Ago e filo. Ovvero: lezioni di vita e di economia a scuola di ricamo

 

di Costanza Miriano

Sono circondata da una ventina di bambine delle elementari – qualcuna a dire il vero, come le mie, va ancora all’asilo, qualcuna fa il liceo e forse prepara il corredo. Sono sedute in circolo e ricamano. Dopo la pausa merenda e una mezz’ora di gioco libero, nell’ultima parte della mattinata mentre si ricama si dice il rosario Il tempo è dilatato, non sembra assurdo perdere manciate di minuti a sbrogliare una matassina di filo pescata dalla grossa scatola che la Franca, la sorella del parroco – da cinquanta anni in questa parrocchia – apre sul tavolino alle nove di mattina, e mette a disposizione di tutti.

Sono nel giardino della chiesa in cui sono cresciuta, e dove ho imparato tutto quello che so della dottrina cristiana. Ho portato le bambine alla scuola di ricamo con pochissima speranza che si appassionassero, e invece la sera fino a tardi non lasciano più il loro pezzetto di tela, ricamano mentre ascoltano la favola, orgogliosissime di essere finalmente in grado di fare qualcosa da grandi, e con le loro mani.

Mi verrebbero in mente molti predicozzi da ammannire: sull’importanza del lavoro manuale, sulla femminilità che ha perso alcune competenze a favore di altre, sulla pazienza che si impara ricamando, sulle volte che la Franca respinge al mittente i “non ci riesco, non ce la faccio, non sono capace”, e insegna a maneggiare l’ago a bambine che non tengono ancora in mano la penna, e comunica con granitico entusiasmo la sicurezza che si può fare, oppure ancora sulla bellezza di pregare lavorando e via predicando.

Vorrei però prima di ogni altra cosa riflettere sul fatto che le donne non possono avere tutto. Ho scritto e detto ogni volta che ho potuto il fatto che ci siamo conquistate la possibilità di lavorare a un prezzo altissimo, ma forse non avevo messo, tra i prezzi pagati, la perdita di questa abilità manuale, che in modo naturale si trasforma nella cura delle cose, dei beni, dei particolari (quando si è sempre di corsa già ricordarsi di recuperare un figlio da un amico sembra un particolare minimo).

Solo qui, al corso di ricamo, mi è successo di riascoltare parole che pensavo perse nella notte dei tempi, tipo “non sciupate l’acqua” (a Perugia non ci sono problemi di siccità), e “non si cambia il filo finché non è finito” (non è ammesso lo spreco, neanche di un centimetro).

Io di solito sono sempre di corsa, sempre in ritardo, sempre in affanno, e come i neonati vedo poco più che ombre confuse quando sfreccio davanti alle cose, nel tentativo di arrivare a sera con tutti i pezzi a posto. Compro insalate lavate, piatti pronti, pezzi di merende che poi giacciono inerti in fondo alla borsa, prometto regalini nei momenti di scoramento, faccio acquisti disperati all’ultimo secondo senza poter cercare l’offerta migliore, perché infilo sempre il piede sotto una serranda a caso, col negoziante che sta chiudendo e mi strozzerebbe.

Per secoli invece le donne sono state le econome delle case, hanno gestito con cura i beni e le risorse, ma per fare questo ci vuole concentrazione, tempo, dedizione.

Non voglio fare discorsi nostalgici a poco prezzo, visto che so che non abbandonerò il lavoro, non trascorrerò pomeriggi a rammendare e rivoltare cappotti, ma a volte piuttosto che star lì a riparare ricomprerò con leggerezza, talmente poco costano e valgono certe cose.

Voglio invece ricordare, come Anne Marie Slaughter che le donne non possono avere tutto, anche se io lo dico senza rabbia, e anche con un certo sollievo, e gioia. Siamo imperfette, e lo siamo anche più di quanto ci sembra.

Questa perdita della pazienza, della cura, della lentezza, dell’accuratezza è un altro dei prezzi che abbiamo pagato per realizzarci su tutti i fronti: quando devi lavorare, essere informata, in forma, connessa, raggiungibile, è impensabile impiegare tre ore a fare una cornicetta alla tela. Eppure io lo capisco, in qualche modo inarticolato, che in questi giorni sto facendo per le mie bambine qualcosa di fondamentale, anche se forse lo dimenticheranno presto. Eppure, senza questo non potrebbero diventare donne.

74 pensieri su “Ago e filo. Ovvero: lezioni di vita e di economia a scuola di ricamo

  1. Francesca

    oh… Costanza… a volte vorrei essere una donna del 1850… a volte addirittura del 1250!!!! qUANDO LA DONNA SI OCCUPAVA DELLA FAMIGLIA… MARITO… FIGLI… Oggi mi occupo ancora del marito, dei figli… ma lavoro pure,,, insegno! Sono, a volte quasi sempre, totalemente assorbita dalla lezione che devo preparare e che deve STUPIRE i miei ragazzi, dai compiti da correggere, dal libro che devo far leggere, da… cento, mille altre cose che il cervello mi va in fumo… poi c’e’ il marito da accudire… lavora tutto il giorno, torna tardi la sera… devo fargli trovare pronta una buona cenetta e preparargli il pranzetto per il giorno dopo… e le bambine… hanno 9 e 10 anni, vanno seguite nei compiti, accompagnate a fare nuoto… e io? Non penso quasi mai a me, pero’ a volte mi intristisco… pero’ penso sempre che prima di me c’e’ la felicita’ delle bambine!! E poi sento la responasbilit5a’ dei ragazzi a cui insegno, e penso anche… a volte mi sembra di impazzire e vorrei chiedere aiuto a qualcuno… ma a chi?

  2. Altro che se è nostalgico questo quadretto. Penso che i nostri bambini come del resto hanno dimostrato le tue vivrebbero con piacere in contesti così semplici e veri.

  3. ho anche attraversato la fase del ricamo, dell’uncinetto, del chiacchierino. Ore e ore passate tra fili e stoffe, a scegliere colori e disegni, a cercare riviste specializzate per avere nuove idee. Alcune cose le ho portate a termine, altre sono sepolte nel guardaroba nell’attesa di tempi migliori (o peggiori?) in cui potrò dedicarmici ancora.
    Ora però quando mi ritrovo una manciata di tempo da poter dedicare a qualcosa a scelta libera (a volte succede, soprattutto d’estate) non è certo al ricamo che penso.
    Le donne non possono avere tutto, sono d’accordo con Costanza. Ma penso che sia importante che possano scegliere cosa avere. Io non cambierei la mia vita con nessun altra. Alle ore passate a ricamare preferisco mille e mille volte le corse contro il tempo per riuscire a fare tutto quello che devo e che voglio.
    Buona giornata a tutti, ragà!

