Un utile dizionario di apologetica

di admin @CostanzaMBlog

Quando riattaccano la solita solfa con l’Inquisizione, i catari, Galileo Galilei, la caccia alle streghe puoi sempre:
1) glissare signorilmente se sei in fila alla cassa e hai un figlio che ti aspetta sul portone di scuola;
2) imbrdownloadacciare il kalashnikov;
3) rispondere ribattendo punto su punto.
Per l’opzione 3 c’è il Dizionario del Timone. Da tenere a portata di mano sulla mensola più vicina. Se non ascoltano il contenuto, usare come arma contundente (ha gli spigoli duri, è cartonato).

***

Ma davvero i medioevali hanno creduto che le donne non avessero l’anima, che la Terra fosse piatta, che le streghe si nascondessero dietro ogni angolo del mondo, che la fede si potesse imporre con la violenza perché il fine giustifica i mezzi? Sul serio, come ci racconta la televisione, le crociate, l’Inquisizione e la conquista spagnola delle Americhe sono stati abusi turpi? E allora è vero, come ci viene raccontato sin dai primi banchi di scuola, che l’Illuminismo e le rivoluzioni abbiano finalmente liberato l’uomo dal giogo ecclesiastico?
E pure, come si legge sui quotidiani e sui rotocalchi, che la scienza dimostri inconfutabilmente che l’uomo e la scimmia discendano dal medesimo antenato, che la scienza e la fede siano incompatibili, che l’intelligentissima Ipazia, l’illuminato Giordano Bruno, lo sconfortato Galileo Galilei e il simpatico conte di Cagliostro siano martiri caduti in nome della libertà di pensiero? Che Martin Lutero avesse ragione a scagliarsi contro la vendita delle indulgenze, che i Papi siano sempre stati dei campioni di corruzione, che il culto mariano sia una pura idolatria cattolica, che Gesù sia stato solo un uomo come tutti gli altri, per di più marito di Maria Maddalena, e che la storia della sua vita raccontata nei Vangeli sia un semplice romanzo, bruttarello, tardo e imposto alle coscienze dalla nefanda alleanza fra trono e altare?

No, non è vero, e ci sono una gran quantità di prove che permettono di dimostrarlo; prove spesso alla luce del sole, se non persino alla portata di tutti, facili da consultare e semplici da comprendere, eppure censurate o nascoste dalla cultura che va oggi per la maggiore. Perché? Perché dando retta a quelle prove ci si dovrebbe arrendere alla realtà dei fatti, quella realtà che racconta e documenta tante verità dimenticate, come il fatto che in Occidente il monachesimo sia stato un fattore di civilizzazione imprescindibile, o che i “secoli bui” del Medioevo abbiano inventato gli occhiali e il riscaldamento centralizzato, o che la partita doppia e l’economia di mercato siano nate nei conventi francescani, o che gli ospedali siano una benemerita invenzione cristiana (e di santi) che prima non esisteva. E che invece il protestantesimo, il razionalismo, il socialismo, i fascismi, i nazionalismi e il relativismo oggi travestito da ecologismo o da teoria del gender hanno prodotto danni, decadenza e financo regresso. Ci si dovrebbe cioè arrendere all’evidenza: non solo che la fede cattolica è ragionevolmente credibile e solidamente fondata, ma anche che la morale che ne consegue è l’ autentico umanesimo e la cultura che ne deriva è un fattore di progresso senza eguali nella storia.

Per questo da oggi esistono le 600 pagine del Dizionario elementare di apologetica, un’opera di carità intellettuale curata da Gianpaolo Barra, Mario A. Iannaccone e Marco Respinti per i tipi dell’Istituto di Apologetica, che edita Il Timone.
Sono oltre 140 “voci” compilate da 36 esperti: storici e archeologi, esperti di bioetica, teologi, medici, psicologi, scienziati ed economisti.
Lo schema è semplice, di utilizzo immediato: definizione, obiezioni, risposte, suggerimenti bibliografici per un primo approfondimento.

 

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140 commenti to “Un utile dizionario di apologetica”

  1. Gent.ma dott.sa Costanza Miriano, condivido i pensieri e le argomentazioni chiarificatrici delle distorte notizie, anzi menzogne, pubblicate , divulgate sia nei media che nei testi scolastici- culturali di ogni ordine e grado.. da secoli , contro la Verità storica della Chiesa. Vorrei segnalarle, senza alcuna pretesa , mossa da amore per la Verità e un’ informazione utile per questi ns tempi confusi,.la seguente rivista online: http://www.fedecultura.it di don Guglielmo Fichera, parroco e teologo-giornalista.., vi troverà un miniera di perle preziose di – Fede e Cultura-

    http://www.fedeecultura.it/
    Il sito ufficiale dell’Associazione Fede,Cultura e Società a cura di Don Guglielmo Fichera – c/o Parrocchia S.Giovanni Battista, Monteleone di Puglia (FG) –

  2. “Per questo da oggi esistono le 600 pagine del Dizionario elementare di apologetica”

    Compratelo, compratelo… Se il cattolico medio fosse meno ignorante, non si farebbe prendere per il naso e non saremmo arrivati ai punti in cui siamo, fuori ma soprattutto dentro la Chiesa.

    • “Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. Femministe, omosessuali, terzomondiali e terzomondisti, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici: da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche”?
      Léo Moulin

  3. Buona idea da regalare a Natale!

  4. cliccando ,però, sul link: http://www.fedecultura.com/p/vetrina_30.html

    la prima cosa che balza all’occhio é : Collezione Cavalcoli.

    rischiamo tutti la scomunica ! 🙂

  5. Accattatavillo il dizionario di apologetica così non correte il rischio di ragionare come questo Grillo (“il teologo”). Guardate cosa ha avuto il coraggio di dire contro i quattro cardinali!

    “L’effetto inatteso – commenta il teologo Andrea Grillo – è che i 4 cardinali, formulando i loro 5 dubbi, fanno sorgere nel popolo di Dio 3 grandi certezze. Dai loro 5 dubbi nascono le nostre 3 certezze. La dinamica ecclesiale riserva anche queste sorprese. Se esperti uomini di Chiesa, dopo 7 mesi dalla presentazione del testo di AL, continuano a “non capire” – o a non volere capire – che cosa è mutato e si abbarbicano ostinatamente alle loro “evidenze sospette”, tutto ciò determina, nel corpo ecclesiale, una nuova coscienza, talmente radicale, da diventare certezza. La loro diffidenza verso AL ci consente una nuova confidenza col Vangelo. Anche questo, in certo modo, è ministero ecclesiale. Nella Chiesa Cattolica, a causa di una vicenda storica complessa, ma della quale avrebbero dovuto accorgersi da tempo anche questi Signori Cardinali, può accadere che si parli un linguaggio che non ha più alcun riferimento alla realtà. Si può parlare di soggetti sposati davanti alla legge come se vivessero ‘more uxorio’ e di ‘atti intrinsecamente negativi’ come se fosse fuori dalla storia. Alla radice di questo disagio sta una mancanza di riconoscimento della realtà e una radicale pretesa di autosufficienza. A nulla vale l’ esperienza: si è imparato a nascondersi dietro la corazza di una ‘scienza triste’, identificata con il Vangelo, e ci si atteggia a ‘difensori del bene delle anime’. Ma si è perso il legame tanto con le anime quanto con il bene. Viene il tempo in cui occorre scegliere tra iniziare processi di conversione o occupare spazi di potere. Ad ogni costo i 4 firmatari ritengono che per un pastore e per un uomo di Chiesa non vi sia alternativa. Può soltanto occupare spazi di potere e gettare bombe lacrimogene per impedire la vista del reale. E si usa ogni mezzo. Soprattutto si pretende che la Scrittura e la Tradizione siano al servizio delle operazioni di “immunizzazione dal reale” perseguite negli ultimi 40 anno. Il popolo di Dio e il magistero ecclesiale guarda a questi tentativi come si guarda, con la giusta comprensione, ai bambini che, privati del loro giocattolo preferito, pestano i piedi e chiedono giustizia. “Da ormai 7 mesi – ricorda Grillo – è iniziata la strada di una recezione ricca e complessa di Amoris òaetitia. I pastori che hanno a cuore il bene dei loro fedeli conoscono la strada, si sono messi in cammino: qualcuno davanti al popolo, per incitare alla marcia; qualcuno in mezzo al popolo, per tenere bene la andatura comune; qualcuno nelle retrovie, a custodire quelli col passo più lento. I pastori sanno dove stare. I cardinali che salgono al primo piano, si mettono alla finestra e cercano in qualche modo di far rientrare la Chiesa in uscita, temono gli ospedali da campo, rifuggono i campi profughi. Salgono alla finestra e si dicono “dove andremo a finire?”. E l’unica risposta è ‘Bisogna finire di andare’. Stare. Fermi. Sordi. Immuni. Lontani. Indifferenti. Con un sentimento di infinita differenza dal mondo estraneo. Ma anzitutto da Francesco, Papa strano. Che spuzza di vita. E che osa non subordinare il Vangelo alla legge”.

    http://www.farodiroma.it/2016/11/14/amoris-laetitia-avanti-tutta-5-dubbi-4-cardinali-e-1-effetto-inatteso-3-certezze/

    • Era l’altro relatore, insieme a me, quando abbiamo parlato di Amoris Laetitia ai Cappuccini dell’Italia meridionale a San Giovanni Rotondo. Non ho condiviso in alcun modo il senso del suo intervento, non condivido quanto scrive qui, non condivido i toni sprezzanti. A me sono sembrati dubbi espressi con grande pacatezza, amore per la Chiesa, rispetto per il Papa.
      Quanto ai firmatari della lettera, conosco personalmente il cardinal Caffarra, e come spesso succede a quelli che parlano con chiarezza della Verità, è un vero pastore pieno di carità per le pecore. Invece quelli che parlano di carità menano di brutto.

      • “Invece quelli che parlano di carità menano di brutto”

        Da incorniciare.

        Ciao.
        Luigi

          • 1) Caro professore

            “Verranno presi in considerazione i contenuti dei lavori pubblicati e delle lezioni impartite in riferimento a quanto disposto dalla Esortazione apostolica “Amoris laetitia”

            Firmato:
            l’anonimo censore

            2) Caro anonimo censore,

            La ringrazio di esistere e di vegliare sulla mie eventuali sciagurate deviazioni (Dio non voglia!) dai desiderata del Santo Padre.
            Permetta che le confidi un dubbio (onde, se riterrà, possa anch’esso passare al suo spettabilissimo vaglio, cui mi assoggetto fin d’ora senza renitenza alcuna).

            Dalla sua gentilissima apprendo grata notizia: sarò doverosamente censurato sulla base delle conformità di scritti e lezioni con quanto disposto da Amoris laetitia.
            Un interrogativo tuttavia mi assilla: che ha disposto Amoris laetitia?
            Ah già, quello che il Papa ha risposto ai quattro Cardinali che glielo chiedevano. Però… no, il Papa non ha risposto, adesso che ci ripenso.

            Confesso quindi il mio travaglio: è fervido mio voto allineare senza la minima discrepanza ogni pensiero e ogni parola al dettame di Amoris laetitia, e tuttavia non so quale sia questo dettame.

            Fidando che possiate sovvenire alle mie ambasce, porgo saluti cordiali.

            Firmato:
            Il professore (per ora)

            • Gli cambiassero nome, al Pontificio Istituto! Perche’ se vogliono cominciare ad epurare, dovrebbero partire da “Amore e Responsabilita’” e da “Uomo e Donna lo creo'” di San Giovanni Paolo II…

              E gia’ che ci sono anche dal Vangelo…

              Non ho parole…ma tra un po’ scattano le parolacce. Sant’Atanasio intercedi per noi.

          • A questi la STASI gli fa un baffo!

      • UDITE UDITE!
        Per il grande “teologo” Grillo, Costanza Miriano è una che vuole la Chiesa ridotta ad una setta. Poi dice pure che degli studenti imberbi hanno capito tutto dell’Amoris Laetitia e hanno pure risposto ai 4 cardinali i quali sono degli ignoranti che non capiscono niente e si permettono di scomodare il Papa senza nessun motivo!

        La recezione di “Amoris Laetitia” (/6): Studenti di diritto canonico rispondono ai cardinali!
        di Andrea Grillo

        – “Premetto che non abbiamo potuto non constatare come la semplice lettura dei “numeri incriminati” fosse di per sé molto chiara e non desse adito a dubbi. E’ apparso perciò evidente che il vero dubbio dei quattro cardinali suona piuttosto come un dubbio unico: ‘Santità, hai volutamente scritto cose diverse da quelle che avevano sostenuto i tuoi predecessori? Abbiamo capito bene: stai dicendo cose nuove?’”

        – “Così – absit iniura verbis – i quattro meschini cardinali appaiono alla mia classe come i sacerdoti di antica memoria, intenti a ricordare le leggi di Mosè, seduti sulla cattedra per giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. Cercano nella Tradizione scritta quella luce che altrimenti non giunge ai loro cuori”.
        – “La presenza di una situazione oggettiva di peccato grave non è infatti sufficiente, occorre che sia presente anche l’ostinazione. Vale a dire una persistenza irragionevole ed inopportuna: che può essere valutata in termini oggettivi, ma non senza tener conto degli elementi soggettivi.”

        – “I quattro anziani cardinali che ostinatamente si concentrano sul peccato dei divorziati risposati – mettendo così a dura prova la pazienza dei fedeli – non sanno che cosa si perdono a non gustare la gioia che nasce dall’amore che si vive nelle famiglie, che è giubilo anche della Chiesa.”
        …….
        “Vorrei aggiungere un ultimo aspetto di questa recezione, che spesso viene trascurato. AL costringe la Chiesa a parlare apertamente e pubblicamente non solo della famiglia felice e delle sue virtù, ma anche della famiglia infelice e dei rimedi alla sua sofferenza. Questo è un fatto altamente positivo. Proprio qualche giorno fa, in un dibattito con la giornalista Costanza Miriano, ho sentito da parte della mia interlocutrice questa considerazione: il papa non doveva rendere pubblico il testo di AL, ma doveva farne un documento riservato ai vescovi, sottratto al dibattito pubblico, per custodire le coscienze dei cristiani e non creare alcuno scandalo. Non è una posizione diversa da quella dei 4 cardinali. Io ho reagito chiedendo se la Chiesa debba essere ridotta ad una setta o ad una associazione di “fratelli maggiori”, che protesta contro un Padre troppo indulgente verso i figlioli prodighi, e che tollera di mettere in pubblico solo Radio Maria e il messaggio settimanale della “Madonna postina”? Io penso, invece, che un confronto ecclesiale abbia bisogno anche della chiarezza e della sapienza di canonisti che non si nascondano dietro le mistificazioni e le finzioni, che non abbiano paura della realtà, e che osino affrontare la realtà, con tutta la sapienza e la esperienza di una disciplina elaborata in due millenni di storia. Abbiamo bisogno di canonisti coraggiosi, che facciano comprendere agli studenti la tradizione che apre al futuro. La recezione di AL passa anche attraverso aule piene di studenti, che si interrogano in modo competente su un testo del magistero e possono rispondere ai “dubia” dei cardinali, senza incomodare il papa. Egli ha già parlato: basta leggerlo con la normale diligenza. Se ci arrivano degli studenti imberbi, come mai è tanto difficile per esperti cardinali”?

        http://www.cittadellaeditrice.com/munera/la-recezione-di-amoris-laetitia-6-studenti-di-diritto-canonico-rispondono-ai-cardinali/

        • Per forza la chiesa è allo sbando: con certi docenti!

          • Qua tocca ridere per non piangere: Piero Mainardi su facebook:

            “Bisogna recepire AL con il suo stesso stile: franco, agile, elastico, dialogico, disposto alla sorpresa e alla meraviglia”. Ma cos’è un oggetto che vendono nei sexy-shops?

        • Purtroppo da certi ambienti proviene un’aggressione verbale indegna nei confronti del quattri benemeriti cardinali, che meriterebbero solo gratitudine.

          Quanto agli studenti imberbi interpellati, sono un po’ ignorantelli (non più però del teologo cattedratico che li ha interpellati e prende per oro colato le loro risposte), perché il Codice di Diritto Canonico nel canone 915 dice:

          “Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

          Ebbene: tra gli altri che “ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” sono da intendersi anche i divorziati risposati conviventi more uxorio?

          La risposta è sì, come gli studenti imberbi (e il teologo ecc.) non capiscono, perché (tra l’altro) ignorano ciò che inequivocabilmente precisò il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nel 2000 al n. 2 della “Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati” del 24 giugno 2000:

          “Qualunque interpretazione del can. 915 che si opponga al suo contenuto sostanziale, dichiarato ininterrottamente dal Magistero e dalla disciplina della Chiesa nei secoli, è chiaramente fuorviante. Non si può confondere il rispetto delle parole della legge (cfr. can. 17) con l’uso improprio delle stesse parole come strumenti per relativizzare o svuotare la sostanza dei precetti.

          La formula «e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» è chiara e va compresa in un modo che non deformi il suo senso, rendendo la norma inapplicabile. Le tre condizioni richieste sono:

          a) il peccato grave, inteso OGGETTIVAMENTE, perché dell’imputabilità soggettiva il ministro della Comunione non potrebbe giudicare;

          b) l’ostinata perseveranza, che significa l’esistenza di una situazione oggettiva di peccato che dura nel tempo e a cui la volontà del fedele non mette fine, non essendo necessari altri requisiti (atteggiamento di sfida, ammonizione previa, ecc.) perché si verifichi la situazione nella sua fondamentale gravità ecclesiale [cioè: perché i divorziati risposati siano esclusi dalla Comunione eucaristica è sufficiente che convivano more uxorio e non cessino di farlo: così e solo così è da intendersi il riferimento alla “ostinata perseveranza”, ndr];

          c) il carattere manifesto della situazione di peccato grave abituale.”

          Quindi è falsa la convinzione degli studenti imberbi (e del teologo ecc.) secondo cui il Diritto Canonico stabilirebbe che “La presenza di una situazione oggettiva di peccato grave non è sufficiente” a escludere dalla Comunione eucaristica i divorziati risposati conviventi more uxorio.

          http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20000706_declaration_it.html

          Quanto al teologo interpellante (gli studenti imberbi), suggerirei di non dargli qui più alcuno spazio. Tutta pubblicità gratuita immeritata.

          • Hai ragione. Conviene invece leggere un altro uomo di Dio, un teologo vero: Mons. Livi: anche lui ha dubbi.

