Le ragioni di un’atea pro-life

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di Kristine Kruszelnicki*

“Esiste davvero un ateo pro-life?”, ha chiesto Marco Rosaire Rossi nell’edizione di settembre/ottobre di The Humanist. “Cosa verrà dopo, gli agnostici del disegno intelligente? O i laici per la sharia?”.

Gli atei possono non avere un papa, ma agli occhi di molti c’è ancora un dogma a cui tutti loro devono aderire. Essere un ateo vuol dire sostenere l’aborto. Non fatelo e verrete denunciati come “segretamente religiosi”. Quando mi sono unita a un agnostico e a un ateo di Secular Pro-Life per un panel informativo alla Convenzione Atea Americana del 2012, un popolare blogger ateo ci ha accusati di aver “mentito sul fatto di essere atei”.

C’è un’ovvia riluttanza ad accettare che esistano pro-life non religiosi. Ma esistiamo. Differiamo un po’ a livello di approcci e filosofie, ma includiamo pensatori atei come Robert Price, autore di “The Case Against the Case for Christ”, lo scrittore ultraliberale Nat Hentoff, i filosofi Arif Ahmed e Don Marquis e l’attivista liberale pacifista Mary Meehan, solo per fare qualche nome.

Quando in un dibattito del gennaio 2008 con Jay Wesley Richards gli venne chiesto se si opponeva all’aborto ed era un membro del movimento pro-life, il defunto autore ateo Christopher Hitchens rispose:

“Ho avuto molti contrasti con alcuni dei miei colleghi materialisti e laici su questo punto, ma penso che se il concetto di ‘bambino’ significa qualcosa, si può dire che anche il concetto di ‘bambino concepito’ significhi qualcosa. Tutte le scoperte dell’embriologia – molto considerevoli nel corso dell’ultima generazione – sembrano confermare questa opinione, che penso dovrebbe essere innata in ciascuno. È innata nel giuramento di Ippocrate, è istintiva in chiunque abbia mai guardato un sonogramma. Per questo la mia risposta alla domanda è ‘sì’”.

Tra i pro-life laici ci sono atei e agnostici consumati, ex cristiani, conservatori, liberali, vegani, gay e lesbiche e perfino pro-life di fede, che comprendono la forza delle argomentazioni laiche di fronte a pubblici laici. La seguente argomentazione contro l’aborto è una prospettiva, e non rappresenta alcuna organizzazione specifica.

Aborto, questione complessa?

L’aborto è una questione emotivamente complessa, piena di circostanze dolorose che suscitano la nostra simpatia e compassione, ma non moralmente complessa: se i concepiti non sono esseri umani ugualmente meritevoli della nostra compassione e del nostro sostegno, non è richiesta alcuna giustificazione per l’aborto. Le donne dovrebbero mantenere la piena autonomia sul proprio corpo e prendere le proprie decisioni sulla loro gravidanza. Se i concepiti sono esseri umani, però, nessuna giustificazione dell’aborto è moralmente adeguata, se una ragione di questo tipo non può giustificare il fatto di porre fine alla vita di un bambino in circostanze simili.

Uccideremmo un bambino di due anni il cui padre abbandona improvvisamente la madre disoccupata per alleggerire il budget della madre o evitare che il bambino cresca in povertà? Uccideremmo una bambina dell’asilo se ci fossero indicazioni del fatto che potrebbe crescere in una casa violenta? Se i concepiti sono davvero esseri umani, abbiamo il dovere morale di trovare modi misericordiosi per sostenere le donne, che non richiedano la morte di una persona per risolvere i problemi dell’altra.

Scienza contro pseudoscienza

Se alcuni sostenitori dell’aborto hanno accusato i pro-life di usare una “pseudoscienza”, nei fatti le prove scientifiche sostengono fortemente le dichiarazioni pro-life secondo le quali l’embrione e il feto umani sono membri biologici della specie umana. Il libro “The Developing Human: Clinically Oriented Embryology”, del dottor Keith L. Moore, usato nelle scuole di medicina di tutto il mondo, è solo una delle risorse scientifiche che confermano questo fatto. In esso si legge:

Lo sviluppo umano inizia con la fecondazione, il processo durante il quale un gamete maschile o sperma (sviluppo dello spermatozoo) si unisce a un gamete femminile o ovocita (ovum) per formare una singola cellula chiamata zigote. Questa cellula altamente specializzata ha caratterizzato l’inizio di ciascuno di noi come individuo unico”.

