“Felix culpa” anche per i divorziati risposati?

di Antonello Iapicca Pbro    I segni dei tempi

“Felix culpa” anche per i divorziati risposati?
Altro che corvi e scandalucci mondani… A Milano l’annuncio “scandaloso” del Papa, passato inosservato da clericali e laicisti…

“In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio… Quanto a queste persone, dobbiamo dire che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa”.
(Dialogo di Benedetto XVI con le famiglie, Milano, domenica, 3 giugno 2012 )


I voli di corvi e banconote hanno finito col coprire una parola fondamentale e decisiva del Santo Padre. Lui difende i grandi valori della nostra fede, la stabilità dell’amore e del Matrimonio. Lui difende annunciando l’amore di Cristo nel quale anche i peccati sono assorbiti, trasfigurati! La questione dei divorziati risposati è per Benedetto XVI una questione di amore, che acquista un valore infinito nel mistero pasquale del Signore, un senso “scandaloso” e incomprensibile per chi non abbia dimestichezza con esso. Morendo crocifisso, scendendo nella tomba e risuscitando vittorioso sulla morte e il peccato, il Signore Gesù ha capovolto ogni prospettiva nella quale discernere e leggere gli eventi. Le conseguenze mortali del peccato lo hanno ucciso inchiodandolo alla Croce, ma sono state anche l’epilogo funesto per il male e il suo autore. Nella notte di Pasqua la Chiesa inaugura la sua celebrazione più importante cantando le scandalose parole dell’Exultet: “Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!”. Felice colpa il divorzio? Felice colpa risposarsi dopo aver divorziato? No certo, perchè dividere ciò che Dio ha unito è sempre fonte di morte. Ma, in Cristo, anche il peccato può mutarsi in fonte di gioia! In Cristo, nell’incontro con Lui attraverso il suo Corpo che è la Chiesa, anche i divorziati risposati possono conoscere il mistero insondabile dell’amore di Dio, e sentirsi a casa propria nella casa di Dio.
A Milano il Papa ha annunciato ancora e scandalosamente che il dolore è un dono! Anche il peccato che giace nel divorzio e nel risposarsi, anche nella complessità venata di dolore di tante situazioni matrimoniali strette nella sofferenza dei figli che han visto i genitori divorziare o segnati dalla ferite profonde dei genitori che hanno iniziato nuove relazioni senza aver sanato le precedenti, anche nella voragine senza fondo che un divorzio apre sempre, c’e speranza, perchè Cristo è risorto! E’ infatti felice il peccato che ha meritato un così grande Salvatore, il peccato accettato e non sfuggito o giustificato, secondo l’inganno del mondo. E’ felice il peccato perchè la morte che ne segue, in Cristo risorto, diviene fonte di vita! Il Papa offre a tutti l’unica prospettiva autentica per discernere e vivere in una società che ha minato alla base la vita e la famiglia. La offre alla Chiesa innanzitutto, così spesso confusa tra legalismi moralistici e lassismi buonisti, perchè sia sempre una madre con viscere di misericordia che accoglie, senza ipocrisia e con amore e pazienza, ogni uomo; la offre ai divorziati risposati come a ciascuno di noi. Nulla è perduto nella vita di un uomo, a condizione che non si butti proprio quello che ci trafigge l’anima e, solo, ci può sospingere ad alzare lo sguardo all’unico grande Redentore. Il dolore provocato dall’impossibilità di accostarsi alla comunione eucaristica è un dono! E’ proprio in questa sofferenza che il peccato si tramuta in “felix culpa”. Nella sofferenza che rivela la verità, la ferita inferta dal nemico sul proprio matrimonio, sul cuore e sulla mente, lasciando un vuoto che solo Cristo può colmare. La sofferenza dei divorziati risposati diviene così la sorgente della memoria struggente di quanto perduto, ed è il cuore trafitto che riconosce il peccato per lasciarsi riabbracciare dalla misericordia del Padre. E’ il dolore del figlio prodigo che ritorna in sè quando si vede rifiutato persino il cibo dei porci, lui che in casa di suo padre aveva tutto. La sofferenza di non poter ricevere il sacramento è il cammino di ritorno a casa che Dio offre ai divorziati risposati attraverso la sua Chiesa; proprio questa sofferenza è per la Chiesa un dono che afferma e difende, dinanzi alla menzogna che seduce il mondo, la Verità sull’amore e la stabilità del matrimonio. Questa sofferenza è come il rovescio di una stessa medaglia, che afferma, per “via negativa”, la grandezza, la bellezza e la pienezza del matrimonio indissolubile: il lato sofferente di chi ha perduto la comunione rivela il lato luminoso di chi, per Grazia, la conserva e ne sperimenta il compimento. Per questo il Papa afferma che “questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede”. Il dolore dei divorziati è un monito per chi dubita ed è tentato di smettere di lottare e di difendere, aggrappato a Cristo, il grande valore del proprio matrimonio. Un dono per i propri figli, per strapparli dall’inganno nel quale i genitori sono caduti, per illuminare la loro storia, perchè non perdano fiducia nel matrimonio fondato su Cristo, per aprire loro le porte della fede, proprio a partire dalla ormai “felix culpa” dei propri genitori.
Ma lo scandalo e il paradosso annunciato dal Papa si spinge ancora più in là. I divorziati risposati non solo non sono “fuori” della Chiesa, ma possono addirittura essere nel suo cuore per servirla! Nel cuore del Corpo di Cristo accettando interiormente la sofferenza per la ferita del proprio peccato, accettando che divorziando e risposandosi hanno spezzato una comunione non solo umana, che sarebbe di per sè grave, ma celeste. Accettare le conseguenze di tali scelte, nell’umiltà che schiude all’autenticità e alla drammatica serietà dell’esistenza, significa “trovare la possibilità di vivere una vita di fede”; accettare la “mancanza” per cercare e desiderare la “pienezza” che per ora è preclusa, sino a “soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede”. Ecco, in queste parole del Papa vi è la grande notizia che non possiamo tacere, che ci spinge a cercare ogni uomo e ogni donna sperduti nei dubbi, nelle angosce, che si sentono vittime della grande ingiustizia di non poter fare la comunione, cercare tutti e a tutti spalancare le porte della Chiesa perchè la loro sofferenza è benedetta e, invece di rigettarli, li depone nella comunità: sì, la sofferenza provocata dall’impossibilità di ricevere un sacramento – che, amministrato, sigillerebbe una “comunione che è stata spezzata, mostrando così come vero ciò che non lo è, finendo con il dare credito e cittadinanza all’inautenticità banalizzando il tesoro più grande della Comunità, costituisce la soglia da attraversare per entrare e vivere nella comunione della Chiesa. Sì, i divorziati risposati, amati infinitamente da Dio, sono chiamati ad essere crocifissi con Cristo, ad essere una sola cosa con Lui nella sofferenza, come il ladrone pentito che, guardando alle sofferenze ingiuste di Gesù, riconosce giuste le sue, per dischiudersi in un’implorazione che lo introduce, da “oggi”, nel Paradiso. Sì, le sofferenze del peccato possono aprire le porte del Cielo, già oggi, per ogni uomo, nessuno escluso.
Che la Sposa di Cristo, guardando alle sofferenze di chi ha divorziato e si è risposato, riprenda slancio per annunciare il Vangelo, lasciandosi dietro le spalle corvi e gossip da “quattro soldi”, e possa bruciare di zelo per ogni suo figlio che si avvicina al matrimonio; che la Chiesa sia Madre premurosa, dispensando le Grazie del suo Sposo, attraverso percorsi e cammini seri di inziazione cristiana, perchè i giovani, e con loro gli adulti e gli anziani, possano crescere sino alla statura adulta della fede nella quale si compie il mistero d’amore di cui il sacramento del matrimonio è segno eminentissimo. Per questo il Papa, di fronte alla piaga del divorzio, afferma che “molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino”.Che la Chiesa sia una porta spalancata davvero verso tutti, senza giudicare, senza falsi moralismi, e che non ceda alle lusinghe mondane, al compromesso facile che, credendo di lenire il dolore, lo anestetizza rendendolo più acuto al risveglio nella realtà. Che la Chiesa non abbassi l’asticella annacquando la Verità; se ciò accade è perchè ha smarrito l’amore vero, che proprio annunciando la verità si fa carico delle conseguenze della menzogna, come e con il suo Signore e Sposo. Che la Chiesa si getti sulle strade del mondo a cercare, accogliere e accompagnare l’infinita schiera di pecore perdute nel pensiero unico e demoniaco che avvelena il mondo. Che la Chiesa annunci senza posa l’amore infinito di Dio, che non anteponga il legalismo sterile alla misericordia feconda, senza nascondere la durezza liberatoria della Verità. Che la Chiesa annunci la vittoria di Cristo sulla morte, stoltezza e follia che abbiamo visto mille volte salvare, sanare e ridonare pace e gioia a chi sembrava aver perduto tutto nella spirale della divisione. Dio può compiere l’impossibile, ha dato il suo Figlio per chi ha ucciso, abortito, tradito, mentito, divorziato. Dio ama sino alla fine, fin dove precipita la vita dell’uomo, sino all’abisso dell’inferno di tante famiglie, anche di quelle che si illudono di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina. Come non riscatterà chi dopo aver divorziato, si è risposato? Come non opererà l’impensabile nel groviglio di figli e relazioni che questa società impazzita produce? Cristo risorto ha il potere di compiere l’assurdo dell’amore in ciascun uomo, la riconciliazione tra coniugi che si odiano, tra figli rosi dal rancore, e può rimettere in ordine le tessere sparse del mosaico della vita più lacerata. Questa è la fede della Chiesa, la sua missione profetica e scandalosa nel mondo.
fonte: I segni dei tempi

148 pensieri su ““Felix culpa” anche per i divorziati risposati?

  1. Gran buon articolo ! Veramente ottimo e risponde a tante questioni su un tema assai delicato e su cui spesso regna la confusione. Complimenti sinceri e grazie!

