Per i lettori meno attenti vi proponiamo l’articolo di Costanza Miriano pubblicato in settimana su LA BUSSOLA QUOTIDIANA.
“Il guaio dell’amore è che molti lo confondono con la gastrite”. Questo di Groucho Marx è il primo pensiero che mi viene in mente quando penso a matrimonio e convivenza.
Circolano un sacco di idee squinternate sull’amore tra un uomo e una donna, e quando ci si scontra con la realtà si danno delle poderose craniate.
Personalmente sull’argomento avrei un miliardo di cose da dire, ne ho riempito un libro, un blog e me ne sono avanzate anche alcune (non è escluso che ne scriva un secondo). Ero stanca, infatti, di telefonare alle mie amiche per cercare di convincerle a sposarsi: troppi soldi in bollette telefoniche, e scarsissimi risultati pratici. Io a parlare non sono brava, così mi sono messa a scrivere. Adesso vanto al mio attivo qualche crisi rattoppata, e due onorificenze speciali: testimone di nozze a un’amica e a una sorella (purtroppo no, il mio vestito non è bello come quello di Pippa Middleton, lo ammetto). continua a leggere
Vi proponiamo questa divertente recensione del libro, che uscirà sul mensile di opinione L’ago e il Filo
Un epistolario. Già il genere non è più molto in voga. Quando poi a scrivere ad amici e figli vari è la mamma di quattro pargoli, con un lavoro impegnativo (è giornalista al Tg3 dopo aver sfangato il corso della scuola di giornalismo Rai di Perugia e aver atteso una decina d’anni l’assunzione con una miriade di contratti a termine), una casa da mandare avanti e un marito (qualche volta) da accudire, c’è già del miracoloso.
Il mensile di approfondimento di politica ed economia l’ Ago e il Filo mi ha chiesto come è nato il libro. Ecco:
Principalmente è stato un problema di auricolare non funzionante.
E’ per questo che ho cominciato a scrivere un libro.
Urlare dentro un auricolare scassato, mentre con una mano si cerca di non perdere il pallino del rosario lasciato a metà, con l’altra di cambiare marcia, e con le cosce di tenere in equilibrio la lattina di Coca Light può essere veramente estenuante, soprattutto se la missione è convincere l’amica carissima a non lasciarsi sfuggire da sotto il naso l’uomo della sua vita. Per questo ho cominciato a scrivere: perché il mio auricolare non funzionava bene.
Questa mattina sono stata a Rai1 dove ho imparato due cose: che Tiberio Timperi è una persona simpatica e intelligente , e che la tv aumenta di 5 chili (una che ho conosciuto subito dopo, e che mi aveva vista, mi ha detto “allora è vero che il video ingrassa”, sempre per mantenermi alto il morale).
Inoltre come al solito non ho risposto quello che avrei voluto. Le magnifiche risposte mi verranno in mente stanotte, così domattina le potrò dare a Oliviero Beha (sarò in video in diretta dalle 10 alle 11 su Brontolo, Rai 3). Peccato che probabilmente nel frattempo saranno cambiate le domande.
Data una maglietta a righe bianche e verdi, macchiata di sugo per un’estensione di tessuto pari più o meno alla Patagonia, com’è che le altre mamme riescono a farla tornare impeccabile, mentre io lascio sempre un inquietante alone rosa di ex sugo, e nel contempo ingrigisco il bianco e scoloro il verde?
E poi, perché la calza si smaglia solo quando non ne ho un paio di scorta in borsa?
E, infine, il più scontato ma inquietante dei quesiti, che meriterebbe da sé una puntata di Voyager: per quale principio della fisica la fetta si tuffa in terra sempre dalla parte della marmellata?
D’altra parte San Paolo lo dice: adesso vediamo confusamente, come in uno specchio (gli specchi dell’epoca facevano pena, e forse la cosa aveva i suoi vantaggi), un giorno arriveremo alla verità tutta intera.
Un giorno scoprirò che viso ha l’omino che abita sotto il mio divano, e come faccia a produrre una tal quantità di briciole e di carte di caramelle annidate tra i cuscini. Caramelle che io, ne sono certa, non ho mai comprato né introdotto in casa.