    1. Miriam

      Sono d’accordo Fefral!
      Anch’io ho amato molto il ricamo l’uncinetto i ferri e passato ore a tirar fuori cose anche utili oltre che belle per i miei figli e la mia casa, pur lavorando. Son riuscita a finire perfino due tovaglie da Altare!
      Ma oggi, effettivamente, mi trovo nella situazione descritta così bene da Costanza: il mio impegno è tale per cui quel tempo ‘dedicato’ non riesco più a ritagliarmelo… Ma va bene così: è il nostro limite, come Costanza stessa riconosce. Ed è importante quel che dici tu.: che si abbia la possibilità di scegliere. Però le scelte vanno anche orientate e ogni esperienza che conta ci fa capire meglio a cosa siamo chiamati/e essenzialmente.
      Complimenti a Costanza, perché è riuscita a donare ancora una volta qualcosa che conta (al di là dell’imapare a ricamare) alle sue figlie!

  4. Eleonora M.

    Che bello che esistano ancora certe realtà!!!
    mi reputo una “ragazza di altri tempi”, innamorata delle serate estive passate in campagna a leggere e ricamare e della vita in stile piccole donne (uno dei miei libri preferiti da bambina).
    Dall’età di 6 anni la mia mamma e la mia nonna materna mi hanno introdotto all’economia domestica per “essere un giorno una brava padrona di casa”…e lezioni ci cucina, stiratura, pulizie di primavera, rammendo ma anche galateo e portamento (ma la riverenza chi la usa più mi chiedevo e mi chiedo??)…ecc ecc
    Inizialmente, lo devo dire, lo vivevo spesso come un peso… la logica della sottomissione, come mi veniva trasmessa (soprattutto da mia nonna) era una logica del “si deve fare così e basta”…la donna non può giocare a palla o a carte ma deve sistemare casa (anche se la donna ha sette anni e i cuginetti fuori si divertono), non può inserirsi in una conversazione di soli uomini e spesso nemmeno ascoltarla, non può fare le passeggiate nel bosco con loro o arrampicarsi sugli alberi…….deve stare in casa e pulire, per poi concedersi attimi di pausa ascoltando radiomaria, leggendo e ricamando….se non si spiega la sottomissione come un servizio, un atto di volontà e amore, diventa un’azione opprimente e ti porta al suo rifiuto….
    Ma fortunatamente il rifiuto è durato solo pochi anni (quant’è dura l’adolescenza..).
    Ho riabbracciato questo stile di vita guardandolo in una maniera diversa, direi nella giusta maniera (anche se a parlare di sottomissione tutte le volte devo prima smantellare il preconcetto che mi sono creata durante l’infanzia) e lo sento veramente mio! Mi ha aiutato e mi aiuta a crescere.
    Oltre alla crescita spirituale che porta la preghiera e a quella “intellettuale che porta la lettura, sto scoprendo come l’abbracciare questo stile di vita, comporti benefici a tutto tondo..
    Nella logica del servizio si impara l’umiltà, la gratuità…ci si esercita a dire due cose molto difficili: grazie e scusa…si esercita la pazienza e la costanza…e del silenzio. (ancora l’anno scorso 5 minuti di silenzio per me erano l’equivalente di una tortura…ora stanno diventando momenti preziosi)
    Io sono sempre stata molto incostante…passavo da un’attività all’altra, da un’interesse ad un altro (tanto da meritarmi l’appellativo di Onda) e per esercitarmi proprio nella costanza ho iniziato da una parte le orazioni si Santa Brigida (ed è stato un anno difficile da portare avanti) e dall’altra una coperta all’uncinetto per un bebè che sarebbe nato dopo 6 mesi…e ce l’ho fatta!!! e mi sento molto cresciuta anche se non arrivata!
    Ma è stato difficile, molto difficile…ma la cosa che mi ha forse fatto più “male”, più riflettere, è stato l’atteggiamento di mio padre, portavoce sfortunatamente di quella corrente di pensiero “il tempo è denaro” che ogni volta che mi vedeva immersa in queste attività e anche ora che sono contenta matta di mettere in pratica tutto quello che ho imparato negli anni per la preparazione del corredo storceva e storce il naso e talvolta mi brontola pure perchè perdo in questo modo le mie serate (nemmeno fossi una figlia che usciva ogni sera per andare in discoteca)..mah?!

    Comunque scusate il lunghissimo intervento, che rileggendolo ha tanto l’aria di essere uno sfogo, ma è bello sapere che ci sono ancora certe realtà dove si insegnano certi stili di vita e si insegnano fin da bambine creando un gruppo!!! Spero di aver la possibilità un giorno di trovare anche per le mie bambine un’occasione del genere

  5. Pa

    e che male c’è se le bambine giocano con i maschietti invece di stare a casa a fare l’uncinetto o ascoltare Radio Maria?? Evitiamo, per favore, un’eccessiva nostalgia per il buon tempo antico che tanto buono, a volte, non era. Voglio dire, cioè, che le bambine hanno diritto di giocare come i bambini e non sono “piccole donne”

    1. Eleonora M.

      non c’è niente di male e infatti da bambina ho sofferto molto di questa separazione maschi-femmine….Mi sembra di aver detto che ritengo erronea la logica della sottomissione così come mi è stata presentata da bambina…nonostante tutto ritengo che bambine e ragazze siano “piccole donne”, con tutte le loro caratteristiche e con tutto il loro diritto di giocare spensierate….nel libro infatti oltre ai lavoretti di casa, alla buona educazione e alle perle di saggezza c’è molta spensieratezza e fantasia, molto gioco anche con la compagnia maschile…quello che rimpiango di quei tempi e proprio il connubio equilibrato fra le due cose, la semplicità di vivere il proprio genere accettandolo e coltivandolo nella vita di tutti i giorni

    2. Scusa, ma perché devo evitare la nostalgia? Perché dici che sia eccessiva? Non mi sembra che ci sia alcuna esagerazione. Forse il raffronto è fatto sullo stress cui sottoponiamo anche i nostri bambini al giorno d’oggi. Persino i cartoni di oggi hanno un ritmo di battute diverso, troppo intenso rispetto ad una volta.

