Facciamoci riconoscere

PAKISTAN-SOCIETY-COCK FIGHTING

di Costanza Miriano

Sono un’esperta di liti. Credo che quando i figli saranno cresciuti tenterò la carriera diplomatica (in preparazione ho rubato a mia mamma la borsa blu di Hogan con cui sarò perfetta alla mia prima riunione internazionale a Ginevra): ho mediato conflitti a spada di legno per cioccolatini dello stesso sapore, ma purtroppo uno dotato di incarto verde con strisce oro, uno oro con strisce verdi; zuffe a pizzichi per una scarpa di Barbie; crisi isteriche per un “sei stolta” “allora tu sei basso” (le parolacce qui da noi sono come il sarin). Non ho paura di nulla: so che ci possono volere ore per ricostruire un’azione di pallacorridoio senza la prova televisiva, ascoltando le diverse versioni e anche interpellando testimoni.

Mantengo la calma, sudo silenziosamente e perdo raramente la pazienza (mamma, tu parli sempre piano, ma certo quando urli ti sente tutto il mondo, anzi tutta l’università!). Anche tra fratelli, anche quando ci si vuole bene (fingerò di non aver sentito quel “volevo che ero figlio unico”) è dura dividersi gli spazi vitali, figuriamoci tra estranei, in altri contesti.

Il fatto è che il problema non sono gli altri, siamo noi, e non ci sono regole che tengano, non bastano, pensa, neanche i festival estivi sulla legalità o le predichelle dei santoni sulla bellezza delle regole.

Il baco sta nella natura degli uomini, che trovano il modo di fare distinguo, divisioni, precisazioni, anche quando sono impegnati nella migliore delle battaglie, anche quando sono pochi e isolati, anche quando dovrebbero serrare le fila.

Purtroppo anche noi cristiani, che guarda caso siamo uomini col baco esattamente come tutti gli altri, troviamo quasi sempre – sempre? – il modo di dividerci e di accusarci. Oppure, anche senza accuse o cattiverie, magari semplicemente non riusciamo a unirci, perché costa a ognuno di noi togliere la propria impronta all’impresa che stiamo cercando di compiere. A volte perché pensiamo in buona, ottima fede, che senza di noi le cose potrebbero andare male, e ci dispiace mollare il controllo perché teniamo troppo alla causa. Altre volte perché ci costa troppo non lasciare la firma su quello in cui abbiamo investito.

Il problema è che fino a che noi vogliamo essere qualcuno, non possiamo essere veri discepoli di Gesù Cristo, che ci ha detto di perdere la nostra vita, di morire come il chicco di frumento.

L’unico vero punto cruciale della nostra vita è il nostro rapporto personale con lui. Mediato dalla Chiesa, è chiaro, tramandato dalla tradizione, alimentato dai sacramenti, nutrito dalla dottrina. Ma personale. Diretto, leale, onesto. Un rapporto che ci spacca, che cambia tutta la nostra vita, che rende diverso ogni nostro gesto da come lo faremmo se non fossimo cristiani. Tutto il resto sono accidenti.

Fuori di metafora – mi sa che sono stata un po’ troppo sul vago, era per non troncare sul nascere la mia carriera diplomatica, e precludermi così la possibilità di comprare altre borse – volevo dire quanto mi dispiaccia che su certe battaglie, come quella per la vita o quella contro la cosiddetta legge anti omofobia, non si trovi il modo di fare un fronte comune passando sopra le perplessità di metodo o tutte le altre possibili; quanto trovi assurdo che si litighi – per alimentare polemiche inutili e tirare fuori il peggio da tutti noi la rete è insostituibile – addirittura su come si dovrebbe digiunare; quanto mi addolorino i commenti sarcastici che ci scappano sugli altri cristiani che hanno una sensibilità diversa dalla nostra: modernisti e tradizionalisti, schitarratori e amanti del gregoriano, pacifisti e nostalgici delle crociate. “Vi riconosceranno da come vi amerete”. Tanto, senza lo Spirito Santo, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Come ci solleva dal giudizio questo pensiero!

86 pensieri su “Facciamoci riconoscere

    1. Matteo D

      Scusate forse era un problema del mio Pc, ultimamente non trovo link per twittare il post… sarà il ventilato arrivo di Lewandovsky ad avere impallato tutto… 😉

  1. “…perché costa a ognuno di noi togliere la propria impronta all’impresa che stiamo cercando di compiere. A volte perché pensiamo in buona, ottima fede, che senza di noi le cose potrebbero andare male, e ci dispiace mollare il controllo perché teniamo troppo alla causa. Altre volte perché ci costa troppo non lasciare la firma su quello in cui abbiamo investito.”

    Quante volte questo si applica anche alle persone a cui vogliamo bene (sinceramente e con tutti i nostri limiti…): padri; madri; figli; figlie; mogli; mariti… per i quali – a fin di bene sempre – vorremmo una vita diversa o che affrontassero la loro vita in modo diverso… in fondo le vorremmo “diverse” e per quanto buona sia la causa, anche questo alla fine crea solo divisione.

    1. … mentre solo Dio può plasmare (come ha fatto) “a sua immagine e somiglianza”.
      Questo ci dice quanto di conseguenza si cada in un grave peccato d’orgoglio (credersi dio).

      Vale poi la pena ricordare che la Bibbia riporta:
      Genesi 1:26
      E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…» plurale 😉

  2. Marco

    “che rende diverso ogni nostro gesto da come lo faremmo se non fossimo cristiani.”
    Per chi sa cosa vuol dire essere cristiano questa frase è chiarissima. Per chi non lo sa la traduco: i cristiani dovrebbero offrire ogni loro gesto, anche il più semplice, ma soprattutto le azioni quotidiane non particolarmente gradite sebbene d’obbligo (i cosiddetti doveri) a Cristo. Dico “dovrebbero” perchè io per primo, nonostante gli sforzi, spesso non riesco ad offrire le mie piccole “sofferenze”.

  3. Alessandro

    Molto schiettamente ti dico come la penso. Nella stragrande maggioranza dei casi i cattolici italiani non fanno un fronte comune su un tema perché su quel tema non hanno convinzioni comuni, condivise. Vedi omofobia.

    Non pochi cattolici non credono in quello che dice il Catechismo sull’omosessualità (“Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.”). Ritengono che questa posizione rispecchi una concezione antropologica antiquata e in buona sostanza irriguardosa se non vessatoria nei confronti della persona omosessuale. Come meravigliarsi se questi cattolici non si spendono più di tanto contro il ddl Scalfarotto? Se anche non lo condividono del tutto, non sono decisamente contrari alla concezione della sessualità che lo sottende, e dunque non si vede perché dovrebbero impegnarsi a contrastarlo. Inutile obiettare che qui è in gioco anche l’equiparazione tra unione eterosessuale e unione omosessuale: questi cattolici sono favorevoli a una qualche forma di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, nonostante il Magistero si sia chiaramente espresso in senso contrario.

