Le radici profonde non gelano mai

di Paolo Pugni

E poi scopri che quell’essere orfano ti pesa più di quando pensassi. Ti guardi dietro, e vedi il vuoto. Scopri che la radice è stata recisa, appena sotto di te e che ormai sei tu che tieni il peso, che reggi l’albero. Sei radice.

Radice di che?

Di una famiglia che continua nel tempo e afferra brandelli di quella vita che scorre qui, in questo mondo, e come materia prima la rielabora e ne fa servizio, gioia, dolore, preoccupazioni, futuro, speranza.

Sì, questa “orfanitudine” mi ferisce.

No, non è solo per risentire le loro voci, che qualche volta ti sembra ancora che ti chiamino dal balcone, e tu guardi su, alzi la testa verso una assenza che si nasconde nella tua miopia.

No, non è neanche quando ti serve aiuto, perché anche un cinquant’enne può avere bisogno di aiuto, di un consiglio, di una commissione. Che sarebbe comunque una mancanza per te, non per loro. Egoismo. In un certo qual senso.

Ti mancano certamente quando il calendario te lo ricorda, poco fa tua madre avrebbe compiuto 78 anni e sono già 3 che manca, e papà l’hai perso prima dell’11 settembre, quando il millennio era ancora acerbo e nulla faceva presagire questo scempio della vita.

Non è neppure quando passi per quei brandelli di città che ti rimbalzano addosso ricordi, sempre esasperati nella dolcezza e nel dolore, come dentro ad un tubo che da nel tempo, come cantava Vecchioni. Che la città sa essere crudele, perché ti nasconde emozioni e ricordi e te li getta davanti all’ultimo, quando non sei preparato, quando sei sovrappensiero, quando sei più vulnerabile. E allora, come in un film un po’ melò, un po’ patetico, un po’ banale, ti sembra di rivedere per strada quella persona che trascina con sé un ricordo che ti afferra alla gola e stringe e soffoca e induce una commozione incapace se decidersi a cadere di qua nel pianto o se rimanere sospesa, in un tristezza acida e maligna, intrisa di rimpianti, che sono il male peggiore che puoi farti.

E’ invece quando ti assale quella debolezza che avevi quando eri bambino, piccolo, che qualche cosa ti spaventava, ti negava il futuro, ti accecava la speranza. E allora correvi quasi, urlavi o piangevi, e ti buttavi tra le loro braccia, perché li volevi tutti e due, non solo uno di loro, tutti e due, nel lettone, stretti intorno a te a proteggerti, a rassicurarti, a negare il presente per accendere il futuro.

Ecco.

E oggi non puoi più, perché non puoi essere debole, non puoi. Sei tu quello che deve abbracciare, rassicurare, comprendere, sostenere.

E allora essere orfano scopri che pesa.

Perché solo con loro potresti essere ancora bambino.

No, non solo con loro.

E’ in questi momenti che più che mai ti ricordi che bambino lo sei sempre, e che hai sempre una Madre e un Padre ed un Fratello accanto a te. Basta che li vai a chiamare, che li cerchi con quella stessa intensità che ti spinge al dolore, con una sincerità che va ritrovata dentro all’umiltà di sapersi foglia al vento, soldato al fronte, tweet sulla TimeLine, acqua sui sassi.

Quell’umiltà che ti schiude la preghiera, perché lì sì che puoi finalmente piangere ed essere consolato, non solo con una emozione accesa, ma con le luci di quella ragione che sa leggere dentro le pieghe della vita, tra le righe della quotidianità per mostrare che davvero tutto concorre al bene.

Non saremo mai orfani.

59 pensieri su “Le radici profonde non gelano mai

  1. Francesca Miriano

    Paolopugni mi hai fatto venire il groppo alla gola : sono le identiche sensazioni che provo io e non avrei saputo scriverle così bene, Io però mi fermo a ‘ bambino’. Good night and good luck.

