Quali donne vogliono le quote rosa?

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di Costanza Miriano

Il problema delle quote rosa riguarda solo poche donne privilegiate. Così le femministe si sono ritrovate a difendere delle elites, e d’altra parte non sono le sole ad aver fatto questa capriola. Molte delle battaglie della sinistra, che, detto in parole grossolane, aveva cominciato almeno nelle intenzioni col difendere i diritti degli ultimi, sono diventate quelle di una piccola fetta della popolazione, completamente scollata dal resto.

Mi chiedo come sia potuto succedere.

Per esempio: sono circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro, o che lavorano senza prospettive e sottopagati. Per nessuno di loro le nozze omosessuali sono tra le priorità più urgenti. Anche quelli che sono d’accordo le metterebbero al massimo al numero seicentotredici della lista delle cose da fare. Non lascerebbero che invadessero agende della politica e dell’informazione. Il fatto è che per la politica risolvere i problemi di lavoro dei miei amici (chissà, magari fra un po’ anche i miei) sarebbe molto complicato, mentre fare una legge a favore delle famiglie arcobaleno non costa nulla, e pare rendere in termini di immagine. Le lobby omosessualiste infatti stanno nei posti che contano, e quelli che non sono d’accordo evitano la grana di parlare, perché l’accusa di omofobia è dietro l’angolo. D’altra parte, come disse il capo di gabinetto di Obama, Rahm Emanuel, i gay sono i nuovi ebrei del fundraising (nda -nota dell’admin – i ricchi ebrei sono tradizionalmente tra i maggiori finanziatori delle raccolte fondi delle lobbies negli USA a favore di candidati e partiti, attività peraltro pienamente legale e regolamentata).

Comunque, lo stesso è successo con le battaglie a favore delle donne. Chiedevano il diritto al voto, allo studio, alla libertà. Cose sacrosante. A ben vedere le donne non chiedevano altro che rispetto, o forse, in fondo, quello che desidera ogni donna (e, in modo diverso, ogni uomo), cioè di essere guardate con amore. Una battaglia meravigliosa. Hanno finito col combattere per il diritto di uccidere i loro figli, di divorziare, di essere costrette a lavorare lasciando i propri figli nelle mani di altri. Perché sono certa che ci siano manager bravissime che non sono riuscite a entrare nei consigli di amministrazione solo perché donne, docenti universitarie a cui la cattedra è stata soffiata da qualche barone, non ne dubito, ma io personalmente conosco solo donne che avrebbero preferito almeno rimanere a casa più a lungo dopo la nascita dei figli, o che vorrebbero che il loro lavoro venisse misurato sul risultato, e non sull’orario, o che si interrogano sul modo di far quadrare tutto, e di capire se il lavoro è davvero così fondamentale nella loro vita. Molte volte, quando diventano mamme, si rendono conto che ne farebbero a meno volentieri, almeno per un bel periodo. E stiamo ancora parlando di donne privilegiate, perché le bariste, le commesse, le operaie, le impiegate, questo discorso non possono neanche sognarlo. Devono timbrare il cartellino, e fanno i salti mortali, e non è che lavorino per realizzare se stesse, e spesso si chiedono perché oggi si prendano due lavoratori al prezzo di uno, se un tempo le famiglie monoreddito potevano garantirsi una vita dignitosa, mentre oggi hanno una vita nella maggior parte dei casi impossibile.

Lo ha scritto anche Ann Marie Slaughter, professoressa di Princeton e consigliera nel Dipartimento di Stato, quindi non una donnetta di parrocchia come me, nel suo articolo Why women still can’t have it all, che ha fatto il giro del mondo, è rimbalzato da sito a sito, ed è diventato un libro: la Slaughter ha lasciato il suo super gratificante e retribuito lavoro per seguire i due figli adolescenti, per la semplice osservazione che non è possibile fare bene tutte e due le cose, la mamma e la professionista ai massimi livelli.

Sono ignorante con metodo, lo sono in quasi tutte le materie, ma eccello sicuramente in storia del femminismo. Quanto a ignoranza dico. Mi è stato fatto notare anche l’altro giorno al convegno Donne e lavoro, organizzato da I mille (che – per far capire l’orientamento – vedono nel comitato editoriale Ivan Scalfarotto). Una relatrice voleva sapere su cosa basassi le mie osservazioni, mi ha chiesto di citare i testi del femminismo.

No, non ho studiato i loro sacri testi, ma ho un punto di osservazione non ideologico, e abbastanza ampio sulla realtà. Non ideologico perché io mi sono preparata per lavorare, ho fatto tutto – università, master –  meglio che ho potuto per la mia “carriera”, salvo poi, all’arrivo dei figli, capire che non ero disposta a sacrificarli. Un punto di vista, poi, ampio, per le donne che conosco, colleghe, amiche, mamme di amici o compagni di scuola, catechismo, sport, tutto moltiplicato per quattro figli. Inoltre ho ricevuto ormai migliaia di lettere e messaggi da lettrici dei miei libri, e il fatto di averne vendute sessantamila copie mi fa pensare che quello che scrivo sia abbastanza condiviso, almeno non solo da me e dal mio amico immaginario. Le donne di questo campione non si sentono rappresentate dalle “Se non ora quando”, non credono che la soluzione ai loro problemi sia il bonus bebè per mettere i figli al nido, né gli asili aziendali, né l’allungamento dell’orario scolastico. Perché il vero problema, quello che impedirà alle quote rosa di funzionare bene, quello che toglierà le donne migliori dal mondo del lavoro, non è il problema femminile, ma il problema della maternità. Le donne il più delle volte non vengono discriminate in quanto femmine: per esempio nel mio mondo del lavoro, il giornalismo, sono ormai la maggioranza a occhio e croce. Quello che discrimina è la difficoltà oggettiva di tenere insieme tutto, e fino a che il mondo del lavoro non diventerà a misura di figli (congedi pagati, flessibilità, telelavoro, part time obbligatorio a richiesta) le donne si tireranno indietro da sole – almeno per un periodo – quando diventeranno madri, semplicemente perché women can’t have it all. Perché non si riesce a fare tutto bene, perché non è lo scatto di carriera che ci fa battere il cuore.

leggi anche: Ago e filo. Ovvero lezioni di vita e di economia a scuola di ricamo

101 pensieri su “Quali donne vogliono le quote rosa?

  1. leggendo questa nota risuona il passo del Vangelo di Matteo 6:24 “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona.” A quanto pare i risultati oggettivi ottenuti, volente o nolente, dalle donne, aiutate dagli uomini anche loro volenti o nolenti, siano stati quelli di essere stati indirizzati a servire sempre più “mammona” con la tendenza ad disprezzare Dio, azione questa intesa come allontanamento da Lui.

  2. margaret

    sul lavorare meno tempo non so, sulla possibilita’ di lavorare per risultati e non solo per tempo credo che faccia la differenza. E lo posso dire in positivo perche’ lavoro in un posto dove questo e’ possibile e cambia la vita e la possibilita’ di godere e dedicarsi alla famiglia. Condivido quasi tutto Costanza tranne che non sono certa che quote rosa siano direttamente collegate con piu’ lavoro e logiche “maschili” . Per me quote rosa vuol dire una maggiore rappresentanza e dunque un uso del proprio “potere di” o anche “potere per “. Il potere non e’ una parolaccia e non ha a che vedere solo con i maschi, quanto piu’ con i diritti di ciascuno. 🙂 arrivasse il secondo, cmq, starei a casa di piu’ ma questa cosa e’ possibile solo perche’ non sono precaria ( per ora ) .

  3. vale

    due lavoratori al prezzo di uno, se un tempo le famiglie monoreddito potevano garantirsi una vita dignitosa, mentre oggi hanno una vita nella maggior parte dei casi impossibile

    …la profonda ambiguità di innumerevoli “liberazioni”, che sono anche alienazioni forzate.così al fine di far abbassare i salari, il sistema aveva interesse a lanciare in massa le donne sul mercato del lavoro…
    ( da: Pier Paolo Pasolini e il fascismo dei diritti di olivier rey. su Tempi n. 26 pag.31)

    1. marcozwpMarco

      miglior commento…se tempo fa il secondo lavoro era una scelta (per i piu’ disparati motivi) ora ce lo stanno imponendo come necessita’

  4. Sara

    Brava, Costanza, come sempre! A me le quote rosa offendono: trovo che garantire a priori un certo numero di posti alle donne solo perché donne sia non solo tristissimo, ma anche altamente offensivo. Il mondo maschile ce lo concederebbe per evitare di discriminarci? Dunque non otteniamo di ricoprire quei ruoli perché siamo brave a svolgerli e perché li meritiamo, ma perché siamo donne! E con questo? Può darsi benissimo che per garantire a me, donna, la mia brava quota confetto, un uomo più competente o bravo o meritevole di me sia privato del posto che meglio di me ricoprirebbe! Preferisco meritare il mio posto e non ottenerlo per una qualche forma di discriminazione preferenziale, perché questo sono le quote rosa: una discriminazione nei confronti degli uomini che, non essendo donne e non essendo dunque neanche candidabili a quei posti e poi preferibili alle donne, non possono beneficiarne!

    1. Ele

      “..perché non è lo scatto di carriera che ci fa battere il cuore.”

      Grazie costanza, come sempre, con pochissime essenziali parole hai fatto centro. hai riassunto uno stato d’animo che ci appartiene, e ci fa continuamente lottare con noi stesse. è bello veder condivisi questi pensieri…!

      Assolutissimamente d’accordo con Sara. Lo penso continuamente anch’io!

