Il libretto di istruzioni dell’essere umano (replay)

di Costanza Miriano

Io  le letture della Messa le capisco a rate, come le battute del mio amico Paolo, che ci rido più tardi. E per fortuna che ho il messale, perché la mattina o arrivo in ritardo o dormo; poi ripasso.

Il Vangelo di ieri all’inizio non mi era sembrato così pericoloso. Ci sono dei brani che ti scomodano – Lazzaro che sta all’inferno, le beatitudini, andate via da me o maledetti e molti altri – ma questo sembrava tutto sommato inoffensivo. Per quanto mi riguarda io ho una mia playlist di pagine evangeliche, ascolto con gioia quelle che mi danno meno fastidio. Le altre le ignoro con elegante noncuranza. Faccio la gnorri.

Comunque ieri il Vangelo diceva “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno della legge senza che tutto sia compiuto”.

Sospiro di sollievo, posso andare tranquillamente al lavoro, anzi tornare a vagare con la mente (non c’è niente di meglio per farti venire in mente tutte le cose arretrate da fare che sederti su una scomoda panca di legno la mattina: la mente parte come un razzo verso liste della spesa, amichetti ospiti, telefonate, bonifici e arretrati di ogni sorta).

Poi però mi viene in mente che se neanche uno iota verrà cambiato, non è che si possono tanto ignorare le pagine antipatiche. Uno iota è un segnetto minuscolo, che fra l’altro ai tempi di Gesù neanche si scriveva, perché il testo in ebraico era senza vocali. E se neanche una cosa che non è scritta si potrà cambiare, stiamo freschi.

Se uno sta nella logica della legge, stiamo freschi davvero. Ma una chiave ce la dà la prima lettura, il Deuteronomio, che dice “questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”.

Insomma, la Bibbia non è una lista di prescrizioni, ma saggezza e intelligenza. Il libretto di istruzioni dell’essere umano. Chi prova a seguirle non è più bravo o più santo, semplicemente funziona meglio.

Romano Amerio, un grande studioso cattolico del ’900, autore appunto di Iota unum, che è una critica “tradizionalista” di alcuni aspetti della Chiesa contemporanea, dice che la Chiesa non deve tradire il suo mandato di annunciare la Verità tutta intera, appunto senza cambiare una virgola, e (sempre se ho capito bene, tra una lista della spesa e una corsetta) che questo dovere viene prima ancora dell’amore. In Dio viene prima l’intelligenza, poi l’amore: non lo dico io e neanche Romano Amerio, ma il Vangelo, e san Paolo e sant’Agostino.

Adesso appellarsi a un amore universale e generale e indistinto va di moda, ma la Verità viene prima.

Viene prima perché dalla Verità discende tutto, anche l’amore, la fratellanza e le opere. A volte le parrocchie sono agenzie di animazione sociale, e si dimenticano l’annuncio.

La Verità ci dice chi siamo davvero – figli amatissimi del Todo Poderoso (mi piace più in spagnolo) – e quale è la nostra vera felicità.

Noi contemporanei siamo ormai insofferenti a ogni forma di gabbia, di costrizione, di limite alla nostra determinazione totalmente arbitraria.

Se abbiamo una speranza di conquistare a Dio qualcuno è parlandogli non di legge ma di felicità, di gioia, di cose che cominciano a girare per il verso giusto. Di come siamo fatti, tutti noi, di Quello per il quale il nostro cuore inquieto è fatto.

67 pensieri su “Il libretto di istruzioni dell’essere umano (replay)

  1. dongiovanniferrara

    Grazie! Le sue riflessioni sono sempre di una profondità tenerissima e luminosa. don Giovanni Ferrara

  2. admin

    Costanza Miriano domenica 22 aprile alle 11 interverrà ad un incontro dal titolo:

    “Siamo più grossi di voi e questa è casa nostra”

    nella Parrocchia San Giovanni Battista De Rossi
    Via Cesare Baronio, 127, 00179 Roma