  2. GFC

    Posso essere sincero?
    E’ proprio questo tipo di approccio (non quello del Papa ma quello fornito dall’autore dell’articolo) che allontana i risposati dalla chiesa.
    A mio modo di vedere ed in parte anche in base ad un po’ di esperienza maturata sul campo, non si coglie affatto una visione veritiera del problema e della sofferenza dei risposati. Sofferenza che il Papa ha ben compreso ma che non sempre viene capita nelle diocesi e nelle parrocchie. Innanzitutto il primo scoglio, contro il quale si rischia di naufragare immediatamente, è il dar per scontato che alle spalle di ogni risposato ci sia un matrimonio valido, se non dichiarato nullo dalla Rota.
    Ciò non risponde spesso a verità. Semplicemente vi sono tantissimi matrimoni la cui nullità non è dimostrabile nei modi richiesti dal tribunale ecclesiastico. Se mancano prove e testimoni, essendo tenuto in pochissimo conto il foro interno, il matrimonio è dichiarato valido anche se valido non è.
    Quindi prima di pensare in termini di “peccato” e di trasgressione alla legge divina, bisognerebbe forse meditare su tutte quelle persone che soffrono a causa di un’impossibilità determinata da puri meccanismi processuali.
    Ma se anche il matrimonio, tecnicamente, fosse valido nella gran parte dei casi manca la dimensione soggettiva del peccato nelle coppie ricomposte.
    Qual’è infatti l’accusa che più spesso viene rivolta alla chiesa?
    Non quella di non voler perdonare un peccato ma di non voler tenere in considerazione la possibilità di un errore, per quanto grande e doloroso. Si può, soprattutto da ragazzi, semplicemente aver sbagliato persona… essersi confusi nel valutare i propri ed altrui sentimenti… in altre parole si può aver pensato d’agire in buona fede, rendendosi poi conto d’aver invece fatto una sciocchezza.
    Del resto, perché Benedetto XVI, giustamente, parla di prevenzione?
    Se questa è necessaria, allora significa che certe unioni non sarebbero dovute arrivare fino all’altare, magari con il beneplacito del parroco o grazie ai corsi matrimoniali super-rapidi per sposi lavoratori.
    Oltretutto, è ragionevole pensare ad un’unione che -dopo un primo, breve matrimonio fallimentare- dura da vent’anni in termini di peccato o peggio come il prodotto di una “fonte di morte”, come leggo nell’articolo?
    Se il presupposto è questo, mi pare abbastanza comprensibile (come mi è capitato personalmente di vedere) che una coppia si alzi e se ne vada dal saloncino parrocchiale. E’ forse proprio a questo modo di pensare e comunicare a cui il Papa si riferiva.
    A quell’infilare finti sorrisi tra pizzichi di cattiveria, mascherandola da Verità nella Carità.

  3. Alessandro

    Sarebbe ora di smetterla col lassismo di sacerdoti che accettano di sposare fidanzati palesemente inidonei a congiungersi in un matrimonio cristiano.
    Lo dice pure il Papa.

    “Α questo proposito vorrei ribadire quanto ho scritto dopo il Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia: «Data la complessità del contesto culturale in cui vive la Chiesa in molti Paesi, il Sinodo ha, poi, raccomandato di avere la massima cura pastorale nella formazione dei nubendi e nella previa verifica delle loro convinzioni circa gli impegni irrinunciabili per la validità del sacramento del Matrimonio. Un serio discernimento a questo riguardo potrà evitare che impulsi emotivi o ragioni superficiali inducano i due giovani ad assumere responsabilità che non sapranno poi onorare (cfr Propositio 40). Troppo grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia su di esso fondata per non impegnarsi a fondo in questo specifico ambito pastorale. Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale» (Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007, n. 29

    […]

    Tra i mezzi per accertare che il progetto dei nubendi sia realmente coniugale spicca l’esame prematrimoniale. Tale esame ha uno scopo principalmente giuridico: accertare che nulla si opponga alla valida e lecita celebrazione delle nozze. Giuridico non vuol dire però formalistico, come se fosse un passaggio burocratico consistente nel compilare un modulo sulla base di domande rituali. Si tratta invece di un’occasione pastorale unica – da valorizzare con tutta la serietà e l’attenzione che richiede – nella quale, attraverso un dialogo pieno di rispetto e di cordialità, il pastore cerca di aiutare la persona a porsi seriamente dinanzi alla verità su se stessa e sulla propria vocazione umana e cristiana al matrimonio. In questo senso il dialogo, sempre condotto separatamente con ciascuno dei due fidanzati – senza sminuire la convenienza di altri colloqui con la coppia – richiede un clima di piena sincerità, nel quale si dovrebbe far leva sul fatto che gli stessi contraenti sono i primi interessati e i primi obbligati in coscienza a celebrare un matrimonio valido.

    In questo modo, con i vari mezzi a disposizione per un’accurata preparazione e verifica, si può sviluppare un’efficace azione pastorale volta alla prevenzione delle nullità matrimoniali. Bisogna adoperarsi affinché si interrompa, nella misura del possibile, il circolo vizioso che spesso si verifica tra un’ammissione scontata al matrimonio, senza un’adeguata preparazione e un esame serio dei requisiti previsti per la sua celebrazione, e una dichiarazione giudiziaria talvolta altrettanto facile, ma di segno inverso, in cui lo stesso matrimonio viene considerato nullo solamente in base alla costatazione del suo fallimento.”

    (Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana, 22 gennaio 2011)

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2011/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20110122_rota-romana_it.html

  4. Erika

    Sono d’accordo con quanto dice GFC.
    Mi sembra di vedere un’ombra di ipocrisia (non certo del Papa ) in certi atteggiamenti.
    Faccio l’esempio dei miei genitori, divorziati quando io avevo quasi due anni.
    All’epoca nessuno dei due era credente, dunque si erano sposati solo civilmente. Quando mio padre, dopo la sua conversione, ha deciso di risposarsi, ha potuto farlo in Chiesa.
    Tutti felici. Nessun problema, come se il matrimonio precedente non fosse mai esistito. Per la Chiesa non esisteva.
    Però c’erano due persone, io e mia madre, che esistevano eccome, che hanno sofferto realmente le conseguenze di questa scelta.
    Lo stesso ragionamento può essere fatto al contrario.
    Un matrimonio contratto magari in giovane età, senza aver valutato bene le conseguenze, “vale” di più di un secondo matrimonio che magari va avanti felicemente da vent’anni?
    Intendiamoci: sono la prima a essere disgustata (non ho paura di dirlo) dalla leggerezza con cui ormai si rompono le unioni e si dividono le famiglie, per motivi sempre più futili ed egoistici, però ci sono casi in cui mi chiedo se le parole di Gesù non siano state interpretate in senso, come dire,troppo “burocratico”.

  5. “Il fenomeno della dissoluzione matrimoniale va sempre più diffondendosi. Attualmente riguarda oltre due milioni di italiani e ogni anno si contano, tra separazioni e divorzi, 130 mila nuovi casi. Annualmente vi è una rottura coniugale ogni due nuovi matrimoni. In Italia, tuttavia, si divorzia meno che nel resto d’Europa.”

    Ma perché molte famiglie arrivano allo sfascio ? Perché due persone si promettono vicendevolmente Amore e Fedeltà in ogni avversità che verrà, in ogni circostanza buona o cattiva, nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia, per poi ricorrere ai propri avvocati per separarsi ?

    E’ evidente che c’è un’incongruenza tra il comportamento precedente alla scelta di sposarsi e quello seguente a tale scelta. Appare più che lecito domandarsi se quelle persone si siano veramente conosciute visto come passano, a volte in breve tempo peraltro, dal promettersi amore “finchè morte non ci separi” al decidere di spezzare quella promessa e cominciare una serie infinita e costosa di liti legali.

    …………
    ……….. manca una preparazione adeguata al grande passo che è il Matrimonio.

    Manca un discernimento serio e ben costruttivo che porti i due futuri sposi ad imparare ad amarsi a vicenda secondo quelle caratteristiche tipiche dell’Amore.

    (Tratto da “Prepararsi alla scelta d’Amore”)
    http://chihaorecchieperintendereintenda.wordpress.com/2012/05/18/prepararsi-alla-scelta-damore/

  6. Da anni lavoro insieme a don Paolo Bachelet e tanti altri sacerdoti nela pastorale dei separati e posso testimoniare che mentre il magistero e la Chiesa gerarchica sono spesso attenti e solleciti purtroppo non di rado è il “basso clero” quello che tratta queste situazioni in maniera approssimativa e a volte provoca ferite tremende.
    La tenerezza del Santo Padre verso i separati non è una novità e conferma una linea costante del magistero degli ultimi anni.
    La cosa interessante invece è l’osservazione che il papa fa alla fine, quando suggerisce che addirittura i separati potrebbero servire attivamente la Chiesa e non solo attraverso l’offerta del loro dolore e della loro preghiera, ma anche, immagino io, mettendo la loro competenza e sofferenza a servizio dell’Evangelizzazione.
    Se posso capire, ad esempio, che un risposato non possa fare il catechista, perché non potrebbe dirigere un gruppo di volontariato o essere presente in qualsiasi altra delle attività di una comunità cristiana?
    E se è semplicemente separato senza seconde nozze non c’è alcun motivo non solo di negargli i sacramenti, ma neppure di tenerlo al margine della comunità, anzi, vedrei molto ma molto bene dei “separati fedeli” nell’accompagnamento dei fidanzati verso il matrimonio…

    1. Erika

      Sono d’accordo, Don Fabio.
      Credo che poche cose sarebbero utili a un corso prematrimoniale come la testimonianza di chi, purtroppo, non ce l’ha fatta.
      E’ fin troppo facile promettersi amore “in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà”, finché queste restano parole vuote.
      Finché non si è toccati dalla vita vera, con malattie, tentazioni, difficoltà a pagare mutui e quant’altro.
      Da quello che sento, a volte questi corsi sono un po’ all’acqua di rose, le parole dei sacerdoti sono belle, ma, appunto, parole.
      Però dubito che un corso prematrimoniale possa essere risolutivo, oltre un certo limite.
      Perché siamo viziati oltre misura.
      Io per prima, quando ho iniziato la convivenza col mio compagno, diventato poi marito, non avevo mai avuto preoccupazioni pratiche che andassero al di là di un esame universitario.
      Poi la vita inizia ed è dura, molto dura a volte.