  5. Erika

    Su questo tema la penso diversamente da Costanza.
    Non so se le quote rosa siano la risposta, ma sono sicura (e lo sono semplicemente perché finora è stato così), che una maggiore presenza femminile nei posti di responsabilità serva proprio a garantire alle bariste, alle operaie, alle commesse, condizioni di lavoro più compatibili con la maternità, o comunque meno penalizzanti.
    Sulla questione del lavoro femminile, poi, ne parlavo giusto ieri con un’amica che lavora per un centro anti violenza e mi diceva che, purtroppo, una buona parte delle situazioni di violenza, inizia proprio con le pressioni perché le donne lascino il lavoro, il che all’inizio viene vissuto come una forma di premura, con un pizzico di gelosia, un po’ all’antica, ma tanto più affascinante…
    La realtà cruda però è che, senza reddito, scappare da un’eventuale situazione di violenza è molto più difficile…
    Io mi auguro, per le donne di domani, che possano lavorare a condizioni diverse, con più part-time, maternità più lunghe e tutte quelle belle cose che esistono già, non su Marte, ma in Francia, in Svezia, in Finlandia….
    Sul fatto, poi, che non si possa fare bene la mamma e la dirigente, mi permetto di dissentire.
    Ho avuto in casa un ottimo esempio del contrario: mia madre.

    1. Claudia

      Quoto completamente. È comunque dissento anche su “non è lo scatto di carriera che CI fa battere il cuore”. A Costanza forse no, ma ad altre donne sì. Per questo valgono meno? Magari ci sono uomini a cui non importa dello scatto di carriera, ma battono il cuore nel diventare padri e donne che non vogliono diventare madri e vogliono la carriera. E, udite udite, si possono fare tutte e due le cose se ci togliamo dalla testa quest’ottica che l’uomo deve obbligatoriamente lavorare ed è solo la donna a diversi chiudere in casa per i figli. Non l’ha obbligato nessuno.

      1. JoeTurner

        nessuno obbliga nessuno, ma non è vero che una madre può fare carriera ed essere una madre presente e attenta. O l’uno o l’altro, e indovina un po’ chi ci rimette nella scelta? I bambini come al solito, come nell’aborto, come nelle adozioni gay, ma tanto i bambini non votano, non hanno soldi, non vanno in piazza; altro che maschilismo e omofobia ormai c’è solo la BAMBINOFOBIA!

        1. Giusi

          Che va di pari passo con l’amore (malato) per gli animali. Potrei fare nomi e cognomi che ovviamente non farò: conosco una donna ricca (non benestante, proprio ricca) la quale ha abortito e allegramente lo racconta (motivazione ufficiale: non sopporta i bambini) però festeggia il compleanno del cane in ristoranti di pregio e con torta apposita a misura di cane. Un’altra (peraltro mia carissima amica di 40 anni alla quale ho ovviamente detto queste cose in faccia) non guarda neanche per sbaglio un bambino ma si sdilinquisce per qualsiasi sputo di cane (anche quelli orrendi che non so perchè vanno per la maggiore e sembrano dei topi). Un’altra (è mancata prematuramente da poco a soli 62 anni) dormiva col cane, gli faceva fare dalla sarta vestiti bellissimi, gli comprava filetti e branzini e quando è morto se l’è presa con il Signore. Potrei continuare….. Questo è il mondo in cui viviamo….

          1. … queste sono le persone che hanno bisogno di amare (come TUTTI) “qualcuno”, anche se a volte questo “qualcuno” diventa un semplice “qualcosa” e il loro “amare” una semplice (triste e malata) affettuosità che si illude anche di essere in qualche modo, ricambiata.

            Non sono persone cattive… solo profondamente ingannate. Certo spesso egoiste… più o meno come in fondo, lo siamo tutti. 😐

            1. Claudia

              Certo che anche considerare un animale un “qualcosa” è molto triste. E se qualcuno non guarda un bambino neanche per sbaglio ma si sdilinquisce per i cani c’è bisogno di fare tanto macello?

              1. Giusi

                Hai ragione, che vuoi che sia macellare un bambino e trattare un cane come fosse un bambino? Suvvia non formalizziamoci, ognuno è libero di fare quello che vuole!

                1. Claudia

                  Dubito che la signora di cui parli abbia abortito a causa del suo cane. Ed io mi riferivo alla tua amica che ama i cani e non degna di una sguardo i bambini. Non ci vedo nulla di pazzesco. Come continuo a ripetere: non siamo tutti uguali. E le persone che parlano di animali come “cose” che “non ricambiano il nostro affetto” mi mettono molta tristezza.

                  1. Giusi

                    A me mettono tristezza quelli che amano le bestie più degli uomini. Manca l’alterità. L’animale è il nostro specchio. Amare l’animale è come amare noi stessi. E’ un esercizio narcisitico ed egoistico. Madre Teresa raccoglieva gli ultimi dalla strada e poichè erano abituati ad essere trattati come bestie (come bestie in India) spesso mordevano la mano di chi li aiutava perchè non erano abituati e avevano paura. Madre Teresa li accarezzava, sporchi e lebbrosi com’erano, li lavava e li accudiva. Questo è l’amore, il resto sono chiacchiere.

                    1. E come sappiamo lì è più sacra una vacca…
                      Come per certi animalisti che, anni addietro, hanno minacciato di morte alcuni scienziati che con fondi UE conducevano ricerce sull’ipotermia, usando maiali, che hanno un metabolismo molto simile all’uomo (ma guarda un po’…). Ricerca finalizzata al pronto intervento su persone (persone…) vittime di assideramento.

                    2. Claudia

                      Ripeto: pensare che amare gli animali sia un amore narcisistico mi mette veramente tristezza. Forse conosci solamente persone che trattano il proprio gatto/cane come un peluche, ma il vero amore per gli animali è un amore grandissimo e non è inferiore a quello per le persone, ma ovviamente è diverso. Forse non hai mai provato cosa vuol dire veramente amare ed accudire un animale. Aggiungo che è stato provato che per un bambino crescere con un animale causa moltissimi benefici. L’amore per gli animali è un sentimento prezioso.

                    3. Giusi

                      Non come un peluche, come una persona, come un essere umano. Anni fa a Padova, la città dove vivo, un pastore tedesco ha ucciso un bambino neonato. Era il cane di famiglia. Il bambino è nato dopo. Se già il fratellino più grande che è un essere umano viene preso da gelosia e i genitori devono con delicatezza cercare di gestire questo spontaneo sentimento a maggior ragione un cane che è una bestia vivrà il nuovo nato come un intruso al quale si dedicano attenzioni che prima erano dedicate a lui. Infatti è entrato nella stanza, ha ribaltato la culla e lo ha sbranato. Quello che è seguito, riportato dai giornali locali ha raccapricciato me che non sono animalista. Il padrone ha legato il cane a un albero e lo ha ucciso a bastonate. Forse avrebbe dovuto prendersela con se stesso visto che ha pensato che un cane potesse comportarsi come una persona….

                  2. @Cara Claudia, mi duole causarti tristezza, come “le persone che parlano di animali come “cose” che “non ricambiano il nostro affetto”…

                    Mi dispiace ti sia sfuggito (ma capita a chi fa la punta agli spilli…) il senso più ampio del discorso, che peraltro non era certo accusatorio nei confronti di nessuno, quello cioè che spesso, nel nostro desiderio di “amore” (dato e ricevuto) o di “affettività” includiamo anche le “cose” che non possono darci alcunché: vedi la casa, la macchina, il nostro lavoro, una nostra idea fissa, il nostro io, un singolo oggetto inanimato, ecc, ecc. Non mi ero perciò soffermato specificatamente sul regno animale.
                    Quindi se vuoi che specifichi meglio (spero valga a rasserenarti…), gli animali (da compagnia o meno) non sono “cose” ma creature del regno animale e possono in certi casi (talune più di altre) essere di conforto per l’affettività di alcune persone e anche portare benefici effetti terapeutici di tipo psicologico, sempre che non se ne faccia un assoluto.
                    Sono anche capaci di ricambiare un affetto? Dicciamo di sì nel senso comune del termine, certo sanno dare segni di un particolare o particolarissimo “attaccamento” ad una specifica persona… ma non mi addentro oltre.

                    Meglio così? 😉

        2. Claudia

          >>ma non è vero che una madre può fare carriera ed essere una madre presente e attenta. O l’uno o l’altro,

          Ah no? Chi l’ha detto, di grazia? Perché io conosco molte donne che hanno figli e carriera. E come mai non si fa lo stesso discorso per i padri? Perché i padri possono sia essere padri presenti che avere una carriera? Perché in una famiglia non può essere la madre quella più orientata verso la carriera ed il padre quello più orientato verso l’educazione dei figli? La libertà di scelta è la prima cosa. Se una donna vuole fare la madre e la moglie e fare di questa professione il suo unico scopo nella vita non venga, ma non salga poi sul pulpito a dire che visto che lei ha fatto questa scelta allora tutte DEVONO fare così. Quindi sì: una donna manager può essere un’ottima mamma, specialmente se dietro di sé ha un marito e uno Stato che la sostiene.
          Consiglio a tutte il libro “extraterrestre alla pari” di Bianca Pitzorno, e per bambini dai 10/11 anni in su. Si legge in pochi giorni.

          1. JoeTurner

            “una donna manager può essere un’ottima mamma, specialmente se dietro di sé ha un marito e uno Stato che la sostiene”

            grazie Claudia intervento estremamente significativo.