            “Tra noi un tremendo disorientamento pastorale” Anche il teologo Livi ha “dubia” sull’Amoris Laetitia
            di Benedetta Frigerio

            Il dibattito su AL e i dubia al Papa dei quattro cardinali. Parla il teologo Livi: “L’esortazione di papa Francesco sembra voler contraddire nella prassi quello che nella dottrina viene confermato. L’ambiguità è inaccettabile in un documento che pretende di essere magistero. In realtà è sudditanza psicologica alla falsa teologia del progressismo storicistico, per cui la Chiesa dovrebbe cambiare la verità rivelata da Dio per assecondare le esigenze del mondo moderno”.

            http://www.lanuovabq.it/it/articoli-tra-noi-un-tremendo-disorientamento-pastoraleanche-il-teologo-livi-ha-dubia-sullamoris-laetitia-18073.htm

            • “L’ambiguità è inaccettabile in un documento che pretende di essere magistero”

              E purtroppo non lo è, perché è impossibile che il Magistero autentico si contrapponga al Magistero autentico, ma Amoris laetitia al capitolo 8 si contrappone al Magistero autentico, quindi (come fece subito notare il cardinale Burke) il capitolo 8 di Amoris laetitia non è Magistero autentico della Chiesa, ma solo esposizione di opinione personali errate del Papa.

              In quanto tale, il capitolo 8 di Amoris laetitia non impegna in alcun modo all’assendo i fedeli, i quali anzi sono tenuti a non assecondare in alcun modo i gravi errori ivi contenuti e a starsene saldi al Magistero autentico della Chiesa, espresso fedelmente nel numero 1650 del Catechismo della Chiesa Cattolica:

              “Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione.
              La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (« Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio.
              Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.”

    • Ma che dà i “numeri”???
      “L’effetto inatteso – commenta il teologo Andrea Grillo – è che i 4 cardinali, formulando i loro 5 dubbi, fanno sorgere nel popolo di Dio 3 grandi certezze. Dai loro 5 dubbi nascono le nostre 3 certezze. La dinamica ecclesiale riserva anche queste sorprese. Se esperti uomini di Chiesa, dopo 7 mesi dalla presentazione del testo di AL, continuano a “non capire” – o a non volere capire – che cosa è mutato…

      • Se fosse tanto chiaro cosa è mutato basterebbe rispondere.

        • Già, se fosse tanto chiaro cosa è mutato basterebbe rispondere (come sarebbe dovere del Papa, essendo Egli tenuto a rispondere ai “Dubia” sollevati non dall’ultimo pisquano che è Alessandro, ma nientemeno che da Eminentissimi Cardinali)… a meno che il Papa non possa rispondere perché sa che il mutamento che egli ha inteso introdurre con Amoris laetitia è incompatibile con il Magistero autentico della Chiesa, e dunque è per così dire inconfessabile, non è esprimibile con un atto esplicito che impegni la sua potestà di Maestro della Fede (e una risposta ufficiale ai “dubia” posti dai cardinali non potrebbe che impegnare questa potestà, non potrebbe che essere un atto magisteriale con tutti i crismi).

          Pertanto, Francesco si limita a far capire che cosa ha inteso fare con AL inviando lettere private ai suoi amici vescovi della regione Buenos Aires: lettere private le quali, ovviamente, in quanto tali non sono in alcun modo un atto magisteriale, ma fanno capire eccome che mutamento il Papa ha inteso introdurre con AL.

          D’altronde, che il mutamento sia inconfessabile, non dichiarabile in forma esplicita e ufficiale è quanto s’è appreso da quello spassosissimo narratore di aneddoti confidenziali che è mons. Bruno Forte:

          “Monsignor Forte ha infatti rivelato un particolare “retroscena” del Sinodo: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati – ha riferito monsignor Forte riportando una battuta di Papa Francesco – questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”. “Tipico di un gesuita” ha scherzato monsignor Forte”

          http://www.zonalocale.it/2016/05/03/-nessuno-si-deve-sentire-escluso-dalla-chiesa-/20471?e=vasto

          • Per aiutare i fedeli a capire quali sono e perché sono rilevantissime le questioni sollevate dai “dubia” formulati dai quattro Cardinali, ecco un intervento di don Morselli (questo primo intervento riguarda il primo “dubium”; gli altri nei prossimi giorni):

            http://blog.messainlatino.it/2016/11/amoris-laetitia-la-prima-domanda-dei.html

            • Ecco il secondo intervento di don Morselli, sul secondo “dubium” sollevato dai quattro cardinali:

              http://blog.messainlatino.it/2016/11/amoris-laetitia-la-seconda-domanda-dei_75.html#more

            • A me non sembra che il Papa abbia cambiato il Magistero.
              Ci disse anni fa il sacerdote che tenne il nostro corso fidanzati, che esistono casi in cui un matrimonio non è mai stato valido, ma non è possibile dimostrarlo. Il tribunale ecclesiastico può valutare solo fatti, testimonianze, prove oggettive. Non può entrare nella coscienza delle persone. Ma una persona, con retta coscienza, debitamente accompagnata, può arrivare alla consapevolezza che il suo primo matrimonio non è mai esistito, perché mancava qualche elemento fondamentale (consenso dato in piena libertà, senza costrizioni, pienamente consapevole; impegno serio a fedeltà, indissolubilità e procreazione).
              Ma se non ha prove, fatti concreti che lo dimostrino, non ottiene la nullità e quindi non può sposarsi in chiesa. Può sposarsi solo civilmente, e se davvero quel primo matrimonio non era valido, e il secondo è fatto con la coscienza giusta, davanti a Dio il secondo vale. Quindi anche se dall’esterno la sua situazione sembra oggettivamente di peccato, può essere che soggettivamente non sia in peccato mortale.
              La Chiesa chiede comunque ai divorziati di astenersi dalla comunione nella propria parrocchia, per non scandalizzare i più deboli nella fede, ma se uno fa la comunione dove nessuno lo conosce, chi lo sa se è in stato di grazia o no? Lo sanno quella persona e Dio.

              • Bellissimo! Religione fai da te! Oltre Bergoglio: non vado nemmeno dal vescovo, mi “annullo” da solo, mi confesso da solo e sono a posto!

              • CP

                Ti sbagli di grosso.

                1) “Ma una persona, con retta coscienza, debitamente accompagnata, può arrivare alla consapevolezza che il suo primo matrimonio non è mai esistito, perché mancava qualche elemento fondamentale… Ma se non ha prove, fatti concreti che lo dimostrino, non ottiene la nullità e quindi non può sposarsi in chiesa. Può sposarsi solo civilmente, e se davvero quel primo matrimonio non era valido, e il secondo è fatto con la coscienza giusta, davanti a Dio il secondo vale.”

                Così nel 1994 la Congregazione per la dottrina della Fede:

                “É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.

                D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
                Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza.

                Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l’obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa.
                Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.”

                (“Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati”, nn. 8 e 9).

                2) “ma se uno fa la comunione dove nessuno lo conosce, chi lo sa se è in stato di grazia o no? Lo sanno quella persona e Dio.”

                No. Tizio divorziato risposato convivente more uxorio non può in alcun modo sapere di essere in stato di grazia, perché 1) solo Dio sa se qualcuno è in stato di grazia (cfr. Catechismo n. 2005 e Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 9); 2) che Tizio divorziato risposato convivente more uxorio sia convinto di essere in stato di grazia poiché è convinto che il suo matrimonio canonico sia nullo, malgrado dal tribunale ecclesiastico preposto non sia stata pronunciata sentenza di nullità, non è prova che Tizio sia in stato di grazia, ma è prova che Tizio attribuisce alla propria coscienza una infallibilità di giudizio sullo stato di grazia di Tizio stesso che la coscienza di Tizio non può possedere, ed è prova che la coscienza di Tizio indulge alla superbia, giacché non può che peccare di superbia quella coscienza che presume Tizio in stato di grazia malgrado a) Tizio sia un divorziato risposato convivente more uxorio, cioè si trovi nientemeno che in uno stato oggettivo di peccato grave b) il tribunale ecclesiastico preposto non abbia pronunciato sentenza di nullità sul suo matrimonio canonico.
                E’ superbia, sulla base della propria personale convinzione circa la nullità del proprio matrimonio, presumere di trovarsi nelle disposizioni morali necessarie per accostarsi degnamente all’Eucaristia; è sintomo di ignoranza su che cosa sia l’Eucaristia nell’economia sacramentale della Chiesa.

                Una coscienza ben formata, limpida e retta non può che concludere quanto al punto 1:

                “Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa l’obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa.
                Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.”

                • Scusate, non mi sono spiegata bene. Con “una persona, con retta coscienza, debitamente accompagnata”, intendevo accompagnata da un sacerdote. Mica volevo dire che uno può darsi l’assoluzione da solo contro il giudizio esplicito di tutta la Chiesa.
                  Quindi dite che, se il tribunale ecclesiastico non pronuncia sentenza di nullità, allora il matrimonio era assolutamente categoricamente indubitabilmente valido? Anche quando, per esempio, una parte in causa la cui testimonianza potrebbe essere determinante non può o non vuole partecipare al processo? Anche se se il tribunale – per ovvie limitazioni umane – non può leggere nel cuore delle persone?
                  Sono d’accordo, Alessandro, che attenersi al giudizio della Chiesa e osservarne la disciplina è la cosa migliore per un fedele. E che uno che vuole fare di testa sua quasi invariabilmente pecca di superbia.
                  Ma se – in casi rarissimi e specialissimi – uno arriva a questa certezza con retta coscienza, accompagnato da un sacerdote che lo conosce bene, sa la sua storia e gli dice “se in coscienza sei certo, vai pure a fare la comunione dove la gente non ti conosce; ma tieni conto che puoi ingannare me, puoi fregare la Chiesa intera, ma Dio non lo freghi” – quel sacerdote è un eretico?
                  E se uno è in peccato mortale, come può non saperlo? La piena avvertenza non è una delle condizioni del peccato mortale?

                  • CP

                    1) No, il giudice del tribunale non è infallibile (solo Dio lo è), ma neanche lo è chi è convinto che il suo matrimonio sia nullo. Quindi direi che la cosa migliore da fare è operare perché i tribunali ecclesiastici lavorino in maniera sempre più accurata, in modo da assottigliare sempre più (fino tendenzialmente ad annullarlo) il divario tra la verità sulla validità del matrimonio quale la conosce Dio e il giudizio sulla validità del matrimonio cui perviene la sentenza del tribunale.

                    2) “Ma se – in casi rarissimi e specialissimi – uno arriva a questa certezza con retta coscienza, accompagnato da un sacerdote che lo conosce bene, sa la sua storia e gli dice “se in coscienza sei certo, vai pure a fare la comunione dove la gente non ti conosce; ma tieni conto che puoi ingannare me, puoi fregare la Chiesa intera, ma Dio non lo freghi” – quel sacerdote è un eretico?”

                    Lasciando da parte l’eresia, quel sacerdote pecca, perché il sacerdote non può in nessun caso impartire l’assoluzione sacramentale a un divorziato risposato convivente more uxorio, anche se quest’ultimo si dichiara convinto convintissimo che il suo matrimonio canonico sia nullo. Ne parla proprio (ai nn. 3 e 4) la Congregazione per la dottrina della Fede nel documento che menzionavo nel commento precedente:

                    “Da alcune parti è stato anche proposto che, per esaminare oggettivamente la loro situazione effettiva, i divorziati risposati dovrebbero intessere un colloquio con un sacerdote prudente ed esperto. Questo sacerdote però sarebbe tenuto a rispettare la loro eventuale decisione di coscienza ad accedere all’Eucaristia, senza che ciò implichi una autorizzazione ufficiale.

                    In questi e simili casi si tratterebbe di una soluzione pastorale tollerante e benevola per poter rendere giustizia alle diverse situazioni dei divorziati risposati.

                    Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri e in nessun modo vennero a costituire la dottrina comune della Chiesa né a determinarne la disciplina. Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei».

                    Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo, la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione.”

                    Quindi, “la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio”, e nella stesso documento, come notavo nel commento precedente, si afferma che “l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”, ma si afferma anche (al n. 7) che “l’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione, dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile. Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica”, sicché “attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I’obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati”, in quanto “la comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.”

                    3) “E se uno è in peccato mortale, come può non saperlo? La piena avvertenza non è una delle condizioni del peccato mortale?”

                    Riconduco queste tue domande alla questione dell’Eucaristia ai divorziati risposati.
                    E’ indubbio che il divorziato risposato convivente more uxorio si trovi in uno stato oggettivo di peccato grave (o mortale).
                    Se il divorziato, nonostante ciò, va dal confessore e gli dice che ritiene ingiusto che il perseverare in tale condizione lo escluda dall’assoluzione sacramentale (e quindi dall’Eucaristia), allora il sacerdote deve ragguagliarlo sul perché non sia ingiusta tale esclusione. Se il divorziato persiste ancora nel dichiararla ingiusta al confessore, e afferma che pertanto non intende rinunciare alla convivenza more uxorio, il confessore non può fare altro che negargli l’assoluzione sacramentale (e quindi l’accesso all’Eucaristia), in quanto è lecito impartire l’assoluzione se e soltanto se il penitente si contrisce del peccato e si propone fermamente di recedervi, cioè se e soltanto se, nel nostro caso, il divorziato risposato manifesta al confessore sincera contrizione per il suo stato e fermo proposito di cessare da questo stato, ossia di interrompere la convivenza more uxorio.

                    Considera che se il confessore assolvesse il divorziato risposato malgrado costui dichiari di non voler interrompere la convivenza more uxorio, il confessore abuserebbe del sacramento della penitenza e di fatto “autorizzerebbe” il divorziato a perseverare nello stato oggettivo di peccato grave in cui si trova, lo confermerebbe in questo stato, così contribuendo a mettere a repentaglio nientemeno che la salvezza dell’anima di costui (come posso dire che non contribuisco a mettere a repentaglio la salvezza dell’anima di un fratello se con la mia condotta contribuisco a confermarlo e non a strapparlo dallo stato oggettivo di peccato grave in cui si trova?).

                    • Alessandro grazie per le risposte, molto chiare ed esaurienti.
                      Sono d’accordo con più o meno tutto quello che dici e citi, ma mi restano un paio di dubbi.
                      1) Mi pare di capire che da una parte ci siano la dottrina e il Magistero, la Sacra Scrittura e la Tradizione, difesi dalla Congregazione, e dall’altra ci siano “soluzioni pastorali … proposte [anche] da alcuni Padri della Chiesa [che] entrarono in qualche misura anche nella prassi”, Papa Francesco, i vescovi di Buenos Aires e, mi sembra di capire, anche un certo numero dei padri sinodali. Tutti costoro non fanno parte del Magistero universale della Chiesa? come si fa a capire chi ha ragione?
                      2) Sono assolutamente d’accordo che se il divorziato non si contrisce del peccato e non intende rinunciare alla convivenza more uxorio, il confessore deve negargli l’assoluzione sacramentale. Ma la situazione a cui si riferisce la famigerata lettera dei vescovi di Buenos Aires non è questa. È una situazione in cui una persona, con alle spalle un matrimonio fallito non per colpa sua, risposata civilmente con una persona non cattolica, da cui ha figli, si riavvicina alla chiesa, è sinceramente contrita e sarebbe anche disposta a rinunciare alla convivenza more uxorio, ma il/la coniuge non considera adulterio i suoi rapporti con la moglie/marito e non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. E dal suo punto di vista non ha tutti i torti. Una decisione presa in modo unilaterale causerebbe sicuramente tensioni anche gravi, di cui risentirebbero i bambini. Questa persona inizia un cammino di discernimento con un sacerdote e tra le altre cose giunge alla consapevolezza che il suo primo matrimonio non era valido, ma per qualche motivo il tribunale ecclesiastico non è in grado di accertarlo.
                      Ora, tu dici che comunque dovrebbe attenersi al giudizio della Chiesa e astenersi dalla Comunione, e tendenzialmente sono d’accordo con te. Meglio obbedire e affidarsi alla misericordia di Dio che rischiare un peccato di superbia. Ma che cosa deve fare? Se la convivenza more uxorio continua è colpevole di adulterio, ma se la interrompe senza il consenso del coniuge commette una grave ingiustizia nei confronti del coniuge e soprattutto dei figli. Quindi, qualunque cosa faccia è in peccato mortale? O distruggere questa seconda unione, con tutte le sofferenze che ciò comporta per i figli, è meno grave che commettere adulterio? Ma è comunque adulterio se il primo matrimonio era effettivamente nullo?

                    • @CP

                      Scusa se mi intrometto, ma mi scappa…

                      “E dal suo punto di vista non ha tutti i torti”. Il problema è che il suo punto di vista è sbagliato. La relazione sessuale tra due persone divorziate e “risposate” è oggettivamente adultera e quindi non lecita. Punto e basta. Di conseguenza, il coniuge che vuole ricevere l’assoluzione dai peccati deve interrompere questa relazione sessuale (non necessariamente la convivenza). Del resto, quando due persone divorziano, si fa sempre un gran parlare di fare attenzione a non danneggiare i figli, giustamente. Ebbene, anche in questo caso, si faccia attenzione a non danneggiare i figli, per quanto possibile; ma la relazione adulterina, che è un male intrinseco, non può trovare nessuna giustificazione neanche in riferimento al bene dei figli. I figli hanno bisogno di vedere che i genitori si amano, non che fanno sesso.

                    • CP

                      – “Tutti costoro non fanno parte del Magistero universale della Chiesa? come si fa a capire chi ha ragione?”

                      Semplificando un po’ (la questione sarebbe lunghissima), ma senza dire sciocchezze, ti rispondo così.

                      Il Magistero universale della Chiesa è quello impartito da chi nella Chiesa ha il potere di insegnare la verità intorno alla Fede (“magister” significa “maestro, insegnante”), cioè il Papa (e gli altri vescovi, ma il loro Magistero è autentico solo se insegnano in accordo con il Papa).
                      Tutto quello che dice e scrive il Papa è Magistero della Chiesa? No. Se il Papa dice che consiglia a tutti il mate, quello non è ovviamente Magistero (né il Papa pretende che lo sia), non è che tutti i fedeli siano vincolati a bere il mate.

