansi perché mi sentii in colpa, come se l’avessi ammazzata io. Poi piansi perché mi sentivo inutile, perché non avevo più nessuno di cui prendermi cura con tanta assiduità. Poi piansi perché non riuscivo a dare un senso a tutta questa vicenda, un cumulo assurdo di dolore insensato, senza lieto fine. Piansi per giorni e giorni. Poi smisi di piangere e tentai il suicidio.

Per dire che il dolore più grosso mi cadde addosso dopo, quando in teoria tutto doveva lentamente e mestamente evaporare in una luccicante e commovente nuvola di ricordo. E invece no, il dolore era rovente per aver amato poco e male: pur non essendo un’aggravante in senso medico, era senz’altro per me concausa della morte di mia figlia, del suo arrendersi e cedere, alla fine, all’affanno di un cuore malato. In questa storia non avete notato che manca qualcosa? Manca il punto di vista del malato, manca lei, la mia piccolina occhi grandi. Lei che sentiva la mia voce dal corridoio ed esultava nella culla, lei che smetteva di piangere quando la prendevo in braccio, anche se l’ago continuava a perforarle il piede; lei che una volta rise, con un’espressione beata come io non ne avevo mai vista sul volto di nessuno, guardando dietro le mie spalle, guardando chissà chi che io non vedevo, e poi si addormentò come in paradiso. Lei non ci pensava proprio a morire, ma se io avessi pianto di continuo, se io fossi crollata sul pavimento tutti i giorni, certo avrebbe lottato di meno.

Tra un figlio malato e i suoi genitori esiste un legame che va al di là dell’affetto, è un debito di vita, un parassitismo esistenziale reciproco, una simbiosi. Il primo che cede, tira giù tutto, tira giù tutti. E non è un bel cadere. Nel dolore che a volte, maledetto e farabutto, attanaglia una famiglia colpendo il suo membro più piccolo e fragile, non c’è nessuna nobiltà e nemmeno nessuna colpa: capita e basta ed è uno schifo. Ma non ci sono scorciatoie, non ci sono vie facili per uscirne sani, ogni strada è una strettoia spinosa, ogni cura è un calvario, ogni scelta alternativa un grado di giudizio spietato, ogni esame un verdetto. Di queste storie dal finale già certo importa drammaticamente tratteggiare il “come” molto più che il “quando”, perché il figlio malato smetterà di patire ma i genitori no, essi resteranno a far da memoriale ad ogni lacrima versata e ripercorreranno ogni attimo in cerca del sollievo che solo una coscienza retta può dare.

Nella storia di mia figlia non trovo uno spazio per infilare l’eutanasia, è una possibilità che non mi è mancata. Ma se ci fosse stata e i medici mi avessero parlato di lenire sofferenze (le sue, per intendere poi le mie), forse l’avrei presa in considerazione, nel grigiore squallido dell’ospedale, nell’odore insistente di disinfettante, nella stanchezza di una situazione poco sostenibile. Però sinceramente avrei gradito di più un letto accanto alla culla di mia figlia, invece che una poltrona, e magari un pasto decente al posto di riso e patate lesse tutti i giorni. Anche uno psicologo che ti dice “ce la puoi fare” invece di uno che ti prospetta quanto sarebbe bello se tua figlia morisse subito, avrebbe sortito qualche effetto positivo. Per dire che non è vero un fico secco che ciascuno è libero di scegliere: in quei momenti non sei libero, sei distrutto, fragile, bisognoso di tutto, sopra ogni cosa affamato di umanità e conforto. A

gli avvoltoi sciacalli travestiti da angeli della morte che si fanno vicino con espressione accorata per dirti che, se vuoi, può finire tutto con un’iniezione, bisognerebbe far provare la disperazione cieca e incolmabile che divora il cuore di un genitore placcato da un senso di colpa irrazionale e immotivato, figuriamoci poi se ha firmato il modulo che decreta la morte del figlio! E in ultimo, io sono ancora viva solo grazie a Dio, che si è fatto straordinariamente vicino e si è portato via tutto il mio dolore. Non il tempo, non l’auto convincimento che va bene così. Dio. E per un genitore senza Dio che ammazza il figlio sofferente è garantito l’inferno in terra. Di là, non so.