            1. Qualche volta penso che preoccuparsi di essere attenti e presenti non sia un modo per i genitori per mostrare attenzione per i figli, ma per se stessi, in maniera camuffata. Chi un lavoro ce l’ha e non lavora in miniera trova il modo per tenere su una casa e per essere attento ai figli. Lasciando ai figli spazi ed autonomia. I bambini di una volta… a me sembra… conoscevano il dovere prima che il piacere e così i genitori (impegnati per davvero) evitavano crisi isteriche. Il bambinocentrismo (idolatrare il bambino o allontanarne la prospettiva del tutto) di oggi a me sembra solo la conseguenza di generazioni di genitori non cresciuti, sempre adolescenti, che non sanno fare rinunce, non sanno impiegare il proprio tempo, voglio tutto e non sanno rinunciare a nulla. E i figli sono identici. Bisognosi all’inverosimile.
              Tutto ciò per chi un lavoro ce l’ha ed ha anche un minimo di facilitazioni.
              Il dramma vero è per il resto delle categorie…

      2. giuly

        Claudia, prova a togliere ad un uomo il suo lavoro e lo vedrai morire. Certo ci sono tante donne che trovano il lavoro essenziale per loro stesse, ma non è esattamente la stessa cosa. La donna ha anche altre attività che la gratificano, mentre per l’uomo uscire fuori casa e fare qualcosa è vitale, costruisce la sua dignità, la sua virilità nel senso più profondo del termine. Non mi intendo di pscicologia ma è un dato evidente. Oggi ci vogliono propinare il papà che gode come un matto a cambiare pannoli o somministrare il biberon, e ci saranno sicuramente maschi desiderosi di questo. Ma la verità è che se togli ad un uomo il suo lavoro, la sua parte da costruire nel mondo là fuori per essere peinamente se stesso e anche un padre per i suoi figli, lo uccidi.

        1. Quoto nuovamente Giuly… io l’ho provato sulla mia pelle dopo quasi tre anni di disoccupazione arrivata come “fulmine a ciel sereno” in capo ad una sola settimana… fuori, a spasso… e oggi passati i 50 è veramente dura.
          Quanti sono gli uomini oggi che arrivano ad uccidersi per aver perso il lavoro? E quante le donne? Non è che ci siano tante meno donne licenziate dall’oggi al domani in giro oggi, e non è solamente per l’intrinseca forza interiore che riconosco alle donne in particolari frangenti, ma per un uomo va in crisi tutto… è non è solo “paranoia”, ve lo posso garantire. Va in crisi il rapporto con la moglie e anche quello con i figli e non parlo di solo nervosismo o malessere… Che “padre” sei, se non mantieni neppure la tua famiglia?
          Certo, il suicidio non è una soluzione, ma se non hai la Fede o solidissime basi umane (le due cose hanno ovviamente valenze diverse…) il rischio è grande (e ricordiamoci che Satana attacca quando ti vede nella debolezza…).

          “Togli ad un uomo il suo lavoro… e lo uccidi!” (Se non fisicamente, moralmente…)

        2. Claudia

          Questo è dato da una cultura che vede la “virilità” del maschio come qualcosa che deve essere misurata dal lavoro che fai e dalle cose che hai: la casa, la macchina, la moglie (già, per molti è una cosa). Non è intrinseca nell’essere maschio una predisposizione alla carriera maggiore che nelle donne. Inoltre molti uomini senza lavoro si suicidano perché erano gli unico a guadagnare nella loro famiglia e non sanno come tirare avanti, non certo perché il loro lavoro era gratificante (almeno nella maggioranza dei casi). Parlate tanto di vocazione? Ebbene, ci sono uomini che hanno la vocazione alla paternità, peccato che spesso si tenda a soffocarla sul nascere (se si vede un bambino che gioca con un bambolotto molti ancora gridano “per carità, buttalo via sennò ti diventa gay” o altre delizie del genere. Ci sono anche donne che non hanno la minima vocazione per la maternità ma ce l’hanno per altri mestieri. La mia vocazione non mi viene dall’essere una donna, ed è diversa da quella di altre donne. Lasciate che ognuno sia libero di seguire la propria vocazione.

          1. Cara Claudia secondo me hai messo assieme un po’ troppe cose…
            La “vocazione” alla paternità, come alla “maternità” (notare che c’è una differenza…) l’abbiamo TUTTI, in quanto tutti siamo chiamati ad essere FECONDI.

            Come questa paternità e maternità trovino senso in un “particolare” vocazione (che è bene anche ricordare, non coincide sempre con uno specifico “desiderio” che l’individuo ha di realizzazione) è altra cosa.
            Quindi si parla di “complementarietà” che allo stesso tempo unisce ma anche segna precise differenze tra Uomo e Donna. Tu credi che queste differenze non esistano? Cmq in generale (ribadisco in generale…), quando qui se ne parla non è in senso “vetero-maschilista-cultural-mitico-virile”… non mi pare prorpio.

            1. Claudia

              A me invece sembra un ragionamento maschilista. Semplicemente perché non vuole riconoscere agli uomini e alle donne gli stessi diritti. Io avrò anche messo insieme tante cose, ma tu non me hai contestata nessuna. Ti pongo la domanda in maniera semplice: perché è accettabile che gli uomini abbiano una vocazione diversa dalla paternità mentre non è accettabile che le donne ne abbiamo una diversa dalla maternità? Perché un padre che lavora e che fa il padre può essere attento e presente, mentre una madre che lavora (magari più del marito) è una snaturata? Perché vi fa così paura l’immagine di un uomo che cambia il pannolino ai figli, da loro da mangiare e li mette a letto? (Mio padre lo ha fatto per i miei primi 2 anni di vita) perché giudicate sbagliata ogni passione di una donna e vocazione che sia al di fuori di quella materna? Secondo me il grande errore di ragionamenti come questi è che di vede la donna solo come madre, mentre invece di vede l’uomo anche come padre. Come padre, lavoratore, marito, amico, collega. Insomma, dagli uomini non si pretende l’annullamento totale per i figli, mentre per le donne sì. Vi invito invece a riflettere che non esiste solo il modello di maternità che propagandate e che l’essere madre non coincide con l’essere donna, ma ne è solo un aspetto. Anche per questo appoggio le famiglie dove esiste la condivisione sei ruoli, che poi altro non è se non una famiglia dove il marito si occupa della casa e dei figli insieme alla moglie e non da spettatore.

              1. Sara

                “Semplicemente perché non vuole riconoscere agli uomini e alle donne gli stessi diritti”.

                Uomini e donne sono equivalenti, non uguali: quindi hanno gli stessi diritti (poiché hanno lo stesso valore come persone) ma, essendo diversi, modi diversi di beneficiarne.

                “perché è accettabile che gli uomini abbiano una vocazione diversa dalla paternità mentre non è accettabile che le donne ne abbiamo una diversa dalla maternità? Perché un padre che lavora e che fa il padre può essere attento e presente, mentre una madre che lavora (magari più del marito) è una snaturata?”

                Perché padre e madre non sono la stessa cosa, dunque essere padre e essere madre non è uno stesso modo di essere: padre e madre hanno ruoli diversi, dunque un diverso modo di relazionarsi coi figli e di prendersene cura e di essere presenti per loro.

                “Perché vi fa così paura l’immagine di un uomo che cambia il pannolino ai figli, da loro da mangiare e li mette a letto?”

                Non ci fa assolutamente paura: chi lo ha detto? Dove lo hai letto?

                “perché giudicate sbagliata ogni passione di una donna e vocazione che sia al di fuori di quella materna?”

                Anche questo dove lo hai letto? Io, per esempio ho anche la vocazione dell’insegnamento e ne sono ben felice!

                “Secondo me il grande errore di ragionamenti come questi è che di vede la donna solo come madre, mentre invece di vede l’uomo anche come padre. Come padre, lavoratore, marito, amico, collega. Insomma, dagli uomini non si pretende l’annullamento totale per i figli, mentre per le donne sì”.

                Annullamento?!? Come suona negativo! Io direi “amore oblativo” e padre e madre, in ragione della loro naturale diversità, hanno modi diversi di amare oblativamente i loro figli.

                “ Vi invito invece a riflettere che non esiste solo il modello di maternità che propagandate e che l’essere madre non coincide con l’essere donna, ma ne è solo un aspetto.”

                Non credo sia mai stato “propagandato” niente del genere, anche perché il “modello di maternità” è uno solo e nessuno ha mai affermato che essere donna non implichi anche altri aspetti! Sai?, le suore sono un ottimo esempio di donne pienamente tali!

                “Anche per questo appoggio le famiglie dove esiste la condivisione sei ruoli, che poi altro non è se non una famiglia dove il marito si occupa della casa e dei figli insieme alla moglie e non da spettatore”.

                Ben venga che il marito aiuti la moglie, ma sempre nel rispetto della differenza dei ruoli: i ruoli non vanno condivisi, bensì ci si deve reciprocamente aiutare a svolgerli.