  6. Alessandra

    Mi fai ricordare una parte molto bella della mia infanzia da donnina del sud dalle suore a ricamare e a ballare le tarantelle, che divertimento!

    Io sono a casa da quasi 7 anni cioè da quando ci siamo sposati ,sia perché sto ancora finendo l’università (ho 27anni) sia perché nel frattempo sono nate due monelle e un monello fra pochi giorni e abbiamo affrontato già tre traslochi in tre nazioni diverse.
    Il da fare a casa proprio non mi manca e lo studio è il mio relax.A volte però vivo una certa frustrazione a non vedere nell ‘immediato quello per cui mi sto spendendo. Quello che risalta all ‘occhio è che pulire, preparare il pranzo per la ciurma e piegare mille lavatrici al giorno è fondamentale e inutile perché dopo un attimo è tutto come prima, briciole, piatti sporchi e una montagna da stirare.
    Penso che bisogna assolutamente avere degli spazi per se ma la cosa non è ovvia.

    Molto bello il blog!

  7. luisalanari

    Ho provato, per un lungo periodo a lavorare a maglia, con buoni risultati.
    Ho provato ad imparare a ricamare con quegli inserti che si comprano in edicola, ma più di un bavaglino col nome di mio figlio non sono riuscita a fare. Poi ho abbandonato.
    Invidio (in maniera sana) le grandi capacità all’uncinetto di mia madre che oltre ad aver realizzato di tutto per la sua casa (tende, asciugamani…) e bellissime coperte per il corredo di noi 3 figli, si è cimentata nello studio e produzione delle mie bomboniere di nozze: 3 fiori diversi (una calla meravigliosa, un mughetto e un fiordaliso) per tante persone… E le è venuta pure la tendinite, poverina! Con i soldi risparmiati abbiamo adottato un bambino a distanza, Gregorio, che è ancora parte della nostra famiglia!
    Ne approfitto per fare gli auguri di compleanno a questa grande donna, mia mamma, che mi ha insegnato tanto, tanto e ancora tanto…

  8. JoeTurner

    stavo pensando che la parola “diritto” ormai viene usata così a sproposito e così male che comincia a starmi sulle palle

    1. 61Angeloextralarge

      Joe: Mi piace… anche a me comincia a stare sulle “scatole” 😉
      Scherzoooooo! ma mi piace.

  9. cristina-sonotuttimiei

    D’altra parte, cara Costanza, per fortuna le donne sono ancora libere di scegliere: io ho sei figli, faccio la mamma e la moglie, il pane in casa. E da qualche tempo abbiamo anche ripreso a cucire, ricamare e rammendare. Insegno ai miei figli, maschi e femmine, a prendersi cura della casa. Seguo l’economia domestica con puntualità e attenzione, evito le merendine, i piatti pronti e gli acquisti compulsavi. Ponderiamo ogni uscita, e la sera recitiamo il Rosario tutti insieme.
    Magari non ci possiamo permettere EuroDisney, ma una settimana in montagna in compagnia degli amici sì!
    Sono scelte… Non rimpiango la mia!!

    1. JoeTurner

      @exileye: non scrivo più niente su fb ma incasso lo stesso il tuo “mi piace”

      @cristina-sonotuttimiei: sei molto orgogliosa di quello che sei e che fai e questo è bello, lo si capisce anche dal nome che hai scelto (immagino sia la risposta che dai quando ti vedono in giro con 6 figli) …attenzione però a non mostrare come trofei le proprie scelte di vita

  10. Se posso permettermi, io girerei la cosa in un altro modo. Il ricamo è un’arte, e come tale andrebbe trattato.
    Imparare a ricamare, a lavorare all’uncinetto, a tessere, ecc., vuol dire in qualche modo imparare una tecnica artistica, e non avete idea di quante ragazze ne siano interessate, soprattutto nel mondo della rievocazione storica. E il ricamare non impedisce affatto di essere una donna “moderna”! La mia amica Sara di Parma, ragazza “tosta”, che pratica scherma medievale e che, all’occorrenza, si trasforma in una vera Erinni, sa tessere con il telaio a mano! Così come la mia amica Katja di Oria, sposata, due figli, donna lavoratrice, ecc., cuce e ricama gli abiti del suo gruppo storico, i suoi lavori fanno veramente venire la pelle d’oca.
    Il problema è che queste “arti” sono state a lungo delle “condanne” per le donne, soprattutto dal Quattrocento in poi: della serie “state chiuse in casa a ricamare che al mondo di fuori ci pensano gli uomini”. C’è stata, in particolare nell’Ottocento, una netta opposizione tra “pubblico maschile” e “privato femminile”. Forse per questo le ragazze della scorsa generazione (e molte di questa) sentono questa “repulsione” per quelle che si chiamano normalmente “arti femminili”, che invece, per esempio, in età medievale venivano praticate anche dagli uomini! Abbiamo documenti di corporazioni di “ricamatori” e di “tessitori”, in cui si trovano uomini e donne! I ricamatori erano artigiani di livello (il concetto di artista non esisteva fino al Cinquecento), e ne troviamo di stimatissimi e strapagati, come quella Mabel vissuta nell’Inghilterra del XIII secolo (forse una monaca o una canonichessa) e che era la ricamatrice di fiducia del re Enrico III: l’artefice dei doni del re a sovrani, papi, ricompensata con una preziosissima veste con pelliccia di coniglio!

    1. m&m

      Oh, meno male. Stavo per rispondere sgarbatamente al commento di Pa chiedendole se il suo pseudonimo non fosse un diminutivo di Pavlov ;-). Meno male che hai risposto tu, per le rime, ma da gentildonna.
      In effetti, fino alla rivoluzione industriale, attività artigianali di alto livello come il ricamo e a tessitura di drappi e di arazzi non conoscevano distinzioni di sesso. E anzi ho letto da qualche parte che il ricamo è stato praticato anche da dei dilettanti d’eccezione come Federico il Grande di Prussia e Giorgio VI (quello del Discorso del Re).
      Sarà che non ho nulla da dimostrare (da bambina giocavo con spade e carta stampata, da grande faccio la ricercatrice e al ricamo ci sono arrivata dopo i quaranta) ma la trovo un’attività di immenso divertimento e soddisfazione.

      1. Anzi, l’attività di fabbricare arazzi ad alto liccio era vietata alle donne per ragioni di sicurezza: questo mestiere obbliga a tenere le braccia sempre distese, e ciò era considerato pericoloso per le donne incinte.