                      Amoris laetitia (AL) è Magistero della Chiesa?
                      E qui s’è scatenato il dibattito incandescente cui assistiamo da mesi.
                      Il cardinal Burke ha subito detto che il capitolo 8 di AL non può essere Magistero della Chiesa. Già, perché il capitolo 8 di AL contiene affermazioni (ad es.: ammissione all’Eucaristia di coppie irregolari che persistono nell’irregolarità) che sono contrapposte a quello che il Magistero autentico della Chiesa afferma al riguardo. E qual è il problema (uno può chiedersi)? Ossia: va tutto bene, prima il Magistero affermava una cosa, ora il Papa è un altro e ne afferma un’altra, il Papa regnante è lui, è lui che fa il Magistero (perché è lui ora il Maestro della Fede), quindi vale quello che dice questo nuovo Papa, e non si vede proprio dove stia il problema.

                      Il problema invece c’è, perché il Papa è sì Maestro della Fede, ma non può insegnare ciò che è in contrasto con il Magistero infallibile della Chiesa.
                      Ossia: c’è un Magistero infallibile, irreformabile, che in quanto tale nemmeno il Papa può mutare.

                      Allora uno può dire: è facile risolvere il problema, basta consultare il manuale che contiene tutti gli insegnamenti del Magistero infallibile. Se tra di essi vi è il divieto di ammissione all’assoluzione sacramentale e quindi all’Eucaristia del divorziati risposati perseveranti nella convivenza more uxorio, allora Papa Francesco non può mutare quel divieto (e quindi il capitolo 8 di AL non è Magistero autentico, giacché il Magistero autentico della Chiesa non può entrare in contraddizione con un contenuto del Magistero infallibile della Chiesa medesima, altrimenti la Chiesa si tramuterebbe da Maestra di verità in penoso guazzabuglio di contraddizioni).

                      La soluzione non è così semplice, perché i contenuti del Magistero infallibile si articolano in a) contenuti del Magistero infallibile che sono tali in quanto definiti solennemente dal Papa (ad es.: il dogma dell’Assunzione di Maria Santissima appartiene al Magistero infallibile in quanto definito solennemente da papa Pio XII nel 1950) e b) contenuti del Magistero infallibile che sono tali non in quanto definiti in modo solenne e straordinario, ma in quanto insegnati dal Magistero ordinario e universale in un modo tale che siano “da tenersi definitivamente” (in latino: “sententia definitive tenenda”), cioè che siano definitivi, e quindi appunto irreformabili (come si può riformare, cioè mutare, qualcosa di definitivo? Se è definitivo è immutabile, irreformabile). Per approfondire tutto ciò vedi qui:

                      http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_1998_professio-fidei_it.html

                      Mentre, come puoi immaginare, per il suo carattere solenne e straordinario è abbastanza semplice individuare i contenuti del Magistero infallibile impartito in modo solenne, straordinario, con atto definitorio, è più difficile riconoscere quali siano i contenuti del Magistero infallibile, sì, ma contenuti non proclamati solennemente con atto definitorio, e quindi da ravvisarsi come definitivi (nel senso che ho cercato di chiarire) entro il Magistero non straordinario ma ordinario della Chiesa.

                      Nel nostro caso: assodato che il divieto di ammissione all’assoluzione sacramentale e quindi all’Eucaristia dei divorziati risposati perseveranti nella convivenza more uxorio non è un contenuto di quel Magistero infallibile che è impartito solennemento, con atto definitorio, tale divieto è forse un contenuto del Magistero infallibile in quanto insegnamento definitivo (nel senso che ho detto) impartito dal Magistero ordinario e universale della Chiesa?

                      Evidentemente rispondono di sì il cardinal Burke, gli altri tre cardinali e quei vescovi (pensa alla maggior parte degli statunitensi, ai polacchi e agli africani) che, a fronte di Amoris Laetitia, hanno annunciato che nelle loro diocesi continuerà a praticarsi il divieto di ammissione di cui stiamo parlando. E quindi – pensano costoro -, trattandosi di contenuto definitivo del Magistero infallibile, nemmeno Papa Francesco può mutare quel divieto, neppure se lo vuole, perché non ha il potere di mutare un insegnamento che, in quanto infallibile, è immutabile (mutare un insegnamento infallibile implica infatti fallire, cioè sbagliare, commettere un errore).

                      Ma, daccapo, come si può sapere se il divieto in questione è un contenuto del Magistero infallibile in quanto insegnamento definitivo (nel senso che ho detto) impartito dal Magistero ordinario e universale?

                      Un contenuto che appartiene al Magistero infallibile in quanto insegnamento definitivo impartito dal Magistero ordinario e universale si riconosce perché soddisfa questi requisiti: 1) è conforme alla Tradizione della Chiesa ed è oggetto di insegnamento ininterrotto, costante e protratto nei secoli da parte del Romano Pontefice; 2) la negazione di tale insegnamento comporterebbe necessariamente una contraddizione con contenuti del Magistero che sono senza dubbio infallibili, e quindi irreformabili, immutabili.

                      Ebbene, il sottoscritto ma soprattutto (che è quello che conta) i quattro cardinali e gli altri vescovi e cardinali che la pensano come loro sono persuasi che il divieto in oggetto sia un contenuto del Magistero infallibile in quanto insegnamento definitivo impartito dal Magistero ordinario e universale perché appunto soddisfa pienamente i requisiti 1 e 2, ossia perché è innegabile che tale divieto sia conforme alla Tradizione della Chiesa, sia oggetto di insegnamento ininterrotto, costante e protratto nei secoli da parte del Romano Pontefice, e sia tale che la negazione di tale insegnamento comporterebbe necessariamente una contraddizione con contenuti del Magistero che sono senza dubbio infallibili.
                      In particolare, come è possibile che, venendo meno in certi casi il divieto di ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio, non vengano contraddetti contenuti certamente infallibili del Magistero quali l’assoluta indissolubilità del matrimonio rato e consumato, l’intrinseca grave illiceità dell’adulterio, il fatto che non possa ricevere l’assoluzione sacramentale chi, trovandosi in uno stato di peccato grave oggettivo, non si contrisce di ciò e non emette fermo proposito di porre fine a questo stato, il fatto che l’Eucaristia non possa essere degnamente ricevuta da chi persevera in stato di peccato grave oggettivo? Insomma: come si può fondatamente negare che la rimozione di quel divieto non contraddirebbe il Magistero infallibile nella Chiesa, e segnatamente non entrerebbe in contrasto frontale con il significato stesso del Sacramento del Matrimonio, dell’Eucaristia, della Penitenza?

                      Quindi sto senza dubbio dalla parte dei quattro cardinali, sono convintissimo in coscienza che il divieto senza eccezioni di ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio sia un insegnamento definitivo e quindi infallibile e immutabile impartito dal Magistero ordinario e universale della Chiesa, cioè un insegnamento che, come ogni insegnamento infallibile della Chiesa, vincola e vincolerà per sempre e in ogni caso all’assenso pieno della volontà e dell’intelletto tutti i fedeli e ciascuno.
                      Pertanto sono convintissimo che, se il capitolo 8 di AL intende revocare questo divieto, il capitolo 8 non può essere Magistero autentico della Chiesa, e il Papa che l’ha scritto è incorso in errore scrivendo quel capitolo e, in questo errore, non va in alcun modo assecondato dai fedeli.

                      Ma tu potresti dire: non sono convinta dagli argomenti di Alessandro e dei quattro cardinali e di chi è d’accordo con loro, possibile che non ci sia una via chiara per capire come devo regolarmi in questo dibattito rovente?

                      Una via chiara c’è: attieniti al Catechismo n. 1650 (che insegna il divieto in oggetto) e al Codice di Diritto Canonico canone 915 (che stabilisce il divieto), visto che Amoris laetitia non ha mutato al riguardo né il Catechismo né il Codice di Diritto Canonico, e notoriamente a quelli il fedele deve attenersi.

                      Se il Papa vorrà metter mano al Catechismo e al Codice di Diritto Canonico su questa materia, ne riparleremo…

                      Alla seconda domanda non ho tempo di rispondere adesso (e poi questo commento è già lunghissimo… spero di essere stato chiaro anche se so di non essere stato esaustivo), ti riponderò più avanti in un altro commento.

                      Grazie per i ringraziamenti e per l’attenzione, buona domenica!

                    • CP

                      “Ma che cosa deve fare? Se la convivenza more uxorio continua è colpevole di adulterio, ma se la interrompe senza il consenso del coniuge commette una grave ingiustizia nei confronti del coniuge e soprattutto dei figli. Quindi, qualunque cosa faccia è in peccato mortale? O distruggere questa seconda unione, con tutte le sofferenze che ciò comporta per i figli, è meno grave che commettere adulterio? Ma è comunque adulterio se il primo matrimonio era effettivamente nullo?”

                      Al secondo quesito ti ha già risposto fra’ Centanni.

                      Di mio ti posso dire:

                      Chi interrompe una convivenza more uxorio senza il consenso di Tizio/a con cui convive more uxorio non “commette una grave ingiustizia” nei confronti di Tizio/a, giacché Dio è giustissimo e prescrive come giustissimo che non si commetta adulterio, che non si conviva more uxorio con chi davanti a Dio non è il coniuge.
                      Bisogna obbedire a Dio, non agli uomini, non è necessario avere il permesso del convivente per obbedire a Dio, e Dio non vuole che si perseveri in convivenza more uxorio.
                      E’ difficile in questo caso obbedire a Dio? Ma non c’è scritto da nessuna parte che obbedire a Dio sia facile: Cristo parla di rinnegamento di sé stessi e di accettazione della Croce…
                      Perciò non c’è da temere: interrompere la convivenza more uxorio è fare ciò che vuole Dio, e quindi non è commettere alcun “peccato mortale” (come invece paventi) nei confronti del convivente.

                      Per quanto riguarda i figli nati nell’unione more uxorio, purtroppo anche nell’Amoris laetitia alla nota 329 (e di conseguenza nelle linee-guida dei vescovi della regione Buenos Aires) si dà quasi per scontato che se io cesso una convivenza more uxorio faccio del male ai figli nati nella convivenza.
                      Ma dove sta scritto? Ma chi l’ha stabilito? In questa preoccupazione c’è proprio una mancanza di fede. Se si ha fede in Dio, si sa che ciò che Dio vuole è che cessi la convivenza more uxorio, e si sa che questa cessazione con cui ubbidisco a Dio non può nuocere ai miei figli.

                      Che giova ai miei figli: che io perseveri in una convivenza more uxorio, contravvenendo alla volontà di Dio in materia grave?
                      Con che credibilità ed efficacia posso crescere nella fede i miei figli se persevero nel contravvenire alla volontà di Dio in materia grave? Con che credibilità ed efficacia posso spiegare loro che bisogna avere il coraggio di fare sempre la volontà di Dio se persevero in una condizione di grave trasgressione della volontà di Dio?
                      Quindi, nessun “peccato mortale” (come invece paventi) nei confronti dei figli se cesso la convivenza more uxorio.

                      E poi, se uno ha fede, deve aver anche fede nel fatto che, se si fa la volontà di Dio, Dio provvederà a risolvere problemi e a sanare ferite che insorgessero nell’adempimento della Sua volontà.
                      Il mio convivente non accetta la mia decisione di cessare con lui ogni intimità propriamente coniugale e decide di andarsene e vuole che i figli se ne vadano con lui?
                      Pregare, pazientare, aver fede in Dio, portare la croce, confidare che il convivente si converta alla volontà di Dio, pregare perché ciò accada, confidare che prima o poi i figli capiranno e stimeranno la decisione di interrompere l’intimità coniugale con chi non è il coniuge e ne saranno edificati nella loro vita di fede e quindi beneficati in relazione alla salvezza della loro anima (che è ciò che primariamente deve stare a cuore a un genitore)…

                      Ripeto: non c’è scritto da nessuna parte che la via di Cristo sia facile. Porta stretta, Croce, rinnegamento di sé stessi, cavarsi gli occhi se ti danno scandalo: questo è ciò che Cristo chiede a chi lo vuole seguire veramente. Però Cristo promette che chi lo segue sulla via della Croce porterà sì, un giogo, ma lieve, e già quaggiù avrà consolazione e pace. Consolazione e pace che invece non ha chi non cammina su questa via o chi la abbandona.

                      E questo vale per tutti: è difficile interrompere una convivenza more uxorio (è come cavarsi l’occhio…), ma anche per chi non convive more uxorio è difficile non commettere peccati gravi, e quando li si commette è difficile pentirsene (è come cavarsi l’occhio… l’uomo è superbo, piuttosto che riconoscersi peccatore e contrirsi è capace di inventarsi ogni scusa autoassolutaria, di negare ogni evidenza… la colpa è sempre di qualcun altro o di qualche ineluttabile fatalità…).
                      Per nessuno la via che porta in Cielo è facile. Ma bisogna affidarsi, amare Cristo sopra ogni cosa, e non si rimarrà delusi, Gesù ha promesso e le sue promesse non sono da marinaio, i santi che ci hanno preceduti ci sono di esempio e conforto: quanta sofferenza accettata in Cristo ma anche quanta gioia e pace già nella loro vita terrena… per non parlare della gioia perfetta celeste!

                      – “Ma è comunque adulterio se il primo matrimonio era effettivamente nullo?”

                      Ma – e qui mi ripeto – chi lo sa con assoluta certezza se il matrimonio era nullo? Nessun essere umano, né il giudice del tribunale ecclesiastico né chi è parte in causa. Ritorniamo ai discorsi già fatti…

        • A me tutti questi “rimandi”, questi “sottintesi”, queste perifrasi, non so perche’, ma mi fanno venire in mente lo sketch di Walter Chiari del “Sarchiapone”…

        • @Costanza “Se fosse tanto chiaro cosa è mutato basterebbe rispondere.”

          Il vero problema è che NON si vuole che ci sia chiarezza! E questo è ancora più grave di dire con chiarezza una cosa sbagliata!

          • Ho sentito un importante monsignore dire che la mancanza di una risposta è un bene, che se Papa Bergoglio rispondesse sarebbe un disastro perché renderebbe ufficiale la posizione espressa nella lettera ai vescovi argentini che per ora è e rimane “solo” una lettera privata.

            • In realtà ai “dubia” deve rispondere la Congregazione per la dottrina della Fede in accordo con il Santo Padre, che approva le risposte e ne ordina la pubblicazione.

              Per capirci, si veda qui ad esempio come in passato la medesima Congregazione rispose ad altri “dubia”:

              http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20070801_risposte-usa_it.html

              Il fatto è che il prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede cardinale Gerhard L. Müller dissente dal Papa sui temi sollevati dai “dubia”, e concorda con i quattro cardinali interpellanti.
              Quindi, se anche – mera ipotesi – il Papa chiedesse alla Congregazione per la dottrina della Fede di rispondere ai “dubia” in un modo che i quattro cardinali e il prefetto Müller giudicano (irreprensibilmente, ad avviso del sottoscritto – che conta pochissimo – e di molti altri vescovi – si pensi a quelli statunitensi, polacchi e africani – e cardinali) contrastante con il Magistero autentico della Chiesa, il prefetto Müller si rifiuterebbe, perché in coscienza non può andare contro il Magistero autentico della Chiesa.

              A questo punto siamo arrivati.

              Che il prefetto Müller dissenta dall’interpretazione di Amoris laetitia che il Papa ha fatto chiaramente (ma senza un atto magisteriale) intendere essere quella da ritenersi autentica (vedasi lettera ai vescovi della regione Buenos Aires) si fa evidentissimo leggendo qua:

              “Alcuni hanno affermato che la “Amoris laetitia” ha eliminato questa disciplina e ha permesso, almeno in alcuni casi, che i divorziati risposati possano ricevere l’eucaristia senza la necessità di trasformare il loro modo di vita secondo quanto indicato in Familiaris Consortio 84, cioè abbandonando la nuova unione o vivendo in essa come fratello e sorella. A questo bisogna rispondere che se la “Amoris laetitia” avesse voluto cancellare una disciplina tanto radicata e di tanta rilevanza l’avrebbe detto con chiarezza e presentando ragioni a sostegno. Invece non vi è alcuna affermazione in questo senso; né il papa mette in dubbio, in nessun momento, gli argomenti presentati dai suoi predecessori, che non si basano sulla colpevolezza soggettiva di questi nostri fratelli, bensì sul loro modo visibile, oggettivo, di vita, contrario alla parole di Cristo.

              Ma non si trova questa svolta – obiettano alcuni – in una nota a piè di pagina in cui si dice che, in alcuni casi, la Chiesa potrebbe offrire l’aiuto dei sacramenti a chi vive in situazione oggettiva di peccato (n. 351)? Senza entrare in un’analisi dettagliata, basta dire che questa nota fa riferimento a situazioni oggettive di peccato in generale, senza citare il caso specifico dei divorziati in nuova unione civile. La situazione di questi ultimi, effettivamente, ha caratteristiche particolari che la distinguono da altre situazioni. Questi divorziati vivono in contrasto con il sacramento del matrimonio e, dunque, con l’economia dei sacramenti, il cui centro è l’eucaristia. Questa è, infatti, la ragione richiamata dal precedente magistero per giustificare la disciplina eucaristica di Familiaris Consortio 84; un argomento che non è presente nella nota né nel suo contesto. Ciò che afferma, dunque, la nota 351 non tocca la disciplina precedente: è sempre valida la norma di Familiaris Consortio 84 e di Sacramentum Caritatis 29 e la sua applicazione in ogni caso.”

              http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351295

              • Che il cardinale prefetto Müller, in piena sintonia con il Magistero autentico della Chiesa, sia totalmente contrario ad ammettere all’assoluzione sacramentale (e quindi all’Eucarestia) in taluni casi divorziati risposati conviventi more uxorio è quanto si intende perfettamente anche leggendo questo articolo comparso sull’Osservatore romano nel 2013:

                http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html

                “Anche la dottrina dell’ “epichèia”, secondo la quale una legge vale sì in termini generali, ma non sempre l’azione umana vi può corrispondere totalmente, non può essere applicata in questo caso, perché l’indissolubilità del matrimonio sacramentale è una norma di diritto divino, che non è dunque nella disponibilità autoritativa della Chiesa. Questa ha, tuttavia, il pieno potere — sulla linea del privilegio paolino — di chiarire quali condizioni devono essere soddisfatte prima che un matrimonio possa definirsi indissolubile secondo il senso attribuitogli da Gesù. Su questa base, la Chiesa ha stabilito gli impedimenti al matrimonio che sono motivo di nullità matrimoniale e ha messo a punto una dettagliata procedura processuale.