  3. lidia

    A me piace sempre ricordare ciò che dice Ratzinger in una sua bellissima omelia del 13.12.1974 nel duomo di Münster (citerei come Alessandro, ma ce l’ho scannerizzata…): “dobbiamo avere il coraggio di dire che ciò che salva è solo l’amore”. Ecco, non è che la verità viene prima dell’amore, è che senza verità non c’è amore. cioè, come dice Costanza, l’amore si basa sulla verità, anche se l’amore viene sempre prima, in linea di principio. e con tutte le forme adulterate di amore che ci propinano i media…
    Adesso faccio una confessione: a me piace guardare “Glee”. Cioè, l’ho visto solo 3 volte, ma era fighissimo, è una serie-musical ambientata in un liceo negli USA. Però, ecco, non fatelo vedere ai figli…Niente sesso e violenza, e questo è bene, c’è persino un gruppo di preghiera nel liceo, però è tutto a favore degli omosessuali, dei travestiti (cioè ce n’era uno in una puntata) etc. (ci sono due coppie, una di due ragazzi e una di due ragazze) e quando lo guardi, in effetti, pensi inconsciamente: vabbè, ma poveretti, si amano questi due, che male c’è. Poi, come in tutte le cose USA, ci sono pure valori a palate, matrimonio matrimonio, amici amici, realizziamo i sogni, c’è persino il circolo della castità (negli Usa esistono ‘ste cose) etc…insomma non è da buttare. sembra che, come in molte cose, quello che manca sia un libretto di istruzioni, appunto…

  4. nonpuoiessereserio

    Mitica, annunciare la Verità tra una lista della spesa e una corsetta se ho capito bene:-)

  5. Un’idea che ci ho in testa da un po’ di tempo (grazie agli inserimenti di Alessandro) .
    una famiglia Miriano-Simpson, con i caratteri e le vicende dei Simpson, ma con l’innesto cristiano:
    dei Simpson convertiti ancora più spiazzanti (nonchè, ovviamente, salvifici)

    1. Alessandro

      I SIMPSON SONO CATTOLICI?

      Intervista a Carlo Bellieni

      ROMA, martedì, 26 ottobre 2010, (ZENIT.org).-Il 17 ottobre il quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” riprendendo un articolo uscito sulla rivista dei gesuiti italiani La Civiltà Cattolica, ha scritto che Homer Simpson e la sua famiglia sono cattolici. L’articolo, in particolare, fa riferimento all’episodio Padre, Figlio e Spirito Pratico in cui Homer e Bart si convertono temporaneamente al cattolicesimo, per poi cambiare idea.
      Nell’articolo pubblicato da La Civiltà Cattolica padre Francesco Occhetta prende spunto dall’episodio dei Simpson, in cui il protagonista si lascia andare alla battuta, “il cattolicesimo è mitico“, pronunciata in seguito all’incontro tra Homer, Bart e padre Sean.
      Per cercare di comprendere meglio come e perchè i Simpson, uno dei cartoni più famosi della TV, siano diventati oggetto di una discussione di questo tipo, ZENIT ha intervistato Carlo Bellieni, neonatologo e bioeticista, autore di commenti originali in merito.

      Quali sono le reazioni all’articolo sui Simpson pubblicato ne L’Osservatore Romano?

      Bellieni: La frase “Homer e Bart sono cattolici”, che appare sul quotidiano vaticano “L’Osservatore Romano” è un’ottima provocazione per aprire un dibattito sul senso religioso, e non manca di basi. Il produttore dei Simpsons Al Jean ha dichiarato che Homer e Bart non sono cattolici. “Abbiamo abbastanza chiaramente dimostrato che Homer non è cattolico”, ha detto a Entertainment Weekly: Aggiungendo: “Non credo Homer potrebbe vivere senza mangiare carne il venerdì. Non può stare senza carne neanche per un’ora”. Jean ha ragione ma solo in parte, perché i Simpson non fanno parte della Chiesa cattolica, ma portano segnali che ai cattolici stanno a cuore, e quando si portano certi segnali non lo si fa per caso, per dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”, dato che sono messaggi scomodi e censurati. “I Simpson”, così come altre serie TV che in apparenza avallano l’ateismo o scherzano sulla religione (ad esempio, House MD), sono forti sostenitori della religiosità. La religiosità non vuol dire solo essere pii o avere forti legami con una pratica religiosa; “religiosità” significa una ricerca esistenziale in cui si è sicuri che una risposta è presente pronta a rivelarsi. In questi termini la serie “The Simpsons” è molto religiosa. Molti episodi lo dimostrano: per esempio l’episodio “Bart vende la sua anima”, quando Bart sperimenta l’importanza di un’anima trascendentale o “Non abbiate paura del riparatore del tetto”, dove Homer trova un “amico perfetto” che solo lui può vedere, mentre gli altri ignorano o negano la sua esistenza (che chiara analogia con Dio!), e che si conclude con l’ammissione di tutti che l'”amico” esiste, che erano loro che non riuscivano a vederlo e che Homer aveva ragione.