A differenza di altre cellule che contengono DNA umano – sperma, ovulo e cellule della pelle, ad esempio –, l’embrione appena fecondato ha la totale capacità di avanzare attraverso tutti gli stadi dello sviluppo umano. Al contrario, sperma e ovulo sono parti differenziate di altri organismi umani, ciascuno con la propria funzione. Fondendosi, entrambi smettono di esistere nel loro stato attuale, e il risultato è una nuova entità con un carattere unico verso la maturità umana. In modo simile, le cellule della pelle contengono informazioni genetiche che possono essere inserite in un ovum enucleato e stimolate a creare un embrione, ma solo l’embrione possiede questa capacità intrinseca autodiretta verso tutto lo sviluppo umano.

Definire l’essere persona

La questione dell’essere persona lascia il regno della scienza per quello della filosofia e dell’etica morale. La scienza definisce cosa sia il concepito, ma non può definire i nostri doveri nei suoi confronti. Dopo tutto, il concepito è un’entità umana molto diversa da quelle che vediamo intorno a noi. Un essere più piccolo, meno sviluppato, situato diversamente e dipendente dovrebbe avere i diritti dell’essere persona e la vita?

Forse la domanda più significativa è: queste differenze sono moralmente rilevanti? Se il fattore è irrilevante per l’essere persona di altri esseri umani, non dovrebbe essere importante neanche quando si parla del concepito. Le persone piccole sono meno importante di quelle più grandi o più alte? Un adolescente che si può riprodurre è più degno di vivere di un bambino che non sa ancora nemmeno camminare? Se questi fattori non sono rilevanti per garantire o aumentare la personalità di chiunque sia già nato, non dovrebbe esserlo neanche per il concepito.

Si potrebbe giustamente affermare che garantiamo maggiori diritti in base ad abilità ed età. Ad ogni modo, il diritto di vivere e di non essere ucciso è diverso dai permessi sociali garantiti sulla base delle abilità e della maturità acquisite, come il diritto di guidare o quello di votare. Non ci viene permesso di guidare prima dei 16 anni; non siamo uccisi e non ci viene evitato di poter mai raggiungere quel livello di maturità.

Allo stesso modo, la coscienza e la consapevolezza di sé, spesso proposte come giusti indicatori della personalità, si limitano a identificare livelli dello sviluppo umano. La coscienza non esiste in un vacuum. Esiste solo come parte della grande totalità di un’entità vivente. Dire che un’entità non ha ancora la coscienza è tuttavia parlare di quell’entità nella quale risiede la capacità inerente di coscienza, e senza la quale la coscienza non potrebbe mai svilupparsi.

Come sottolinea l’ateo Nat Henthoff,

“Dire che lo sterminio può avere luogo perché il cervello ancora non funziona o perché quella cosa non è ancora una ‘persona’ manca un punto fondamentale. Indipendentemente dal fatto che vita venga eliminata alla quarta settimana o alla quattordicesima, la vittima è uno della nostra specie, e lo è stato fin dall’inizio”

L’intrinseca capacità di tutte le funzioni umane risiede nell’embrione perché è un’entità umana completa. Come non si butterebbero via le banane verdi insieme a quelle marce anche se entrambe non possono essere al momento usate come cibo, non si può eliminare un feto che non ha ancora raggiunto una funzione accanto a una persona cerebralmente morta che ha perso permanentemente quella funzione. Eliminare un feto perché non ha ancora raggiunto un livello di sviluppo specifico significa ignorare il fatto che un essere umano a quello stadio dello sviluppo umano funziona come un essere umano di quell’età.

Localizzazione e dipendenza

Ricordando la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo a sostegno della sua posizione per cui “gli esseri umani come persone sono nati”, Rossi ha dichiarato: “Il fatto è che la nascita ci trasforma. Ci rende simultaneamente individui e membri di un gruppo, e inserisce in noi protezioni che comportano diritti”.

