Permesso, scusa, grazie

thank-youdi Costanza Miriano

Fondamentalmente è colpa di Cenerentola. Ci ha fregati un po’ tutti il finale delle fiabe. Non che lo si dica apertamente, ma in qualche modo i finaloni romantici lasciano intendere che si viva automaticamente felici e contenti, dopo il bacio, dopo le nozze, come per un diritto misteriosamente acquisito tagliando la torta nuziale, e da lì in poi fermamente inalienabile. Il matrimonio invece è un lavoro certosino e quotidiano, un’opera d’arte eroica e maestosa, ben più di una cattedrale, perché quella, magari anche dopo mille anni, va in rovina, e si sbriciola e si perde nella polvere, mentre le vite che nascono da una famiglia sono chiamate all’eternità, e allora quello scolpire, quel cesellare, quel rifinire che tanta fatica può costare non sarà perso mai, mai si sbriciolerà in polvere.

Invitandoci a usare le parole permesso, grazie, scusa, il Papa ha ricordato essenzialmente questo. Stare insieme è un lavoro quotidiano, che richiede la massima attenzione. “Tre parole chiave! Chiediamo permesso per non essere invadenti in famiglia. “Posso fare questo? Ti piace che faccia questo?”. Col linguaggio del chiedere permesso. Diciamo grazie, grazie per l’amore! Ma dimmi, quante volte al giorno tu dici grazie a tua moglie, e tu a tuo marito? Quanti giorni passano senza dire questa parola, grazie! E l’ultima: scusa. Tutti sbagliamo e alle volte qualcuno si offende nella famiglia e nel matrimonio, e alcune volte – io dico – volano i piatti, si dicono parole forti, ma sentite questo consiglio: non finire la giornata senza fare la pace”.

Ovviamente non è un discorso di forma, e ancor più ovviamente non si riduce a questo l’attenzione per il marito e per la moglie. Semplicemente il Papa ha voluto scegliere parole facili da tenere a mente, ma per significare che l’amore tra due coniugi quasi mai è una facile gratuita spontanea simbiosi, ed è invece molto più il frutto di una scelta, di una dedizione, di un impegno volontario, consapevole, quotidiano. Una lotta di trincea, un conquistare centimetro per centimetro, per smussare angoli, strappare sorrisi, scartavetrare superfici scabrose.

Credo che mai come oggi la Chiesa abbia un compito profetico: annunciare all’uomo la verità su se stesso. Lo ha sempre fatto, e sempre lo farà, ma in passato molto spesso il suo annuncio è stato più vicino al sentire comune. Oggi invece l’idea di uomo che il cristianesimo propone è lontana anni luce da quella della cultura del mainstream, per così dire. In particolare per quanto riguarda la sfera dei sentimenti. La catechesi che il mondo fa sull’amore è lontana anni luce dalla verità: l’amore come una facile corrispondenza che soddisfi e solleciti la nostra emotività, qualcosa che viene gratuitamente, da assecondare, qualcosa che quando manca, be’, pazienza, devi avere il coraggio di seguire te stesso e lasciare una situazione che non ti gratifica più, e peccato se ci sono dei bambini che soffrono.

È rimasta solo la Chiesa a dire la verità, cioè che amare è anche difficile, a volte è faticoso, è bello ma non sempre semplice, e che l’amore vero ha poco a che fare col batticuore, col desiderio di conquista, con l’agognare qualcuno di irraggiungibile (tutti i film romantici altro non sono che questo). È rimasta solo la Chiesa ad annunciare che il matrimonio non è il posto dove ci si riposa (diciamo, non prevalentemente, per quanto è auspicabile in ogni nucleo una dotazione di base minima di divano, letture rilassanti, tavoletta di cioccolata e altri generi di conforto), ma il luogo al quale dedicare il meglio delle proprie energie.

Vietati dunque i “vestiti da casa”, solo l’idea mi fa rabbrividire: avere una tuta informe e magari la maglietta bucata o macchiata da tenere in casa certifica l’idea che fuori ci si presenti al meglio, mentre tra le mura domestiche si possa dare libero sfogo ai nostri lati peggiori, perché “tanto ormai” lui o lei ci hanno presi, e quindi alla fine ci terranno, in qualunque modo ci metteremo. Il vestito da casa non è che la rappresentazione concreta di un atteggiamento, dell’idea che non dobbiamo più sforzarci di piacere all’altro. E invece essere sposati dovrebbe essere un continuo chiedersi “come posso fare quello che piace a mia moglie, a mio marito? Come posso fare il suo vero bene, ma anche come posso semplicemente rendergli o renderle la giornata più allegra, la casa un posto più piacevole? Come posso rendere a lui, a lei l’idea di tornare da me almeno leggermente più allettante di una riunione condominiale?”

