Mia madre Chiesa risolverà tutto

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di Costanza Miriano   –  Il Foglio

Credo che sia ormai ufficiale: non sarò mai una vaticanista. Ci sono realtà con cui uno deve fare i conti. Eppure era il mio sogno. D’altra parte anche atletica leggera l’ ho cominciata perché ero innamorata di Sara Simeoni, ma poi ho scoperto che l’asticella mi metteva l’ansia e mi tuffavo sul tappetone passandoci sotto. In compenso ero bravissima nel riscaldamento (ho ripiegato sul mezzofondo).

Volevo fare la vaticanista, ma sono troppo figlia della Chiesa per essere in grado di leggerne in filigrana movimenti interni, fila politiche, correnti. Aspetto con abbandono filiale le sue decisioni, e mi godo enormemente il privilegio di avere una madre tanto esperta, intelligente, prudente. Credo che la Chiesa raccolga le migliori intelligenze del nostro tempo, credo che credere affini il logos e scolpisca come con uno scalpello l’intelligenza dell’uomo.

Non ho paura del sinodo, so che è un cammino. So che ha sempre avuto questo metodo di lavoro – partire dalle istanze del reale per rispondere. So che i questionari si sono sempre fatti, i lineamenta sono le domande preliminari, non le risposte. Quello che è cambiato in questo caso è semmai la pubblicità e la risonanza, di cui forse non è sempre consapevole, paradossalmente, il Papa comunicatore, quello della copertina di Time.

La Chiesa non cambierà assolutamente la dottrina sulla indissolubilità del matrimonio, questo nessuno lo mette seriamente in dubbio e questa è senz’altro la cosa più importante. Che poi si affronti il problema di chi ha sbagliato non mi disturba, se rimane chiaro il fatto che ha sbagliato, perché non si affievolisca la lotta di chi sta combattendo, a volte anche a costo di enormi fatiche.

Il reale interpella la Chiesa. C’è stato un tempo in cui un forte esoscheletro conteneva i cuori e le passioni delle persone, che si mantenevano fedeli al loro posto in famiglia non per chissà quale trasporto e adesione, ma perché la pressione sociale non lasciava molta scelta, e anche perché non ci si aspettava che il matrimonio colmasse tutti i desideri infiniti del cuore umano. Perché il paradosso dell’amore, come dice Rilke, è che due infiniti bisogni di essere amati si incontrano con due limitate e fragili capacità di amare. Sono domande che solo a partire dal ‘900 sono diventate di massa in Occidente, dove si è affermata la visione romantica dell’amore, quell’amore ideale ed emotivo che non resiste all’impatto con il reale, e che vive solo nell’impedimento, nell’ostacolo, nell’attesa mai compiuta del congiungimento (che è esattamente il motivo per cui i film finiscono al bacio finale, tendina, the end, disperazione della spettatrice che non sa mai come vivranno insieme lui e lei, se saranno felici, quanti figli avranno, mai, in nessuno dei film caposaldo dell’educazione sentimentale delle fanciulle: Cenerentola, Harry ti presento Sally, Cime tempestose, Pretty Woman e via baciando).

A me interessa che la Chiesa mi dica qualcosa sull’amore, mi aiuti a decifrare il cuore, questa cosa misteriosa e imprevedibile da cui esce, come dice il Vangelo, ciò che contamina l’uomo, le cattive intenzioni che portano al male, e che non è quella cosa rossa e luccicante da marketing. A me interessa che la Chiesa mi insegni che il cuore va educato, e che mi ricordi che l’uomo da solo non è buono, non è capace di amare, che solo Dio con la sua tenerezza infinita per l’uomo può dire per sempre, che ci si sposa in tre, io, lui e Dio, e che la fedeltà è una lotta, è non smettere di lavorare sul matrimonio, è ricondurre ogni sera lo sguardo, a volte è anche come mordere un sasso, o come dice la mia amica Paola, come pestare un Lego a piedi nudi. È un giudizio, alla fine, l’amore è un giudizio e non solo un sentimento, e, definitivamente, un comandamento.

Queste cose a me le hanno dette solo uomini e donne di Chiesa, vivi o morti, cioè vivissimi: è nel depositum fidei che ho cercato la verità su me stessa, ed ho trovato qualcosa che ne avesse il profumo. Di questo davvero l’uomo contemporaneo ha un bisogno disperato: qualcuno che gli dica chi è, e cioè una creatura, maschio o femmina, feconda nella differenza, ferita dal peccato originale, e quindi con un bug nel suo software, un difetto di funzionamento all’origine. Questa è la missione della Chiesa, che davvero, davvero è madre, ed è rimasta l’unica, in questo mondo liquido, coriandolare, nebulizzato, a svelare all’uomo il suo vero volto, a educarlo, a dirgli “tu non sei capace da solo di amare, tutto il bene viene da Dio, chiedilo a lui, e non fidarti solo di te stesso, perché il primo comandamento è esattamente l’opposto, Shemà, Israel.

Se in un mondo che dice esattamente il contrario – tutta la produzione pseudoculturale del secolo del benessere non è che un invito a “seguire il tuo cuore” (la mia nonna non si chiedeva come realizzarsi ma come sopravvivere, nel senso proprio della sussistenza), un’esaltazione dell’emozione à la carte, una perlustrazione delle altre vite possibili, un chiedersi cosa succederebbe uscendo alla prossima apertura delle sliding doors – se in un mondo che ha anche, dal ‘900, abolito il principio di autorità e dato cittadinanza all’inconscio, che Freud ha prima scoperto e poi sdoganato, se in un mondo così, dove tanta gente, la stragrande maggioranza, si è persa, e ha storie d’amore sballate, la Chiesa si chiede come riacchiapparla, bene, questo non mi scandalizza. Anzi, mi richiama alla necessità della mia conversione, perché non dimentichi la sollecitudine per nessuno.

Non mi disturba che la Chiesa cerchi di capire come farsi vicina a chi si è perso. Credo fermamente che lo Spirito Santo non abbia smesso di agire nella storia, e credo che farà nuove tutte le cose, perché lo Spirito non ha forma, si adatta e rinnova dal profondo. Credo che Cristo sia sposato indissolubilmente con la sua sposa, la Chiesa, e non le sarà infedele, perciò non permetterà che si perda.

Sono certa che i nostri padri, i vescovi, sapranno trovare una via per esprimere vicinanza ai divorziati risposati, una via senza scorciatoie clericali, una via fatta di accoglienza e di accompagnamento personale, una fatica e una strada fatta impolverando le scarpe: il nostro padre Maurizio Botta alla Chiesa Nuova chiama tutti per nome, alla messa della domenica, tutti si sentono suoi, e di coppie divorziate, conviventi, di ogni tipo, coppie che fanno solo la comunione spirituale lui ne accoglie tantissime, senza sconti sulla verità, ma con le braccia e il cuore spalancato e una talare morbida su cui appoggiarsi. Questo è dare accoglienza senza scandalizzare i piccoli, le famiglie che si sforzano di essere fedeli alla loro chiamata, non tanto per difendere il privilegio del fratello maggiore che si crede giusto, quanto per continuare ad annunciare la verità sull’amore, un amore che è molto più a forma di croce che non di cuore. Di questo annuncio il mondo ha un bisogno disperato.

 fonte:  Il Foglio del 6 marzo 2013

123 pensieri su “Mia madre Chiesa risolverà tutto

  1. Inconfondibile voce di donna, che accoglie ogni figlio di Dio e lo ama con tutto il suo cuore. Che il Sinodo sappia tesserla insieme alla voce di uomo, che indica la verità come sfida affascinante e faticosa, sentiero sul quale camminare retti con forza e determinazione.

  2. L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energie rinnovate e rinnovabilie ha commentato:
    A me interessa che la Chiesa mi dica qualcosa sull’amore, mi aiuti a decifrare il cuore, questa cosa misteriosa e imprevedibile da cui esce, come dice il Vangelo, ciò che contamina l’uomo, le cattive intenzioni che portano al male, e che non è quella cosa rossa e luccicante da marketing. A me interessa che la Chiesa mi insegni che il cuore va educato, e che mi ricordi che l’uomo da solo non è buono, non è capace di amare, che solo Dio con la sua tenerezza infinita per l’uomo può dire per sempre, che ci si sposa in tre, io, lui e Dio, e che la fedeltà è una lotta, è non smettere di lavorare sul matrimonio, è ricondurre ogni sera lo sguardo, a volte è anche come mordere un sasso, o come dice la mia amica Paola, come pestare un Lego a piedi nudi. È un giudizio, alla fine, l’amore è un giudizio e non solo un sentimento, e, definitivamente, un comandamento.

  3. Gabriele

    e ricordiamoci che il “figliol prodigo” era tornato dal padre pentito chiedendo perdono, e non altri soldi da sperperare… 😉

  4. Daniela

    ….È vero!..che la Chiesa sia accogliente! Non dimentichiamo che lo Spirito soffia dove vuole e fa un po’ quel cavolo che gli pare. Ma continui anche ad essere di sostegno e conforto per chi dentro fatiche e contraddizioni sceglie di continuare dentro il matrimonio…ricominciando per Grazia ogni mattina…ed ogni mattina scegliendo di continuare a distruggersi i piedi con i lego! Vieni Santo Spirito,vieni attraverso Maria!

  5. Grande Costanza, come sempre chiara e incisiva! Ringrazio Dio di averti “scoperta” girellando quà e là sulla rete…quando verrai a Milano?