                Un’ulteriore tendenza a favore dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti è quella che invoca l’argomento della misericordia. Poiché Gesù stesso ha solidarizzato con i sofferenti donando loro il suo amore misericordioso, la misericordia sarebbe quindi un segno speciale dell’autentica sequela. Questo è vero, ma è un argomento debole in materia teologico-sacramentaria, anche perché tutto l’ordine sacramentale è esattamente opera della misericordia divina e non può essere revocato richiamandosi allo stesso principio che lo sostiene.

                Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia.

                Gesù ha incontrato la donna adultera con grande compassione, ma le ha anche detto: «Va’, e non peccare più» (Giovanni, 8, 11). La misericordia di Dio non è una dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della Chiesa; anzi, essa concede la forza della grazia per la loro piena realizzazione, per il rialzarsi dopo la caduta e per una vita di perfezione a immagine del Padre celeste…

                [Quindi] per l’intima natura dei sacramenti, l’ammissione a essi dei divorziati risposati non è possibile.”

    • Tanto perché sia chiaro chi è il loquace teologo Andrea Grillo, segnalo che costui:

      1) non crede nell’assoluta indissolubilità del matrimonio rato e consumato, cioè non crede in un contenuto del Magistero infallibile, irreformabile della Chiesa:

      “la teoria classica dell’indissolubilità non è più proponibile perché ha solo due risposte: “O negando la prima unione (mediante accertamento della sua nullità del matrimonio) o influendo sulla seconda unione (o mediante la richiesta di ritorno alla prima unione oppure, in caso di irreversibilità, mediante la richiesta di vivere la seconda unione ‘come fratello e sorella’)”… Grillo suggerisce invece “una prospettiva più pudica [??], circa l’esistenza del vincolo, accettando che anch’esso, come i coniugi, possa morire”, cioè dissolversi.

      http://www.ilfoglio.it/articoli/2014/05/13/morte-del-matrimonio-eccelsiastico___1-v-105551-rubriche_c298.htm

      Che la dottrina della assoluta indissolubilità del matrimonio rato e consumato appartenga ai contenuti del Magistero infallibile, irreformabile della Chiesa (in quanto dottrina da tenersi definitivamente: “sententia definitive tenenda”) è quanto ribadito da Giovanni Paolo II, con buona pace di Grillo e seguaci:

      “Il Romano Pontefice, infatti, ha la “sacra potestas” di insegnare la verità del Vangelo, amministrare i sacramenti e governare pastoralmente la Chiesa in nome e con l’autorità di Cristo, ma tale potestà non include in sé alcun potere sulla Legge divina naturale o positiva. Né la Scrittura né la Tradizione conoscono una facoltà del Romano Pontefice per lo scioglimento del matrimonio rato e consumato; anzi, la prassi costante della Chiesa dimostra la consapevolezza sicura della Tradizione che una tale potestà non esiste. Le forti espressioni dei Romani Pontefici [ricordate in precedenza, ndr] sono soltanto l’eco fedele e l’interpretazione autentica della convinzione permanente della Chiesa.

      Emerge quindi con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni sacramentali rati e consumati è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi DEFINITIVAMENTE, anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante un atto definitorio.
      Tale dottrina infatti è stata esplicitamente proposta dai Romani Pontefici in termini categorici, in modo costante e in un arco di tempo sufficientemente lungo. Essa è stata fatta propria e insegnata da tutti i Vescovi in comunione con la Sede di Pietro nella consapevolezza che deve essere sempre mantenuta e accettata dai fedeli. In questo senso è stata riproposta dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Si tratta d’altronde di una dottrina confermata dalla prassi plurisecolare della Chiesa, mantenuta con piena fedeltà e con eroismo, a volte anche di fronte a gravi pressioni dei potenti di questo mondo.”

      (Giovanni Paolo II, Allocuzione ai membri del Tribunale della Rota Romana, 21 gennaio 2000, n. 8)

      2) non crede che l’esclusione delle donne dall’ordinazione sacerdotale sia un contenuto del Magistero infallibile, irreformabile della Chiesa:

      https://costanzamiriano.com/2016/10/28/luomo-non-e-il-cancro-del-pianeta/#comment-119947

      e poi non so in quanti altri contenuti infallibili del Magistero non creda (non oserei chiedergli che pensa della transustanziazione o del peccato originale…).

      Il colmo è che questa sorta di “teologo” dalla flagrante eterodossia ha una cattedra al Pontificio (!) Ateneo Sant’Anselmo.

      Per dire a che punto sono ridotti certi atenei pontifici…

  6. Questi libri sono buoni per chi ha fede. Purtroppo, nella mia vita ho constatato la veridicita’ del proverbio amerindo: non si puo’ svegliare chi fa finta di dormire.
    Da notare anche un libro universitario (per lo meno alla Sapienza): la caccia alle streghe di Levack.

    • A regola dovrebbero essere buoni anche per chi, pur senza il dono della fede, ha quello della mente aperta e della sete di conoscenza. Voglio sperare che ce ne siano anche tra i non credenti. Una volta ce n’erano 😉

      • Questa cosa del dono non l’ho mai compresa: Chiedi e ti sara’ dato.
        Avere sete di conoscenza non e’ la stessa cosa di desiderare la Verita’.
        Di fatto la Fede fiorisce nei colti e nei semplici ma per tutto il resto cioe’ il supponente ignorante c’e’ solo arroganza. Almeno questa e’ la mia personale impressione.

        • Intendevo dire che una volta capitava di trovare ebrei francesi come Marc Bloch o ebrei italiani e marxisti come Franco Fortini che non nutrivano stupidi preconcetti sul cristianesimo e ne sapevano apprezzare il valore culturale
          (per Bloch, prestami fede, cito a memoria: “Non si capisce nulla della civiltà medievale se non si conosce il cristianesimo”; per Fortini cito l’aneddoto sul mercoledì delle ceneri raccontato dal suo allievo Socci http://www.antoniosocci.com/perfino-il-gusto-del-parmigiano-del-prosciutto-e-dello-champagne-viene-dal-cattolicesimo/).
          A gente con questo approccio, gente come Léo Moulin, citato più sopra, un libro come quello oggetto del post può solo interessare. A Odifreddi ovviamente no, ma infatti con lui siamo a livelli molto più bassi…

          • I casi citati sono veri intellettuali. In questo caso l’arrogante propaganda di bassa lega a la Repubblica non si puo’ applicare. Le loro critiche al Cristianesimo pero’ vertono su tesi molto piu’ raffinate. Rimane il punto: Conoscenza e Verita’ non sono la stessa cosa e questi intellettuali hanno scelto la prima.

  7. Buongiorno! Vi prego correggete quei tempi verbali all’inizio: va messo il congiuntivo al passato visto che la principale è al passato: “(…) che le donne non AVESSERO (…) che la terra FOSSE (…)” ecc. Le mie orecchie ve ne saranno eternamente grate. Se serve un revisore mi candido.
    Saluti!

  8. p.s. Ne ho già comprati due, uno per me, uno per la biblioteca parrocchiale. Probabilmente li ricomprerò come regali di Natale.

  9. Alla rispettosissima lettera dei quattro cardinali temo che non ci sarà una risposta esplicita ma ci sono delle
    evidenze molto concrete. Abbiamo un papa che fa tradurre il suo pensiero da Scalfari, campione dell’ anticattolicesimo
    duro e puro. Che accetta con un sorriso compiacente in regalo un crocefisso impresso su falce e martello, che non ha
    una parola di rimprovero per i vari dittatori di sinistra sudamericani che stanno distruggendo i rispettivi paesi.
    Loda tutti: luterani, evangelisti, atei, agnostici, maomettani. Proclama ad alta voce che l’ islam è una religione
    di pace. L” unica categoria che sembra avere in “gran dispitto” sembra siano i cattolici, quelli che fanno i figli
    come i conigli, quelli che vorrebbero capire se il peccato esiste ancora, che ritengono che immigrati e mussulmani
    debbono essere considerati esseri umani come gli altri e non esseri alieni cui si debba dare ragione sempre e
    comunque. Un papa che ormai è impossibile criticare dati gli applausi scroscianti che si alzano da tutti gli angoli
    della terra.
    Tuttavia basta leggere gli atti degli apostoli nel quale Pietro, il primo papa, che era corso dietro il plauso del
    mondo, fu duramente, pubblicamente e cristianamente ripreso da S. Paolo. Credo che la lettera dei quattro
    cardinale esprima vero amore per il Papa, vero amore per la Verità, vero amore per la Chiesa, vero amore per Cristo!

    • “Alla rispettosissima lettera dei quattro cardinali temo che non ci sarà una risposta esplicita ma ci sono delle
      evidenze molto concrete.”

      Penso anch’io, ma quello che sarà evidente – anzi, sempre più evidente – sarà la sua reticenza. E anche se c’è pieno di lacchè, come Grillo, che “danno i numeri” per creare una cortina fumogena su questa reticenza, non la si potrà nascondere.

  10. Inizialmente, quando il Signore mi riportò nell’ovile, i miei amici furono infastiditi dalla mia scelta, ma poi sono diventati curiosi, mi hanno fatto delle domande e sono stato chiarificatore su molti argomenti nodali, e devo dire che mi hanno ascoltato con molto interesse. Oggi Papa Francesco ricevendo i Pellegrini Olandesi ha detto: la gente ha una forte sete di Dio. E’ verissimo. E’ importante lo studio della Parola e della Storia Cristiana, non perché è importante la Storia Cristiana in sé, ma è importante per chi vuole conoscere la Fede Cristiana attraverso la Storia. Quindi nel mio comune e ormai credo anche nei comuni limitrofi, la gente non parla più di Galilei streghe e Inquisizioni, perché riesco a spiegare gli argomenti anche con l’uso dei proverbi (che sono Cristiani in stragrande maggioranza) delle citazioni cinematografiche e letterarie. I passaggi più famosi della Letteratura che per altri hanno un significato anticlericale, spiegati da me, tornano al loro senso (spero) originale. Amo leggere, ma la lettura non è sufficiente. E’ meglio leggere poco e molto piano che leggere molto. E’ importante saper rispondere, ma a mio avviso, non si deve discutere non si deve mai pretendere di avere per forza ragione, perché è contro producente, ma si risponde con poche parole semplici e comprensibili, solo quando si è interrogati. La Fede non è un argomento da discussione condominiale, ma va trattata con un certo riguardo. Se gli Artisti Cristiani fossero stati immorali non avrebbero avuto le capacità per realizzare quelle opere. Se non sei Bello dentro non puoi mettere una piccola parte della tua Bellezza in un Opera d’Arte. Lo stesso principio vale anche per i musicisti dell’Orchestra Filarmonica di Berlino. Ciao !

  11. Eletti i nuovi vertici della Chiesa cattolica americana. I vescovi non votano l’agenda di Francesco

    “Gli esperti di Chiesa americana suggerivano di tenere gli occhi aperti sul nome del vicepresidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti che sarebbe uscito premiato dall’urna, nel corso dell’Assemblea generale in corso a Baltimora.

    Da lì, dicevano, si sarebbe capito l’orientamento delle centinaia di vescovi d’oltreoceano, investiti dalla profonda rivoluzione che il Papa ha avviato sul loro terreno: nomine che rappresentano una cesura netta rispetto al passato, nuove priorità (più attenzione al sociale e meno battaglie in strada rivendicando i cosiddetti princìpi non negoziabili) e auspicio d’un generale ravvedimento rispetto alle linee di quel “conservatorismo muscolare” che per lustri ha dominato la scena.

    Il vicepresidente eletto – e in teoria, almeno secondo la prassi, destinato a divenire presidente fra tre anni – è mons. José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles, la più grande diocesi statunitense. Nato a Monterrey, in Messico, è sacerdote dell’Opus Dei.

    Pur avendo richiamato anche in questi giorni la necessità di integrare gli immigrati anziché di costruire muri lungo il confine, come del resto hanno fatto i suoi colleghi, se non altro per richiamo allo spirito evangelico – “Vi prometto che non vi lasceremo mai soli”, ha detto pochi giorni dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca – Gómez è considerato tra i presuli più conservatori degli Stati Uniti, in totale discontinuità con il predecessore, il cardinale Roger Mahony.
    Non pochi interrogativi aveva suscitato la scelta del Papa di non includerlo nella lista dei futuri cardinali che otterranno la porpora sabato prossimo in San Pietro, considerato anche il rilievo della diocesi di cui è pastore…

    Il presidente eletto è il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e anch’egli con un solido profilo conservatore (è tra i firmatari della lettera inviata al Papa durante il Sinodo per lamentare procedure non corrette).

    L’elemento da rilevare è che al ballottaggio per la vicepresidenza contro Gómez – indizio per comprendere la linea politica futura dell’episcopato – non è andato un presule di vedute opposte o un vescovo dal profilo più pastorale (i nomi c’erano, da mons. Thomas Wenski, arcivescovo di Miami attento alle questioni del cambiamento climatico – ha dedicato un ciclo di omelie domenicali all’enciclica Laudato si’, a mons. John Wester, arcivescovo di Santa Fe), bensì mons. Gregory Aymond, di New Orleans, “un tradizionalista, punto e basta”, dice Royal.

    Tra le altre cose, fu tra i firmatari di una lettera di protesta inviata alla Notre Dame University di South Bend, in Indiana, contro la decisione di conferire a Barack Obama una laurea honoris causa, considerate le sue posizioni favorevoli all’aborto e alla ricerca sulle cellule staminali. Una linea che, aggiunge il direttore del Catholic Thing, è quella di mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia.”

    http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/11/15/stati-uniti-chiesa-cattolica-papa-francesco-eletti-vertici___1-v-151217-rubriche_c296.htm

    • “Pur avendo richiamato anche in questi giorni la necessità di integrare gli immigrati anziché di costruire muri lungo il confine, come del resto hanno fatto i suoi colleghi, se non altro per richiamo allo spirito evangelico – “Vi prometto che non vi lasceremo mai soli”, ha detto pochi giorni dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca – Gómez è considerato tra i presuli più conservatori degli Stati Uniti”

      Diciamo che se il mondo non girasse alla rovescia e certi temi fossero “occupati” e associati determinate istanze, le due cose non sarebbero viste come contrapposte… e specialmente non per un paese non basato – come al contrario gli stati europei – su un omogeneita’etnica e culturale piu’o meno storicamente definita, e al 143esimo posto al mondo per densita’abitativa. E – aggiungo da cristiano – in special modo non se gli immigrati provengono da un paese a forte tradizione cattolica! 🙂

      • “Vi prometto che non vi lasceremo mai soli”

        Durante la presidenza più politicamente corretta che si ricordi nella storia della Casa Bianca, dal 2008 al 2014 le espulsioni di immigradi clandestini sono state 2.786.865 (Fonte Homeland Security), e manca ancora il biennio 2015-2016. Ma il razzista è Trump che ne vuole cacciare ben 3.000.000!
        Il muro. Oh, che tempi bui…
        Peccato che la sua costruzione sia iniziata nel 1994 (regnava Clinton), e che al “Secure Fence Act” di Bush (2006) aderirono 25 senatori dem tra i quali Hillary Clinton e il futuro “nobeldellapace” Barack Obama.

        Mario Sechi (il Foglio – List) ha quest’anno più volte ricordato questi fatti caduti d’improvviso nell’oblio, quell’oblio di cui possono godere solo i “democratici”, ogni volta che i fatti che li riguardano non sono in linea con il politicamente corretto. A quanto pare, anche la Chiesa americana non ricorda bene…

        • Non so se era una risposta a me, ma nel caso faccio notare che la proposizione B – con cui posso tra l’altro tranquillamente essere d’accordo, dove B -> “chi adesso critica X perche’governa Tizio avrebbe dovuto criticarlo anche prima quando governava Caio” non falsifica assolutamente l’assunto A, dove A -> “in un mondo meno ideologizzato X e Y non sarebbero in contraddizione”.

          • Certamente.
            Ma allora lo sbandamento ideologico (con atrofia della ragione) riguarda anche questi vescovi che di fatto avallano una gestione confusa delle categorie e delle identità, tale per cui il clandestino diventa subito “immigrato irregolare” e poi tout-court “immigrato” da accogliere.

            • “tale per cui il clandestino diventa subito “immigrato irregolare” e poi tout-court “immigrato” da accogliere.”
              Se questa e’effettivamente, senza nessun tipo di ragionamento a supporto ma solo per ideologia, la posizione della conferenza episcopale statunitense, non posso fare altro che darti ragione.

  12. La Chiesa ha ancora dei pastori!

  13. Sul sito di Sandro Magister una notizia sorprendente, un comitato anonimo fa pervenire mail intimidatorie ai docenti del pontificio osservatorio sulla famiglia in perfetto stile da regime comunista! Da non credere!

    • cacioppogiuseppe ci sono costruttori di calunnie che si sono serviti persino di Barbara D’Urso per distruggere una congregazione! Ne avevano inventate anche su Costanza. Una volta scrissero, fatalità, di essere studenti universitari (proprio la scusa che è saltata fuori). Hanno un’infame pagina facebook, anonima, che non nomino che attacca sacerdoti, cardinali e chiunque si opponga al “nuovo ordine”. Un piccolo esempio: qualche giorno fa dopo un attacco a Padre Scalese, proprio in riferimento all’articolo postato da quegli infami, il Padre sul suo blog ha postato questo:

      “Non so se, con la riorganizzazione dei suoi servizi d’informazione, la Santa Sede si sia dotata di un ufficio incaricato di scandagliare la blogosfera e di compilare una specie di “rassegna stampa” destinata ai collaboratori (o semplicemente di segnalare agli interessati i post che li riguardano), o se tutto avvenga piú banalmente, attraverso il tradizionale passa-parola: “Ehi, hai letto che ha scritto Tizio sul suo blog?”. A ogni modo, constato che i miei post, almeno quelli direttamente riguardanti i dicasteri vaticani, vengono letti da chi di dovere. Non è la prima volta che ho dei riscontri: era già avvenuto con il post del 12 agosto 2016 concernente la nuova costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile”

      http://querculanus.blogspot.it/2016/11/una-importante-e-gradita-precisazione.html

  14. Meno male che gli USA reggono anche su quel fronte.

    Nel frattempo padre Spadaro prima cinguetta che “il Papa ha già chiarito”, ma ci sarebbero quelli che fanno finta di non capire.

    Va bene, padre Spadaro: siamo tutti scemi, cosa vuole: mica siamo gesuiti. Ma gli scemi non meritano cura pastorale?

