Bla bla bl@

big-night

di Jane

Vorrei evitare di trasformarmi in una critica dei costumi contemporanei anzitempo (non ho ancora l’eta’) ma la tentazione e’ troppo forte per non giocare d’anticipo. Soprattutto dopo che l’ennesima provocazione mi ha colpita. Nella rubrica di un importante quotidiano inglese e’ apparso un pezzo intitolato “Una cena senza il fastidioso giochetto di sbracciarsi con il cameriere”. Nell’articolo, il giornalista annuncia entusiasta un nuovo modo per andare al ristorante che ci evitera’ di dover chiamare con la mano il cameriere per farci portare il conto, situazione che crea sempre un po’ di imbarazzo e goffaggine, soprattutto se si tratta di una cena romantica e il cameriere non dovesse capirvi (immaginatevi mentre chiamate il cameriere con fare da uomini veri mimando il gesto universale della firma, poi vi girate ad ammiccare alla ragazza a cena con voi, il cameriere arriva e vi dice “dessert signore?”)

Questo momento imbarazzante si potra’ finalmente evitare grazie alla FlyPay App, una application per lo smartphone che permette di pagare facendo uno scan del codice affisso al tavolo dove si mangia, e l’intero conto comparira’ sul telefono pronto per essere pagato con un semplice click, in modo che ci si possa alzare da tavola a pasto finito senza noiose attese e difficili comunicazioni e gesti.

Un po’ come in quei ristoranti dove puoi ordinare direttamente da un Ipad messo a disposizione sul tavolo, o in quei supermercati dove invece della cassa con il commesso, ci sono sfilze di casse fai-da-te, sempre per velocizzare il tutto e non fare perdere tempo e pazienza, perche’ siamo persone sempre molto impegnate e abbiamo molta fretta.

Forse sara’ un’idea innovativa ed al passo con i tempi, forse saro’ io che sono retro’ e adoro quando il telefono non prende (anche se puntualmente in quel lasso di tempo senza campo mi chiama l’amica per dirmi che e’ incinta o qualcuno per dirmi che il Papa si e’ dimesso), ma tutta questa ipertecnologizzazione del mondo ci sta facendo perdere sempre di piu’ il contatto umano sia con le persone che non conosciamo (il commesso del supermarket o il cameriere del ristorante) sia con quelle che ci sono vicine (grazie a Wattsupp e a social network vari).

Nel primo caso, ci stiamo alienando sempre di piu’. Nessun contatto con il prossimo, meno parliamo, meno perdiamo tempo, soprattutto con chi non conosciamo. A volte vedo persone con le cuffie nelle orecchie mentre pagano alle casse, addirittura un giorno mi sembra che un ragazzo abbia detto al commesso “Parli piu’ forte, non la sento”. Insomma, stiamo cercando di eliminare il dialogo umano, e laddove e’ rimasto, ci rempiamo le orecchie di rumore per poter non ascoltare e fuggire dalla seccatura di comunicare con persone che non conosciamo. A volte penso ad un commesso del supermercato che si vede passare davanti centinaia di persone al giorno che non dicono niente di diverso da “due buste grazie mi da’ i bollini salve tante cose”, e che se chiedi “come sta?” ti guardano come se fossi un alieno o un ipotetico stupratore. La globalizzazione dell’indifferenza di cui parlava il Papa nell’Evangelii Gaudium si traduce anche in questa forma.us

Nel secondo caso, non parliamo piu’ nemmeno tra amici e conoscenti. Comunichiamo, anzi dialoghiamo per lo piu’ per iscritto. Forse il telefono, col senno di poi, non e’ stata una grande invenzione, caro Meucci. In metropolitana non ho mai visto cosi’ tante teste chine sugli smartphone che sono ormai diventati un prolungamento del nostro braccio (ma se non prende il telefono, cosa guarderanno mai? I messaggi vecchi di anni dell’ex che magari avevano un significato misterioso che non avevamo colto? No, vi ha proprio lasciato, fatevene una ragione, magari la prossima girlfriend e’ quella seduta accanto a voi). Stiamo ritornando alle lettere formato email. Se e’ un’alternativa, ben venga, sono la prima a dare il meglio nello scritto che nel parlato (e io e Meg Ryan adoriamo quando c’e’ posta per noi). Ma se e’ un modo per semplificarci la vita e non metterci troppo in gioco, beh forse abbiamo qualche problema, e se quella persona non dovesse esserci piu’, rimpiangeremmo di non averla chiamata per pigrizia e indifferenza.

E con questa nuova App per pagare direttamente al ristorante Jack Nicholson non si sarebbe mai innamorato della cameriera Helen Hunt in “Qualcosa e’ cambiato”. Meglio un blablabla alla Gep Gambardella che un mondo in cui non si parla ma si attende intrepidi lo “sta scrivendo…” su Wattsupp. Vuoi davvero sapere cosa sta scrivendo? Chiama.