      A questo punto, don Fabio, ti faccio una domanda cattivella: se 10 anni fa mi fossi presentata da un sacerdote, dicendogli che avevo iniziato una convivenza con un uomo di quasi 20 anni più vecchio di me e ateo, quale sacerdote avrebbe giudicato propizia la nostra unione?
      Eppure eccoci qua, 10 anni di convivenza e 2 di matrimonio, diversi momenti difficili per qualche problema di salute e ci amiamo di un amore sempre più profondo, sempre meno egoista.
      Capire davvero la realtà delle cose, forse è troppo poco umano, e molto, ma molto divino.

      1. Marco De Rossi

        Appunto poche cose, ma io ci metterei la testimonianza di chi ce l’ha fatta.
        E non perche’ e’ andato tutto liscio come l’olio ed e’ stato tutto rose e fiori.
        Ma perche’ possono testimoniare con la loro vita che di fronte agli innumerovoli problemi/scontri/litigi che hanno avuto seri, passando magari anche per la malattia, la violenza o quant’altro, possono testimoniare che aprendo il loro cuore all’Amore di Cristo si son potuti riconciliare e vedere il loro matrimonio ricostruito non per merito delle loro forze ma ad anore e gloria di Dio.

    2. Marco De Rossi

      A don Fa’ 😉 scusi se inizio cosi’, ma effettivamente “internet” ci fa cadere nella tentazione di dare del tu molto piu’ facilmente cosa che dal vivo probabilmente non faremmo mai (e quindi mi sa che faro’ un miscuglio delle due cose).

      Hai scritto:

      >E se è semplicemente separato senza seconde nozze non c’è alcun motivo non solo di negargli i sacramenti

      Ne sai sicuramente piu’ di me ma da quello che avevo capito se il/la separato/a ha subito la separazione cioe’ lui/lei non voleva separarsi ma e’ stato/a abbandonato/a dal coniuge, ovviamente lui/lei non ne ha nessuna colpa e quindi la Chiesa gli da accesso a tutti i sacramenti.

      Il caso e’ diverso se il/la separato/a e’ stato lui/lei la causa.
      Se se ne e’ anadato/a lui/lei e non ne vuole piu’ sapere del coniuge, allora mi pare chiaro che non possa ricevere i sacramenti.

      D’altronde e’ cosi’ per tutti sposati o meno, se pecchiamo e non ci pentiamo dei nostri peccati e non ci confessiamo non possiamo ricevere il Corpo di Cristo.

      …. o sbaglio?

      1. Alessandro

        Il Direttorio di pastorale familiare della Conferenza episcopale italiana dice a proposito dei separati:
        “La vita concreta della coppia può registrare momenti di incomprensione e di grave difficoltà tali da rendere praticamente impossibile la convivenza coniugale. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della loro coabitazione.
        Nella convinzione che il matrimonio comporta una convivenza duratura nel tempo e che la separazione deve essere considerata come estremo rimedio, la comunità cristiana deve fare ogni sforzo per aiutare i coniugi in difficoltà ad evitare il ricorso alla separazione” (DPF 207).
        “La loro situazione non li preclude dall’ammissione di sacramenti: a modo suo, infatti, la condizione di separati è ancora proclamazione del valore dell’indissolubilità matrimoniale. Ovviamente, proprio la loro partecipazione ai sacramenti li impegna anche ad essere sinceramente pronti al perdono e disponibili a interrogarsi sulla opportunità o meno di riprendere la vita coniugale” (DPF 209).

        Per i divorziati non risposati il medesimo documento dice:
        “La sollecitudine pastorale della Chiesa richiede di prendere in considerazione anche la situazione dei divorziati non risposati. Tuttavia, per quanto possibile, è necessario distinguere tra il caso del coniuge che ha subito il divorzio, l’ha accettato o vi ha fatto ricorso essendovi come costretto per gravi motivi connessi con il bene suo e dei figli, e quello del coniuge che ha chiesto e ottenuto il divorzio avendolo causato con un comportamento morale scorretto.
        Si ricordi comunque ad ogni coniuge che solo per gravissimi motivi può adattarsi a subire e accettare il divorzio o a farvi ricorso: in ogni caso, per lui, il divorzio equivale soltanto ad una separazione, che non rompe il vincolo coniugale” (DPF 210).
        “Nei confronti di chi ha subito il divorzio, l’ha accettato o vi ha fatto ricorso come costretto da gravi motivi, ma non si lascia coinvolgere in una nuova unione e si impegna nell’adempimento dei propri doveri familiari e delle proprie responsabilità di cristiano, la comunità cristiana esprima piena stima, nella consapevolezza che il suo esempio di fedeltà e di coerenza cristiana è degno di rispetto e assume un particolare valore di testimonianza anche per le altre famiglie…
        Circa l’ammissione ai sacramenti, non esistono di per sé ostacoli: se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale (DPF 211).
        Per chi è “moralmente responsabile del divorzio, l’ha chiesto e ottenuto, ma non si è risposato”: “Perché possa accedere ai sacramenti, il coniuge che è moralmente responsabile del divorzio ma non si è risposato deve pentirsi sinceramente e riparare concretamente il male compiuto. In particolare, «deve far consapevole il sacerdote che egli, pur avendo ottenuto il divorzio civile, si considera veramente legato davanti a Dio dal vincolo matrimoniale e che ormai vive da separato per motivi moralmente validi, in specie per l’inopportunità od anche l’impossibilità di una ripresa della convivenza coniugale». In caso contrario, non potrà ricevere né l’assoluzione sacramentale, né la comunione eucaristica” (DPF 212).

        http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=879

        1. Marco De Rossi

          Sì, gia’ ne avevamo parlato in un altro post.
          Io non sono nessuno e non parlo ovviamente a nome della Chiesa, ma credo che bisogna essere molto prudenti con quelle argomentazioni.
          La prima frase ad esempio:

          >“La vita concreta della coppia può registrare momenti di incomprensione e di grave difficoltà tali da rendere >praticamente impossibile la convivenza coniugale. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la >fine della loro coabitazione.

          E’ vera per tutte le famiglie di questo mondo sin da Adamo ed Eva.
          Sfido chiunque a trovare una coppia che nel corso della loro vita matrimoniale non abbia mai detto ho pensato: basta per me e’ impossibile continuare a vivere con te.

          Quello che a mio avviso rende vere questa affermazione e’ spiegato da queste altre affermazioni:

          >”vi ha fatto ricorso essendovi come costretto per gravi motivi connessi con il bene suo e dei figli”

          GRAVI motivi.
          Esempi?
          Non lo so, potrebbero essere questi?
          1 – Un padre stupra la figlia.
          2 – Un marito costringe la moglie a prostituirsi tutte le notti
          etc. etc. etc.

          Ma quali siano questo gravi motivi io non li so, li lascio valutare alla Chiesa.

  7. Marco De Rossi

    @GFC & Erika

    Non capisco come possiate trovare belle le parole del Papa e brutte quelle di Don Antonello.
    A me pare che dicano la stessa cosa.

    Senza voler entrare nel rpivato di nessuno, ma tenendomi in senso generale, il matrimonio celabrato in Chiesa e’ un sacramento, quello civile no, per cui due persone sposate civilmente non sono sposate ne’ per la Chiesa ne’ per Dio.
    Sono sicuramente da preferire a quelle che convivono perche’ per lo meno si sono presi la responsabilita’ davanti alla societa’ di un impegno reso pubblico e riconosciuto, ma sacramentalmente parlando non sono sposati.

    Ovvio che il peccato ha delle conseguenze e genera la sofferenza.
    Cosi’ come il bene ha delle conseguenze e porta i suoi frutti.
    Ma la sofferenza non e’ imputabile alla Chiesa ma a chi commette il peccato.
    E la piu’ grande sofferenza che proveremo tutti quando moriremo sara’ vedere tutti i danni che abbiamo fatto con i nostri peccati, e vedere tutto quello di bello che avremmo potuto compiere e non abbiamo permesso accadesse perche’ non abbiamo aperto il nostro cuore all’Amore di Criisto.

    Comunque come dice anche Don Antonello nell conclusione del suo articolo:

    “Che la Chiesa annunci la vittoria di Cristo sulla morte, stoltezza e follia che abbiamo visto mille volte salvare, sanare e ridonare pace e gioia a chi sembrava aver perduto tutto nella spirale della divisione. Dio può compiere l’impossibile, ha dato il suo Figlio per chi ha ucciso, abortito, tradito, mentito, divorziato. Dio ama sino alla fine, fin dove precipita la vita dell’uomo, sino all’abisso dell’inferno di tante famiglie, anche di quelle che si illudono di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina. Come non riscatterà chi dopo aver divorziato, si è risposato? Come non opererà l’impensabile nel groviglio di figli e relazioni che questa società impazzita produce? Cristo risorto ha il potere di compiere l’assurdo dell’amore in ciascun uomo, la riconciliazione tra coniugi che si odiano, tra figli rosi dal rancore, e può rimettere in ordine le tessere sparse del mosaico della vita più lacerata. Questa è la fede della Chiesa, la sua missione profetica e scandalosa nel mondo.”

    Grazie, Don Antonello.

    1. GFC

      La differenza tra le parole del Papa e quelle di don Antonello mi sembra evidente, soprattutto nel fatto che mentre nelle parole del pontefice non si avverte davvero alcuna nota giudicante, lo stesso no si può dire di quelle usate da don Antonello.
      Il Papa riconosce poi l’esistenza di un problema e di una sofferenza, quasi arrivando ad ammettere -a mio parere- che non esistono soluzioni definitive o pienamente soddisfacenti.
      “Non esistono facili ricette.”, dice.
      Domandiamoci il perché.
      Il risposato ha commesso un peccato terribile: ha infatti separato ciò che Dio ha unito e quindi ha infranto una legge che Gesù stesso ci dà nei vangeli.
      Ma non solo.
      Rimane ostinatamente nel suo peccato, non fa nulla per uscirne ed anzi, la maggior parte delle volte non riesce nemmeno a convincere se stesso che la situazione che sta vivendo sia frutto di un reale peccato che definisce invece un “errore”.
      Inoltre non rispetta nemmeno le indicazioni date dal Magistero dove propone una vita di piena continenza a chi, risposato, vorrebbe ritornare ad essere ammesso ai sacramenti.
      Quindi, alla luce di queste considerazioni, dov’è tutta questa sofferenza?
      Certo… essere non in piena comunione con Dio fa soffrire ma evidentemente no, n abbastanza da rendere una reale opportunità la via proposta dalla chiesa.
      E poi come ci si può seriamente pentire almeno intimamente se non davanti al confessore, se non si ha coscienza soggettiva del peccato commesso e non si prova nemmeno ad uscirne?