                1. Rita

                  mah.. mi pare abbastanza semplice ed evidente il motivo per cui, a dispetto della volontà, un padre ed una madre pur cercando di fare le stesse cose avranno ruoli diversi, mediamente, (senza nulla togliere al “io sono diversa” e “mille teste- mille idee” ma la politica deve in qualche modo, generalizzare nei suoi interventi di correzione ed aiuto). Il motivo è che ancora non esistono reparti paternità negli ospedali, diceva la buonanima di Guareschi, in un bel racconto sul tema emancipazione femminile. E ci aggiungerei che non allattano ancora, pur se di questa funzione la tecnologia ci ha abituato a fare a meno grazie al latte artificiale e al biberon. Non contesto il fatto che le donne lavorino, sarebbe come se dicessi che Grazia Deledda e Marie Curie dovevano stare a casa a fare la calzetta, ma che TUTTE le donne debbano lavorare scambiando il diritto di libertà e indipendenza con il dovere di essere schiave del sistema. Se i corpi hanno un perché e se il corpo e la mente sono legati, tutto questo avrà ben un significato? Eh certo che ci sono donne che non sono portate per la maternità o che non diventano madri (io, per esempio, sono una di queste). Ma nella media le madri hanno un diverso modo di porsi nei confronti dei figli, soprattutto nei primi anni di vita, rispetto ai padri. Che diventa dannoso (e qui concordo con alcuni interventi) se lo si identifica con presenza ossessiva e bambinismo, ma è assolutamente naturale se è bilanciato dal ruolo dei padri. Poi è ovvio che i padri cambiano anche i pannolini (pure mio nonno lo faceva, visto che il loro lavoro di artigiani in casa glielo consentiva) ma restano comunque figure di riferimento che devono essere diverse, perché ad un bambino non credo serva soltanto un “care-giver” che lo nutra e lo cambi.

                2. Claudia

                  Credo che non troveremo mai un punto in comune. Per il semplice fatto che io sono convintissima che non esista la netta divisione dei ruoli genitoriali. E anche se esiste non è detto che “il ruolo paterno” sia incarnato da un uomo e il “ruolo materno” da una donna, e non parlo di caso in cui le famiglie sono mono genitoriali, ma anche di caso in cui ci sono un padre e una madre, ma è il padre a passare più tempo con i figli. Voi lo vedete come uno scempio e vaticinate infelicità per famiglie di questo tipo. Io lo vedo semplicemente come una delle tante manifestazioni della famiglia. Vedo che qui avete in mente che possa esistere un solo modello di famiglia, il vostro. C’è un altro film che vi consiglio “Chocolat” del 2000.

                  1. Rita

                    Claudia esiste un concetto di media statistica. Tu dici che non esiste il ruolo paterno e il ruolo materno, o che se esiste non è detto che il materno lo assuma la femmina e il paterno il maschio. Concentriamoci sul secondo punto. Posso pure essere d’accordo. Ci sono uomini teneri e dolci come una mamma (generalizzo non mi prendere alla lettera, diciamo che assumono ruoli materni “avvolgenti”) e donne ferme e decise come un papà (che assumono ruoli di guida). Va bene. Può essere. Ma quanti? fifty fifty? Se si da per scontato che oltre alle differenze fisiche ci siano anche differenze di cervello (nel modo di ragionare o fare le cose) mi sa che la media matematica propenderà per “ruolo avvolgente – femmina” “ruolo guida-maschio”. Un po’ come per la statura. Se io dico che mediamente i maschi sono più alti delle femmine nessuna mi contesta. Perchè è oggettivamente misurabile. Se prendo un campione statistico sufficientemente esteso e ben distribuito troverò che gli uomini sono più alti delle donne. Il che non significa che TUTTI gli uomini sono più alti di TUTTE le donne. Io stessa che non sono nemmeno particolarmente stanga, sono più alta di Renato Brunetta tanto per fare un esempio. Allora, secondo me, il problema è che i ruoli sono oggettivamente difficilmente misurabili perchè attengono a gesti e presenze che agiscono a livello inconsapevole, non tanto il fatto che non occorrano due figure contrapposte e complementari. Mi sono spiegata meglio?

              2. Oh Claudia, ma tu hai letto bene la mia risposta? Non mi pare… o forse non ne hai colto il senso.
                Per me “paternità” non vuol dire “andare in ufficio” e “maternità” “stare ai fornelli” (o cambiare pannolini)! O non era abbastanza chiaro?!

                Hai scritto tante cose e non te ne ho contestata nessuna.. e chi ha detto che dovevo star qui a contestare punto su punto?

                Tu invece rincari la dose e alla tua “semplice domanda” faccio quindi mie le risposte che ti dà Sara (peraltro una donna, direi…) e ti chiedo: “MA DOVE LE HAI LETTE ‘STE COSE?”

                Chiudo informandoti che ho 54 anni, 3 figli (2 femmine e 1 maschio), ho fatto loro i “bagnetti”, cambiato loro i pannolini, pulito il vomito (sennò vomitava anche la loro mamma…) e tutto quello che è servito, alternandomi con la mia sposa, nel frattempo io lavoravo e anche lei lavorava (come in molte famiglie). Abbiamo fatto tutto senza aiuti di Nonni perché troppo lontani… Alcune cose poi, io proprio non le facevo (inadatto o egoista se ti pare…), altre solo io.
                Quando sono rismasto vedovo, ho fatto “da mamma” a tempo pieno, ma anche questa è PATERNITA’.

                Non sto qui a tessere le lodi delle Donne per quella che è la mia esperienza perché finirei per essere stucchevole.
                Dove lo trovi tu un discorso maschilista mi sfugge… e con questo veramente, ti saluto.

                1. Giusi

                  Bariom l’hai fatta la visita? Come te l’hanno trovato il cervello? Mi pare bene dai….. 🙂

                  1. Giusi grazie di esserti ricordata… per dirti come è messo il mio cervello: la visita è… domani! 😉
                    Vabbè ususfrirò di un tuo supplemento di preghiera 😀

        3. xxx

          Scusa ma giuly ma a cosa ti riferisci parlando di attività gratificanti per la donna? Lavare i pavimenti o cambiare i pannolini, forse? E chi ha deciso che gratifichino tutte le donne alla stessa maniera? Personalmente odio occuparmi delle faccende, ho cambiato una marea di pannolini e non mi sono mai sentita particolarmente gratificata nel farlo. Vogliamo uscire dalla banalità della mamma che gode in maniera sfrenata a rassettare la casa e a cucinare pappine che puntualmente finiscono o sui vestiti o sul pavimento? Queste attività sono a mio avviso tutt’altro che piacevoli in sé, sono invece il mezzo, il sacrificio obbligatorio attraverso cui passare per tirare su grande un figlio. La gratificazione arriva come un dono, a poco a poco, quando ti fermi a constatare che il tuo bambino cresce, che tutta la cacca che hai pulito e le lavatrici che hai fatto è perché lui crescesse e diventasse un uomo, pensiero che, sono certa, gratificherà anche tutti i veri padri. Ma scusate, uomini, ma davvero se cambiate un pannolino vi sentite privati della vostra virilità?! Non è piuttosto un gesto d’amore per la vostra creatura e anche per la vostra compagna?!! E tu giuly, mi sembri ferma al concetto di virilità di una pubblicità di quando ero bambina: … l’uomo che non deve chiedere mai, concetto che non solo impoverisce la figura dell’uomo, ma anche quello della donna e che peraltro mi sembra semplicemente l’altro lato della medaglia del femminismo.
          Il problema è solo culturale: siamo tradizionalmente abituati a pensare che solo alla donna spettino certi compiti e che nel farli trovi la sua realizzazione. Ma la tradizione, per quanto preziosa, non è a mio avviso un dogma che ci arriva dall’alto, è qualcosa da porre al vaglio dei nostri desideri e che si può cambiare laddove ci sta stretta.
          Non intendo dire che uomini e donne siano uguali in tutto e per tutto, non lo sono sicuramente dal punto di vista fisico, e non lo sono nemmeno da un punto di vista mentale. Ma chi ha detto che l’intelligenza femminile non possa dare un contributo importante in forme di lavoro per anni considerate tipicamente di pertinenza maschile? E viceversa? Non è una visione più grande della diversità e della complementarietà dell’essere uomini e donne oggi?

          1. XXX:

            …a me mi sembra che quello che dici non andrebbe nemmeno detto a tal punto è giusto e condivisibile, ma…chi lo può mai sapere che non vada contro qualche “legge di natura”?

  6. giuly

    Lo dico nudo e crudo, sono contro le quote rosa. Per prima cosa la penso esattamente come Sara, è offensivo: che siamo panda? che abbiamo bisogno di tutela in quanto donne, indipendentemente dal merito? E poi in secundis, specie in politica e nei posti che contano vedo donne che non stimo neanche un po’. A sinistra come a destra. Vedo un mucchio di blateranti femmine che non sanno parlare d’altro che di diritti gay, dei posti nell’asilo nido, dei “diritti riproduttivi”…. sono arcistufa! parlano di cose che al 90% delle medio-woman come me non importa un fico secco. Figurati se voglio che aumentino donne simili nei ruoli che contano. Queste sarebbero amiche delle donne italiane (e non solo)? Sarebbero amiche mie parlamentari che si battono per l’estensione del diritto d’aborto o contro l’obiezione di coscienza? sarebbero amiche mie le supermanager che vogliono essere il 50% del CDA dell’azienda pincopallino? No, grazie. La mia portavoce è, ad esempio, una mia amica poliziotta con tre figlie venute al mondo in 5 anni che dice semplicemente “quanto non vorrei correre da casa al lavoro lasciando le bambine coi nonni perché mio marito col suo lavoro di falegname guadagna troppo poco….!”. Mia amica è Costanza che scrive e dice pubblicamente come stanno le cose.

    1. Condivido appieno e sottoscrivo quanto scritto da Sara prima e da Giuly poi riguardo le “queste rosa”… un vero insulto all’intelligenza e alle capacità femminili e alla società stessa (non vedo perché dovrei accettare un ministro-donna incapace – o meno capace del collega uomo – solo perché “rosa”… Come ben inteso non sono disposta ad accettare neppure il contrario ;-)).