A volte anche noi sposi cristiani facciamo errori grossolani, magari a causa dell’abitudine, o della distrazione, e ci dimentichiamo che il primo posto nel quale vivere e sperimentare e mettere in pratica il Vangelo è casa nostra. Perché certo amare il povero, il bisognoso di cui magari non conosciamo i difetti può anche venire facile. Ma amare quella persona di cui vediamo i limiti – che sono diversi dai nostri ma ne hanno sicuramente lo stesso peso specifico – ci costa di più, magari per quello stupido difetto che in quel momento ci fa venire i nervi. E amare quello che ci è più vicino ci sembra anche meno gratificante, perché in qualche modo lo sentiamo come un atto dovuto.

È rimasta solo la Chiesa ad annunciare che invece quella che stiamo facendo ogni volta che chiediamo scusa, magari chiedendolo per primi, è un’opera d’arte. Ogni volta che chiediamo permesso prima di fare qualcosa, ogni volta che diciamo grazie non dimenticando che nulla di quello che riceviamo è scontato, né dovuto.

E usare queste tre parole significa anche che si sta parlando, che non ci si è chiusi in un silenzio non belligerante forse più triste del litigio, che non si è smesso di guardare al rapporto con l’altro con gli occhi della speranza.

È vero, a volte questo costa, ma solo Cenerentola può ancora credere che l’amore non passi per la croce. L’unica fonte del vero amore è Dio, noi da soli non siamo capaci di amore, cioè di fare disinteressatamente il bene dell’altro, e lui ce l’ha fatto vedere chiaramente cosa significhi amare: dare la vita per l’altro. Sennò avrebbe semplicemente invitato i discepoli a cena, avrebbe bevuto e scherzato con loro, poi se ne sarebbe tornato a casa sua, invece li amò fino alla morte, e alla morte di croce. Anche a noi è chiesto questo, sebbene spesso i nostri martirii siano ben più risibili e ben meno dolorosi, che so, sorridere a una suocera, accogliere un invito a cena al quale preferiremmo una trapanata del dentista senza anestesia, raccogliere da terra roba abbandonata non da noi in una precedente era geologica, fingere che la frittata alle zucchine è buonissima anche se ha un pizzico di sale di troppo, ma non importa, basterà bere ininterrottamente tutta la notte, dire grazie per quel figlio ripreso da calcio (le prime volte la cosa desterà un po’ di stupore, o forse ingenererà anche qualche malore per lo choc, visto che magari sono dieci anni che il padre va a prendere figli in giro per la città senza che nessuno mai si fosse sognato di ringraziarlo), per la spesa fatta, per la cena cucinata, per la lampadina cambiata…

fonte: Il Timone

37 pensieri su “Permesso, scusa, grazie

  1. Antonietta

    Dalla mia ormai ventennale esperienza di matrimonio trovo tutto ciò verissimo, condivisibile, innegabile. Trovo inoltre che quel “Come posso rendere l’idea di tornare da me leggermente più allettante di una riunione condominiale?” sia un capolavoro della letteratura. Buona giornata a tutti.

  2. fiore

    hai ragione, Costanza, l’amore, cioè la carità, è molto, molto difficile in famiglia. Quando discutiamo animatamente con mio marito (e dopo 38 anni non abbiamo ancora smesso!) lui mi dice che dirà a tutti in Parrocchia chi veramente sono perchè loro (la comunità) non mi conosce dato che il mio comportamento all’esterno è totalmente diverso. Forse un po’ ha ragione, e ha ragione anche il Papa quando ci invita a dire quelle tre parole perchè con la sua grande esperienza sa di che pasta siamo fatti. Importante è riconoscerlo, è impegnarsi quotidianamente e rialzarci ogni volta che cadremo per riprendere il faticoso cammino del matrimonio .

  3. Giancarlo

    Avere cura l’uno dell’altra e viceversa. Certo, perché se non si ha cura le relazioni diventano dolorose, poi si indeboliscono, alla fine possono anche morire. Questo, in contrasto con quello che propone il mondo, propone la chiesa: avere cura vicendevole. Ma se non si riesce ad avere cura e le relazioni finiscono per sgretolarsi, esiste un piano B? No, non esiste alcun piano B. Esistono due scelte possibili, che però sono alternative, o si sceglie l’una o si preferisce l’altra. O si ha cura del proprio coniuge, oppure si ha cura di se stessi, del proprio interesse, del proprio benessere.