  6. Grazie Costanza.

    Queste tue riflessioni scendono per me come un balsamo su un personale turbamento che ho, dopo tanto dibattere qui e fuori di qui, su questioni come il prossimo Sinodo dei Vescovi e le tematiche “sul piatto”.
    Turbamento spirituale che deriva non tanto dall’importanza dei temi, ma da quell’agitazione che prende (non so ad altri, a me si…) nell’appoggiare o “difendere” tesi, che seppur valide e mosse da un supposto zelo, finiscono per creare conflitti interiori ed esteriori, non tanto con il mondo (non ci sarebbe meraviglia), ma anche tra Fratelli.
    Così cado nell’inganno di credere che il futuro della Chiesa dipenda anche dal mio “agitarmi” piuttosto che dal mio convertirmi. Che lo Spirito Santo possa distrarsi se io non gli do io “la sveglia”. Che io ne sappia di più di chi su questi temi ha speso una vita di studi e di preghiera. Che la Chiesa non abbia una Sua profonda Sapienza, che viene da Dio e che non si muove o decide mossa da spinte esterne o da losche lobby di non ben definita origine. Che se questi dubbi finiscono per insinuarsi nella mia mente e nel mio spirito, allora tutto diventa dubbio e tutto può essere messo in dubbio. Che la contrapposizione anche dura serve, quando serve invece la tensione alla concordia, alla comunione.
    E se tutto questo “agitarmi” porta solo dubbi e turbamento, per me (parlo per me), non è cosa buona, perché i frutti dello Spirito Santo sono altri.

    D’altronde, se avessi anche solo un briciolo della Sapienza (con la S maiuscola) che mi attribuisco, quando parto “lancia in resta”, la provvidenza avrebbe certamente già disposto per me ben altri compiti ed altri impegni a vantaggio della Comunità 😉

    Così di nuovo ringrazio te e un amico fraterno che stimo troppo per non prestargli ascolto, con il quale proprio ieri ritornavo su queste riflessioni. Un provvidenziale aiuto per un inizio di Quaresima che non perda di vista l’obbiettivo principale: la mia Conversione.
    Perché se il mio cuore, realmente si dovesse convertire a Dio, già si sarebbe per me la Salvezza e una Speranza in più anche per il Mondo, anche per la Chiesa.

    1. Giusi

      Bariom non essere troppo severo con te stesso. Non hai espresso opinioni, hai solo ribadito la retta dottrina. Speriamo che la Chiesa faccia come dice Costanza ma non è una critica, è una constatazione rilevare che vengono dette o fatte cose “strane”. Ci auguriamo tutti che dal Sinodo escano parole chiare.

  7. Monica Maramotti

    Il genio è colui che sa dare forma e voce al mio cuore così come nemmeno io sarei capace di fare. Solo grazie.

  8. Valeria

    Tutto il discorso é meraviglioso ma l’ultima frase è sublime! Lo sperimento ogni giorno nella nostra vita matrimoniale! Che se non fosse per la nostra Madre Chiesa non esisterebbe più! Grazie Costi, ti ammiro. E buona festa della donna a tutte 😀

  9. Laura

    Questo è in assoluto uno dei tuoi pezzi migliori… Un’opera di evangelizzazione e un grande amore per la nostra santa madre Chiesa. Un grande abbraccio e tanta gratitutdine, carissima Costanza 🙂

  10. Salvatore Scargiali

    Nell’articolo leggo: “Non ho paura del sinodo..” un grande segno di debolezza, perché avere paura? Poi leggo: “Che poi si affronti il problema di chi ha sbagliato non mi disturba, se rimane chiaro il fatto che ha sbagliato” …. che richiesta? mi sa di figlio maggiore della parabola del figliol prodigo. Poi dice: “perché non si affievolisca la lotta di chi sta combattendo, a volte anche a costo di enormi fatiche” ….. come se chi è nel matrimonio e lo mantiene sia condannato ad una fatica enorme ed ad enormi sacrifici, il matrimonio si vive con fede felice o si è già tradito, rimani o non rimani con il coniuge….. etc etc “Questi impauriti” dai possibili e poco probabili cambi di dottrina sono troppo agitati, mi spiace per Costanza Miriano, ma un po’ più di fiducia e apertura farebbe bene.

    1. Giusi

      A me sembra che mostri molta fiducia, sicuramente più della mia. Dice che non ha paura del Sinodo non che ha paura come tanti (me compresa), non dice chi ha sbagliato secondo lei ma secondo Gesù Cristo (ciò che Dio ha unito……). Forse dovresti rileggere il post. Che poi un rapporto costi anche fatica non vuol dire che non sia felice

    2. @Salvatore, avrai pure letto… ma io ho capito altro.
      Mi pare che l’invito sia proprio alla fiducia e all’apertura e che traspaia molta fiducia… poi non so, ne vuoi di più?
      O il problema è che metti a bilancino ogni singola affermazione?

      1. Salvatore Scargiali

        Vedo solo troppa preoccupazione per ciò che sta accadendo nella Chiesa. Preoccupazione e agitazione che mi danno l’impressione di un timore da parte di chi si preoccupa di perdere uno status, di cosa? di persona per bene? di chi fa il proprio dovere? non so… un impressione generale verso chi guarda le cose, che per lui non vanno, più pensando a se stesso che a chi le cose non vanno. A me piace molto, oltre alla parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso, anche la parabola del padrone della vigna che chiama gli operai la mattina a mezzogiorno e la sera e li paga tutti con la stessa paga.

        1. Johnny

          Scusa Salvatore, non ce l’ho con te, ma perché se uno chiede che lo sbaglio rimanga uno sbaglio, deve per forza essere per tornaconto personale o per affermare la propria giustizia? Non credi che possa essere per magnificare la Giustizia di Dio ed esaltare la Sua Misericordia? Infatti chi sminuisce il peccato sminuisce anche la Sua Grazia.
          Penso che La preoccupazione di Costanza sia da intendere in questo senso e non perché affetta dalla sindrome del figlio maggiore.

        2. sara s

          salvatore, non puoi considerare che questa preoccupazione possa nascere piuttosto da un amore per la Chiesa e per la verità degli uomini ? CHi non ama non teme nulla, chi ama sua madre o i suoi figli non vuole vederli storpiati e violentati. Insinuare che ci sia dell’ipocrisia in questo timore mi sembra ingiusto verso Costanza e soprattutto non ragionevole dato il tono complessivo dell’articolo e il suo contenuto.
          Comunque l’esempio dei Lego è al livello delle parabole evangeliche: fenomenale!!! 🙂

        3. @Salvatore buon per te che ti piacciono quelle parabole…

          A me piace molto (anche) la parabola rivolta a chi guarda la pagliuzza invece della sua trave…
          Scusa Salvatore, ma tu partendo dalla preoccupazione di quel che “vedi”, senza neppure specificare con chi stai interloquiendo e facendo di tutti “da erba un fascio”, inanelli tutta una serie di bei giudizi se non alle persone certamente alle loro intenzioni.

          Perdita dello status de chè? Di padre di famiglia, di cattolico praticante, di cristiano in cammino di conversione, di semplice fedele? Di che, di grazia?

          1. Aggiungo che personalmente trovo anche indisponente questo parlare da “urbi et orbi”, mai un riferimento diretto ad personam… e si che di commenti diretti e concreti alla tua persona ce ne sono stati, ma tu “sorvoli” e poi ritorni con le tue perle di saggezza. Mah…

    3. Shemà (di “Shemà, Israel”) vuol dire ASCOLTA! Un’idea per la sua Quaresima (e anche per la mia, intendiamoci 🙂 ): il digiuno delle parole.

  11. Lucia e Roberto

    I primi Cristiani dicevano che il “Matrimonio” è come una treccia. L’Uomo, la Donna e Cristo che li tiene insieme! Da soli sono solo due identità in cerca di amore (come tutti gli esseri viventi). Ma la verità è che n’è un Uomo n’è una Donna e nemmeno i Figli possono colmare questo abisso di Spasmodico e a volte Disperato bisogno! Solo Cristo riempie e “Sana” le innumerevoli ferite che per bisogno di amore ci procuriamo! Forse il segreto è proprio nel “Amate i vostri nemici” siano essi Mariti, Mogli, Figli, Genitori…. Ma da soli è una partita persa in partenza. “Senza la Treccia rimaniamo sciolti”!

    1. Giusi

      L’avevo già postata da qualche altra parte:

      Da una catechesi ascoltata a Medjugorje:

      La Croce familiare.

      Noi, in Croazia, siamo soliti praticare un rito particolare durante la celebrazione del sacramento del matrimonio. I fidanzati portano in chiesa il Crocifisso che hanno comperato e al quale hanno già preparato una sistemazione nella loro dimora. Sopra la Croce mettono le mani nel momento in cui si scambiano la promessa, la formula del sacramento ed anche il sacerdote tiene la Croce per una estremità. Poi, gli sposi la baciano. Quando tornano a casa, la pongono nel luogo preparato perché da quel giorno diventa il loro “segno” ed il loro “ideale”. Davanti a quella Croce familiare, terminano quotidianamente la giornata con una preghiera. I figli, molto spesso, vedono la mamma pregare, piangere e baciare la Croce familiare.
      Nella mia parrocchia a Siroki Brijeg, costituita da 14.000 abitanti, non esiste una famiglia separata. Nessuna! Non ci può essere separazione quando si prega ogni giorno e si persevera davanti alla Croce. Chi può essere capace di dire alla propria sposa o al proprio sposo: “Non ne posso più, ti lascio”, se sa che lascia Cristo? L’uomo che lascia la sua sposa o viceversa, lascia anche il Cristo familiare, resta solo e questo è terribile! Sì, dalla Croce esce la luce che illumina il nostro cammino ed i nostri passi. Trovarsi davanti alla Croce significa chiedere e ottenere la benedizione, la forza per accettare la propria sofferenza. La Madonna ha aiutato Gesù a portare la Sua Croce. Gli ha insegnato a portare la Croce e lo insegna anche a noi. Lei, la Madre, sta sempre ai piedi della Croce del Suo amato Figlio.

      Croce e perdono.

  12. Giancarlo

    Si, anch’io sono convinto che alla fine la chiesa non si perderà. Dubito però che non succederà niente di grave. Non credo che tanti cardinali e vescovi che si sono lasciati andare a dire cose scellerate, e ce ne sono tanti in Italia e nel mondo, si lasceranno ricondurre come teneri agnellini nell’ovile della chiesa cattolica. Secondo me ci sarà uno scisma. Anche perché non credo che papa Francesco sia persona disponibile a tacere se qualcuno, dopo le parole cattoliche del sinodo, continuerà a parlare “protestante”.