  11. Pa

    Se qualcuno pensa che la parola “diritto” sia usata a sproposito per quel che riguarda il gioco dei bambini, allora non ha capito nulla, né dei diritti né dei bambini. Il gioco, moderato ed equilibrato (ho apprezzato molto quello che ha scritto Eleonora nella sua precisazione, e mi trovo d’accordo) è utilissimo per i bambini, a suo modo è una cosa seria. Deve appunto essere, in modo equilibrato, contemperato con i doveri, il che è vero anche per i diritti dei grandi. Se poi la parola “diritti” a qualcuno non piace a priori (ci sono anche queste persone, ahimé) è un problema suo, ce ne faremo una ragione.

  12. Pa

    Aggiungo a quello che dice Mercuriade che una tale mentalità (che, più che cristiana, è piuttosto da borghesia ottocentesca) ha portato a pensare anche che la religione sia “roba da femmine”: non a caso si parlava di maschietti che giocano e di bambine intente ad ascoltare Radio Maria. Capitava, in una tale ottica, che il bambino sensibile che magari amava pregare e meditare fosse ritenuto, come dire, un po’ carente di ormoni… E’ una visione però non corretta.

  13. Grazie Costanza. Mi hai riportato allamente quei momenti bellissimi in cui erano le mie nonne a mettermi in mano ago, filo, uncinetto o ferri per la calza…. ero piccolina e ho apprezzato imparare un’ “arte” che loro hanno voluto trasmettermi, che però io non ho appreso come loro avrebbero voluto, che non pratico più (vista anche la mia “imbranataggine” in materia). Ma anche l’accostamento tra l’attività di ricamo che le tue bambine svolgono con la preghiera aiuta loro (e noi che ne leggiamo) ad apprezzare le virtù della pazienza e dell’umiltà che tante volte ci sfuggono! Grazie a te e a Dio!

  14. m&m

    E a proposito di come la mentalità corrente consideri i lavori c.d. donneschi di un tempo, vi racconto una storiella ma è vera.

    Nel museo di una cittadina delle Marche si può assistere a dimostrazioni pratiche di lavorazione artigianale di merletti a tombolo (per cui la cittadina è famosa). L’attività, in antico regime praticata sia da uomini sia da donne, è stata appannaggio esclusivo delle donne dal tardo Ottocento a oggi. Il lavoro è una danza di dita più veloci della luce al suono dei fuselli che schioccano. Commento di una turista giovane, madre e lavoratrice: «Ehm, sì, bello… ma sono cose che ci si poteva permettere una volta, quando le donne non avevano nulla da fare…»

    Per capire l’ineffabile inanità di tale commento occorre sapere che un tempo (ma ancora ampiamente negli anni Cinquanta del secolo scorso…) l’economia di quella cittadina si reggeva in larga maggioranza sulle spalle delle donne, di tutte le età, che oltre a mandare avanti la famiglia, andare a scuola se dell’età giusta, lavare, pulire, cucinare etc. trovavano anche il tempo di praticare l’arte del merletto, non per sfizio ma per guadagnare, di giorno in giorno, quanto necessario a mettere insieme il pranzo con la cena. Infatti l’attività femminile del merletto aveva un mercato sicuro mentre gli uomini per lo più lavoravano a giornata, come muratori o artigiani, con tutti gli imprevisti del caso).

    1. 61Angeloextralarge

      Viviana (sei tu?). belle quelle dita che si muovono veloci e con una grazia incredibile! Che lavori incredibili sanno tirare fuori! Bello! 😀
      Concordo con il tuo commento! 😀

      1. media-e-midia

        Sì, sono io (avevo abbreviato il nome in un momento di fame, le m&m mi facevano venire l’acquolina in bocca 🙂 )

  15. Pa

    esatto, la mentalità dei “lavori donneschi” e delle riverenze è roba da Inghilterra vittoriana, con la fede cristiana non c’entra nulla

  16. Pa

    L’Inghilterra vittoriana era, oggettivamente, un concentrato di ipocrisia assoluta, oltretutto anche molto anticattolica.

    1. m&m

      Non peggio della nostra epoca, allora.
      Oggettivamente, prima di accettare un qualsiasi confronto sull’Inghilterra vittoriana gradirei sapere quanti libri scritti da vittoriani hai letto. Tra i prodotti dell’Inghilterra vittoriana ci sono Elizabeth Gaskell (se non l’hai letto, ti consiglio Nord e Sud), il beato Newman e financo G.K. Chesterton.

    1. m&m

      Niente esami, figuriamoci. Cercavo solo di indurti a provare a vedere le cose da un punto di vista diverso, un pochino più nuancé.

      “Inghilterra vittoriana” fa il paio con “oscuro Medioevo” e “malgoverno spagnolo” sono marchi, loghi, frasi fatte, slogan di comodo. Il riferimento ai libri scritti da vittoriani serviva (maldestramente ma la comunicazione via computer, si sa, dà adito a equivoci, manca la mimica facciale) per ricordare che prima di tirare la croce addosso a qualcuno o qualcosa bisognerebbe almeno essere sicuri di conoscerlo. Leggere i libri scritti in una epoca, per la gente di allora, indubbiamente aiuta, e i romanzi vittoriani magari potrebbero aiutare a conoscere meglio un’epoca che – come la nostra – ha luci e ombre, queste ultime anche nerissime ma non solo quelle.

  17. JoeTurner

    anche “oggettivamente” è una brutta parola se usata a sproposito e senza il supporto di dati, appunto oggettivi, come studi, libri, testimonianze o la propria personale esperienza. E’ una parola che spesso si usa con arroganza, non consente repliche:
    è oggettivamente così e se lo neghi sei in malafede e bugiardo

  18. Velenia

    Non saprei,una mia cugina acquisita,donna assolutamente in carriera,laureata e di buone letture lavora all’uncinetto in maniera meravigliosa.Mia zia,che per tutta la vita ha fatto l’insegnante,oltre che ricamare conosce l’arte del tombolo (la chiamo arte e ha ragione m&m,sembra una danza),mia nonna l’ho vista sempre con un telaio in mano, fino a quando un ictus non le impedì i lavori di precisione.Io,mia sorella e tutti i nostri figli abbiamo portato al Battesimo la stessa veste bianca ricamata da lei.
    Tentarono di insegnarmi il ricamo,ma avendo scarsissime attitudini pratiche non ho mai imparato,e mi dispiace molto.
    Un’ultima nota,non vi sembra che il posto che una volta avevano questi lavori nella vita delle donne,che sicuramente erano fonte di reddito ma anche modo di socializzare e di esprimersi,oggi lo abbiaano preso il decoupage,lo stencil,il patcwork e cose simili? Sarà che noi donne siamo creative per natura?