    Il mondo propone di avere cura di se stessi, a costo di sacrificare le relazioni che possono limitare la nostra libertà. Ma è una scelta saggia? Le relazioni con le persone sono quanto di più prezioso c’è nella vita di ciascuno di noi; è giusto sacrificarle per inseguire un sentimento o una passione? Può crescere sereno un bambino che capisce che le relazioni personali, anche le più sacre, possono morire? Con quale coraggio, con quale slancio e serenità potrà iniziare le proprie future relazioni d’amore? Ma poi, anche le persone adulte pagheranno un prezzo che non immaginano. Impostare la propria vita sul proprio interesse e scegliere di avere relazioni provvisorie ha conseguenze disastrose sulla nostra felicità.

  4. Arianna

    Condivido tutto in pieno ma. …permettetemi di spezzare una lancia a favore del “vestito da casa”: quando si è in cinque con uno stipendio ed il mutuo da pagare, le spese per il vestiario devono essere molto oculate. E se tre dei cinque sono di età compresa tra 2 e 8 anni, è inevitabile che il vestiario a fine giornata riporti le tracce delle numerose attività svolte come mangiare, colorare ecc…per non parlare di quello della mamma che riporta le tracce delle attività di tutte e tre le figlie! in questa situazione avere degli abiti solo per uso casalingo, che anche se non perfettamente smacchiati fa lo stesso, è un modo di risparmiare. Se ogni giorno indossassi in casa quello che uso per andare al lavoro, nel giro di un mese non avrei più un abito decente!
    Quindi per me l uso dell abito da casa è solo questione di praticità. ..l abito non fa il monaco e magari sul marito hanno più effetto un sorriso ed un bacio….
    Poi per la sostanza condivido tutto!

    1. @Arianna è ovvio… soprattutto per quanto riguarda figli e figli piccoli…

      Ai miei ormai grandi, non permetto di girare in pigiama tutto il giorno… o venire in pigiama a tavola (!) e non per formalismo, ma perchè il desco quotidiano è anche (quando gli orari di tutti lo permettono…) momento di condivisione e ringraziamento a Dio per quanto ci concede – poco o tanto che sia…

      Praticità è una cosa, sciatteria è un’altra 😉

    1. Giusi

      Che vuol dire questa frase Alvise? Non l’ho mai capita. Ricordo che da piccola vidi uno sceneggiato o un film (non rammento) quando in televisione facevano cose belle perchè o ti mangiavi questa minestra o saltavi dalla finestra (la concorrenza a volte è una fregatura). Ricordo che c’erano due amici che si confidavano e uno diceva all’altro: ecco vedi quello è un ponte, a lei piacciono i ponti e io non posso guardarne uno senza commuovermi. Non ho mai dimenticato quella scena L’ho cercata su google digitando le parole ma niente. E’ di un’epoca che non caricavano su you tube e il concetto di amore attuale è tale che non andrebbero mai a ripescarla. Mi piacerebbe sapere in che film o sceneggiato fosse, Da allora, anche se probabilmente non avevo ancora dieci anni, ho capito una cosa: amare vuol dire vedere con gli occhi dell’altro.

    2. Anonimo69

      Sarà, però io credo che, se una persona ti voglia veramente bene, non avrà niente in contrario al mettersi “comodi” in casa, per avere, fra le mura domestiche una maggiore libertà e minor timore di sporcare gli abiti “buoni”. Io, per quel che mi riguarda, “fuori” sto sempre in giacca e cravatta, in casa, invece, in pigiama. Basta chiarire le cose, ed il significato che gli attribuisce, fin da subito. A69

      1. @A69,

        lasciati però dire da chi ha un po’ di esperienza di vita matrimoniale, che le moglie (non che ne abbia più di una) non hanno piacere di vedere il marito tutte le volte che è a casa, in pigiama, ciabattoni, barba lunga, capelli dritti e aria di “tengo spento anche il mio ultimo (qualcuno dice unico) neurone, che risparmio energie”…

        Come i mariti non amano vedere la propria moglie con gli stessi capelli dritti o raccolti da improbabili sostegni di improbabile fattura, il pigiama felpato “antistupro” (mi pare lo abbia chiamato così Costanza una volta…), magari con sopra grembiulino da faccende affacendata e andamento da sci di fondo su pattine antigraffio (alle quali generalmente anche il marito è obbligato…).

        Naturalemente sono iperboli (mica tanto) e per contro non devi tenere tu come me, giacca e cravatta tutto il giorno, ne lei tacco 12 e trucco fashion, ma…
        Si può essere curati, giustamente ordinati, moderatamente attraenti anche in tenuta relax (sentendosi comodi), senza essere completamente “svaccati”.

