I vostri figli non sono figli vostri.

di Kahlil  Gibran
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E, benché vivano con voi, non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi, ma non alle loro anime,
Esse abitano la casa del domani,
che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non cercate di farli simili a voi.
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con forza, affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere,
Poiché, come ama il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.

5 pensieri su “I vostri figli non sono figli vostri.

  1. Nymeria

    Sulla parete dello studio a casa dei miei genitori questa poesia è appesa incorniciata da sempre. Da quando la mia mamma mi ha messa al mondo. Quando ero piccola la leggevo (come tutti i figli di insegnanti ho imparato a leggere prima dei sei anni) e piangevo, furibonda, dicendo alla mia mamma che io ero sua, volevo essere sua.
    La mia mamma mi consolava spiegandomi che l’infinito amore che provava per me (come anche il mio papà) non era in discussione, di fidarmi, che avrei capito una volta cresciuta.
    Sono passati tanti anni da allora, e la mia mamma se l’è dovuta leggere tante volte questa poesia, tutte quelle in cui io ho preso decisioni e ho fatto scelte lontane da quello che lei riteneva giusto per me.

    Dopo una notte difficile, lontana dai miei affetti, rimasti in Trentino, alzarmi triste con la prospettiva di una domenica in solitudine, bloccata in una città grande, caotica, che detesto, quando la domenica per me è sempre stato il giorno del trovarsi tutti assieme, di nuovo a casa dei miei e all’aria aperta, trovare un angolino di casa mia, della mia infanzia, è stato proprio un bel regalo!

  2. Penso, e ci penso spesso, che siamo chiamati soprattutto ad EDUCARE il nostri figli.

    Questo concetto di una apparente somma banalità, pure oggi così poco praticato, non ha tanto a che fare con la classica “buona educazione” (che pure è cosa buonissima e che viene da sè in chi un’educazione l’ha ricevuta), ma si riferisce all’etimologia stessa della parola, che deriva dal latino “educere”, che significa estrarre, tirare fuori.

    Cosa c’è da estrarre, mi piace dire: “portare alla luce”, dai figli a noi affidati, che sono individui unici e irripetibili al di là
    delle somiglianze fisiche e psicologiche che derivano dalla naturale procreazione?
    C’è da tirar fuori la profondità di quel che sono di ciò che Dio a messo in loro, spesso a noi e a loro, sconosciuta,
    come siamo sconosciuti noi a noi stessi.
    Come il nostro Padre Celeste posta alla luce dal nostro profondo le cose migliori, mostrandoci il meglio, il buono, il vero,
    il giusto.
    Facendo discernimento tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Istruendoci, parlandoci, ammonendoci, correggendoci,
    lasciandoci sbagliare, lasciandoci allontanare e ritornare… sempre AMANDOCI e perdonandoci!

    Così noi impariamo a conoscere noi stessi e Lui. Sappiamo che Lui è presente, sempre, come per anni possono e debbono esserlo un padre e una madre. Così quando non siamo più solo dei poppanti, sappiamo qual’è il Suo pensiero, quale sarebbe la risposta a una domanda del tipo “posso?” o “è giusto questo?”.
    (Spesso dico ai miei figli ormai grandi: secondo te, io cosa ti risponderei?)

    Certo noi non siamo Dio, a volte mancano le risposte a noi stessi, ma nel nostro limite, questo siamo chiamati credo a fare.
    Educando e aiutando i nostri figli a fare “discernimento”, benedicendo e non benedicendo (non è una cosa solo da padri dell’Antico Testamento), senza nascondere i nostri limiti, ma con l’aiuto della Grazia vivere con coerenza il nostro dire e il nostro fare, per accompagnarli a fare la volontà di Dio, a essere adulti.
    Sapendo rispettare, questa credo la cosa più difficile, le scelte loro, che noi non condividiamo e che ci preoccupano
    o che apparentemente, li portano lontani. “Affidandoci con gioia alla mano dell’Arciere…”.

    E… non parlate tanto a vostri figli di Dio, ma parlate tanto a Dio dei vostri figli.

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    “Potete offrire rifugio ai loro corpi, ma non alle loro anime…” recita Gibran.

    Mi piace pensare che a volte ci si può avvicinare, forse riuscire.
    Come la sera che mia figlia più piccola (allora 6 anni) due giorni dopo la salita al Cielo di sua madre, fu presa da un gran pianto. Io la abbracciai tutta coccolandola, e le dissi: “coraggio piccola mia, lo sai la mamma è vicina al tuo cuore e dal Cielo ti vede…”.
    Mi rispose tra le lacrime, con la lucidità e innocenza dei piccoli, che ti lascia senza parole: “Lo so papà, ma sono io che non vedo lei…”
    L’ho coccolata sino al sonno senza più parlare.

    Mi piace pensare che quell’abbraccio ha dato un rifugio, per un po’, anche al suo cuore.
    Un bacio, una carezza, un sorriso, ma anche una parola ferma o dura, può essere un balsamo alla loro (come alle nostra) anima.

  3. Alessandro

    “Il bambino non è proprietà dei genitori, ma è affidato dal Creatore alla loro responsabilità, liberamente e in modo sempre nuovo, affinché essi lo aiutino ad essere un libero figlio di Dio.
    Solo se i genitori maturano tale consapevolezza riescono a trovare il giusto equilibrio tra la pretesa di poter disporre dei propri figli come se fossero un privato possesso plasmandoli in base alle proprie idee e desideri, e l’atteggiamento libertario che si esprime nel lasciarli crescere in piena autonomia soddisfacendo ogni loro desiderio e aspirazione, ritenendo ciò un modo giusto di coltivare la loro personalità.
    Se, con questo sacramento, il neo-battezzato diventa figlio adottivo di Dio, oggetto del suo amore infinito che lo tutela e difende dalle forze oscure del maligno, occorre insegnargli a riconoscere Dio come suo Padre ed a sapersi rapportare a Lui con atteggiamento di figlio.”

    Benedetto XVI, Omelia nella Festa del Battesimo del Signore, 11 gennaio 2009

  4. E’ bellissimo secondo me come Dio abbia deciso di insegnarci le cose. Per farci capire quanto è bello e difficile creare la vita e quantom lui tiene a noi, non ha usato parola ma ci ha fatto si che noi potessimo fare la stessa cosa.

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