Nella gioia e nel dolore (nella salute e nella malattia)

 

di Luisa Lanari

Quante volte ho sentito pronunciare questa formula ai matrimoni altrui – e anch’io l’ho enunciata al mio – forse senza mai ben comprenderla appieno. Effettivamente la gioia che sgorga forte dal cuore il giorno del matrimonio non lascia spazio (ci mancherebbe!) al minimo presagio negativo sul futuro insieme all’amato/a e quindi non si pone, forse, sufficiente attenzione alla insita sacralità della frase e al possibile avverarsi di quelle due doppie paroline contrapposte: gioia/dolore – salute/malattia.


La cerimonia, i canti gioiosi scelti per la liturgia, il lancio del riso fuori dalla chiesa, il banchetto nuziale, le tante persone che rivolgono agli sposi i propri auguri e tutto ciò che li avvolge in quella giornata, è rivestito da un alone di contentezza – che smorza magari anche l’ansia e la stanchezza accumulate per i preparativi – che di certo non interroga nel profondo i due novelli sposi circa le domande:

“E se mio marito/moglie dovesse vivere lontano da me per motivi di lavoro?”

“O addirittura uno dei due lo perdesse?”

“E se mio marito/moglie si ammalasse? Come reagirei?”

Conoscendo a fondo la storia di due cari amici, Viviana e Angelo, ho toccato con mano – anzi con la penna, visto che Viviana mi ha voluto portavoce della sua storia – il dramma di una coppia che sin da poco dopo il “fatidico sì” ha dovuto fare i conti con la realtà della malattia.
E se i primi anni di matrimonio per una giovane coppia dovrebbero essere i più idilliaci e spensierati, nella conoscenza reciproca “gomito a gomito” dei due soggetti, per loro si sono rivelati subito in salita: con “la bestia”, come chiama Viviana la malattia mentale – arrivata inesorabile dopo la nascita del primo figlio – e con la malattia del corpo, la LMC (leucemia mieloide cronica) – giunta inaspettata dopo la seconda gravidanza. In pochi anni il loro matrimonio si è rivelato tutt’altro che cuoricini e scene bucoliche mano nella mano: momenti bui trascorsi in ospedali vari (per non dire apertamente “manicomi”) o all’interno di quelle che non erano più “mura domestiche” ma prigione di solitudine in cui nascondersi e marcire sotto il peso dello stigma che la nostra società impone ai malati psichiatrici; inoltre, due figli che – in maniera diversa – hanno risentito della difficile situazione e la costante incertezza per la neonata famiglia e quelle ad essa collegate; tutto questo ha completamente scompaginato quel libro che i due giovani sposi pensavano di poter scrivere insieme. Ma il matrimonio, come scelta radicale, è anche questo e anche per questo si rivela bellissimo: prendersi per mano, anche quando sembra che non ci sia più speranza, guardarsi negli occhi e dirsi, magari con un po’ di insicurezza, “Insieme ce la faremo!”.

Il sacramento, immenso e potente dono di Dio, correda i due sposi degli strumenti adeguati per affrontare le situazioni più assurde ed umanamente incomprensibili, perché niente è impossibile a Dio e niente del mondo può separare ciò che Lui unisce. Nello specifico, la grinta e la voglia di lottare – soprattutto per i propri figli – di Viviana e l’amore profondo e inesauribile di Angelo, saldamente ancorato alla “Grande Roccia”, hanno squarciato quella ragnatela che li opprimeva e oltre ad essa scoprono che ancora c’è un paesaggio bellissimo ad attenderli, magari traslato in avanti temporalmente di qualche anno rispetto alle previsioni…

Lascio la voce a Viviana, per dirvi che nel mio libro, “Una storia di stra-ordinaria follia”, il messaggio che primeggia, nonostante la crudità e l’intransigenza del racconto dei fatti, è la speranza, quella vera perché frutto di una sofferenza profonda e di una lotta combattuta insieme, come coppia voluta e sigillata da Dio. Lascio la parola a Viviana che, meglio di me conosce bene la storia (e può invogliarvi ad acquistare il libro…):

“Le costanti che l’hanno contraddistinto sempre nel suo viaggio con me sono la calma silenziosa e la pazienza fi­duciosa: ogni volta, in ogni fase o episodio dell’evolversi incerto e instabile della malattia, e in qualsiasi luogo essa mi abbia fatto finire (ho girato l’Italia!), ricordo che Ange­lo mi sorrideva, mi abbracciava, mi rincuorava, ascoltava senza stancarsi la cantilena degli insulti e improperi rivolti indistintamente a me stessa e a chi mi capitava a tiro. Mi ha infuso fiducia e davvero è stato, in quei momenti di profonda incertezza e di dolore tangibile, l’incarnazio­ne vivente della promessa sacramentale del matrimonio: “nella buona e nella cattiva sorte”. E la malasorte davvero ci ha preso per mano in questi anni. Probabilmente però l’intreccio indissolubile di queste mani, perché frutto dell’Amore vero, è più forte del male, della malattia e, oggi, guardando con retrospezione verso il passato e con speranza verso il futuro, oserei dire che, io e Angelo, saremo forse uniti per sempre. Di certo, ciò che abbiamo vissuto noi in soli sette anni di matrimonio, credo, coppie normali o “sane” nemmeno sanno cosa significhi. In una sola parola: sofferenza. Tanta e inenarrabile sofferenza”.