  2. Umberto

    Paolo, molto bello, veramente sia in termini poetici, sia nel senso profondo di quanto provi e riesci a trasmetterci.
    Siamo coetanei, io quando penso a mia madre penso che sono trascorsi 24 anni dall’ultima volta che le parlai e l’abbracciai in quel letto senza speranze terrene…sapevo però che non sarebbe mai andata via da me, dal mio cuore perché Lui me la lascia per tutta l’Eternità . Spezzato tra una gioia dello Spirito ed un dolore della carne.
    E mio padre…. la sua voce calda e profonda non mi fa sorridere, non mi rassicura da vent’anni. Era un uomo di infinita bontà, ingenuo, semplice quanto io sono complicato. Un uomo che è vissuto tra i fili d’erba mossi dal vento della primavera, in un vitale ottimismo quasi inconsapevole, abbandonato alla Grazia. Per lui i fiori, gli uccellini erano le migliori prove dell’esistenza di Dio. In essi si trovava l’Infinito e l’Infinita Bellezza.

    E quante volte camminando per la strada guardando i volti di chi mi si para davanti portato dal caso, mi dico come nel segreto del cuore : e se tra quei milioni di volti a me ignoti ci fosse in un angolo del mondo anche quello di lei…. e quello di lui ?

    Sai nell’ “Evengelio come mi è stato rivelato” di Maria Valtorta ( io credo a questo messaggio dei Cieli al tempo presente) ci sono nelle ultime pagine quelle che precedono l’Assunzione di Maria al Cielo pagine di rara tenerezza (e bellezza).
    La Madonna guarda in una cassa i vestitini di Gesù quand’era bambino, come una madre qualsiasi che ha perso il figlio, certo Suo Figlio l’aspettava nei Cieli, ma Lei sospirava, soffriva di quell’attesa, di quella separazione della carne.
    Quei vestitini la riportavano ad una dimensione solo sua, riservata, intima nel rapporto col Creatore. Un Creatore che si era fatto creatura per amore.
    Ed oggi dopo i Misteri della Vita Pubblica, della Passione, Morte, Resurrezione ed Ascensione quei vestitini erano così lontani, ma anche così vicini e presenti in quella vocina tenera che le risuonava nelle orecchie nel ricordo di quando lo teneva in braccio. Giorni d’infinita armonia di madre.
    E le parole del buon Giovanni al quale Gesù l’aveva lasciata non bastavano per quella sua infinita tenerezza e dolore.
    Poi arrivò il Dono che Lei attendeva senza nulla chiedere, come sempre per quella sua disposizione interiore che la rimetteva completamente alla Volontà di Dio.
    Lei chiuse gli occhi, Giovanni poco dopo si addormentò di un sonno profondo e Celeste. Il Corpo Santo della Vergine fu innalzato al Cielo ancora addormentato, poi in un esplosione di Luce Cristo apparve venirle incontro nei Cieli, Lei si destò, si alzò e lo abbracciò, mentre S. Giovanni che era stato risvegliato rimase estatico a osservare unico di tutta l’umanità l’Assoluta Bellezza di quel Miracolo d’Eterno Amore.
    Ecco si è orfani dei nostri cari genitori, ma si è orfani anche dei figli quando partono prima di noi.
    Ma in realtà, in tanto immisurabile dolore della carne, c’è un filo di Luce e gioia, la consapevolezza profonda, dentro le nostre ossa, mischiata al nostro sangue, che si agita nelle nostre viscere, che è solo per poco tempo, poi saremo nuovamente assieme e PER SEMPRE .
    Dio è Eterno ed essendo Amore, anche l’Amore che ci ha uniti in questa prova terrena è Eterno oltre la dimensione che conosciamo.

  3. Io non mi sento una consolazione in meno, però!
    Prima cosa non credo sia lo stesso avere i genitori nel lettone da bambino
    e altre di queste cose del tempo perduto e avere ora la consolazione di Dio nella mente come surrogato. Due realtà incommensurabili.
    E seconda cosa nella mente io ci ho sempre ancora la presenza VIVA dei miei morti e con loro trascorro tanto tempo parlandoci anche più che di prima e capisco più di prima chi erano e come erano e mi sprofondo di più in questa relazione interrotta, ma mai finita,
    “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

    1. Curioso: se non c’è una vita dopo, quello con cui hai una relazione viva non sono i tuoi morti, ma l’immagine che ti sei fatta di loro e che continui a modificare nei tuoi ricordi.
      Quindi è pura illusione.