    Ora, mi si dirà che non dovrebbe accadere che da parte di cattolici il Magistero cattolico sia trascurato, revocato in dubbio, ignorato. Ma di fatto così è, ed è vano negare la realtà. In larga parte del cattolicesimo italiano vige la convinzione che il Magistero inopinabile (vale a dire, sia quello dogmatico e definito sia quello non definito ma definitivo, e dunque anch’esso irreformabile e pertanto tale da esigere pieno e fermo assenso dell’intelletto e della volontà da parte del fedele cattolico) non sia affatto inopinabile, ma sia passibile un giorno di essere in qualche sua parte “ritrattato” dalla Chiesa stessa. Pertanto questi cattolici non prestano assenso al Magistero inopinabile ma, certi che questo e quel suo contenuto sia intrinsecamente falso e quindi destinato a essere accantonato e almeno dichiarato opinabile dalla Chiesa stessa, si “portano avanti” con il lavoro e per conto loro trattano come opinabile l’inopinabile, e perciò lo criticano, lo relativizzano, lo minimizzano.
    Come può accadere ciò? Il fenomeno, oltre che desolante, ha molte cause. Ritengo

    1) che questo cattolici abbiano aderito, sovente in modo inconsapevole, all’inopinabilità di una convinzione opinabilissima: e cioè che sia da persone ignoranti e superstiziose riconoscere che un enunciato (paradigmaticamente: quello in cui consiste un dogma di Fede) è infallibilmente vero per il fatto che a pronunciarlo è un’autorità che, per volontà divina, è l’unica titolata a proclamare enunciati il cui valore di verità non può essere messo in dubbio né ora né mai, e la cui verità è tale una volta per tutte (semel pro semper), “eodem sensu eademque sententia”.
    2) che questi cattolici spesso siano abbandonati a se stessi, cioè non siano soccorsi da sacerdoti vescovi ecc. che spieghino il loro errore (e sarebbe vitale atto di carità). E – per dirla tutta – ciò accade non di rado perché sacerdoti e vescovi stessi condividono la relativizzazione del Magistero (superfluo fare nomi di teologi e guru monastici, che mietono abbondanti consensi, i quali, se non lo dicono a chiare lettere pubblicamente, almeno fanno intendere che una buona parte di quello che ha scritto la Congregazione per la Dottrina della Fede sia obsoleto, sviante, e come tale vada trattato). Se molti che escono dal seminario o da una facoltà teologica non sanno esattamente in cosa consista l’ortodossia cattolica o, pur sapendolo, vi aderiscono a spizzichi a bocconi, riservandosi di mettere in dubbio ciò che talenta loro mettere in dubbio, come pretendere che a tenere un’ortoprassi conforme all’ortodossia siano quei laici che all’ortodossia dovrebbero essere formati da quei medesimi suddetti che escono da seminari e facoltà teologiche?

    Oggi quindi si assiste meno al fenomeno del dissenso ecclesiale frontale ed esibito, e più a un generale fregarsene di ciò che dice il Magistero (vorrei sapere in quante diocesi italiana l?ANNO della Fede è stato veramente dedicato a aiutare i fedeli nella sempre più approfondita conoscenza del Magistero): per un miscuglio di impreparazione, ignoranza, superbia, umana debolezza ecc.
    Mi preme sia chiaro un punto di questo commento
    1) anche in certo mondo “tradizionalista” il Magistero è bellamente ignorato (ad es.: certe intemerate contro il Novus Ordo rendono palesemente eterodossi chi le fa)
    2) a viste umane, non c’è altra possibilità di invertire questa tendenza se chi ricopre la suprema autorità (il Papa), e quindi ha il potere per farlo, non adotta provvedimenti efficaci per tentare di rimediare al diffuso marasma che ho descritto.

    1. 61Angeloextralarge

      Ale: quanto hai ragione! Lo dico con tristezza però, quindi lo smack non lo scrivo anche se lo meriti…

  4. Roberto

    La sindrome del cappone docet.
    Ma davvero qualcuno ha polemizzato su come digiunare? Questa me la sono persa, peccato! Dividersi su cosa mettere in tavola può avere il suo perché, ma dividersi su un insieme vuoto, wow!
    Comunque le divisioni sono inevitabili, non possono non esistere. E tanto per farne qualcuna… il modernismo non è una “sensibilità diversa”: è la cloaca di tutte le eresie 😉 Come il pacifismo è la declinazione di una vecchia eresia, l’irenismo.
    Questo tanto per mettere un po’ di pepe nella discussione e far ben comprendere dove batte il mio cuoricino… 😀 come già accadde altre volte nella storia della Chiesa, la latitanza rispetto ai propri doveri di stato, da parte un po’ di tutti ma specialmente in larghe fette d’Episcopato, porta inevitabilmente a queste situazioni caotiche. Basta ricordare quanti, anche solo passando di qua, sono e restano convinti che si possa essere cattolici con una bella “dogmatica fai da te” e “morale fai da te”. Impastato a un atteggiamento irenista, appunto, che comporta l’incapacità di ammettere che col mondo prima o poi si finisce con lo scontrarsi, comporta la deviazione dello scontro verso l’interno. Cosa che, in una certa misura, va messa comunque nel conto.
    In una certa misura, infatti, sono e resto convinto che lo scontro sia uno strumento di cui la Provvidenza si serve.
    Questo poiché, in questa valle di lacrime, lo scontro è inevitabile e fa parte delle necessità di questa vita terrena. Negare questo aspetto è un’abusiva pretesa di godere adesso un bene che, se del caso, ci verrà dato nell’altra vita e del quale ora possiamo avere al più qualche assaggio.
    Per quanto riguarda l’oggi, e pensando al passato, di solito va così: il Signore pazienta misericordiosamente il più che sia possibile in attesa delle nostre conversioni del cuore. A un certo punto, data la nostra dura cervice, il tempo di misericordia finisce e comincia quello della giustizia, nel quale viene permessa in vario grado la persecuzione. Va ironicamente riconosciuto che spesso capiamo meglio le cose dopo un paio di legnate in testa…

  5. Roberto

    Ho scritto il mio commento prima che apparisse quello di Alessandro con il quale, ovviamente(!), condivido ogni singola parola.