E ancora: “La nostra casa negli anni viene pian piano sistemata, quando la salute me/ce lo consente. Cerchiamo di miglio­rarne la vivibilità soprattutto nella prospettiva di invitar­ci amici e parenti: eravamo aperti agli altri come coppia e ora, anche se duramente, stiamo riallacciando molti di quei contatti che hanno vissuto, forse da esterni, i nostri drammi. Insieme alla casa anche il nostro rapporto è “under construction”: proviamo, il più delle volte non riuscendo­vi, a limare gli spigoli del carattere, stondiamo le angolatu­re cercando di non dimenticare le caratteristiche peculiari di ciascuno. Altre tempeste si avvicenderanno sul nostro tetto ma aggiungendo coppi e rinforzi forse i prossimi otto anni di matrimonio saranno migliori dei precedenti, se ci arrivo. Credo in lui, nel suo amore. Nel mio un po’ di meno: spero che si assesti, insieme al mio umore sempre in moto. “Ascoltare nell’altro ciò che fa male di se stesso. Cer­care di capire quel che sta sotto il suo cuore. E a poco a poco, anche in una terra travagliata dalle prove, si percepi­sce la speranza di Dio, o almeno la bella speranza umana”, recitava Frére Roger Schutz. Questo auguro a Angelo, a me, al nostro amore: quan­tomeno percepire nel nostro presente, la speranza, di qualsiasi natura essa sia. Soprattutto per i nostri bimbi. Anche sulla nostra terra travagliata dalle forti grandina­te, brillerà un nuovo sole. E forse nelle notti, potremo ancora risplendere recipro­camente come stella e luna”.

Così si chiamavano reciprocamente nel fidanzamento Viviana e Angelo: “Little star e My moon”: il loro rapporto nel matrimonio – fortificato e purificato dalla sofferenza – si rinnova e brilla di una nuova luce, quella che proviene dalla Grazia di Dio che, nonostante tutto, li tiene ancora insieme.

Link:

www.luisalanari.it

www.stra-ordinariafollia.luisalanari.it

72 pensieri su “Nella gioia e nel dolore (nella salute e nella malattia)

  1. nonpuoiessereserio

    Come sempre mi sento inadeguato e tanto piccolo a commentare questo tipo di post, non posso far altro che augurare il meglio a questa santa famiglia per il loro futuro, che Dio li benedica e che possano essere d’esempio a tante fragili coppie.

    1. Ti assicuro che non sono una “santa famiglia”, nel senso comune del termine… Anzi, sono una fragile coppia anche loro…

  2. Velenia

    Silenzio si,ma anche stare a guardare ammirati e dire se è possibile perl oro lo può essere per me

  3. albatros

    si, indubbiamente sono un esempio da seguire, ma è chiaro che senza la forza chiesta, cercata, della Provvidenza con le nostre sole forze non si rimane in piedi per molto, è nel chiedere insieme a DIO, il segreto dell’unione e del “successo”.

  4. M.

    E’ da tempo che seguo il blog, ho letto il libro di Costanza, e mi dicevo sì, anch’io ho cercato di praticare la ‘sottomissione’, ma evidentemente dovevo aver sbagliato in qualcosa, visto che poi tutto era andato malissimo. Sai che nel matrimonio non può andare tutto bene, sai che se metti al mondo dei figli, possono anche ammalarsi, ma io non avrei mai e poi mai pensato che quella frase ‘in salute e malattia’, la malattia potesse avere il connotato della malattia mentale. Per molto tempo non ho capito nulla, ho cercato di ‘salvare’ e aiutare – e qui devo aver mal compreso il concetto di ‘sottomissione’- fino a diventare il capro espiatorio del male che era dentro mio marito e una figlia.
    Sono arrivati al punto di sospendermi la potestà genitoriale per questa figlia, ho rimesso i miei mandati di insegnante e di catechista al vescovo che invece mi ha riconfermato in tutto, in quanto ha visto nella mia storia una sorta di persecuzione contro una famiglia cattolica.
    Sono contenta di questo post che mi permette di dire che esistono anche famiglie come la mia: impresentabili, squinternate, a volte caotiche…..

    1. nonpuoiessereserio

      Sì, esistono ed è giusto che stiamo tutti insieme, belli e brutti, sfigati e fortunati, dobbiamo volerci bene ed aiutarci. Ricorda le beatitudini, il discorso che sconvolge i nostri piani.

  5. nonpuoiessereserio

    Alvise, è giusto quello che dici.
    E’ anche vero che il silenzio può avere mille significati, lo si riscontra anche su facebook.
    Può essere che uno non abbia letto, uno abbia altro cui pensare, uno non gliene freghi, uno non sia d’accordo, uno sia d’accordo o provi ammirazione ma non lo esprima, uno rispetti in silenzio, ecc. il silenzio è mille cose. Solo che l’autore non lo saprà mai e dato che ci si relaziona in qualche modo, un cenno a volte può essere gradito.

    1. Hai ragione nonpuoiessere serio: l’autore gradirebbe un cenno da parte degli habituè di questo blog, coloro che commentano a più riprese ogni giorno… Oppure parlare della sofferenza allontana, fa paura, costringe al silenzio? Il dolore è parte della vita di tutti ed è necessario parlarne per comprenderlo e accettarlo. Solo così lo si può superare e continuare a lottare e vivere. Tutto questo anche quando si parla di un dolore non “visibile” come la malattia mentale. Il “matto” è un essere umano come tutti che, anzi, a volte ha delle potenzialità che i “sani” non hanno… Per me Viviana e con lei suo marito, ne sono l’esempio vivente.

  6. Grazie Viviana della tua testimonianza.
    Mi perdonerai se accanto a te oso ricordare Cinzia, una ragazza di cui celebrai il matrimonio molti anni fa. Cinzia e il suo fidanzato erano motociclisti e così vollero fare il viaggio di nozze in moto, partendo subito dopo il matrimonio.
    Appena partiti ebbero un terribile incidente a causa del quale il marito restò paralizzato dalla cintura in giù. Quando qualche tempo dopo dissi a Cinzia che tecnicamente il suo matrimonio era nullo (perché mai consumato) mi prese quasi a parolacce, riaffermando la sua volontà di restare accanto all’uomo che aveva sposato.
    Oppure se ricordo Luisa, detta Lula, che da otto anni vive con un marito in coma, eppure non lo ama meno del primo giorno e opera miracoli quotidiani per mandare avanti la famiglia.
    Siete tante Viviana, ed è per questo che testimonianze come queste sono così preziose, perché ci ricordano che la vita è dono, cioè croce, e che al fondo del dolore c’è la Risurrezione, perché danno coraggio e voglia di lottare a tanti altri che sono nella prova