19 Responses to “Cosa mi salvò quando morì mia figlia. E dopo”

  1. “Per dire che non è vero un fico secco che ciascuno è libero di scegliere: in quei momenti non sei libero, sei distrutto, fragile, bisognoso di tutto, sopra ogni cosa affamato di umanità e conforto”

    Grazie per la condivisione.
    Approfitto per testimoniare la semplice umanità dei medici, infermieri, psicologi e collaboratori del Bambin Gesù di Roma; ci hanno aiutato a superare i dodici interventi chirurgici subiti da mio figlio Francesco nei suoi primi tre anni di vita.
    Nessuno ci ha mai illusi, ma sono stati e sono sempre lì. E questo, al di là della professionalità che è indiscussa, credo sia fondamentale…

  2. Grazie Fiammetta.

    • Che dire?? Quando leggo queste cose al di la dell’incredibile fortuna di non aver subito questo calvario penso che siamo davvero fatti ad immagine e somiglianza del Buon Dio visto che qualcuno di noi può passare e condividere questo e restare vivo.

  3. Grazie Fiammetta… per il tuo dolore rovente, per aver “amato poco e male”, come tu dici… e grazie per aver gridato quella verità che gli avvoltoi sciacalli travestiti da angeli della morte non dicono mai: “per un genitore senza Dio che ammazza il figlio sofferente è garantito l’inferno in terra.” Grazie.

  4. “Per dire che non è vero un fico secco che ciascuno è libero di scegliere: in quei momenti non sei libero, sei distrutto, fragile, bisognoso di tutto, sopra ogni cosa affamato di umanità e conforto”

    Fare poster da stampare ovunque.

    Grazie per la testimonianza.

  5. Ho le lacrime agli occhi.. grazie. Tutto vero e condivisibile

  6. ogni parola sarebbe banale o insufficiente per chi come Fiammetta ha affrontato o affronta storie come queste. Veramente imploriamo il Buon Dio di far sentire nel vostro cuore quella pace che Egli solo sa dare.

  7. Io sono una mamma di 4 figlie, nel 2010 eravamo una famiglia normalissima con quattro bambine, una di sei anni e tre fantastiche gemelle di 3 anni e mezzo, le tremelle le chiamavo io, sempre pronte a combinare qualche marachella in casa.

    Vorrei raccontarvi della gestazione difficile, immobilizzata a letto, della scoperta della gravidanza trigemina spontanea, rarissima, inattesa e rischiosa.
    Vorrei raccontarvi delle nostre paure quando ce l’hanno detto, per i rischi, per le difficoltà economiche a cui saremmo andati incontro (passare da tre a sei in un colpo solo vuol dire cambiare casa e macchina, tanto per cominciare), perchè sapevamo che saremmo stati battitori liberi senza nonni, zii o cugini che potessero aiutarci a cullare o cambiare pannolini nei primi tempi.
    Vorrei tanto raccontarvi di come subito dopo averci dato la notizia della trigemia ci hanno proposto di ‘eliminarne’ uno o due…subito, lì per lì “così non lo saprà nessuno”. Vorrei , ma bisognerebbe scrivere un libro, magari anche noioso, chissà , di quelli che non compra nessuno e non legge nessuno; per cui vi racconterò solo l’altra parte della storia, quella di Ilaria e della famiglia che l’ha accompagnata fino in cielo.

