Punto di non ritorno

di Costanza Miriano

I poliziotti in ginocchio sul cavalcavia dell’autostrada di Firenze che supplicano l’uomo che ha appena ucciso una donna, uomini e donne in divisa che cercano di convincere un assassino a non suicidarsi nonostante abbia compiuto un gesto feroce e orribile e irrimediabile, che parlano tra di loro e si chiedono l’un l’altro “ce la fai a correre da lui?” senza neanche sapere se sia armato, ci ricordano una verità che è da sempre scritta nel cuore dell’uomo. Una verità prereligiosa, una verità che tutti sappiamo istintivamente. Ogni vita umana è un bene.

Non è questione di essere cattolici o no, nonostante Luca Zaia dall’alto della sua laurea in scienza della produzione animale tenti di spiegarci la nostra fede dalle pagine di Repubblica, improvvisando opinioni in libertà, alla faccia di duemila anni di padri della Chiesa e teologia e sensus fidei. Zaia può dire quello che vuole (aiutato certo dal fatto che anche certi pastori si permettono di recitare a soggetto, come se la fede non fosse un patrimonio consegnatoci a cui aderire con rispetto, ma roba loro, e che pensano di poterlo fare per il solo fatto di avere una fascetta bianca al collo, tipo quando dicono che l’aborto è un diritto, e sì, ne ho sentiti con le mie orecchie).

Qui però la fede non c’entra. La percezione che la vita umana, ogni vita umana, ha un valore è scritta nel cuore dell’uomo, a parte quelli che hanno una qualche convenienza a sopprimerla come per esempio gli assassini, oppure chi deve far quadrare i bilanci della sanità.

Il suicidio è sempre esistito nella storia, è un dramma serio che dice della difficoltà dell’uomo a rispondere sì alla sua prima, fondamentale chiamata, quella a vivere. Non è scontato che si riesca a dire sì, per tutta una serie di motivi che qui non possiamo analizzare. Ma da sempre le società hanno avuto la percezione che fosse compito della comunità aiutarci l’uno con l’altro a dire questo sì, anche nei momenti di grande sofferenza in cui l’adesione alla vita può venire meno, o sembra difficile. A volte dire sì è drammatico, a volte è solo un superficiale, insofferente cupio dissolvi (chi di noi non ha mai detto almeno una volta nella vita “vojo morì”, che ne so, in piena notte mentre spacchetta lo scatolone numero 138 del trasloco e due neonate gemelle piangono – parlo per un’amica – o al 37esimo chilometro della maratona, o di fronte al volume di diritto privato o… mettete voi le variabili possibili). Dire sì alla vita può diventare una sfida seria, e serve intorno una comunità, degli amici che ti dicano che loro ci sono, per te.

Non per nulla anche per noi giornalisti ci sono delle linee guida sul tema, perché parlare di suicidio non inneschi fenomeni di emulazione, e perché il dramma di chi si è ucciso sia custodito e non esposto: una cura tardiva del suo cuore, che andava fatta prima, e che almeno va osservata dopo.

Insomma, che il suicidio sia un male fino a oggi era uno dei cardini condivisi della società umana, a qualunque latitudine. Negli ultimi anni le battaglie radicali hanno tentato di provocare un cambiamento nella nostra cultura, così come hanno fatto, con successo, per l’aborto. La prima battaglia è sui nomi. Interruzione volontaria di gravidanza invece che aborto. Eutanasia invece che uccisione del malato, più o meno “spintaneamente” chiesta dal malato stesso.

Se l’obiettivo fosse davvero l’eutanasia, cioè una morte buona, basterebbero le cure palliative, che già la medicina conosce e gestisce molto bene, e sulle quali bisognerebbe investire. Ma da un punto di vista culturale l’obiettivo è affermare che l’uomo è padrone indiscusso del suo destino, anche quando ammazza un bambino, e quando decide che una vita non è degna di essere vissuta. Da un punto di vista politico, invece, si asseconda questa deriva culturale perché è molto meno costosa per le casse pubbliche.