      1. Non è giusto, e è anche malevolo, tu dica questo, perchè se c’è vita dopo la morte, come tu credi, dovrebbe avere un effetto anche sui MIEI morti e quindi non solo te per te vivrebbero ancora, ma anche per me, comunque!!!

        1. Ti sbagli proprio: non è malevolo. E’ solo logico.
          O credi che la vita esista dopo la morte, come faccio io che quindi ho la certezza che i tuoi siano vivi e auguro loro di essere in paradiso (o sulla strada)
          O non ci credi e quindi sono morti per sempre (come scrive san Paolo: se Cristo non è risorto vana è la nostra fede).
          Poiché tu dici da mesi su questo blog che non esiste nessun al di là e chi lo chiede è un povero illuso, sii coerente: se credi a quello che dici allora è evidente che I tuoi morti sono definitivamente finiti nel nulla cosmico. Punto.
          Si chiama logica. E’ sciaguratamente stringente, non ammette deviazioni.

  4. –> filosofiazero
    “Cupressorum in umbra
    ac in sepulchris fletu solatis,
    forsitan mortis levior est somnus?”
    Il sonno della morte non è certo meno doloroso in una tomba confortata di pianto, ma la nostra fede ci insegna che, per la comunione dei Santi, si genera fra i vivi ed i defunti una corrispondenza spirituale, una sorta di colloquio permanente, col quale l’uomo si solleva dalla materia ed attinge qualcosa di divino. Solo per chi non lasciasse sulla terra eredità d’affetti il sepolcro sarebbe privo di senso. Bisogna – nell’infinita angoscia per la morte di un genitore, o di entrambi, dopo che il mondo è diventato un po’ più vuoto – cercare non già di cancellare il dolore con l’oblio, bensì d’ingrandirlo e nobilitarlo con la speranza. “Io vedrò Dio, io Lo vedrò, io stesso”, dice il libro di Giobbe, “ed i miei occhi Lo contempleranno non più da straniero”. Nella Gerusalemme celeste cantata dal XXI capitolo dell’Apocalisse, infine, scopriremo cosa significhi “io Lo vedrò, e non più da straniero”.

  5. perfectioconversationis

    Caro Paolo,
    tocchi un tasto dolente, io quelle radici le ho volute tagliare. Poi si può tentare di riaggiustare qualcosa, di riconciliarsi, ma rimane sempre un albero storto.
    Certo, ho le radici che mi legano al Cielo, radici che non possono seccare, ma anche in questo caso, soggettivamente, un rapporto difficile con i propri genitori carnali rende ostacolato di riflesso il rapporto con la propria famiglia in divina. L’ostacolo è tutto in me, ma c’è. Se mi è permessa un’autocitazione, avevo fatto un post su un’argomento analogo qui: http://perfectioconversationis.wordpress.com/2011/12/07/farmi-radici-ovvero-la-mia-storia/

    1. Molti hanno cicatrici inferte dai genitori, spesso involontariamente. Mia madre ci ha segnato molto.
      Eppure ancora oggi ne sento una mancanza secca, come si dice provino coloro a cui hanno tagliato un arto. Come se la morte avesse segnato uno spartiacque: di là le sofferenze, di qua solo i ricordi positivi.
      Ci sono persone fortunate: mia moglie e la sua famiglia ad esempio.
      Con santa malizia metto sul piatto che mentre i miei non erano di fede, i miei suoceri lo sono. E mi chiedo con raffinata provocazione, se no stia qui la differenza.

  6. Adriano

    Il problema sorge quando la dipartita del padre ti lascia un vuoto immenso e le modalità provocano tanta rabbia profonda (illogica, forse, ma non per questo meno profonda e comunque dolorosa) verso il Padre.

