Caro Ernesto…

di paolopugni

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di Paolo Pugni

Caro Ernesto,

spiegamelo questo dolore che vorrei non conoscere mai. Spiegami questo tuo vagare per stanze vuote, nella penombra –che ormai tutta la vita è penombra- per tapparelle mai sollevate tutte, per luci lasciate spente.

Fammi capire cosa si prova con questa solitudine di ritorno, che ha voglia Vecchioni a cantare che non si è soli se qualcuno se ne è andato, si è soli se qualcuno non è mai venuto, non è vero. è vera e te la vedo negli occhi, ti vibra dentro la voce, quando sorridi.

Com’è restare in silenzio, non sentire più la voce?

Com’è perdere in un soffio quella presenza che ti ha fatto compagnia per tutta la vita, perché questo è l’amore, quella forza che mette ai margini quel tempo senza di lei, quegli anni in cui andavi cercandolo quest’amore e poi ti s’è palesato davanti magari per caso e l’hai capito, in uno schiocco, l’hai capito che l’avevi trovato, che c’era solo da avere pazienza per farlo sorgere, ma c’era, lì, il seme, la speranza. La vita.

È sempre così. Quest’amore non ti lascia più e quando ha già messo alle spalle un certo numero di giorni, perché questo sembrano gli anni che volano, giorni, e tutti felici, che anche le fatiche spariscono nel conteggio globale, quando dietro le spalle hai già costruito, ecco che sorge prima lieve e poi ruvida la paura.

La paura di perdere tutto, che lo sai che è una certezza, e lo sai che è provvisoria, perché poi tutto si ricongiungerà e sarà bellissimo  perché gioia e dolore, che avevano lo stesso sapore con lei, saranno solo una letizia senza fine e così gonfia da lasciare senza fiato.

Però adesso vedi solo la paura, e sembra che arrivi la notte, sembra che ogni giorno sia conquistato, strappato al destino, conquistati per non sai bene quali meriti, aggrappato alla vita e alla felicità.

Questo guardo nei tuoi passi lenti, nel tuo cercare di cavare fuori un sorriso dall’affetto di chi ti sta intorno.

E lo vedo rimbalzare su mille altri volti, che la tua pena è condivisa Ernesto, è condivisa da Cristina e Heidi e Adele e Marco e tanti altri, tanti che s’avvicinano più a me che a te come età, tanti che hanno dentro gli occhi quella fragilità viva e forte e coraggiosa.

Spiegamelo come fai a non picchiare la testa contro il muro, come fai a spandere intorno a te serenità e significato, che io non so come potrei trovarli dentro di me, dentro un dolore così forte che spero di non dover vivere mai, e so che questo è egoismo perché nel rifiutarlo lo getto addosso a chi amo più di ogni altra persona al mondo.

Prendimi per mano, dammi questo regalo tuo più grande, cantami la soluzione, come una ninna nanna materna che ti porta senza paura nel sonno, perché voglio capire come si può amare così forte da non avere l’orrore di tornare a casa e non poter chiamare nessuno. Di spalancare quella porta e trovare il vuoto, l’assenza, che è una tigre che vorrebbe divorare la bocca e la preghiera, e invece tu l’hai domata, sconfitta, resa innocua. L’hai trasformata in una presenza.

Ed ora che s’avvicina il Natale, e che invece di aspettarne la notte per preparare la gioia dei figli, inizio a contare chi non si siederà intorno al tavolo con noi, e il pensiero rimane e vacilla su ogni volto, qualcuno che più svanisce, s’attarda sulla soglia della nebbia, fa capolino, e resta, piantato al suolo con le unghie dell’affetto, penso a te, a voi, che per la prima volta forse guarderete la sedia accanto e la vedrete occupata da altri, da chi cerca di farvi dimenticare perché vi ama, e non sa che forse –non lo so, lo immagino- vi fa torto perché voi non volete dimenticare, avete raggiunto invece una nuova dimensione dell’amore che concretizza i ricordi e li alimenta senza amarezza.

Spiegami come fai, perché voglio amare con questa tua sublime passione.

 

 

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8 commenti to “Caro Ernesto…”

  1. E quella sera era la vigilia, la vigilia di Natale. La tavola apparecchiata con tantissima cura. I soliti cinque posti per la nostra sola famiglia.
    Uno restava vuoto, ma vuoto non era se non nella fisica apparenza, perché la Mamma, la Sposa, aveva già raggiunto il Padre solo cinquanta giorni prima.

    Una preghiera una benedizione la cena, la piccola processione al Presepe per deporre il Bimbo Gesù.

    L’amore donato e ricevuto allarga il cuore, lenisce la ferita così profonda, cosi dolorosa, da togliere il fiato se ci si sofferma…

    Come si fa? Si fa in uno Spirito che sostiene, che ti porta su “ali d’aquila”.
    Chi ti prende per mano, ti culla, si fa consolazione, trasforma l’assenza in presenza è Cristo… chi porta la Croce per te che non hai più forze è Lui, come sempre ha fatto e sempre farà sino alla fine dei nostri giorni.

    E’ la confidenza con il Padre, maturata nei giorni di gioia, ma ancor più in quelli della prova. La confidenza che ti permette di gridare anche… gridare quel nome che rimbalzerà tra le pareti, sapendo che lo gridi a Dio, pretendendo quasi una risposta.

    E’ il grido di Cristo sulla Croce: “Eil, Eil, l’manna sh’wik-thani”.
    Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato?

    Per scoprire che no, non ti ha abbandonato… per scoprire che anche per te figlio nel Figlio, c’è la Resurrezione, “perché Egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il Suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.”

    Cosi che Egli “ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.”
    Ciò che è stato donato non viene tolto, ma trasformato e ciò che resta è benedizione.

  2. Siamo nati e non moriremo mai più. È la frase che Enrico Petrillo ha fatto scrivere sulla lapide della moglie Chiara, e’ anche il titolo del loro primo libro che ci hanno regalato.

  3. …si fa come fanno e hanno fatto tutti, si cerca di farci forza e di andare avanti.

    • Certo anche, ma Paolo Pugni scriveva di un modo diverso di “andare avanti”…

      Quel modo che interroga che normalmente va avanti come può, spesso schiacciato da un dolore e da una sofferenza a cui non trova risposta.
      O tu non ne incontri di persone che vivono così un lutto?

  4. …risposte non ne trova, chi ci abbia un briciolo di cervello.
    La nostra forza (se c’è) è dentro, non fuori, anche immaginandosi che sia fuori.

    • Infatti è “dentro”…

      Poi se vuoi usare solo il cervello (briciolo più briciolo meno) è certo che trovar risposte non ne trovi.
      Forse che col cervello (briciolo più briciolo meno), hai trovato la risposta al perché vieni al mondo? Al perché vivi… e perché se poi devi morire?

  5. …ma abbi pazienza, sii serio per una volta!

    • Pazienza direi di averne (almeno fin qui)… se poi credi che non sia serio su una cosa simile,
      e un problema tuo!

      Fatti pure quattro risate…
      Ti saluto.

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