Sto raggiungendo dei livelli di autostima allarmanti, dei picchi mai sfiorati prima. (Per i pochi a cui ancora non ho telefonato a casa: è uscito il mio libro e ho ricevuto recensioni, che già di per sé mi sembra una notizia; e per di più alcune lusinghiere). Neanche quando ho vinto il prestigioso titolo di più carina della III E, categoria sdentate; neanche quando la maestra ha portato il mio pensierino “cosa farò da grande” al preside per mostrargli quanto fosse bello, se uno chiudeva un occhio sulla frase, geograficamente non impeccabile, “vivrò sulle alte montagne dell’Olanda”.
Amo i maschi perché si prendono selvaggiamente a colpi di spada di legno per contendersi il titolo di Supremo Sovrano del Corridoio, e tredici secondi dopo essersi scannati si dividono maschiamente una bottiglia di coca cola, per poi ricominciare a giocare come se niente fosse. Li amo perché non faranno mai uno psicodramma, come le loro coetanee, non scenderanno negli abissi singhiozzanti della disperazione solo perché qualcuno “mi ha detto che sono cattivaaaa”. continua a leggere
Ieri Libero ha pubblicato la mia lettera sulla vera sottomissione titolando “Se siete donne l’8 marzo state a casa”. Concetto che io non ho mai espresso neanche di striscio nel pezzo.
Ora, vorrei mettermi a tuonare contro la malizia, ma conosco le regole del giornalismo, che deve estremizzare e creare polemiche anche dove non ce ne sono. Inoltre ho questo grave disturbo dell’organo che presiede all’indignazione: non riesco mai a provarla per più di quattro minuti, probabimente perché da qualche parte dentro di me, forse lì vicino all’organo dell’indignazione, ce n’è un altro che mi ricorda, molesto, che la prima a essere indegna sono io.
Ecco la lettera che ho mandato al quotidiano LIBERO, pubblicata oggi in prima pagina, in risposta alla pagina di ieri 5 marzo con il dibattito “Sottomissione sì o no”.
Gentile direttore,
essere oggetto di un dibattito tra due firme sulla prima pagina di un quotidiano nazionale è qualcosa che va oltre le mie più luminose aspettative. Un po’ come se il Perugia, che milita in serie D, vincesse lo scudetto.
Detto questo, vorrei chiarire la questione della sottomissione. Quella di cui parlo io non ha molto a che fare con la divisione dei compiti pratici. Anche una donna che lavora, e che lo fa ad alto livello, può essere sottomessa se ascolta il marito, lo rispetta, tiene in gran conto le sue opinioni e le mette prima delle proprie. Io invito le donne alla sottomissione, ma nel frattempo lavoro in un telegiornale nazionale, ho girato documentari a New York e corso maratone oltre Oceano. Insomma, ho fatto il militare a Cuneo. Credo comunque che le donne si debbano riappropriare della loro vocazione all’accoglienza della vita, quella che viene dal loro essere morbide, capaci di ricucire i rapporti, di fare spazio, di intessere relazioni, di tirare fuori da tutti il meglio. Che mettano questo loro genio femminile in cima alle priorità. Non c’entra niente con il trovare un marito ricco da (fingere di ) sopportare in cambio di sicurezza economica. C’entra invece con la lealtà, la dedizione, la dolcezza.
Quanto ai ruoli e ai rapporti di forza tra i sessi devo a malincuore ammettere una cosa. Essere donna mi ha procurato solo vantaggi: ignoro se la mia auto possegga una ruota di scorta, ed eventualmente dove si nasconda, la subdola. Non ho la minima idea di come, attraverso quali misteriose vie la mia casa venga rifornita di energia elettrica, calore, gas. Posso guardare Sex and the city e trascorrere svariati minuti a scegliere uno smalto senza perdere il mio prestigio, perché la mia frivolezza è ormai socialmente ammessa. Ho avuto il privilegio incommensurabile di ospitare e sentir muovere quattro bambini nella pancia, anche se, lo ammetto, nei momenti di farli uscire l’aspetto del privilegio non mi è sembrato il più evidente.