Questa affermazione è ampiamente fallace. In primo luogo, ciò che è non rappresenta necessariamente ciò che dovrebbe essere. Il fatto che le convenzioni sociali della personalità trascurino il concepito non sorprende, ed è la vera questione al centro del dibattito. In secondo luogo, la nascita non possiede poteri magici di trasformazione. Alla nascita, un essere umano in fase di sviluppo cambia localizzazione, inizia ad assumere ossigeno e nutrienti in un modo nuovo e a interagire con un maggior numero di altri esseri umani, ma un semplice viaggio nel canale del parto non cambia la natura essenziale dell’entità in questione.

Il bioeticista Peter Singer concorda con il pro-life su questo punto. Afferma infatti:

“I gruppo pro-life avevano ragione su un fatto: la localizzazione di un bambino dentro o fuori il grembo non può fare grande differenza morale. Non possiamo dire con coerenza che è giusto uccidere un feto una settimana prima della nascita ma appena il bambino nasce bisogna fare di tutto per mantenerlo in vita”

(Singer poi continua osservando che visto che non c’è alcuna differenza significativa tra un feto che sta per nascere e un neonato, allora l’infanticidio è giustificato). La nascita è indubbiamente un momento significativo nella nostra vita, ma non è il nostro primo momento.

Cosa dire della dipendenza? Sicuramente, un feto è significativamente più dipendente da sua madre che in qualsiasi altro momento della sua vita. Ma gli esseri umani dipendenti non sono pienamente umani? La dipendenza di un gemello siamese dal cuore o dai polmoni del fratello o della sorella gli toglie personalità? Possiamo uccidere adulti fortemente dipendenti o un bambino che non riesce nemmeno ad alzare la testa?

Se la questione è quella che Rossi definisce “l’assoluta dipendenza dalle nostre madri”, si può porre un’altra domanda: perché la dipendenza da una singola persona significa che una persona non è preziosa o degna di vita e protezione? Se un bambino difficile dovesse salire sullo yacht di un estraneo venendo scoperto il giorno dopo in mare, sarebbe temporaneamente dipendente solo dalle risorse del marinaio. Quest’ultimo sarebbe giustificato a gettarlo dalla barca in acque infestate dagli squali?

È inoltre segno di un popolo civilizzato che quanto più vulnerabile e dipendente è un essere umano, più possiamo giustificare la sua morte?

Violenza e autonomia del corpo

Niente aggiunge più emozione al già emotivo dibattito sull’aborto della questione dello stupro. È ad ogni modo fondamentale che non si confonda l’abominio dello stupro e il desiderio di confortare la vittima con la domanda fondamentale relativa al fatto che le difficoltà giustifichino l’omicidio. Se il concepito è un essere umano, le circostanze del concepimento di una persona non hanno rilevanza sul suo diritto di non essere sterminato.

“Unplugging the Violinist” di Judith Jarvis Thompson (in cui una persona viene rapita dagli amici di un violinista morente che ha bisogno di un rene e costretta a rimanere collegata a lui per nove mesi per salvargli la vita) illustra il dilemma dell’autonomia del corpo, suggerendo l’aborto in casi di stupro.

La Thomson, tuttavia, non riconosce che il rapporto tra un concepito e la madre è diverso dall’unione artificiale di una persona a un estraneo. Il feto non è un intruso. È nella “casa” appropriata per un essere umano della sua età e con il suo stadio di sviluppo. A differenza dei reni, che esistono per il corpo della donna, l’utero esiste e ogni mese si prepara ad accogliere il corpo di qualcun altro. Una donna ha il diritto al proprio corpo, ma un feto ha il diritto all’utero che è la sua “casa” biologica.

Riconoscendo le responsabilità biologiche con cui siamo evoluti come specie, capiamo che se una persona non è sempre obbligata nei confronti di un estraneo, si è invece obbligati a fornire sostentamento e protezione di base al proprio figlio biologico. Una madre che allatta non può reclamare “l’autonomia del corpo” e abbandonare il proprio figlio mentre viaggia, né una madre incinta può abbandonare la propria responsabilità nei confronti del bambino. Se la vittima di stupro non ha scelto quella situazione ed è messa ingiustamente in quella condizione, il suo dovere fondamentale nei confronti del figlio non è meno reale di quello del marinaio nei confronti di un clandestino indesiderato.