      Sono sollevato l’abbiano scritto prima delle donne di me che sono uomo e temevo un’accusa di “femminofobia” 😦

      Poi, la discriminazione c’è, c’è stata, e temo sempre ci sarà, ma questo è un altro discorso… non mio pare che negli USA abbiano mai introdotto le “quote nere”, eppure hanno Obama come Presidente (mi spiace per loro…).

      Oggi per quel che mi consta, una forte discriminazione nel mondo del lavoro – forse non di altissimo vertice, c’è verso le donne, non in quanto “rosa”, ma in quanto “portatici sane di possibili gravidanze”… e questo e tutto un altro discorso. Ma anche qui esigenze concrete i nostri “legiferanti” – ovviamente sinistra in primis che dovrebbe invece ecc, ecc – latitano! 😐

      1. Ho scritto dosposta invece di dosposto!
        Mi sono immedesimato troppo 😉 …nessun lapsus freudiano di tensione a cambio di genere 😀

          1. Eh, oggi va così… son un po’ ind(o)sposto 😐
            Domani importante visita medica.. 😉 (non al cervello… lì c’è poco da fare!)

            1. Giusi

              Ti assicuro una preghiera. Questo è il mese del Preziosissimo Sangue: sei in una botte di ferro. Quasi quasi proverei pure col cervello…. 🙂

  7. “Su questo tema la penso diversamente da Costanza.
    Non so se le quote rosa siano la risposta, ma sono sicura (e lo sono semplicemente perché finora è stato così), che una maggiore presenza femminile nei posti di responsabilità serva proprio a garantire alle bariste, alle operaie, alle commesse, condizioni di lavoro più compatibili con la maternità, o comunque meno penalizzanti.”

    Questa volta sono io ad essere perfettamente d’accordo con Costanza Miriano, da donna di sinistra perennemente incazzata con le donne di sinistra, soprattutto sindacaliste (sulle quali potrei dire pessime cose, ma mi esimo). Il sindacalismo in Italia, mi fa male al cuore dirlo, ha portato a più garanzie per i garantiti e nessuna vera riflessione sul tema lavoro. Ci sono stati tempi in cui si rivendicava il rivendicabile e chi poteva metteva in cassa. Oggi si paga il conto. Purtroppo bariste e commesse non beneficiano di un bel nulla.

    A discolpa (parziale) di certi ambienti mi sento di dire che non è che le battaglie femministe hanno portato al lavoro femminile, questo proprio no. Ne parlavamo proprio ieri con mia cognata. Lei è di estrazione borghese, io di estrazione contadina (come il 99% delle persone fino a 50 anni fa). Per loro donne di famiglia lavorare è una novità assoluta. Per me solo la più vecchia delle tradizioni.

    Mio padre viene da una famiglia di piccolissimi proprietari terrieri. Avevano da mangiare in abbondanza ma faticavano lo stesso come ciuchi. La madre lavorava eccome e lui è stato tirato su, in fasce, da una bambina di 7 anni!!
    Mia madre viene da una famiglia di nullatenenti, contadini a giornata, la madre lavorava eccome e loro 3 sono cresciuti da soli.

    Poi è arrivata la generazione di mezzo, quella piccolo borghese, ed è nato l’equivoco sul lavoro femminile.

    Oggi il vero problema non è il lavoro femminile, ma la drammatica mancanza di lavoro e basta e le disumane condizioni in cui si lavora tutti, uomini e donne.
    Lo dico onestamente, consentire alle donne una maternità più lunga, dare condizioni di lavoro più umane per tutti non è per questo Paese, un paese non solidale, non responsabile, per motivi strutturali. Io me ne sono fatta una ragione, per non impazzire.

    Nel dilemma della maternità sono presa anche io e penso che, se e quando sarà, solo il Signore potrà tracciare una strada per la sopravvivenza quotidiana! proprio come ha fatto con mia nonna!

    Io però, nella sfiga lavorativa, una fortuna ce l’ho. Ho scelto la via della piccola imprenditoria. Ci si rimette pezzi di fegato ogni giorno, qualche volta si lavora per nulla. Qualche volta per poco. Avere un’azienda è come avere un figlio, non lo molli mai e non diventa mai grande. Però ti dà grandi soddisfazioni, anche in tempi neri, tira fuori il meglio di te, ti fa mettere sempre in gioco e alla fine sai che è questo che ti salva giorno per giorno.
    Oggi non ce la farei mai a stare alla mercè di qualcuno con contratti del cavolo come facevo un tempo, anche se guadagnavo di più. Ogni tanto penso a quanto sono stata folle a non capire che sarebbe stato meglio insegnare, come facevano tante mie amiche, e a rifiutare (non chiedetemi il perchè) un lavoro a tempo indeterminato in una grande azienda… non lo so, forse ero ubriaca.
    La mia azienda è nata grazie all’accompagnamento della Diocesi e all’idea di un sacerdote. Mi fa penare e crescere ogni giorno, non mi lascia spazio per molto altro (ma mi sto attrezzando). A volte penso che il Signore mi ha dato proprio una croce pesante (sommata a qualche altra…) poi mi dico che è perchè io gli affidi tutto, perchè non lavori tanto per lavorare, portare pane a casa, rivendicare qualcosa, ma per dargli gloria.
    Lui penserà al resto….

  8. tachimio

    Non mi sono mai sentita frustrata per essere madre e casalinga, lontano da carriere e corse pazze per una vita da stress.Ritengo che ogni cosa che uno fa con serietà e amore,non debba mai essere strumentalizzata a fini di vario tipo (politici e non). Se una donna vuole lavorare fuori casa, per scelta, perchè così si sente realizzata,delegando ad altri la cura e la crescita dei propri figli,ben venga. Non sarò io a contraddirla. Ma non mi si venga a dire con aria saccente e superiore: ”Be’ sai, io lavoro”. Ci sono donne che purtroppo spesso parlano così, ignorando che fare la moglie e la madre è a volte ben più gratificante di mille lavori messi insieme. Tutto un altro discorso, se per vari motivi si è costretti a lavorare fuori casa. Lì, secondo me, la donna è solo da ammirare per le sue capacità di prendere in mano, magari, le redini di una vita resasi improvvisamente complicata e difficile. Buona giornata.

    1. Giusi

      Ho già raccontato di mia mamma che adesso ha ottant’anni. Ha fatto cinque figli (una è nata morta). Insegnava. Ai suoi tempi c’era più tutela della maternità. I congedi erano più lunghi. Le supplenti giovani erano contente perchè accumulavano punteggio e lavoravano. Peraltro prima dei decreti delegati che, a detta di mia mamma, hanno rovinato la scuola, un’insegnante lavorava mezza giornata, non c’erano tutte quelle riunioni o le scuole a tempo pieno. I bambini mangiavano a casa, facevano i compiti e poi giocavano. Dopo il ’68 la maternità è diventata una colpa da espiare e il resto è sotto gli occhi di tutti.

  9. Silvia

    Condivido in pieno Costanza, grazie. Hai centrato il problema. Come donna non mi sento per nulla rappresentata dal mondo femminista.

  10. Il tema della vocazione è “scottante”, ma meraviglioso. Come Cristiani siamo fortunati perchè abbiamo la certezza che ognuno di noi abbia una sua vocazione, che non è altro che la propria realizzazione piena! Sperando possa essere utile vi incollo qui un articoletto comparso sul giornalino della mia parrocchia, per cui ho curato l’introduzione (il resto è un intervento di Mons. Giuseppe Mani)

    Risponde Sì significa realizzare la propria vocazione, che non è altro che il sogno di felicità che Dio ha su di noi. Tutti sono chiamati ad essere felici, ma a volte, in mezzo al frastuono e alla fretta, è difficile capire quale sia la strada giusta da seguire. Non si tratta solo di capire se siamo fatti per la vita consacrata o il matrimonio, ma anche di imparare a rispondere quotidianamente a questo sogno (nel lavoro, nelle amicizie…).

    Don G. Mani ci spiega come è possibile comprendere la Volontà di Dio su si noi.
    Ecco cinque regole che proponevo ai bambini, per indovinare cosa avrebbero dovuto fare in futuro; sono regole che possono aiutare anche noi.