  13. Don Carlo Gusso

    Come sempre grazie per le tue preziose parole. Ne faccio sempre tesoro.

  14. silvia

    Costanza, sorella nel Signore, grazie per le tue parole.
    Sono divorziata (per scelta del mio sposo) fedele al sacramento e porto la fede all’anulare (già questo scandalizza alcuni)
    Si parla tanto di Comunione ai divorziati. Io credo che sia un falso problema nel senso.. mi piacerebbe sapere davvero quanti divorziati risposati desiderano veramente comunicarsi con il Signore. Perché qui la questione è una sola o amo tanto il Signore da rinunciare all’unione con una persona che non è mio marito (o moglie) oppure non amo abbastanza il Signore. A parte il fatto che il matrimonio è indissolubile (e pertanto per grazia di Dio rimango fedele) Io al solo pensiero di dover rinunciare a Gesù per stare con qualcuno impazzirei. Davvero la grazia del Signore ci rende capaci di fedeltà e di amore eterno perché Egli è eterno nonostante l’infedeltà dell’altro coniuge. Pace a tutti. Silvia

      1. Che sono anche la risposta alla domanda di Giancarlo di qualche giorno fa: “Cosa dovrebbe fare un marito o una moglie che… ecc, ecc.”
        Grazie Silvia e benediciamo il Signore.

    1. Sara

      Grazie, Silvia! Che Dio ti benedica!

      Grazie anche a Costanza per questo splendido articolo!

    2. Lalla

      Cara Silvia, anche se non ti conosco, permettimi di abbracciarti. La tua testimonianza è luminosa, te ne ringrazio. Pace a te!

  15. “padre Maurizio Botta alla Chiesa Nuova chiama tutti per nome, alla messa della domenica, tutti si sentono suoi, e di coppie divorziate, conviventi, di ogni tipo, coppie che fanno solo la comunione spirituale lui ne accoglie tantissime, senza sconti sulla verità…” Per capire: …fanno solo la comunione spirituale…perchè gli viene negata l’Ostia consacrata? o cos’altro? Grazie.

  16. Giancarlo

    Carissima Silvia, complimenti per la splendida testimonianza che sei capace di dare. Sai, carissima, qual è il problema dei divorziati risposati che sbraitano tanto contro la chiesa? Semplicemente il fatto che negar loro la comunione ricorda a tutti che un secondo matrimonio è adulterio. Di fare la comunione, al novantanove per cento, non gliene può fregar di meno. La loro unica preoccupazione è che non si dica che sono adulteri. Caspita, li capisco! Han dovuto uccidere la propria coscienza per non sentirselo dire più; scoprire che non è servito a niente li fa imbestialire.

    Bellissima, splendida anche la tradizione che ha raccontato Giusi. Già, la croce. Ma chi ha coraggio, oggi, di parlare ancora di croce? Oggi si preferisce parlare di fallimento, come ha fatto il cardinale Kasper.

    Eh già: di fronte ad un matrimonio fallito, cosa vuoi fare? Mica rientrare in se stessi, smettere di peccare e ritornare in ginocchio dalla moglie (o dal marito)? Giammai. Si prende atto del fallimento; il matrimonio è fallito, si dice. Fallito! Come se fosse un esercizio commerciale, una banca; come se invece di dover rispondere ai figli, i genitori dovessero rispondere a dei creditori. Eh, cosa vuoi, abbiamo fallito: non possiamo più pagare. E cosa dovrebbe fare la chiesa allora? Pretendere il saldo dei debiti da chi non può più pagare? Che diamine, un po’ di misericordia! Ha ragione Kasper, ci vuole più misericordia per questi poveri peccatori.

    Ed ai figli chi ci pensa? Se la chiesa benedice il comportamento egoista di genitori irresponsabili, cosa può dire dopo ai figli? I figli scommettono tutto sull’amore dei propri genitori. I figli non sono come investitori avveduti, che hanno imparato a diversificare i propri investimenti, così se perdono da una parte, guadagnano dall’altra. Non così i figli: loro investono tutto quello che hanno su babbo e mamma. Ed hanno ragione, perché in amore è così che funziona: o tutto, o niente. E loro sono rimasti con niente. E cosa dice loro Kasper? Eh, cari bambini, dovete avere misericordia dei vostri poveri genitori: hanno fallito! Dobbiamo perdonarli e dimenticare. E chi paga, cardinale Kasper? Si perché, vede, chi divorzia e si risposa lascia un debito enorme di affetti spezzati, di sogni svaniti, di pace e fiducia perdute, di lacrime amare e di cuori spezzati. Si, cuori spezzati, caro cardinale. Cuori di bimbi ingannati e disillusi. Chi paga Cardinale? Lasciamo i bimbi a pagare?

    Sapete chi dice che un matrimonio è fallito? Lo dice chi non vuol farsi carico della croce. Quella croce di cui parlava Giusi. Chi lo dice che un matrimonio è fallito? Un matrimonio può essere difficile, pesante da sopportare, una vera e propria croce. Come il mio, ad esempio. Ma è e resta un matrimonio fecondo di grazie di ogni genere. Dove sta scritto che il matrimonio debba essere solo e soltanto fonte di gioia, di pace, di serenità, di piacere? Il matrimonio, a quel che ne so, è la strada per la santità e, sempre per quel che ne so, non è agevole diventare santi. Anzi, è piuttosto faticoso. E se qualcuno ritiene il proprio matrimonio una croce troppo pesante da sopportare, si faccia un giro in un reparto di oncologia pediatrica prima di optare per il divorzio e rifletta sul fatto di come il suo matrimonio, tutto sommato, non è quella croce così pesante.

    Nel corso della vita può toccare di portare croci ben più pesanti, che non prevedono la scappatoia del divorzio. Non date retta a Kasper. Occhio!

    1. silvia

      Caro Giancarlo ma non è la Chiesa che benedice il comportamento egoista di genitori irresponsabili è qualche suo ministro (ahimè ce ne sono diversi) che fa affermazioni contrarie alle stesse parole di Gesù “non separi l’uomo ciò che Dio ha unito” ma di questo, se non si convertiranno, renderanno conto a Dio Padre.
      Per tornare ai figli (ne ho due) non si discute sul fatto che soffrano ma la grazia di Dio ci avvolge e pensa che mia figlia maggiore parla di matrimonio e figli. Confidiamo in Gesù che cura tutte, ma proprio tutte le nostre ferite.
      E, se me lo permetti, riguardo al tuo matrimonio tu e la tua sposa chiedete a Gesù che vi dono la gioia, invocate lo Spirito Santo e fate come la B. V. Maria e S. Giuseppe che “tornarono insieme a cercare ciò che avevano perduto”.
      Chiedete alla Madre di Gesù che cambi la vostra acqua in vino.

    2. @Gaincarlo in tutta questa “filippica” io toglierei tutto questo tirare la tonaca (se non el orecchie) al Cardinal Kasper che comunque non ha ipotizzato, nè ha colpe di abbandono di bambini o altro.

      Poi io continuo a non comprendere la tua filosofia che ha molto del sapore “beccati sta croce, stai muto e sforzati di portarla perché così sa da fare e siccome anch’io ci riesco – ma che bravo – fallo anche tu debosciato irresponsabile che non sei altro!”
      Questo non mi ricorda il Cristianesimo, ma manco da lontano e se questo fosse, o mi fosse sembrato, me ne starei ancora bello e tranquillo nel mio agnosticismo (si lo so poi andavo all’inferno…).

      Poi sa che c’è? Vale come il due di picche la croce pesantissima altrui perchè, guarda caso la tua (non la tua Giancarlo) è sempre la più pesante! E sai perché? Perché è quella che ti uccide tutti i giorni… tutti i santi giorni.
      E quando non ce la fai più, non ce la fai più! Altro che senso di responsabilità…
      Il senso della croce è che diventi gloriosa, illuminata dalla grazia. Ha lo scopo ultimo di farci sperimentare la Resurrezione, altrimenti Dio sarebbe un mostro.
      Come è gloriosa la tua Croce? O ti consoli pensando ai bambini di oncologia? E i genitori di quei bimbi come si dovrebbero consolare? Pensando alla croce di chi?

      Secondo te la Santità qui e la Vita Eterna poi si ottiene stringendo i denti e con la forza di volontà?
      Vebbè… auguri!

      1. Giancarlo

        @Bariom
        Se io parlo della mia croce, anzi di una delle mia croci, lo faccio con lo stesso spirito con cui l’ha fatto Silvia, cioè con l’intento di dare testimonianza del fatto che si può continuare a vivere ed a rispettare il proprio matrimonio e la propria famiglia, anche quando ci sono delle difficoltà. Naturalmente, tutto dipende da come si intende il matrimonio e la famiglia. Per me è l’impegno per una vita, un progetto in comune, un mezzo di santificazione, il baluardo della famiglia. Di conseguenza è escluso dal mio orizzonte l’ipotesi di un divorzio e, peggio ancora, l’idea di una nuova relazione. Se le difficoltà dovessero diventare tali da rendere impossibile la convivenza, valuterei, con mia moglie, l’ipotesi di una separazione, ma sempre nell’interesse della famiglia e, se possibile, in un’ottica di recupero della relazione matrimoniale. Respingo quindi le tue conclusioni, Bariom: “E quando non ce la fai più, non ce la fai più! Altro che senso di responsabilità…”. Niente affatto Bariom. Il matrimonio è per sempre. Punto e basta.

        Certo, se le premesse sono diverse, se quello che si cerca in un matrimonio è, prima di tutto, innamoramento, passione, gioia, pace, serenità e via discorrendo, allora cambia tutto. Questi sono beni accessori. Possono esserci, ma possono anche venir meno. L’importante è che non vengano meno i beni primari che sono propri del matrimonio. L’importante è che non venga meno la libera scelta degli sposi di amarsi. E cosa può garantire che questa libera scelta non venga meno? Forse la passione? L’innamoramento? Il desiderio sessuale? No. Niente di tutto questo. L’unica cosa che può garantire la scelta di amarsi è la volontà. Sorretta dalla grazia sacramentale. Non occorre altro. Quando un matrimonio si fonda sulla libera scelta di amarsi sostenuta dalla grazia, non c’è pericolo di fallimento. Ci potrà essere fatica, sacrificio, ma tutto questo è per la nostra santificazione.