    Nel 2010 io ero stanchissima perchè senza aiuti con 4 bambine sotto i 6 anni normalmente lo si è, a meno di non avere ad esempio un asilo che le accolga per qualche ora, in modo che in quel tempo si possano fare le commissioni necessarie senza fare la dea calì o avere la vista stereoscopica, ma siccome l’asilo non è un diritto noi riuscivamo a mandarle al nido solo per tre ore al giorno, giusto il tempo di fare la spesa o la fila alla posta senza girare con il passeggino da tre, che poi a quell’età è roba riservata ai palestrati! Mi ricordo che una volta girando per strada con il passeggino mi sono slogata un polso e al pronto soccorso il medico che me lo fasciò mi ordinò il riposo totale, poi guardando le nostre 4 figlie che correvano di qua e di là si corresse ‘provi almeno a fare poco!’

    A settembre di quell’anno le tremelle avrebbero finalmente iniziato l’asilo ed io ero entusiasta di potermi riprendere un po’ di libertà dopo la parentesi degli ultimi 4 anni, ma all’improvviso mi scoprono un nodulo al seno, faccio un controllo e non risulta niente di grave…questo episodio sembra non c’entri nulla, ma io almeno una cosa della vita l’ho capita ed è che il caso non esiste, niente succede per caso, magari lì per lì sembra nulla di rilevante, ma poi riflettendoci a distanza di tempo capisci che non era stato un dettaglio da nulla, era magari un’ indirizzo, una dritta o una preparazione ad un dopo importante.

    Beh io mi ricordo perfettamente che ritornando a casa da quell’esame ringraziavo Dio perchè se fosse stato un tumore non avrei saputo come fare con le bambine, non avrei avuto le forze per dargli quello di cui avevano bisogno e di sicuro la società in cui lavora mio marito, una delle tante grosse multinazionali americane, non lo avrebbe messo nelle condizioni di essere presente, perchè non l’ho ancora specificato ma mio marito per lavoro viaggia, sempre, dal lunedì al venerdi a casa non c’è.

    Passano 15 giorni da quel giorno e Ilaria inizia ad avere mal di pancia, terapie solite del pediatra, ma il mal di pancia continua, la faccio vedere da altri 4 pediatri che mettono e tolgono medicine e consigli, ma il mal di pancia peggiora e Ilaria non vuole più mangiare. Dopo una settimana inizia il vomito la riporto di nuovo in ospedale dove non capiscono e mi rimproverano perchè la causa sembra una dieta sbagliata.

    La porto al pronto soccorso del Bambin Gesù facciamo una fila lunghissima, da mattina diventa sera, la tentazione di tornare a casa è fortissima, ma qualcosa mi dice di aspettare e quando la visitano chiamano il neurologo che intuisce subito, ma non mi dice nulla per non spaventarmi, ‘facciamo una risonanza, intanto vi ricovero’.

    Ero da sola, il papà a casa con le altre tre, non avevo capito la gravità, ora lo so: nessuno fa una risonanza ad un bambino se non ha dei forti sospetti, l’intuizione della gravità per me arriva proprio durante l’attesa delle risonanza, un’ora circa lì fuori nella saletta d’attesa alle 22,00 di un sabato a pregare in silenzio che non sia nulla, a supplicare che hai capito e che di sicuro da quel giorno avrei visto ogni cosa in modo diverso…Poi arriva il neurologo va dentro ed io lì fuori in attesa mi sono messa ad origliare come una scolaretta, col cuore in gola e l’angoscia sulla pelle. Ascolto e sento: ‘queste neoplasie in genere colpiscono i maschi di 9 anni…’

    ‘Maschi’ mi ripeto… ci sarà un altro bambino dentro, mi sforzo di crederci, ma non c’è nessun altro genitore che aspetta, solo io, solo Ilaria.

    Alle 23,00 mi fanno entrare: sua figlia ha un tumore al cervello…Vuoto, avrei voluto tanto svenire per poter scappare ed invece ascoltavo e rispondevo lucida con le gambe che non mi reggevano.

    Ilaria ha solo 3 anni e mezzo, perchè ? Perchè proprio noi ? Signore cosa abbiamo fatto di male?