L’aborto non consiste semplicemente nello “staccare la spina a un estraneo morente”. L’aborto smembra e uccide quello che altrimenti sarebbe un essere umano sano che è in un’unione appropriata per la sua età e naturalmente dipendente da sua madre. Rebecca Kiessling, concepita in occasione di uno stupro, afferma: “Può essere che quando avevo quattro anni o quattro giorni non fossi uguale a come ero quando mi trovavo ancora nel grembo di mia madre, ma ero innegabilmente me e sarei stata uccisa [per il crimine di mio padre]”.

L’aborto non elimina lo stupro di una donna né la aiuta a guarire. Puniamo lo stupratore, non suo figlio.

Personalmente pro-life – ma la legge non cambia?

Alcuni risponderanno al peso della scienza e della ragione ammettendo di essere “personalmente pro-life” ma di volere che l’aborto resti legale perché possa rimanere sicuro. Senza addentrarsi nelle statistiche sugli aborti legali contro quelli illegali, sui numeri degli aborti effettuati illegalmente nelle cliniche o sul ruolo giocati dagli antibiotici nel rendere l’aborto più sicuro anche prima della Roe vs. Wade, la domanda è sempre quella: sicuro per chi?

Se una persona si oppone personalmente perché crede che l’aborto ponga fine a una vita umana, non ha senso dire che la fine della vita umana dovrebbe rimanere legale per salvare delle vite. Legale o illegale, tutti gli aborti uccidono. A volte la madre, ma sempre il figlio o la figlia.

Conclusione
L’autrice Frederica Matthews-Green ha sottolineato una volta che “nessuna donna vuole un aborto come vuole un gelato o una Porsche. Vuole un aborto come un animale preso in trappola vuole strappare la propria gamba”. La sfida per la nostra società in continua evoluzione è questa: daremo alla donna una sega e l’aiuteremo ad amputare la propria gamba? O siamo abbastanza saggi e capaci da trovare modi creativi per rimuovere la trappola senza distruggere la gamba nel processo – soprattutto quando quella “gamba” è un altro essere umano?

La società può continuare a opporre le donne ai propri figli o possiamo iniziare a parlare di vere scelte, vere soluzioni e vera misericordia – come quelle suggerite da gruppi come Feminists for Life. La filosofia pro-life secolare significa includere i membri più piccoli e più deboli della nostra specie e non escludere i dipendenti e vulnerabili dai diritti di personalità e di vita. Siamo evoluti come specie in una comunità complessa e interdipendente che sta eliminando gradualmente pregiudizi come il razzismo, il sessismo e la discriminazione nei confronti dei disabili.

Bandiamo ora la discriminazione letale dell’età.

Con le parole della Pro-Life Alliance of Gays and Lesbians, “nessuno di noi è veramente libero fino a che tutti non siamo liberi, con tutti i nostri diritti intatti e garantiti, incluso il diritto fondamentale di vivere senza minacce o vessazioni”.

Possiamo fare meglio dell’aborto.

——
*Kristine Kruszelnicki è direttore esecutivo di Pro-Life Humanists e scrittrice freelance. Risiede a Ottawa (Canada).

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

fonta: ALETEIA

43 pensieri su “Le ragioni di un’atea pro-life

  1. Elena Maffei

    Quanto è difficile essere liberi. Quante volte una donna si sente schiacciata fra la realtà biologica e le aspettative sociali…e c’è quella maledetta libertà di scegliere. Da mamma e donna adulta opero perché le aspettative sociali comprendano la vita: comunque sia, in qualunque momento dello sviluppo si trovi. Quindi: figlia, moglie, mamma felice perche’ spero cosi’che le donne giovani, a cominciare da mia figlia, credano che la vita va sempre difesa.

  2. In un (bello) articolo come questo andava anche ricordata l’opinione di un ateo omosessuale come Pasolini:

    “Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio”. Il poeta qui attinge a una sensibilità prenatale che egli sente viva nel quotidiano e nei sogni; egli ricorda la propria “felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente”.

  3. martina

    La questioni fondamentali sono
    1) questa è l’idea morale di queste persone, qualsiasi sia il loro credo o non credo.
    Chi ha una opinione differente deve adeguarsi necessariamente a questa idea?