        A che serve dunque tutto lo sproloquio del cardinale Kasper sul fallimento del matrimonio e sull’impossibile riammissione alla comunione dei divorziati risposati? Serve solo a distruggere il matrimonio. Serve a togliere la pietra fondante del matrimonio, cioè la libera volontà sorretta dalla grazia. Senza questa pietra fondante, il matrimonio frana miseramente, con danni immensi alle persone coinvolte. E non c’è secondo matrimonio che possa riparare i danni subiti dai figli. Altro che le vuote chiacchiere di Kasper e compagni di merenda.

        Ammettere l’idea che un matrimonio può fallire e che a questo può seguire un secondo matrimonio significa, molto semplicemente, dire che le relazioni d’amore sono a termine. Durano finché durano. Dopo bisogna prendere atto del fallimento. Pensate a cosa significa, per un bambino, apprendere questo osceno concetto dell’amore a termine. Pensate a cosa significa anche per noi, persone adulte. Significa che le relazioni d’amore, insieme con le persone amate, possono essere sostituite da nuove relazioni e da nuove persone. Allo stesso modo di come si cambia un’auto, o un vestito. Trovo inaccettabile, anzi, oscena, l’idea di smettere di amare qualcuno. Come si può pensare una cosa simile? Se trovassi accettabile un’idea del genere, allora significherebbe che non ho mai davvero amato. Ho avuto forse un interesse sessuale, ma non posso aver amato una persona con cui, oggi, ritengo di poter interrompere ogni relazione.

        L’idea di un matrimonio fallito contraddice alla radice l’idea stessa di matrimonio. Non può fallire un matrimonio. Può fallire una relazione che si fonda su altre cose, ma non può fallire un matrimonio. Arrivo a dire che se un matrimonio fallisce, allora vuol dire che non c’è mai stato vero matrimonio. C’è stato interesse personale, sessuale o di altro genere, c’è stata illusione, irresponsabilità, incoscienza, ma non si è liberamente scelto di amarsi, né, la grazia, ha potuto sostenere un’inesistente volontà d’amare. Semplicemente non c’è stato matrimonio. Materia per la sacra rota. Non centra niente il divorzio.

        Allora, se le cose stanno così, se cioè tante persone oggi fondano una famiglia su cose inconsistenti, come il sentimento e la passione, con le tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, forse è tempo che qualcuno dica alto e forte che la famiglia si fonda sull’amore e che l’amore è un a libera scelta, un atto di volontà sorretto dalla grazia. E’ tempo che la chiesa richiami i cristiani su cos’è l’amore. E’ tempo che i laici imparino a riconoscerci da come ci amiamo.

        Altro che i pastrocchi di Kasper.

        1. E io Giancarlo respingo il tuo assunto: “Naturalmente, tutto dipende da come si intende il matrimonio e la famiglia.”

          Secondo te tutti coloro che hanno un matrimonio disastrato sono tutti imputabili di premesse sbagliate, di irresponsabilità, di “basse passioni” e chissà cos’altro?
          Ma fammi il piacere! Ma da dove ti esce tutta questa convinzione che il matrimonio sta in piedi per i nostri buoni principi e la nostra “forza di volontà?! Ma se siamo debolissimi!
          Si regge per la Grazia di Dio e baciamoci i gomiti se ne siamo oggetti.

          Se hai tanti buoni principi e tanta buona e ferrea volontà com’è che ancora non sei Santo (?!), ma un peccatore come tutti (lo hai detto tu, non è un mio giudizio…).
          Oppure non ti applichi abbastanza, o ancora è talmente “impegnata” su un solo punto che non basta per il resto… e allora a che vale?

          Tu nel caso in cui il tuo matrimonio, ecc, ecc… faresti un cosa tutta compita ed equilibrata… e nel caso in cui tua moglie ti mollasse dalla sera alla mattina per uno + bello + ricco + furbo?!
          Con che occhi vedresti tua moglie, come la giudicheresti?

          Capisci la mia provocazione? Io non voglio mancare di rispetto a tua moglie (che è certamente migliore di te e di me) ma vorrei che – una volta tanto – ti mettessi nei panni di tanti poveri disgraziati che 10.000 motivi – e non sta a non giudicare – abbandonano il coniuge e sui quali – forte della tua esperienza – spari sempre ad “alzo zero”!

          Mi spiace dirlo, ma tua assimili la tua esperienza e il proporla qui, all’esperienza di Silvia… beh io ci vedo un’abissale differenza!Ti do la mia di esperienza: io ho avuto due Matrimoni (nessun divorzio non temere…) il primo conclusosi con la salita al Cielo della mi prima Sposa dopo cinque anni di malattia e il secondo per misericordia di Dio che ha avuto pietà della mia debolezza e sai cosa ho imparato? Che i miei sani principi valgono “come il giorno di ieri che è passato”. Che io non scommetterei un euro sulla mia capacità di essere fedele. Se lo sono, lo devo alla Grazia di dio che mi dà prudenza e mi allontana dalle “occasioni prossime di peccato”… ma ogni giorno è quello buon per confermare la mia fedeltà o la possibilità di una caduta.
          Questo consapevolezza, mi dà misericordia per coloro che cadono. E misericordia (parola che qui in certi contesti sembra orma diventata una bestemmia…) significa comprensione, ma anche certo dare una testimonianza alla Verità, ma questa non può essere “schifoso peccatore, convertiti e ingoia questa grazia (ingoiatura di ben altra memoria) e cambia vita o brucerai all’inferno!”
          Perché stando alla parole di Cristo, io già me lo sarei assicurato, per tutte le volte che ho guardato un’altra donna con desideri…

          Adesso non iniziare la tiritera “allora tu vuoi dire che i divorziati, ecc, ecc…” facendomi dire cose che non ho mai detto e dovresti saperlo se un minimo tieni a mente i vari interventi miei, come di altri su questo blog – luogo dove si impara a conoscersi anche se “virtualmente”.

          Concludo con una altro appunto (giacché ci sono…): io non credo tu possa permetterti di chiamare “sproloquio” l’intervento di apertura dei lavori del Concistoro del Card. Kasper.
          A lui questo intervento è stato affidato dalla Chiesa (e chi ci vuol vedere dietro pressioni losche di chissà quale origine, peggio per lui). Dell’intervento il Santo Padre a detto “teologia fatta in ginocchio” (ma tu lo chiami sproloquio), quindi opinioni, ipotesi su single affermazioni ci possono stare (io per primo ne ho fatte anche troppe), ma il giudizio di “sproloquio” lo riserverei a molti dei nostri miseri interventi.
          Ciò detto ti saluto.

          1. Giancarlo

            Kasper ha detto sciocchezze. Leggiti (impara a memoria!) la risposta del prof. De Mattei se vuoi essere cattolico. Per il resto avrei bisogno di pioù tempo.

            ……Stasera, forse.

            1. No lascia stare, non prenderti la briga…
              Che stai a a parlare con me visto che cattolico non mi reputi.

              Strano mi ritorna in mette la filippica quando qualcuno ti aveva (secondo te – perché poi il fatto non sussisteva) accusato di essere filo-nazista…
              Credo accetterei meglio questa accusa che non essere cattolico, ma è un mio limite.

              Direi che possiamo concludere qui il nostro dialogo (che per la verità ormai fatico a credere tale) caro Giancarlo.

              1. Cmq grazie, non sapevo che per essere cattolici bisognava leggere e imparare a memoria il prof. de Mattei 😉
                C’è sempre da imparare…

                1. Giancarlo

                  Sei davvero irritante Bariom. Seguirò il tuo consiglio, non mi prenderò la briga di risponderti. Del resto, per me ha già risposto il prof. De Mattei, col quale non ho nessuna difficoltà a schierarmi, almeno per quanto riguarda la questione dei divorziati risposati. A questo punto, le posizioni sono chiare, mi pare.

  17. Sergio Catellani

    Ci sono alcuni vaticanisti che fanno semplicemente ridere. Tu invece non solo mi fai pensare, ma mi edifichi lo spirito.

  18. Giancarlo

    Cara Silvia, so benissimo che la chiesa non “benedice il comportamento egoista di genitori irresponsabili”. Infatti io parlavo per assurdo, come se la chiesa decidesse di mettere in pratica le parole del cardinale Kasper. Spero bene, anzi sono sicuro che le fanfaronate di Kasper resteranno lettera morta al sinodo.

    Per quanto riguarda il mio matrimonio, scusa, ma cosa ti fa pensare che io e mia moglie non preghiamo come dici tu? Lo facciamo.

    Bariom, premetto che non posso vedere il video che hai postato, quindi non so se intendevi dire qualcosa a me. In relazione a quanto hai scritto, scusami: ho messo con sincerità le mie fragilità qui, di fronte a tutti, parlando di mia moglie, della nostra storia d’amore, di quanto ho più caro al mondo. Se ti fa piacere intervenire, potresti farlo con un po’ di delicatezza? Grazie.

    1. silvia

      Non penso che non preghiate come potrei? Né mi permetto di farlo. Mi pare che sia stato tu a parlare di croce e sofferenza nel tuo matrimonio. Ti chiedo scusa se ho offeso la tua sensibilità. Cercavo solo di dare un suggerimento. Pace a te.

    2. @Giancarlo, il video non ha nulla a che fare con te 😉

      Non mi pareva di essere intervenuto con poca delicatezza, né l’ho fatto parlando del tuo matrimonio. Ho parlato della tua croce, magari in modo un po’ provocatorio, a chiosa di una serie di concetti diversi che forse non hai colto.

      Mi fa un po’ strano sentire te invocare delicatezza che normalmente vai giù “con l’accetta”, ma se ritieni sia stato indelicato ti chiedo scusa.