Non ho mai subito discriminazioni di genere. Al lavoro capita di non essere apprezzati e valorizzati, ma capita agli uomini e alle donne. E la riuscita professionale è determinante per l’identità di un uomo. Conosco molti, moltissimi uomini demoralizzati, a volte depressi per come vanno le cose nel mondo del lavoro, per la prepotenza, la mancanza diffusa di meritocrazia e professionalità.
Per questo, lo confesso, non ho mai sentito il bisogno di nessuna rivendicazione di genere. Sono molto riconoscente per le libertà che le donne delle generazioni precedenti hanno conquistato per noi, ma proprio perché le ho ricevute, e ne godo con soddisfazione, non riesco a provare nessuna rabbia in merito.
Penso invece, certo, con il cuore stretto alle donne di gran parte del nostro pianeta, provando molto sollievo per essere nata dalla parte fortunata del mondo.
Perché non si creda che io abbia assunto sostanze psicotrope e sia in preda a una specie di delirio rosa confetto e uccellini cinguettanti, ammetto che delle difficoltà per le donne ci sono: essere mamma e lavorare è una fatica bestiale. Per la legge di non penetrabilità delle ore o si sarà carenti su un fronte, o lo si sarà sull’altro. Ma non è colpa della congiura maschile. E’ la natura: i figli li fanno le femmine della specie. Le quali, poi, se vorranno o dovranno anche lavorare, finiranno inevitabilmente per piegare calzini a mezzanotte; andranno alle conferenze stampa con un rigurgito latteo sul twin set; sbaglieranno l’orario dell’antibiotico; si sforzeranno con grande perizia di non addormentarsi sulla scrivania dopo una notte passata a raccogliere vomiti; si dimenticheranno merende dell’asilo e appuntamenti fondamentali con il nuovo capo.
Quelle che decidono di puntare tutto o quasi sul lavoro spesso ce la fanno ad emergere, anche se pagando un prezzo alto sul piano della vita personale.
Fare bene tutto non è possibile, e quando non arrivo non mi arrabbio con le congiure di cui sarei vittima, ma tendo piuttosto a pensare che essere donna sia comunque una meravigliosa ricchissima avventura.
Sarà per questo che non voglio ribellarmi agli uomini, ma, riconoscendo la loro superiorità in tanti settori (e in altri la nostra), una volta trovato quello giusto ho capito che ascoltare ed ”obbedire” alla sua lucidità, la sua razionalità, non poteva che farmi del bene. E io fare del bene a lui con il mio genio femminile, il mio talento, le mie capacità.
Lo sapevo. La sindrome dell’escalier ha colpito ancora. Per giorni ho fatto le prove e ripetuto risposte brillantissime, intelligenti e ironiche a figli, passanti, lampioni. In trasmissione sono stata impacciata, ingessata, imbranata. Il giorno dopo Oprah Winfrey non mi allacciava le scarpe.
In aereo, per dire, ho avuto un vicino che incautamente ha mostrato interesse all’articolo di Libero che stavo leggendo (si occupava di Sposati e sii sottomessa), e così l’ho rintronato di chiacchiere. Brillante, rilassata, tranquilla. La lunga traversata (aereo guasto, cambio, nuovo imbarco e nuova partenza per un totale di quasi tre ore) è volata: il mio vicino era intelligente e piacevole, è vero, e questo aiutava. Però io sembravo la regina mondiale del talk show.
Ora non dormo da così tante ore che nemmeno me lo ricordo, e so anche che la netiquette prevede che di domenica non si scriva, ma io devo assolutamente dedicare queste poche righe a ringraziare Giovanni, Livio, Azzurra, Jasmine, Jenny, Claudia e tutti quelli che, anche su fb, mi hanno fatta sentire apprezzata. Il fatto è che abbiamo un Amico comune, e questo rende molto più facile capirsi!
PS la scala della foto non è una scala qualsiasi. Per chi ne volesse sapere di più clicchi qui.
Ammiro molto le madri che con fiuto e sicurezza sanno individuare i talenti dei propri figli, e coltivarli con determinazione. Corsi di musica, lingua, sport. Già vedo medaglie e titoli accademici che stanno per piovere sui loro virgulti.
Io nei miei figli individuo talenti meravigliosi, con i quali però difficilmente potranno assurgere ad onori mondani.
Purtroppo la capacità di spargere a terra, prima della doccia, capi di abbigliamento sporchi nel raggio di azione più ampio non è stata ancora omologata come specialità olimpica.