    1. m&m

      Velenia, c’è speranza per tutte. Il retro dei miei ricami fa schifo, ma io mi diverto lo stesso a farli. A proposito della tua frase finale, rincarando la dose, ultimamente stanno tornando di gran moda tutte quelle attività da signorine di buona famiglia “stile vittoriano” 😉 che un tempo servivano solo a riempire i salotti di buone cose di pessimo gusto (quadretti di conchiglie, fiori di perline, nettapenne, papaline, pantofole ricamate, cuscinetti puntaspilli e simili quisquilie).
      Attività sottoposte ad anatema durante la fase veterofemminista e che oggi invece probabilmente coinvolgono anche non poche antiche inceneritrici di reggiseni. La nemesi storica? Penso anch’io che siamo creative per natura e che la natura repressa prima o poi esplode in scatenati punti assisi e tumultuosi filet.

  19. 61Angeloextralarge

    “la natura repressa prima o poi esplode in scatenati punti assisi e tumultuosi filet.”: sìììììì! Che la creatività esploda! La creatività all’opera è quanto più positivo ci possa essere: è antidepressiva, è salutare, è soddisfacente, è gratificante, è…. Evvvvvai!

    1. 61Angeloextralarge

      N.B.: grazie, Costanza! Fai venir voglia di ricominciare a ricamare, nonostante la vista ormai “sdoppi” non solo il filo, ma anche l’ago! Smack! 😀

  20. Erika

    Il recupero del tempo, del fare bene le cose (perché se ne ha il tempo!), dell’ “aver cura” insomma, è cosa buona e giusta e la condivido totalmente.
    Non sono d’accordo, invece, sull’assunto che certe attività siano “connaturate” e adatte all’animo femminile.
    Quando ero bambina mia madre ha provato a insegnarmi a lavorare a maglia (lei a volte lo fa anche durante le riunioni in ufficio), ma, avendo notato che in quest’attività ero disperatamente negata, è passata a insegnarmi la gestione di un archivio e i fondamenti della dialettica politica, settori per cui ho dimostrato un’attitudine maggiore.

    Quello che voglio dire è che ritengo pericoloso affermare che “le donne sono creative per natura”….
    Io non lo sono. Se mi parlate di decoupage mi viene l’orticaria, il colore delle tende a casa lo ha scelto mio marito…
    Nonostante questo, nonostante io abbia lavorato per anni con un piccone in mano su cantieri archeologici, non mi pare di aver mai soffocato la mia femminilità.
    Cucino tutti i giorni per mio marito e, anche se sul lavoro coordino un piccolo staff, quando sono a casa mi trasformo, orgogliosamente, in una piccola geisha….

    Quando sento che una donna si sente “costretta” a lavorare fuori casa e invece vorrebbe più tempo da dedicare alla cura domestica, naturalmente mi spiace e vorrei che potesse essere libera di scegliere lo stile di vita che le è più congeniale, però banalmente mi chiedo: avrebbe senso che io stessi a casa a rammendare (male), piuttosto che continuare a occuparmi di musei (con maggiore competenza) portando a casa un po’ di soldi che serviranno anche a pagare una brava sarta professionista?

  21. vale

    insomma,dopo l’agenzia matrimoniale abbiamo anche l’ufficio collocamento delle tricoteuses…
    su “oggettivamente” e “diritti”, sottoscrivo( naturaliter dell’uso smodato ed improprio che se ne fa).
    sul vittoriano periodo, oltre ad Acton sulla prostituzione imperante-e spesso minorile ,assieme al lavoro minorile delle miniere e fabbriche, basterebbe citare Swift nella sua modesta proposta per risolvere il problema irlandese, ed i finanziamenti di Palmerston a tutte le rivoluzioni anticattoliche che si verificarono in europa-inclusa quella italiana( oramai sul risorgimento anticattolico,spero non ci siano ancora soverchi dubbi…)o il pugno di ferro esercitato dalla compagnia delle indie nei territorii-India inclusa-sottoposti al dominio di questa soc. parastatale del tempo…per darne un non benevolo giudizio.
    che poi non si debba generalizzare, va da sé. ma forse fu un periodo “buono” per le élite inglesi( non solo aristocratiche ma anche borghesi-commerciali.) non per il popolino sia inglese che europeo( incluso quel che è più di un sospetto ,l’omicidio di Lincoln istigato dai banchieri inglesi….)

  22. Qualcuno una volta disse che le donne per mettersi sullo stesso grado degli uomini non erano salite di gradino, bensì erano scese.

    è chiaro che un’affermazione del genere va contestualizzata e relativizzata, non può essere assolutizzata. Gli assolutismi hanno nuociuto da sempre alla libera formazione del pensiero. (altrettanto è il rischio del relativismo senza freni e regole)

    Pertanto sì, magari le donne hanno perso qualche capacità manuale di una volta, ma altrettanto gli uomini (si pensi al calzolaio, a lavori artigianali etc): questo è il frutto di un’alienazione sociale che ci vuole sempre più esecutori e sempre meno creativi.

    un saluto da Lordbad

    Vongole & Merluzzi: il blog per aiutarti a capire se sei una vongola o un merluzzo, sali anche tu sul nostro vascello!

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/

  23. media-e-midia

    Sul risorgimento anticattolico figurati. In google books ci sono annate intere dell’Eco di Savonarola, periodico antipapale stampato a Londra in Italiano, leggere per credere.
    Però mi permetto di pizzicarti una pulce: Swift (è morto nel 1745, sarà stato carolino, giacobita, guglielmita, anniano e georgiano ma vittoriano no). Mi risponderai che per l’Irlanda 1745 o 1845 è tutt’uno e avresti ragione.