      Verrebbe da dire, semplificando all’osso e senza voler mancare di rispetto a nessuno (io stesso sono risposato), che il divorziato risposato è un peccatore contento d’essere tale.

      Ma allora perché tutti, la Chiesa per prima, sembrano soffrire di questa cosa?
      Nemmeno Gesù sembrava essere particolarmente tenero con chi non si pentiva, addirittura lascia andar via il giovane ricco, che quasi rasentava la perfezione, osservando in tutto e per tutto la legge ed incita gli apostoli a scuotere la sabbia dai loro calzari quando si fossero imbattuti in chi non li ascoltava.
      Perché dovrebbe essere un “problema” il fatto che un peccatore abbia deciso di permanere nel suo stato?
      Dio ci ha fatti liberi.

      Allora forse non c’è solo la sofferenza del divorziato risposato… forse c’è anche quella di una chiesa che per essere coerente con il Magistero è costretta ad applicare norme severissime e che umanamente si avvertono come inadeguate. Norme che non coniugano giustizia e buoni frutti, visto che i divorziati risposati che frequentano i cammini (qui il discorso diventerebbe lunghissimo) proposti per loro sono davvero pochissimi.
      Senza poi pensare a quelle situazioni, non certo rare, in cui un coniuge è stato abbandonato dall’altro, ha subito un divorzio e magari ancor prima dei 30 anni si trova a dover fare una scelta tra due prospettive: una vita da passarsi in completa solitudine, in modo pienamente continente (per poter dire d’essere rimasto fedele al coniuge) oppure un nuovo legame che però lo escluderà dai sacramenti. Come si coniuga in questo caso la verità con la carità?

      1. Marco De Rossi

        Io non leggo giudizi nello scritto di Don Antonello,ma mi potrebbe essere sfuggito.
        Potresti indicarmelo?
        Il fatto che il Papa dica “Non esistono ricette facili” non vuol dire che allora ognuno faccia quello che ritiene buono secondo il proprio parere.
        La Chiesa non e’ inoltre cosi’ perfida da dire, sarebbe bene fare cosi’ ma visto che ormai nel magistero abbiamo scirtto questo e non lo possiamo cambiare ce lo dobbiamo tenere e comportarci di conseguenza.
        Il Magistero della Chiesa riporta quello che Cristo ci ha detto trasmettendolo prima ai 12 Apostoli e quindi a tutta la sua Chiesa.

        1. GFC

          “No certo, perché dividere ciò che Dio ha unito è sempre fonte di morte. ”
          Non mi sembrano parole molto misericordiose ed improntate all’accoglienza ma magari sbaglio io. Sbaglio io nel pensare che per esempio una coppia di amici risposati in questa “fonte di morte” hanno trovato l’occasione di adottare 3 figli.

          1. Marco De Rossi

            La frase pero’ continuava e diceva:

            “Ma, in Cristo, anche il peccato può mutarsi in fonte di gioia! In Cristo, nell’incontro con Lui attraverso il suo Corpo che è la Chiesa, anche i divorziati risposati possono conoscere il mistero insondabile dell’amore di Dio, e sentirsi a casa propria nella casa di Dio.”

            Che sia fonte di morte con morte=sofferenza non mi pare abbia detto nulla di assurdo.
            Quando due coniugi decidono di separarsi sprizzano gioia da tutti i pori? invitano amici e parenti e fanno festa come quando decidono di sposarsi?

            Non mi piace parlare di situazioni relai e concrete soprattutto se non le conosco.
            Ma a questi figli adotatti, magari perche’ orfani o magari perche’ abbandonati, che messaggio trasmetteranno i genitori?
            Che l’Amore eterno e quindi la Vita eterna non esiste?

            1. GFC

              Si certo…. piuttosto che affidarli ad una coppia di risposati (il Papa ha davvero colto nel segno nel ben comprendere quale sia una certa mentalità …) era molto meglio lasciarli dov’erano.

                1. GFC

                  E quindi?
                  Scusa ma mi spieghi come si possa essere da un lato fraternamente accoglienti (su sollecitazione del Papa) verso i divorziati risposati e dall’altro considerarli dei cattivi esempi per i loro stessi figli? Non ti pare contraddittorio?

                  1. Marco De Rossi

                    Ripeto io non sono la Chiesa.
                    Ma non c’e’ bisogno di essere risposati per essere un cattivo esempio per i propri figli.
                    Lo possiamo essere tutti.
                    L’accoglienza non significa pero’: tutti hanno ragione, il peccato non esiste, fa quello che vuoi etc etc.etc.
                    Un genitore deve trasmettere la fede al proprio figlio,
                    La fede in cosa?
                    In un’idea?
                    Un idealle?
                    O una persona?
                    Gesu’ Cristo?
                    E cosa ha detto Gesu’ Cristo?
                    Amatevi come io vi ho amato?
                    E come ci ha amato?
                    Amava quelli con cui andava d’amore e d’accordo? o ha amato tutti, anche quelli che lo stavano flagellando, crocifiggendo, sputandogli addosso?
                    E quindi io mi domando come potra’ un figlio scoprire questo amore se il genitore gli ha trasmesso, io ho amato tutti, ma quella donna li’ (la mia prima moglie), proprio non era possibile.
                    E quando diceva chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua?
                    Cosa intendeva?
                    Se vogliamo fare tutto questo con le nostre forze non ci riusciremo mai.
                    Sara’ possibile solo se diciamo con cuore sincero: “Signore, tu mi conosci sai che non ne sono capace, fallo tu per me”.

                    1. GFC

                      “E quindi io mi domando come potra’ un figlio scoprire questo amore se il genitore gli ha trasmesso, io ho amato tutti, ma quella donna li’ (la mia prima moglie), proprio non era possibile.”

                      Fortunatamente Cristo non ragionava come te ed ha affidato la Chiesa (e quindi la fede di tutti noi) ad un tizio che lo aveva tradito per tre volte.
                      Tu l’avresti fatto? Sii sincero….

                    2. Marco De Rossi

                      Sapessi quante volte l’ho tradito io Cristo.
                      Pietro pero’ poi pianse amaramente perche’ ha capito quanto l’amasse Dio anche se lui era un traditore.
                      Ha abbracciato la sua croce anche se in un primo momento ne voleva scappare.
                      E visto che Cristo ha affidato la Chiesa a Pietro, mi fido di quello che dice Pietro (il Papa) e non lo contesto.

  8. Erika

    @Marco De Rossi: non ho detto che trovo brutte le parole di don Antonello.
    Trovo brutte certe semplificazioni.
    Da quello che dici potrei desumere, ad esempio, di essere il frutto di un peccato.
    Invece mi sono sempre ritenuta il frutto di una splendida storia d’amore.
    Che sia finita per l’avventatezza di due persone che oltretutto se ne sono poi pentite, quello si che è un peccato.

    Perdonami, Marco, se la metto un po’ sul personale: lo faccio solo perché la realtà, a volte, è complessa e credo possa essere utile parlare in termini non solo generali.

    1. Marco De Rossi

      Tu come tutti noi siamo frutto dell’Amore di Dio per noi.
      Non siamo nati a caso.
      Dio ci ha pensato sin dall’eternita’, sin da prima che esistesse il mondo.
      E ci ha donato una storia personale, dei genitori, che sono buoni per noi.
      Grazie alla nostra storia, la nostra croce, abbiamo la possibilita’ di conoscere il suo Amore per noi.
      Io come genitore commetto tanti errori e tanti peccati che hanno e avranno delle conseguenze.
      Solo la Misericordia di Dio sa e sapra’ trarre il bene dal male che faro’.
      E solo se restero’ aggrappato a Lui (come il tralcio alla vite) riusciro’ a fare il bene che voglio e non il male che non voglio.

      1. GFC

        Marco dici, giustamente “come genitore commetto tanti errori”.
        E’ vero: nella vita si fanno errori ed anzi, più l’ambito è importante (i figli, per esempio) e più ci si rivela nella nostra fragilità umana.
        Perché allora non ammettere che ci si possa sposare per sbaglio?
        E poi siamo davvero sicuri -torno a ripeterlo- che tanti matrimoni celebrati con estrema superficialità da parte di tutti (sposi, relative famiglie, comunità, chiesa etc etc..) rappresentino un vincolo davanti a Dio, al di là del fatto che poi in sede giuridica non si possa far valere una causa di nullità?

        1. Marco De Rossi

          No, non siamo sicuri, ma non siamo sicuri nemmeno del contrario: se non si riesce a dimostrarlo come si fa ad esseri sicuri che invece non sia stato valido e solo i problemi insorti dopo (il nostro peccato) voglia far annullare qualcosa che invece non e’ nullo?

          1. GFC

            Quindi si preferisce “condannare” degli innocenti.
            Se, come dici giustamente, “non siamo sicuri” forse la Carità suggerirebbe di fare diversamente, non credi?

            1. Marco De Rossi

              Come per qualsiasi altro argomento vale il principio di precauzione.
              Nel dubbio il matrimonio e’ valido, soprattutto se ci sono dei figli.

              1. GFC

                Il principio di precauzione significherebbe sottoporre un innocente ad una pena?
                Io credo che sia invece l’esatto contrario ma magari sbaglio…

                1. Marco De Rossi

                  Una pena che si e’ scelto da solo liberamente, o e’ stato costretto a sposarsi minacciato di morte magari dal fratello mafioso?

                  1. GFC

                    Un pena che si è scelto da solo?
                    Ma che significa scusa?
                    Quando ci si sposa, anche la persona più superficiale del mondo lo fa con le migliori intenzioni. Il problema sorge quando i due sposi si rendono conto di essere in una situazione che non sono in grado di gestire e di portare avanti.
                    In questo caso, lo strumento offerto dalla Chiesa è l’istanza rotale di nullità che funziona secondo determinate regole canoniche. Regole che però esigono alla base delle prove “oggettive” che non sempre si è in grado di fornire per esempio per mancanza di testimoni che comprovino l’esistenza di almeno uno dei motivi di nullità elencati tassativamente dal codice di diritto canonico.
                    Sussiste la non affatto remota possibilità che un vincolo, di fatto nullo, sia considerato valido costringendo quindi gli sposi a rispettare una promessa di fedeltà NON fatta davanti a Dio.
                    Ti pare giusto?
                    Ti pare caritatevole?