    2) se una donna non può, non vuole o non è in grado di portare avanti la gravidanza per motivi di scelta, di difficoltà fisiche o di impossibilità sociale e/o psicologica, deve essere costretta a portarla avanti contro la sua volontà, salute, difficoltà? in quale modo?

    3) appurato che avendo tali opinioni si debba cercare, nel rispetto della donna, di convincerla a portare avanti la gravidanza ed affidare il figlio a famiglia adottiva, se questa donna non cambia idea è lecito obbligarla a sostenere una scelta non sua?

    4) qualora a una donna sia diagnosticata una grave malattia incompatibile con la gravidanza in corso (tumore, intervento che richieda raggi x, tac o farmaci tossici) che abbia una urgenza tale da porre la donna nelle condizioni di scegliere fra la propria vita e portare avanti una gravidanza che potrebbe non terminare, lasciare orfani dei figli già presenti che non avrebbero più il loro genitore. In questo caso possono delle persone altre decidere per lei quale è la scelta (comunque dolorosa) per lei più giusta?

    grazie per ogni risposta.

    1. Matteo

      Il punto quattro, unico a non essere stato affrontato nell’articolo, è quello critico sia da un punto di vista etico che logico perché mette sul piatto della bilancia l’esistenza stessa di due persone.
      Registro che in molti paesi l’aborto è permesso esclusivamente nei casi in cui sia in pericolo la vita della madre.
      L’estensione della facoltà di abortire in presenza di altre problematiche (salute mentale e fisica della madre, patologie del feto, difficoltà economiche) è un triste primato dell’occidente.

    2. Martina,

      mi sembra che tu cerchi di stabilire una casistica, come se il diritto alla vita di un essere umano non fosse un assoluto, ma dipendesse dalle circostanze.

      Se invece di un bambino non ancora nato stessimo parlando di un neonato di 6 mesi, di un handicappato o di un malato psichico, accetteresti che il loro diritto alla vita sia legato a particolari condizioni? E c’è qualche differenza, diciamo così, “ontologica” tra il bambino che nascerà tra 6 mesi e quello che è nato 6 mesi fa?

      Per il punto 1, se ci fosse una persona che non riesce ad accettare che degli immigrati vivano nel suo stesso palazzo, se non riesci a convincerla, è accettabile che questa persona spari agli immigrati senza subire conseguenze penali o essa deve “adeguarsi necessariamente” all’idea che gli immigrati hanno il suo stesso diritto alla vita?

      Per i punti 2 e 3, se, per fare un altro esempio, una donna si trovasse nell’impossibilità o nella assoluta non-volontà di accudire il suo bambino di due anni, sarebbe per questo lecito sopprimerlo?

      Per quanto riguarda il punto 4, uno dei casi limite che sono stati usati come grimaldello per fare breccia nell’opinione pubblica (secondo una ben nota strategia per la quale si utilizzano casi pietosi che corrispondono a meno dell’1% delle situazioni per far passare leggi che negano il diritto alla vita di milioni di persone), già prima della famigerata 194 una donna era autorizzata a seguire tutte le terapie salva-vita che voleva, e si accettava che esse potessero avere conseguenze letali sul bambino non ancora nato. Non sono statisticamente significative (ammesso che esistano) le situazioni in cui le cure richiedano l’attiva soppressione del bambino, comunque penso che se ci fossero state sarebbero state anch’esse consentite (in ogni caso, doveva essere qualcosa di ben più serio del generico, non certificato, “danno alla salute psichica della donna”, utilizzato, credo, come giustificazione di oltre il 95% degli aborti perpetrati in Italia).

      Alla fine, in barba a tutte le casistiche (in cui i cosiddetti “pro-choice” sono specializzati), il punto, molto semplice, è quello riportato nell’articolo: se non è un essere umano, ma un “qualcosa” di cui si può disporre, allora nessuna giustificazione all’aborto è necessaria. Ma se invece è un essere umano, come Ippocrate aveva capito con estrema chiarezza secoli prima di Cristo, e come la scienza moderna ha assolutamente confermato, allora nessuna giustificazione all’aborto è sufficiente.

      1. Filomena

        Prendo per vero tutto.

        Domanda:

        Come costringere attivamente una donna a proseguire una gravidanza non desiderata. Potreste/potrebbe dettagliare i mezzi coercitivi necessari?