    1. Caro don Fabio, Viviana ti perdona 🙂
      A parte gli scherzi, sono tante le Viviana, come dici tu: la sofferenza colpisce, in differenti misure molte coppie, molte famiglie. Sicuramente le testimonianze che tu ricordi accanto a quella di Viviana sono forti e toccanti: un grave incidente, il coma, malattie incurabili sono esperienze dilanianti per chi le vive in prima persona e per chi gli/le sta accanto. Quello che volevo comunicare io con il mio libro è appunto un messaggio di speranza non solo per chi è nel dolore ma per tutti. Se mi permetti, però, vorrei solo far notare la particolarità della storia dei protagonisti (vivi e reali): la prima malattia che ha colpito Viviana è poco conosciuta, poco capita dalla società e, spesso, i malati psichiatrici sono solo considerati dei falliti, non dei malati “veri”. Grazie al libro, invece, ho scoperto un mondo di persone che, dichiaratamente diagnosticate o meno, soffrono di questi problemi ma hanno paura anche solo a parlarne perché non comprese. E che mi dicono: “Grazie perché hai raccontato quello che io non ho il coraggio di dire”.
      Citando le parole di un altro autore che ha scritto riguardo a questo tema spinoso, riporto nel mio libro:
      “Molti nascono con gravi handicap, e fanno una vita quasi normale. Forse la parola handicap e depressione sono difficili da accostare, perché le malattie psichiche sono considerate una qualche forma di insicurezza. L’opinione è che chi è depresso in realtà è un povero vigliacco, un debole, non adatto alla competizione della vita moderna. Non è ancora entrata nella mentalità e nella sensibilità comuni la differenza che esiste tra le patologie fisiche e quelle psichiche. Tale differenza non esiste nel dolore che si prova… il dolore non è misurabile, ma nel fatto che fra le persone con problemi psichici il numero di suicidi è elevatissimo e non perché, come qualcuno crede, lo psicotico è un perdente o un vigliacco, ma perché la sofferenza che si prova è espressa in modo diverso. Quando provi un dolore fisico, sai che è un’impresa ardua resistere ma hai speranze, o meglio vuoi averle. È il tuo stesso io che ti chiede di resistere, così come la tua voglia di stare attaccato a questa vita che tanto ami. Quando il dolore è psichico, invece, hai un black out, che ti porta a pensare alla morte come soluzione”.
      Parole dure forse, ma che fanno ben comprendere la differenza tra la malattia fisica e quella psichica: il dolore è nella tua testa, non nel corpo, e gli altri non lo possono vedere e quindi comprendere. La grinta di Viviana, che poi purtroppo ha dovuto sperimentare anche la malattia fisica, l’amore e la grande fede di Angelo però hanno loro permesso di portare avanti una vita – se così si può dire – dignitosa e “stra-ordinaria”, anche se lei attualmente vive grazie a 56 compresse settimanali.

      1. Spero di non essere stato frainteso, non inendevo affatto sminuire l’esperienza che descrivi, e come avrei potuto permettermi di fronte a tanto dolore? Intendevo dire al contrario che situazioni di questo genere sono comuni e molto spesso gli sposi sono costretti a viversele da soli, testimonianze così sono molto importanti proprio perché sono di incoraggiamento e sostegno quando la solitudine diventa un peso aggiunto ad una situazione già difficile.
        Poi è vero che la malattia psichica ha delle dinamiche sue particolari, anche se è sempre rischioso fare graduatorie di dolore, è che spesso la sofferenza del depresso non è compresa nemmeno dai suoi stessi familiari, come è vero che vivere accanto a un depresso è durissimo, per questo l’aspetto più bello di questa storia è quello di una malattia che di solito chiude in un muro di solitudine affrontata invece da un coppia

        1. Caro don Fabio, sei stato chiarissimo, non ti ho frainteso. La mia era solo una puntualizzazione e, di sicuro, non esistono graduatorie nella sofferenza, ognuna a suo modo è particolare, come tu ben sottolinei. L’importante è provare a viverla nel migliore dei modi e trarne un insegnamento di vita.

      2. Alessandro

        Purtroppo chi è afflitto da disagio mentale è sovente vittima di una sorta di una ripulsa della società a riconoscerlo come malato: chi ha il diabete non s’è cercato la malattia, se l’è trovata addosso, mentre il malato mentale se l’è cercata – si pensa spesso -, è solo un soggetto che potrebbe reagire alle avversità ma non lo fa, un pavido, uno che il suo disagio se lo infligge perché non vuole scuotersi, non vuole compiere atti risoluti che gli facciano riprendere tra le mani il timone della propria vita. Questo stigma sociale aggrava il dolore e la solitudine del malato di mente.
        Spero che il cristiano non ceda ai luoghi comuni e faccia uno sforzo supplementare per capire e com-patire.

        1. Non è vero. forse penseranno così dei malati genericamente definiti depressi. Ma la gente sa benissimo che anche la depressione presenta dei casi gravi e di prostrazione profonda che nulla a a che vedre con la volontà. La gente non è stupida. Per non parlare poi della schizofrenia della paranoia delle forme maniacali eccetra.Casomai è vero che spesso il malato di mente fa più impressione e a volte paura (cristiani a parte)

          1. Ti assicuro che anche i cristiani soffrono di malattie mentali (Viviana nei suoi ricoveri ha incontrato anche preti e suore) e fanno impressione e anche paura nei loro momenti critici…

            1. Ma io non dicevo che i cristiani non soffrono di disturbi psichici, ironizzavo sul fatto che tutti sono a disagio di fronte ai malati mentali, cristiani a parte, come diceva Alessandro che potrebbero avere una marcia in più (ovviamente) e gli altri in meno, dico io, (rispetto alla più) o forse ancora meno.

          2. Alessandro

            “Ma la gente sa benissimo”. La gente che conosci te. Io avverto invece un pregiudizio diffuso che ho descritto.

            @Luisa
            so che i cristiani possono soffrire di disturbi psichici. Come tutti. La religione non li immunizza di certo.