Una bambina riesce a rompere praticamente qualsiasi oggetto le capiti a tiro, ma anche per questa suprema qualità non vedo un’utilizzazione pratica immediata.
Sua sorella ha un grande senso dell’umorismo, e ci ribaltiamo insieme dalle risate anche se ha 4 anni (o lei è avanti o io sono indietro).
Quanto al grande, vuole ritirarsi a vita privata come Salinger. Gli manca solo di scrivere il romanzo del secolo. Per ora ha cominciato la sua biografia: Lo chiamavamo naso a banana. Comincia con il capitolo I miei primi quindici anni. Peccato che ne abbia undici.
In attesa di trovare in loro altri talenti, sono certa che uno dei maschi sia primatista mondiale di laconicità.
Non potendo leggere meravigliosi saggi sociopsicoantropoqualcosa mi sono confrontata con i miei figli in previsione delle Invasioni Barbariche. Questa sì che è professionalità.
E così, mister poche parole ha ribadito il suo pensiero più volte espresso: uomini e donne non hanno niente in comune, salvo che sono esseri viventi. “Dai, sforzati, troviamo qualcosa che ci unisce” “Non posso neanche dirti che uomini e donne hanno tutti e due i capelli – ribadisce convinto il signor testadura – perché molti uomini li perdono.”
Il giovane filosofo è un acuto osservatore, e ha rafforzato le sue convinzioni guardando me e suo padre che preparavamo i bagagli: lui starà due notti a Ginevra, io una a Milano (la prima volta che lascio tutti e quattro i pargoli).
Il padre è partito con un bagaglio delle dimensioni di un cestino dell’asilo.
Io sto riempendo la terza sacca. Vuoi non portarti le scarpe per correre? Vuoi non avere un messale? Vuoi rinunciare a una maschera per capelli, un diario, un blocchetto, un’agenda, due libri, un computer, un vestito per la trasmissione, uno per il viaggio, uno per il giorno dopo, le foto dei figli, due telefoni, la liturgia delle ore?
Qualsiasi cosa accada, io sarò pronta ad affrontarla. Avrò tutto con me. Tranne la lucidità di mio marito.
Una grave emergenza si è abbattuta su di me. Mi hanno invitato alle Invasioni barbariche.
Innanzitutto sono spiritualmente impreparata: quando mi hanno chiamato non c’erano più i giorni sufficienti per fare almeno una novena allo Spirito Santo, che mi aiutasse a dire qualcosa di buono.
In secondo luogo sono intellettualmente impreparata: dire cose brillanti in spazi da quarantacinque secondi/un minuto è per me impossibile. Soffro della sindrome dell’escalier: le risposte migliori mi vengono sulle scale, quando me ne sto andando via. Lo so, venerdì farò una pessima figura, in compenso sabato sarò brillantissima. Peccato che nessuno mi sentirà.
Infine sono esteticamente impreparata: varie calamità minacciano la mia apparizione televisiva. Colpi di sole sbiaditi, mani trascurate, capi di abbigliamento sfiniti. Oltre ad altre imperfezioni innominabili alle quali dovrebbe provvedere un intero team di estetisti.
Peccato che nel frattempo devo lavorare e provvedere a quattro figli, anche sprovvisti di padre da domani (fuori per lavoro).
Le emergenze di carattere estetico, pertanto, verranno trascurate. A quelle di carattere intellettuale spero provvederà invece di sua spontanea iniziativa lo Spirito Santo. Chiedo a tutti i lettori una preghierina (la mia preferita è quella di Santa Caterina da Siena).
Nel frattempo devo rilevare un perfetto caso di eterogenesi dei fini: volevo scrivere una raccolta di lettere che facessero ritrovare alla donna l’orgoglio della sua missione altissima e misteriosa – dare la vita ai suoi figli e sostenere e accogliere tutti quelli che la circondano, compreso il marito – mentre invece ricevo messaggi di donne arrabbiate o critiche o dubbiose. L’unica spiegazione che mi do è che non hanno letto il libro.
p.s. Sarò in onda venerdì 4 intorno alle 22,40 su La7
Quanto alla genesi del libro, devo fare una precisazione al post di ieri, quantunque io immagini che non ci saranno tra i posteri schiere di critici letterari ad accapigliarsi su questo. Ho come la vaga sensazione, infatti, che fra 800 anni non ci sarà un’ora di Miriano a scuola, così come noi facevamo un’ora di Dante al liceo. Non vorrei ingannarmi, ma qualche indizio mi lascia presumere di non avere scritto un’opera definitiva come la Divina Commedia.