        1. Come costringere una donna in una situazione di grave difficoltà personale a non uccidere un bambino già nato che le causa per qualsiasi motivo (tipicamente, patologie psichiche della madre) gravi sofferenze?
          Se qualcuno è al corrente di queste difficoltà (che non è mai facile capire quanto pesino veramente), cerca di starle vicino, di aiutarla… però si confida anche nel fatto che la grave sanzione penale, che implica anche una sanzione sociale, la tratterrà dal farlo.
          Nel caso dell’aborto, secondo me, si potrebbe accompagnare ad una sanzione penale per la donna, magari più lieve che nel caso di omicidio del neonato, una sanzione penale molto forte per chi collabora, soprattutto se a fini di lucro, e per chi fa pressione sulla donna perché abortisca.
          Intendiamoci, purtroppo gli aborti, clandestini (che peraltro ci sono anche ora, anche se molti lo ignorano), continuerebbero ad esserci… ma sarebbero molti molti di meno rispetto ad ora. E, forse, si comincerebbe anche a tornare ad un approccio più responsabile verso l’affettività e la sessualità, e ad un maggiore rispetto per la donna.

        2. Qui nessuno vuole costringere attivamente una donna a proseguire una gravidanza non desiderata. Qui si vuole eliminare l’aborto legalizzato e gratuito. Qui si vuole che le donne che abortiscono per gravi motivi economici, sociali, eccetera vengano aiutate a superare questi problemi e possano accogliere i propri figli a braccia aperte.

        3. Matteo

          Francamente mi pare una domanda tendenziosa.
          Il libero arbitrio e la piena responsabilità delle scelte individuali su se stessi e sul prossimo permane anche in assenza di una legge che autorizzi l’aborto.

        4. Questa domanda un po’ di anni fa, semplicemtente non avrebbe avuto alcun senso.
          Sarebbe stato come chiedere “Come costringere chicchessia a non uccidere chiunque altro sia?” (dettagliare i mezzi coercitivi necessari).

          Se lei Filomena “prende per vero tutto”, avendo una creaura nascente nel ventre (poi la chiami come vuole, dica prima di adesso non è, e se lo fosse non è detto sarà, ecc, ecc.) non decide solo di non “proseguire una gravidanza non desiderata…” (soliti eufemismi).
          Almeno affronti la realtà della cosa.

            1. Come capita spesso parli da ignorante.

              Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

              ARTICOLO 5
              IL QUINTO COMANDAMENTO

              « Non uccidere » (Es 20,13).

              2271 Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale:

              « Non uccidere il bimbo con l’aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita ». 182

              « Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell’uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto come pure l’infanticidio sono abominevoli delitti ». 183

              2272 La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. « Chi procura l’aborto, se ne consegue l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae », 184 « per il fatto stesso d’aver commesso il delitto » 185 e alle condizioni previste dal diritto. 186 La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società.
              ……………………………………….

              Vale ora e valeva “prima”, anzi date le poche scomuniche(non che sia qui ad invocarle) parrebbe valere meno ora.
              Sulla legge civile era per dire che non fosse legge ora, manco si porrebbe simile domanda (ma lo avevi capito benissimo).

                1. Alvise senti, fai pure i tuoi silogismi, ma non prendere per i fondelli!!

                  Se il comando è “non uccidere” e tu uccidi, che commetti? E come ti definiresti?
                  E qui mi fermo che quando no sai che pesci pigliare ti attacchi all’aria fritta! 😐

    3. Emanuele

      Ti rispondo molto volentieri.
      La prima questione: non si tratta della morale di tizio o di caio. La morale è una, così come la logica e la ragione. La morale è la nostra domanda fondamentale: cos’è il bene? Cos’è il male? Domande poste non in modo ozioso, ma per fare il primo e contrastare il secondo. Ora: non è corretto dire che ci sono molte morali, ma magari diversi presupposti che portano a differenti conclusioni circa cosa sia bene e cosa no.
      Però questi presupposti e questi passaggi logici non sono scolpiti nella pietra. Sono conoscibili e dunque razionalmente criticabili.
      In sintesi, nessuno ha il diritto di sostenere una cosa in campo morale semplicemente dicendo “io la penso così, punto e basta”. Non è una affermazione etica, è un dogmatismo, un impuntamento infantile.