    Prima regola: devo fare ciò che mi piace di più.
    E’ il problema fondamentale della vita perché, ti ripeto, sbagliare vocazione, significa compromettere la felicità, Voglio essere ancor più semplice e ti racconto quello che dicevo ai bambini quando parlavo loro della vocazione.
    Non è una regola difficile da accettare, anche se è difficile da attuare. Infatti, più che ‘ciò che mi piace’, il più delle volte si dovrebbe dire ciò che ‘mi piacerebbe se …’. Quello che ‘mi piace per davvero’ è ciò che realizza il desiderio più profondo celato nel mio intimo e che, quasi mai, è il primo che salta in mente; anzi, di solito è quello che mi fa più paura di tutto.
    Seconda regola: scegliere ciò che mi costa di più. La vita è impegno e responsabilità ed è solo attraverso lo sforzo che si realizza il meglio di noi stessi. A questo proposito, ricordo un giovane sacerdote che, dopo una collaborazione di diversi anni con me, prima di partire per un altro servizio, mi lasciò un biglietto sul quale aveva scritto: ‘Ti ringrazio, perché mi hai chiesto sempre più di quanto pensavo potessi dare’.
    Terza regola: preferire sempre ciò che serve di più agli altri. Secondo l’insegnamento di Gesù, chi ama la propria vita, la perde; chi dona la propria vita, la trova. Il capitale non si aumenta conservandolo, ma investendolo bene.
    Diceva Raoul Foullerau, il grande apostolo dei lebbrosi, un uomo che ha salvato milioni di vite da questa terribile malattia: ‘Non c’è disgrazia più grande che possa capitare ad un uomo, che quella di accorgersi di non essere stato utile a nessuno’.
    Nessuno si salva da solo. Siamo persone, esseri relazionali: il mio ‘io’ è sempre per un ‘tu’ e passa sempre per un ‘noi’. È solo rendendolo un autentico servizio ad altri, cercando di svolgerlo il meglio possibile mettendoci del mio, che un lavoro, anche se non scelto ma subìto per le innumerevoli traversie della vita, può diventare qualcosa che mi realizza, e non un orribile frustrazione sopportata solo per portare a casa uno stipendio.
    Stai attento: in gioco c’è la tua felicità, il cui segreto è contenuto in due semplici parole ‘di più’, [in latino magis], che fanno scattare in te tutte le potenzialità che Dio ti ha dato perché vengano messe a servizio degli altri.
    Se uno sbaglia vocazione, va all’inferno? No! Però, non sarebbe così felice come se realizzasse la sua vera vocazione. Come vedi, Dio che ti ha creato, non ti molla un momento, ti tiene sempre per mano per farti realizzare il desiderio di amore che c’è in te: tutto, per darti felicità.
    Quarta regola: scegliere solo ciò che mi dà la vera pace del cuore. ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi’ [Gv, 14, 27] ha detto Gesù nell’Ultima Cena ai suoi discepoli. La scelta più autentica, anche se molto difficile, è quella che, sia quando la immagino che quando l’attuo, è capace di farmi sentire bene; è quella che dà pace al mio cuore inquieto, facendomi sentire al giusto posto.
    Quinta regola: consultarmi con una persona adulta e che mi conosce bene, per verificare se ho applicato correttamente le regole precedenti e se sono sufficientemente obiettivo nel mio giudizio.

  11. Concordo in pieno con quanto scritto da Sara e Giuly, e sono contenta di vedere che c’è qualcun’altro che si accorge di quanto il concetto di quote rosa sia proprio antitetico alla presunta “parità dei diritti”. La parità deve essere nella possibilità di accedere a qualunque luogo e ruolo professionale, questo si, ma per merito, non per legge. Quando si tutela una categoria sociale ( come per i disabili, ad esempio) lo si fa perchè si riconosce che hanno un”deficit” di partenza che potrebbe non permettergli di avere le stesse opportunità lavorative degli altri, per cui li si aiuta, ed è giustissimo e sacrosanto. Allo stesso modo, il messaggio che comunicano le quote rosa è che noi donne siamo una categoria da proteggere, con qualcosa in meno ed è veramente particolare il fatto che le femministe così “attente” a tutto ciò che le offende, non se ne accorgano!

    1. tachimio

      D’accordo pienamente con te .Vedete, tutte voi avete centrato vari problemi, mentre le femministe parlano un linguaggio del tutto ripetitivo, esprimendo concetti a suon di slogan che francamente hanno proprio stancato. Un saluto.

  12. Quotato totalmente. Ma oggi le minoranze decidono, e in maniera subdola fanno credere d’essere vittime di un sistema che le ignora, e noi, cattolici di concetto e non di fede, stiamo con le mani in mano senza renderci conto che c’è in gioco la nostra vita e il fututo dei nostri figli.
    Stefano

  13. 61Angeloextralarge

    Costanza: grazie per le tue parole e per la tua posizione chiara e decisa. Smack! 😀
    Quote rosa = avvilimento del valore e dei valori che una donna e un uomo possono dare agli altri, nell’ambiente di lavoro.
    E poi… la mia cattiveria quotidiana: chi garantisce che le donne che usufruiranno delle quote rosa… in realtà non siano raccomandata a calci nel sedere per avere la poltrona? 😦

  14. lamigliortata:)

    Costanza,come sempre cogli nel segno perfettamente tutte le questioni, ma proprio tutte!Se solo qualcuna delle donne che ci rappresentano in Parlamento prendesse questa lettera come manifesto saremmo un passo avanti.Invece siamo tutte o ipeerprecarie e iperaffannate oppure deluse a casa spesso con una laurea in mano e i politici concentrati al massimo su asili nido (i piu’virtuosi…).Ci deve pur essere un modo per cambiare le cose…

  15. Costanza

    Secondo me e’ anche una questione di scelta di una donna. Io prima di avere le mie figlie ero convinta che dopo la laurea avrei viaggiato mari e monti, sarei stata ovunque tranne che nel mio paese, sognavo una carriera all’estero.
    Adesso ho 28 anni, sposata e due bambine. Sono molto fortunata perché mio marito lavora bene e abbiamo molti aiuti.
    Due anni fa (quando la mia bimba più “grande” aveva solo 7 mesi) mi avevano proposto di andare a lavorare in una bella azienda, buon lavoro, sicuramente ben retribuito. Io cercavo però un part time e li ovviamente non me lo avrebbero dato, anzi, mi avevano già detto a colloquio che dovevo essere pronta a straordinari, trasferte, etc…
    Sarebbe stato il mio sogno. Ma il pensiero della bambina ancora cosi piccola mi ha frenato.
    A distanza di due anni, con un’altra figlia che ora ha 8 mesi, credo di aver fatto la scelta migliore, perché ho cresciuto e sto crescendo tutt’ora le mie figlie, a discapito ovviamente di una possibile e fruttuosa carriera.
    Sono un pesce fuor d’acqua, come dice sempre mia mamma. E mi ritrovo a fare i conti anche io con il signor precariato e con lavori che non c’entrano niente con i miei percorsi di studio..ma sto dedicando il tempo alle bambine e a tutto quello che concerne la famiglia, la casa, i servizi vari…certo, mi sento a volte le gambe tagliate, specialmente se guardo le mie coetanee, che devono rendere conto solo a se stesse e possono girare, fare, tornare a casa quando vogliono.
    Io non mi riposo mai, sono sempre in movimento, anche di notte, quando la piccola si sveglia (in definitiva vorrei tornare a lavorare per riposarmi, perché non mi fermo MAI).
    Finché sono così piccole mi oriento su una ricerca part time, in modo da non dover dipendere sempre da qualcuno e che mi dia il tempo di stare con le piccole..secondo me e’ una buona soluzione, speriamo di farcela..in bocca al lupo a tutte le mamme!

  16. Carlo

    Costanza, certe cose dovresti cercare di fartele pubblicare sui giornali a larga diffusione perchè devono assolutamente essere lette dalla gente normale ma che è sotto un’influenza micidiale del pensiero unico mediatico. E’ incredibile…persino nei più minuti particolari, su tutti i giornali, di qualsiasi orientamento, su tutti i media, si ripetono concetti standardizzati…didascalia di una foto di Margherita Hack sulla Nazione di Firenze (quotidiano per niente di sinistra): “una vita di impegno CONTROCORRENTE PER I DIRITTI CIVILI…BLA, BLA, BLA” Controcorrente, capite?
    Non ci si crede!

  17. Rita

    dunque.. secondo me, l’unica obiezione sensata all’articolo di Costanza è quella di Erika. “Su questo tema la penso diversamente da Costanza.
    Non so se le quote rosa siano la risposta, ma sono sicura (e lo sono semplicemente perché finora è stato così), che una maggiore presenza femminile nei posti di responsabilità serva proprio a garantire alle bariste, alle operaie, alle commesse, condizioni di lavoro più compatibili con la maternità, o comunque meno penalizzanti”.

    Fa notare Erika che più donne in parlamento potrebbero occuparsi dei problemi legati alla maternità. Ma a ben vedere.. è così? Come fa notare più sotto Giusi parlando di sua mamma la tutela della maternità e delle donne lavoratrici che vogliono anche fare le mamme (il discorso di Costanza) la maggior presenza di donne nei posti di responsabilità si sta rivelando inversamente proporzionale alla realizzazione proprio di quelle tutele di cui parla Costanza per le donne “comuni”. Insomma Erika, puoi aver ragione nel merito generale (se ho una rappresentanza in parlamento e in alto che mi “somiglia” si occuperà anche di me) ma qualcosa non torna nella pratica, se la conciliazione maternità /lavoro era più tenuta in considerazione ai tempi delle mamme e delle nonne che non oggi. Ma basti pensare anche ai comuni lavori “femminili” che venivano svolte in epoca di assenza di sindacati (sarte, lavanderie, piccoli commerci,) insomma molti lavori che consentivano anche l’allevamento dei figli perchè mentre si cuciva un vestito si poteva dare un’occhio al bambino. Perchè anche la storia delle mamme e delle nonne sempre a casa e sempre solo dietro ai bambini e non produttrici di reddito a mio avviso, è un mito da sfatare. E’ stato un periodo d’oro che ha coperto gli anni cinquanta e sessanta forse.. in pieno boom, ma prima della guerra le realtà erano diverse e molto più variegate di quel che si narra

  18. Giulia

    Ciao a tutti,

    A me capita sempre più spesso di vedere donne che trovano lavoro, e uomini che rimangono a spasso. Ho un sacco di amiche della mia età (27) che passano l’intera giornata a lavoro, con posti di commessa, di segretaria, di educatrice infantile. E gli uomini intanto stanno a casa a fare il bucato, dannandosi per riuscire a trovare un impiego.