    3. sweety

      Caro Giancarlo, (quasi) tutti i tuoi commenti ridondano di cattiveria (tranne quelli – molto belli – su tua moglie) . Chiamala rigore, a me non interessa, ma non hai mai una parola di compassione, enanche nei confronti di Bariom (che non mi pare destinato all’Inferno). personalmente faccio la comunione tutti i giorni e mi confesso una volta a settimana e ti assicuro che mai nessun prete mi ha detto “sei buonista”. Anzi, semmai che sono troppo rigorista con me stessa. Ma con gli altri cerco di non essere buonista, ma buona sì. Non dico che ci riesco, ma vedere come tu e altri qui platealmente ve ne fregate del precetto della carità mi fa specie, e l’ho detto. Adesso smetto anche perché non credo che ci sia un senso a continuare questa polemica, volevo solo avvertirti che all’inferno ci si va per tante strade e quella di scrivere commenti che non mostrano pietà nei confronti degli interlocutori è una. Tanto per usare il tuo linguaggio. Io due pensierini sopra ce li farei, ma se tu ti accontenti di vivere un cristianesimo così, vivi sereno e tanti auguri.

      1. Giancarlo

        Be’, insomma… mi fa piacere che qualcuno si sia accorto che amo mia moglie. Sull’inferno però una cosa la devo dire: guarda che io non mando nessuno all’inferno; mi preoccupo solo di avvisare coloro che si trovano, perlomeno apparentemente, in stato di peccato mortale, che l’inferno esiste e che i peccatori impenitenti ci andranno sicuramente.

        1. Sara

          Caro Giancarlo, purtroppo le sette opere di misericordia spirituale oggi non sono apprezzatissime, soprattutto la terza, ma fai benissimo a continuare a praticarle, anche perché questo non significa affatto presumere per sé o giudicare. Anzi. Concordo anche con il tuo commento del 9 marzo 2014 alle 10:40 e sempre più sono convinta che Verità e Misericordia non siano alternative, poiché senza l’una manca anche l’altra: in base a cosa posso avere misericordia, se non so quale è la verità? Come posso cercare di seguire e servire Gesù Amore, se non mi sforzo anche di seguire e servire Gesù Via Verità e Vita?

        2. sweety

          io non dico che tu non debba parlare dell’inferno, dico solo stai attento a non andarci tu, e visto che non praticare la carità è un’autostrada verso l’inferno io starei in guardia.
          Adesso esagero volutamente ma spero tu invece di reagire come al solito dicendo all’interlocutore quanto è buonista faccia due pensieri sul tuo modo di porti. Se pensi sia giusto, buon per te, io ti ammonisco perché vorrei evitare all’inferno ci finissi tu e sprattutto ci portassi coloro che spingi a usare i tuoi stessi modi.
          Ripeto: uso un linguaggio duro e probabilmente esagerato ma lo faccio apposta. Tu non le mandi a dire e io non le mando a dire a te.
          PS: che ami molto tua moglie si vede lontano un miglio, anche se ti auguro un giorno di mettere da parte tutte le sovrastrutture psicologiche incavolate che mostri qui e gustare di un po’ di serena serenità insieme a lei.

          1. Giusi

            Anch’io alcune volte ho criticato Giancarlo ma cattiveria nelle sue parole non ne ho mai ravvisata e mi pare veramente gratuito drlo. In quanto all’Infermo stiamo attenti a non andarci tutti!

            1. Giancarlo

              Qualche volta mi capita di spararle grosse, quando mi va il sangue al cervello. Non fateci caso, poi mi passa.
              …………. oh, nessuno è perfetto!

            2. sweety

              Io ho pensato le stesse cose che penso dei commenti di Giancarlo per i tuoi, Giusy. Poi, la coscienza è di ognuno e se a voi sembra che le cose che scrivete e i toni che usate rispecchino l’essere discepoli di Cristo, bene, buon per voi. A me fanno schifo (i toni, le cose solo a volte, spesso sono persino d’accordo), ma è opinione personale. Su questo blog non commento quasi mai, ma stavolta davvero non mi trattengo.

              1. John

                Swwty, anch’io non scrivo quasi mai, leggo e basta, ma stavolta non riesco nemmeno io a trattenermi. A me fanno molto più schifo (è un termine suo) i discorsi di coloro che in nome di una pseudo misericordia adulterano la Verità piuttosto che chi, come GIusi o Giancarlo, per amore della Verità e per troppa passione, possono andare un po’ oltre ( sia chiaro, non mi riferisco a nessuno qui, ma a più di qualcuno anche nella Chiesa sì). Credo che nel dire che fa parte delle vita cristiana anche l’accettazione della Croce e che non si possono cercare scappatoie non ci sia nulla di anti-cristiano bensì vera misericordia, mai disgiunta dalla verità; l’accoglienza poi di chi ha sbagliato è doverosa, ma quello è un altro discorso. Così credo pure che essere perplessi sulla relazione di Kasper che, non prendiamoci in giro, propone con qualche belletto per salvare l’apparenza il divorzio cattolico, sia assolutamente lecito: mica gode del dono dell’infallibilità Deo gratias, e le critiche giunte a lui da altri suoi confratelli lo dimostrano. Se avessi avuto ancora un dubbio su dove vuole andare a parare kasper, l’intervista di oggi su repubblica (evidentemente ormai il nuovo osservatore romano) me li ha tolti del tutto

              2. Giancarlo

                Cara Sweety, sono decenni ormai che ne sentiamo di tutti i colori. Se la chiesa desse retta a tutte le richieste che continuamente vengono fatte da fedeli, che sono fedeli solo alla loro pancia, la chiesa oggi sarebbe stravolta. Pensa alle innumerevoli e strampalate richieste che sono state rivolte alla chiesa in questi ultimi anni. Questa, di riammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati, è il tormentone del momento, ma sono davvero tantissime le pretese avanzate sulla base di presunti diritti o in virtù dell’infinita misericordia di Dio. Secondo me la chiesa è anche troppo cauta nel ribadire la dottrina. Anzi, proprio l’eccessiva cautela, per non dire di peggio, che la chiesa ha fin qui mostrato alle richieste assurde di chi vuole costruirsi un dio a sua immagine, proprio questa cautela incoraggia sempre nuove ed ulteriori pretese. Ora basta. E se comincio a capire ed a conoscere un po’ meglio papa Francesco, ci saranno amare sorprese per chi si aspetta la rivoluzione nella chiesa, a cominciare dal sinodo sulla famiglia.

                Ti ricordo che anche il parlare di Gesù era “troppo duro” per tanti discepoli che preferirono abbandonarlo. Ma Lui, senza scomporsi, chiese agli apostoli se volevano andarsene anche loro.

                Capisci? Ai divorziati riposati che chiedono di poter fare la comunione eucaristica, ma anche agli omosessuali che chiedono cose insensate ed a tutti coloro che si sentono in diritto di chiedere alla chiesa di cambiare la dottrina anziché chiedere a Dio misericordia per i loro peccati, io rispondo con le parole di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”

                1. Stando nell’ambito dei “secondo me” (quindi è un’opinione la mia come la tua… metto le mani avanti per non riaprire polemiche), sostenere che “…proprio l’eccessiva cautela, per non dire di peggio, che la Chiesa ha fin qui mostrato… ecc.” è affermazione un tantino incauta, che non rende giustizia alla Chiesa, che seppure in singoli esponenti può avere fatto o detto cose a volte “sbilanciate”, ma nel suo “cuore” e nelle figure dei Successori di Pietro, non ha mai tradito né messo in discussione né la Verità, né la “sana dottrina”.
                  Così è anche oggi, difronte al putiferio sollevato dalle affermazioni di un singolo (che prendono anche forse le mosse dal “famoso” questionario della Chiesa Tedesca, del quale tengo conto sino a domani, perché è il segno di un malessere di un popolo che spesso è confuso per propria negligenza), sembra ci sia una chiara volontà di tutta la Chiesa ad andare in quella direzione. Le affermazioni, opinioni illustri di segno opposto, già numericamente superano di gran lunga le affermazioni di partenza.

                  In quanto alla “durezza”, giustamente ricordi il passaggio che vede Cristo protagonista «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?», ma si potrebbe dire che il linguaggio è tanto più duro, quanto più duro è l’orecchio e il cuore di chi ascolta…
                  Di fatto ciò che ha sconvolto il mondo (e ancora oggi è capace di sconvolgerlo anche se a noi a volte non pare…) non è il “linguaggio duro” di Gesù, ma il Suo Infinito Amore, la Sua Misericordia (aridaiie con la misericordia), la Sua Compassione, nonché la Sua Passione per noi (passione d’amore, ma anche fisica) e la Sua RESURREZIONE.
                  Certamente unita alla Parola ferma e esigente, alla serietà e severità della Verità. Anche al Rigore, ma non è il rigore che salva il mondo!
                  Di “parole dure” e di rigore il mondo ne ha ricevute da tanti e in tanti modi e tempi diversi e il “rigore” ha fallito, anzi ha prodotto danni maggiori di ciò che si riprometteva di ottenere.
                  Dai ad un figlio – solo – rigore e disciplina e certamente ti si rivolterà contro!

                  Ma, come detto, la mia è solo un’opinione 😉

                  1. Giancarlo

                    Caro Bariom, io non MAI detto solo rigore, solo dottrina, solo legge. Nella chiesa non vige l’aut aut, ma l’et et.; e rigore e misericordia, e legge e perdono. Solo che alcuni, la maggior parte dei cristiani ormai, tende a dimenticare una cosa per concentrarsi sull’altra. Equilibrio ci vuole: et, et.

              3. Giusi

                Sweety io sarò “cattiva” come Giancarlo ma a me “schifo” non fa nessuno…….

                1. Infatti non si parlava di persone, ma di toni… e a tutti noi, te compresa Giusi, sono molte le cose che fanno “schifo” 😉
                  O no?