9 pensieri su “Bla bla bl@

  1. claudio agresti

    Sperando di non disturbare, mi piacerebbe molto un tuo pensiero su questo libro da poco uscito scritto da “due di noi” un poco in contro tendenza dalla opinione generale. Ti ringrazio x la compagnia quotidiana dei tuoi blog fonte quotidiana di confronto per tutta la mia famiglia. Buona strada 🙂 Claudio Agresti

    Inviato da iPhone

    >

  2. Marco C.

    Uhm, interessante che questo messaggio sia stato scritto proprio su internet, la madre di tutti questi nuovi modi di comunicare. La tecnologia migliora la qualità della vita, basta guardare ai bei tempi andati (che forse poi tanto belli non erano, ma semplicemente diversi)

  3. Valeria

    A tal proposito, anche una famosissima bevanda universale ha fatto uno spot su questa ormai dipendenza tecnologica… Mettere una specie di collare da veterinario, quei così per evitare che gli animali si tocchino le ferite… In modo che la gente è costretta ad alzare la testa e vedere chi si ha davanti. Stiamo troppo con gli occhi bassi ( me compresa) e ci sfuggono tante meraviglie che ci passano davanti. Bellissimo articolo, complimenti.

  4. fortebraccio

    Cara Jane, la tecnologia è un mezzo, non un fine (sennò prende il sopravvento, concordo).
    Lo stesso apparecchio che mi fa prenotare stando al tavolo, mi permette di leggere in metro la Evangelii Gaudium (e sì, noto l’ironia).
    Ora potremmo discutere se sia più importante che io passi il mio tempo da pendolare a leggere questo blog od a importunare le persone che frequentano il treno che quotidianamente mi porta a lavorare; se sia più appagante un podcast di storia o una discussione sull’ultimo turno di champions league…
    E poi, da quando la fila al supermercato è stata un luogo di discussione costruttiva di alcunché?
    Diciamocelo: la tecnologia ci permette di mantenere vive amicizie divise da centinaia di chilometri (per tacere del lenire la nostalgia per figli e nipoti con skype). Se poi decidiamo di chiuderci solo a quelle, beh è una scelta nostra.
    in fin dei conti stiamo discutendo su come diamo valore al tempo che normalmente consideriamo “morto”: connettersi a qualcuno di interessante (che abita un luogo sconosciuto) o cercare una scintilla nascosta magari a portata di mano? La risposta la osservi quotidianamente.

    84 Charing Cross Road – una relazione intensa senza mai incontrarsi: possibile, ragionevole?

    1. Fortebraccio, non so dove vivi tu. Nei posti dove vivo io, una volta, tra sconosciuti si attaccava discorso e non poco: in coda alla posta, in treno e in tram, nelle sale d’aspetto, al mercato, nelle vie e nelle piazze, aspettando Bartali o la processione o quello che doveva fare il comizio elettorale. Si interveniva perfino nei discorsi altrui, se pungeva vaghezza. I vecchi lo fanno ancora, forse, e anche quelli che sono anticonformisti per tradizione familiare. La tecnologia oggi è alla portata di tutti e questo può essere un gran bene o un gran male; dipende – come sempre – da chi la usa, e come, e perché. Il veleno può anche essere medicina, certo, ma tu gliele daresti, a un bambino, delle pasticche di arsenico per giocare alle biglie?

      1. fortebraccio

        Vivo in un luogo temprato dalle uggie leghiste, piccole invidie di piccoli uomini.
        Gli amici che ancora ho, provengono da sane frequentazioni cattoliche (e devo dire che qui ce ne sono molte, per tutti i gusti. Trovo strano che, nonostante gli inizi, passati i 30 le persone tendano a dimenticarsi di certi valori e si richiudano nel loro circolo ormai chiuso. Bah.)
        Insomma, non l’inferno del “Vento fa il suo giro”, ma un po’ “Welcome” o “Il mio nome è Li”.

        Domanda interessante, quella sull’età minima per l’utilizzo della tecnologia.
        In generale i “social” fanno leva proprio sul desiderio delle persone di sentirsi al centro di un “network”, sempre più virtuale e sempre meno reale.
        Ma questo la dice lunga sulla qualità del “reale”, non viceversa.

        In generale, da pendolare tra pendolari, mi sembra che ci siano sempre meno persone disposte a discutere, nel senso di ascoltare ed essere pronti a vagliare idee alternative.
        Per questo preferisco leggere, ascoltare musica o dormire, durante i miei spostamenti.
        (ok, forse non sono neanche un simpaticone)
        Per usare il tuo esempio, i bambini qui, han l’età per comprarsele da soli, pasticche e biglie.
        Insomma:
        è un mondo adulto
        si sbaglia da professionisti

I commenti sono chiusi.