    Comunque è vero tutto quello che dici ma per ogni “meno” che elenchi ti potrei trovare un “più” e magari pure citando qualche cattolico britannico d’epoca. Gente strana, gli inglesi. A me piacciono, benché abbiano torpedinato mio nonno tre volte di seguito. Vorrà dire che su questo tema avremo un gentlemen’s disagreement, che male c’è? 😉

    1. vale

      infatti.( spero che mi si dia credito che non cito qualcuno senza sapere il periodo storico. era per rendere l’idea della situazione irlandese e ,appunto,la situazione in Irlanda non era cambiata di molto…e ne è la dimostrazione l’enorme emigrazione irlandese verso gli states… simile a quella postunitaria italiana e tedesca al tempo della riunione-e subito dopo- del reich( siamo mella seconda metà dell’800( curiosità: fu fatto un referendum , al tempo ,negli states per decidere se la linqua ufficiale dovesse essere il tedesco o l’inglese. vinse, come si sa, l’inglese. ma di pochissimo…)
      poi sul resto, come suol dirsi ,son luci ed ombre, come in tutti i periodi storici. certo è che la rivoluzione industriale acuì i cambiamenti in meglio ed in peggio del tempo e dei periodi immediatamenti successivi. che poi si valuti una sostanziale continuità di “epoca” come “migliore” è legittimo. non vedo, perciò, nessun disagreement. gli è che taluni tende a veder il bicchiere mezzo vuoto, altri mezzo pieno.
      per l’Inghilterra, fu ,cmq, un gran periodo( considerato anche le personalità che produsse.)

      1. media-e-midia

        Dividiamo un pacchetto di m&m a mo’ di calumet della pace?
        Comunque mi sa che oggi la Gran Bretagna sta messa maluccio

  24. Certo, una volta letto Chesty a chiunque gli passa la voglia di leggere qualsiasi altro scritto in circolazione, dei soliti, ma a proposito della vita al bel tempo che fu, ivi incluse le cucitrici le stiratrici le lavandaie le schiave di casa eccetra, rimanderei, solo per restare in Italia, alle Novelle di Giovanni Verga. Ve li leva lui i ricami di per il capo!!!

  25. Mi rendo conto di avere parecchio grossolanamente semplificato le cose, il sonno (ieri sono stata, divertendomi un mondo, con otto tra figli e nipoti) e il desiderio di schiantarmi sul divano hanno avuto la meglio sulla chiarezza e la sottigliezza. Io non credo che le mie bambine diventeranno ricamatrici per una settimana di parrocchia a Perugia. Facevo una riflessione più generale prima di tutto sull’importanza del lavoro manuale: i bambini di oggi hanno completamente perso la manualità, a favore di una maggiore svegliezza tecnologica, e multidisciplinare… Inoltre le donne oggettivamente hanno molto meno tempo rispetto a una generazione fa, quando non lavoravano fuori casa. Io di lavori ne ho due, quindi figuriamoci se dico alle donne di darsi al tombolo. Non posso fare a meno di notare, però, che abbiamo pagato prezzo altissimo, e sono tante anche le cose che ci perdiamo per strada. Le donne hanno il carisma della cura, e rischiano di non avere abbastanza tempo per valorizzarlo.

    1. Ho una manualità penosa… a volte dubito di avere il pollice opponibile da quanto sono imbranata, e penso che mai nella vita mi darò al ricamo, dal momento che faccio già fatica ad attaccare un bottone… ma appoggio in pieno la riflessione di Costanza: i nostri figli sono dei geni del computer già a sei anni, e senza demonizzare la tecnologia, penso che questo vada inevitabilmente a scapito di quella reale soddisfazione che viene dal contemplare qualcosa che si è fatto con le proprie mani, fosse anche un vasetto modellato col DAS… (tra parentesi, e ne faccio pubblica confessione, tutte le volte che alle mie bambine viene un “attacco d’arte”, faccio di tutto per dissuaderle dal loro progetto… e chi ne ha voglia poi di passare le ore successive a raccogliere pezzetti di giornale incrostati di colla??)

    2. Cristina - Sìsonotuttimiei

      Speriamo ci siano abbastanza donne con il coraggio di riprenderselo, questo carisma. Perché abbiamo perso quello che siamo state disposte a cedere. Per questo non faccio un “trofeo” di quello che vivo, ma mi limito a testimoniare che è possibile, per chi volesse, riappropriarsene.
      E ben venga chi, facendo due lavori, si accorge di quel che sta perdendo… Magari alle sue figlie verrà voglia di recuperarlo!!

      1. JoeTurner

        chissà perché ma ho avuto l’impressione che più che testimoniare volesse esibire….ma sono perfido io e sicuramente sbaglio.

        1. Stefania

          Anche io ho notato che in Italia i genitori di famiglie cosiddette numerose parlano sempre di voler essere segno, testimonianza, insomma hanno sempre una forte spinta ideale… A me piace tanto la semplicità dei genitori che vedo qui in IrlandaIrlanda… Premetto che contatto con

          1. Stefania

            Ops scusate lo smartphone mi ha tradito…. dicevo che io per lavoro sono spesso a contatto con famiglie con bimbi disabili, e praticamente tutte queste famiglie hanno dai tre figli in su, nonostante il già gravoso impegno di un bimbo disabile. Ma se se fai una qualunque osservazione a tale riguardo i(per esempio dici: nastia che bella famiglia numerosa!) i genitori ti guardano stupiti della tua osservazione, e senza parlare di testimonianza dicono semplicemente che amano i bambini e che volevano una famiglia numerosa perché “così si danno una mano”…. E con la loro umiltà e il loro amore per i figli kit insegnano tanto ogni giorno.

        2. cristina-sonotuttimiei

          Il punto non sono i sei figli, potevo non dirlo e forse sarebbe passato quello che mi interessava dire: le donne hanno perso quello che si sono lasciate portare via. Ma non é un percorso a senso unico: si può recuperare! Questo mi sembrava il punto del discorso… Con sei figli o anche con uno o due. O anche senza!!!