    Durante il colloquio la riportano in camera e quando finisce, io rifaccio tutti i lunghi corridoi in fretta con un solo pensiero: se è sveglia e non mi vede sarà terrorizzata. Questo pensiero di amore mi salva, perchè la tentazione di scappare in ogni modo da quel dolore atroce è enorme. Non mi importava più niente delle mie responsabilità o del resto della famiglia, perchè il dolore profondo fa questo, ti annienta.

    Trascorro la notte a piangere disperatamente ed a cercare di riflettere su come fare per organizzarsi, si prospettano già due interventi di neurochirurgia e poi ci sarà il dopo sulla cui gravità o durata c’è incertezza totale.

    Nella notte tra le lacrime e i singhiozzi inizio a pregare in silenzio:’ Signore aiutaci, dimmi come fare, dammi la forza per viverlo’, inizio un giro di messaggi tra gli amici e le persone più vicine e gli chiedo di pregare per Ilaria e per noi…E quella stessa notte vediamo gli amici che si muovono, fanno 70-80 km solo per dirci che ci sono e che pregheranno tutti per noi.

    Nei giorni seguenti tutto man mano si inquadra, inaspettatamente i nonni si offrono di tenere le altre bambine, le trasferiamo e la più grande è subito accettata in un’altra scuola mentre le piccole qualche mese dopo. Ogni giorno ci sono amici che vengono in ospedale per farsi vicini, per portare un pranzo o un gioco…Col tempo ci sentiamo meno soli, ma è durissima, l’angoscia invade l’anima.

    Ilaria affronta l’intervento più importante ed io crollo letteralmente a terra tra le lacrime quando la portano via; prego in silenzio ‘Signore non oggi, oggi non ce la farei, dammi un po’ di tempo’, alla mia amica confido un pensiero assurdo: forse è giusto così, forse è meglio sia capitato a noi che abbiamo tanto piuttosto che a una famiglia con un solo figlio…

    Pensavo quel giorno ad un passo del vangelo che dice ‘vegliate perchè non sapete nè il tempo, nè l’ora’, la parabola delle vergini, ed io mi chiedevo chissà tra quali donne sono io, chissà se ce la farò, chissà se ho abbastanza olio…

    Col tempo la vita in ospedale ci dilata gli occhi e il cuore: quanta sofferenza, quanto dolore, non immaginavamo un mondo simile così vicino !

    Ilaria sembra uscire dall’intervento molto bene e noi siamo così felici da piangere e festeggiare, ringraziamo tutti pensando che il peggio sia passato, ma è una festa di una sola sera, il giorno dopo scopriamo i deficit: per qualche settimana non vede più, ha una emiparesi a sinistra che non la farà più camminare come prima, in più è ovviamente terrorizzata e i deficit cognitivi non finiranno lì.

    Passano settimane lente e faticose ed inizia il percorso dell’oncologia.
    Durante il primo ciclo di chemio due bambini del reparto hanno un arresto e vengono rianimati nella notte, è un episodio che mi sconvolge, in pochi istanti dal silenzio e la calma notturna all’improvviso si sentono urla e passi di corsa di medici e infermieri, una mamma crolla in ginocchio nel corridoio pregando e piangendo mentre tutti corrono avanti e indietro, io osservo tutto da uno spiraglio della nostra camera, combattuta tra il desiderio di uscire e abbracciare quella mamma e il dovere di restare vicino ad Ilaria che dorme serena, ma potrebbe svegliarsi…

    Alla fine non resisto ed esco per abbracciarla e dirle che non è sola…Questo episodio mi è rimasto nel cuore, ma ci ho messo più di 4 anni per capirlo.
    L’ho capito quando un giorno un sacerdote spiegava dal vangelo di Luca che la vergine Maria non capiva tutto quello che le accadeva, ma lo conservava nel cuore in attesa, con pazienza. Io quel giorno ho iniziato a chiedere se c’era qualcosa da capire ed alla fine ho visto: quella notte era necessario lasciare Ilaria per abbracciare una mamma che non conoscevo, solo per dirle che non era da sola, che il Signore la guardava e le stava vicino, perchè dopo avrei dovuto di nuovo lasciarla per poter abbracciare altre mamme che non conoscevo.