        2. La Chiesa non può ammettere che ci si sposi “per sbaglio”, perché questo equivale ad ammettere implicitamente che la relazione matrimoniale è qualcosa di analogo a un esperimento scientifico, dove si procede “by trials and errors”. È il modello di relazione tipico della nostra “civiltà ipotetica”: una relazione replicabile, revocabile e transitoria, “aperta” a ogni esito empirico (ipotetica, appunto), ecc. Il punto è che questa visione riduce l’essere umano ad essere un semplice “oggetto di scienza”. E la Chiesa non potrà mai accettare che l’uomo sia solo questo e non un mistero mai pienamente esauribile dalla ragione umana e dai suoi strumenti d’analisi. Per questo il matrimonio sacramentale è analogo a un patto di sangue, a un giuramento cavalleresco. La Chiesa può riconoscere solo che questo patto non è mai stato sigillato, non che è stato stretto “per sbaglio”. Ma la Chiesa-istituzione per poter affermare l’inesistenza di questo vincolo oggettivo non può che basarsi su prove oggettive, presentate nel corso di un procedimento giuridico i cui limiti umani sono evidenti a tutti, al Papa in primo luogo: è un dilemma che sfocia nella la tragedia e in cui tocchiamo con mano la natura “anfibia” di quell’organismo vivente che è la Chiesa, tutto il divario tra la componente umana della Chiesa e la sua dimensione di Corpo mistico. In questo divario tra le vie umane e quelle divine sta la lacerazione della Croce. E il Papa incoraggia chi si trova in questa condizione drammatica a farsene carico con coraggio nella consapevolezza che il dolore e la sofferenza se vissuti con lo sguardo rivolto a Dio sono spiritualmente fecondi. Poi possiamo auspicare che questa condizione dolorsa e lacerante venga accompagnata con maggiore carità, sollecitudine, delicatezza e tatto. Ma non chiedere che il sacramento del matrimonio venga equiparato a un esperimento.
          Lo stesso si può dire per la giustizia umana: il fatto che sia fallibile e possa condannare degli innocenti non può portare a chiederne l’abolizione, semmai a cercare di migliorarla ma senza la pretesa di renderla perfetta. Questo scarto tra legittimo e legale è il fondamento della tragedia antica, lo sappiamo tutti. La venuta di Cristo non ha abolito la tragedia umana, ma ha conferito un senso e significato alla sofferenza connessa al lato tragico dell’esistenza.

          1. GFC

            Andreas i distinguerei i due piani.
            Quando dico “ci si può sposare per sbaglio”, mi riferisco ad un matrimonio non valido e non ad un matrimonio valido che poi, per qualche ragione, si spezza.
            Del resto, se per esempio manca la coscienza o addirittura la fede di ciò che si sta facendo, come si può pensare che Dio abbia benedetto l’unione di due sconsiderati, anche se apparentemente hanno le carte in regola?

            1. GFC, in realtà non ci sono distinzioni ulteriori da fare: avevo capito benissimo, non ho detto che tu abbia operato questa distinzione né l’ho operata io. Quello che aggiungi non muta i termini della questione e non posso che rimandare a quello che ho scritto sopra: la Chiesa può solo riconoscere che quel patto non è mai stato sigillato, non può scioglierlo, non è nella sua potestà farlo. Su questo siamo tutti d’accordo, no? Ma il punto è che per poter affermare che un matrimonio non è mai stato sigillato la Chiesa come istituzione ha bisogno di prove visibili, pur senza pretendere che la giustizia canonica sia infallibile. E mi sembra un po’ troppo pretendere che in questo caso la Chiesa accetti come prova la parola altrui, senza passare attraverso un vaglio condotto in base a criteri oggettivi… La Chiesa moltiplicò le cause di nullità nei tempi medievali, quando le unioni erano imposte agli sposi dalle famiglie. Ora che la volontà del singolo si è affrancata da quella della famiglia si scopre troppo debole e malferma. Ma le due situazioni non possono essere equiparate: più libertà richiede più responsabilità personale, esige maggiori doveri. Per quello l’uomo non può essere un semplice “oggetto di scienza” come la cose della natura. Nell’uomo è presente una dimensione spirituale, cioè la libertà che fa sì che possa anche dominare gli istinti naturali. Ma la libertà ha un prezzo e un rischio: è incerta, instabile, insicura. L’uomo che agisce liberamente può sbagliare. E allora la sua grandezza sta nell’assumersi le conseguenze del suo sbaglio, Cristo ci ha mostrato come il dolore e la sofferenza derivanti dall’uso della libertà possano essere spesi in maniera feconda. Ma non si può chiedere alla Chiesa ciò che non è in suo potere concedere.

              1. GFC

                E’ vero che maggior libertà implichi maggior responsabilità personale, però ciò non è affatto automatico. Anzi, a ben vedere, oggi -forse proprio grazia alla grande libertà di oggi- si stanno moltiplicando comportamenti irresponsabili di varia natura e di questo non si può non tenerne conto.
                Io stesso ho partecipato qualche volta a corsi di preparazione al matrimonio e devo purtroppo dire che la grande maggioranza delle coppie presenti erano ben lontane dall’aver compreso qualcosa riguardo il valore del sacramento e ciò non certo per colpa di chi gestiva il corso stesso o del parroco. Semplicemente i giovani stessi sono immersi in un contesto sociale che va esattamente dalla parte opposta rispetto agli insegnamenti di Cristo e, volenti o nolenti, ne rimangono imbevuti e condizionati, il che oltretutto fa un poco dubitare della loro effettiva libertà.
                Se poi si aggiunge che la maggior parte di loro non frequenta né la messa né la parrocchia, si può facilmente comprendere in quali condizioni possano arrivare a capire il valore e la forza di un sacramento.
                Capisco anche che il processo rotale sia perfettibile ma che non possa diventare uno strumento infallibilmente sicuro, però un buon passo sarebbe iniziare a dare un poco più di valore al foro interno, del resto la richiesta di una totale oggettività si è spesso prestata ad abusi (non è infatti difficile precostituire prove o trovare falsi testimoni, imponendo di fatto una precisa direzione al processo e vincolando il giudice). Oppure (come pare Ratzinger stesso affermasse negli anni 70) si potrebbe dar significato e valore di prova al secondo matrimonio quando questo viene vissuto, magari da un lungo periodo, secondo determinati principi.

                1. Marco De Rossi

                  http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2010/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20100129_rota-romana_it.html

                  DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
                  IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO
                  DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

                  Sala Clementina
                  Giovedì, 29 gennaio 2010

                  Cari Componenti del Tribunale della Rota Romana!

                  … omissis …

                  Pertanto, in caso di dubbio, esso si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario (cfr CIC, can. 1060). Altrimenti, si corre il grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo di mancata attuazione di un’unione il cui nucleo essenziale di giustizia – il vincolo indissolubile – viene di fatto negato.

                  …. omissis …

                2. vale

                  mi pare che il ribelle tirolese abbia ragione,non sta alla Chiesa modificare ciò che non è modificabile perché parte integrante del depositum fidei.
                  …e allora, il prete ,non dovrebbe sposarli. che vuol dire che non capiscono il sacramento? che non sono cristiani? che fa moda sposarsi in chiesa?mica è un set cinematografico.
                  inoltre,la chiesa,non “fa” il matrimonio. si limita ad essere teste qualificato. come ho già scritto: se non si è in grado di mantenere la parola data ad un’altra persona chiamando a testimone Dio stesso e la Chiesa, che lo si fa a fare?
                  ci si sposi in comune.
                  oltretutto,della maggior parte delle cause di nullità,oramai,se ne deve occupare il tribunale diocesano( la Rota è una specie di appello o per casi moooolto complessi.come ,se non erro incentivato da Papa G.Paolo II che voleva porre un freno dopo le polemiche uscite ai tempi sulle spese elevate per adire alla Rota romana.quindi ,oggi, risulta pure meno costoso e lo si fa dove si risiede.)
                  pertanto il parroco dovrebbe essere al corrente di quel che pensano gli sposi( se ci sono ancora parroci che conoscono i proprii parrocchiani.). e poter testimoniare.
                  ah, dimenticavo, vero, al giorno d’oggi ci si sposa da tutte le parti meno che nella propria parrocchia( e viste certe architetture posso anche capirlo….)

                3. Chi può decidere liberamente ipso facto è chiamato a una responsabilità maggiore delle sue scelte. E la Chiesa ha tanto rispetto della libertà umana che non si sogna di darne per scontato il “fallimento”. Anche il “fallimento” dunque va dimostrato: non è difficile immaginare quanti abusi potrebbero essere perpetrati dando valore assoluto al “foro interno”. Infatti il Papa dice che non esistono “ricette facili” ma al tempo stesso ha escluso anche gli annullamenti “facili”: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2010/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20100129_rota-romana_it.html
                  Altra questione è quella dei danni arrecati dal fatto di aver installato la libertà dove non deve stare. Come scrive Thibon, «volendo mettere la libertà dove non è, la si distrugge dove Dio l’ha messa. L’uomo che non accetta di essere relativamente libero sarà assolutamente schiavo». Proprio in virtù di questo concordo sul pressapochismo di certi corsi di preparazione al matrimonio. Su questo certamente si deve fare di più. Se è per quello ho sentito anche testimonianze di coppie scandalizzate perché durante i corsi qualche sacerdote ha detto loro che il matrimonio è un’”invenzione” della Chiesa e che è meglio convivere. Proprio perché il contesto sociale è segnato dalla “liquidità” di ogni rapporto occorre più serietà per rendere le coppie consapevoli che si accingono a sigillare un patto infrangibile, non bisogna mettere la libertà dove non è per non rischiare di distruggerla dove Dio l’ha messa.
                  Però tutto questo mi sembra sviarci da quello che è il cuore della questione. Sembra che tutto dipenda dalle “norme canoniche”, mentre invece il Papa ci dice che il cuore della vita cristiana è l’esperienza della Croce. E in questo senso la condizione di lacerazione e sofferenza dei divorziati risposati è “cruciale”, vale a dire che li associa al mistero della passione di Nostro Signore e può essere feconda e generatrice di frutti spirituali. Dunque non sono ai margini ma al centro stesso della Chiesa. Sono parole che rivelano tutta la sollecitudine pastorale di Benedetto XVI e la comprensione di un dramma intimo e doloroso.