    1. Alessandro

      Bene, è una buona notizia – tutt’altro che scontata – che almeno due cattolici siano d’accordo tra di loro! 😉 😀

      1. Roberto

        Potremmo dire che è dovuto alla legge dei grandi numeri, ma ho come la spiacevole sensazione che i grandi numeri ormai, purtroppo, non siano poi così grandi 😉

      1. Non posso esimermi e siamo a quanto…? Quattro? (i Quattro dell’Apocalisse… mamma mia!) 🙂
        Scherzi a parte, condivido in particolare Alessandro la tua analisi sulle cause.

        Una considerazione a latere, credo che l’articolo di Costanza vada comunque oltre il discorso (sacrosanto) della perfetta adesione ai dettami della Chiesa: “…addirittura su come si dovrebbe digiunare; quanto mi addolorino i commenti sarcastici che ci scappano sugli altri cristiani che hanno una sensibilità diversa dalla nostra: modernisti e tradizionalisti, schitarratori e amanti del gregoriano, pacifisti e nostalgici delle crociate”>/em> 😉

        1. Giusi

          Il fatto è Bariom che non si tratta solo di diverse sensibilità: ognuno “si gira” la religione a modo suo e se gli fai presente non il tuo pensiero ma quanto dice il catechismo ti danno della fanatica. Ti cito un episodio senza fare nomi. Donna di 50 anni, bella donna, molto religiosa, preghiere, messe, gruppi di preghiera. Il marito anni fa la lasciò per un’altra. Secondo il suo pensiero, visto che non è stata lei a lasciare il marito, può rifarsi una vita. Quando un sacerdote in confessione le ha fatto presente che non può ha questionato con il sacerdote. Per par condicio. Mia amica single di 40 anni. Un uomo religiosissimo, facente parte anche del coro, la chiama per invitarla ad uscire. Lei gli risponde che. visto che è sposato, esca con sua moglie. Lui le dice che era solo per amicizia. Naturalmente dopo il rifiuto di questa amicizia non si è più vista traccia. Ho parlato di un peccato ma le interpretazioni soggettive si sprecano anche sugli altri. Di peccare pecchiamo tutti ma almeno cerchiamo di riconoscerlo non di adattare Dio alle nostre miserie!

          1. Beh Giusi i casi che riportano vanno oltre o se vuoi vengono prima dell’applicazione o meno di “quanto dice il Catechismo”…

            Poi dovendo sempre difendere la mia medaglia del più buone del serraglio (ah no.. era il “reame”), ti dirò, ad una donna “molto religiosa” (il senso di questo “identificativo” sarebbe da analizzare…) che a 50 viene lasciata dal marito per un’altra – magari più giovincella – che puo umanamente e comprensibilmente essere incavolata (eufemismo) con il marito, con la vita e anche con Dio (ci sta…) è difficile nel dirgli “secondo il catechismo e pure il Vangelo, tu devi perdonare tuo marito, continuare ad amarlo come se lo fosse ancora (marito) perché di fatto lo è, vivere castamente chiedendo a Dio che lo faccia tornare, disposta sempre a riaccoglierlo… e pretendere che lo faccia, perché Vangelo, Catechismo e il buon sacerdote glielo dicono! (E non sto affermando non sia giusto dirglielo…)

            Forse per la prima volta nella sua vita, un fatto serio e concreto, la chiama concretamente a conversione, a passare da una “molto praticata religione”, alla Fede (che sono due cose un tantinello diverse ;-)) e viverla oggi in quella situazione è quasi (e forse senza il quasi) da “virtù eroica”.

            L’altro tizio… che te devo dì? Non penso si sia posto il problema: mo’ vado a vedè se il CCC dice che questa la posso invitare o no…
            Qui siamo a livello di dabbenaggine pura, mala fede, o una “religiosissima” ipocrisia.

            Credo di aver già scritto della volta che mi sono preso del “bigotto” (da religiosissime persone) perché non mi sono accollato l’impegno di accompagnare per enne tempo e enne volte un bella ragazza al posto tale… non c’è scritto da nessuna parte nel Catechismo che sia meglio evitare 😉
            Qui parliamo del livello di maturità della fede delle singole persone, non dell’applicazione delle regole del Catechismo.

            (Con ciò non ho voluto dire di avere una fede particolarmente “matura”… nel mio caso semplicemente “conosco il pollo” e se non so stare a galla, non mi butto dove l’acqua è profonda ;-))

            1. Giusi

              Bariom io capisco le umane debolezze, quello che non capisco è il volere l’avallo di Dio, il credere di agire bene, forse non sono riuscita a spiegarlo. Ho un’amica che sta con un uomo col quale non è sposata per quanto nulla osti (si stanno conoscendo). Non sempre dicono il Rosario (capisci a me). Però lei non si confessa e non fa la comunione pur andando a messa perchè non vuole prendere in giro il Signore. Io non mi permetto di giudicarla, non spetta a me ma se qualcuno mi viene a raccontare che secondo lui o lei Dio è d’accordo con determinati comportamenti il Catechismo glielo ricordo. Quel povero prete alla bella cinquantenne non ha fatto tutta la tiritera che hai detto, le ha solo fatto notare che, per prendere in considerazione l’eventualità di un altro uomo, dovrebbe prima, esistendone gli estremi, chiedere l’annullamento alla Sacra Rota. Io le ho detto che ha ragione il sacerdote e che lei non avrebbe dovuto arrabbiarsi tanto più in confessione. Ho fatto male secondo te? Peraltro non è nella fase dell’incavolamento, il fatto è avvenuto anni fa, è stato elaborato e la rivale non era nemmeno tanto più giovane..

              1. @Giusi figurati se hai fatto male…

                Il problema sta nel fatto (credo) la signora 50enne probabilmente si chiede (e ti chiederebbe): chi me lo fa fare (di seguire cioè la “strada stretta”)? Cosa me ne viene?

                Si possono “spiegarle” tutti i “perchi” e “percosa”, ma di fatto non si risolve il suo problema di fondo, che verosimilmente è l’umana solitudine…
                Ora, visto che le sue “pratiche religiose” non l’hanno (evidentemente) sin qui portata a scoprire il suo vero, unico, solo, autentico, fondante, primo amore – Gesù Cristo (vedi due articoli fa “Amare Dio più della moglie – o del marito…) da lì bisognerebbe ripartire (uso il condizionale perché non è semplice il “come”). Perché il “questo non lo puoi fare e questo nemmeno”, stop. non aiuta.