      Ma si può dire che i Simpson siano cattolici?

      Bellieni: Diciamo che quando si trova una corrispondenza simile, il fatto non è casuale: troppo congiura per mandare sempre e solo messaggi d’altro tenore. “I Simpson” sono un inno alla famiglia, in un’epoca in cui si vorrebbe vedere la famiglia distrutta. Ogni episodio si conclude con l’amore della famiglia: la famiglia è un ritrovo, un nido. In un mondo dipinto di giallo, che vive sotto una sorta di radiazioni da bomba atomica, in cui le persone si deridono e si insultano, accade che ogni sera i Simpson tornano a casa e trovano i loro cari, che non sono perfetti, ma sono lì, in un rapporto conflittuale, ma sempre pronti ad accogliersi e perdonarsi.

      E’ sufficiente questo per essere cattolici?

      Bellieni: Nella serie è valorizzato il senso religioso, ed è valorizzato il luogo in cui esso può essere scoperto e vissuto: la famiglia è nel cuore della Chiesa cattolica, e la Chiesa cattolica non cessa di ricordarci la centralità del nido familiare, dove l’amore può essere vissuto senza moralismo. Attenti a non confondere l’ironia con lo scherno in questa serie: non è vero infatti che tutte le espressioni apparentemente anti-religiose sono veramente anti-religiose. Anche la famosa frase detto da Homer: “Non sono normalmente un uomo che prega, ma se sei lassù, per favore salvami, Superman!” serve a far riflettere sulla religiosità: è il segno di un’anima disorientata, sempliciona, ma naturalmente religiosa. Insomma: parlando della “cattolicità” di Homer, si è indotto un dibattito sulla religiosità e sulla famiglia? Ci sembra sufficiente.

      http://www.zenit.org/rssitalian-24282

      1. Perché, in fondo, diciamolo, TUTTI, siamo CATTOLICI, SEMPER, non si scappa!!!
        E dunque, al lavoro, questa nuova serie, fatta da Paul Bratter, Joe Turner, Alessandro alla sceneggiatura,
        magari anche non di cartoni, ma personaggi veri, de Roma, della Garbatella, der Tufello, de Centocelle, miriadi e miriadi di Simpson-Miriano cattolici al massimo grado, condomini e condomini pieni di questi personaggi con le birre in saccoccia, con le mogli coi bigodini, che però credono e che sono testimoni con la loro umana miseria che è bello vivere!!!

  6. Alessandro

    Primo è Dio, che è Verità e Amore. Quindi Verità e Amore non si dispongono in graduatoria, ma primeggiano nel Primo.

    E’ anche vero però che l’amore non divino (il nostro, ad esempio) può essere aberrante, traviato, depravato: e per rettificarlo (e restituirlo alla sua derivazione divina) occorre infondergli verità, autenticità, renderlo un amore vero.
    Ossia: dare all’amore d’una creatura occhi di verità, occhi che ci vedano bene perché si accorga che sta amando in modo disordinato (ad es.: sta amando molto ciò che vale poco nello scala degli esseri e sta amando poco ciò che vale di più).
    In questo senso nelle creature la verità esercita una sorta di funzione correttiva e risanatrice dell’amore, e quindi, se non riveste una dignità superiore all’amore, la verità forma per così dire con esso un coprincipio, regolativo di quello che le si accompagna.

    La verità senza amore non è né divina né creaturale. Una volta che conosco la verità, che so che quella “cosa” sta veramente “così”, debbo instaurare con essa una relazione d’amore, altrimenti non sono un uomo: giacché l’uomo non può non amare. Non mi basta sapere che quella cosa è amabile, urge il desiderio di amarla in atto. E il cammino dell’amore esige che gli occhi della verità non siano all’opera solo al principio, quando si tratta di mettere a fuoco la cosa per appurare con sguardo limpido se è amabile: la vigilanza dell’intelligenza sulla verità della cosa amata, e quindi sull’amore che la ama, si dispiega anche (imprescindibilmente) ad… amore in corso.

