Rahamìm: il grande utero

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di Gerardo Ferrara

In ebraico e in altre lingue semitiche, come l’arabo e l’aramaico, la misericordia di Dio si esprime con la radice r-h-m, da cui il termine ebraico rahamim, plurale o accrescitivo di rehem, utero, seno materno. Sempre in questa lingua, quindi, misericordia ha il significato di “uteri”, al plurale, o meglio ancora di “grande utero”, un’unione infinita di tanti seni materni.

Alla luce di questo, riesce più facile comprendere il passo in cui è scritto:

Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Isaia 49,15)

Di madri che si dimenticano dei loro figli, li abbandonano, li abortiscono, li sacrificano alla propria carriera, agli amori, al successo oggi abbiamo tanti, troppi esempi. Di altrettante madri che, involontariamente, feriscono, sbagliano e, in qualche modo, deludono sentiamo ugualmente parlare. In ultimo, tutti sperimentiamo o sperimenteremo un primo, un secondo, tanti distacchi dalla madre, dalla sicurezza e dall’affettuoso calore che ci proteggevano e ci circondavano prima di venire al mondo e nella prima infanzia. C’è il parto, il freddo, traumatico contatto con il mondo esterno, ci sono le luci al neon dell’ospedale e le tante persone che circondano il neonato, lo affliggono con mille controlli, lo schiaffeggiano leggermente per farlo iniziare a piangere e a respirare da solo, gli tagliano il cordone ombelicale; ci sono gli altri legami da tagliare, il primo giorno di scuola, l’adolescenza, la ribellione, l’uscita di casa per andare a studiare fuori e poi il matrimonio, la malattia, i capelli che divengono bianchi e i volti che si riempiono di rughe e di segni che tradiscono il passare del tempo che condurrà, inevitabilmente, all’ultima, definitiva separazione.

La vita non è priva di madri che dimenticano i figli, molto più spesso è piena di figli che dimenticano le madri e, ancor più frequentemente, di persone costrette – perché è naturale che sia così – ad imparare a camminare ogni giorno con le proprie gambe e a non poter contare più su qualcuno che ti aspettava al ritorno a casa, che ti riempiva di attenzioni e il cui mondo ruotava intorno a te.

In questo tempo di particolari e drammatiche incertezze, poi, siamo un po’ tutti attoniti di fronte a tanti avvenimenti, tanti abbandoni, mancanze e nostalgie. E’ come se l’umanità intera avesse paura, si sentisse smarrita di fronte agli eventi che stanno inevitabilmente marcando il momento storico nel quale ci troviamo. Da un lato, emerge la necessità, per ognuno di noi, di una maggiore virilità e di una più grande consapevolezza delle nostre responsabilità di adulti; dall’altro, la nostra povera umanità ci spinge sempre a guardare in su, anche se siamo cresciuti, verso qualcuno che è più grande di noi, verso occhi che ci rassicurino, occhi che siano più in alto rispetto ai nostri, proprio come quelli della madre quando eravamo bambini.

Penso che la misericordia di Dio sia proprio questo: uno sguardo dall’alto, delle braccia che avvolgono; una voce soave ma, allo stesso tempo, autorevole che spinge, conduce, indica, traccia il cammino da seguire e che incoraggia a non fermarsi; un grande utero che, nonostante, i mille difetti, i mille tradimenti della creatura che custodisce, nonostante le accuse di chi afferma che la nostra umanità sia indegna di vivere, di esistere perché difettosa, imperfetta, piena di handicap e di deformità, si rifiuta di abortire il frutto delle sue viscere, ma gli dona la vita gratuitamente una, dieci, cento, mille volte, lo chiama ad amare, a divenire grande come l’universo di cui, apparentemente, questo piccolo essere costituisce solo una parte infinitesimale e trascurabile. E, perché questo puntino ricordi di essere amato dall’Infinito, il grande utero che lo porta in grembo ne assume la forma e gli dona persino una Madre in carne ed ossa, quella stessa Madre che lo magnifica per averla tenuta nel suo grembo, ovvero per aver avuto misericordia di lei, sua serva, figlia del suo Figlio, cosicché anche quelli di noi che non hanno mai conosciuto la dolcezza di una mamma terrena possano essere certi di essere figli amati di qualcuno.