    Nei mesi seguenti stiamo quasi sempre in ospedale, Ilaria reagisce male alla chemio ha spesso la febbre alta, vomito, non mangia e man mano perde il controllo degli sfinteri, nelle poche occasioni in cui è a casa ci accorgiamo che subisce la differenza di stato rispetto alle sorelle, mentre in ospedale il confronto con altri malati è meno duro.

    Osservare questa reazione ci fa riflettere su come il dolore ti annienti prima per ricostruirti diverso dopo. Alla fine anche noi vediamo come Ilaria, la vita dell’ospedale è più vera, proprio quella vita che tutti vorrebbero rifiutare per tornare fuori ‘alla vita normale’ è al contrario la più autentica in quanto purificata dalla sofferenza, ed ancora oggi percepiamo una nostalgia assurda per quella realtà.

    In quel tempo avevo ben chiaro quale sarebbe stato l’esito della malattia e quasi non riuscivo più a pregare per la sua guarigione, mi affidavo ai vari gruppi di laici o suore che si erano attivati per lei, mentre io potevo concentrarmi sul tempo presente chiedendo che fosse il più sereno possibile per Ilaria e un tempo pieno, non sprecato per me.

    Perchè quando ci si avvicina alla sofferenza di una cosa si è certi: ci si avvicina a qualcosa di preziosissimo e sacro, tanto più se è sofferenza innocente e le cose preziose si pagano care, per questo bisognacustodirle con cura .

    Anche io ho passato notti e notti a piangere, in un angolo, di nascosto per non spaventarla, ho visto le altre figlie piangere, lamentarsi e arrabbiarsi con me perché le avevo abbandonate, ho subito frasi fuori luogo da parenti e sconosciuti , ho guardato flebo scorrere rassegnata col desiderio di strapparle via, di prendere il suo posto e riportarla a casa a giocare, l’ho vista in coma, con le convulsioni, l’ho vista vomitare sangue, terrorizzata per ogni medicazione, per ogni anestesia, anche solo per ogni camice nuovo che vedeva, e tutte le volte si rimaneva a guardare impotenti, senza risorse, anzi lo si viveva sulla propria pelle perchè è vero si acquista una simbiosi totale, oserei dire superiore al periodo di allattamento.

    Ilaria è morta dopo 9 mesi, un tempo breve, ma pieno, così come chiedevo, un tempo prezioso che ci ha donato tanto, che ci ha lasciato occhi e orecchie nuovi, una capacità di lettura della vita diversa, di cui sono profondamente grata perchè non potrei più riuscire a vivere senza.

    Quando Ilaria è entrata in coma pochi giorni prima di salutarci, una dottoressa è venuta a parlarmi quasi scusandosi perchè la medicina oggi non è ancora in grado di salvare tutti questi bambini, mi ricordo che le dissi che il tempo della sua terapia non era stato inutile, ogni giorno era stato una crescita per noi e di certo un gradino in più per nostra figlia.

    9 mesi sono il tempo di una gravidanza, questa coincidenza mi ha sempre colpito e mi ha fatto venire in mente un’immagine che mi piace tanto, ho scoperto col tempo che non è per niente originale perchè altri più colti e saggi di me hanno saputo spiegarla prima, ma lasciatemela rendere con le parole semplici di una mamma: io ho un ricordo bellissimo delle mie due gravidanze e avrei tanto voluto averne altre, ma ricordo bene quanto il momento della nascita sia doloroso , per la mamma e per il bambino, il distacco è necessario, ma doloroso.

    Se potessimo chiedere al bambino nella pancia se lui davvero desidera nascere, di sicuro direbbe di no, perchè lui sta benissimo lì e se anche potessimo raccontargli tutto il bello che c’è nel mondo da conoscere e sperimentare, probabilmente non si fiderebbe, nonostante tutto il nostro amore di mamme.

    Ecco secondo me la morte, il distacco, assomiglia all’esperienza del parto in cui c’è un dolore necessario per qualcosa di più grande che noi da qui non possiamo vedere.