    Una conoscenza veritativa, per quanto irreprensibile, che si rifiutasse all’amore non sarebbe umana (segnerebbe una patologia dell’umano), ma neppure divina. Chi conosce l’ebraico può emendarmi, ma quando Cristo dice di essere Via Verità e Vita, in quel “Verità” risuona la mens ebraica secondo cui vero è ciò cui tributo adesione fedelissima e obbedientissima. Cristo è Verità perché è obbedienza amorevolissima, fedeltà completa e inesausta al Padre Suo. La Verità di Cristo esige l’Amore al Padre e non esiste senza Amore.

    1. Non lo so se risuona la “mens ebraica”. Prima cosa Giovanni scrive in greco. Ed è, mi sembra il più “greco” ,di tutti gli evangelisti. Seconda cosa la polpa sostanziosa e spirituale dei vangeli è di lasciarsi dietro la “mens ebraica”. Meno di ebraico c’è e meglio è.

      1. Alessandro

        Questione molto controversa, quella di Giovanni. Negli ultimi anni si va diffondendo la proposta di riportare alla luce l’ebraicità di Giovanni e del suo vangelo.

            1. Di dire quello che pensi della mens ebraica che te dicevi e che io dicevo, e invece salti a dire che negli ultimi anni etc.
              Prima rispondi su quello che c’è ora scritto qui e poi si affronteranno le questioni filologiche dell’ultima ora.
              Io dicevo che l’ebraismo è la morte del cristianismo, il cristianismo è nato CONTRO l’ebraismo.

              1. Alessandro

                No, il cristianesimo non è nato contro l’ebraismo. Il cristianesimo vuole essere inveramento, compimento dell’ebraismo.

                L’attesa messianica si realizza in Gesù Cristo, il quale disse “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. ” (Mt 5, 17s).

              2. Joe tuner

                Credo ci sia da distinguere tra l’ebraismo pre e post Cristo; in questo senso Alvise non ha tutti i torti, se il cristianesimo é l’ebraismo compiuto cosa ė l’attuale ebraismo?

                1. Alessandro

                  Direi che l’attuale ebraismo è un ebraismo – purtroppo – incompiuto.
                  Tant’è che il Venerdì santo nel rito antico si prega ancora per gli Ebrei, con una formula che BXVI ha modificato e che suona così in italiano:

                  “Preghiamo per gli Ebrei. Affinché Dio e Signore nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini.

                  Dio onnipotente ed eterno, che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi nella tua bontà che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo. Per Cristo nostro Signore. Amen”

  7. JoeTurner

    per chi preghiamo noi lo so, ma per chi pregano loro? se non riconoscono il Figlio possono loro pregare il Padre?
    e se non pregano il Padre chi si è sostituito a Lui?

      1. Alessandro

        Forse può interessarti quello che scrive il rabbino Jacob Neusner.

        “Se avessi ascoltato ciò che egli disse nel Discorso della Montagna, per valide e sostanziali ragioni io non sarei divenuto uno dei suoi discepoli. Ciò è difficile da immaginare, dal momento che è arduo pensare a parole più profondamente radicate nella nostra civiltà e nelle sue più profonde affermazioni degli insegnamenti del Discorso della Montagna e di altri pronunciamenti di Gesù. Ma è anche arduo immaginare di ascoltare queste parole per la prima volta, come qualcosa di sorprendente e di esigente, non come semplici luoghi comuni. Questo è precisamente ciò che io propongo di fare nelle mie conversazioni con Gesù: ascoltare e argomentare. Ascoltare insegnamenti religiosi come fosse la prima volta e rispondere ad essi con sorpresa e meraviglia – questo è il frutto del dibattito religioso nei giorni nostri.

        Ho scritto il mio libro [“A Rabbi Talks with Jesus”] per gettare qualche luce sul motivo per cui, mentre i cristiani credono in Gesù Cristo e nella buona novella del suo dominio nel regno dei Cieli, gli ebrei credono nella Torah di Mosè e formano sulla terra e nelle loro carni un regno di Dio fatto di sacerdoti e di popolo santo. Questo credo richiede ai fedeli ebrei di dissentire dagli insegnamenti di Gesù, sulla base che questi insegnamenti contraddicono la Torah in punti importanti.

        Quando Gesù s’allontana dalla rivelazione fatta da Dio a Mosè sul Monte Sinai che è la Torah, egli sbaglia, mentre Mosè è nel giusto. Nello stabilire il fondamento di questo dissenso niente affatto apologetico, intendo incoraggiare il dialogo tra i credenti, cristiani ed ebrei.

