Io sono emozione

di Costanza Miriano

di Costanza Miriano  (pubblicato la prima volta il 4 aprile 2011)

Una lettrice del blog mi ha segnalato la recensione di Repubblica al libro Io sono emozione, e siccome avevo appena fatto una meravigliosa corsa sotto il sole tra le catacombe dell’Appia antica ho pensato che potevo anche ammorbarmi un po’ con l’articolo (tanto per tenere basso l’umore ed evitare l’invidia degli dei). Di Eve Ensler ho dovuto per motivi lavorativi leggiucchiareI monologhi della vagina, per tradurre e montare un’intervista fatta da una collega, ma credo di avere prontamente rimosso fino all’ultima sillaba del suo credo, per non affollare inutilmente la memoria del mio cervello, ed evitare così che i kilobyte occupati dai monologhi cancellassero informazioni più importanti (sono circa dodici anni che cerco vanamente di imparare la sequenza dei sei film sei della saga di Star Wars – il primo è il numero quattro, no, dico, ma si può?- e mi piacerebbe anche capire quali sono i buoni, ma quello non ce la farò mai).

Comunque, la tesi di Io sono emozione è che “ovunque, anche in Occidente, le donne sono costrette a obbedire al mandato a compiacere, e per questo devono subire una guerra terribile, dall’obbligo a perdere peso fino allo stupro. Ovunque la loro creatività e la loro voce viene soppressa, la libertà persa”.

Ora, quello che succede da qualche altra parte del mondo è un altro paio di maniche, ma che in Occidente le donne non siano libere è una cosa da sbellicarsi dalle risate. Il fatto è che noi tutti, qui, donne e uomini, siamo liberi, ma siamo lo stesso per lo più infelici. E proprio uno dei motivi, secondo me, è questo posto centrale dato all’emozione, sulla quale si vorrebbe basare tutta la vita, una tendenza alla quale il saggio della Ensler si associa alla grande. E invece l’emozione come metro di giudizio assoluto mi sembra la garanzia più certa dell’infelicità, a occhio e croce.

Il segno che si è raggiunta la maturità, dicono tutti i manuali psicoqualcosa (ma ci si arriva anche con il buon senso), è che si comincia a farsi carico del proprio benessere, e si smette di chiedere agli altri che ne siano responsabili. Il passo successivo, una volta raggiunto lo status di adulti, poi, è diventare genitori, o comunque persone in grado di dare a propria volta benessere a qualcun altro, invece di essere costantemente impegnati nell’accusare le altre persone della nostra insoddisfazione (un abito mentale che dopo i dodici anni è preoccupante).

A me sembra che buona parte della gente che ottiene spazio nella comunicazione – e non a caso – abbia questo atteggiamento infantile di lamentarsi e dare la colpa agli altri della propria infelicità. Alla Chiesa, alla politica, alla cattiveria altrui (che sono sempre gli altri ad essere cattivi, per carità, non noi).

Conoscete qualcuno, seriamente, che davvero prima di prendere decisioni sulla propria vita personale consulti le encicliche del Papa, e poi dica “mannaggia, questo lo volevo fare ma, siccome la Chiesa dice no, non lo farò”?

In realtà siamo infelici perché la vita è difficile e complicata. Questo dato di fatto viene costantemente rimosso dalla cultura postilluministica che vuole che, se seguiamo la nostra ragione, se tutto va secondo il previsto, e secondo le regole, tutto andrà a meraviglia.

Invece il male c’è, prima di tutto dentro ciascuno di noi, che siamo un groviglio misterioso – per cui l’invito a liberare le emozioni e a dare loro il comando  è tutt’altro che prudente – e poi c’è il Male che agisce attivamente.

Se rimuoviamo il problema del male, quando le cose non vanno – e spesso non vanno – daremo prontamente la colpa agli altri, cosa nella quale noi donne siamo particolarmente tenaci.

Io per esempio, non sarei da meno di Eve, se è per questo, solo che lei ha venduto milioni di copie, io mi limito a tormentare il mio prossimo a voce senza essere tradotta in 48 lingue: nel mio banale italiano, comunque, sono una raffinatissima praticante dell’arte della lamentela, solo che purtroppo le persone di buon senso che ho intorno mi stroncano rapidamente. Mio marito, la mia amica Daniela, Padre Emidio soprattutto, che quando trovo qualche motivo di scontento mi dice invariabilmente che ho sbagliato strada, e che è meglio che passo per la via crucis, che quella è sempre giusta. Ci mette il carico da undici, insomma. Così se voglio solo che qualcuno mi dica “poverina” telefono a qualche amica meno saggia di lui.

Invece ci sarebbe una sola cosa da fare: chiedere aiuto all’Unico che ce lo può dare. Gesù, nel Vangelo di ieri, dice al cieco semplicemente di tuffarsi nella piscina di Siloe, che vuol dire l’inviato.

Andare dove ci manda Colui che ci ama teneramente, fidarci di lui, stare dove ci ha messi, azionando il più possibile il cervello, che funziona molto più delle emozioni. D’altra parte, io di Star Wars non ci ho capito niente, anche se è una decina d’anni che mi tocca guardarlo allattando fratelli o stirando (mi si chiude il cervello come di fronte ai dati di borsa), ma una cosa mi è chiara: quando Anakin Skywalker si lascia sopraffare dalle emozioni passa al male, al lato oscuro della forza. Questa cosa, almeno questa, l’ho capita persino io.

 

6 commenti to “Io sono emozione”

  1. Approvo! Ma tenere a bada le emozioni non corrisponde a quel “dominio di sé” che pare non usi più? Eppure è il minimo per diventare “grandi” ! Grazie Costanza, come sempre, un caro saluto a tutti.

  2. È sempre un gran piacere leggerti Costanza, perchè nella leggerezza dell’esposizione ci metti sempre una grande profondità, Fede e Verità. Un abbraccio.

  3. sei forte!

  4. Che simpatica la tua chiusura!
    Dio ti benedica per il tuo impegno!

  5. Bè…io sono una di quelli che si leggono le encicliche prima di prendere certe decisioni importanti…

  6. > Conoscete qualcuno, seriamente, che davvero prima di prendere decisioni sulla
    > propria vita personale consulti le encicliche del Papa, e poi dica “mannaggia,
    > questo lo volevo fare ma, siccome la Chiesa dice no, non lo farò”?
    Ecco, io sono uno di quelli, magari non a livello di conoscere tutte le encicliche, ma quello che dice il Catechismo sì, almeno per le cose importanti (decidere se il cartone del latte deve andare nella carta o nella non differenziata non lo considero così importante, poi magari un giorno scoprirò che la “Laudatum si” copre anche questo caso).
    Quello che mi riesce un pelino difficile credere è che ci siano persone che ragionano, per esempio, come segue: “Allora, io voglio avere rapporti sessuali con chi mi pare e quando e come mi pare, e su questo non mi frega niente di quello che dice la Chiesa. Però, riguardo al fatto di usare il preservativo oppure no, invece mi voglio attenere alle indicazioni del Magistero.”

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