            1. Appunto, Alessandro, nessuno è esente. Era per rispondere a Alvise…
              E io sono d’accordo con te: la gente sa poco e niente di questi disturbi psichici e da qui nasce il pregiudizio.

  7. Anche a me molti anni fa un sacerdote disse che non era importante quale scelta vocazionale uno facesse, ma che PRIMA di ogni scelta, scegliesse la croce…. perchè appunto uno può consacrarsi e magari viene cacciato o spostato senza motivazioni dalla propria comunità, uno può sposarsi e avere un figlio con problemi o uno dei due coniugi morire, ammalarsi gravemente, ma se prima noi scegliamo la croce di Cristo, allora possiamo affrontare qualsiasi situazione nella prospettiva giusta.
    Grazie!

  8. Marco De Rossi

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120208_it.html

    “….davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace.
    ….
    Ripetendo dalla croce proprio le parole iniziali del Salmo, “Elì, Elì, lemà sabactàni?” – “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), gridando le parole del Salmo, Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza della presenza di Dio Padre
    ….
    Gesù in quel momento fa suo l’intero Salmo 22, il Salmo del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione: «il grido nell’estremo tormento è al contempo certezza della risposta divina, certezza della salvezza – non soltanto per Gesù stesso, ma per “molti” » (Gesù di Nazaret II, 239-240).
    ….
    Cari amici, nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta. Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro «io» e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri. La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai. Grazie.”

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 8 febbraio 2012

  9. Alessandro

    Grazie della testimonianza. Che la serena certezza della Resurrezione possa infondere pace duratura nel cuore di Viviana e del suo sposo.

  10. 61Angeloextralarge

    Grazie per questo post! Grazie Luisa e grazie Viviana per questa testimonianza. La mia preghiera non mancherà.

  11. Ho detto che non mi permetto di parlare di questa vicenda del post perché è un fatto privatissimo in cui non mi sento autorizzato a mettere bocca se non per fare i miei auguri di ogni felicità agli sposi.
    Quello che invece vorrei dire può essere benissimo pre-saputo dagli assidui commentatori e si riferisce a questa frase:
    “il loro rapporto nel matrimonio – fortificato e purificato dalla sofferenza – si rinnova e brilla di una nuova luce, quella che proviene dalla Grazia di Dio che, nonostante tutto, li tiene ancora insieme.”

    Tutti noi, credo, conosciamo persone che pur non avendo la “fortuna” di credre in Dio si sono trovati, dopo il matrimonio, coinvolti in vicende di dolore, di malattia, di morte, di patimenti di ogni genre, e sappiamo tutti benissimo che queste persone hanno retto, che anche loro, se vogliamo usare questa espressione si sono fortificati e purificati nella soffrenza e sono rimasti insieme a affrontare la vita come fanno le genti di questo mondo.

    1. Sicuramente con il post non si voleva dire che solo chi ha fede riesce a rimanere unito nella sofferenza e chi non ce l’ha è un povero “sfigato” che si divide… Si voleva dire che la fede è una marcia in più, oltre alla tenacia dei due e all’amore della coppia, e che il messaggio di speranza che lascia il libro “Una storia di stra-ordinaria follia” vale per tutti: sani/malati, atei/credenti. Certo avere una “Solida Roccia” aiuta…

      1. Susanna

        per Luisa: Il post di oggi mi ha riportato alla mia personale esperienza di matrimonio a stretto contatto con la malattia, che ho vissuto dalla prospettiva di Angelo, il marito di Viviana. Le lascio questo link perché anche dalla mia storia è nato un libro: http://www.susannabo.it/

  12. Sebastiano

    Convinto che la famiglia non sia un fatto solo privato, ma un bene dell’umanità da preservare come e più delle opere di Leonardo e Michelangelo, del Jazz, della pizza, dei piatti tipici, dei films di Truffault, dei libri di Miriano etc…. chiedo:
    io, e forse non solo io, mi sento a disagio ad avvicinarmi a casi di famiglie con problemi come quelli menzionati nel post. Vorrei fare qualcosa, ho uno slancio spontaneo di voglia di aiutare, ma poi, come faccio, che strada prendo. C’è qualche bella esperienza di parrocchia su come aiutarsi tra famiglie, ed essere vicini a chi ha queste difficoltà?

  13. A proposito di aiutarsi:
    Per poter continuare a informarvi abbiamo bisogno di CENTOMILA EURO in tempi stretti: mille persone che versano cento euro, o cento che ne versano mille; o anche venti generosi sostenitori che arrivano a 5mila euro o più. Sappiamo di chiedervi un grande sacrificio, soprattutto in un momento difficile per tutti, ma sappiamo anche – dai dati sugli accessi al sito e dalle lettere che ci inviate – il grande e crescente apprezzamento che avete per BQ e che farete di tutto per non fare morire questa voce unica nel panorama editoriale italiano. A nome della redazione e delle numerose firme di BQ vi ringrazio anticipatamente per il vostro sforzo e il vostro sostegno.

    La Redazione

  14. Ci sono storie che impressionano non tanto per l’insita sofferenza (tutti ne abbiamo e spesso in abbondanza), ma per quella fiducia e speranza (“di qualsiasi natura essa sia”) che diventa la chiave per affrontare i momenti peggiori. E questo è dei forti. Grazie per la testimonianza.
    Stefano

  15. Ripeto: l’autore gradirebbe un cenno da parte degli habituè di questo blog, coloro che commentano a più riprese ogni giorno… Oppure parlare della sofferenza allontana, fa paura, costringe al silenzio? Il dolore è parte della vita di tutti ed è necessario parlarne per comprenderlo e accettarlo. Solo così lo si può superare e continuare a lottare e vivere. Tutto questo anche quando si parla di un dolore non “visibile” come la malattia mentale. Il “matto” è un essere umano come tutti che, anzi, a volte ha delle potenzialità che i “sani” non hanno… Per me Viviana e con lei suo marito, ne sono l’esempio vivente.