        Credo questo lo si debba al proprio coniuge perché la conseguenza diretta (a lungo andare intendo) è: «per uscire di casa, per chiunque, ti metti in tiro… io mi becco un “rutto”!»
        (e scusate la parola “mi becco”…)
        😉

  5. Costanza hai stra ragione come al solito, però permettimi di spezzare una lancia a favore degli “abiti da casa” almeno nel caso sia una cosa concordata dalla coppia, magari per presentarsi al meglio in pubblico proprio come coppia. Maria ed io facciamo così…

  6. Claudia

    Non ho sentito il Papa e non so cosa ne pensi la chiesa, a me sembrano semplicemente riflessioni di buon senso – ciò che non esclude certo che spesso non siano seguite.

    aggiungerei una piccola cosa: essere egoiste. Sì, egoiste nel senso di dire chiaramente quello che ci farebbe piacere, cercare di stare bene, di essere felici. Perchè a me pare che spesso donne e uomini non dicano quello che vogliono ma cerchino di dire quello che forse vorrebbe anche l’altro. Col risultato che poi l’altro non capisce esattamente cosa voleva la sua metà, e si ingenerano situazioni assurde. Meglio essere chiari, diretti, dire quello che si vuole-cerca-di cui si ha bisogno, e poi capire cosa vuole l’altro/a e arrivare insieme a un compromesso. Altrimenti entrambi rischiano di fare cose pensando che facciano piacere all’altro, mentre in realtà non è così, e quindi ci si sente frustrati perchè il gesto non è stato apprezzato.

  7. Claudia:

    …sì, sono d’accordo con quello che scrivi. Si potrebbe tutto, alla fine, ridurre alla pura e semplice sincerità, anche
    con se stessi. Ma non potrebbe arrivare, malauguratamente, la sincerità con se stessi, fino al “cristiano-mirianico”
    sacrificio della vita? L’egoismo può avere diverse facce, alcune sane altre no. O invece sono sane anche quelle sacrificali? Anzi, ancora, cristologicamente, più sane?

    1. …potrebbe anche succedere ( succede?) che i due sposi, anche se consacrati, incominci fingessero o uno, o tutti e due, che vivessero bene, che ci avessero solo i piccoli crucci domestici così ben disegnati dalla penna di Costanza Miriano, ma realmente non vivessero bene per nulla e fingessero per il bene della famiglia dei figlioli dei soceri e dell’esempio da dare alle altre famiglie che guardassero loro. Che si sacrificassero, insomma, infino alla morte, per un bene più alto che di essere stoltamente contenti della vita vivessero.
      “Per aspera ad astra”!!!

  8. Luca

    Io e mia moglie, sinceramente, siamo entrambi ben felici di poter stare “sciallati” in casa nostra. Lo faremmo anche fuori, se non ci trovassimo a vivere circondati da persone che danno (troppa) importanza ai vestiti.

    1. Vanni

      Per restare sull’abbigliamento.
      Secondo me il pigiama si mette per andare a letto; per casa si dovrebbe girare vestiti “da casa”, ma decentemente, come dice Bariom, e anche con un pizzico di comoda eleganza.

      Circa l’egoismo di cui parlano Claudia e Alvise, forse avranno qualche ragione, ma il tutto mi sembra parecchio squallidino. Meglio una sana, anche un po’ ipocrita, buona educazione e/o sopportazione.

        1. Luigi

          Non resisto… dalla pagina segnalata da Senm:

          “Doña María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox-Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick…”

          “… y Azevedo”
          “Y Azevedo, pure!”

          Scusate 🙂

          Luigi

          1. vale

            Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio

            y Totò.pure.

          2. Anonimo69

            E allora Totò: Antonio Focas Ducas Comneno Porfirogenito De Curtis Gagliardi, Principe di Bisanzio, Duca di Morea e di Acaia, Conte d’Epiro, Esarca di Ravenna. A69

        2. …basta non scial(l)acquare! 😀

          Belli ‘sti ritratti… un bel po’ 🙂
          Arte che ormai temo si sia perduta 😐 (come tante altre del resto…)

  9. 61angeloextralarge

    Questo post è validissimo per la famiglia, ma anche per le situazioni di vita comunitaria: ogni volta che veniamo a contatto con qualcuno.
    Le tre parole valgono per tutti.

  10. Bea

    Grazie Costanza perchè riempi i miei tempi vuoti (universitaria pendolare) con tematiche molto belle e semplicemente realistiche. Ti apprezzo molto!

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