                  1. Eppure sarei pronto a dire che se c’è Uno a cui non ha mai fatto schifo nulla, quello è proprio nostro Signore Gesù Cristo…
                    Almeno, se non gli ho fatto schifo io… e lo so per certo 😉

                    1. Grazie Viviana…

                      Ecco io mi riferivo a questo che trovo nel tuo link:
                      a. Ripugnanza, ribrezzo o disgusto provocati da persone o cose materialmente o moralmente sudice o repellenti.

                      Naturalmente riferite al sottoscritto 😉

                    2. Giusi

                      Quello che diciamo fa schifo, siamo cattivi, basta fare due + due…… Io non la mando a dire ma non penso di nessuno che sia cattivo perlomeno non più di me…. Tu poi sei il più buono del reame…. 🙂

                    3. Roberto

                      Ah, questa sì che è una questione interessante e in fondo nient’affatto scontata, vero? 🙂
                      [e sì, sweety si riferiva ai toni, non alle persone, lo ha pure ben precisato, ed è ovviamente nel suo pieno diritto avere schifo di quel che possiamo scrivere o del come lo scriviamo… A me per esempio fa parecchio schifo il modo disonesto nel quale un certo cardinale si sta comportando, rilasciando interviste a destra e a manca e cercando di influenzare mediaticamente le future conclusioni del Sinodo – mica mi riferisco alla persona… ]

                      Ma a Dio fa schifo qualcosa? Dio odia? Si dice di sì: Dio odia il peccato. Non il peccatore; ma il peccato sì. Non potrebbe essere diversamente, altrimenti non sarebbe Dio.
                      NSGC ha conosciuto le passioni? L’ira, per esempio. Si risponde certamente di sì. L’ira è sia passione che peccato, per noi; perciò dobbiamo sempre starci attenti. In Lui non c’è peccato; ma nella natura umana c’è la passione, perciò la Sua ira, è un’ira santa, e in quanto tale, ovviamente, non biasimevole.

                      Poi c’era Sant’Agostino che diceva – più o meno, vada a memoria, a spanne – che Dio non ci ama per quello che siamo, ma contemplando ciò che siamo (o possiamo essere) in stato di Grazia. Dio non può amarci quando ci sfiguriamo radicalmente col peccato mortale, ma ci ama lo stesso in quest’altro modo. Concetto complicato, ho faticato per farmene una ragione, e non sono neppure sicuro di averlo capito del tutto.

                    4. INTERESSANTISSIMA riflessione Roberto. Grazie 🙂

                      L’ ira di Dio esite – eggià, ma giustamente noi dall’ira dobbiamo stare mooolto alla larga. E chi se la ritrova nel “dna” del proprio carattere (come il sottoscritto… già proprio io), se la ritrova come una spina nella carne, che il Signore non del tutto toglie perché “basti la Sua Grazia” e serva a mantere umile – perché l’ira ti umila – chi ne è soggetto (e anche ahimé chi ne è oggetto).

                      Ma tornando “a bomba”, data la nostra inclinazione al male, retaggio della nostra umanità decaduta, dobbiamo sempre fare molta attenzione ad assimilare i nostri atteggiamenti a quelli di Gesù Cristo, pur nella Sua Santa Umanità (è quel Santa che fa la differenza…) o addirittura a quelli di Dio.
                      Questo valga per lo “zelo”, per lo “sdegno”, per il “giudizio” e potremmo continuare…

                      Non per nulla, questo riguarda persino l’ AMORE, già persino quello… tanto è vero che anch’esso offuscato, tradito, sconvolto dal nostro umano limite, diviene il ben noto “Love is Love” se non peggio!

                      Urge una “meditatio” 😉

                2. sweety

                  A me non fate schifo né tu né Giancarlo, mi fanno schifo – mi ripugnano, mi scandalizzano, ecc. ecc. – i toni che usate, la temerarietà allucinante ceh avete nel giudicare tutto e tutto, quando persino il Papa ha detto “non giudicate”.
                  Se volete continuare a fare i finti tonti, continuate, a me sicneramente poco importa. Io non sono né per dare la comunione a peccatori né per il buonismo, e basta con questa storia che appena uno cerca di capire le sofferenze altrui – senza giustificarle – è un buonista condannato all’inferno. Non ho MAI detto “w la comunione ai divorziati”, mi sono sempre e solo riferita ai vostri toni. Io sono semplicemente per avere rispetto delle sofferenze altrui, per non trattare gli interlocutori che considerate troll come pezze da piedi, tutto ciò nel pieno rispetto della dottrina, della giustizia o di come volete chiamarla.
                  Dopodiché, basta davvero, l’ho detto mille volte: se pensate che i vostri toni siano degni di un cristiano, bene, sono felice per voi, a me ripugnano.
                  Con ciò mi pare di aver detto tutto e lascio alla vostra coscienza l’esame.

                    1. Mi pare una spirale perversa…

                      Oserei dire che il “fumo di satana” si “aggira” tra i post… giusto un “fumino”.
                      D’altronde a noi basta poco… 😉 😐

                    2. Allora speriamo che in questo caso sia “solo fumo e nient’arrosto” 😉
                      O rischiamo si noi di “finire arrostiti” 😉 🙂 😀

                    3. sweety

                      Infatti, non giudico, lascio alla vostra coscienza l’esame. I toni li giudico molto male, le persone no. Ad essere sincera, non vorrei neanche essere così dura, perché mi dispiace sinceramente per voi – l’uso di toni come i vostri presuppone uno stress allucinante dietro (e non è un giudizio, semmai un’attenuante), come dimostrano le diecimila critiche, rispostine, battutine…cmq basta, quel ceh dovevo dire l’ho detto in tutta onestà, fate delle mie parole ciò che volete, se vi paiono sbagliate o inutili ignoratele, sennò fateci sopra due pensieri. Come vi piace.

                    4. sweety

                      sweety se n’è uscito all’improvviso mica tanto…questo blog lo leggo da un po’ di tempo, e ho letto svariati commenti tuoi e di Giancarlo. Uno l’avevo pure commentato, forse a dicembre, boh.
                      Io non ho “capito tutto”: dico solo che i toni che usate tu e Giancarlo mi paiono non da cristiani. Punto. Si può dire o no?
                      Lo sai di essere una peccatrice (parole tue, io non lo dico)? Bene, allora datti da fare e cambia i toni.
                      Ah, e essere stressati ho detto che per me è un’attenuante. Magari la parola è sbagliata, ma tu come defnisci una persona che risponde a tutti con battutine, commentini e via dicendo (rileggi i tuoi ultimi 20 commenti – non a me – e dimmi che ne pensi)? A me pare che stressata sia un concetto neutro.
                      Può essere che io abbia preso un abbaglio: dimmi, ho preso un abbaglio e i tuoi commenti sono sempre stillanti carità fraterna? In questo caso la lezioncina la prendo io.

                  1. Giancarlo

                    Sweety, i toni o i modi possono e, certe volte, debbono essere duri, come Gesù stesso ci ha insegnato. Non si può rispondere con i salamelecchi a chi vuole stravolgere la dottrina. Se poi mi è capitato di avere toni duri o sgarbati con chi interviene nel blog, questo è un altro discorso, che non c’entra con i discorsi fatti dal card. Kasper. Diciamo che in alcuni casi ho sbagliato sicuramente; certe volte ho anche chiesto scusa; in altri casi rifarei lo stesso; comunque non mi pare la fine del mondo se in una discussione i toni si acerbano, se scappa una parola.

                    1. sweety

                      a me invece sì, quando la cosa è reiterata. Mi dispiace, la mia opinione resta la stessa.

                    2. @sweety… ormai siamo a “chi molla l’osso?” (potremmo farne un format)
                      E con Giusi è gara dura 🙂 (anche Giancarlo non scherza micca…)

                      Io, ovviamente sto scherzando… se non si era capito – ormai le cose in tono serio si son dette. Agli apocrifi l’ardua sentenza!

                    3. Giusi

                      Adesso pure dallo psichiatra dobbiamo andare! E menomale che avevi ricordato che se uno dice al fratello pazzo finirà nella Geenna! Ah ma già tu sei buono o buona, sei sweety (un po’ come choosy) a te è permesso tutto!

                    4. Uno “stressato” mica è pazzo… 😉
                      E tu Giusi un po’ (pochino pochino) stressata mi sembri.
                      Su sii un po’ sweety, un po’ honey, un po’ joyful 😀

                    5. Giusi

                      Gli stressati che conosco io covano dentro, non dormono la notte nemmeno col sonnifero, io butto tutto fuori delle volte sono preoccupata, addolorata, ma stressata non mi pare non ho nemmeno il colon irritabile!

                    6. Giusi

                      Comunque mi pare evidente chi qui ha dato i veri giudizi sulle persone, io ho parlato sempre di concetti anche con te quando ciclicamente “litighiamo” non è mai un fatto personale. Sai bene che per quel giudizio limitato (perchè non ci conosciamo personalmente) che posso dare su di te dopo qualche anno che interloquiamo su questo blog esso è molto positivo.Sweety, scusa, se n’è uscita o uscito all’improvviso a fare la lezioncina e a sparare sentenze (cattivi, stressati). Ahò!

                    7. Si Giusi, ma qualcosa mi dice che ogni tanto (me compreso) la “lezioncina” – ammesso che di lezioncina si tratti – ce la dobbiamo pure prendere (o quanto meno riflretterci). Perché può essere che arrivi da chi “sbuca fuori all’improvviso”, ma magari è qualcuno che “da fuori” ho osservato una serie di atteggiamenti, ecc, ecc. e arriva e lo fa presente.

                      Perché sennò, vedi, siamo sempre qui che ci diciamo addosso che siamo grandi peccatori, poi arriva uno che ti dice: “ma lo sai che sei proprio un peccatore!” E noi: “Chi io! Ma come ti permetti… guardati tu piuttosto. Ma guarda un po’! Peccatore a me…”
                      Invece magari, ci sta facendo un servizio 😉

                      Prosit

                    8. Giusi

                      Io lo so che sono una peccatrice e me lo può dire chiunque mi danno fastidio i finti buoni della serie mi dispiace per voi poveretti mentre io ho capito tutto.