  7. Erika

    Una delle cose che mi fa più paura al mondo e’ l’idea di perdere i miei genitori, o anche solo di vederli invecchiare. Anche se, per la verità, non mi hanno mai dato radici, penso che nessun altro mi amerà incondizionatamente quando loro non ci saranno più.
    E’ il motivo per cui invidio tanto chi ha fede.
    Cosa c’e’

  8. Francesca Miriano

    ‘nessun altro mi amerà incondizionatamente quando loro non ci saranno più.’
    Anche questo manca moltissimo e nulla lo riempie.

  9. nonpuoiessereserio

    Io sto vivendo l’esperienza di uno che li sta perdendo fisicamente, li vedo ammalati, vecchi, sconsolati ma vivi e fiduciosi grazie alla loro fede. In quest’ultimo anno hanno visto sperimentato la separazione di due figlie con le conseguenze di due famiglie interrotte, nipoti disorientati, rami che si spezzano. Loro erano radici e l’albero si è insecchito. Muore con loro. Cosa provano poveri vecchi? Io cerco di di dare loro un po’ di balsamo, di ristoro ma dev’essere difficile per loro. Mio padre se ne andrà presto, le radici rimangono secondo me, non vengono tagliate. Soffrirò la sua mancanza fisica ma quello che mi ha dato è divenuto cemento per i mattoni della mia casa, fa parte della mia casa. Li ho ancora qui Paolo, a volte penso che dovrei sfruttare questi ultimi tempi ma le faccende quotidiane hanno sempre il sopravvento. Questa è la vita.

  10. 61Angeloextralarge

    Grazie, Paolo, per questo post, tra l’altro scritto molto bene, come tuo solito.
    Purtroppo, raramente sento la mancanza di mio padre, tornato in Cielo più di 4 anni fa. Era il periodo del mio “girovagare” per l’Italia e mi capitava, pur di andare a Messa, di partecipare a funerali di persone che non avevo nemmeno mai sentito nominare. Forse il fatto della distanza chilometrica dai miei genitori, o un po’ di affetto in più del previsto, forse… non lo so… ma mi trovavo a pensare: “E se in quella cassa ci fosse mio padre o mia madre? Che farei?”. E dentro di me saliva un grande dolore. Dopo alcune volte ho iniziato a chiedere al Signore: “Fa’ che quando i miei genitori moriranno, io sia a casa!”. La mia richiesta era dovuta soprattutto al fatto che da generazioni e generazioni, in casa mia non si è mai pregato, anzi! Quindi, ormai iniziata la mia conversione, volevo essere accanto a mio padre e mia madre per poter pregare per loro, almeno la Coroncina della divina Misericordia, ma soprattutto per “riuscire” a farli confessare, comunicare e ricevere l’Olio degli infermi. Premetto che non ho mai avuto un grande rapporto con loro, anzi! Le sofferenze più grandi della mia vita le devo a loro, ma questo non mi ha mai ipedito di amarli.
    Il Signore ha ascoltato “alla lettera” la mia richiesta: una mattina di quelle pochissime che mi trovavo a passare per casa, in quei tempi, mia madre bussa spaventata alla mia porta dicendo che mio padre stava male. Le ho detto subito di chiamare l’ambulanza: mio padre soffriva di cuore e non poche volte ci aveva spaventati con attacchi improvvisi, grazie a Dio risolti con un lungo ricovero ed un paio di seri interventi chirurgici. Tutte le volte avevo “attaccato le litanie” chiedendo al Signore di non farlo morire e, ti assicuro, mi sembrava di impazzire. Quella mattina, stranamente, ero tranquilla: sarebbe arrivata l’ambulanza, avrebbero portato mio padre all’ospedale, come le altre volte: un po di sofferenza in più per lui, ma ce l’avrebbe fatta! Mio adre respirava a fatica e mia madre, consigliata dal dottore del Pronto Soccorso, mi ha passato il telefono per farmi seguire le indicazioni necessarie per aiutare mio padre in attesa dell’ambulanza. ero tranquilla! Invece mia madre si era allontanata, spaventatissima, per andare a piangere in cucina…Aveva capito che stava morendo. Nonostante il dottore mi dicesse cosa fare, questo non sono riuscita a seguire nemmeno una delle cose che mi stava chiedendo. Sentivo già la sirena che stava arrivando e quando i medici sono entrati in camera ho sospirato di sollievo! Un secondo esatto dopo il loro arrivo, i dottori mi guardano stupiti: mio padre era morto tra le mie braccia ed io non me ne era nemmeno resa conto. Ho chiamato subito il parroco, che nonostante fosse domenica mattina, quindi super impegnato con le Messe, è venuto subito a casa a benedire mio padre e consolare mia madre. Dico mia madre perchè io ero serena. Mi dicevo: “Con tutto quello che ha sofferto nella vita, Signore, non puoi non portatelo in Paradiso!”. Durante il suo funerale qualcuno mi chiedeva meravigliato: “Sei sorridente! Come fai?”. Ero contenta, non che fosse morto, ma perché avevo una grande fiducia nella Misericordia di Dio. Mi dicevo, per prendermi in giro da sola: “Angela mia! Volevi essere presente per pregare e fare in qualche modo la parte spirituale che nessuno avrebbe fatto! Non hai detto nemmeno un’Ave Maria!”. Non ho mai pianto. Solo due anni dopo, ho iniziato a farlo, prenotando i manifesti per l’anniversario della sua morte. Non penso spesso a lui, ma quando lo faccio sento nel cuore che mi sta aiutando, che sta aiutando tutti noi di “casa sua”.