        Per molto tempo gli ebrei hanno lodato Gesù come un rabbino, un ebreo veramente come noi; ma per la fede cristiana in Gesù Cristo questa affermazione è assolutamente irrilevante. Da parte loro i cristiani hanno lodato l’ebraismo come la religione da cui è venuto Gesù, ma per noi questo è difficilmente un vero complimento.

        Abbiamo spesso evitato di portare allo scoperto i punti di sostanziale differenza tra noi, non solo in risposta alla persona e alle affermazioni di Gesù, ma specialmente a proposito dei suoi insegnamenti.

        Egli pretese di riformare e portare a compimento: “Vi è stato detto… ma io vi dico…” E invece noi teniamo fermo, e io l’ho sostenuto nel mio libro, che la Torah è stata ed è perfetta e non è bisognosa di ulteriori compimenti, e che l’ebraismo costruito sopra la Torah e i Profeti e gli Scritti, le parti originariamente orali della Torah messe per iscritto nella Mishna, il Talmud, il Midrash – questo ebraismo è stato e rimane il disegno di Dio per l’umanità.

        In base a questo criterio ho proposto di stabilire un dissenso ebraico rispetto ad alcuni importanti insegnamenti di Gesù. È un atto di rispetto per i cristiani e di onore per la loro fede. Poiché noi possiamo discutere solo se ci prendiamo reciprocamente sul serio. Possiamo entrare in dialogo solo se onoriamo sia noi stessi che l’altro. Nella mia immaginaria disputa tratto Gesù con rispetto, ma voglio anche discutere con lui sulle cose che dice.”

        http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/147421

        1. JoeTurner

          un giorno il rabbino Jacob Neusner parlerà veramente con Gesù. E io vorrei vedere la sua faccia.

  8. Alessandro

    Carità e Verità

    “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. L’amore — « caritas » — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace.
    È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,32). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, « si compiace della verità » (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e ci svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6).

    […]

    Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate ». La verità va cercata, trovata ed espressa nell’« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.

    3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione.
    Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale. Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme « Agápe » e « Lógos »: Carità e Verità, Amore e Parola.

    4. Perché piena di verità, la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore: è, questo, l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità. Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale. Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività.

    5. La carità è amore ricevuto e donato. Essa è « grazia » (cháris). La sua scaturigine è l’amore sorgivo del Padre per il Figlio, nello Spirito Santo. È amore che dal Figlio discende su di noi. È amore creatore, per cui noi siamo; è amore redentore, per cui siamo ricreati. Amore rivelato e realizzato da Cristo (cfr Gv 13,1) e « riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo » (Rm 5,5). Destinatari dell’amore di Dio, gli uomini sono costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di carità.”

    (Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 1ss)

  9. 61Angeloextralarge

    Mannaggia a quando tocca andare di corsa anche alla Messa! Si perde un sacco di “roba buona”. 😦
    Già che a volte si perde anche quando la fretta non c’è…
    Non ho molti brani evangelici che mi “scomodano” più di tanto. Questo mi preoccupa perché non mi sembra un grande segno
    Fino a qualche anno fa ce n’erano taaaanti! E siccome non riescivo a fare la gnorri ci litigavo! Non con loro, ovviamente, ma con il Grande Capo. Ed iniziavo la preghiera “brontolona”: “Ma perché?”… “Ma cosa…?”… “Ma insomma…”, etc., etc., etc. Sembravo una caffettiera quando sta salendo il caffè! 😀
    Però, tra una goccia dii caffè e l’altra, molte cose hanno iniziato a cambiare aspetto. Grazie, Signore! 😀

  10. Bruno Bauer, nello scritto sulla Questione ebraica critica gli ebrei che chiedono, in quanto ebrei, non in quanto cittadini, l’emancipazione civile e politica, cioè quella parte di diritti (pochi in verità, ma molti rispetto agli ebrei) che hanno i cittadini cristiani della Prussia, invece di chiederla in quanto cittadini tedeschi e uomini, senza caratteristiche religiose, in quanto tutti i tedeschi e non solo gli ebrei hanno bisogno d’essere emancipati e liberati dal dispotismo dello Stato prussiano, che è insieme cristiano e assolutista.