    3. twentyrex

      Perchè devi giustificarti di aver “semplificato le cose”, addirittura “grossolanalmente”? A me piaci per questo e, ribadisco, il tuo modo di scrivere e di affrontare i problemi mi dà sempre conforto e mi offre spunti di riflessione profondi ed importanti. Dopo il grande Giovannino Guareschi che con i suoi tre personaggi principali (Don Camillo, Peppone ed il Cristo dell’Altare) riusciva a dare un senso alla vita del quotidiano, ci sei tu che hai questo dono. Con la rappresentazione delle tue giornate e delle cose anche banali che ti accadono cogli l’ispirazione per pensare e vedere le relazioni con il tuo passato, con gli altri, con l’arte, con il senso della vita e con il Buon Dio che in ogni cosa ed in ogni tempo lascia la sua impronta.
      La tua avventura perugina, mi ha riportato alla mente mia madre che non ha avuto una vita facile e normale, ma che non ha mai abdicato ai ruoli che la vita le ha imposto. Non ha avuto il dono di essere figlia a pieno titolo perchè suo padre morì giovanissimo nella grande guerra. Lei aveva solo due anni e non ne ricordava nulla. A dieci anni viene mandata in collegio, come usava allora alle signorine di buona famiglia, ma vi resta solo due anni perchè il fratello, più grande di lei ha deciso di fare il podestà al paese ed ha bisogno che lei governi la casa. Mia nonna, divenuta vedova trascorrerà la sua vita in poltrona non curandosi di nulla. A dodici anni (pensa a tua figlia, come io ho fatto con la mia) andare a dirigere una servitù che comprendeva anche coloro che coltivavano le terre di famiglia e, quindi, oltre a fare in modo che tutto funzionasse dalla cucina, alle camere, ai magazzini, tenere la contabilità domestica e badare alle frequenti cene con parenti e gerarchi non credo che sia cosa da poco. Appena divenuta quasi maggiorenne, le viene affidata anche una carica del partito e deve occuparsi delle famiglie indigenti e dei ragazzi meritevoli che hanno bisogno di essere sovvenzionati per continuare gli studi. Alcuni di questi faranno carriere brillanti e di successo. Poi il matrimonio, osteggiato dal fratello che già considera propri i suoi averi, ma per fortuna procurato da un frate cappuccino che si rende conto di molte cose. Non avrà la possibilità di celebrarlo perchè la guerra giunge in Sicilia, ma in compenso celebrerà il mio trent’anni dopo. Con mio padre, uomo all’antica, la gestione della casa sarà impegnativa, ma non mancherà mai niente. Anzi lei riesce, coltivando la stessa passione di mio padre per la lettura, a dedicarsi a questa intensamente ed in casa ho ancora i libri del Pavone e gli Omnibus della Mondadori. Pur avendo fatto solo le medie, riesce ad aiutarmi fino al liceo. E se riesco a scrivere lo devo a lei (ed ai riassunti che facevo degli articoli di Gianna Preda del Borghese che era la rivista preferita di mio padre). Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita da sola, una volta che mio padre ci ha lasciati, perchè il mio lavoro mi portava lontano, ma quando veniva a stare per qualche tempo con noi, riusciva a liberare mia moglie dalla cucina ed a seguire i nipoti negli studi, insegnando alla piccola anche il cucito e qualche nozione di ricamo. Ma i suoi pomeriggi, il ricordo è ancora ben presente alla mia memoria, erano dedicati al rosario, alla lettura, a qualche opera di rammendatura, a qualche chiacchierata al telefono, alla scrittura di qualche lettera, poi anche a qualche ora davanti al televisore. Non c’era affanno, fretta urgenza e tutto si svolgeva con i giusti tempi e non si rinviava nulla al domani. Certo era “solo” una madre di famiglia. Oggi le donne sono impegnate nel lavoro, spesso, più degli uomini, ma essendo più forti e dotate di noi maschietti potrebbero riprendersi quell’equilibrio di serenità e di tempo che consentirebbe loro di fare meglio le cose e trovare il dono della femminilità. E potrebbero indurre noi uomini ad imitarle nella difficile opera di attribuire il giusto valore al lavoro ed alla nostra vita e scoprire il bello della condivisione di coppia.
      Grossolanalmente, carissima Costanza, tu hai messo il dito sulla piaga. La vita di ieri pur se priva di tante cose era governabile e ci dava il tempo di pensare e di maturare e di avere relazioni sociali vere ed importanti. Oggi che il progresso ci mette a disposizione tante opportunità, non riusciamo più a governare noi stessi e le nostre famiglie. Pensa che ho imparato da te che si può pregare anche guidando l’auto. Prima mi capitava di farlo camminando, ma dovendo adesso limitarmi, me ne veniva meno l’occasione. E qualche giorno fa ho invidiato un mio caro amico che mi diceva di aver trovato, entrando in una Chiesa, che si stava recitando il Rosario in latino e si era subito immerso nella preghiera, che gli mancava dai tempi del collegio, traendone un mix di gioia, piacere fisico e commozione.
      Ti chiedo scusa se mi dilungo nei miei interventi, ma carissima Amica, senza di te sarei condannato, come sono stato per lunghi anni, al completo silenzio dello spirito e, per tornare a Guareschi, era come quando Don Camillo non riusciva più a parlare con il Cristo dell’Altare.
      Per questo ti sono grato e ti chiedo scusa.

      1. Carissimo twentyrex, tutti siamo condannati a questo mondo do ora, come tutti sono stati e saranno condannati al mondo che è stato e che sarà se sarà. L’importante è farsi animo, ognuno con i suoi ricordi che non significano né più né meno che i ricordi di tutti gli altri. Andare avanti, bisogna, ognuno a suo modo, il meglio che ci riesca possibile.
        Il tuo racconto ottimo per un romanzo, uno vero, non quelli di ora!!!

  26. vale

    chiedo venia, ma la battuta sulle tricoteuses voleva essere tale.ci mancherebbe che ironizzassi sulla padrona di casa e prole( o g.c.,l’admin m’ha detto che per esteso è meglio di no, ché poi ci crede qualcuno/a….).