    1. che bella storia… grazie!
      Io ho chiesto un segno dopo la morte di mio Padre, per avere la conferma che fosse in Paradiso, ho osato tanto. E con una estrema delicatezza, il Signore mi ha ascoltato ed esaudito.
      Questo sono gentilezze lievi, quasi nascoste, che solo un genitore sa avere per i figli, come quando mette a posto per loro un oggetto, ripara un gioco, sistema un libro… un compito… di sera, di notte, di soppiatto, senza farlo sapere…

      1. 61Angeloextralarge

        La certezza matematica che fosse andato in Paradiso, quando è morto non l’ho mai avuta: ma ero sicura che non era all’Inferno. Ho fatto dire Messe per lui; ho preso l’indulgenza plenaria del Perdono d’Assisi, due giorni dopo la sua morte, l’ho iscritto alle Messe Perpetue in Santa Casa a Loreto, etc. Un anno fa circa l’ho sognato: era il giorno dopo di un anniversario della sua morte. Era nella sacrestia di una vecchia chiesa di campagna. Stava mettendo le sue cose in una valigie ed aveva un volto luminoso, trasfigurato, pieno di gioia; guardava davanti a sè, verso l’alto: così “bello” non l’ho mai visto. Mi sono svegliata anche io piena di gioia! Sono sicura che stava andando in Paradiso.

  11. Io non ho speranza, non ho nulla da sperare, semplicemente i miei morti sono sempre con me, anche più di prima, ora li capisco, e loro me, e il passato ha un altro senso, pieno di rimorsi, anche, di rimpianti, ma, nella lontananza, più visibile e più prezioso.