                Oppure qual’è l’alternativa? Non puoi più partecipare ai gruppi di preghiera, non puoi più mettere piede in chiesa, non ti azzardare a nominare il nome di Dio?
                Certo il problema serio dell’Eucaristia, se si troverà convivente con qualcuno – se e quando si troverà nella situazione – sarà da affrontare nel metterla nella verità (e certo torna in ballo il Catechismo qualora non bastassero le buone parole), ma anche qui entriamo in una “situazione” molto delicata – e molto seria – nella quale come laici, purtroppo non possiamo impedire a nessuno di assumersi le responsabilità di scelte consapevoli.
                Consideriamo poi il fatto che la persona abbandonata è quella che ha subito un’ingiustizia, che la vede posta in uno stato di debolezza (fisica, psichica, spirituale) che lede in qualche misura, la sua “libertà di agire”… ma non voglio addentrarmi in quelli che sembrano (sembrano) cavilli. 😉

                Nelle situazioni bisogna esserci ed esserci passati, perché da fuori sembra sempre facile “applicare semplicemente la regola d’oro”.

                Quindi, dette le cose buone da dire, come certo hai fatto, pregare, pregare e intercedere per la persona in oggetto, con tutti i mezzi che Nostro Signore ci mette a disposizione (cosa che altrettanto certamente già fai).

  6. Alessandro

    In aggiunta al mio commneto, e mi scuso per il supplemenno di pazienza chiesto all’eventuale lettore.

    Le prevedo le obiezioni del tipo: “ma chi ti credi di essere, ti ritieni l’interprete del Magistero autentico? Sei superbo, stai giudicando i tuoi fratelli nella fede, ma solo Dio conosce veramente i cuori e giudica in modo giusto il bene e il male compiuto da ciascuno. O forse tu presumi di essere meno peccatori degli altri? E allora ti sbagli, perché già questo sarebbe un grave peccato di superbia”.

    Ma sarebbero obiezioni che non centrerebbero il bersaglio.
    Nel commento precedente sostengo che è bene che 1) ogni cattolico presti assenso al Magistero e 2) agisca conformemente ad esso, e che l’opposto è male. Ciò non significa che il sottoscritto sia irreprensibile né quanto a 1 né quanto a 2.
    Se un cattolico non concorda sul fatto che sia male non prestare assenso al Magistero e non agire conformemente ad esso, allora sta prendendo una cantonata. E dico ciò senza tema di critica e smentita.

    Quanto alla gravità del peccato che si commette nel caso si trasgredisca 1 e/o, vale ovviamente quanto insegna il Magistero (appunto!): “L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave… Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne… Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave… Si commette un peccato veniale quando… si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza o senza totale consenso…
    Anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio” (CCC, 1860-1862)

    1. Davide

      Caro ALESSANDRO se non ho contato male con me siamo in 8 ad essere d’accordo con te!
      E non è affatto male se pensi che la discussione è interna al blog e in questi tempi in cui (come hai detto in qualche modo anche tu) la CONFUSIONE anche tra amici e fratelli regna sovrana.

      A questo riguardo mi è tornato in mente Il Signore degli Anelli, dove il tema della scelta ovvero del DISCERNIMENTO è ricorrente.

      Per chi lo avesse letto, se ricordate nel capitolo “Il rogo di Denethor”, Gandalf non appena vede il gesto di Beregond (non dico quale per evitare che se qualcuno di voi sta leggendo il libro mi strangoli :-), esclama: “Opera del nemico! …”, dimostrando che la responsabilità dell’accaduto non è totalmente attribuibile a Beregond.
      Beregond, come anche i servitori di Denethor, si trovava di fronte ad “una rete di doveri inconciliabili ”. Ma è Gandalf che smaschera il vero colpevole, che è Sauron (l’Ingannatore) che ha ordito una trama che ha messo l’amico contro l’amico e ha trasformato la lealtà in confusione.

      Relativamente a quanto scritto da ANONIMO mi mare che BARIOM abbia chiarito benissimo che alla RETTA coscienza è giusto obbedire per tante ragioni.
      Ma in questo senso il CCC è strepitoso e consiglio anche ai più scettici e critici una lettura dei seguenti punti dell’Articolo 6 relativo alla coscienza morale:
      I. Il giudizio della coscienza (1777-1782)
      II. La formazione della coscienza (1783-1785)
      III. Scegliere secondo coscienza (1786-1789)
      IV. Il giudizio erroneo (1790-1794)

      Per chiudere con Tolkien, sempre ne Il Signore degli Anelli, c’è un punto in cui Aragorn ed Eomer discutono su come discernere un azione giusta da quella sbagliata, Eomer dice: “… Come può un uomo in tempi come questi decidere quel che deve fare?” – Aragorn risponde – “Come ha sempre fatto … il bene ed il male sono rimasti immutati da sempre e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, per i Nani e per gli uomini. Tocca ad ognuno di noi discernerli tanto nel bosco d’oro quanto nella propria dimora.”

      Beregond ed Eomer hanno dovuto fare discernimento per scegliere come agire!

      Credo che Bene e Male sono semplici da riconoscere solo nella misura in cui ci lasciamo riempire dall’unico Bene (io per primo!), e questo non dipende dal fatto che ci definiamo cattolici (io per primo!), ma piuttosto, dalla misura in cui amiamo Dio e il prossimo.

      Altrimenti Bene e Male diventano quasi irriconoscibili a causa del loro intrecciarsi e della loro commistione.
      E quindi fin troppo spesso capita, che tra noi cattolici ci si scontri anche su quelle cose che in teoria (sul CCC ci sono alcuni punti che a me sembrano inequivocabili) dovrebbero vederci tutti daccondo. Sigh! 😥 :-/

      Perciò 8 è un gran numero! 😉

  7. Lalla

    Alessandro, da tua reale lettrice, ti dico che il supplemento di pazienza è ben ripagato, come sempre, e di nuovo ti ringrazio per la pazienza con cui ti spieghi.

  8. Lalla

    Vorrei chiedere a voi “abitanti” del blog una preghiera da unire alle mie per una donna e soprattutto per la sua famiglia. Lei, quarantenne, è andata in Cielo da pochi giorni, dopo alcuni anni di malattia. Scoprì un tumore mentre era in attesa del suo bambino e rimandò le cure per proteggerne la vita, proprio come Chiara Corbella. Grazie.

  9. SilviaB

    @Alessandro, condivido anch’io… è verissimo (e lo dico con dolore) soprattutto il punto 2: un comune cattolico può essere anche un po’ ignorante per quanto riguarda il Magistero o l’interpretazione della Parola, un sacerdote no, non può.
    Molte persone sono confuse anche per la disobbedienza dei sacerdoti.
    Purtroppo.

  10. Ancora Langone:

    “…Possibile che fra i venticinque e i cinquant’anni gli italiani pensino di essere immortali? Io non l’ho mai pensato nemmeno da ragazzo: da quando ho memoria mi addormento con la paura di morire. E com’è possibile che un uomo consapevole di dover morire non pronunci mai, nemmeno nel proprio foro interiore, la parola Dio?”

    E come mai invece c’è qualcuno che la pronuncia?