    1. 61Angeloextralarge

      Chiedo scusa se non ho lasciato commenti come mia abitudine ma ho un po’ di cose in subbuglio da sistemare a livello pratico, quindi in questo periodo mi limito a leggere velocemente e meditare. Questo post meriterebbe molto più tempo ma…

      Ho prestato servizio per qualche tempo come volontaria presso un centro diurno per malati mentali gravi: lì c’è ancora e ci sarà sempre un pezzo del mio cuore. I “matti” hanno un loro meccanismo mentale che può essere più o meno conosciuto, ma ho toccato con mano che se ci si prova ci si riesce. Ho sempre detto e dico tuttora che facevo meno fatica a capire loro che altri cosidetti normali, imprevedibili, etc. Mi hanno dato tanto, a partire dalla crescita nella pazienza e nell’amore. Ero una delle poche che con la dolcezza e la delicatezza riusciva ad avere con ognuno di loro un rapporto unico ed irripetibile. Non ho mai avuto un problema con nessuno di loro, anche se alcuni avevano crisi di aggressività non indifferente soprattutto nei cambi di stagione, quando il dosaggio delle medicine doveva essere regolato. Credo che questo sia stato possibile grazie alla preghiera continua che avevo per ognuno di loro singolarmente e al fatto che consegnassi tutta me stessa quotidianemente alla Madonna, affinché Lei mi aiutasse ad amarli e a non peggiorare la loro situazione.

      La sofferenza fa paura? Secondo me sì, come fa paura ogni diversità e ogni malattia. E’ un po’ come esorcizzarla. Per quel che conosco gli altri commentatori abituali potrei dire che non è questo il loro caso. Credo che altri qui dentro abbiano fatto esperienza (e la fanno ancora) della sofferenza. Credo che nessuno ne sia esente, a partire dalla fisica a quella materiale e, molto pesante è anche la sofferenza morale. Credo che solo chi ha un determinato tipo di sofferenza riesca a capirla fino in fondo, accoglierla e anche amarla se ha le spalle forti, le spalle che solo la preghiera e la presenza di Dio riescono a tenere sollevate.

  16. Alessandro

    Una preghiera per Viviana e Angelo, perché sappiano associare pienamente il loro dolore a quello di Cristo, per assimilarsi pienamente a Lui e godere così della Sua gioia senza tramonto.

  17. Marco De Rossi

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/sick/documents/hf_ben-xvi_mes_20051208_world-day-of-the-sick-2006_it.html

    “….
    la Chiesa intende chinarsi con particolare sollecitudine sui sofferenti, richiamando l’attenzione della pubblica opinione sui problemi connessi col disagio mentale, che colpisce ormai un quinto dell’umanità e costituisce una vera e propria emergenza socio-sanitaria. Ricordando l’attenzione che il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II riservava a questa annuale ricorrenza, anch’io, cari fratelli e sorelle, vorrei rendermi spiritualmente presente alla Giornata Mondiale del Malato, per soffermarmi a riflettere in sintonia con i partecipanti sulla situazione dei malati di mente nel mondo e per sollecitare l’impegno delle Comunità ecclesiali a testimoniare loro la tenera misericordia del Signore.
    ….
    Desidero ora rivolgermi a voi, cari fratelli e sorelle provati dalla malattia, per invitarvi ad offrire insieme con Cristo la vostra condizione di sofferenza al Padre, sicuri che ogni prova accolta con rassegnazione è meritoria ed attira la benevolenza divina sull’intera umanità. Esprimo apprezzamento a quanti vi assistono nei centri residenziali, nei Day Hospitals, nei Reparti di diagnosi e cura, e li esorto a prodigarsi perché mai venga a mancare a chi è nel bisogno un’assistenza medica, sociale e pastorale rispettosa della dignità che è propria di ogni essere umano. La Chiesa, specialmente mediante l’opera dei cappellani, non mancherà di offrirvi il proprio aiuto, essendo ben consapevole di essere chiamata a manifestare l’amore e la sollecitudine di Cristo verso quanti soffrono e verso coloro che se ne prendono cura. Agli operatori pastorali, alle associazioni ed organizzazioni del volontariato raccomando di sostenere, con forme ed iniziative concrete, le famiglie che hanno a carico malati di mente, verso i quali auspico che cresca e si diffonda la cultura dell’accoglienza e della condivisione, grazie pure a leggi adeguate ed a piani sanitari che prevedano sufficienti risorse per la loro concreta applicazione. Quanto mai urgente è la formazione e l’aggiornamento del personale che opera in un settore così delicato della società. Ogni cristiano, secondo il proprio compito e la propria responsabilità, è chiamato a dare il suo apporto affinché venga riconosciuta, rispettata e promossa la dignità di questi nostri fratelli e sorelle.

    Duc in altum! Questo invito di Cristo a Pietro ed agli Apostoli lo rivolgo alle Comunità ecclesiali sparse nel mondo e, in modo speciale, a quanti sono al servizio dei malati, perché, con l’aiuto di Maria Salus infirmorum, testimonino la bontà e la paterna sollecitudine di Dio. La Vergine Santa conforti quanti sono segnati dalla malattia e sostenga coloro che, come il buon Samaritano, ne leniscono le piaghe corporali e spirituali. A ciascuno assicuro un ricordo nella preghiera, mentre volentieri imparto a tutti la mia Benedizione.”

    Dal Vaticano, 8 Dicembre 2005

    BENEDICTUS PP. XVI

      1. Marco De Rossi

        Da Accademia della Crusca.
        Imparto per impartisco è forma piú rara, e la usò anche, oltre ai classici piú antichi, il Carducci:

        «Sua visibil figura,
        lo ministro maggior de la natura,
        la luce e l’ombra equabilmente imparte.»

        Nessun errore, dunque; solo una scelta aulica, risalente al latino e ben attestata nella nostra letteratura.