    A suo parere chiedere, da parte degli ebrei, una parificazione di diritti coi sudditi cristiani, che si riconoscono nella volontà assolutistica del regime, significa “riconoscere il regime dell’asservimento generale”(p. 47).

    In ogni caso tra ebrei e cristiani non ci potrà mai essere parità, in quanto entrambe le religioni pretendono il riconoscimento di particolari privilegi. Sulla base di una politicizzazione della religione è impossibile che ci possa essere effettiva parità tra le religioni, e lo Stato prussiano, essendo già ufficialmente cristiano, non può dare agli ebrei gli stessi diritti che hanno i cristiani, proprio perché una religione, specie se politicizzata, esclude l’altra. (Nel testo di Marx non vengono elencate le discriminazioni di cui erano oggetto gli ebrei, ma possono essere immaginate). Lo Stato cristiano può solo riconoscere dei privilegi agli ebrei, non può concedere diritti agli ebrei in quanto ebrei, altrimenti non sarebbe cristiano. L’ebreo non può chiedere allo Stato d’essere meno cristiano, quando egli stesso, nel rivendicare i propri diritti, lo fa accentuando il proprio ebraismo.

    1. JoeTurner

      tu però potresti convertirti e diventare cristiano (con tutti i “privilegi” che questo comporta), ma non potrai mai diventare ebreo.

      1. Attraverso la storia si incontrano uomini e donne che si sono riuniti al popolo ebraico tramite la conversione. Nella Genesi, dopo che Abramo è stato chiamato da Dio per viaggiare verso la terra di Canaan, si legge:

        “Abramo ha preso la sua sposa, Sara ..… e le persone che aveva acquisito ad Haran”. Secondo l’interpretazione rabbinica, le “persone che lui aveva acquisito” rappresentano i primi convertiti all’ebraismo e tutti i convertiti, quando acquisiscono il loro nome ebraico, sono conosciuti come ben (figlio di) o bat (figlia di) Abramo.

        L’esempio più celebre di una convertita biblica è Rut, che è stata la bisnonna del re David. Poiché la tradizione indica che il Messiah verrà dalla discendenza di David, allora il Messiah sarà un discendente di una convertita all’ebraismo.

        In epoca talmudica diversi rabbini e discepoli molto conosciuti erano convertiti essi stessi, o discendenti di convertiti, e ci sono stati esempi interessanti di conversioni in gruppo all’ebraismo, come l’intero regno del Khazars nell’VIII secolo.

  11. Adesso esiste una seconda religione cattolica…quella di comodo, quella tutta basata su amore ed interiorità, che non segue la messa, non prega, ma è convinta che Dio non badi a queste cose, e che quindi quando il momento verrà sarà ammessa senza nessun lasciapassare nel suo regno. Facile.

  12. G

    La frase tipo è: “Io sono cattolico, ma non pratico”. Come un atleta che pratica uno sport ma non fa gli allenamenti… è difficile poi vincere!

    1. 61Angeloextralarge

      G: poi mettici accanto tutti quelli che si allenano “fai da te” e vedrai che campioni! 😉

      1. 61Angeloextralarge

        Poi (mi ci infilo anche io) mettic tutti quelli che sono convinti di essere campioni, ma “sfortunati”… Poi (mi ci infilo di nuovo) quelli che vingono perché fanno i furbi e non pensano che al Direttore della Gara non la si fa! Poi…

              1. Quando io ero bambino ci insegnavano che non conta la messa la preghiera la comunione e via di seguito, ma la bontà, l’amore per gli altri la generosità e cose di questo genere. Ora, da quello che tanti dicono su questo blog sembra che invece contino più le novene, le quaresime, le vie crucis, le omelie, le enunciazioni dottrinali…

                1. Alessandro

                  E allora vi insegnavano male. Contano i sacramenti, e contano i comandamenti, primo tra tutti quello della carità.

                  1. non ne dubito, ma qui dentro questo blog le questioni teologico-canonico-liturgico-formali hanno sempre avuto di gran lunga il il sopravvento sulla carità che anzi viene guardata come pericolosa filantropia.

                    1. Alessandro

                      Che significa: “carità”? E’ una parola che può voler dire tutto e il contrario di tutto, come “amore”. Nel nome dell’ “amore” si possono commettere scempiaggini. Per un cattolico Dio è Carità, è Amore, e quindi bisogna conoscere Dio per capire che significa praticare la carità, amare.