    Poi cancella il cinguettio, e dice di andarsi a leggere Schönborn. Invece dovrebbe spiegarci perché è un continuo rimando ad altri e perché non si può sentire una parola “sì o no” direttamente dal Papa.

    http://www.onepeterfive.com/a-rapidly-emerging-schism/

  15. Molto bene. E intanto, il nuovo nunzio apostolico (in sintonia con Nunzio) non è contento della marcia a favore della famiglia in Messico. Queste le sue mirabili parole:

    ” “Il tema del matrimonio egualitario. Così detto. Credo che sia un tema sul quale, in maniera speciale, non credo che sia buono per il Paese confrontarsi, andare a una lotta, a contarsi, se si può dire, per vedere quanti sono a favore e quanti contro. Perché è qualche cosa che tocca la Costituzione. E quando si parla di Costituzione, la Costituzione deve essere qualcosa che tutti i messicani, almeno in grande maggioranza devono condividere…Allora credo che sia un’ottima occasione per stabilire il dialogo. Non scambiarsi parole grosse, insulti, pregiudizi, non serve a nulla. Bisogna capirsi, intendersi. La mia opinione è che i messicani, più che confrontarsi, fare proclami o marce, debbano sedersi tutti insieme parlarsi”

    http://www.marcotosatti.com/2016/11/15/messico-famiglia-matrimonio-e-marce-frizioni-discrete-fra-i-vescovi-e-il-nunzio/

  16. “E – aggiungo da cristiano – in special modo non se gli immigrati provengono da un paese a forte tradizione cattolica! :)”

    Purtroppo, pare che la tradizione cattolica la perdono velocemente arrivati in USA, nel senso che rimane la forma, non la sostanza. All’epoca del referendum sui “matrimoni” omosessuali in California erano state pubblicate alcune statistiche a riguardo.

  17. QUESTA E’ LA CEI. ANCH’IO NON HO DUBBI: STO CON BURKE!

    I vescovi italiani non hanno dubbi: gli attivisti gay entrano nei piani pastorali
    di Riccardo Cascioli

    In una tre giorni svolta ad Assisi sulla Amoris Laetitia con tutti i responsabili diocesani della famiglia, la Conferenza episcopale italiana promuove la comunione ai divorziati risposati e legittima i gruppi Lgbt cristiani, confondendo l’accoglienza della persona con la promozione del suo stile di vita.

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-i-vescovi-italiani-non-hanno-dubbigli-attivisti-gay-entrano-nei-piani-pastorali-18066.htm

    • Dall’articolo di Cascioli:

      “E poi c’è il teologo moralista Basilio Petrà secondo cui la «tradizionale posizione cattolica» non consiste nel «compiere sempre la norma come si dà oggettivamente», ma nel «fare ogni momento il bene che appare possibile e doveroso in coscienza»; così si «rimane in grazia di Dio, anche se oggettivamente non ci fosse coincidenza con la norma.”

      Ciò che afferma Petrà è ovviamente del tutto incompatibile con il Magistero autentico della Chiesa, ma purtroppo Petrà afferma ciò che afferma il numero 303 di Amoris laetitia, nel quale si sostiene che chi è in stato di adulterio o fornicazione in coscienza “può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo.”

      Insomma, secondo Amoris laetitia Tizio che vive in una condizione di adulterio può “scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti”, ossia secondo Amoris laetitia ci sarebbero delle circostanze in cui Dio “richiede” a Tizio, come “una donazione”, come “una risposta generosa” alla Sua volontà, che Tizio viva in adulterio.

      Ovviamente questa affermazione di Amoris laetitia è totalmente incompatibile con il Magistero autentico della Chiesa, quindi ben vengano i “dubia” dei quattro Cardinali su Amoris laetitia.

  18. IO, SPOSATA CON UN DIVORZIATO, DICO: HANNO RAGIONE I 4 CARDINALI
    di Stefania Venturino

    “Tuttavia ringrazio con tutto il cuore quei Sacerdoti che, non potendomi dare l’assoluzione quando andavo a confessarmi, poiché vivevo in una situazione stabile di oggettivo peccato grave (il concubinato), mi hanno aiutata a fare un profondo esame di coscienza e a convertirmi, passando da una fede acerba ad una più matura e consapevole, proprio perché sofferta.
    Avrei potuto rifiutare queste indicazioni della Chiesa e fare ugualmente la Comunione, oppure allontanarmene sentendomene offesa o tradita, ma grazie al cielo decisi di
    obbedire
    a quella che consideravo pur sempre l’ Istituzione millenaria con la più grande conoscenza in assoluto dell’uomo e della sua complessità e valore. Anche se la mia coscienza non mi indicava assolutamente nulla di male, essendo sinceramente innamorata dell’uomo che avevo sposato in Comune ma che davanti a Dio non era libero di contrarre matrimonio con un’altra donna, mi sottomisi al vaglio della Chiesa e della sua morale che, chiedendomi di obbedire, mi spalancò la porta verso la vera
    libertà

    Credo quindi, e condivido, la sincerità di spirito, di carità, di giustizia e di fedeltà alla Chiesa e al Santo Padre di questi quattro Eminenti Cardinali (Walter Brandmuller, Raymond Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner) che con la loro accorata lettera al Papa hanno manifestato tutto il loro sincero zelo di Pastori preoccupati non tanto delle discussioni e delle divergenze teologiche che in questo momento stanno forse più lacerando che arricchendo il mondo cattolico, quanto per le anime e per le coscienze di tanti fedeli che, in un mondo ormai culturalmente e socialmente scristianizzato, rischiano di non capire più in cosa consista esattamente la “sana dottrina” e non si sentono più confermate con chiarezza nella Fede…….”

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dubia-i-quattro-cardinali-hanno-ragione-18067.htm

  19. Non risponde, ma continua a battere sui media. Intervista in prima pagina di Avvenire a Papa Francesco (“non svendo la dottrina, ma seguo il Concilio”), e subito subito, a UnoMattina, mons. Fisichella che rilancia in diretta.

    • Soliti sistemi……..

      UNO STRANO CONCISTORO. SENZA INCONTRO CON I CARDINALI DI TUTTO IL MONDO. PER NON RISPONDERE AI “DUBIA”?

      http://www.marcotosatti.com/2016/11/17/uno-strano-concistoro-senza-incontro-con-i-cardinali-di-tutto-il-mondo-per-non-rispondere-ai-dubia/

    • Purtroppo il Santo Padre continua ad alimentare la confusione e il disorientamento tra i fedeli concedendo interviste a destra e a manca, da Scalfari ad Avvenire (interviste nelle quali, oltretutto, parla con slogan ambigui; e interviste che comunque e ovviamente non hanno alcun valore magisteriale e pertanto non vincolano in alcun modo i fedeli ad assentire a quanto vi è affermato), e non rispondendo, come sarebbe tenuto a fare, ad eminentissimi cardinali che gli sottopongono quesiti seri e gravi su un’esortazione apostolica firmata dal Papa stesso e che avrebbe la pretesa di essere un atto magisteriale.

      • E si prospetta pure un Vaticano III! Svegliatemi! Non mi sono mai ripigliata dal II!

        IL PAPA, L’ANNO SANTO, IL FUTURO DELLA CHIESA. UNA SENSAZIONE PERSONALE.

        http://www.marcotosatti.com/2016/11/18/il-papa-lanno-santo-il-futuro-della-chiesa-una-sensazione-personale/

        • Ma no, tranquilla, non è realisticamente alle viste un Vaticano III.

          C’è purtroppo, è innegabile, un durissimo scontro all’interno della Chiesa, che è in corso da tanti anni, ma che ora è deflagrato poiché chi è diventato Papa sta commettendo gravi errori dottrinali e pastorali.

          Ma i cattolici sanno che gli errori non possono prevalere nella Chiesa, Dio provvederà senza alcun dubbio. Concretamente, accadrà o che il Papa regnante correggerà gli errori nei quali è sventuratamente incorso (e per questo dobbiamo pregare), o che, se non lo farà lui, lo farà chi gli succederà.

          Tutto ciò non avverrà in maniera piana e serena, ma traumaticamente e attraversando scontri asperrimi (come attesta la cronaca di questi giorni).

          Il fedele se ne stia al Magistero autentico della Chiesa (non ad Amoris laetitia, quindi, ma al Catechismo della Chiesa cattolica), sfugga alla tentazione diabolica di disprezzare il Papa malgrado egli persista in grave errore (e si ricordi che è tenuto a obbedirgli prontamente e senza renitenza in ciò che egli insegna e dispone di conforme al Magistero autentico della Chiesa) e sfugga alla tentazione diabolica, mentre ne contrasta cristianamente le idee sviate, di disprezzare quanti (vescovi, preti, laici, teologi o che altro) difendono gli errori del Papa, anche se da costoro ricevessero irrisione e insolenze.

    • Nell’intervista al Papa di Avvenire si legge:

      “Al Concilio la Chiesa ha sentito la responsabilità di essere nel mondo come segno vivo dell’amore del Padre. Con la Lumen gentium è risalita alle sorgenti della sua natura, al Vangelo. Questo sposta l’asse della concezione cristiana da un certo legalismo, che può essere ideologico, alla Persona di Dio che si è fatto misericordia nell’incarnazione del Figlio. Alcuni – pensa a certe repliche ad Amoris laetitia – continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere. Il Concilio ci ha detto questo, gli storici però dicono che un Concilio, per essere assorbito bene dal corpo della Chiesa, ha bisogno di un secolo… Siamo a metà.”

      https://www.avvenire.it/papa/pagine/giubileo-ecumenismo-concilio-intervista-esclusiva-del-papa-ad-avvenire

      Ecco, spiace dirlo ma questi sono slogan qualunquisti che confondono i fedeli e nient’altro.

      Le critiche ad Amoris laetitia non sono dettate da legalismo e difetto di misericordia, sono espresse da persone (cardinali, vescovi, sacerdoti, laici ecc.) che amano e difendono il Magistero autentico sul matrimonio e sull’Eucaristia, quello di san Giovanni Paolo II, fedele alla Tradizione, alle Scritture e al Magistero plurisecolare della Chiesa.
      Accusare queste critiche di essere ispirate da legalismo e difetto di misericordia è pari pari accusare san Giovanni Paolo II di essere un legalista che difetta di misericordia. E voglio vederli in faccia quelli che di fatto ardiscono accusare san Giovanni Paolo II di essere un legalista che difetta di misericordia!

      Se si esce dagli slogan qualunquisti, si scopre che è vero l’opposto: si usa autentica misercordia escludendo dall’Eucaristia il divorziato risposato convivente more uxorio, giacché solo escludendolo e spiegando i motivi di tale esclusione 1) gli si fa cogliere senza equivoci la distanza che c’è tra la condotta che egli pratica e quella che gli è richiesta da Nostro Signore Gesù Cristo; 2) lo si pone dinnanzi senza ambiguità all’autentico, altissimo significato dei sacramenti del matrimonio, della penitenza e dell’Eucaristia; 3) gli si chiarisce senza infingimenti la gravità dell’accostarsi indegnamente alla Comunione eucaristica, e con ciò lo si preserva dal commettere un peccato grave contro Cristo stesso, peccato che non può in alcun modo giovare alla salute dell’anima, anzi… Perché sia ben chiaro: la ricezione dell’Eucaristia non può essere di alcun giovamento per la progressione nella vita cristiana, per la crescita spirituale e per la salvezza dell’anima del divorziato risposato perseverante nella convivenza more uxorio, anzi gli è di sicuro e grave nocumento.

      Ammettere all’Eucaristia (e prima all’assoluzione sacramentale) il divorziato risposato che persevera nel convivere more uxorio è quindi misericordia fasulla, contraffazione della misericordia, cioè lassismo: niente a che fare con l’autentica misericordia che Cristo incarna e domanda sia praticata dai Pastori della Sua Chiesa.

      Quanto al Concilio, anche qui nell’intervista slogan qualunquisti e quindi svianti (“o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere. Il Concilio ci ha detto questo”).

      Il matrimonio è trattato dal Concilio ai numeri 47-52 della Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”. Ebbene: dove mai si troverebbe in quel testo il fondamento per ammettere all’Eucaristia divorziati risposati conviventi more uxorio? Da nessuna parte, come è evidentissimo.

      Cito solo il n. 47:

      “la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l’amore coniugale è molto spesso profanato dall’egoismo, dall’edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare.”

      Mi sembra chiaro.

      L’altro documento conciliare in cui si parla di matrimonio è Lumen Gentium n. 11:

      “i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio.
      Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.”

      Anche qui, nessun appiglio ma proprio nessuno per l’ammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio.

      Così parlò il Concilio Vaticano II reale. Non quello immaginario, buono solo per qualche slogan.

  20. Sono basita. Ho ascoltato questo prete proposto dalla Diocesi di Padova giusto per capire dove mi trovo. Io non voglio tediarvi ma se qualcuno vuole sentirlo mi spieghi cos’ha di cattolico, in che modo sembra un prete, di tutto parla fuorché di Cristo, comincia col solito elogio a Lutero che leggendo San Paolo aveva capito che la Chiesa andava in tutt’altre direzioni (per fortuna che c’era lui che è andato nel verso giusto!), poi dice che non ci sono più filosofi validi (l’ultimo è stato Rahner), poi attacca Trump e Rudolph Giuliani (insiste sull’età dice che a 72 anni ad andare in aereo si stanca, gli vorrei ricordare che il Papa ne ha 80), dice che gli immigrati sono pochi, ce ne vogliono molti di più, poi parla dei giovani che vanno a Camaldoli e dice che da loro possiamo imparare perché hanno la spiritualità (new age, Budda, sono vegetariani, dice che lui si vergogna perché mangia pure il maiale), dobbiamo misurarci col buddismo perché il Dalai Lama riempie gli stadi e invece noi insistiamo col gregoriano (magari!), dice che le vacche inquinano e allora bisogna costruire l’hamburger in laboratorio, la scienza e la tecnica ci salveranno, Cristo non pervenuto.

    https://www.spreaker.com/user/7818997/dom-alessandro-barban-al-centro-universi

    • Usa pazienza, tutto si chiarirà. E’ questione di tempo e di pazienza, tanta pazienza. Dobbiamo chiedere la grazia della pazienza e delle fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa, e pregare anche per i sacerdoti che si stanno smarrendo…

  21. Non so se sopravvivo. Forse vado a rinchiudermi in una grotta…..
    Il 21 novembre sarà pubblicata la Lettera Apostolica “Misericordia et misera”
    Lo comunica la sala stampa del Vaticano. Il documento verrà illustrato in una conferenza stampa, in occasione della conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia

    https://www.lastampa.it/2016/11/18/vaticaninsider/ita/vaticano/il-novembre-sar-pubblicata-la-lettera-apostolica-misericordia-et-misera-BVVtTYECiDsjHwc69BhyNN/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  22. Come è noto, al principio dell’estate il vescovo di Philadelphia Charles J. Chaput pubblicò per la sua diocesi delle linee-guida su Amoris laetitia con le quali ribadì che in nessun caso può essere ammesso all’assoluzione sacramentale (e quindi all’Eucaristia) un divorziato risposato convivente more uxorio.

    Qualche tempo dopo, Papa Francesco nominò il vescovo di Dallas Kevin J. Farrell prefetto del nuovo Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (domani sarà fatto cardinale).

    Mons. Farrell è ovviamente un estimatore entusiasta di Amoris laetitia (“Magistero autentico”, “ispirata dallo Spirito Santo”), e nella sua nuova veste ha pensato bene di criticare il connazionale Chaput (che è anche presidente della commissione episcopale statunitense per l’applicazione di “Amoris laetitia”) per le suddette linee-guida che ribadiscono che in nessun caso può essere ammesso all’assoluzione sacramentale (e quindi all’Eucaristia) un divorziato risposato convivente more uxorio.

    Farrell ha detto che “la Chiesa non può reagire chiudendo le porte ancor prima di ascoltare le circostanze e la gente. Non è così che si fa… dobbiamo cercare di trovare le vie per portarli alla piena comunione.”

    Mons. Chaput ha replicato a Farrell:

    “D. – La commissione ad hoc di cui lei fa parte ha in programma una consultazione con l’intera conferenza episcopale degli Stati Uniti su come applicare “Amoris laetitia”?

    R. – L’ha già fatto. La commissione ha sollecitato riflessioni ed esperienze da parte dei vescovi di tutto il paese. Questo lavoro è stato completato qualche settimana fa. Il rapporto della commissione è stato presentato all’allora presidente della conferenza, l’arcivescovo Kurtz. Il cardinale DiNardo, come nuovo presidente, presumibilmente ne farà l’uso che lui e la dirigenza della conferenza troveranno appropriato.

    D. – Perché ha ritenuto importante pubblicare nella sua arcidiocesi le linee guida pastorali che sono entrate in vigore il 1 luglio?

    R. – Perché sia il documento finale del sinodo sia papa Francesco in “Amoris laetitia” hanno incoraggiato i vescovi di ciascun luogo a fare così. In realtà la domanda è un po’ strana. Sarebbe molto più pertinente chiedere perché mai un vescovo dovrebbe ritardare l’interpretazione e l’applicazione di “Amoris laetitia” a beneficio del suo popolo. Su una materia così vitale come il matrimonio sacramentale, esitazioni e ambiguità non sono né sagge né caritatevoli.

    Come si sa, sono stato delegato al sinodo del 2015 e poi eletto e confermato nel consiglio sinodale permanente. Ho quindi una familiarità con la materia e il suo contesto che il cardinale designato Farrell forse non ha.

    “Amoris laetitia” è stata pubblicata l’8 aprile. Le nostre linee guida erano già pronte il 1 giugno, dopo aver consultato il nostro consiglio presbiterale, il consiglio pastorale arcidiocesano, i vescovi ausiliari, la facoltà teologica del seminario e una varietà di liturgisti, canonisti e teologi, sia del laicato che del clero, i quali tutti hanno prodotto eccellenti riflessioni. Abbiamo aspettato fino al 1 luglio per completare una messa a punto finale. Altri vescovi hanno emesso le rispettive linee guida e le risposte adatte alle circostanze delle loro diocesi, che solo loro, in quanto vescovi del luogo, conoscono in reale profondità.