Nell’ora della morte, della prova e dell’errore, sarebbe bello invocare la misericordia di Dio in ebraico: רחם עליי, אדוני, rehàm alei, adonì, abbi misericordia di me, o Signore, fammi rimanere nel tuo grembo, non abortirmi anche se sono deforme e indegno di vivere, tienimi ancora avvolto nella tua dolce presenza, lasciami vivere nel tuo utero! Là, io sarò al sicuro, certo che, se anche esistesse una madre capace di espellere il frutto del suo grembo, di dimenticarsene, di ucciderlo o di abbandonarlo, tu, o Signore, mi terrai, mi farai vivere perché hai fiducia che, anche peccatore, io possa essere un bene per me stesso e per l’umanità.

fonte: lacapannadellozioblog

23 pensieri su “Rahamìm: il grande utero

  1. Bellissima immagine: la misericordia di Dio=l’utero. Tante donne abortiscono i loro figli perche’ portatori di handicap, malati e storpi. Tante donne costrette a farlo. Sono sicura che sotto sotto nessuna donna lo vorrebbe mai fare, ma e’ costretta e influenzata dall’ambiente circostante (non voglio deresponsabilizzare la donna, ma credo che non sia completamente la sua scelta in primis di abortire, ma venga influenzata dall’esterno). Perche’ abortire non ti rende non mamma, ma mamma di un bimbo morto. Oggi mi hanno raccontato di una ragazza che ha abortito qualche mese fa e che racconta, in quest giorni, ad amiche lontane che il suo bimbo cresce, che la pancia e’ grande e che fra poco partorira’…Perche’ una donna dovrebbe prima abortire e poi fingere con le altre che invece non l’abbia fatto? Non e’ perche’ lei in fondo e’ stata portata ad uccidere il bimbo delle sue viscere, anche se malato, perche’ putroppo condizionata dall’esterno (familiari e amici stretti?) Allora, che succede, che abortiamo ma poi non vogliamo essere abortiti dalla pieta’ di Dio? Non abbiamo pieta’ delle malformazioni del nostro bimbo eppure pretendiamo nell’ora della morte che Dio abbia pieta’ delle nostre deformita’? L’utero di Dio non abortisce ma ci tiene in gestazione per tutti gli anni della nostra vita, e allora li’ dentro al sicuro possiamo capire i nostri di errori ed accettare (si spera) un bambino malato, visto in questo mondo, come un errore. E’ questo che stavo spiegando alla mia amica che giudicava la sua di amica (la ragazza che ha abortito e che finge di essere ancora incinta…) Ma giudicare signiifica non capire l’altro!Chissa’ che cosa provera’ quella povera donna che ha ucciso il proprio figlio? Quale grande sofferenza stara’ provando?:( 😦

  2. La Chiesa ci è Madre, la Chiesa è Utero che partorisce con la Predicazione e il Battesimo i Figli di Dio, che cresce i Suoi Figli per portarli all’età adulta.
    Ma sempre, continuamente, abbiamo bisogno di “rinascere dall’alto”. Sempre continuamente abbiamo bisogno di rinascere nel Sacramento della Riconciliazione (Sacramento così desueto sembrano dire le statistiche…:-(). Nella Riconciliazione (o Confessione che ne è però solo una parte) rinnoviamo, o meglio lo Spirito rinnova in noi, ogni volta il nostro Battesimo, ogni volta rinasciamo alla vita come “creatura nuova”. cancella il peccato che ci separa da Dio, che ci chiude il Cielo, che ci separa dalla Comunità dei nostri fratelli.
    Chi ne ha fatto esperienza lo sa e quanto maggiore era il peso del suo peccato, più forte è stata l’esperienza della Misericordi e la sua gratitudine, perché amerà molto colui al quale è stato molto perdonato.
    Mai la Misericordia di Dio ci considererà come aborti, perché da Lui siamo stati generati… noi, solo noi, possiamo abortire la nostra stessa Vita, noi soli, possiamo abortire l’immagine di Cristo in noi, distruggere l’azione dello Spirito Santo, lasciare come morto il nostro Battesimo.

    Ritorniamo a Lui con il Sacramento della Riconciliazione, questo immenso incommensurabile dono che non è stato lasciato ad altri, che nessun’altra Religione conosce e che assurdamente tanti nella Chiesa vivono come un peso o un impedimento.
    Torniamo a rinascere dall’alto, rientriamo nell’Utero materno. Questo è il momento favorevole, questa Quaresima, questa Pasqua, per entrare con Cristo nella Sua Resurrezione, alla Vita Nuova.

  3. “Non ce l’ho con mia madre. Lo so che ha fatto di tutto per non avermi, a parte, evidentemente, la cosa principale, e se non e mai riuscita a strapparmi via, è che il destino mi aveva riservato un’ altra fossa che quella più facile. Ma l’intenzione era buona, e questo mi basta”

    Samuel Beckett “Molloy”

    1. Certo è questa è solo la dimostrazione di quanto sia assurda una vita senz’altra certezza del passaggio dal buio di un utero (che pure e fonte di vita) a quello di una fossa.