                    2. Alessandro

                      Dubito che intendo quello che intendo io, perché per me ad esempio pregare il rosario e soprattutto partecipare alla S. Messa sono atti d’amore, ma dubito che tu frequenti le Messe. Un atto d’amore è per me testimoniare la propria fede cattolica, ma tu non condividi questa fede.

        1. G

          Gli allenamenti è meglio farli con un criterio e con la testa sulle spalle, altrimenti possono diventare dannosi.

  13. Alessandro

    Italiani e religiosità

    http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/voglia-di-sacro.aspx

    In sintesi:

    La ricerca durata tre anni e confluita nel volume di Franco Garelli, Religione all’italiana. L’anima del Paese messa a nudo (Il Mulino, 254 pagine, 17 euro; da domani nelle librerie) ha un’ampiezza e una profondità paragonabili a quelle dell’altra grande ricerca che lo stesso Garelli condusse con Cesareo, Cipriani, Lanzetti e Rovati nel 1995 (La religiosità in Italia, Mondadori) e il questionario è del tutto simile. Gli italiani si dichiarano, e si dimostrano, altrettanto e più credenti di allora: il 45,8% crede senza nutrire dubbi, il 25,1 ha qualche dubbio, ma atei convinti e agnostici, assieme, non arrivano nemmeno al 13.

    Soltanto il 36,3% ha la certezza che esista un’altra vita, meno dei credenti in Dio; chi pensa non ci sia nulla sono il 14,6, più di atei e agnostici; e la maggioranza relativa, con quasi il 44, è dubbioso, pensieroso, incerto. Credenti in Dio, dubbiosi nell’aldilà, gli italiani mantengono una frequenza record alla messa: il 26,5% vi partecipa ogni domenica e più, più del 50 almeno una volta all’anno, e chi non mette mai piede in chiesa è appena il 21,8.

    Ma il dato più interessante – per la sociologia forse, per la pastorale senza dubbio – riguarda la «voglia di sacro» degli italiani, assai superiore alla frequenza ai sacramenti o alla vita di parrocchie e aggregazioni laicali. Il 32,5% degli italiani – tutti, non solo i credenti attivi – prega almeno una volta al giorno, e soltanto il 23,7 non prega mai. Ma non basta. Gli italiani non esitano a manifestare apertamente la propria appartenenza religiosa. Nell’ultimo anno, il 33,9% ha partecipato a una processione, il 15,6 a pellegrinaggi, il 13,3 ha fatto un voto, il 34,7 ha fatto dir messe per i defunti.

    Non passa giorno senza che qualcuno affermi, senza citare fonti ma neppure senza dubbio alcuno, che una larga maggioranza degli italiani (attorno al 70%) sarebbe nettamente a favore all’eutanasia tout court. La ricerca di Garelli rivolta come un guanto questa impostura propagandistica. I favorevoli sono il 37,3%, i contrari il 33,1% e gli incerti il 29,6: situazione assai fluida, dunque. Ma sugli altri temi le sorprese, positive, sono più d’una.
    È vero che gli italiani favorevoli ai contraccettivi sono il 73%, appena il 6,6 accettano solo i metodi naturali e il 6,2 è contrario in ogni caso. Ma il 23 si dichiara contrario all’aborto sempre e comunque e per appena il 23,2 esso è lecito senza limiti (10,8 quando entrambi i genitori lo decidono, 12,4 quando a deciderlo è la donna). La maggioranza (53,6) lo ritiene lecito in alcuni casi precisi. Quali? Per il 90, soltanto in presenza di «gravi rischi per la salute della madre» o di «forti probabilità di una grave malformazione del bambino»; e per l’81 di costoro le cause di carattere sociale o culturale non sono giustificabili. Sì all’aborto, dunque, ma in pochi gravissimi casi. Infine, gli italiani sono nettamente contrari alle “mamme-nonne”, alla manipolazione degli embrioni, al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Sarà anche una religiosità “fai-da-te”, dunque; molti credenti seguiranno una morale sessuale personale; ma il pick-up religioso (il “beccare” esperienze religiose qua e là) di altri Paesi da noi non esiste

  14. finiti oggi i XX sabati di preghiera alla Madonna di Pompei: quante cose sono successe in questi 20 sabati e in questi cinque mesi (era novembre o dicembre quando abbiamo iniziato…) …
    per mantenere questa bella abitudine di una preghiera alla Madonna sal sabato, avete da suggerire qualche altra consuetudine come questa? Grazie