    Credo che le donne abbiano molte qualità da spendere nel mondo del lavoro, sono risorse preziose. Ma a me, che ho il ragazzo disoccupato e che tra un anno mi devo sposare, sembra che il mondo si sia ribaltato.
    La nostra società è sempre stata improntata su un equilibrio fatto da un uomo che sostiene la famiglia con il suo lavoro, e una donna che sostiene la famiglia con la sua presenza costante e le sue cure. E mi sembra che non si tratti di sola tradizione, di consuetudini dell’umana specie. Mi sembra che ci siano motivi fisiologici e psicologici per cui, sin dall’età della pietra Fred, che era più forte e più agile, andava a procacciarsi la preda, e Wilma rimaneva in casa, pronta a cucinarla.
    So che le femministe mi odieranno, e probabilmente anche qualche altra donna…ma sono CIRCONDATA da ragazze e donne che, come me, si ammazzano di lavoro senza desiderarlo particolarmente, frustrate perché sono le sole a portare a casa la pagnotta. Tante “Wilma” che vorrebbero (ma non possono) arrivare a casa ad un orario decente per cucinare quella preda che loro stesse hanno procacciato. E ancora di più, sono CIRCONDATA da ragazzi e uomini frustrati, che vorrebbero ritrovare il senso della loro mascolinità, sponsalità, paternità attraverso un lavoro degno di questo nome. Tanti Fred senza una preda da cacciare, chiusi in casa con i loro bucati…

  19. paulette

    Brava Costanza, sono d’accordo su tutto, mia madre ha sempre lavorato e ho sentita moltissimo la sua mancanza. Quando sono diventata madre ho scelto di rimanere a casa andando contro tutti, marito incluso. Ho cresciuto 4 figli rifiutando diverse volte ottime proposte di lavoro e non mi sono mai pentita.

  20. xxx

    Cara Costanza, chi ti assicura che il tuo punto di vista sia meno ideologico degli altri? Solo perché chi ti circonda la pensa come te?! Questo vuol solo dire che frequenti persone simili a te e che i tuoi libri vengono comprati da persone dalla tua area di pensiero. Non pensi che le cosiddette femministe potrebbero dire lo stesso? La verità, contrariamente a quello che vuoi farci credere, è che non siamo tutte uguali, c’è chi si sente totalmente appagata a stare a casa coi figli e chi invece no e non per questo è una cattiva madre. Ognuna di noi fa i conti con se stessa, con i propri desideri e con la propria indole, tutte cose che uno non si sceglie ma che si trova addosso. Io se non avessi il mio lavoro, cosa che mi è capitata per qualche mese di disoccupazione, mi sentirei persa. E ho due figli, e allora? I figli sono la risposta a tutti i miei desideri? Rischierò di essere impopolare, ma la risposta è NO! E comunque non è per lo scatto di carriera che la mattina mi alzo alle 6 per andare a lavorare, faccio le notti e lavoro a Natale: non è ovviamente questo che mi fa battere il cuore nel mio lavoro. E nemmeno lo stipendio a fine mese, sebbene mi faccia comodo. Quello che mi fa battere il cuore è la possibilità di fare la differenza in quello che faccio, di affrontare un problema e di fare di tutto per risolverlo e se ho fortuna e sono brava magari di farcela a risolverlo, cioè di costruire qualcosa di positivo, sebbene effimero a volte. E ti dirò che questo capita una tantum, tutto il resto è quotidianità e fatica, è noia ed alzatacce e tempo che non ho per andare a fare la spesa o per portare i miei bambini al parco. Questo fa di me una cattiva madre o una cattiva persona? Non credo, anzi, lavorando mi sembra di educarmi a quello che è la vita, cioè lotta per un ideale. E che male c’è se la società invece che pubblicizzare i congedi pagati, come dici tu (senza tener conto dell’attuale situazione economica) dà la priorità a venire incontro a chi, come me, si fa in quattro per riuscire a fare tutto e a farlo al meglio?
    Sinceramente faccio fatica a capire la posizione di coloro che dopo laurea, master e lavori promettenti mollano tutto per fare le casalinghe, ma non la condanno (non mi permetterei mai!): ognuno sceglie in funzione di ciò che reputa meglio per sé e per i propri cari. Sarebbe bello che questa apertura mentale l’avessero tutti: invece, molte delle tue assidue lettrici e fans pubblicizzano i concetti che tu esponi come Verità Assoluta e questo, come ogni forma di generalizzazione, è sbagliato e menzognero.
    Per rispondere a paulette, mia madre ha sempre fatto solo la mamma ed era perennemente frustrata dal fatto di non avere spazi propri e di annullarsi completamente nelle responsabilità domestiche. Non c’è La soluzione giusta per tutti, esistono le (Plurale) soluzioni. E questo non è relativismo, ma oggettività.

    1. Cara xxx perfettamente lecito il tuo punto di vista, certamente condivisibile per alcuni/e (maggioranza o minoranza poco importa, pluralità necessaria…), quello che non capisco nei tuoi commenti (ho letto anche la tua risposta a Giuly) è perché li hai impostati come atto di difesa e di contro-accusa per ciò che è stato scritto… io ho riletto il tutto, ma non ho colto la stigmatizzazione della figura della “cattiva madre”…

      Potrai anche dirmi di appartenere alla “cerchia”, ma sinceramente non ho ravvisato nelle parole di Costanza e men che meno di Giuly, che parlava poi di cosa dovrebbe gratificare gli uomini, nulla di ciò… insomma, hai si espresso un punto di vista, ma perché questa sorta di “contrattacco” (ad un attacco che non c’è)?

      Perdona la battuta, ma in questi casi mi vien da dire: avrai mica la “coda di paglia”… 😉

      1. admin

        infatti Bariom ieri sera quando editavo il post ho detto a Costanza che ci avrei messo la foto della direttora terribile de Il diavolo veste Prada, ma Costanza mi ha detto: “no perché quello è proprio il prototipo della donna in carriera str..za, io mico voglio dire che le donne in carriera sono così, mettici invece Sarah Jessica Parker di Ma come fa a far tutto

      2. xxx

        L’ardore della mia risposta deriva dal fatto che trovo molto offensiva la frase “women still can’t have it all”, che, sebbene sia una citazione, mi sembra condivisa dall’autrice che la giustifica dicendo che non si può far tutto bene (quindi, ho dedotto io, o faccio male la madre o faccio male il mio lavoro o entrambi, da qui nasce il mio disappunto). Non riesco davvero a capire perché non posso avere sia una soddisfacente vita familiare che professionale solo per il fatto di essere nata donna. Lo trovo veramente offensivo, anche perché ciò ovviamente colpirebbe esclusivamente il sesso femminile. Forse puoi aiutarmi a capire meglio tu che condividi questo punto di vista.
        Vorrei anche precisare che non c’è pressoché alcuna possibilità di carriera nel mio lavoro, quindi non ho capito quale coda di paglia dovrei avere. Ti invito a rileggere con più attenzione il mio commento, nella parte in cui parlo di che cosa rappresenta per me il lavoro che faccio.

        1. JoeTurner

          vedi cara xxx se siamo stati buoni padri e buone madri saranno il tempo, la vita e i nostri figli a dirlo. Se ce lo diciamo da soli e se ci arrabbiamo perché qualcuno insinua questo dubbio c’è qualcosa che non va.
          Buona notte.

          1. Claudia

            Allora se saranno i figli a dire quali sono stati i buoni genitori, non dovreste scendere dal piedistallo e smetterla di dire che
            >>non è vero che una madre può fare carriera ed essere una madre presente e attenta. O l’uno o l’altro,
            ?
            Come hai detto tu, lo diranno i figli 😉

        2. Lalla

          xxx Come fai a trovare “offensiva” una realtà della vita? Prendiamo atto di questa realtà (potenzialmente meravigliosa, altro che tarpante) e rappacifichiamoci, invece di arrabbiarci con coloro che ne parlano.

          1. xxx

            @ Lalla: chiamami stupida, ma io proprio non la vedo come una realtà così oggettiva. Se non si tratta di un problema di mansioni (anche i papà possono cambiare i pannolini, scriveva qualcuno) ma di un problema di ruoli genitoriali diversi e complementari (cosa in cui mi trovate d’accordo), perché questa incompatibilità lavoro-famiglia riguarda solo la figura femminile? è forse una questione di tempo? Vi chiedo la gentilezza, per non dire la carità, di spiegarmelo come lo spieghereste a un bambino. Sarebbe veramente molto triste constatare che questo non sia un giudizio nato da un’esperienza CONCRETA, ma un pre-giudizio, nella sostanza non diverso da altri pregiudizi ideologici come quello del femminismo!
            @ Sara: personalmente ritengo che perseguire una carriera “sempre più brillante ed arrivista” come scrivi tu, sia di cattivo esempio per i nostri figli anche se sono gli uomini a farlo. L’ambizione e l’arrivismo fini a sé stessi non sono una virtù per nessuno, e non soltanto per il tempo sottratto alla famiglia ma soprattutto per i valori che trasmettiamo. Se mi fermo un’ora in più al lavoro per aiutare un collega o per finire una mansione che è meglio non rimandare, tolgo tempo alla mia famiglia e ciò è per me fonte di grande dispiacere, ma se mi fermo un’ora in più al lavoro solo per leccare i piedi al capo tolgo tempo alla mia famiglia per un motivo sbagliato e meschino! Se lo facesse mio marito anziché io sarebbe la stessa (disgustosa!) cosa!

            1. Sara

              Ovviamente non parlavo di fermarsi “un’ora in più al lavoro per aiutare un collega o per finire una mansione che è meglio non rimandare”: questo può accadere una tantum o sporadicamente e non c’è nulla di male se lo facciamo! Anzi! Né parlavo di fermarsi “un’ora in più al lavoro solo per leccare i piedi al capo”, cosa che senza dubbio è parimenti disgustosa sia da parte di una donna che da parte di un uomo. Simili osservazioni indicano fraintendimento o tendenzioso tentativo di spostare il discorso su aspetti marginali e capziosi. Ti invito a rileggere i miei e gli altrui commenti, oltre che il post, ma credo tu abbia già capito benissimo il senso delle nostre parole.