                    9. Giusi

                      Sweety a me di fare la polemica con te non importa nulla. Io e Giancarlo non siamo cristiani e però tu non giudichi. “Lo sai di essere una peccatrice (parole tue, io non lo dico)? Bene, allora datti da fare e cambia i toni.”. Dai ordini perchè naturalmente tu invece sei l’essere perfettissimo. Guarda rido. Io dico solo battutine e commentini (fai a meno di leggermi) tu invece finora hai buttato solo quintali di veleno contro me e Giancarlo ma va bene lo stesso. Non ho carità fraterna tu invece sei di una bontà infinita. Va bene ti dò ragione sei contento? D’altra parte uno che si autoproclama sweety che gli vuoi dire?

                  2. Credo di comprendere lo stato d’animo di sweety anche se vorrei approcciare la questione da una diversa angolazione. Perché questa è una tentazione che mi tocca da vicino, molto vicino. Sempre viva, questa che chiamerei la “tentazione della verità”, alla quale spesso e volentieri ho ceduto e cedo ancora. Quindi via ogni riferimento a terzi o velleità da “primo della classe dei virtuosi”. Ciò che scrivo si riferisce prima di tutto a me stesso, anche se ritengo che altri possano riconoscersi in questo mio percorso di vita e forse trarne qualche spunto utile a non ripercorrere i miei stessi errori.

                    È un discorso molto delicato, sempre a rischio di banalizzazione e perciò fonte di malintesi, polemiche velenose e così via. Cerco di articolare meglio che posso quanto intendo dire, senza pretesa di esaustività. Se posso permettermi un consiglio, è straordinaria la maniera in cui ne scrive Fabrice Hadjadj nel suo bellissimo Anti-manuale di evangelizzazione (tutto quel che scrive Hadjadj non è semplice “teoria” o “dottrina”, sono “ruminazioni” che toccano corde profonde, favoriscono un incontro personale che coinvolge tutta la persona).

                    Occorre prima di tutto guardarsi dal confondere la fede cattolica con la militanza in una sorta di “partito religioso” così come dall’intellettualismo esasperato che riduce la fede (che è “fare credito a Dio”, una comunione spirituale con Cristo, un rapporto vivo e personale) a ideologia. L’unione dello zelo e dell’impazienza rischiano di portare il cattolico fervoroso a mutarsi in un “cattolicista” che “milita” nel cattolicesimo come “militerebbe” in un partito politico. Crede di dover trasmettere una semplice dottrina, una “conoscenza”, un possesso intellettuale, un pensiero collettivo. Da qui il dualismo sociologico tra una élite di puri e duri “illuminati” e la massa dannata di “non illuminati”, meritevole unicamente di disprezzo.

                    L’errore del “cattolicista” è di valutare troppo poco l’uomo. L’uomo non è un animale, così le verità della fede non sono stimoli nel senso pavloviano del termine. Non basta “enunciare” la verità e aspettarsi che l’uomo alzi la zampa in segno di assenso. Se così fosse l’obbedienza della fede sarebbe la risposta a una serie di slogan, a una serie di parole d’ordine, e l’uomo sarebbe niente altro che un homo zoologicus. L’uomo invece è libero perché in lui c’è anche lo spirito. In questo senso la “risposta negativa” va messa in conto per tanti motivi. In primo luogo per l’inadeguatezza dell’annunciatore, che spesso annuncia solo una verità troppo umana o perfino deformata. In secondo luogo perché il Vangelo pretende di conoscere il cuore di ogni uomo meglio di quanto egli stesso lo conosca. E questa pretesa è tanto provocante e intensa da poter suscitare, di primo acchito, una feroce reazione negativa.
                    Quindi il rigetto può avvenire tanto perché si è capito male il Vangelo, per l’inadeguatezza dell’annunciatore umano, quanto perché lo si è inteso benissimo ma si rifiuta di risconoscersi insufficienti rigettando la grazia in nome di una “morale della padronanza di sé”.
                    Il problema, non di poco conto, è che per una creatura è impossibile giudicare cosa sia davvero avvenuto nel cuore di un’altra creatura, in primo luogo se si trovi o meno in stato di ignoranza invincibile. Creatura che ad ogni modo reca sempre in sé il calco di Dio almeno come presenza di creazione (forse anche di grazia, ma non lo sappiamo). Questo non ha nulla a che vedere col buonismo del “volemose ben”, che annacqua l’annuncio onde evitare ogni scontro, cioè la manifestazione esteriore della reazione negativa interiore.

                    Perciò non bisogna confondere la “santa ira”, o la “ira moderata” di cui parla san Tommaso d’Aquino, con l’indignazione farisaica. La prima è quella forte passione con cui il cristiano “incarna” la resistenza al male, è una sorta di “supporto emotivo” con cui diamo forza ed efficacia alle nostre azioni buone che, altrimenti, resterebbero allo stato potenziale, ineffettive. Un magistrato che nell’esercizio delle sue funzioni non fosse spinto da una forte passione per la giustizia è a rischio. Rischia di diventare un mero funzionario capace di servire indifferentemente anche un ordine giuridico di stampo nichilista. Gli esempi attuali si sprecano.

                    La santa ira è espressione di misericordia. La misericordia non è, come spesso alcuni sembrano credere, la semplice “tenerezza”. Misericordioso è chi prova afflizione per il male (fisico e morale) che ha ghermito un’altra creatura come se avesse colpito se stesso. E per questo vorrebbe levarle quel peso, liberarla dal male che l’aggredisce.
                    Questo è il fondamento dell’ira di Dio, è il motivo per cui le Scritture Gli attribuiscono la gelosia: vedere la propria creatura che si autodistrugge e reagire con forza per rammentarle che il suo posto non è insieme ai porci nel pantano a mangiar ghiande, ma sono le nozze eterne con lo Sposo, il Dio-Creatore. Non bisogna dare letture troppo “umane” dei passi evangelici e interpretare le “parole dure” di Gesù come un salvacondotto che legittimi le nostre personali rudezze. Bisogna sempre chiedersi se la nostra durezza è ispirata da questo amore infinito e misericordioso oppure da moventi assai più terreni. Altrimenti diventiamo delle maschere teatrali, degli imitatori scadenti e superficiali, rischiando di infliggere ferite molto profonde al nostro prossimo.

                    L’indignazione è tutt’altra cosa: è quello stato d’animo sentenzioso, giudicante e risentito di chi si sente interiormente “giusto”, perennemente in cerca di “colpevoli” da additare. “Indignati” sono tutti gli “incorruttibili” della storia, l’eterno “partito dei puri” che comprende coloro che sono soliti presentarsi, alla stregua dei farisei, come i “più giusti dei giusti” . Questa falsa purezza si presenta sempre sotto forma di ipersensibilità allo scandalo. Stracciarsi le vesti con troppa frequenza, come Caifa “scandalizzato” di fronte a Gesù per le sue “bestemmie”, è il sintomo di un’anima che non sente più bisogno di conversione. Cieca di fronte al proprio male, vede solo quello altrui. Non vedere in sé alcuna traccia di male equivale ad esserne pervasi al punto da essere divenuti ciechi. Per questo qualcuno ha detto che l’attitudine all’indignazione permanente è indice di una grande povertà di spirito.
                    Il “puro” ha una necessità assoluta, quasi fisiologica, dello “scandalo”, è il suo rifugio psicologico. E’ la cosiddetta “memoria negativa”. Il “puro” ha bisogno di sentirsi moralmente superiore. Perciò ricorda e nota solo ciò che conferma la sua convinzione di vivere in un mondo orribile.

                    È una tentazione cui tutti siamo soggetti (di chi scrive per primo, ripeto a scanso di equivoci): usare le cose sante della fede come valvola di sfogo del nostro malessere, ripetere ossessivamente che tutto va male, denunciare le cospirazioni dei malvagi per sentirci migliori. È umano cadere ed è sbagliatoi anche essere troppo duri con se stessi. Ma la tentazione va riconosciuta come tale per poter essere contrastata. In caso contrario rischiamo di cadere inavvertitamente nella tentazione del «Signore degli Anelli»: combattere il male con gli strumenti forgiati dal Signore oscuro. Col rischio, poco alla volta, di finire per assumere le sue sembianze.

                    1. Roberto

                      Grazie Andreas di avere espresso i concetti relativi all’ira meglio e più sinteticamente di quanto sarei riuscito io!

            3. sweety

              Cara Giusy, io uso gli stessi toni che usate voi (e lo faccio apposta, di solito non lo faccio). Sweety è un nickname come tanti, non che io mi creda dolce come la Nutella. Né il perfetto esempio di cristiano.
              Ma voglio farvi capire che è brutto sentirsi rivolgere i toni che usate voi – e ne hai la prova perché ti dà fastidio quanto io dico.
              Il veleno è che tu e Giancarlo usate toni che non mi paiono cristiani. è veleno? Allora è veleno dire a qualcuno: sei in una relazione adulterina e rischi di andare all’inferno? No, lo dite voi che è correzione fraterna. Allora dimmi come ti devo fraternamente correggere? Con dolcezza? Lo vorrei! Ma ho deciso di usare toni violenti e duri proprio per fare come te.
              E, ovvio, perché poi tanto sweety non sono neanche io e stavolta ho deciso di non esserlo proprio (questa è mea culpa).Adesso basta però, torno al mio stato solito..
              Parlando seriamente, iusy, davvero i toni che usate sono brutti. Per piacere, cambiateli – per favore. Mi va benissimola difesa del matrimonio, va benissimo criticare i peccati va benissimo difendere la retta dottrina…ma per favore, per favore cambiate i toni. prendiamo esempio dal Papa! Lui manco le manda a dire! Anzi, quello che deve dire lo dice chiaro. Ma tu ce lo evdevi Ratzinger a rispondere a battutine acide a una persona che gli dicesse “scusi, secondo me sbaglia” o che avesse un’altra opinione?
              Se ci riesce Ratzinger, se ci riesce il Papa DOBBIAMO riuscirci anche noi!!!
              (ribadisco che io parlo solo di TONI; non di te e Giancarlo come persone)

              1. Giusi

                Sweety ti faccio notare (e poi chiudiamo) che Giancarlo ti ha pure chiesto scusa ma tu hai detto che non ti basta che ti dispiace ma resti della tua opinione. Pertanto rilassati: Dio c’è ma non sei tu.