      Com’ebbe a dire qualcuno: “un pacchetto recapitato direttamente alle mani della morte”. 😦

  4. 61Angeloextralarge

    Grazie per questo post. L’idea di essere dentro l’utero di Dio mi fa sentire molto amata. lì è veramente il luogo della sicurezza, della forza, della serenità… Che altro si può volere di più? Essere dentro la linfa vitale di Dio, venire nutriti da Lui, dal Dio della provvidenza, della Misericordia. “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi… chi ha Dio niente gli manca…”

      1. 61Angeloextralarge

        Alvise Maria: un Lucano? Eccolo! 😀

        “Cari figli, oggi vi invito ad aprirvi alla preghiera. Figlioli, vivete in un tempo in cui Dio concede grazie, ma voi non sapete come trarne vantaggio. Vi preoccupate di tutto il resto, tranne della vostra anima e della vostra vita spirituale. Svegliatevi da questo mondo stanco, dal sonno stanco della vostra anima e dite sì a Dio con tutta la forza. Decidetevi per la santità e conversione. Cari figli, io sono con voi e vi invito alla perfezione e la santità della vostra anima e di tutto quello che fate. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”. (Medjugorje, messaggio dato ad Ivan il 4 marzo 2013)

        “Vi invito tutti alla preghiera, pregate ogni giorno, soprattutto in questo periodo di grande difficoltà. Sacrificio, sofferenza e preghiera porteranno all’amore e alla gioia. Accogliete il messaggio di Cristo, non opponetevi al suo amore e aprite il vostro cuore, Egli vi darà forza per la nuova vita, da trascorrere in speranza, da trascorrere in speranza e benedizione”. (Medjugorje, messaggio dato a Marija l’8 marzo 2013)

        Solita richiesta. schhhhhhh! Non profanare le cose sante, grazie! 😉

  5. Franca 35

    Anni fa, un mio bimbo di catechismo, di 8 anni, dopo che io avevo spiegato loro che se volessimo raccontare a un bambino ancora nella pancia della mamma, cosa troverà quando uscerà di lì, lui non capirebbe nulla non avendo termini di paragone quando noi gli parlassimo del cielo, dei colori, delle automobili ecc, e così è per noi immaginarci come sarà il paradiso, – lui, il piccolo Claudio, se ne uscì con questa constatazione: “Allora noi siamo tutti nella pancia di Dio!”. Dalla bocca dei fanciulli conoscerete la verità.

  6. vale

    anche se ot,
    su Tempi.it recensione del libro ultimo libro della sciùra Miriano….( non riesco più ad incollare un tubo….mah!)

    1. vale

      ma sai,come vaticanisti, al fatto, non sono un gran che. e neppure come reportage inediti, che invece sono editi-nel senso che si sanno da un pezzo- sui cattolici-se sono cattolici-intransigenti.anche il vesovo vagante-categoria poco conosciuta ma esistente- beccato in vaticano pochi giorni fa, si dice cattolico. ma non lo è.amen

        1. vale

          guarda,cristiani cattolici( apostolici romani) lo si è solo se in “comunione” con la sede di Pietro.piaccia o meno.
          il resto,come cantava Califano, è noia.come certi tuoi commenti.

          1. vale:
            …mi sembra più giusto il commento di Bariom, solo Lui può saperlo. Sentirsi in comunione possono sentirsi (o dichiarare di sentirsi) tutti. Hai letto il libro di Moravia “La noia”? Non è un granché…

  7. “Il Fatto del lunedì ospita un viaggio inedito tra i cattolici più intransigenti. Racconteremo per la prima volta la storia di comunità dove si dividono tutti i propri beni, ma dove anche – raccontano i pochi fuoriusciti – si fa la doccia senza denudarsi. Dove marito e moglie dormono con un lenzuolo bucato per evitare che i corpi si tocchino. ”

    Anche Gabriele D’annunzio ci aveva la camicia da notte (di seta) col buco!!!

    1. Mi dispiace per loro… per il lenzuolo dico.
      Per la doccia può essere “risparmioso” niente lavatrice… dopo bisogna sperare che ci sia il sole 😉

    2. Cavaliere di San Michele

      Non so che roba sia questa sorta di comunità, né a che titolo viene definita di cattolici intransigenti. So però che di sicuro questi signori conoscono ben poco della Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, che il suo biografo Weigel definì “una bomba a orologeria teologica per il XXI secolo ed oltre”, tale era la sua potenza.

      1. Stefania

        Oppure il “testimone anonimo” che ha rilasciato queste dichiarazioni definendosi “vicino” alla comunità si è inventato tutto? “forse” a volte dietro certi articoli ci sono motivi politici

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