  12. Ottobre 2009, vedo le foto di mio padre e mia madre a Boston, erano andati a far visita a mio fratello. Da agosto che mio padre non si sentiva bene, ma lui ha insistito, voleva andare a vedere suo figlio nella famosa regata Head of The Charles. Una fitta al cuore, mentre le vedo mi contatta un vecchio amico su Facebook ed io sbotto, dico che sono preoccupata per mio padre. Forse perché sono due anni che manco, forse i 12000 km che ci separano mi hanno fatto percepire meglio il suo tracollo. Nelle foto che mi mandano di solito lui non c’era, discreto com’era. C’erano i bambini, i miei fratelli, mia mamma…
    Alla fune di dicembre lui viene ricoverato, me lo sento, devo andare. Avevo già il biglietto comperato per il 28 dicembre, mi dicono di aspettare. Me lo sento, devo andare. Comunico al mio fratello di Boston che vado, lui mi dice “cosa sai che io non so, cosa ti hanno detto?”, io “niente, sento che devo andare”.
    Nella corsa, nei saluti al figlio di cinque anni che lascio per la prima volta, perdo il volo. Dormo in un albergo a Malpensa, prendo il volo delle 6 il giorno dopo. In aereo avevo affiancodue signori che viaggiavano soli, uno a dx e uno a sx. Quello a destra mi chiede cosa vado a fare, io racconto che mio padre sta male. Lui mi dice che devo parlare con lui, che tutti noi dobbiamo dire a lui che lo perdoniamo di eventuali colpe o liti pregresse in modo che lui possa andare in Pace. Io lo guardo e realizzo nella mua mente una cosa, la dico a voce alta “no, non sono io che devo perdonare nulla, io vado perché mio padre possa avere l’ultimo sacramento e perché possa riconciliarsi con il Padre, se non lo faccio non lo farà nessuno”. Il Signore seduto alla mia destra alza la testa e mi dice “il tuo non è un viaggio, è una missione. Pregherò per te e per tuo padre della mia parrocchia a São Paulo”. Era um sacerdote.
    Io sono arrivata a Porto Alegre che mio fratello Gabi, quello di Boston, era già lá. Dopo 6 anni che non si era più riusciti a riunire i cinque fratelli, eravamo tutti li.
    In quel calvario ho chiesto a lui, mentre era ancora cosciente, se voleva ricevere la unzione degli infermi, lui disse di si. Io cercai il cappellano e, con la famiglia in torno al letto ricevette il sacramento. L’ultima a vederlo ero stata io, nella visita serale del reparto di terapia intensiva il 22 Dicembre. Non era cosciente da due giorni. Io pregai un Rosario e chiesi alla Madonna che, se fosse per il bene della sua anima, che lo risparmiasse da una lunga sofferenza terrena. Lui si spense alle 2.30 del 23 Dicembre.
    Non credo che il mio perdere quell’aereo sia stato un caso e ringrazio il Signore per la grazia che mi ha concesso di poter essere stata così vicina a mio padre e a mia madre in quel momento.

      1. 61Angeloextralarge

        Grazie, Daniela, per la tua testimonianza!
        Il Signore ha permesso che tu facessi quello che avrei voluto fare anche io. Non so perché non me lo ha permesso, ma lo accetto. le Sue motivazioi sono di sicuro più valide delle mie.

        1. Le vie del Signore sono infinite. Io non ho avuto la grazia di abbracciare mio Padre come avrei voluto, la terapia intensiva me lo ha impedito…

      2. 61Angeloextralarge

        N.B: Daniela!!! Ho lasciato da te, giorni addietro, alcuni commenti… sono rimasti in attesa per un po’ e poi sono spariti…

  13. In un altro blog intanto…
    Ebbene, dopo di essa accadono una serie di eventi del tutto imprevisti che di fatto spazzano via la possibilità concreta di una guerra. Ma perché nel giro di pochi mesi il Cremlino accantona l’ipotesi dell’attacco?

    “Uno dei fatti che possono aver determinato quella svolta, secondo Alberto Leoni, esperto di storia militare, fu l’ “incidente” che mise fuori uso il potenziale militare sovietico, l’esplosione dell’arsenale di Severomorsk, nel Mare del Nord: “senza quell’apparato missilistico che controllava l’Atlantico” spiegava Leoni “l’Urss non aveva più alcuna speranza di vittoria. Per questo l’opzione militare fu cancellata”.
    Ebbene, quell’evento accadde due mesi dopo la Consacrazione fatta dal Papa, ma conta
    soprattutto il giorno: era il 13 maggio 1984, anniversario e festa della Madonna di Fatima e dell’attentato al Papa.”

  14. Scusami Daniela per la mia impertinenza, ma perché dici che non credi che perdere l’aereo sia stato un caso? Se non l’avessi perso saresti arrivata prima, mi sembra. O invece volevi dire che fu decisivo il tuo incontro con il sacerdote alla tua sinistra?