    Provo profonda compassione per quei genitori che ignavi hanno scelto l’eutanasia perchè di sicuro non sapevano cosa stavano facendo.
    Nè sapevano quanto la morte, ogni morte ed in particolare quella di un figlio, porta con sè sensi di colpa enormi, per il tempo non vissuto insieme e per le scelte sbagliate fatte nei suoi riguardi.

    Gli psicologi conoscono benissimo questi meccanismi e c’è da chiedersi come mai non abbiano fatto un semplice lavoro di allerta.

    C’è poi una responsabilità collettiva su cui interrogarsi, perchè se dei genitori con un figlio malato non ce la fanno più ad andare avanti vuol dire che la comunità, per quanto atea o distaccata possa essere, non si è fatta presente per supportarli o indirizzarli e vuole anche dire che noi come cristiani non riusciamo ad essere vicini al loro dolore.

    Mi sento di dire che la presenza di un cappellano ospedaliero di un certo spessore è fondamentale in certe realtà di confine, perché il rischio di smarrirsi è reale e troppo alto.

    Noi nella malattia di Ilaria siamo stai aiutati, da soli non ce la avremmo fatta, e questo sia durante la malattia ,da amici e parenti ma soprattutto dal cappellano del Bambin Gesù, uno di quei sacerdoti che sanno sciogliere i muri e lasciarti con un desiderio di Dio e di Verità autentici, sia dopo da esperienze incredibilmente belle che il Signore ci ha regalato attraverso di lui, ma anche tramite altre mamme, altri papà, altri sacerdoti.

    Di fronte ad una esperienza così tragica, come la perdita di un figlio, non ti salvi grazie a psicologi o psicoterapisti, che possono sì sciogliere i nodi accessori del lutto, aiutarti a equilibrare l’emotività, ritrovare un dialogo sereno col coniuge, ecc.però nulla possono offrire di risolutivo di fronte alla morte, quella è materia di Dio.

    Vi lascio con un’informazione, la condivisione è fondamentale per l’elaborazione, per superare lo smarrimento, semplicemente per trovare chi può capirti perchè dopo un’esperienza simile è difficile relazionarsi con gli altri, esistono gruppi che fanno questo all’interno della Chiesa, esiste ad esempio “Figli in cielo” che nasce dalla perdita di una ragazza suicida; noi dall’amicizia con don Luigi abbiamo creato un gruppo, “Tenuto per mano”, che si mette a servizio dei genitori in lutto per aiutarli a risollevarsi, col tempo si è formata una piccola comunità in cammino ed abbiamo visto risorgere dalla rabbia e dalla disperazione.
    Se qualche mamma o papà ne avesse bisogno può contattare me chiedendo la mail o cercare su facebook ‘ti ho tenuto per mano’.
    Mi sono dilungata troppo, perdonatemi, ma mi sentivo chiamata in causa.
    Barbara F.

  8. Una testimonianza che andrebbe letta da tutti , indistintamente, con una conclusione che condivido in toto. Grazie Fiammetta. La mia preghiera è per te. un abbraccio. Isabella

  9. …l’inferno i terra è comunque garantito, a tutti, la nascita in cielo no, duole dirlo a una mamma addolorata,
    ma occorre dirlo, il che, anche dopo che uno l’ha detto, non cambia per nulla le cose, purtroppo.
    Bisognerrebbe avercela ancora tra le braccia, una figlia, e non in quelle del Padre (cosiddetto)(chiunque esso sia).
    Non si scherza con queste cose.

  10. L’ha ribloggato su Betania's Bare ha commentato:
    Fiammetta, ti garantisco solennemente le mie preghiere quotidiane. Grazie per il sacrificio della tua bambina e per il tuo. Mi sento, senza alcun titolo, di assicurarti che non è dolore sprecato ma dolore santo e donato. Ma perdonami per la mia presunzione. Felice di averti “conosciuta”. Maurizio

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