  18. kiaretta75

    Ho letto il libro di Luisa Lanari… e l’ho trovato molto profondo e toccante ma anche…molto vicino: queste storie non sono così lontane da noi e ci fanno veramente capire quanto è importante al giorno d’oggi il legame familiare, l’amicizia e soprattutto la fede. La sofferenza è dura e fa paura ma può essere affrontata…ho sperimentato in prima persona quello che significa vivere nel dolore, anche per lunghi periodi, affiancati dalla costante vicinanza e preghiera di persone che ti sono vicine. Scatta un’autentica rete di affetto che colma, anche nel silenzio, quei buchi nella rete, quei vuoti sordi che da soli a volte non si riescono a colmare. E poi Dio: CON I SUOI TEMPI e con e i suoi modi, attraverso questa sofferenza mi ha fatto crescere come persona e nella coppia, plasmandomi delicatamente. E mi ha fatto costruire una vita e una fede che non sarebbe stata possibile senza questa croce. Me ne rendo conto solo ora che sto sperimentando una pienezza incedibile. Ed è stato un autentico lavoro a due (nel mio caso anche a tre con mio marito): Dio ci aiuta, ci sostiene e ci fa crescere solo se anche noi facciamo la nostra parte. Che non è solo un 1% ma è un “riempire le giare fino all’orlo”, è un gridare e un perseverare…si cade, ci si arrabbia, si grida…ma poi ci si rialza, si alza lo sguardo e si ricomincia. Dopo la morte la Resurrezione.
    VI CONSIGLIO QUESTO LIBRO

  19. John Nash, premio Nobel per l’economia, schizofrenico… Ho visto il film, ho letto il libro per documentarmi sulla malattia mentale… Alla fine la logica che vince sopra ogni sofferenza è l’amore… Grazie per averlo indicato, Marco. E’ molto calzante e appropriato come esempio.
    Ci sono tanti cosiddetti malati di mente famosi che cito nel libro (Van Gogh, Andersen, Beethoven, Lord Byron, Churchill, Dickens, Gauguin, Hemingway, Hesse, Michelangelo, Allan Poe, Rossini, Schumann, Virginia Woolf, Alda Merini, Gassman…) che testimoniano di aver canalizzato la loro follia in grandi espressioni di creatività.
    Ci sono tanti cosiddetti malati di mente (bipolari, schizofrenici, border line…) meno famosi che nel silenzio della loro sofferenza testimoniano di provare a canalizzare la loro follia in una stra-ordinaria normalità.

  20. Ora, grazie alla chimica, ci sono le pasticche che aiutano parecchio, specialmente nelle forme depressive.
    Per i casi di vera malattia psicotica i farmaci non possono che agire da coperchio-tampone che aiuta a non
    sconfinare nella pazzia totale. L’unico modo per “aiutare” queste persone ce soffrono molto, che spesso vivono
    senza rapporti con altre pesone che non siano i familiari o i medici è di stare con loro, se uno li conosce, di cercare di frequentarli, di parlarci, anche solo di accompagnarli a fare due passi in giro, o a portarli in automobile a vedre la città la campagna. Purtroppo questi sono so lo discorsi teorici perché 1) non sempre c’è la diponibilità verso gli altri, o solo a tempo limitato o molto limitato 2) non sempre questi malati, quando sono davvero gravi riescono ( e noi si riesce) a parlare insieme o magari solo a sprazzi o nemmeno.

  21. L’insegnamento che uno può trarre dalla sofferenza propria è quello di imparare a resistere alle avversità e a diventare più forti. Da quella degli altri è imparare che non si soffre solo noi che c’è tanti che soffrono e molti anche in maniera atroce. Questo ci può insegnare a considerarci sempre fortunati di quello che abbiamo e anche a diventare meno egoisti e più generosi.

  22. Marco De Rossi

    oggi mi sento un po’ Alessandro 😉

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110406_it.html

    “Santa Teresa di Lisieux
    ….
    La “piccola Teresa” non ha mai smesso di aiutare le anime più semplici, i piccoli, i poveri e i sofferenti che la pregano, ma ha anche illuminato tutta la Chiesa con la sua profonda dottrina spirituale, a tal punto che il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, nel 1997, ha voluto darle il titolo di Dottore della Chiesa, in aggiunta a quello di Patrona delle Missioni, già attribuitole da Pio XI nel 1927.
    ….
    Teresa nasce il 2 gennaio 1873 ad Alençon, una città della Normandia, in Francia. E’ l’ultima figlia di Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, beatificati insieme il 19 ottobre 2008. Ebbero nove figli; di essi quattro morirono in tenera età. Rimasero le cinque figlie, che diventarono tutte religiose. Teresa, a 4 anni, rimase profondamente ferita dalla morte della madre (Ms A, 13r). Il padre con le figlie si trasferì allora nella città di Lisieux, dove si svolgerà tutta la vita della Santa. Più tardi Teresa, colpita da una grave malattia nervosa, guarì per una grazia divina, che lei stessa definisce il “sorriso della Madonna” (ibid., 29v-30v). Ricevette poi la Prima Comunione, intensamente vissuta (ibid., 35r), e mise Gesù Eucaristia al centro della sua esistenza.

    La “Grazia di Natale” del 1886 segna la grande svolta, da lei chiamata la sua “completa conversione” (ibid., 44v-45r). Guarisce, infatti, totalmente dalla sua ipersensibilità infantile e inizia una “corsa da gigante”.
    ….