      1. Bariom:
        Io, essendo curioso di queste cose, ho domandato a tanti se l’avessero inscritta o no: alcuni l’avessero, altri no.
        Il che non sarebbe quello “il “problema”: il problema sta nel vivere sociale quando quelli che l’avessero vorrebbero che anche gli altri ragionassero (rispetto a diverse decisioni) come se anche loro l’avessero , inscritta, e invece pretendessero di non avercela.
        Ma nemmeno questo è un problema, o almeno “il problema” in quanto tutti, bene o male, ci portiamo insieme qualcosa inscritto o prescritto o circoscritto, per una ragione o per un’altra, o chissà. Chiamiamoli, se vuoi, pre-giudizi, o non-pre-giudizi, o giusti o sbagliati o che altro. Ma ecco, sempre, qualcheduni pretendono di averci dei pre-giudizi per natura eterni e non negabili non negoziabili non derogabili eccetra. E così quasi tutti (me escluso, ovvviamente!): “l’è questione di principio, l’è un valore irrinunciablie, l’è codesto, codest’altro, l’è la pietra angolare, l’è i principii democratici, l’è le leggi, l’è le scienze, l’è i numeri economici, l’è la terra, l’aria, l’acqua, l’è, l’è, l’è, eccetra…”

        1. @Alvise, ti ho risposto un po’ “asciutto”, ma non credere non comprenda la tua obiezione… magari (non ora) ci tornerò su.

          Ti faccio io una domanda: sinceramente, non pensi ci sia qualcosa di comune, nel profondo del cuore degli uomini tutti?

          1. Nel cuore credo ci sia i soliti sentimenti, di tutti i generi, che c’è nel cuore degli uomini. Nel “profondo” la animale (e quindi profonda) spinta a accoppiarsi insieme a (chiamiamolo) lo slancio vitale (Thibon permettendo).

            1. Bene… nel “profondo” siamo animali… né più, né meno.
              E com’è che anche nel tuo blog stai tanto a filosofeggiare (nonostante il tuo nick) sui massimi (o minimi) sistemi?

                  1. …proprio così!
                    [non produco e non sarei mai in grado di produrre filosofia (e nient’altro, solo aggiustare muri)]
                    (ma quando leggo cosa scrivono, per esempio, il dott. Scalfari e Papa Francesco, sugli stessi argomenti che noi qui nel blog, mi sento, per un momento, meno incapace anch’io)

                    1. Non lo era certamente… ma che ci vuoi fare, bisogna amare il peccatore 🙂 (eppoi, non so Scalfari, ma di certo il Papa non si sentirà o verrà da questo sminuito ;-))

  11. “Volevo che ero figlio unico”… bè, menomale che non lo dicono solo in casa mia! Interrogati qualche mese fa sulle preferenze per il sesso del fratellino in arrivo a ottobre, i risultati sono stati:
    Il padre voleva un maschio. La secondogenita voleva una femmina. La maggiore voleva un cane.
    Per la cronaca, ha vinto il papà. Sul cane ci lavoreremo…

  12. GIUSEPPE

    Quel che scrive Costanza a me è venuto in mente durante un convegno connesso alla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: arrivato in ritardo mi son perso le presentazioni per cui non sapevo chi era Cattolico e chi o.
    Ebbene, i cattolici eran irriconoscibili; i protestanti li beccavi subito,i cattolici, se non avevano talari o quant’altro, buio pesto.
    anzi , pur essendo in una parrocchia cattolica dedicata alla Madre del Buon Consiglio, sembrava che ci fosse un nutrito gruppo affiatato (i protestanti) più frange e gruppuscoli strani intenti a battibeccare tra loro e a ricercare il consenso del gruppo protestante.
    Eppure siamo noi che abbiamo il papa……mah!
    L’unica speranza di spiegazione è che il diavolo tende ad annidarsi proprio li dove la Grazia sovrabbonda!

  13. Anonimo

    Alessandro indica due spiegazioni per il mancato rispetto da parte di molti cattolici al Magistero.
    1- non lo ritengono infallibile
    2- nessuno li “corregge”.

    Credo ci sia almeno un terzo aspetto. C’è chi conosce il contenuto e vorrebbe riconoscere l’infallibilità del Magistero, ma si ritrova in tutta onestà a pensarla in modo differente, essendo arrivato a conclusioni diverse, o contrarie, vuoi per logica, vuoi per una questione di coscienza, vuoi per esperienze personali, famigliari o di amici e conoscenti…

    E così, pur sforzandosi in tutti i modi di essere credente (pregando, leggendo, cercando conforto e confronto con chi la pensa nel modo “giusto”), si ritrova dilaniato tra la volontà di aderire alle indicazioni della Chiesa, la voglia di far parte, con gioia e al 100%, della comunità cristiana, e l’impossibilità concreta di farlo perché, se lo facesse, sentirebbe di andare contro la propria coscienza di essere umano, ma anche di essere cristiano.

    Purtroppo in questo caso non funziona il detto “volere è potere”.

    1. Anche questo è un aspetto che si può prendere in considerazione certamente.

      Certo si andrebbe incontro a parecchi “distinguo”, ma in ultima analisi e la stessa Chiesa che riconosce la “supremazia” della coscienza personale (retta coscienza e rettamente illuminata).

      Va anche detto che nella storia è proprio questa spinta a seguire la propria coscienza che ha creato le maggiori divisioni se non addirittura dei veri e propri scismi.
      Per contro, grandi Santi hanno subordinato ciò che ritenevano giusto, in un determinato tempo e momento, al giudizio dell’autorità preposta, esercitando la somma virtù dell’obbedienza. Da questa obbedienza, laddove la coscienza del singolo era nel giusto, si sono visti i frutti anche per l’autorità che fosse stata eventualmente opposta al sentire della singola coscienza.

      In ultima analisi credo che la “terza via” del mancato rispetto, ecc, ecc, sia, ai giorni, nostri piuttosto “residuale”, salvo nel caso in cui si faccia uso del “problema di coscienza” in modo del tutto falso e pretestuoso (vedi la distorta interpretazione del termine “cristiano adulto”).

      1. Davide

        Appena sveglio, ho pensato ad una lettura rilassante 😉 e quindi ho dato una sbirciatina alla lettera che Papa Francesco ha scritto a Eugenio Scalfari (http://www.repubblica.it/cultura/2013/09/11/news/sintesi_lettera_bergoglio-66283390/?ref=HRER3-1) e della quale approfitto, per un’aggiunta al mio precedente commento di ieri sera.

        Il Papa ha scritto a Scalfari: “Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria COSCIENZA.
        Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la COSCIENZA. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come BENE o come MALE. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.”