      Seconda e terza questione, da riunire.
      Torna comodo l’ottimo esempio della gamba segata. O del film dell’orrore dove un anonimo torturatore offre l’opzione alle sue vittime, tra l’auto-mutilarsi e il morire. E’ chiaro che la risposta più giusta non è assecondare il torturatore, ma evitare che ci siano delle vittime.
      In altri termini, posto che l’aborto è un male, occorre partire da questo e fare in modo che non si arrivi mai all’alternativa.
      Questo significa “costringere una donna a tenersi il bambino”? E’ una affermazione che deriva dalla convinzione, contestabile, che la donna abbia diritto di abortire. Se invece si nega questo diritto non si afferma alcuna costrizione, ma si dice invece che occorre fare di tutto perché la donna non si ponga nella condizione di desiderare di abortire. Ad esempio partendo da una maggiore consapevolezza. Abbiamo fatto smettere di fumare milioni di persone, e il fumo è assai meno mortifero dell’aborto. Perché non possiamo fare la stessa cosa?

  4. Marco

    Bellissimo articolo, sono credente ma mi ritrovo al 100% in questa ragioni, bisognerebbe divulgarlo il più possibile!

  5. Onore e stima massima al ministro spagnolo Alberto Ruiz-Gallardon che si è dimesso per motivi di principio – non è una cosa che si veda tutti i giorni. Onore massimo per il principio causa delle dimissioni (qui in Italia ministri cattolici definiscono la 194 una buona legge) : la difesa della sua legge restrittiva sull’aborto, soprattutto quello eugenetico o usato come metodo contraccettivo.
    Una battaglia, racconta il Foglio, ereditata dal padre, a cui, quando il governo spagnolo liberalizzò l’aborto, un compagno di partito disse “Don José Maria, abbiamo perso”. E lui: “Assolutamente no, abbiamo combattuto”.

  6. Giusi

    TORNO A CHIEDERE PREGHIERE PER ROBERTA! E’ TORNATA IN SALA RIANIMAZIONE! RISCHIA DI NON FARCELA! NON HA NEANCHE MAI VISTO IL SUO BAMBINO CHE STA BENE MA E’ UN PO’ IN INCUBATRICE. OGGI COMINCIA LA NOVENA A SAN FRANCESCO D’ASSISI: MOLTI LA FANNO PER LEI, VI PREGO DI AGGIUNGERVI!

      1. Giusi

        Certo Viviana grazie! E’ in rianimazione per la seconda volta! Mi rifiuto di credere che si possa morire di parto così! Le notizie dalla rianimazione non sono frequenti nè posso continuamente chiamare il marito ma appena so qualcosa (spero di positivo) vi faccio sapere. In parole povere è in setticemia!

          1. Giusi

            NOTIZIE SU ROBERTA. E’ ANCORA IN RIANIMAZIONE MA LA FEBBRE E’ SCESA E SI E’ SVEGLIATA. CONTINUIAMO A PREGARE!

  7. 61angeloextralarge

    “Tra i pro-life laici ci sono atei e agnostici consumati, ex cristiani, conservatori, liberali, vegani, gay e lesbiche e perfino pro-life di fede”: quello che mi colpisce è il termine vegani inserito in questo breve elenco (troppo breve, sob!). Mi colpisce anche che non ci sia “vegetariani”… Per me sarebbe logico che un vegetariano e un vegano sia a favore della vita. Ma forse non ho capito nulla.

  8. fortebraccio

    Se solo i religiosi fossero pro-life, come sarebbe possibile associarsi ad un agnostico e ad altro laico per presentare un panel informativo alla CAA2012? Nelle prime sei righe almeno una svista ed una contraddizione (provate a ribaltare l’immagine sostituendo alla CAA una qualsiasi istituzione religiosa e poi fatemi sapere se non vi vien da ridere).
    Nelle righe successive ci si rimangia tutto, anzi si prova a buttar giù pure una foto di famiglia di questi atei pro-life. Infine si ricorda che per i diversamente religiosi (atei e agnostici, ex cristiani, vegani eccetera) l’essere pro-life è semplicemente una posizione personale, un approdo non logico ma ragionato, probabilmente analogo a quello di chi si dichiara pro-choice.