    2. 61Angeloextralarge

      Erika: trovo che tu sia un bellissimo frutto! Smack! 🙂
      L’avventatezza di due persone porta sempre sofferenza anche ad altri, in particolare ai loro figli e ai loro genitori. Un vero peccato! Non tanto in senso spirituale quanto in perdita di forze, tempo, etc. 😉

  9. Marco De Rossi

    Nick Vujicic (Melbourne, 4 dicembre 1982) è un predicatore, uno speaker motivazionale australiano, direttore di “Life Without Limbs”, un’organizzazione per i disabili.

    Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic nacque a Melbourne, Australia con una rara malattia genetica: la tetramelia; è privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto i suoi piccoli piedi, uno dei quali ha due dita.

    Preso di mira dai bulli della scuola, Nick diventò estremamente depresso, ed all’età di otto anni, cominciò a pensare al suicidio. Dopo aver supplicato Dio di fargli crescere braccia e gambe, Nick comprese che le sue condizioni erano di ispirazione per molte persone, e cominciò a ringraziare Dio di essere vivo. Un punto chiave della sua vita fu quando sua madre gli mostrò un articolo di giornale che parlava di un uomo che viveva con grandi difficoltà dovute ai suoi handicap. Questo gli fece capire di non essere il solo a vivere con grandi difficoltà.

    Nel 2009 Nick Vujicic partecipa come protagonista nel cortometraggio The Butterfly Circus. Si è sposato il 14 febbraio 2012.

  10. Marco De Rossi

    Come dicevo nel post di ieri, questi video con Nick Vujicic protagonista li vedo appropriati al tema di oggi, perche’ nessuno possa cadere (lo ricordo a me stesso per primo) nella tentazione di dire “Non sono degno dell’Amore di DIo”, oppure “Dio non mi ama”, no il contrario “Dio mi ama”, “La croce e’ gloriosa ed e’ un giogo leggero”, come ha detto anche Chiara Corbella al marito Enrico Petrillo prima di morire.

  11. luca

    Un piccolo contributo….

    Conoscere per accogliere

    Il pericolo è di affrontare un problema guardandolo dall’esterno. Leggiamo la loro realtà con una lente deformante. Ognuno di noi costruisce il proprio assortimento di altri attingendo alla memoria consolidata, selezionata ed elaborata di passati incontri, relazioni, scambi, sodalizi o rivalita. La conoscenza di base, da cui prende avvio qualsiasi costruzione dell’altro, è cosi semplice e scontata da non costituire per noi materia di riflessione. Sappiamo di loro in modo indiretto, mediante le informazioni che abbiamo raccolto sulle categorie di cui sono gli esemplari. Ci sembra opportuno, a questo proposito, citare che cosa afferma la Commissione Episcopale francese per la famiglia: “Un’attenzione alla verita richiede che si vada al di là delle classificazioni sommarie. Al di là della situazione contraddittoria del divorzio, si devono vedere le persone. La “situazione” non racchiude tutto, perche le persone non si possono identificare con la situazione e considerare tutti i divorziati come una categoria uniforme. Ogni fallimento coniugale rappresenta una storia, una storia dolorosa. Anche le responsabilita sono diverse: uno si lascia trascinare da una passione egoista, un altro abbandona e tenta di ricostruire un focolare per i suoi figli; uno si era sposato con ben poca maturita, un altro ha subito delle pressioni dell’ambiente. Come distinguere il colpevole dalla vittima? Un giudizio vero, deve essere attento, personalizzato”. Più si allontanano dall’estremo dell’intimità, più i divorziati risposati diventano stranieri. Degli stranieri sappiamo troppo poco per impegnarci in un’interazione che non sia estremamente blanda e superficiale. La estraneità dei divorziati risposati ci crea smarrimento, non sappiamo che cosa fare e che cosa aspettarci da loro. La difficoltà è che essi non vogliono andar via ma reclamano diritto di cittadinanza. Non sono visitatori delle nostre comunita ecclesiali, macchie scure sulla superficie trasparente della realtà quotidiana, che si possono sopportare nella speranza che domani verranno lavate via. Non si puo evitare di prendere atto della loro presenza: vederli, udirli, talvolta, rivolgere loro la parola o sentirsela rivolgere. Il peccato piu grande per una comunità cristiana è quello di sentirsi troppo a posto, troppo giusta, delegando il problema a chi lo vive gia sulla propria pelle. Indicativi, in questo senso, sono gli interrogativi posti dalla gia citata Commissione episcopale francese:

    ” Alcune coppie stabili hanno tenuto perchè non hanno incontrato delle grandi difficolta. Altre, invece, che non avevano meno buona volontà hanno incontrato degli ostacoli: malattia, miseria, separazioni, che sono apparse a loro insormontabili. In simili circostanze, i primi avrebbero tenuto? Se fossero stati meno provati, i secondi non sarebbero rimasti fedeli? Sarebbe troppo semplice, e spesso anche ingiusto, separare le coppie in due gruppi: i buoni che sono rimasti insieme, i cattivi che si sono separati per passare a nuove nozze: Vi possono essere delle coppie stabili che vivono ripiegate su se stesse nell’indifferenza e nell’egoismo. Viceversa, vi possono essere delle coppie che, dopo il fallimento della loro prima unione, cercano di vivere nella loro seconda unione valori autentici di amore, di fedeltà di apertura verso gli altri e si sforzano di rispondere al vangelo secondo le loro possibilità attuali”.

    1. Marco De Rossi

      http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20080914_lourdes-vescovi_it.html

      VIAGGIO APOSTOLICO
      IN FRANCIA IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO
      DELLE APPARIZIONI DI LOURDES
      (12 – 15 SETTEMBRE 2008)

      ALLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE

      DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

      Hémicycle Sainte-Bernadette
      Lourdes, domenica 14 settembre 2008

      Signori Cardinali,
      carissimi Fratelli nell’Episcopato!

      … omissis …

      La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime.

      … omissis …

  12. Ci si sposi in Comune, come dice anche vale.
    A leggere questi discorsi, di cattolici neo-tridentini, a un essere umano cittadino del mondo normale gli piglia male!!!

    1. Marco De Rossi

      Bentornato, ti si era rotto il PC? 😉
      Nessuno obbliga nessuno a sposarsi in Chiesa.
      Comunque anche chi si sposa in Chiesa non e’ in grado di mantenere un bel nulla con le sue forze.
      Il matrimonio cristiano si fa in tre dove il terzo e’ Cristo.
      E’ un tripode.
      Se al tripode togli un appoggio, cade!

  13. GFC

    Rispondo qui a De Rossi, riguardo a Pietro.
    Se Cristo ha affidato la sua Chiesa a Pietro DOPO i suoi enormi errori, probabilmente anche un risposato ha qualche chance d’essere un buon padre o una buona madre. Oppure credi che non possa aver sofferto ed essersi intimamente e sinceramente pentito, visto che è per lui possibilità della comunione spirituale?
    Tu leggi nel cuore delle persone?

    1. Marco De Rossi

      GFC, non mi mettere sulla bocca (metaforicamente parlando) cose che non ho detto.
      Non nego la sofferenza, parlavo di trasmissione della Fede ai figli.
      Se la Fede prevede un unico matrimonio indissolubile, questo aspetto non verra’ trasmesso.
      Poi il Signore comunque ha sempre le sue vie per arrivare sia al figlio che al genitore.
      E poi mi domando, se uno e’ sinceramente pentito, perche’ non torna con la prima moglie con la quale e’ unito da un Sacramento e lascia la seconda con cui ha contratto solo un matrimonio civile?

      1. GFC

        Ma non è assolutamente vero. Se lo fosse ciò varrebbe per qualsiasi peccato grave, visto che, una volta commesso, non si può più tornare indietro. Una donna che ha abortito non può essere una buona madre?
        O un assassino non può essere un buon padre?
        Te lo ripeto… Cristo si è fidato di Pietro nonostante apparisse forse il meno adatto per il compito a cui era destinato e Pietro ha avuto la tentazione di sfuggire la croce fino all’ultimo… altro che vero pentimento.
        Io credo che l’importante sia l’aver ben compreso cosa sia accaduto ed è questa comprensione che va poi trasmessa con sincerità e senza ipocrisie ai figli.
        Non dobbiamo essere modelli perfetti per loro ma modelli sinceri e veri.
        Per quanto riguarda il resto, vi sono mille motivi per cui, il ritorno può essere impossibile. Per esempio la prima moglie, come frequentemente avviene, potrebbe essersi risposata a sua volta o comunque magari non ne vuole più sapere.
        Non siamo in un mondo perfetto dove le persone agiscono come se fossero dentro un trattato di teologia o di diritto canonico. Gli errori ed i peccati si sommano tra loro e spesso con quelli degli altri, quindi, il più delle volte non possiamo far altro che subirne gli effetti.

        1. Marco De Rossi

          Probabilmente non sono in grado di spiegarmi come vorrei.
          Non sto giudicando nessuno.
          Certo anche un assassino puo’ essere un buon padre, se pero’ si ravvede e smette di essere un assassino.
          Se continua a fare il killer di professione, no non puo’ essere un buon padre.
          Giuda si e’ pentito di aver tradito Gesu’, ma non ha creduto nella misericordia di Gesu’, ha pensato di non essere piu’ degno e si e’ suicidato.
          Pietro anche ha tradito Gesu’, ma era consapevole dell’Amore che Gesu’ provava per lui ed ha accettato di seguirlo (certo sempre con continui dubbi, tentazioni, ma che superava grazie alla fede che riponeva in Gesu’) fino alla morte in croce, e si e’ fatto crocifiggere a testa in giu’ perche’ non si riteneva degno di morire alla stessa maniera di Gesu’.

          Se il ritorno e’ impossibile perche’ l’altro coniuge non ne vuole sapere o si e’ risposato, credo che chi si e’ pentito dovrebbe restare fedele al matrimonio sacramentale celebrato e non cercare un’altra relazione.