        1. Roberto

          Naturalmente, la coscienza che nel profondo di ogni uomo risponde alla legge naturale, non la coscienza del “secondo me” ferita dal peccato e dal relativismo.
          Mi chiedo però in che modo il lettore medio di Repubblica sia in grado di esercitare un simile distinguo.

          1. Però Roberto si rischia di rientrare in un circolo vizioso…
            La coscienza “che nel profondo di ogni uomo risponde alla legge naturale” (che alcuni dubitano che in fondo esiste – vedi il caro Alvise – ma non apriamo un altro fronte), che tanto per fare un esempio semplicissimo ci dice che l’Uomo ha istintivamente repulsione all’idea di uccidere un altro uomo…

            Poi dici “non la coscienza del -secondo me- ferita dal peccato e dal relativismo”. In linea di principio siamo d’accordo, ma in pratica pressoche tutti potremmo ritrovarci in questo stato con “gradi di ferita” più o meno profonda.

            Se poi si dovesse applicare alla lettera il principio “la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria COSCIENZA” (detto dal Santo Padre) – purché non ferita dal peccato e dal relativismo – (aggiungendo il tuo pensiero) si creerebbe un “corto-circuito.

            Ciò che rimane (ed è sempre stato così…) è che sulla retta coscienza di ogni uomo, solo Dio ha “l’ultima” parola, perché lui solo conosce la profondità di ogni cuore, ogni pensiero e la concreta storia di ogni Uomo.
            Non per nulla ladri e prostitute potranno passare a vanti a molti (nessuno escluso) nel Regno dei Cieli, perché anche il più retto degli uomini, può esserlo solo all’apparenza, in modo farisaico e covare la peggiore delle “sporche coscienze”.

            E’ altrettanto chiaro che un simile ragionamento non può essere il pretesto per concludere bellamente: allora tutto va bene, tutto è soggettivo, tutto è permesso.

            1. Roberto

              Veramente, ladri e prostitute ci passeranno davanti nel Regno dei Cieli proprio nel riconoscere il loro peccato e, soffrendone, venendo così perdonati, laddove il fariseo può aver benissimo peccati meno gravi da farsi perdonare; ma se la sua cattiva coscienza lo acceca, e pure in tutta sincerità crede di non essere peccatore, allora è bugiardo e figlio del padre della menzogna.
              La retta coscienza può sussistere anche in chi cattolico non è, pur con maggiore difficoltà, se cerca con sincerità di cuore il Signore. Questo proprio perché il Signore non manca mai di mandare le Sue grazie a chi sinceramente Lo cerca e cerca di fare la Sua volontà
              Resto però del parere che costoro, se hanno la Chiesa a portata di mano, in linea di massima prima o poi si convertono – lasciando certo il giudizio finale al Signore, è chiaro.
              Ricordo che il nostro Andreas aveva parlato tempo fa in altra sede di queste cose: magari le sue parole sono più chiare.

              http://filiaecclesiae.wordpress.com/2013/08/01/spirito-farisaico-e-sincerita/

              1. Roberto

                @errata corrige: la memoria mi tradisce, pur con tutto il bene che voglio al nostro buon Andreas, non sono parole sue 😀 😀 😀

              2. “Veramente, ladri e prostitute ci passeranno davanti nel Regno dei Cieli proprio nel riconoscere il loro peccato e, soffrendone, venendo così perdonati…”

                Certo correttissimo. Ma se non sbaglio il “Giudizio Particolare”, che si confermerà poi nel “Giudizio Universale”, potrà avvenire nell’ultimo istante della nostra vita (o nel primo istante della nostra morte, mettiamola come vogliamo) di fronte a Cristo, non è detto quindi che tutto il processo di pentimento-richiesta di perdono sia quello che ipotizziamo avendo o meno la Chiesa “a portata di mano”. 😉

                Comunque mi fermerei qui nei “distinguo”, dato che “andando a memoria” o “a sentimento” si rischiano strafalcioni su argomenti da non prendere alla leggera. Sarà meglio tornare a rivedere “le fonti” e quanto ci insegna Madre Chiesa (parlo per me) 🙂

                1. Roberto

                  Ma certo che sì! E’ questo ciò che ci impedisce di giudicare anche il peggiore dei peccatori, il moto misterioso del cuore umano nel punto della morte. E’ una delle più consolanti verità della nostra Fede, nella quale ho sempre sperato e più in particolare in questo periodo. Ciò non toglie però che lo straordinario non cancella l’ordinario, che una coscienza piagata richieda più grandi grazie e che, come mi capita a volte di pensare, sarebbe proprio il caso non giocare alla roulette russa con la propria anima.

                  Ciao, Bariom 😉

        2. Alessandro

          “Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.”

          Questo discorso è molto stringato, brachilogico, per essere inteso correttamente e non equivocato richiede una familiarità col Magistero (la quale consentirebbe al lettore di conoscere quei presupposti impliciti del discorso che la brachilogia scelta impedisce di illustrare analiticamente) che dubito che il lettore medio di Repubblica abbia. E’ facile prevedere che diluvieranno i fraintendimenti.

          “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”.
          Precisazione: il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza se la coscienza non è erronea.

          Assecondare (cioè: non andare contro) una coscienza colpevolmente erronea significa indiscutibilmente peccare:

          “La coscienza, come giudizio ultimo concreto, compromette la sua dignità quando è colpevolmente erronea, ossia «quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine al peccato» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 16)” (Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, 63)

          La coscienza può anche essere incolpevolmente erronea. Al riguardo va tenuto presente che “il male commesso a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene. Inoltre, il bene non riconosciuto non contribuisce alla crescita morale della persona che lo compie: esso non la perfeziona e non giova a disporla al bene supremo.” (Veritatis splendor, 63). Quindi, anche se non imputabile alla persona che lo compie, il male commesso per ignoranza invincibile o non colpevole errore di giudizio è pur sempre un male: giova tenerlo presente.