    D. – Il cardinale designato Farrell ha detto a CNS che a suo giudizio, con la guida del capitolo ottavo di “Amoris laetitia” un pastore non può dire a tutti i divorziati e civilmente risposati: sì, fai la comunione. Ma nemmeno può dire a tutti: no, la comunione non è possibile a meno che viviate come fratello e sorella. Come risponde a questa osservazione?

    R. – Mi chiedo se il cardinale designato Farrell abbia davvero letto e compreso le linee guida di Philadelphia che sembra mettere in questione. Le linee guida mettono un chiaro accento sulla misericordia e la compassione. Ciò ha senso in quanto le circostanze individuali sono spesso complesse. La vita è complicata. Ma misericordia e compassione non possono essere separate dalla verità e rimanere virtù autentiche. La Chiesa non può contraddire o aggirare la Scrittura e il suo stesso magistero senza invalidare la sua missione. Questo dovrebbe essere ovvio. Le parole di Gesù stesso sono molto dirette e radicali, in materia di divorzio.

    D. – Ha qualche altro commento che desidererebbe fare?

    R. – Penso che ciascun vescovo negli Stati Uniti provi una speciale fedeltà a papa Francesco come Santo Padre. Noi viviamo questa fedeltà facendo il lavoro al quale siamo stati ordinati come vescovi. Secondo il diritto canonico – per non dire del senso comune – il governo di una diocesi appartiene al vescovo del luogo come successore degli apostoli, non a una conferenza, sebbene una conferenza di vescovi possa spesso offrire un valido spazio per la discussione. In quanto ex vescovo residenziale, il cardinale designato Farrell sicuramente lo sa. E questo rende i suoi commenti ancora più strani, alla luce del nostro impegno per una collegialità fraterna.”

    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/11/18/il-papa-tace-ma-il-neocardinale-suo-amico-parla-e-accusa-non-ce-pace-su-amoris-laetitia/

  23. George Woodall, professore di teologia morale e di bioetica al Regina Apostolorum, difende l’operato dei quattro Cardinali che hanno sollevato i “dubia” su Amoris laetitia:

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dubia-appellolecito-per-salvare-anime-18091.htm

    “- Il papa ha la preoccupazione di non far sentire nessuno escluso, per questo, dice spesso lui stesso, non sopporta la rigidità sulla dottrina. Cosa ne pensa?

    Confesso la gente nella parrocchia in cui abito, mi incontro con altri sacerdoti e con gli studenti e quello che vedo, lo ripeto, è un caos e una divisione crescenti. Ciò che il papa vuole fare con l’AL è chiaro: si capisce che vuole raggiungere le persone in difficoltà per integrarle e accoglierle nella Chiesa.
    E’ la sua intenzione ed è giusta.
    Questo però non è in contraddizione con la sequela alla dottrina. Sono stato parroco di un paese per dieci anni, conosco bene questa necessità di inclusione, motivo per cui ho accolto molte coppie di adulteri che si avvicinavano alla Chiesa. E li ho accompagnati, come suggerito dal Magistero, affinché si ravvedessero per accedere ai sacramenti. Non c’è discrepanza fra sequela alla dottrina e una giusta pastorale.

    – Uno dei quattro cardinali, Raymond Burke, è intervenuto sul National Catholic Register spiegando che ammettere ai sacramenti chi continua a vivere da adultero significa negare o l’indissolubilità del matrimonio o il fatto che la Comunione è realmente il Corpo di Cristo.

    In ballo c’è proprio questa grave questione.

    – Molti, però, sostengono che quello dei cardinali sia un atto contro il papa.

    Non è un atto contro il papa, ma un appello lecito al lui, affinché faccia pubblicamente chiarezza su punti fondamentali, di verità e di morale, per la vita della Chiesa e la salvezza delle anime.
    Concordo anche sul fatto che sia un atto di giustizia, visto che come cristiani siamo tenuti ad essere fedeli a Cristo e al suo Vangelo al di sopra di tutto.
    Questo vale per ciascun fedele, per il papa, per noi chierici, per i laici: nessuno può porsi al di sopra della tradizione e del Vangelo. E se c’è confusione in merito il primo compito del Santo Padre è quello di unire tutti nella verità del Magistero della Chiesa. Perciò spero che il papa risponda all’appello.”

    • C’è anche questo di Antonio Righi

      Osservazioni su Amoris Laetitia e sui dubia espressi dai 4 cardinali
      “Il papa, in quanto pastore universale della Chiesa a cui è stato comandato di confermare i fratelli nella fede ha il dovere di fornire la risposta, perché essere confermato da Pietro nella fede è necessario alla salvezza dell’anima ed è diritto non solo dei quattro cardinali, ma di ogni battezzato”.

      http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/11/osservazioni-su-amoris-laetitia-e-sui-dubia-espressi-dai-4-cardinali/#more-138359

      • Righi evidenzia giustamente quanto sia sviata e sviante la nota 329 dell’Amoris laetitia.

        Purtroppo quella medesima nota 329 è alla base delle sventurate linee-guida applicative di Amoris laetitia elaborate dai vescovi della regione Buenos Aires (che sventuratamente hanno riscosso l’apprezzamento del Papa, notificato in una lettera che peraltro non ha valore magisteriale, e quindi non vincola all’assenso alcun fedele).

        Quelle sventurate linee-guida sono palesemente inquinate da errori dottrinali, da affermazioni contrastanti con il Magistero autentico della Chiesa (perciò è sconcertante che il Papa abbia potuto esprimere consenso a riguardo di tale interpretazione di Amoris laetitia), come ha fatto notare dettagliatamente don Morselli (non sintetizzo, è un intervento breve ma tutto da leggere che svela uno per uno i gravi errori dottrinali cui indulgono dette linee-guida):

        http://blog.messainlatino.it/2016/09/amoris-laetitia-il-perpetuarsi-della.html

        I fedeli tuttavia devono sapere 1) che queste linee-guida, in quanto contaminate da gravi errori dottrinali, non impegnano alcun fedele all’osservanza; 2) che la lettera con cui il Papa sventuratamente ha espresso apprezzamento per tali linee-guida non è in alcun modo un atto magisteriale, e quindi non impegna in alcun modo all’assenso e all’osservanza alcun fedele; 3) sul tema dell’ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio i fedeli sono tenuti a osservare quanto prescritto dal Magistero autentico della Chiesa, cioè quanto enunciato al n. 1650 del Catechismo e stabilito dal canone 915 del Codice di Diritto Canonico.

        In sintesi: anche dopo Amoris laetitia, ogni fedele è tenuto a credere (e a comportarsi di conseguenza) che è in ogni caso e sempre incompatibile con il Magistero autentico della Chiesa, e quindi con la volontà di Cristo che nel Magistero autentico si esprime, che un divorziato risposato convivente more uxorio sia ammesso all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia. Il divieto vien meno se e soltanto se il divorziato risposato interrompe la convivenza more uxorio.

        • Io è da stamattina che sono in stato di shock. Causa impegni familiari, ho fatto per prima la cosa più importante: andare a messa. Pertanto ho cercato una chiesa con messa alle 8. Sono andata a confessarmi. Era un sacerdote giovane, di colore. Tra le altre cose ho manifestato il mio sconcerto per le vicende che ci occupano. Devo dire che in confessionale ne ho sentite tante: sacerdoti preoccupati anche se poi magari non manifestano all’esterno perché tira una brutta aria o magari quelli che dicono che la dottrina non è cambiata. Ma quello che mi ha detto stamattina questo giovane sacerdote non l’avevo ancora sentito. Mi ha detto di non preoccuparmi perché già Papa Benedetto aveva incaricato un gruppo di cardinali affinché facessero di tutto per dare la comunione ai divorziati risposati! Ho preferito non andare oltre, mi sono ammutolita. Al che mi ha dato l’assoluzione, niente atto di dolore e niente penitenza. Pensavo che fosse finita lì invece alla predica il sacerdote, insegnante in seminario, ha detto che alla messa prefestiva avevano avuto una dimostrazione della regalità di Cristo. Al che mi sono messa tutta orecchi, ho pensato: chissà che è successo di sconvolgente! Ha raccontato che un bambino, durante la celebrazione, è salito sull’altare ha fatto di tutto, ha ballato, ha diretto il coro e alla fine gli si è avvicinato con le braccia aperte e lo ha abbracciato. Quale migliore dimostrazione della regalità di Cristo ha concluso! Cioè un bambino (ovviamente incolpevole) scambia la messa per un luna park, viene assecondato, nessuno si premura di spiegargli qualcosa e questa sarebbe una dimostrazione della regalità di Cristo? Mi è caduto l’occhio sul foglio approntato per i canti con canto alla comunione di Padre Davide Maria Turoldo e disegno di Cristo Re (secondo loro). Trattavasi della riproduzione di un quadro di un sacerdote pittore, ho trovato pure il sito internet ma l’ho rimosso non ricordo già più il nome. Era un Cristo vestito poveramente, non regale. Mi son venuti in mente per associazione di idee gli insulti che i cattolici adulti misericordiosissimi, difensori del Papa, stanno facendo in questi giorni sul web postando le foto del cardinale Burke con i paramenti sacri o con la cappa magna con l’aria di chi ha fatto la scoperta dell’America. Il livello va da: “sembra il mago Otelma” a “è rimasto ai tempi dei Borgia”, da “impari la povertà da Papa Francesco” a “chi si crede di essere un faraone”? Sono uscita avvilitissima……

          • Io continuo a non capire questa contrapposizione: non e’ che QUALSIASI cosa dica Benedetto sia PER FORZA GIUSTA, e qualsiasi cosa dica Francesco sia per forza sbagliata.
            Anche ammesso che Benedetto XVI avesse fatto una cosa del genere, AVREBBE SBAGLIATO ANCHE LUI.
            Poi non capisco neppure questa necessita’ di DIRE DELLE BUGIE (da parte del prete) per confermare e autoconfermarsi nell’errore, non mi risulta sia stata investita nessuna commissione da parte di Benedetto XVI, semmai raccomandava alla Sacra Rota (come pure S. Giovanni Paolo II) di non annullare le unioni per “velocizzare”…

            • non mi risulta sia stata investita nessuna commissione da parte di Benedetto XVI…
              *a questo scopo

              • Benedetto XVI aveva detto che bisognava considerare il problema, ma poi non fece in tempo a mettere in cantiere alcuna proposta. Questo quindi non può essere usato in alcun modo per giustificare le gravi cose che stanno accadendo. A parte il fatto che, come dice Piero, se avesse firmato lui l’Amoris Laetitia, avrebbe compiuto gli stessi gravi errori di Francesco.

                La risposta del prete dimostra una concezione peregrina della Chiesa, che sarebbe in mano a decisioni puramente umane e quindi, ammesso e non concesso che due papi siano d’accordo, allora “si può fare”. Invece non è così e francamente spaventa la superficialità e la superbia con cui molti trattano la Parola di Dio.

                PS Ratzinger nel 1972, non ancora cardinale, pubblicò un saggio che effettivamente arrivava a conclusioni simili a quelle di Amoris Laetitia, ma un paio di anni fa il documento venne ripubblicato e ne fece correggere le conclusioni.

                http://www.lastampa.it/2014/11/20/vaticaninsider/ita/vaticano/quando-ratzinger-disse-s-alla-comunione-ai-divorziati-risposati-VvKd5gP2kCG7Fc9B1m82VN/pagina.html

            • Una precisazione pacata, Piero.

              La Sacra Rota non annulla il sacramento del matrimonio – nemmeno ad essa è infatti possibile una simile azione – ma più correttamente dichiara nullo il rito celebratosi.
              Ovvero non afferma “questo matrimonio è annullato”, dice “questo matrimonio non è mai esistito”.
              Immagino che sia stata solo la fretta a fare impiegare il verbo “annullare”, ma di questi tempi non si può cedere un solo millimetro di terreno.
              Per il resto concordo sul fatto che l’errore sia errore, da qualsiasi parte provenga.

              Più in generale, mi permetto un’osservazione forse venata di nostalgia, ma solo apparentemente estemporanea.

              La difesa della verità e della fede poggia (poggiava?) anche sull’antemurale, sulle difese esterne, che sono (erano?) i piccoli e grandi katechon della storia.
              Quel potere politico e temporale, nelle sue più varie manifestazioni (compresa quella pontificia!), che nonostante i difetti e le mancanze degli uomini che lo detenevano veniva comunque declinato secondo un determinato orientamento, pur se talora molto “speditivo”.

              Uno di questi uomini, umile peccatore, rendeva oggi la sua anima al Creatore, cento anni or sono.
              A noi – noi pochi, noi felici pochi – manca come se l’avessimo conosciuto davvero. Perché lo abbiamo conosciuto davvero, nei racconti dei padri come sulle pagine di libri che nessuno o quasi legge più.
              “Serbi Dio…”

              Ciao.
              Luigi

              • Luigi:

                Massimo Viglione

                Dovuto tributo alla memoria
                Cento anni fa, moriva Francesco Giuseppe
                Siamo tutti presi dai grandi eventi di questi giorni, dagli USA al referendum, dall’invasione alla crisi economica, dal terremoto della natura al terremoto nella Chiesa…
                Eppure, non bisogna dimenticare certi obblighi con la storia.
                Nel 1993, ancora giovane laureato e disoccupato, ebbi l’onore vero di commemorare, con due imprtranti conferenze pubbliche – credo unico in tutta Italia – la memoria del martirio di Luigi XVI e Maria Antonietta. Ancora conservo i testi di quelle due, ormai “antiche”, mie conferenze.
                Questa volta non è così. Ma, almeno un breve ricordo su Facebook è d’obbligo, nonostante la valanga degli eventi presenti.
                Il 21 novembre di cento anni fa moriva Sua Maestà Apostolica Francesco GUiuseppe d’Asburgo-Lorena, Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, dopo 68 anni di regno.
                Nato il 18 agosto 1830 dall’Arciduca Francesco Carlo, fratello dell’Imperatore Ferdinando I e dall’Arciduchessa Sofia, ebbe un’infanzia e una gioventù serene e fu educato ai tradizionali valori della famiglia imperiale asburgica.
                La sua vita cambiò radicalmente a 18 anni, a seguito della rivoluzione del ’48, per la quale fu dapprima costretto ad abbandonare Vienna e a rifugiarsi in Tirolo con la famiglia; e quindi fu incoronato Imperatore.
                Durante i giorni del ’48 egli era sul fronte in Italia, ed ebbe il suo battesimo del fuoco nella cruenta battaglia di Santa Lucia, in cui ebbe modo di “toccare con mano” le stragi delle guerre moderne. Ciò lo segnò profondamente nell’animo, e spense i suoi ardori militareschi giovanili. Non divenne certo un “pacifista”, ma cercò di risparmiare per quanto possibile le guerre ai propri sudditi.
                Francesco Giuseppe restaurò l’assolutismo, ma almeno nei primi anni del suo regno fu influenzato dalla personalità della madre, che anzitutto gli volle trovare una degna moglie. La prescelta sarebbe dovuta essere la nipote di Sofia Elena di Baviera, figlia primogenita di sua sorella Ludovica e dell’Arciduca Massimiliano di Wittelsbach (quindi era la cugina di Francesco Giuseppe). Il giovane Imperatore, disubbidendo alla madre, scelse invece la sorella minore di Elena, Elisabetta di Baviera, meglio nota come “Sissi”, allora appena sedicenne. Sebbene potesse sembrare un matrimonio “spontaneo” e quindi di amore, in realtà la vita coniugale non fu felice, perché Sissi era una persona irrequieta che si trovò a disagio nel suo ruolo di Imperatrice. Con il passare degli anni il rapporto s’incrinò, al punto che Elisabetta passava quasi tutta la sua vita lontano da Vienna e dalla Corte, in viaggio per l’Europa. Diventerà una protagonista di quella che oggi chiameremmo “cronaca rosa”, e il suo personaggio ispirerà scrittori e poeti; e più tardi, nella seconda metà del Novecento, anche registi cinematografici.
                Negli anni della giovinezza, Francesco Giuseppe dovette affrontare molti problemi: il Risorgimento italiano e quello tedesco, la fine del dominio temporale del Papa, le rivolte in Ungheria. Soprattutto travagliata fu la sua vita familiare che fu segnata non solo dal fallimento del matrimonio con Sissi, ma anche da una serie di gravi lutti. La figlia Valeria, l’amato fratello Massimiliano, che era divenuto Imperatore del Messico nel 1864 con l’appoggio di Napoleone III, venne fucilato tre anni dopo dai rivoluzionari; sua moglie Carlotta del Belgio impazzì dal dolore. L’unico figlio maschio, l’Arciduca Rodolfo, erede al Trono, nel 1889 si uccise nel castello di Mayerling trascinando con sé nella morte una giovane donna che amava ma non poteva sposare. Da questo momento divenne principe ereditario il cugino Francesco Ferdinando.
                Come se ancora non bastasse nel 1898 un anarchico assassinò Elisabetta. E ancora altro un grave lutto doveva colpirlo, ormai in tarda età. Nel 1914 un terrorista serbo, Gavrilo Princip, assassinò a Sarajevo, in Bosnia, proprio l’erede al Trono Francesco Ferdinando. L’attentato, di cui l’Austria-Ungheria ritenne, sulla base di sospetti rivelatisi non infondati, responsabili i servizi segreti del Regno Serbo, fu la scintilla che scatenò la Prima Guerra Mondiale.
                A questo punto il vecchio Imperatore, a 84 anni e dopo 66 di regno, si trovò a dover affrontare l’ultima guerra della sua vita, la più tragica e orrenda di tutte. Morì nel corso della Prima Guerra Mondiale, nel 1916, in un momento in cui il conflitto sembrava favorevole all’Impero Austro-Ungarico.
                Dopo la morte di Sissi, ebbe a dire: “nulla mi fu risparmiato nella vita”. Non era vero: una cosa gli fu risparmiata, quella che lo avrebbe fatto soffrire più di ogni altra: la morte lo colse due anni prima del crollo definitivo del suo impero.
                La monarchia asburgica ha suscitato una profonda nostalgia dopo la sua caduta, anche perché la sua scomparsa alla fine della Prima Guerra Mondiale perché gli Stati che sorsero sulle sue ceneri si ritrovarono tutti quanti impoveriti e in preda a una profonda crisi anche ma non solo politica ed economica.
                Questa nostalgia portò molti scrittori nati e cresciuti nella vecchia Austria-Ungheria a esprimere il loro rimpianto in opere di grande valore letterario, come i romanzi La marcia di Radetzky e La cripta di cappuccini di Joseph Roth, o Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia.
                Il motivo di tale nostalgia è espresso molto chiaramente in una pagina dello scrittore austriaco Stefan Zweig, tratta dal suo libro di memorie “Il mondo di ieri”. Zweig, che era nato a Vienna nel 1881 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, e quindi aveva conosciuto gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, vi esprimeva la sua nostalgia per il “mondo della sicurezza” che la monarchia austro-ungarica riusciva ad assicurare. Questo sentimento è ben comprensibile soprattutto se si tiene conto del fatto che Zweig scrisse Il mondo di ieri in America, dove si era recato per sfuggire alle persecuzioni naziste, e dove sarebbe morto suicida nel 1942.
                “Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pa¬reva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuale corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avanzamento o quello della pensione.
                Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto poteva spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli im¬previsti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo”.
                Francesco Giuseppe è stato, con la sua Vienna di Strauss, dell’Opera, della Sacker, del tram, delle avanguardie, e con il suo impero ordinato e cristiano, il canto del cigno della civiltà cristiana, massacrata nelle trincee dell’odio massonico della Grande Guerra.
                Con lui è morta una civiltà millenaria. La civiltà.
                Lo stesso giorno, divenne imperatore Carlo I d’Asburgo-Lorena, Beato, e ultimo imperatore della storia dell’Europa cristiana.
                Non abbiamo avuto la ventura di conoscere quei giorni, come Zweig. Eppure, la nostalgia riempie le nostre anime, solo a guardare il volto invecchiato della nobiltà suprema di quest’uomo, che aveva nelle vene e nell’anima il sangue di Carlo V, di Sant’Enrico Imperatore, di Carlo Magno.
                Ogni paragone con il presente diventa blasfemo. Manteniamo nelle nostre anime la nostalgia di un mondo migliore, e per questo odiato, combattuto, assassinato.