  19. pietro77

    Quelle che seguono potrebbero sembrare affermazioni di Corrado Augias e invece sono del cardinal Kasper dal libro “Gesù il Cristo” , Queriniana, Brescia.

    I miracoli di Gesù nel Vangelo: «Un problema che rende piuttosto strana e difficilmente comprensibile all’uomo moderno l’attività di Gesù…», e scrive che «si ha l’impressione che il Nuovo Testamento abbia arricchito la figura di Gesù di motivi extra-cristiani per sottolinearne la grandezza e l’autorità» . I miracoli «possono essere interpretati anche come opera del demonio. In se stessi, poi, non sono così chiari e non costituiscono necessariamente una prova della divinità di Gesù» (p. 129). La Resurrezione: «Nessun testo neo-testamentario asserisce di aver visto Cristo risorgere». E continua: «Gli enunciati della tradizione neo-testamentaria della risurrezione di Gesù non sono affatto neutrali: sono confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede» (p. 176). Della scoperta del “sepolcro vuoto” «dobbiamo supporre che non si tratti di cenni storici, ma soltanto di artifizi stilistici, escogitati per richiamare l’attenzione e creare «suspence»» (p. 172)… «in ciò su cui si vuole richiamare l’attenzione, non é il sepolcro vuoto; si annuncia la risurrezione, e il sepolcro viene considerato soltanto come segno di questa fede» (p. 173).

    1. @pietro77 non è mai una grande pensata estrapolare pezzi di frasi da un contesto per portarle a prova di una qualsiasi tesi…

      Io non ho letto il libro, né mi interessa fare il difensore d’ufficio, ma io potrei ad esempio leggere così alcune delle frasi che riporti:
      «Un problema che rende piuttosto strana e difficilmente comprensibile all’uomo moderno l’attività di Gesù…» …sono i miracoli (presumo si stia parlando di questi, giusto?)
      E di fatto i miracoli, dall’uomo moderno creduti invenzioni o vera cialtroneria, fanno problema.

      «…si ha l’impressione (da parte dell’uomo moderno) che il Nuovo Testamento abbia arricchito la figura di Gesù di motivi extra-cristiani per sottolinearne la grandezza e l’autorità»
      Anche qui considerando il soggetto che ho inserito tra parentesi, nulla di strano.

      E via discorrendo. La diversa melodia risuona qui, in base all’orecchio di chi ascolta. 😉
      (o con che orecchio ci si pone in ascolto…)

        1. Giusi

          Mi ha fatto venire in mente Umberto Veronesi il quale qualche tempo fa se ne uscì con la perla che l’amore gay è più puro di quello etero. Ma almeno non è un cardinale. Ribadisco il mio pensiero già espresso altre volte: siamo troppo oltre, a questo sfacelo può porre fine solo il Signore. Paolo VI disse che il fumo di Satana era entrato in Vaticano, in realtà da tempo vi è entrato pure l’arrosto!

          http://www.gay.tv/articolo/umberto-veronesi-lamore-gay-e-quello-piu-puro/20083/

          1. Giusi

            Come quadratura del cerchio: le associazioni gay hanno creato e ideato una maglietta raffigurante il Papa con la scritta: ” chi sono io per giudicare?”. Avevo visto anche la foto ma adesso non riesco a reperirla. E con questo buonanotte in tutti i sensi!

          2. LIRReverendo

            Prego e richiedo un po’ di digiuno quaresimale, tra fumi e arrosti le tentazioni incalzano. Per Veronesi l’amore gay è puro in quanto scientificamente è dimostrato che l’intestino è retto. Rettitudine e purezza vanno a braccetto. Veronesi, dalle sue profondità, propone lo scientismo ana logico, dove l’acchiappare solerte evita rumori inutili. Poi ha steso la carta igienica dei diritti internazionali, ma sono stati elencati solo rovesci. Stanno tirando la corda e se non si spezza finisce tutto alla turca, e l’Europa ne cessita di latrinerie sciacquevoli dove il DDT è preferibile al DDL..
            Guttalax in cloache maximum escre mentum qualsi vogliae
            Per voi LIRReverendo, cessato silentium

      1. vale

        @bariom
        purtroppo il Kasper fa riferimento alla formgeschichte del bultmann.

        ma non mi interessa la polemica sviluppatasi.

        ti volevo segnalare, se te l’eri persa, la “critica” di un teologo molto vicino a Wojtila, Don Juan José Perez Soba professore ordinario di Teologia pastorale del matrimonio e della famiglia al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia presso l’Università Lateranense di Roma,apparsa sul “foglio” di sabato.
        http://www.ilfoglio.it/soloqui/22191

        parmi interessante.( come lo era il de mattei). ma da un altro punto di vista.

            1. Letto… decisamente interessante e mi trovo assolutamente d’accordo sul “cuore” del discorso.
              Ma il ribadirlo, qui ormai sembra questione di esser Guelfi o Ghibellini…

    2. Giusi

      A proposito di Augias ieri l’ho beccato da Lillibotox che diceva che Bergoglio mangia a Santa Marta per precauzione se no lo avvelenerebbero…… Pensa te non l’hanno fatto con Benedetto……

  20. WYD

    propongo un testo che sembra scritto oggi:

    A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa
    circa la recezione della Comunione eucaristica
    da parte di fedeli divorziati risposati [1]

    Joseph Card. Ratzinger

    La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

    Alcune obiezioni più significative – soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epicheia e della “aequitas canonica” – sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei Professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño[2] sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.

    1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica.

    Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope – e cioè Mc 10, 11-12 – e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della 1a Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di “porneia” (Mt 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede (1 Cor 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.

    A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia – al di là della legge – all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: “L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano – soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè “Sacramento” (cfr Ef 5, 32).

    La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Cor 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano ed uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono “sacramento” nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto “matrimonio naturale” ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto – nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di San Paolo come “privilegium paulinum”, cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.

    A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla “porneia” esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la Chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.

    2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di “economia” delle Chiese orientali separate da Roma.

    Si afferma che il Magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della “akribia”, della fedeltà alla verità rivelata, quello della “oikonomia”, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo ed anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il Sinodo dei Vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.

    Lo studio di Padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico. A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:

    a. Esiste un chiaro consenso dei Padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La Chiesa del tempo dei Padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.

    b. Nella Chiesa del tempo dei Padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. E’ vero invece che la Chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina. Sembra anche vero che singoli Padri, ad es. Leone Magno, cercarono soluzioni “pastorali” per rari casi limite.

    c. In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:

    – Nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte di Stato e Chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle Chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse ad una prassi sempre più liberale. Oggi in molte Chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una “teologia del divorzio”, che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.

    – Nell’Occidente fu recuperata grazie alla riforma gregoriana la concezione originaria dei Padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel Concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della Chiesa nel Concilio Vaticano II.

    La prassi delle Chiese orientali separate da Roma, che è conseguenza di un processo storico complesso, di una interpretazione sempre più liberale – e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore – di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.

    3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica.

    Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La Chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la Chiesa dovrebbe qui fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.

    I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

    a. Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di “diritto divino”. La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei Sacramenti -, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.[3]

    b. La Chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1ª Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del “privilegium paulinum” e del “privilegium petrinum”. Con riferimento alle clausole sulla “porneia” in Matteo e in Atti 15, 20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella Chiesa occidentale fu dato spazio al principio della “oikonomia”, senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

    In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di Diritto Canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per se, secondo il giudizio di persone competenti, sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale “Nemo iudex in propria causa” (“Nessuno è giudice nella propria causa”), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

    c. Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso “per quanto possibile” ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr Lettera 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.

    4. Molti accusano l’attuale Magistero di involuzione rispetto al Magistero del Concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio.

    Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo “ius in corpus”. Il Concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in un modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili. Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di “morte del matrimonio”, quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più. Altri sollevano l’antica questione se il Papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.

    Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su “Gaudium et spes” e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente sulla traccia indicata dal Concilio la dottrina ivi contenuta. E’ tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio. Il Concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il Concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di “contratto” con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di “patto”, non si può dimenticare in proposito che anche nel “patto” è contenuto l’elemento del “contratto” pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, è già in realtà sempre stato affermato con la parola “sacramento”, ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il Concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e Chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il Concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del Concilio, ma esecuzione del suo compito.

    Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.

    Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti – battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è “ipso facto” un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale “valido” fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cfr CIC, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di “non fede” abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi.[4]

    5. Molti affermano che l’atteggiamento della Chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale.

    Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della Chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio. Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La Chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.

    Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del Magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale. Il contenuto essenziale del Magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto. Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata. Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica “Veritatis splendor” ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette “pastorali”, che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del Magistero (cfr ibid. 56).

    Per quanto riguarda la posizione del Magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. “Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

    [1] Questo testo riprende la terza parte della Introduzione del Cardinale Joseph Ratzinger al numero 17 della Collana “Documenti e Studi”, diretta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati, LEV, Città del Vaticano 1998, p. 20-29. Le note sono state aggiunte.

    [2] Cf. Angel Rodríguez Luño, L’epicheia nella cura pastorale dei fedeli divorziati risposati, ibid., p. 75-87; Piero Giorgio Marcuzzi, S.D.B., Applicazione di “aequitas et epikeia” ai contenuti della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994, ibid., p. 88-98; Gilles Pelland, S.J., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, ibid., p. 99-131.

    [3] A tale riguardo vale la norma ribadita da Giovanni Paolo II nella Esortazione apostolica postsinodale “Familiaris consortio”, n. 84: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi.” Cfr. anche Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis”, n. 29.

    [4] Durante un incontro con il clero della Diocesi di Aosta, svoltosi il 25 luglio 2005, Papa Benedetto XVI ha affermato in merito a questa difficile questione: “particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. “

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