          Da quanto detto, si fa evidente che “il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza” se la coscienza è retta. Giovanni Paolo II dice: “il giudizio della coscienza ha carattere imperativo: l’uomo deve agire in conformità ad esso”. E’ la stessa cosa che dice Francesco: “il peccato c’è quando si va contro la coscienza”.
          Ma di quale coscienza stanno parlando i due papi? Della coscienza retta, non erronea, come Giovanni Paolo II chiarisce subito appresso: “Se l’uomo agisce contro tale giudizio, oppure, anche in mancanza di certezza circa la correttezza e la bontà di un determinato atto, lo compie, egli è condannato dalla sua stessa coscienza, norma prossima della moralità personale. La dignità di questa istanza razionale e l’autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla verità sul bene e sul male morale, che essa è chiamata ad ascoltare e ad esprimere. Questa verità è indicata dalla «legge divina», norma universale e oggettiva della moralità.” (Veritatis splendor, 60). Giovanni Paolo II sta dicendo che è peccato agire contro la coscienza, e che la coscienza stessa interviene a condannare questo peccato, ma – ripeto – quale coscienza è quella agendo contro la quale si pecca (e che interviene a condannare questo peccato?) E’ quella che chiamavo “coscienza retta”, cioè – usando le parole testé citate – “questa istanza razionale” che in tanto è autorevole e va seguita in quanto essa ascolta ed esprime la “verità sul bene e sul male morale” (verità che in nient’altro consiste che nella “legge divina, norma universale e oggettiva della moralità”), cioè in tanto è autorevole e va seguita in quanto è retta, appunto (e cioè non si pone in conflitto con la “verità sul bene e sul male morale” indicata “dalla «legge divina»”).
          Occorrerebbe qui approfondire il nesso tra coscienza, legge morale naturale e legge divina (e quindi su come la mancanza di Fede possa nuocere alla bontà del giudizio di coscienza), ma mi basta aver cercato di chiarire che “il peccato, anche per chi non ha la Fede, c’è quando si va contro la coscienza” se la coscienza è retta (nel senso indicato).
          Una coscienza che non sia retta è foriera di atti peccaminosi, perché il fatto che la coscienza giudichi non basta a garantire che ciò che essa giudica buono lo sia: buono è ciò che la coscienza giudica tale aderendo alla norma oggettiva, consistente nella legge morale naturale e, ultimamente, nella legge divina: «La coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva, che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e i divieti che sono alla base del comportamento umano» (Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem, 43).
          Queste precisazioni chiariscono, mi pare, il discorso di Francesco: “Ascoltare e obbedire ad essa [cioè alla coscienza retta] significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male [dalla coscienza retta, quella che sa distinguere ciò che è davvero bene da ciò che è davvero male, perché si lascia guidare dalla verità custodita nella legge morale naturale]. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.”

          1. Alessandro

            Che cosa intende per coscienza un cattolico la spiegò bene Benedetto XVI nel 2010, per gli auguri natalizi alla Curia, parlando del rapporto tra coscienza e verità e tra Papa e coscienza, in riferimneto anche al beato Newman:

            La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza. Ma che cosa si intende con ciò? Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo.
            Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola “coscienza” si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intuizioni ed esperienze.
            La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza – religione e morale – una verità, LA verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza – un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui […] Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, “coscienza” non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della FORZA VICOLANTE della VERITA’: in ciò si fonda il suo [della coscienza] primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità.

            1. Roberto

              @: “Questo discorso è molto stringato, brachilogico, per essere inteso correttamente e non equivocato richiede una familiarità col Magistero (la quale consentirebbe al lettore di conoscere quei presupposti impliciti del discorso che la brachilogia scelta impedisce di illustrare analiticamente) che dubito che il lettore medio di Repubblica abbia. E’ facile prevedere che diluvieranno i fraintendimenti.”

              E infatti. 😦 Chissà quanto ci verrà ricamato sopra, in buona e male fede.

            2. Davide

              Caro Alessandro non so se hai letto il mio primo commento. Speravo di evitare fraintendimenti citando il CCC che proprio nella PARTE TERZA all’articolo 6 definisce benissimo cos’è la RETTA COSCIENZA.
              Sono 4 pagine si leggono in 10 minuti e si fa molta chiarezza per evitare di parlarci in “lingue” differenti. Cito solo alcuni passi:

              “1780 – La dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine
              della coscienza morale.”

              “1783 – La coscienza deve essere educata e il giudizio morale illuminato.
              Una coscienza ben formata è retta e veritiera…”

              “1784 – L’educazione della coscienza è un compito di tutta la vita. Fin
              dai primi anni essa dischiude al bambino la conoscenza e la pratica della
              legge interiore, riconosciuta dalla coscienza morale.”

              Il mio secondo commento andava letto legato al primo e comunque io do per scontato che Papa Francesco faccia riferimento allo stesso insegnamento, anche se è ovvio che, come avete detto tu e Roberto, questo discorso rischia di essere frainteso, anzi azzardo, sarà sicuramente frainteso.
              Ma che vogliamo farci … ormai è tutto relativo! 😦

              Perciò ribadisco che sono d’accordo su quanto hai scritto tu (e anche Roberto) e ti ringrazio per le preziose citazioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI 😉 , ma anche Bariom ha ragione nel dire che è meglio evitare equivoci dove non ci sono anche perché l’argomento è tosto.

              1. Alessandro

                Davide,
                sì, avevo letto il tuo primo commento e sono d’accordo con te e bene hai fatto a segnalare quegli articoli del CCC. Non so ho dato l’impressione di non essere d’accordo con te, ma comunque così non è.

                Per parte mia, cedendo alla mia sovente molesta pignoleria, non ho resistito ad aggiungere note chiarificatrici non richieste a quello che ha scritto il Papa. Il che, me ne avvedo, denota una certa megalomania, della quale sarà opportuno che mi contrisca.
                Invoco ad attenuante che la frase “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”, considerando dov’era scritta, mi è parsa un’esca troppo ghiotta per tutti i fraintendimenti soggettivistici e relativistici immaginabili…
                D’altronde, il destinatario stesso della missiva papale, infischiandosene dello spirito di lealtà e di fraternità con cui Francesco gli ha scritto, s’è precipitato ad avallare il fraintendimento delle parole del suo cortesissimo interlocutore, asseverando stentoreo la panzana madornale secondo cui una concezione così della coscienza non la si era mai sentita sostenere dalla cattedra di Pietro (“Un’apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra [?] la coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro. Neppure papa Giovanni era arrivato a tanto e neppure le conclusioni del Vaticano II, che avevano auspicato l’inizio del percorso ai pontefici che sarebbero venuti dopo e ai Sinodi che avrebbero convocato. Papa Francesco quel passo l’ha fatto ed io lo sento profondamente echeggiare nella mia coscienza.”)

                1. Giusi

                  A cos’altro poteva servire una lettera a Scalfari se non ad aumentare il suo ego ipertrofico e narcisistico? Vado a dormire e a sognare che domani compaia sui giornali una lettera al Parlamento italiano……

  14. …”sentirebbe di andare contro la propria coscienza di essere umano, ma anche di cristiano”
    anche se non “credo”, credo di riuscire a intuire che cosa voglia dire essere cristiano e sono d’accordo con l’Anonimo.