          1. GFC

            No, no, ti sei spiegato benissimo.
            Il problema, a mio avviso, è che rifiuti di prendere atto di una realtà evidente in primo luogo allo stesso Papa.
            Torno a ripeterlo se il Magistero fosse così chiaro e preciso, non ci sarebbe né si porrebbe alcun problema riguardo i risposati: sono peccatori e decidono liberamente di continuare ad esserlo. Anzi sono addirittura spesso contenti d’essere riusciti a ricostruire, sulle macerie di un fallimento, una nuova unione.
            Peccatori felici di esserlo… quindi:
            -niente sacramenti
            -o, in alternativa, non importa se innocenti o colpevoli, giovani o vecchi, una vita da passarsi in completa solitudine e continenza fino alla morte
            Il vivere infatti more uxorio con un’altra persona infrange pubblicamente la promessa fatta sull’altare e solo l’astensione completa dagli “atti propri dei coniugi” può far dire al coniuge separato di continuare ad essere fedele a detta promessa (per inciso, potrebbe anche vivere con un’altra persona, amarla, provare emozioni, gioie e dolori… ma se non fa sesso, può dire in punta di diritto canonico d’essere fedele all’ (ex)coniuge anche se magari da decenni non sa più nulla di lui o di lei)
            Dov’è dunque il problema per il quale spender tempo a trovare altre ricette?

            Una ricetta c’è ed è anche semplice: solitudine e continenza. Punto. Problema risolto, perché continuare a ritornarci sopra?
            Forse la Chiesa stessa non è molto soddisfatta di questa soluzione? Soluzione che viene dedotta, a mio avviso, in modo, pur assolutamente logico e consequenziale, ma del tutto teorico ed asettico dall’impianto teologico che regge il matrimonio. La vita di coppia presenta però variabili troppo numerose e complesse per essere imprigionate in un modello astratto dal quale desumere conseguenze reali e concrete per la vita d’ogni giorno.

            La chiesa in questi ultimi decenni ha cominciato ad avvertire un netto scollamento tra il mondo ideale immaginato nei libri di teologia e quello reale che andava profondamente mutando in modo molto rapido ed inaspettato.
            Le condizioni economiche che spesso (non voglio generalizzare) fungevano da collante per la solidità di tanti matrimoni, insieme all’impossibilità di divorziare, sono migliorate in modo netto ed hanno distrutto la tranquillizzante convinzione che la stragrande maggioranza dei matrimoni durasse in eterno senza nemmeno troppo impegno. Le donne un tempo non lavoravano, spesso c’erano tanti figli da mantenere, gli uomini avevano pochi soldi e pochi vizi e quei pochi li sfogavano all’osteria o al bordello.
            Era dunque una vita incasellata in schemi rigidi e ripetitivi e che correva su binari fissi che difficilmente portavano sorprese, se non in peggio (la paura oltretutto unisce).
            Forse è un quadro semplicistico, ma non credo di sbagliarmi di molto.
            Poi ci siamo, in modo repentino, trovati ad essere molto più liberi anche grazie a maggiori disponibilità economiche. Meno figli, a volte nessuno, e le mogli lavoravano diventando indipendenti sotto vari aspetti ed il matrimonio da evento quasi inevitabile nel dopoguerra si è trasformato in una opzione sempre più libera e sempre meno definitiva, anche perché libertà e responsabilità non vanno affatto sempre insieme, anzi la seconda è spesso costretta ad inseguire l’altra a chilometri di distanza.
            Fino ad arrivare ai matrimoni, spesso contratti senza alcun criterio, di oggi.
            E’ inutile dire “Gli sposi dovrebbero sapere quel che fanno.”
            Non è così… dovrebbero… ma in realtà in tanti casi non lo sanno affatto e finiscono per sposarsi in chiesa per far contente nonne e zie. O per “tradizione” o per la bella cerimonia…. questo è ciò che avviene nel mondo reale al punto che il Papa stesso ha parlato di prevenzione.
            Prevenzione per cosa? Se, ipso facto, tutti siamo responsabili di ciò che facciamo… che cosa, di preciso, dovremmo prevenire?
            Forse dovremmo prevenire i matrimoni “sbagliati”?
            Ma in matrimoni “sbagliati” non esistono… c’è il codice di diritto canonico che elenca i casi di nullità, al di fuori di essi non può esserci un “errore”. Basterebbe allora dire che ognuno è responsabile delle proprie scelte e la questione sarebbe risolta, invece a quanto pare non è così semplice.
            Non è semplice anche per ragioni piuttosto banali.
            Le persone, in genere, hanno limiti, difetti, capacità spesso diverse tra loro.
            C’è chi riesce magari a portare avanti un’unione traballante per tutta una vita e chi, dopo poco, si arrende.
            E si arrende per mille ragioni, non perché è “cattivo” e vuol commettere un peccato a tutti i costi.
            Si arrende perché è fragile, immaturo, perché si rende conto di aver fatto un errore di valutazione, perché la vita gli ha riservato una tegola inaspettata… o per tanti altri motivi che rispecchiano non una volontà incline al male ma semplicemente un’incapacità soggettiva, un limite che ad una persona non permette di fare ciò che un’altra fa magari senza nemmeno troppo sforzo.
            Carità e misericordia non vorrebbero che tutti questi elementi fossero tenuti in considerazione?

  14. Alessandro

    In uno scritto poco conosciuto pubblicato da Joseph Ratzinger nel 1998

    http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/vaticano/2011/276q11-Testo-card–Ratzinger-sulla-pastorale-dei-f.html&title=La%20pastorale%20del%20matrimonio%20%20deve%20fondarsi%20sulla%20verit%C3%A0&locale=it

    l’allora cardinale

    1) ribadisce che il divieto di ricevere la comunione per i divorziati risposati non è un’invenzione della Chiesa cattolica. La Chiesa non può che attenersi all’insegnamento di Cristo, che sull’indissolubilità del matrimonio si è espresso con assoluta chiarezza.

    2) invita i teologi a interrogarsi sulla possibile nullità dei matrimoni celebrati “senza fede” da almeno uno dei coniugi, pur battezzato:

    “Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti – battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ‘ipso facto’ un matrimonio sacramentale. […] All’essenza del sacramento appartiene la fede. Resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di ‘non fede’ abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi”

    “Particolarmente dolorosa è la situazione di quanti si erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal sacramento [dell’eucaristia]. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della congregazione per la dottrina della fede ho invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede.
    Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento manca una dimensione fondamentale non oso dire.
    Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito”.

    3) lamenta che non sempre i tribunali ecclesiastici che dovrebbero accertare se un matrimonio è valido o no funzionano bene. Talora i processi “durano in modo eccessivamente lungo”. In alcuni casi “terminano con sentenze problematiche”. In altri ancora “intervengono errori”.

    Secondo Ratzinger “non sembra in linea di principio esclusa l’applicazione della ‘epikeia’ in foro interno”, cioè una decisione di coscienza:

    “Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in ‘foro interno’ ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in ‘foro interno’ sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una ‘eccezione’, allo scopo di evitare arbitrii e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio”.

    Oltre il card. Ratzinger non si spinge, né può spingersi.
    Invita solo ad indagare con accuratezza se ci siano e quali precisamente siano le condizioni per il verificarsi di una ‘eccezione’, nella quale è lecito al fedele che sia divorziato e risposato accostarsi al sacramento dell’Eucaristia, in forza di una decisione in foro interno derivante dalla convinzione che – a dispetto di quanto sentenziato dal tribunale ecclesiastico – il “primo” matrimonio sia nullo.

    Da notarsi è che il cardinale invita a indagare con accuratezza se ci siano e quali precisamente siano tali condizioni (“Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni” ecc.), giacché a Ratzinger preme di evitare arbitrii, di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio, e di preservare la verità dell’indissolubilità matrimoniale:
    “Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. ‘Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’ (Giovanni, 8, 32)”.

    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350098

  15. Se per l’aborto posso capire l’intransigenza dei cattolici, riguardo a queste questioni sulle behe parrocchiali e canoniche dei fedeli che dovrebbero affidarsi ai direttori spirituli ante et post matrimonium e solo qualora essi fossero ritenuti idonei potrebbero eccetra e se potessero o non potessero comunicarsi eccetra se si fossero risposati, ma non si capisce se questo risposati vuole dire risposati in chiesa o in comune, e poi sempre vedere il dolo anche nell’errore possibile, una carne solla disse Gesù e Paolo lo ribadì, ma quante cose ha detto e fatto Gesù, che non se ne parla più nemmeno,come quando si sputò in mano per guarire gli occhi del cieco con la saliva, per esempio….
    A proposito dell’aborto, ho sentito ieri alla radio che c’è stata una sentenza della cassazione o della corte costituzionale.

  16. “Siate puri come le colombe e astuti come i serpenti”
    ecco, un a un osservatore esterno salta agli occhi più l’astuzia della casistica che la bontà amorevole del proverbiale pennuto.

  17. admin

    AVVISO:
    domani 23 giugno dalle 17:10 alle 17:40 va in onda su RAIUNO il programma “A Sua immagine” parlerà Costanza e si parlerà del suo libro (Sposati e sii sottomessa), con interviste, servizi, e la partecipazione di Paolo Pugni!