            2. Lalla

              Sì, xxx, è anche una questione di tempo, e di energia o vitalità. Se ci spremiamo nel lavoro non possiamo dare il nostro meglio a casa, perchè non siamo a capacità infinite. Facciamo del nostro meglio, certo, ma non diamo il meglio. Probabilmente molte di noi vorrebbero dare a chi amano il massimo, ma non possono perché si esauriscono in altre attvità. Per me si tratta di una esperienza di vita, non di un pregiudizio. Sono arrivata a guardare in faccia la realtà negli anni, osservando la mia vita, quella delle persone che conosco, e anche con un minimo di riflessione personale e culturale. Peraltro partivo da opinioni identiche a quelle che tu esprimi. Ah, mio marito di pannolini ne ha cambiati e spesso carica anche la lavastoviglie, udite udite. Ma qui vorrei citare Costanza e ribadire che la questione di “chi fa i piatti” non è davvero rilevante. Ah, sappi che non do mai della stupida a nessuno e men che meno a te. Se ti ho risposto è perchè ritengo che ne valga la pena 🙂

              1. G.Maria

                Ma la stessa cosa non vale per l’uomo? se si spreme nel lavoro non riesce a dare il suo meglio a casa, alla moglie e ai figli. Anche un uomo non puo’ fare bene tutte due le cose, il padre e il professionista… oppure si? tanto fare il padre non e’ poi cosi difficile 😉

        3. bariom

          @xxx la “coda di paglia” era riferita più che altro a quanto ha scritto Joe in risposta qui…

          A parte questo, chi riesce a fare TUTTO e a farlo BENE? Io no !!
          Anzi poi mi incavolo per non riuscirci… e il mio confessore mi dice: “riposati un pochino… Lascia qualcosa da fare a Dio.”
          (Della serie chi sono io?)
          Non credo proprio che la constatazione dei propri limiti sia riservata al “mondo femminile”.

          Ultima nota, personalmente apprezzo molto la tua visione del lavoro… Dovrebbe essere così x tutti e per qualunque lavoro.
          Buona giornata.

        4. XXX:

          …ti invito a considerare che se avessi pensato di poter dare il tuo contributo sincero alla “discussione” avresti sbagliato posto.
          Qui o sì sì, o no no (come dice la scrittura). solo che la scrittura, in questo caso, non è quella ispirata da Dio, ma è quella massiccia degli aderenti totali al dogma del blog…

        5. Sara

          “Non riesco davvero a capire perché non posso avere sia una soddisfacente vita familiare che professionale solo per il fatto di essere nata donna”

          … perché il fatto di essere nata donna non significa essere nata onnipotente!

          Vedi, avere una soddisfacente vita familiare e contemporaneamente una soddisfacente vita professionale è senz’altro possibile, anzi direi che è cosa comune a tutte, ma devi ammettere che ciascuna di noi ha tuttavia una priorità. Ciò non toglie che diamo il massimo sia in famiglia che al lavoro e che dunque riusciamo bene in entrambe le cose, come abbiamo imparato a fare dalle nostre madri! Ma non è questo il punto: il punto è quando decidiamo di privilegiare il lavoro per farne una carriera sempre più brillante e arrivista e ciò inevitabilmente ci porta a dare di meno alla famiglia, non perché non l’amiamo, ma semplicemente perché abbiamo forze limitate e giornate di sole 24 ore!

  21. Giuseppe

    Costanza, le donne moderne non sono più adatte a reggere il timone di una famiglia.
    Alla base di tutto non ci sono le difficoltà economiche, o i ritmi di lavoro.
    Questi problemi si possono superare, lasciamoli per un istante da parte.
    E’ una questione culturale : la donna moderna non è più femminile.
    E’ un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti, perchè non riconoscerlo?

    Questo fatto ha cambiato il modo col quale noi uomini consideriamo le donne.

    Io sono favorevole al meccanismo delle quote in ogni ambito economico, politico e militare, perchè le quote non rappresentano solo un mezzo di promozione della presenza delle donne nel mondo del lavoro, ma sono anche un modo per obbligarle ad assumersi le proprie responsabilità nella società moderna.
    Se non attivo il meccanismo delle quote, mi porto in casa una donna che è un adolescente viziata.
    Dopo 40 anni di femminismo, almeno quest’ultima umiliazione mi venga risparmiata.

    Costanza : la femminilità è preziosa come l’oro.
    Ed è appunto per questo che non può appartenere a tutte le donne.
    La grande maggioranza delle donne non è femminile.
    E’ naturale che sia così.

  22. paulette

    Forse perché sono di origine Olandese, ma da noi i bambini vanno a letto molto presto la sera e per di più vengono educati ad essere autonomi al più presto ( grazie forse alla vostra Montessori) per cui la donna ha spazi propri sufficienti, E’ anche una questione di cultura.

  23. Flo Flo

    Leggevo del bonus bebe’ ,scopo:far rientrare prima le mamme a lavoro.serve alle aziende,non alle mamme a cui servirebbe stare col bambino di piu’ di quanto si concede ad oggi. E cosi’ ci saranno piu’ mamme in “equilibrio”su un filo del rasoio…scusate se sono telegrafica,sfrutto un minuto di pausa,mi aspettano i bimbi per le favole della buona notte.Mamme non ci facciamo fregare!!!!flo

  24. L’altro giorno ho chiesto ad un commercialista mio conoscente se potesse avere bisogno di una ragioniera visto che una mia cara amica sta per trovarsi senza lavoro. Lui prima si mette sulla difensiva con un “di questi tempi non sto assumendo nessuno”, poi, alla mia richiesta di potergli comunque inviare il curriculum, mi chiede “è sposata?” E io “no”, “ha figli?” “No”, “molto bene! Allora mandami il curriculum”. Ecco, questa è la vera discriminazione nei nostri confronti, secondo me.

  25. FLO FLO

    concordo Cla…..è così!
    Anche nelle grandi aziende che all’esterno vogliono farsi vedere come fautrici delle “pari opportunità” poi all’interno hanno altre dinamiche….anche per prendere uno stagista si prediligono i ragazzi…..non sai quanto lotto nel mio piccolo!!!!!! E se hai capi donne, senza figli,a ncora peggio…sono peggio dei maschi!

  26. isi

    io sono pienamente d’accordo con le quote rosa in tutti i campi altrimenti si finirà sempre per essere discriminate come madri o come future madri. Dirò di più un lungo congedo di paternità obbligatorio sarebbe altamente auspicabile.
    Io ho sempre lavorato con tre figli , due ormai adulti, quand’erano piccoli tutti e tre è certo stato difficile, non lo nego, ma non ho mai avuto un senso di colpa e non mi sono nemmeno mai posta il problema se potevo fare bene tutte e due le cose oppure no , le ho fatte e basta.
    Ormai i due figli più grandi son cresciuti e credo di poter dire cresciuti bene il che mi conforta ancor di più nel pensare che spesso ci si fa delle “seghe” mentali inutili e ci sfuggono i veri problemi.

  27. Il fatto è che solo per pochi e per poche è questione di rinunciare a far carriera per dedicarsi ai figli e di dovere/potere fare una scelta, per la stragrande maggioranza degli umani si tratta invece di lavorare per vivere e in più riuscire a stare dietro ai figlioli, chi ce li ha, chi ci ha o non ci ha il marito o la moglie, chi lavora lontano da casa, chi non ci ha nemmeno la casa eccetra…
    il mondo delle donne e uomini in carriera è un mondo che riguarda pochi o il solo cinema.
    D’accordo, invece, sulle seghe mentali!

  28. MeMyselfAndI

    A mio avviso, prevedere una quantità minima di persone di un sesso all’interno dei luoghi di lavoro non necessariamente favorisce l’assunzione di persone meno capaci. Anzi.
    Per esempio, con le quote rosa anche i datori di lavoro più misogini cercheranno comunque di accaparrarsi le dipendenti più brave. Visto che comunque dovranno averne, tanto vale puntare sulla qualità. E visto che la formazione di neo assunte costa, anche loro verranno a più miti consigli nel momento in cui le donne che lo vorranno chiederanno part-time o aspettative.
    E la formazione del genere di minoranza (che si tratti di donne dirigenti o di uomini maestri) verrebbe promossa.

      1. MeMyselfAndI

        … o dei più “bravi”? Giocoforza se ne formano di nuovi. O di nuove.
        E se non hanno voglia di imparare? Licenziamento per lasciare spazio a chi questa voglia ce l’ha.

        In alternativa: quote indicative. Ma se non vengono rispettate, bisogna dimostrare che si è fatto di tutto per rispettarle e che le persone extra-quota assunte siano veramente più qualificate di quelle in quota che hanno fatto domanda d’assunzione.

  29. Ilaria

    E’ un modo un po’ miope di vedere le cose; le quote rosa servono per riequilibrare una situazione di evidente svantaggio delle donne nel modo della politica e delle società partecipate. Se non riusciamo a mandare più donne dove si fanno le leggi chi ci sarà a combattere per far avere alle donne “congedi pagati, flessibilità, telelavoro, part time obbligatorio a richiesta”? Queste di sicuro non sono priorità dei politici uomini!!! Quindi non capisco come si possa dire che “Il problema delle quote rosa riguarda solo poche donne privilegiate”; in realtà è proprio per garantire più diritti a tutte noi che devono esistere le quote rosa…

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