    Nel novembre del 1887, Teresa si reca in pellegrinaggio a Roma insieme al padre e alla sorella Celina (ibid., 55v-67r). Per lei, il momento culminante è l’Udienza del Papa Leone XIII, al quale domanda il permesso di entrare, appena quindicenne, nel Carmelo di Lisieux. Un anno dopo, il suo desiderio si realizza: si fa Carmelitana, “per salvare le anime e pregare per i sacerdoti” (ibid., 69v). Contemporaneamente, inizia anche la dolorosa ed umiliante malattia mentale di suo padre. E’ una grande sofferenza che conduce Teresa alla contemplazione del Volto di Gesù nella sua Passione (ibid., 71rv). Così, il suo nome da Religiosa – suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo – esprime il programma di tutta la sua vita, nella comunione ai Misteri centrali dell’Incarnazione e della Redenzione.
    …..
    Dieci anni dopo la “Grazia di Natale”, nel 1896, viene la “Grazia di Pasqua”, che apre l’ultimo periodo della vita di Teresa, con l’inizio della sua passione in unione profonda alla Passione di Gesù; si tratta della passione del corpo, con la malattia che la condurrà alla morte attraverso grandi sofferenze, ma soprattutto si tratta della passione dell’anima, con una dolorosissima prova della fede (Ms C, 4v-7v). Con Maria accanto alla Croce di Gesù, Teresa vive allora la fede più eroica, come luce nelle tenebre che le invadono l’anima. La Carmelitana ha coscienza di vivere questa grande prova per la salvezza di tutti gli atei del mondo moderno, chiamati da lei “fratelli”. Vive allora ancora più intensamente l’amore fraterno (8r-33v): verso le sorelle della sua comunità, verso i suoi due fratelli spirituali missionari, verso i sacerdoti e tutti gli uomini, specialmente i più lontani. Diventa veramente una “sorella universale”!
    ……
    Teresa muore la sera del 30 settembre 1897, pronunciando le semplici parole “Mio Dio, vi amo!”, guardando il Crocifisso che stringeva nelle sue mani.
    …..”

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 6 aprile 2011

      1. angelina

        E’ vero, il disturbo bipolare è difficile da comprendere. Essendo più “semplice” individuare stati d’animo depressivi, si tende a pensare solo a quella come situazione critica. I periodi di “non depressione” possono sembrare un recupero di serenità ed equilibrio. Ma anche lo stato euforico porta a visioni alterate delle situazioni e delle relazioni con i propri cari. In quei momenti, potresti spendere tutti i tuoi soldi in 5 minuti, o impegnarti in qualsiasi impresa, perché ti senti onnipotente. E ti senti sincero anche se prometti l’impossibile. E ti senti nel giusto anche quando accusi o aggredisci chi ti ama. E non vedi la sofferenza che provochi con i tuoi comportamenti. Chi ti è accanto deve sapere bene tutto questo; per sapere come aiutare e per non restarne schiacciato, o, peggio, coinvolto in una sorta di “gioco” compensativo.

        Naturalmente, ogni situazione è diversa dalle altre, non parlavo di Viviana. Diciamo che la ammiro molto, e che apprezzo molto anche Angelo. Straordinari, soprattutto nella loro capacità di rimanere ‘ordinari’.

        Bella la decisione di raccontare questa storia!

        1. Grazie, Angelina! La decisione di raccontarla è stata davvero difficile ma “leggersi” è servita molto a Viviana per vedersi con un occhio più distaccato e comprendere le difficili dinamiche a cui anche tu ti riferivi.
          In particolare quando dici: “E ti senti nel giusto anche quando accusi o aggredisci chi ti ama. E non vedi la sofferenza che provochi con i tuoi comportamenti”. Attualmente, a bocce più o meno ferme, il problema principale tra i due protagonisti è proprio questo: Viviana aggredisce Angelo perché si sente continuamente controllata e giudicata da lui in ogni sua minima oscillazione umorale (ma chi non le ha?), lui si sente un “punching ball” e non sempre riesce ad essere accondiscendente o a capirla. Davvero l’equilibrio è incerto e instabile…
          Lascio a Viviana la parola che nel capitolo del libro “Galeotta fu la cuccia” racconta in merito:
          “Il nostro rapporto non è per niente idilliaco, anzi la famiglia del “mulino bianco” dista anni luce da noi, ma per quello che abbiamo passato in soli otto anni di matrimonio è già tanto se ancora andiamo avanti con più “giù” che “su”. Principalmente oggi non accetto che lui (così mi sembra) mi ami di più e meglio da malata che da sana: il mio essere vulcanica quasi lo annienta, cosa di cui invece dovrebbe essere felice. Ma un vulcano è sempre pericoloso, soprattutto per chi, come lui, cerca solo stabilità. E un substrato aleggia nel nostro rapporto: mi sento continuamente giudicata nella mia presupposta labilità psico-fisico-emotiva e spesso, dall’alto della mia aggressività, frutto dell’ira irrisolta che fuoriesce dal mio vissuto, sono persino arrivata a chiedergli di separarci. In momenti di rabbia, magari, ma l’ho pensato e l’ho detto. A volte, infatti, non lo sento come l’uomo giusto per me, ma nemmeno se modellassi con le mie mani della creta credo riuscirei a forgiare il mio uomo (…)

  23. M.

    Ci sono molti motivi per restare in silenzio davanti a sofferenze come queste.
    uno è che queste non hanno la caratteristica della sofferenza. Per noi il dolore è solo quello fisico o quello di chi non può muoversi. Inoltre la cura di persone malate è per certi versi più facile: si sa già cosa si deve fare, si somministrano le medicine, si seguono le direttive del medico e ci si affida alla Provvidenza.
    Nel caso di sofferenze dell’anima, chi si occupa del sofferente spesso si ammala anche lui, in qualche modo. E’ impossibile restare accanto a queste persone senza restarne influenzati. Queste malattie portano via tante energie alla persona, ma soprattutto a chi le sta accanto.
    In questo senso l’esperienza raccontata dal libro è qualcosa di eccezionale, perchè nelle realtà che conosco io, l’indicazione degli psichiatri, anche cattolici, è quella di separarsi per non perdere il proprio equilibrio psicologico e spirituale, e per far crescere i figli lontano dal genitore disturbato, mettendoli in un contesto più sereno.
    Inoltre noi cristiani abbiamo l’idea che la fede sia sinonimo di salute spirituale e di equilibrio interiore, quindi tendiamo a collegare queste malattie dell’anima a una qualche carenza spirituale, e molti ancora credono che una vita di fede protegga da queste sofferenze.