Ora, io capisco che davvero la questione del fine vita si pone. La medicina sta allungando la vita, non nascono più figli, siamo un paese di vecchi che campano, con le pensioni e spese sanitarie molto alte, sul lavoro di sempre meno giovani, i cui salari sono sempre più bassi. Ma la risposta non può essere ammazzare i vecchi, i malati cronici, i disabili e i depressi. La risposta è prima di tutto generare vita, poi generare comunità. Farsi attorno a chi è tentato di dire no a quella prima chiamata a cui tutti dobbiamo rispondere, e incoraggiarlo a dire sì. Lo Stato è chiamato prima di tutto a difendere i deboli, non a eliminarli.

Le leggi regionali che hanno fatto strappi in avanti nella speranza che poi da Roma si dica che serve una legge quadro per armonizzarle, possono, devono essere impugnate. I cattolici veri, cioè quelli che aderiscono con rispetto a un patrimonio condiviso e non alle proprie opinioni (non quelli che dicono che la 194 è una buona legge) chiedono questo al governo, con grande energia e decisione.

Nei nostri giudizi, nelle opinioni personali ci deve essere un criterio ultimo oggettivo, una frontiera, un punto di non ritorno, e per me la legge sull’eutanasia lo è. Se il Parlamento cede a questo ricatto, e segna il passaggio della boa, passa le colonne di Ercole. Si chiama fuori dalla civiltà umana, e non servirà mettere paletti, perché la questione è culturale. La vita umana non si tocca. Mai. Neanche quella di un assassino. Figuriamoci quella di un incolpevole malato.

8 pensieri su “Punto di non ritorno”

  1. Marco

    Grazie Costanza. Dici bene che la prima risposta è generare figli e generare comunità. Sono prete in Olanda, vivo da vicino il dolore dell’eutanasia, e quello che vedo è che in fondo la causa profonda è la solitudine.

  2. Se la vita umana è un bene disponibile, allora diventa presto a disposizione del più forte. Non esistono diritti civili senza il riconoscimento dell’inviolabilità della vita umana, come ha ricordato senza sosta Giovanni Paolo II, nessuna persona è al sicuro se il Potere può decidere chi vive e chi muore.

    1. Simone

      Se non si riesce a comprendere che la morte è soltanto la chiamata di Dio (e per taluni può costituire anche una prova ultima tremenda), ecco che tutto diventa lecito e le questioni di “pancia” prendono il sopravvento, che è pressappoco ciò che è accaduto al governatore Luca Zaia (che si professa cattolico, sigh!). Il politico Zaia, sicuramente in buona fede di ignoranza, separa “i corpi dallo spirito”, e ritiene che il suo compito sia quello di rimanere neutro e che si debba procedere a sentimento (ognuno faccia come meglio creda) su un tema che più di ogni altro non ammette – per molteplici ragioni e implicazioni – improvvisazione ma una ferma e univoca strada: la tutela di un bene indisponibile. Come ha ben detto – qua – l’ottima Miriano

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  4. Maria Rita Marinetti

    Curiosamente Emma sta scegliendo di continuare a convivere con i malanni che ha, fosse anche solo la vecchiaia, che come diceva Cicerone o non so bene chi già dj per se’ è una malattia

  5. Prov

    Il punto di non ritorno, il confine, il limite… lo abbiamo passato da molto tempo, probabilmente da prima che ce ne rendessimo conto.
    Non illudiamoci: non è che 20, 40, 60 o 100 anni fa il modo fosse poi così migliore come forse pensiamo.

    L’unica differenza che noto è il fatto che prima il male era detto male e il bene, bene. Oggi il male è invece così arrogante che si mostra per quello che è senza alcun timore e i cuori ormai ottenebrati di molti – moltissimi – lo dicono bene e lo adorano, dimenticandosi delle loro anime e di Dio. Mentre tutti gli altri sono tiepidi (e Dio li vomita).

    Il nostro Dio – che è l’unico Dio – è un Dio geloso. Sopporta tutto – lo ha dimostrato – ma non che adoriamo altri dei. L’apostasia proprio non la sopporta.

    E come dargli torto?

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