  15. Un esempio di carità, di non facile applicazione pratica, che raccontavano le suore Mazzarello era quello di S. Martino che fece a mezzo del suo mantello con un povero (per significare fare a mezzo di tutto)

  16. Tutto quello che si dice, che si fa, che si insegna, non serve a nulla senza carità. Questo è vero, e non lo dice Alvise, lo dice s.Paolo
    Però Alvì, la messa, i sacramenti, sono i momenti in cui io frequento Cristo. Non puoi amare una persona senza relazionarti con lei. Non puoi amare Dio se non lo frequenti. Non posso dire di volerti bene se non ti conosco almeno un po’, e per conoscerti devo in qualche maniera mettermi in relazione con te. La messa, la preghiera, i rosari… sono i momenti in cui il cristiano parla a tu per tu con Dio. Non possono essere gli unici. Perchè Gesù ha anche detto chiaramente che è nel prossimo che troviamo Lui.
    “Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. ecc….
    Quindi tu c’hai ragione. Ma c’ha ragione pure alessandro. In ogni caso chi va a messa tre volte al giorno non è normale

    1. Ogni tanto viene fuori una persona “parlabile”!!! Gesù anche, molte volte, critica quelli che dicono di praticare la legge i farisei ipocriti che vanno al tempio e che sono stronzi, per capirsi. Ma Alessandro potrà dire: “cosa intendi con stronzi? stronzi è una parlola che vuol dire tutto e il contraqrio di tutto….

  17. Paolo Pugni:
    non ho risposto quando dicevi di proporre i Simpson Cattolici a un produttore. Sì, sarebbe un’ ottima idea, ma bisognerebbe stare attenti a non ritornare a Pasolini (Accattone per es.) dovrebbe essere qualcosa di più simpsoniano, cosa per niente facile!!!

  18. Leggo con interesse per la prima volta questo blog e capito su un argomento che mi “risuona” molto in questo periodo. Quello della fedelta’ della Chiesa alla sua missione di diffusione della Verita’. E qui si sprecano le interpretazioni, in questi tempi di processi a sacerdoti per pedofilia sarebbe fin troppo facile discutere dello scollamento fra i ministri della fede e il Vangelo (“Guai a chi scandalizzera’ uno di questi piccoli…”). Ma non e’ su questo che mi interessa riflettere. E’ sull’aspetto dottrinale che ci sono a mio parere le domande da porsi.
    Da questo punto di vista la realta’ della gente che sento parlare in giro e’ quanto mai variegata. C’e’ chi si appella ad un estremo relativismo, dimenticando appunto le pagine scomode delle Scritture, chi nega l’evidenza della riforma conciliare sostenendo che la religione cattolica e’ comunque una gabbia per l’individuo, chi paradossalmente cita le confessioni protestanti come esempio di liberta’ (dimenticando che di solito gli ambienti protestanti sono assai piu’ bigotti di quelli cattolici), chi si lancia nel citare i piu’ svariati santoni Induisti come esempio di vera religione (senza conoscerli davvero). Ma dall’altra parte ci sono anche gruppi di cattolici serenamente convinti che le loro abitudini di vita, intrise di formalismo, integralismo quando non anche di razzismo, siano il Cristianesimo (avvicinandosi cosi’ molto ai farisei dei Vangeli). Una settimana fa un giovane molto attivo in una parrocchia romana ha stroncato un coro gospel che accompagnava la funzione sacra, perche’ “non usano gli strumenti musicali della liturgia”.
    Ora, io credo che bisogna ammettere che la Verita’ diffusa nel mondo dalla Chiesa ha un nucleo forte e potente (il messaggio di un Cristo che muore da perdente totale e risorge) ma anche che il suo contorno dottrinale sia inevitabilmente dipendente dalle epoche storiche. Questo non vale solo su questioni storiche anch’esse fin troppo facili da evidenziare (processi alle streghe, ecc.) ma proprio su questioni teologiche oggi considerate alla base della dottrina: prima del terzo secolo dopo Cristo nessun cristiano si sarebbe sognato di pregare la Vergine Maria. E’ quindi normale aspettarsi che la dottrina della Chiesa evolva, sebbene lentissimamente, e che alcune certezze del cattolicesimo che viviamo oggi cambieranno in un futuro che noi non avremo il tempo di vedere.

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