                • Francamente queste “nostalgie di un mondo migliore” sono fondate sul nulla. L’Impero Asburgico di Francesco Giuseppe era marcio fino al midollo, e questo marcio stava anche nella finta cattolicità di quel paese. Se un paese ha vere radici cristiane, queste non cadono dall’oggi al domani. Vale per l’Austria, la Spagna, l’Irlanda, eccetera. In Francia ci sono voluti due secoli di dittatura diretta o indiretta del giacobinismo per demolire le radici cristiane, il che dimostra che c’erano per davvero. In Austria, Spagna ed Irlanda tutto è franato in pochissimo tempo. A dimostrare che la crisi della Chiesa ha radici che vanno molto più indietro del CVII e che, semmai, questi ultimi cinquant’anni sono solo la fase conclusiva.

                  Per cui, francamente, eviterei queste nostalgie che non servono a niente, anzi, sono controproducenti perché mirano a proporre come soluzione una cosa che è invece fallita.

                  Quanto a Francesco Giuseppe, stendiamo un pietoso velo, altro che campione del cristianesimo. Carlo d’Asburgo è beato, mica Francesco Giuseppe.

                  • Non sono un’esperta. L’ho postato per Luigi.

                    • “Non sono un’esperta. L’ho postato per Luigi”

                      E Luigi ringrazia, di cuore, per il pensiero.

                      Ciao.
                      Luigi

                  • A questo punto però dacci qualche informazione in più da cui deduci questo giudizio si Francesco Giuseppe. Lungi da me essere nostalgico di quel tipo di cattolicità, ma voglio farmi un’idea ben fondata.
                    E poi mi chiedo se c’è mai stato uno stato europeo che abbia goduto in modo durevole di una cattolicità feconda e florida, sia sul piano della classe dirigente (con annessa politica internazionale) che su quello del popolo (con annessa politica sociale). Diciamo direttamente che la Chiesa è sempre stata in crisi (ma continuamente risorgente)?

                    • “A questo punto però dacci qualche informazione in più da cui deduci questo giudizio si Francesco Giuseppe. ”

                      Non è che vorrei andare troppo alla deriva sulla questione; anche perché l’articolo di Viglione non dice proprio niente di concreto, ma fa riferimento ad un vago sentimentalismo nostalgico (d’altronde Viglione – che peraltro apprezzo al di fuori di questi argomenti – fa parte di una comunità nostalgica). Forse basta questa vacuità a chiudere la questione. Comunque sulla cattolicità austriaca c’era un articolo ben fatto su PapalePapale:

                      http://www.papalepapale.com/develop/autopsia-della-chiesa-austriaca-parte-1/
                      http://www.papalepapale.com/develop/autopsia-della-chiesa-austriaca-parte-2/

                      Il sito è in manutenzione e non è disponibile neanche l’archivio del passato. Lo trovi qui, ma solo la prima parte:

                      https://web.archive.org/web/20141021184804/http://www.papalepapale.com/develop/autopsia-della-chiesa-austriaca-parte-1/

                      Per l’Austria, in un paragrafo intitolato “La gran morta. Bellissima fuori e marcia dentro.”. Se ne può leggere solo l’inizio. Ora vedo se riesco a recuperare la seconda parte (all’epoca, purtroppo, tenevo solo i bookmark invece di salvarmi una copia in PDF).

                      Una risposta concreta, pur se sintetica, però te l’ho già data: un membro di quella famiglia è stato beatificato, Francesco Giuseppe no. Congiura? Che poi venga fatto passare per la vittima della I Guerra Mondiale è al limite del ridicolo: la guerra la dichiarò lui, mica la Serbia. Non era obbligato. La guerra era una congiura della Massoneria? Magari sì, comunque lui, come minimo, abboccò.

                      È un santino simile a quello di Nicola II: entrambe le famiglie reali vengono fatte passare come congreghe di santi, mentre in realtà era difficile trovarne uno sano: basta pensare a certe figure tragiche della prima e alla fortuna che un mezzo pazzo, mezzo indemoniato come Rasputin ebbe con la seconda. In realtà traggono questa fama immeritata da una visione manichea della storia: siccome sono state travolte da varie forme di rivoluzioni, tutte anti-cattoliche, allora per forza erano campioni del cattolicesimo. Questa è una fallacia logica di falsa dicotomia.

                      ” Diciamo direttamente che la Chiesa è sempre stata in crisi (ma continuamente risorgente)?”

                      Sì, ed è quasi ovvio che sia così: il cattolicesimo è l’incontro diretto che ognuno fa col Cristo, quindi non è risolvibile in termini di autorità. Questa ha certamente un senso, eccome, incluso un ruolo da katechon, ma non è detto che sia risolutivo: il popolo, inteso come insieme di singoli, gode del libero arbitrio. Questo è l’errore che spesso la Chiesa ha fatto: illudersi che il controllo dell’autorità sia sufficiente. Invece è una battaglia continua, una vera e propria fatica di Sisifo fino agli ultimi tempi, perché ogni convertito può sempre perdersi, e perché ogni generazione è sempre diversa dalla precedente. Nell’articolo di PP c’era una citazione di Messori:

                      “Non preoccuparsi del fondamento, cioè, della fede, ma della istituzione clericale, alla ricerca ossessiva di strutture democratiche, egualitarie, aperte, liberanti, nondiscriminanti, dialoganti. Ciò che interessava era la carrozzeria ecclesiale, non il motore che tutto muoveva, erano i mezzi e non il fine, non era la fede ma le conseguenze sociali e politiche da trarne. E, per l’utopia delirante, nessuna riforma era mai sufficiente, c’era sempre uno più sognatore degli altri per annunciare Città del Sole sulle quali splendesse ancora più gloriosa la luce dell’eguaglianza e dell’impegno radicali. Impegno inteso come liberazione non dal peccato individuale, bensì da quello sociale, da quello portato dalle sovrastrutture politiche ed economiche dei nuovi Grandi Satana: dal capitalismo alle multinazionali, dai fascisti ai borghesi. Si dicevano, e in buona fede ci credevano, cristiani ma gridavano come se Gesù non ci avesse ammoniti che ogni male non proviene da fuori ma dall’interno dell’uomo; come se il compito del credente nel Vangelo non fosse innanzitutto l’impegno contro il peccato che è in lui, condizione indispensabile per tentare di costruire una società migliore, per quanto quaggiù è possibile”

                      Messori si riferiva al post-concilio (“strutture democratiche, ecc…”). Ma l’errore non è nuovo: la Chiesa fece l’errore di appoggiarsi alle strutture di potere anche in altri momenti e luoghi, come il franchismo spagnolo _dopo_ la fine della guerra civile (prima non c’erano alternative). Ovviamente non si appoggiava alle “strutture democratiche”, ma a quelle politiche contingenti dell’epoca. Certo “putinismo” è lo stesso tipo di errore.

                      Quello che è grave del periodo post-conciliare è che: 1) è partita l’idea di adeguarsi al mondo ovunque e sempre, non solo in certi casi; 2) sono passate alcune generazioni “ecclesiali” educate a questa mentalità, e sono quelle che ora ci troviamo al governo della Chiesa; 3) almeno, nel passato, le strutture di potere spesso assumevano una facciata cattolica, ora sono sfacciatamente anti-cristiche.

                      Questa considerazione, tornando alla questione degli Asburgo, già mi rende ragione: inutile rimpiangere i vecchi tempi come se certe dinastie avessero assicurato il paradiso in terra, che non c’è mai stato. Tuttavia, è necessario differenziare tra la fedeltà dei governanti e la fedeltà del popolo e tra periodi che sono certamente peggiori di altri.

                      Per i governanti, abbiamo avuto certi monarchi santi, e penso sia inutile che faccia la lista. Certo, sono una percentuale esigua del totale dei monarchi ufficialmente cattolici che abbiamo avuto, il che fa capire quanto il rapporto tra potere e cattolicesimo sia problematico. Ma siccome non crediamo nella predestinazione, questo va a discredito di quelli che santi non furono.

                      Per i popoli, mi sembra evidente che ce ne sono di più fedeli e meno fedeli. Noi italiani, per esempio, siamo caduti dopo altri. All’est, e non penso solo alla Russia – situazione complicata e tutt’altro che rosea, comunque è un fatto che il cristianesimo ha resistito a settant’anni di una delle più dure dittature mai viste sul pianeta – ma anche ad altre nazioni europee dell’est.

                    • Trovato. I pezzi erano in realtà tre, ma la parte relativa all’Austria imperiale è sostanzialmente la seconda:

                      https://web.archive.org/web/20141021185108/http://www.papalepapale.com/develop/inchiesta-autopsia-della-chiesa-austriaca-parte-2/

                      https://web.archive.org/web/20150117130535/http://www.papalepapale.com/develop/inchiesta-autopsia-della-chiesa-austriaca-3-e-ultima-parte/

                      Riporto la parte significativa:

                      Vi sarebbe anche un’altra cosa più complessa e delicata da dire. Un altro dramma di questo destino tragico e banale insieme dell’Austria. Accenniamone soltanto.

                      Il dramma dei paesi del cattolicesimo “imperiale”, dove il peggiore esempio è venuto proprio dalle tanto rimpiante corti. Anzitutto, premetto che non comprendo e affatto condivido in pieno l’entusiasmo talora bambinesco e insieme senile da passato che ha sempre il culo più roseo, di molti cattolici conservatori per i passati fasti e favoleggiata “protezione” della casa D’Asburgo sulla chiesa cattolica. Che quando si decise ad essere davvero tale, era ormai già troppo tardi (1849) e interveniva solo a riparare guasti e conflitti che gli stessi Asburgo avevano provocato nei rapporti fra impero austriaco e chiesa cattolica, minando, come vedremo, per i secoli a seguire la fede e la fedeltà del popolo austriaco. Fino all’ultimo ruggito del vecchio leone imperiale nel conclave che elesse Pio X, nel 1903, quando l’imperatore pose il veto all’elezione, quasi certa, del cardinale Rampolla del Tindaro… che poi questo capriccio imperiale risulterà provvidenziale, è un altro discorso.

                      Ma non dimentichiamo che sarà proprio sotto Giuseppe II D’Asburgo (e prima, sotto la madre, imperatrice Maria Teresa), circondato da giansenisti e da non poche influenze riformate provenienti dalla vicina imperial Prussia (riforma luterana della quale se gli imperiali erano indifferenti alle dottrine, di certo ne condividevano le motivazioni), che dilagò il giurisdizionalismo, il febronianesimo, il conseguente giuseppinismo, con i quali furono martoriati i diritti, la dignità, la libertà, l’autonomia interna della chiesa austriaca e del papa, furono soppressi ordini religiosi, laicizzato l’insegnamento e abolito quello cattolico; l’imperatore si arrogava il diritto di confermare o revocare le bolle papali sul suo territorio, la formazione del clero, la nomina dei vescovi. Soprattutto, ed è quello che ci interessa, la tendenza di fondo del giuseppinismo asburgico oltre che la persecuzione di molte realtà cattoliche, aveva mutuato dal febronianesimo la volontà di concentrare nella mani dello stato austiaco i poteri sul clero nazionale, sottraendoli al papa e ai suoi rappresentanti, i nunzi apostolici. Di fatto creando una sorta di nazionalizzazione del clero austriaco, un gallicenesimo peggiore e tutto verticale che non saliva dal basso, come talora era in Francia, ma che calava come una cappa di piombo dall’alto, dalle mani dell’imperatore stesso. Questa sarà una tendenza che resterà e coverà a lungo come fuoco sotto la cenere, nell’animo dei cattolici e del clero austriaco. Senza contare le infiltrazioni illuministe, e poi del positivismo scientista all’interno della corte in pieno ’800 (qualche spunto lo può fornire forse inconsapevolemente il bel film “The Illusionist”). Tutte tendenze che, per farla breve, si andarono più tardi a incastrare magnificamente con la rivoluzione. E l’elemento principe, oltre che la dipendenza delle alte gerarchie dal potere centrale, la loro cattività cortigiana, sarà proprio lo smagliamento dell’insegnamento cattolico nelle scuole e il vizio della strisciante “antiromanità” delle superiori gerarchie di quel cattolicesimo lì.

                      I cattolici austriaci, proprio grazie agli Asburgo, arrivarono faccia a faccia con le rivoluzioni senza avere più la preparazione culturale e religiosa necessaria per affrontarle. Ad un certo punto nessuno più seppe insegnare la sana dottrina. Il cardinale di Vienna Theodor Innitzer, già ministro del governo austriaco, in un primo tempo plaudì al nazismo. Il successore Franz Konig, assecondò completamente il secolo e lo spirito malato dei suoi tempi, non esente da connivenze massoniche. Dinanzi alla rivoluzione sessuale del ’68 il clero per primo cedette supinamente. E tuttora, con tutto l’anacronismo possibile e così tipico delle clericali passionacce ideologiche a scoppio ritardato, è in pieno fermento rivoluzionario: in loro vi è la summa di tutte e quattro le rivoluzioni catalogate da Plinio Correa de Oliveira.

                      C’è un altro punto. Questi cattolicesimi “imperiali”, che hanno avuto sino a tal punto la copertura delle strutture statuali e dinastiche, questo cattolicesimo ufficialissimo, in realtà spesso mascherava la superficialità della reale cristianizzazione di quei popoli e persino del clero e dei governanti stessi. Addobbato di prebende e patacche, di privilegi fatui ed etichette sclerotiche, spesso questo clero scaricava sulla forma il valore che dovrebbero avere la sostanza e i fatti. E ne aumenta la mollezza, la rilassatezza, l’accomodarsi sulle garanzie che offriva il potere costituito, in fatto di religione, dimenticando che il cattolicesimo è missione, conversione e riconversione continua. Del resto la storia ci ha dimostrato di quanto possa essere falsa, ingannevole, fittizia la professione di fede di intere categorie sotto un regime ufficialmente “cattolico”, pronta a scatenarsi in ribellione alla prima occasione buona, spesso quando quel potere centrale “ufficialmente” cattolico viene meno della sua forza. Se guardiamo alla storia spagnola e alla vicenda dei marrani, dei moriscos, della stessa pratica religiosa quotidiana di impiegati e funzionari statali “casomai si perdeva il posto” sotto gli imperatori o sotto Francisco Franco, ci rendiamo conto proprio di questo: che si incrementano gli ipocriti e più spesso si allevano serpi in seno, che poi, alla caduta del regime “ufficialmente cattolico”, passano dal segno di croce quotidiano a rovesciare le croci e crocifiggere i preti, fare strage di cattolici, dedicarsi a ogni orgia rivoluzionaria. Preti compresi.

                  • Fabrizio Giudici ha parole troppo severe per l’Impero asburgico e per Cecco Beppe, del quale la mia nonna teneva il ritratto sul comodino. Non voglio entrare in un dibattito storico, ma ne ricordo volentieri il pronipote con le parole di Messori.

                    Il Papa elegge a modello un re
                    di Vittorio Messori
                    [Dal “Corriere della Sera”, 3 ottobre 2004]
                    … Difficoltà soprattutto esterne alla Chiesa, invece, per la glorificazione di Carlo I, ultimo imperatore dell’impero austroungarico. Uomo sul quale si appuntarono gli odi convergenti sia della sinistra repubblicana e del liberalismo massonico sia del nazismo. Progressisti e reazionari marciarono uniti contro questo giovane sovrano e la sua memoria. In Hitler, l’avversione per l’ultimo Asburgo, raggiunse picchi patologici, da bava alla bocca. Per quanto riguarda l’Italia, bisogna ricordare che al rovesciamento di alleanze (dalla triplice con l’Austria e Germania, all’Intesa con Francia e Inghilterra) e all’intervento in guerra, nel 1915, parteciparono attivamente gli esponendi del radicalismo democratico e delle Logge. Agiva, in essi, il vecchio desiderio di spazzare via la monarchia austriaca, erede del Sacro Romano Impero, bastione del cattolicesimo, nutrita ancora di tradizioni Ancien Regime. Quell’impero andava distrutto e con esso gli asburgo «papisti». Quanto al nazional socialismo: non a caso l’austriaco Adolf si sottrasse alla chiamata alle armi del suo Paese, che detestava, e si arruolò volontario con le truppe bavaresi. Anche per lui, l’antica monarchia era esecrabile per la fede religiosa che onorava pubblicamente e per la tolleranza verso le otto nazionalità dell’Impero. L’avversione hitleriana ingigantì quando, nel 1916, alla morte di Francesco Giuseppe, salì al trono il giovane Carlo che era noto per il suo cattolicesimo militante e che si rese addirittura colpevole di ciò che per il militarismo tedesco era un tradimento abominevole. La proposta, cioè, di intavolare trattative con il nemico per giungere a una pace equa, senza vinti né vincitori. Se la Grande Guerra non terminò almeno un anno e mezzo prima, risparmiando all’Europa qualche milione di morti (e all’America l’intervento) lo si deve alla rabbiosa opposizione di sinistre e destre, unite, ai tentativi di pace di Carlo I. Il quale, d’accordo con il Papa nel considerare quella lotta una «inutile strage», fu oggetto d’odio di radicali e di nazionalisti, di liberali massoni e di fautori della guerra come igiene del mondo e come volontà di potenza. Personaggio ammirevole, quest’ultimo imperatore morto a 35 anni di stenti, relegato in un’isola dell’Atlantico. In lui, sembrano rivivere le virtù leggendarie dei re medievali. Mentre Cadorna (e, con lui, tutti gli altri Signori della Guerra) invasati dalla mistica dell’assalto in massa, siluravano i generali che non esibissero un alto numero di caduti, Carlo I destituiva i comandanti che registravano perdite troppo alte tra i loro soldati. Mentre i franco-inglesi e i tedeschi cercavano gas sempre più micidiali, il comandante supremo della Duplice Monarchia cedette all’ira, per la prima volta nella sua vita, quando seppe che le divisioni tedesche sfondarono a Caporetto con l’uso massiccio degli asfissianti. Al fronte, dicevano i generali, si mangiava assai meglio che al palazzo di Vienna, dove la famiglia imperiale campava con la tessera alimentare di operai e contadini. All’amore del popolo, faceva contrasto l’odio dei ricchi e dei privilegiati per la sua politica di giustizia sociale secondo gli insegnamenti della Chiesa. Figura poco studiata, questa di Carlo I, perché «politicamente scorretta» per gli ideologi del Novecento. Ma la Chiesa non lo ha dimenticato e, da oggi, lo prega sugli altari e lo propone come esempio ai governanti.