    per il calumet va bene le mm. per te. mentre sgranocchi , io vo’ di toscano…

  27. Potrei stare qui a descrivere le meraviglie e le gioie dell’uncinetto (lavoro che mi appassiona moltissimo fin da piccola, accantonato negli anni di studio e rispolverato solo di recente), o ad enumerare le tecniche di cucito, dai punti a giorno fino allo sfilato siciliano. Ma in fondo credo che la cosa fondamentale sia la pazienza che questi lavori richiedono. Quando sfogli una di quelle patinate riviste con tende o tovaglie belle che finite ti si scioglie il cuore dalla bellezza e la grazia che sprigionano. Ma quante ore ci sono volute per realizzarle? prova un po’ a cimentarti e vedrai… prima ti devi scegliere la stoffa, tagliarla, appuntarla, imbastirla, fare il disegno, trovare il filato giusto, ricamarla per ore interminabili. Dopo tanto, tantissimo tempo e diottrie allora potrai goderti il risultato e mostrarlo orgogliosamente.
    E’ verissimo, come dice la Coky, che i ragazzini oggi sono abilissimi nel digitare, nel cliccare, nel muovere il mouse o il joystik, ma quando gli metti un pennarello in mano fanno fatica a rimanere anche solo nei bordi di un disegno, e perdono subito la pazienza, si arrendono subito al “non ci riesco!”. Lo vedo dai miei figli. Sarà una gran fatica a settembre, quando il grande inizierà la scuola elementare…. non solo dovrà stare seduto e mantenere l’attenzione per ben oltre la mezz’ora solita, ma a casa dovrà esercitarsi prima di riuscire a scrivere ABACO in maniera apprezzabile, e possibilmente in corsivo!
    Ora, sarà anche vero che il ricamo è una attività prevalentemente femminile, e avendo io solo figli maschi dovrò ingegnarmi in qualche altra attività, chessò, i Lego Technic, ma come mamma non posso far altro che mostrare la bellezza e la soddisfazione del lavoro finito. Il sudore e la pazienza, le cadute e gli errori possono davvero portarci lontano. Si sbaglia, si rifà. E poi si arriva. Ma non mettercisi nemmeno è il più grande peccato. Tutto e subito non esiste e quando lo pretendi diventi violento, perchè non tutto ti riesce, non tutto si può avere. A volte non si ottiene nemmeno quello per cui si è faticato tanto.
    Forse la metafora del ricamo e in generale dei lavori manuali è utile a ricordarci che bisogna accettare delle “frustrazioni”, che la vita non è un clic e via, ma un paziente lavoro punto su punto, che a volte non ci viene manco tanto bene, ma che a lavoro finito sarà un piccolo capolavoro, se avremo rispettato i suoi tempi, il suo disegno.

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  29. Pa

    Chiedo venia per l’ “oggettivamente”, forse detto senza troppo pensarci, ma parlare di diritti per quel che riguarda il gioco dei bambini, non mi pare un abuso del termine.

    1. JoeTurner

      “possibilità di scelta” non è meglio ? e lasciamo la parola “diritto” per qualcosa di più serio, altrimenti la svalutiamo.

  30. Pa

    beh, oddìo, possibilità di scelta per il gioco dei bambini mi pare un po’ esagerato. Suona più logico dire, forse, “i bambini hanno il diritto di giocare” che “i bambini devono avere la possibilità di scelta di giocare”. E poi, per i bambini, il gioco non è privo di serietà: per un’armonica crescita serve il gioco come l’impegno. Non è importante come il cibo o lo studio, ma serve. I bambini che non hanno tempo di giocare crescono tristi.

    1. JoeTurner

      certo “diritto al gioco” va bene se parliamo di lavoro minorile non di bambine che ricamano in parrocchia.

    1. me stesso

      pensa che strano Alvise sono d’accordo con te sia sulla bruttezza del quadro che sul fatto che il racconto di twentyrex sarebbe da romanzo.
      SMACK! (stasero t’ho fregato io 😉 )

  31. anche io voglio un corso di ricamo in parrocchia!
    potrebbe essere l’occasione per me di imparare qualcosa di nuovo oltre a cambiare i bottoni.
    ecco, l’ho detto.
    basta, da domani mi impegno!
    grazie costanza per la pulce nell’orecchio!

  32. Pa

    “certo “diritto al gioco” va bene se parliamo di lavoro minorile non di bambine che ricamano in parrocchia.”

    Ovvio! mica sto dicendo che un corso di ricamo per bambine in parrocchia sia uno sfruttamento del lavoro minorile!!!

    1. JoeTurner

      appunto, sei tu che hai usato l’espressione “diritto al gioco” commentando questo post dove si parla di bambine che ricamano in parrocchia.

  33. Pa

    Forse non mi sono spiegata, e dunque è colpa mia: mi riferivo alla signora che, parlando della propria infanzia, citava maschietti lasciati liberi di giocare fuori e femminucce che non potevano farlo ma dovevano ricamare o ascoltare Radio Maria. Quindi ho detto: ma bisogna far giocare anche la bambine coi maschietti, che male c’è? Non mi riferivo – preciso – all’esperienza di Costanza Miriano

  34. Vick

    Mi dispiace disturbare con un commento poco in linea, ma sento di dover commentare un passaggio del suo testo: “Voglio invece ricordare, come Anne Marie Slaughter che le donne non possono avere tutto, anche se io lo dico senza rabbia, e anche con un certo sollievo, e gioia”

    Ebbene, io approvo l’idea che ai bambini si debbano insegnare lavori pratici, dall’uncinetto alla costruzione di cassette di legno, sono convinta dell’importanza di queste attività per il loro sviluppo psicologico.

    Non capisco proprio però questo suo dire senza rabbia e anzi con sollievo che le donne “non possono avere tutto”. A me fa tristezza l’idea che non avere buoni servizi sociali e una certa struttura della società costringa le donne a limitarsi. E questo non perché non penso bello stare con i figli, ma perché credo che la realizzazione nel lavoro sia importante. Una giovane studia per anni, coltiva sogni per poi buttarli nel cestino al matrimonio? Verrebbe quasi da dire: non fatemi studiare così almeno non so quello che mi perdo. Senza contare che quando le donne escono da casa e lavorano possono contribuire al progresso. Quante innovazioni, nuovi prodotti, nuove tecniche sono state pensate e realizzate da donne? Quante buone trattative, anche in campo internazionale? Non ci sarebbero state se le donne protagoniste fossero rimaste a casa perché la cura di marito e figli è più importante, o se per lo stesso motivo avessero vissuto il lavoro come una cosa da sbrigare in fretta per portare qualche soldo a casa. Una primario in ospedale, una avvocatessa di successo, una giudice, una direttrice di supermercato, non le reputo delle donne che hanno tradito se stesse solo perché evidentemente nel lavoro si sono impegnate. E anche i figli secondo me sono contenti di una madre rispettata e stimata sul lavoro.

    Certo può essere gradevole sognare il villaggio in cui le donne, in allegria e tutte insieme, si danno al cucito, alla cucina e ai lavoretti di casa, con i bimbi saltellanti tra le gonne, in attesa dei loro uomini da coccolare la sera.
    Io preferisco sognare una realtà in cui ho un asilo bello e sicuro per i miei figli, un padre che senza fare il mammo sappia dare una mano e un sistema lavorativo in cui la gravidanza non sia vista come una iattura e lo stop definitivo della mia carriera.
    Ognuno sogna ciò che preferisce.

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