  15. 61Angeloextralarge

    Cristiano adulto? A me sta cosa fa sorridere. Gesù ci chiede di essere come bambini e noi, complicandoci il cuore, la mente e la vita stessa… complicandoci il cammino di fede, che facciamo? Vogliamo diventare cristiani adulti. Credo che forse noi ragioniamo troppo. La fede, oltre ad essere un dono dello Spirito Santo (quindi o c’è o non c’è), è anche semplice. Fede è fidarsi? Fede è dare fiducia a Dio? E alora, se Dio si fida della Chiesa, del suo Magistero, etc. noi dobbiamo fidarci della Chiesa e pregare di più perché sia docile allo Spirito Santo. Se nel CCC ci sono indicazioni molto valide, certe, come binari sui quali infilare le nostre rotaie… perché molti di noi cristiani non lo conosciamo? O se lo conosciamo , magari per sentito dire, non lo leggiamo? Ma soprattutto perché, se lo legiamo, lo interpretiamo a modo nostro? Sta mania di interpretare… come se le parole avessero mille significati. Boh! Per me che sono ottusa, il nero è nero e il bianco è bianco… il resto sono sfumature di grigio medio, intermedio, fumo di Londra, antracite… ma sempre grigio resta..

  16. SonjaB.

    Signora, sono senza parole. Non ho mai letto un articolo scritto con tanta delicatezza, sensibilità e bellezza, verità e bontà.Grazie

  17. Ivana Marzocchi

    E quando un sacerdote, parroco del Duomo della tua città, ti rifiuta un confronto e un minimo di dialogo, tuonando: ” Ma lei non sarà mica di quelli che credono a Maria Valtorta o a Medjugorje?”, tu come fai, pur continuando, per carità, ad amare la Chiesa, a non sentirti in conflitto con lui?

    1. 61Angeloextralarge

      Ivana Marzocchi: è dura ma ci si deve provare. Intanto si prega per lui e per tutti i sacerdoti, come chiede proprio Maria a Medjugorje. Non è una sbuffata e nemmeno una tuonata di un sacerdote, anzi nemmeno di 1000 sacerdoti che deve fermarci Cerchiamo di entrare nel perché di quelle sbuffate e di quelle tuonate.
      Personalmente ho iniziato da tempo a capire i sacerdoti ed i vescovi che non credono a Medjugorje. La Chiesa non le ha ancora riconosciute e loro sono ministri della Chiesa. Poi, punto dolente i tanti, anzi tantissimi che tornati da Medjugorje e sembrano più esaltati che cristiani convertiti. Quanti ne conosco! E come si danno da fare per “imporre” ai loro parroci i canti di Medjugorje, l’Adorazione di Medjugorje, il diguno di Medjugorje (magari sono gli stessi che non hanno mai praticato il digiuno chiesto dalla chiesa in alcuni tempi liturgici), etc. La Madonna stessa ha detto che al ritorno da Medjugorje dobbiamo parlare di meno e testimoniare, sì, ma con la vita, bensì con i fatti. Sempre personalmente, credo che molti si diano da fare per portare altri a Medjugorje, spesso rompendo letteralmente le scatole e giudicando negativamente chi non accoglie il loro invito, che guarda caso vine da parte della Madonna. Credo che molti si sentano a posto e grandissimi fedeli, e, sempre guarda caso, chi sbaglia sono i preti ed i vescovi. Pensano forse di avere avuto un mandato speciale dalla Madonna per convertire preti, vescovi e altri alla realtà di Medjugorje? Mah!
      Inoltre non sono dogmi di fede né gli scritti della Valtorta né le apparizioni di Medjugorje. Non lo sono nemmeno quelle riconosciute ufficialmente dalla Chiesa. Non crederci non è peccato e non va confessato. Tra l’altro, riguardo alle rivelazioni private, passano sempre in secondo piano alla Parola di Dio e al Magistero della Chiesa. Non ho nulla contro le rivelazioni, ma spesso leggiamo più quelle che il Vangelo e i documenti della Chiesa.

        1. 61Angeloextralarge

          Viviana: “chiara” nonostante la grammatica e gli errori d’ortografia? Che pes d’ cumpliment! Ciò! 😉

    2. Cara Ivana, permettimi… un conto è “rifiuta un conforto” o un “minimo di dialogo”, altro il “non sarà mica di quelli che…” poi c’è il “tuonando” che certo mai aiuta ad accoglier un pensiero o una affermazione anche fosse corretta.

      Un sacerdote dovrebbe (dico dovrebbe) sempre trovare tempo e modo per un conforto e per il dialogo… che non lo faccia non depone certo a favore del suo essere pastore e ancor più immagine di Cristo. Poi ci possono essere tante circostanze attenuanti che si rifanno al suo essere uomo e peccatore (come tutti) e in questo potrebbe rientrare il suo “tuonare”.

      Non è certo un bell’approccio neppure quello rispetto Valtorta o Medjugorje, ma a essere “fiscali” queste rientrano ancora tra le manifestazioni considerate di tipo “privato” e “privatamente” con prudenza e discernimento ogni credente può darvi un certo peso, ma non può farne una verità assoluta o assolutamente vera (per ora e anche quando lo saranno, non saranno cereo “dogma”), quindi per certi versi ogni opinione è lecita (compresa quella del sacerdote in oggetto…)

      Infine, anche qualora ogni comportamento del succitato sacerdote, fosse palesemente e certamente un errore, sarebbe comprensibile sentirsi in “conflitto con lui”, ma cristianamente dovremmo essere spinti ad appianare ogni conflitto, specie trattandosi del “nostro” parroco, e ragione in più proprio perché ami la Chiesa e lui ne è ministro, al quale come parroco, sei chiamata (come tutti) ad una forma di rispetto e di obbedienza (e certo lui al servizio…)
      La domanda che io mi faccio sempre in questi casi è: “Cosa vuoi Signore da me? Perché hai permesso questa situazione, questo scontro, questa sofferenza?” Magari è semplicemente per la nostra conversione e la nostra conversione, raramente passa dal dimostrare infine, di aver ragione. 😉

  18. Ivana Marzocchi

    Grazie, carissimi che mi avete risposto! le vostre parole mi fanno riflettere e le terrò presenti, perché mi invitano a non preoccuparmi prima di tutto di quelle che credo essere le mie buone ragioni, ma a pormi in atteggiamento di “misericordia” e a pregare, perché lo Spirito Santo ci aiuti a fare discernimento e ad amare sempre comunque chi nella chiesa rappresenta, e ci offre durante la Messa, Cristo.

  19. Anonimo

    A voler riassumere le varie repliche a proposito del seguire o meno la propria coscienza, secondo la Chiesa andrebbe bene seguirne la voce, ma solo se la stessa rispecchia in toto le indicazioni della Chiesa stessa… Insomma, un po’ come la battuta di Henry Ford “potete avere l’auto del colore che volete, basta che sia nero”. 🙂
    Rimane il dramma dei credenti che non possono in coscienza, loro malgrado e con grande sofferenza, accettare delle indicazioni del Magistero…

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