    A chi chiedeva cosa si può fare in questi casi, io posso rispondere secondo la mia esperienza: quello che mi è servito è stata la presenza e la vicinanza di persone amiche. Non serve dare consigli, giudicare, solo stare vicino. Io diffiderei anche da quel modo di pensare per cui noi riceviamo tanto da queste persone. Forse è vero, ma sono stanca di essere un giorno sull’ottovolante e un giorno sottoterra, di farmi frastornare dalle loro sensazioni esasperate, per cui a chi soffre io dò semplicemente la mia amicizia, facciamo cose assieme solo per il gusto di farle. E per me chiedo altrettanto, una semplice vicinanza.

    1. M. tu dici: “Nel caso di sofferenze dell’anima, chi si occupa del sofferente spesso si ammala anche lui, in qualche modo. E’ impossibile restare accanto a queste persone senza restarne influenzati. Queste malattie portano via tante energie alla persona, ma soprattutto a chi le sta accanto.
      In questo senso l’esperienza raccontata dal libro è qualcosa di eccezionale, perchè nelle realtà che conosco io, l’indicazione degli psichiatri, anche cattolici, è quella di separarsi per non perdere il proprio equilibrio psicologico e spirituale, e per far crescere i figli lontano dal genitore disturbato, mettendoli in un contesto più sereno.
      Inoltre noi cristiani abbiamo l’idea che la fede sia sinonimo di salute spirituale e di equilibrio interiore, quindi tendiamo a collegare queste malattie dell’anima a una qualche carenza spirituale, e molti ancora credono che una vita di fede protegga da queste sofferenze”.

      L’esperienza del libro ha di eccezionale il fatto che la coppia è ancora insieme a crescere i propri figli, a tentare di avere una vita quasi “normale”. Sul discorso che queste malattie portano vie energia soprattutto a chi sta accanto al malato è proprio vero: Angelo è invecchiato di 100 anni in un lustro, alla madre di Viviana è stato purtroppo diagnosticato un grave male poco dopo gli eventi accaduti alla figlia, la sorella Letizia per anni non riusciva ad avere bambini… E l’elenco potrebbe continuare. Ma anche Viviana ha dato fondo, soprattutto con i tentati suicidi, a tutte le sue energie, infatti 2 anni e mezzo fa è comparsa anche la leucemia…
      Per quanto riguarda l’allontanamento dei figli, l’esperienza di Viviana è stata quella di essere lei stessa allontanata dalla famiglia nelle fasi acute con i ricoveri e il reinserimento graduale nell’ambiente domestico e sociale successivamente. Questo ha permesso che anche le sue creature non soffrissero troppo e, a distanza di anni, posso dirti che questa scelta è stata azzeccata.
      E credimi, per quanto riguarda la vita di fede di Viviana, lei era un’attivista in Parrocchia, nella Chiesa in generale e questo non l’ha affatto protetta o preservata da queste sofferenze, anzi! Ma ti assicuro che nel suo cuore, nonostante tutto e sicuramente in maniera più faticosa di prima, una flebile fiammella ancora c’è: nuova, rivisitata, ricercata nel silenzio e nel nascondimento e senza tanti attivismi nelle realtà ecclesiali. Forse, per questo, il rapporto con l’immenso amore di Dio è più vero, più forte e in continua crescita: di fronte a tanta sofferenza lei ha chiesto di rimando tanti “perchè?” che pian piano arriveranno. Ora basta, però, altrimenti vi svelo tutto il libro 🙂

  24. fiorediprato

    questa storia mi commuove moltissimo, perché la sto vivendo io stessa sulla mia pelle… anche se a ruoli rovesciati…e mi fa pensare che io non solo la sola “matta” al mondo che ha deciso di amare uno più matto di lei… ma in tutto questo, l’unica cosa che desidero è che il nostro amore sia per sempre, e nonostante tutto, perché le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo. e su di noi, sulla nostra famiglia e sui nostri figli chiedo sia sempre fatta la volontà di Dio, che è di gran lunga migliore di ogni mio desiderio, su questo non c’è dubbio!

    1. Forza e coraggio, fiorediprato! Non sei sola, non siete soli! C’è Lui lassù che veglia sulla vostra famiglia e vi dona la forza di affrontare questa indicibile sofferenza!
      E come diceva Alda Merini: “Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”. Non dico altro, solo: forza, non mollare!

  25. Vorrei anche ricordare ai non specialisti che la paroxetina, una delle molecole più adoprate contro la depressione ha proprio come effeto “rimbalzo” questa disinibizione per esempio nel rivolgersi alle persone nello spendere nel prendere decisioni e poi può ritardare la eiaculazione (nell’uomo) è indurre alterazioni nella libido (in più o in meno)eccetra….

    1. Gli effetti collaterali degli psicofarmaci, e non solo della paroxetina, sono innumerevoli. E Viviana ne parla nel libro, anche come conseguenza nel rapporto sessuale e di coppia in genere. I problemi aumentano, insomma, e la normalità è lontana anni luce, anche in questo campo, importantissimo per il matrimonio.

      C’è anche da considerare che In molti casi, poi, il DB (disturbo bipolare) mal diagnosticato perché poco conosciuto anche tra gli specialisti – e considerato “solo” una DM (depressione maggiore) – porta a una non corretta assunzione di farmaci, gli antidepressivi appunto, che inizialmente sembrano fare un buon effetto ed invece nel medio periodo si dimostrano addirittura dannosi: creano assuefazione e portano inesorabilmente all’altra polarità, la mania.
      Nel DB sono necessari, insieme agli anseolitici e antidepressivi gli stabilizzatori, tra i quali uno dei più efficaci in questa patologia si rivela il Litio (carbonato).
      Vero Alvise? 🙂

      1. Un elemento, il Litio, in auge da (quasi) sempre, il cui uso è spesso poco maneggevole, specialmente per le difficoltà del dosaggio, da vedere caso per caso, in ogni caso troppo generico, non nel senso attuale del termine, e che può (o poteva)?anche essere tossico. Sì, vero!

        1. Da vedere caso per caso e comunque va monitorato di continuo con i prelievi di sangue: deve essere compreso all’interno di un determinato range. Se basso è come prendere acqua zuccherata e non stabilizza l’umore, se troppo dà intossicazione. Giusto, Alvise! Vedo che sei ben informato!

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