Comunque, dopo avere chiesto a Camillo Langone se gli dispiaceva che svelassi il suo contributo (non gli dispiace, è un uomo caritatevole), devo spiegare che è stato lui a convincermi a scrivere Sposati e sii sottomessa. Ero in un momento, per così dire, di non intensissimo lavoro alla redazione economia del tg3, e qualche neurone si aggirava in sovrappiù. Camillo mi esortava a scrivere un manuale sulla donna, l’uomo, la famiglia, ma la sola idea mi provoca la certezza di essere abbandonata da tutta la famiglia. Già mi vedo, sola, in una roulotte alla periferia di Roma, con la gente che passa e commenta “brava quella, e dava pure consigli agli altri”. Così ho pensato che una raccolta di lettere fosse meno impegnativa, meno prescrittiva.
Avere pubblicato un libro non mi ha certo reso una scrittrice. Oltre al talento mi mancano:
una penna stilografica (ho una bic mordicchiata sulla scrivania);
un set di golfini di cachemire, o almeno degli scialletti di lana con cui avvolgere le spalle scosse dalla tosse della tisi.
In compenso ho le idee molto chiare su quello che voglio dire. Voglio dire che mi sono stancata di questi romanzetti minimalisti e relativisti che raccontano di quanto l’uomo moderno soffra perché la mamma non lo ha saputo comprendere e anche perché la sua grocery sotto casa ha chiuso e non ci sono più i cinnamon roll che gli ricordavano la nonna (ma se volete qui c’e’ la ricetta). Voglio dire che non ne posso più dei piccoli piaceri della vita. Voglio dire che noi occidentali siamo viziati e noiosi, e che l’infelicità viene sempre dal peccato, che non ne posso più di lamentele, che la vita è bella e se non ci sembra bella è colpa nostra che non sappiamo farci carico di chi ci sta vicino. Ecco, così, tanto per cominciare a mettere le cose in chiaro.
Siccome millanto sottomissione, e siccome dovrei andare a correre sul tapis roulant ma sono indecisa se sarebbe meglio, piuttosto, ricevere un calcio sui denti o grattare con le unghie l’intonaco di un muro (è quasi mezzanotte), ho deciso di obbedire a mio marito che mi suggerisce di inaugurare quanto prima il blog di Sposati e sii sottomessa, nel caso che a qualcuno venga voglia di curiosare e di vedere chi è questa squinternata che invita le donne a sposarsi e a obbedire ai loro consorti.
Dunque, le cose stanno così.
Ormai quasi un anno fa ho deciso che la mia amica N. doveva sposarsi. Era ubriaca di idee inconsulte sull’amore. E aveva un uomo che la adorava e che sembrava studiato in laboratorio da un’agenzia della Nasa, appositamente per lei.
Ho devoluto interi stipendi alla Tim per cercare di convincerla, rischiando incidenti (sì, signor vigile che sta leggendo, le prometto che compro un auricolare) e rovesciandomi regolarmente il pranzo sulla camicia: perché fare solo due cose insieme, guidare e telefonare? E’ bene ottimizzare e ingurgitare anche sorsi di yogurt al semaforo.
Poi ho pensato che fosse più opportuno tentare con la carta delle e-mail. Riesco a pensare meglio quando scrivo. E così ho cominciato a raccogliere le idee su un documento word. In un inspiegabile attacco di autostima è nato il libro.
Anche perché la macchina mi serve per dire il rosario, in una mia personalissima versione – non ancora omologata dalla Cei – che prevede una serie di litanie quali “ave Maria, ma guarda questo cretino” e “prega per noi, ma non lo vedi che vengo da destra?”.
Per la cronaca:
la mia amica si è sposata;
non ho avuto incidenti;
ho pubblicato il libro;
aspetto l’imprimatur per il rosario stradale con invettive incorporate.
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