    Sì, è una questione complessa: altrimenti come si spiegherebbero le decine di soluzioni diverse trovate per cercare di dirimere questo problema? Dal punto di vista laico le domande che non trovano risposta univoca sono due: quando si diventa esseri umani? un feto è un soggetto giuridico avente pieni diritti (e sono di ordine superiore od inferiore rispetto a quelli della donna che lo porta in grembo)?
    E facciamolo un discorso scientifico: ovocellula fecondata, morula, blastocisti, embrione, feto ed infine uomo, non sono sinonimi, né in biologia, né in medicina. In ognuno degli stadi elencati ci sono differenze significative: sono proprio queste discrepanze che portano a differenziare la materia biologica dalla persona – quando accade e se accade. E’ questo il significato della parole “Lo sviluppo umano inizia con…” del Dr. Moore:’ inizia’, ma non è ‘limitato a’. La frase va letta nella prospettiva ‘ex post’: tutti i nati sono passati (con successo) attraverso le fasi dello sviluppo. Anche dal punto di vista delle parole che si usano, ad esempio, c’è una certa differenza tra ‘interruzione della gravidanza’ ed ‘aborto’, anche quando l’evento è spontaneo: non si ‘abortisce’ un feto incapace di vivere in maniera autonoma al difuori del corpo materno.
    Quindi ad oggi il discorso è (giustamente) limitato al campo della filosofia e dell’etica morale! Perché se esistesse un apparato o una macchina capace di portare a termine una gravidanza dal primo all’ultimo giorno, o di accoglierla e supportarla in qualsiasi momento, il problema non si porrebbe, giusto? Chiunque non volesse portare avanti la gravidanza potrebbe semplicemente ‘donarla’ a questa apparecchiatura – ed alla famiglia adottiva dopo la nascita. E saremmo tutti sollevati.

    Riassumendo: esiste un caso di conflitto apparentemente insanabile tra alcune donne e la loro gravidanza. La legge potrebbe anche scegliere di tutelare una a scapito dell’altra; al momento, con alcuni limiti, tutela le scelte della donna. Ma ogni legge degli uomini è labile e modificabile: che ognuno esponga le proprie ragioni, ma vi prego, non la fuffa del paragone tra feti e gambe, tumori e invalidi. Non so se esistano buone argomentazioni a favore dell’aborto: esistono pessime argomentazioni contro, e ne ha elencate alcune.
    Non mi racconti storielle Sig.ra K., che ci fa brutta figura. Si può credere alla sacralità della vita anche essendo atei (penso). E’ una posizione rispettabile. E non è detto che ci debba essere una ragione per farlo. Non sempre ci vuole -sempre e per forza- una ragione: come emozionarsi per un tramonto, o per il rumore di un cuore a 160 battiti per minuto.

    1. Matteo

      Fortebraccio, c’è differenza anche tra un neonato, un adolescente e un anziano. Si tratta di definizioni che descrivono le fasi della parabola dello sviluppo umano. Confinando il proprio punto vista in una prospettiva limitata, un uomo può essere sempre definito come “materia biologica”.
      Lo scientismo è una brutta malattia. Chi ne è affetto riesce a descrivere le cose solo attraverso le categorie (ahimè drammaticamente mutevoli) della scienza sperimentale. Chi ne è affetto vive nella fideistica convinzione che solo la tecnica può portare a delle soluzioni definitive (magari una specie di utero artificiale).
      Ma il sintomo più grave è il disconoscimento tutto ciò che è al di fuori del perimetro limitatissimo della scienza sperimentale, riducendolo, con sprezzante arroganza, a del puro sentimentalismo.

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    1. Giusi

      ROBERTA E’ IN REPARTO. E’ MOLTO DEBOLE MA PARE CE L’ABBIA FATTA! IL MEDICO HA DETTO: “ACCENDETE UN CERO, L’ABBIAMO PRESA PER I CAPELLI, LA STAVAMO PERDENDO”. LE ERA STATA PERSINO AMMINISTRATA L’ESTREMA UNZIONE. RINGRAZIO TUTTI PER LE PREGHIERE.IN TANTI HANNO PREGATO. SIA LODE AL SIGNORE!.

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