                    • Vanni,

                      non mi sembra che le cose scritte aggiungano novità. Di Carlo d’Asburgo ho già scritto, ma non è che i meriti di uno ricadano su discendenti e ascendenti. E anche dell’odio in chiave anti-cattolica per l’Impero ho già scritto ed è una cosa nota, almeno tra i cattolici informati. Il pezzo di PapalePapale, fondato sulla ricerca storiografica, non nega queste cose: fa presente che Cecco Beppe, indipendentemente dal sentimentalismo dei nonni, contribuì non poco ad indebolire il cattolicesimo nel popolo, favorendo poi paradossalmente tutti quelli che gli si sono scagliati contro. I problemi si affrontano per come sono nella realtà reale, non quella percepita.

                    • Per Fabrizio

                      Se stanotte percepisci che ti tirano i piedi, è la mi’ nonna.

            • 1) Benedetto XVI parlò di questo tema dei divorziati risposati nel 2005:

              “Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. Questo pone un problema.

              Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse.
              Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento.
              Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire.”

              https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/july/documents/hf_ben-xvi_spe_20050725_diocesi-aosta.html

              – Insomma, Benedetto XVI, quand’era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, invitò “diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare” non la possibilità di ammettere all’Eucaristia divorziati risposati conviventi more uxorio, ma “questo problema: un sacramento celebrato senza fede”, cioè se e come la mancanza di fede possa rendere invalido il matrimonio.

              2) Nel gennaio 2013 Benedetto XVI trattò in modo molto più articolato e dettagliato la questione del nesso tra mancanza di fede è invalidità del matrimonio:

              “Nel contesto dell’Anno della fede, vorrei soffermarmi, in modo particolare, su alcuni aspetti del rapporto tra fede e matrimonio, osservando come l’attuale crisi di fede, che interessa varie parti del mondo, porti con sé una crisi della società coniugale, con tutto il carico di sofferenza e di disagio che questo comporta anche per i figli. Possiamo prendere come punto di partenza la comune radice linguistica che, in latino, hanno i termini fides e foedus, vocabolo, quest’ultimo, col quale il Codice di Diritto Canonico designa la realtà naturale del matrimonio, come patto irrevocabile tra uomo e donna (cfr can. 1055 § 1). Il reciproco affidarsi, infatti, è la base irrinunciabile di qualunque patto o alleanza.

              Sul piano teologico, la relazione tra fede e matrimonio assume un significato ancora più profondo. Il vincolo sponsale, infatti, benché realtà naturale, tra i battezzati è stato elevato da Cristo alla dignità di sacramento (cfr ibidem).

              Il patto indissolubile tra uomo e donna, non richiede, ai fini della sacramentalità, la fede personale dei nubendi; ciò che si richiede, come condizione minima necessaria, è l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. Ma se è importante non confondere il problema dell’intenzione con quello della fede personale dei contraenti, non è tuttavia possibile separarli totalmente. Come faceva notare la Commissione Teologica Internazionale in un Documento del 1977, «nel caso in cui non si avverta alcuna traccia della fede in quanto tale (nel senso del termine “credenza”, disposizione a credere), né alcun desiderio della grazia e della salvezza, si pone il problema di sapere, in realtà, se l’intenzione generale e veramente sacramentale di cui abbiamo parlato, è presente o no, e se il matrimonio è contratto validamente o no» (La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio [1977], 2.3: Documenti 1969-2004, vol. 13, Bologna 2006, p. 145). Il beato Giovanni Paolo II, rivolgendosi a codesto Tribunale, dieci anni fa, precisò, tuttavia, che «un atteggiamento dei nubendi che non tenga conto della dimensione soprannaturale nel matrimonio può renderlo nullo solo se ne intacca la validità sul piano naturale nel quale è posto lo stesso segno sacramentale» (ibidem).

              Circa tale problematica, soprattutto nel contesto attuale, occorrerà promuovere ulteriori riflessioni…

              La fede in Dio, sostenuta dalla grazia divina, è dunque un elemento molto importante per vivere la mutua dedizione e la fedeltà coniugale (Catechesi all’Udienza generale [8 giugno 2011] : Insegnamenti VII/I [2011], p. 792-793). Non s’intende con ciò affermare che la fedeltà, come le altre proprietà, non siano possibili nel matrimonio naturale, contratto tra non battezzati. Esso, infatti, non è privo dei beni che «provengono da Dio Creatore e si inseriscono in modo incoativo nell’amore sponsale che unisce Cristo e la Chiesa» (Commissione Teologica Internazionale, La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio [1977], 3.4: Documenti 1969-2004, vol. 13, Bologna 2006, p. 147).

              Certamente, però, la chiusura a Dio o il rifiuto della dimensione sacra dell’unione coniugale e del suo valore nell’ordine della grazia rende ardua l’incarnazione concreta del modello altissimo di matrimonio concepito dalla Chiesa secondo il disegno di Dio, potendo giungere a minare la validità stessa del patto qualora, come assume la consolidata giurisprudenza di codesto Tribunale, si traduca in un rifiuto di principio dello stesso obbligo coniugale di fedeltà ovvero degli altri elementi o proprietà essenziali del matrimonio.

              Non si deve quindi prescindere dalla considerazione che possano darsi dei casi nei quali, proprio per l’assenza di fede, il bene dei coniugi risulti compromesso e cioè escluso dal consenso stesso; ad esempio, nell’ipotesi di sovvertimento da parte di uno di essi, a causa di un’errata concezione del vincolo nuziale, del principio di parità, oppure nell’ipotesi di rifiuto dell’unione duale che contraddistingue il vincolo matrimoniale, in rapporto con la possibile coesistente esclusione della fedeltà e dell’uso della copula adempiuta humano modo…

              Con le presenti considerazioni, non intendo certamente suggerire alcun facile automatismo tra carenza di fede e invalidità dell’unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza possa, benché non necessariamente, ferire anche i beni del matrimonio, dal momento che il riferimento all’ordine naturale voluto da Dio è inerente al patto coniugale (cfr Gen 2,24).”

              https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2013/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20130126_rota-romana.html

              – Come si vede, qui Benedetto XVI non parla dell’ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio.

              Afferma che è necessario valutare sempre meglio e più accuratamente come la mancanza di fede personale nei nubendi possa concorrere all’invalidità del matrimonio (“circa tale problematica, soprattutto nel contesto attuale, occorrerà promuovere ulteriori riflessioni”).
              Precisa al riguardo che tale mancanza di fede “può giungere a minare la validità stessa del patto QUALORA, come assume la consolidata giurisprudenza di codesto Tribunale, si traduca in un rifiuto di principio dello stesso obbligo coniugale di fedeltà ovvero degli altri elementi o proprietà essenziali del matrimonio”.
              E in questo senso allega una citazione da un discorso di Giovanni Paolo II: “un atteggiamento dei nubendi che non tenga conto della dimensione soprannaturale nel matrimonio può renderlo nullo SOLO SE ne intacca la validità sul piano naturale nel quale è posto lo stesso segno sacramentale.”

              A scanso di equivoci, Benedetto XVI chiarisce che “con le presenti considerazioni, NON intendo certamente suggerire alcun facile automatismo tra carenza di fede e invalidità dell’unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza POSSA, benché NON NECESSARIAMENTE, ferire anche i beni del matrimonio, dal momento che il riferimento all’ordine naturale voluto da Dio è inerente al patto coniugale (cfr Gen 2,24).”

              3) Quanto all’ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei divorziati risposati conviventi more uxorio, Benedetto XVI ha ribadito quanto insegnato da Giovanni Paolo II, e lo ha fatto nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis al n. 29:

              “Se l’Eucaristia esprime l’irreversibilità dell’amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si comprende perché essa implichi, in relazione al sacramento del Matrimonio, quella indissolubilità alla quale ogni vero amore non può che anelare.
              Più che giustificata quindi l’attenzione pastorale che il Sinodo ha riservato alle situazioni dolorose in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del Matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove nozze.

              Si tratta di un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga dell’odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici.
              I Pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti.

              Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli.

              Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del Matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. Bisogna poi assicurare, nel pieno rispetto del diritto canonico, la presenza sul territorio dei tribunali ecclesiastici, il loro carattere pastorale, la loro corretta e pronta attività.

              Occorre che in ogni Diocesi ci sia un numero sufficiente di persone preparate per il sollecito funzionamento dei tribunali ecclesiastici. Ricordo che « è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli ».
              È necessario, tuttavia, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto.

              Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità: questa infatti non è mai astratta, ma « si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele ».

              Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale.

              Tale cammino, perché sia possibile e porti frutti, deve essere sostenuto dall’aiuto dei pastori e da adeguate iniziative ecclesiali, evitando, in ogni caso, di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del Matrimonio.”

            • Son d’accordo con te Piero. Io non ce l’ho questa contrapposizione. E’ che quel sacerdote ha detto una bugia. Sapevo anche dell'”errore di gioventù” di Ratzinger ma affermare che aveva dato incarico a una commissione di cardinali perché a tutti i costi trovassero il modo di dare la comunione ai divorziati risposati è palesemente falso! Ed è successo durante la confessione! Io non ho reagito per rispetto al Sacramento e al ruolo.

  24. Solo per segnalare che è stata appena pubblicata la Lettere apostolica “Misericordia et misera” di Papa Francesco al termine del Giubileo della Misercordia.

    L’integrale è qui:

    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20161120_misericordia-et-misera.html

    Qui una sintesi delle “novità”:

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-assoluzione-da-aborto-e-confessione-dei-lefebvrianiil-papa-prosegue-il-giubileo-della-misericordia-18109.htm

    – Nel documento non sono contenute precisazioni rispetto a quanto affermato nel capitolo 8 di Amoris laetitia sull’ammissione all’assoluzione sacramentale e all’Eucaristia dei componenti coppie irregolari.

    Alla famiglia è dedicato il n. 14:

    “In un momento particolare come il nostro, che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa». Il sentiero della vita che porta un uomo e una donna a incontrarsi, amarsi, e davanti a Dio a promettersi fedeltà per sempre, è spesso interrotto da sofferenza, tradimento e solitudine. La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente.

    La grazia del Sacramento del Matrimonio non solo fortifica la famiglia perché sia luogo privilegiato in cui vivere la misericordia, ma impegna la comunità cristiana, e tutta l’azione pastorale, a far emergere il grande valore propositivo della famiglia.

    Questo Anno giubilare, comunque, non può far perdere di vista la complessità dell’attuale realtà familiare. L’esperienza della misericordia ci rende capaci di guardare a tutte le difficoltà umane con l’atteggiamento dell’amore di Dio, che non si stanca di accogliere e di accompagnare.

    Non possiamo dimenticare che ognuno porta con sé la ricchezza e il peso della propria storia, che lo contraddistingue da ogni altra persona. La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio.
    Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia.”

      • Effettivamente come titolista non posso neanche lontanamente paragonarmi ai maestri di Repubblica…

        • Lasciando perdere i commenti dei titolisti di Repubblica, tuttavia una cosa andrebbe detta: che prima l’aborto era un peccato grave e la disciplina ecclesiastica seguiva questa premessa: ora rimane un peccato grave, a parole, ma la disciplina ecclesiastica lo tratta come gli altri. Oltretutto con la solita modalità: si introduce un provvedimento eccezionale (ragionevole in tempi eccezionali come quelli degli anni giubilari) e poi l’eccezione diventa norma.

          • “solita modalità: si introduce un provvedimento eccezionale (ragionevole in tempi eccezionali come quelli degli anni giubilari) e poi l’eccezione diventa norma.”

            Concordo con Fabrizio!

            Eppoi…. ci si sposa sempre più tardi, e dobbiamo pensare che ancora qualcuno va a sposarsi in chiesa senza sapere cosa questo significa? cosa questo comporta?
            Suvvia…. vogliamo davvero prenderci in giro.
            E’ la stessa cosa dell’aborto. ma se una è stata violentata….. Adesso tutte le donne che abortiscono sono state violentate?
            Ma se il marito la picchia…. quindi in tutte le coppie che si separano la donna (o l’uomo…. oggi siamo in regime di parità!) viene picchiata/o…..

            Nell’Amoris Laetitia ci si preoccupa dei figli del secondo matrimonio. Ma i figli del primo non contano nulla? O diamo per scontato che non ci sono figli del matrimonio mai in nessun caso?

            E davvero le parole di Gesù sull’adulterio non contano più nulla? Ma se non contano le parole sull’adulterio, allora non contano più nemmeno le altre. O diversamente in base a cosa alcuni insegnamenti di Gesù valgono ancora e altri no?

  25. Avviso per i papolatri: il Papa li schifa.

    Papa a TV2000: “Ho l’allergia ai ‘lecca-calze’. I detrattori? Me li merito”

    https://it.zenit.org/articles/papa-a-tv2000-ho-lallergia-ai-lecca-calze-i-detrattori-me-li-merito/

    • Traggo dall’intervista:

      “In Dio – e anche nei cristiani, perché è in Dio – la giustizia è misericordiosa e la misericordia è giusta.
      Non si possono separare: è una cosa sola. E come si spiega? Ah … vai da un professore di teologia che te lo spieghi … [ride] E dopo il sermone della montagna, nella versione di Luca, viene il sermone della pianura. E come finisce? Siate misericordiosi come il Padre. Non dice: siate giusti come il Padre. Ma è lo stesso! Giustizia e misericordia in Dio sono una sola cosa. La misericordia è giusta e la giustizia è misericordiosa. E non si possono separare. E quando Gesù perdona Zaccheo e va a pranzo con i peccatori, perdona la Maddalena, perdona l’adultera, perdona la Samaritana, cosa è, un manica-larga? No. Fa la giustizia di Dio, che è misericordiosa.”

      Giustizia e misericordia in Dio sono una sola cosa. La misericordia è giusta e la giustizia è misericordiosa.

      Proprio così.
      Nella Chiesa se lo ricordino sempre tutti, a partire dal sottoscritto, ma proprio tutti.

  26. Questo “pseudo-casuale” affiancamento di notizie sulla home del Corriere mi pare significativo:

  27. ARCHIVIATE LE ACCUSE CONTRO PADRE STEFANO MARIA MANELLI!

    PADRE MANELLI: ARCHIVIATE LE ACCUSE CONTRO IL FONDATORE DEI FRANCESCANI DELL’lMMACOLATA

    http://www.marcotosatti.com/2016/11/21/padre-manelli-archiviate-le-accuse-contro-il-fondatoe-dei-francescani-dellimmacolata/

  28. Almeno due telegiornali (TG3 e TG2) hanno già messo in relazione le parole di Francesco con quei cattivoni dei medici obiettori. Il TG2 ha concluso il servizio ipotizzando che ci saranno cambiamenti.

    Questo, per esempio, è quello che scrive una rivista femminile (non so quanto diffusa: ho cercato nelle Google News e per ora è saltata fuori questa, ma scommetto che vedremo questo ragionamento messo per iscritto da altre testate nei prossimi giorni):

    E’ un’apertura importante quella della Chiesa, anche in relazione alle recenti polemiche sugli obiettori negli ospedali. Magari con questa assoluzione anche il problema degli obiettori prenderà una strada diversa o si sentiranno sollevati dal “concorso di colpa”. La polemica su medici che per etica e religione non praticano l’aborto è stata al centro poco tempo fa della triste vicenda che ha visto la morte di Valentina Milluzzo, la 32enne catanese deceduta in sala parto dopo il rifiuto del medico di estrarre vivi i feti dal corpo della donna.

    Ora, direte: è demenziale, perché nello stesso pezzo viene citata la frase sul “peccato grave”. Ma se pensate di ragionare con la logica tradizionale, non avete capito in che tempi viviamo. È tutto liquido; l’importante è l’ultima frase che rimane.

    E poi Francesco mica ha detto questo. È vero. Ma perché, tra una bastonata e l’altra ai rigidi, farisei, tradizionalisti, non s’incazza un po’ duramente con i giornali che “travisano” le sue parole? Perché per incazzarsi, s’incazza: Pentin ha detto, e confermato, che le sue fonti parlano di un Francesco che “ribolle di rabbia” per i Dubia.

    PS Ho notato che tutti i giornali dicono anche che questa modifica vale “per sempre”. Sarà un problema di italiano, perché sarebbe corretto semmai dire che il provvedimento non è più un’eccezione. Essendo un cambiamento del codice di diritto canonico, un Papa futuro può tranquillamente cambiarlo. A meno che, sta a vedere, Francesco può tranquillamente cambiare il Magistero, pur contraddicendo papi del passato, mentre invece anche le virgole che dice lui rimarranno in eterno?

  29. “Se stanotte percepisci che ti tirano i piedi, è la mi’ nonna.”

    🙂 🙂 🙂

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