    1. No Alvise, in realtà non ho scritto che il Signore alla mia destra era un pastore protestante. Decisiva è stata la mia conversazione con lui. Io stavo andando in Brasile per un impulso più forte di me che mi diceva che i giorni di mio padre su questa terra stavano per finire. Nulla di quello che mi riferivano i miei parenti me lo aveva fatto capire, perché loro negavano l’evidenza (atteggiamento assolutamente normale e comprensibile). La chiacchierata con quel vicino di volo mi ha fatto elaborare meglio le idee (un po’ come succede quando scrivo sul blog, metto nero su bianco parte del torrente che ho in testa) e mi è stata d’aiuto per rimettere a fuoco la cosa più importante che io, da Cattolica Apostolica Romana che sono, ritengo potessi fare.

      1. Quello che volevo dire è che mi è sembrato che avessi voluto interpretare come un segno del cielo il fatto che tu avessi perso l’aereo, ecco tutto.
        L’ho collegato all’articolo di SOCCI che ho “postato” (maledizione!)

          1. il mio era solo un semplice calembour: tu hai scritto ‘Non c’è di che’
            di che–> leggendolo suona tutto attaccato –> diche
            diche in greco significa ‘giustizia’ (δίκη, -ης, ἡ, com’era prima che abolissero gli spiriti)
            ergo: non c’è giustizia, affermazione che che condivido totissimo corde
            🙂

            1. fefral

              Alvì, mi stavo interrogando anche io sul commento di scriteriato. La maturità classica su alcuni lascia cicatrici indelebili 🙂
              Scriterià ma un po’ di Topolino in più no?

              1. sulle cicatrici indelebili (in senso positivo) concordo pienamente, è un po’ come per quelli che escano (riescano ad uscire) da Quantico
                Su Topolino, le due cose non sono incompatibili: io imparai a leggere a tre anni proprio con Topolino, e poi me li feci tutti: Topolino, i classici Disney, i grandi classici Disney, e pure un giornalino ‘cugino’ di Topolino, cioè – ovviamente – Paperino & C., sempre della Disney-Mondadori, che durò solo qualche anno, purtroppo, con un formato più sottile di spessore ma più largo, che peraltro variò in itinere; ma son cose che voi siete troppo giovani per ricordare.
                Eh, quelli sì eran tempi.

  15. Bella condivisione Paolo, grazie molte, io ho avuto una storia molto diversa dalla tua avendo un padre ateo e anticlericale. In realtà purtroppo è morto senza che avessimo la possibilità di riconciliarci e devo dire che fatico ancora a perdonare me stesso per questo.
    Nonostante questo devo confessare che al momento della sua morte ho avuto anche io la netta percezione dello strappo, della radice tagliata. Solo dopo quel giorno ho capito quanto di me vive in lui, quante delle mie qualità umane sono in realtà un suo dono. Certo non devo a lui la fede, che resta la cosa che più mi definisce, ma credo anche che lui abbia costruito in me un uomo pronto a riceverla, come se fossi un lago di benzina in attesa di un cerino. E il cerino è arrivato.
    Non lo ha messo lui il cerino, ma se sono un lago di benzina il merito è suo.

    1. Aggiungo che l’aver permesso, io sacerdote cattolico, che mio padre morisse ateo e senza sacramenti è probabilmente la mia più grande colpa, oltre che il mio più gran dolore

      1. 61Angeloextralarge

        Carissimo don Fabio, ti rispondo solo ora perché ieri serail mio pc è andato momentaneamente in tilt.
        Ho elaborato lo stesso ragionamento per mesi dopo la morte di mio padre. Pensavo di aver fatto troppo poco per la sua conversione e quel poco di averlo fatto male! Definita da lui stesso “la più bastarda dei suoi figli”, perché mi ero “cotta” di Gesù, in fondo in fondo, cosa ho fatto per fargli conoscere l’amore di Dio? Quasi nulla: ho pregato per la sua conversione e per quella dei miei familiari! Ma in concreto? Atei e anticlericali! Nessuno vuol sentir parlare di Dio! Tuttora non faccio nulla di più che pregare! Come mi “muovo appena” sono derisioni, risate e anche bestemmie.
        Per togliermi dalla testa e dalcuore i sensi di colpa, ho pregato tanto: ora non li ho più! Ho fatto poco e male, ma più di questo SONO SICURISSIMA non sarei stata in grado di fare. Ho accettato questa “sconfitta”.
        Adesso mio padre lo sa cos’è l’amore di Dio! Adesso sa che “la più bastarda dei suoi figli” non era partita di testa dietro le fantasie dei preti. Spero che anche gli altri miei familiari non lo scoprano solo “di la”…

  16. Erika

    Oggi ho visto mio padre.
    Dovevamo parlare di una questione un po’ spinosa e le tue parole belle e vere, Paolo, mi hanno molto aiutato.
    Vorrei allora salutarvi stasera con un ringraziamento, oltre che a Paolo, a tutti gli altri ( e siete tanti!) genitori del blog.
    Anche chi ha scelto di essere “padre” di tante persone come don Fabio.
    Avete grande coraggio e bontà.
    E a volte avete anche i superpoteri.

  17. dididonna

    Anch’io mi sono commossa. Leggendoti ho ripensato a mia mamma affacciata alla finestra, mentre mi salutava, a lei piccola e dolce, a mio padre ruvido in poltrona che mi diceva: non uscire senza soldi e occhio in giro eh? A quel rifugio caldo, dove rientravo dopo le mie uscite, o finito il lavoro. Dove mi sentivo protetta, dove tutto mi veniva perdonato. Mi manca. Ora sono il rifugio di me stessa e dei miei figli, dove si sentono protetti loro. A volte anche loro si sentono protettivi nei miei confronti, quando mi sentono figlia oltre che madre. Ho un rapporto bello con loro. Grazie anche ai miei genitori. Nono sono qui fisicamente, ma le belle cose che mi hanno insegnato mi guidano ogni giorno.

    Ma vorrei ancora farmi piccola piccola e farmi ancora abbracciare da mia mamma per sentirmi al sicuro. Non lo sarò mai più, purtroppo, non come allora. Ora sono io il rifugio dei miei ragazzi.
    Mi piace questo blog.

  18. Minerva

    grazie, Paolo, per questa tua bellissima riflessione.
    permettimi, però, di dissentire: i miei genitori sono ormai da tempo tornati alla Casa del Padre (mio padre da 15 anni, mia madre da 5), ma non riesco a sentire come recise queste radici. Il legame tra me e loro non è spezzato, è solo…come vorrei dire? modificato: so perfettamente che riposano entrambi nella gloria del Paradiso, purificati dalle sofferenze che hanno affrontato, ma so anche che sono sempre nella mia vita, e non solo come un dolce ricordo, o come una immagine struggente, ma come una presenza reale…solo la forma si è trasformata, come recita un passo della liturgia (se non erro, “ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”… e ammetto che l’unica cosa che faccio fatica a sopportare della loro morte è l’idea della loro mancanza fisica, del loro contatto materiale, dei baci di cui sommergevo mia madre o delle braccia accoglienti e sempre sorridenti di mio padre – quando mi abbracciava sorridendo sembrava che anche le sue braccia sorridessero con lui!- …anche delle sonore litigate!)
    non ho mai chiesto segni al Signore a riguardo, ma tanti avvenimenti della mia vita, apparentemente casuali e slegati tra loro, mi hanno fatto (e continuano a farmi) capire che i miei genitori intercedono per me presso il Padre perchè il mio cammino si indirizzi nella direzione giusta: non so se sbaglio, ma mi piace pensarli al fianco del mio angelo custode nel guidare la mia vita lungo la strada tracciata da Dio…
    forse il mio non avere avuto figli, quello sì, mi dà maggiormente il senso di una radice che si secca, si esaurisce in se stessa, senza prolungarsi verso una nuova vita, e difatti mi sento ancora alla ricerca di un “innesto”…ma ho fiducia che il Signore sarà un eccellente agronomo!

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