    1. 61Angeloextralarge

      Admin: in alternativa… un altro modo di vederlo? Smack! 😀
      Grande Costanza e grande Paolo, siamo con voi! Sono certa che tirerete fuori la solita vostra “classe”. 😉

  18. Mario

    Senza nulla togliere alle sofferenze di quelli che “non ce la fanno” vorrei ricordare anche le sofferenze di quelli che “ce la fanno”, che rimangono fedeli e continuano a convivere con e ad amare una persona che spesso ripete loro frasi come “Ti odio”, “Non so chi me l’ha fatto fare di sposarti”, “Se non fosse per i bambini me ne sarei già andato/a” e via dicendo (o delirando?). Che agiscono nella famiglia con grande violenza e prepotenza almeno verbale, se non fisica.
    Non sto parlando in astratto, ma di situazioni che conosco personalmente, purtroppo più di una.
    Anche queste persone sono profondamente ferite dalla “cultura dell’istinto” che ci assedia tutti, e che spinge il coniuge a prendere a picconate il matrimonio. La loro strada, in certi casi, non è più facile di quelli che “non ce la fanno”.
    Per non parlare dei matrimoni che sopravvivono ai tradimenti…
    Tanti matrimoni arrivano ad una riconciliazione, magari dopo parecchi anni, perché almeno uno dei due (a volte tutti e due), sulla Parola del Signore, nella tempesta si è fidato/a della Promessa su cui aveva fondato la propria promessa.
    Ha saputo accettare la fragilità dell’altro senza odiarlo/a e giudicarlo/a.
    Nei momenti più difficili, ha pregato: “Signore, anche io sono peccatrice/peccatore: abbi pietà di me e di lui/lei”.
    E, in molti casi, ha tratto forza proprio da quell’eucarestia che richiede e dona la fedeltà a qualsiasi costo…
    Una volta padre Gasparino ha raccontato questa esperienza.
    “C’era una donna che era venuta a confessarsi, e mi raccontò che il marito tornava sempre a casa ubriaco, e più di una volta l’aveva picchiata con una tale violenza da mandarla all’ospedale.
    Io mi sentivo molto a disagio. Le dissi, con tutta la delicatezza di cui ero capace, che, in una situazione come la sua, la Chiesa ammette la separazione. Ma questa donna rispose: padre, io preferisco essere picchiata a sangue ed anche morire, piuttosto che venire meno alla promessa che ho fatto davanti all’altare”.
    Questa testimonianza a me è sembrata persino esagerata, però… credo che a certe persone Dio chieda di dare una testimonianza di amore che va al di là di ogni ragionevolezza… Cristo non ha forse fatto proprio questo sulla Croce?

    1. Marco De Rossi

      Esatto.
      Tutti siamo chiamati alla santita’.
      Puntiamo in alto.
      Non contando pero’ sulle nostre forze, che non ne abbiamo.

    2. lidia

      Sono d’accordo con te. però trovo che quella donna se ne dovesse andare, anzi: veramente avrebbe dovuto denunciare alla polizia il marito che la picchiava. è un reato che si chiama violenza domestica, ed è perseguibile (giustamente) anche con la carcerazione. La violenza non è mai ammessa, né su donne, né su bambini, né su uomini, se è per questo.
      Scusa se preciso, ma la mentalità del “prendere le botte a sangue è giusto ed è una prova di fedeltà” la trovo profondamente anti-cristiana. Gesù sicuramente ha accettato la violenza che gli facevano sulla Croce, ma non credo voglia da noi che ci facciamo picchiare a sangue (come in questo caso) da mariti (o mogli, o padri, o madri, non faccio distinzioni) ubriachi. La promessa l’avrebbe mantenuta ugualmente restando fedele. Oltretutto chissà se, andandosene, avrebbe fatto “rinsavire” l’uomo.
      Poi ci sono casi e casi, la signora in questione forse aveva dei motivi per restare che noi non possiamo sapere né giudicare. Purtroppo il caso di violenza domestiche è molto più frequente di quanto si creda, e solo una piccola percentuale di donne ha il coraggio di denunciare…
      C’è anche un’associazione cristiana che aiuta in questi casi, fornendo case protette (cioè con indirizzi sconosciuti ai mariti violenti) presso delle suore, proprio oggi lo leggevo sul giornale.
      Quanto agli altri casi, sì, ci sono bellissime storie di fedeltà sofferta, io ne conosco anche alcune. è una sofferenza grande..

      1. 61Angeloextralarge

        Lidia: per esperienza personale so che è dura quando marito e moglie non vanno d’accordo, quando urlano, quando coinvolgono i figli e li usano per “vincere una battaglia” (la guerra la perdono entrambi!). quando poi il marito inizia a bere e diventa violento, pichiando moglie (che reagisce con ripicche, dispetti e vendette anche molto cattive) e picchiando i figli. Quante volte ho desiderato che si lasciassero! Ero piccola e pensavo fosse lacosa giusta, ma poi tornavo sui miei passi. Che fine avremmo fatto noi figli? Sarebbero finite le liti o sarebbero aumentate? Il clima non sarebbe comunque stato sereno. Ringrazio il Signore perché i miei non si sono separati, anzi, con il passare dei “bollori” causato da malattie (infarti, etc.) e dall’età che avanza, sono “riusciti” ad arrivare insieme al 50esimo! uel giorno non ho potuto fare a meno di pensare: “Ma che c… avete da festeggiare?”.
        Credo che se il Signore fosse entrato, anzi se fosse stato accolto da mio padre e da mia madre, molte cose sarebbero state diverse. senza di Lui hanno faticato moltissimo ma sono rimasti insieme. Mio padre è morto 5 anni fa e mia madre ancora ne parla male, addirittura con le zie e gli zii paterni! Lo fa pasare da deficiente, da ritardato mentale! Non riesce a trattenersi, ad inventare cose che secondo lei mio padre le ha fatto. Eppure si tiene stretta al dito anche la fede matrimoniale di mio padre: guai chi la tocca.

        1. lidia

          Mio padre non ha mai alzato le mani contro mia madre o noi, ma litigavano spesso. i miei alla fine si sono separati. preferirei non l’avessero fatto, ed è tutta la vita che spero tornino insieme, perciò ti capisco, non hai bisogno di spiegarmi. Anche mia sorella ed io siamo in vari modi state usate per ripicche personali, lo so bene come ci si sente.
          però, Angela, perdonami: tuo padre picchiava tua mamma tanto da andare all’ospedale? Col bacino fratturato per i calci, come nel caso d cui ho letto ieri sul giornale?
          Io direi di stare attenti con le storie, e con i termini. Soprattutto per non scoraggiare quelle donne che, regolarmente mandate all’ospedale dalle percosse, nell’indifferenza di parenti/amici/preti/religiosi (“eh che vuoi, che santa donna…non lascia il marito. E poi magari le botte se le cerca” – storie vere, purtroppo…) non hanno il coraggio di denunciare. Un mio amico sacerdote quando sente parlare di questi casi e anche di violenze più blande (come un marito che costringe la moglie ad avere rapporti sessuali quando lei non lo desideri etc.) dice che sono uno scandalo enorme. La violenza non va MAI giustificata.
          Poi parliamo finché vogliamo di fedeltà, di casi estremi, di persone con malattie mentali (nel qual caso la faccenda è diversa), di storie di martirio e conversione, però rimanendo ben saldi sul fatto che un marito che ti manda all’ospedale non è un martirio mandato dal Signore ma un criminale da mandare in galera, o, se possibile, da recuperare (attraverso terapie di disintossicazione, psicoterapie, e quant’altro).
          Spero si capisca bene quel che voglio dire, senza fraintendermi.

          1. GFC

            GESÙ NON PREDICA RASSEGNAZIONE
            Innanzitutto un elemento preliminare, necessario per scardinare un’idea che spesso si sente evocare
            anche in buona fede, ma che è molto pericolosa, in quanto finisce per attribuire a Dio e a Gesù
            Cristo un volto perverso. Incontrando i malati, Gesù non predica mai rassegnazione, non ha
            atteggiamenti fatalistici, non afferma che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non nutre
            atteggiamenti doloristici: egli sa che non la sofferenza, ma l’amore salva! Gesù cerca sempre di
            restituire al malato l’integrità della salute e della vita; lotta contro la malattia, dicendo di no al male
            che sfigura l’uomo; cura e cerca di guarire con tutte le sue forze. È così che egli fa delle sue
            guarigioni un vero e proprio Vangelo in atti, delle profezie del Regno, in cui «Dio asciugherà ogni
            lacrima dai nostri occhi (cf. Is 25,8) e non vi saranno più la morte, né il lutto né il lamento né il
            dolore, perché le cose di prima sono passate» (cf. Ap 21,4). Al riguardo è utile fare un’ulteriore
            precisazione: si sente ripetere con frequenza che occorre offrire a Dio la propria sofferenza.
            Che senso può avere questa espressione ritenuta altamente spirituale, ma che può essere equivoca?
            Dio gradisce forse l’offerta del dolore che sovente disumanizza e sfigura? Che immagine di Dio
            suppone un tale ‘gradimento’? In verità, questo consiglio spirituale deve essere chiarificato.
            Certamente nell’offerta di se stesso al Signore, che ogni cristiano deve fare come autentico culto
            spirituale (cf. Rm 12,1), sono comprese anche le sofferenze, come sono comprese le gioie. Di
            conseguenza occorre dire al Signore: «Eccomi tutto intero davanti a te, corpo, psiche e spirito,
            comprese la mia malattia e la mia sofferenza!». Ma anche in questo dobbiamo guardare all’esempio
            fornito da Gesù, che non ha offerto al Padre la sua sofferenza, bensì «ha innalzato preghiere e
            suppliche … a Dio che poteva liberarlo dalla morte» (Eb 5,7) nell’esperienza della sua passione,
            vivendola nell’«amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), nell’amore esteso fino ai nemici.
            Ciò che è stato decisivo e redentivo nella passione di Gesù è stato l’amore con cui ha vissuto la
            sofferenza e la morte. E così ci ha insegnato che ciò che Dio attende da noi quando attraversiamo la
            sofferenza e la malattia è che continuiamo a esercitarci nell’amore, accettando di essere amati e
            cercando di amare. Infatti noi raggiungiamo il desiderio di Dio non nell’offerta della nostra
            sofferenza, ma quando la nostra vita, anche nella sofferenza, diventa dono di sé nell’amore: questo è
            stato il cammino che Gesù ha percorso e ha aperto per quanti vogliono seguirlo. (E. Bianchi)

            1. Alessandro

              Che banale e in definitiva sviante è questa riflessione di Enzo Bianchi. Non è vero che Gesù non offrì la propria sofferenza al Padre. Tutta la vita di Gesù è offerta al Padre, inclusa la sofferenza che Gesù sperimentò. Sofferenza offerta al Padre per amore, ovviamente, poiché nessun rapporto può intercorrere tra Cristo e il Padre se non d’amore. E non è vero che la sofferenza non salva. Accettando di soffrire, l’Innocentissimo (cioè colui nel quale la sofferenza non è conseguenza inevitabile del peccato originale, giacché egli non macchiato da questo peccato) assume su di sé la condizione umana degradata dalla colpa originaria e, così facendo, riscatta la condizione umana ferita: più salvifica questa sofferenza (questa passione) non so come potrebbe essere! Solo attraverso la sofferenza è possibile che il Salvatore salvi l’umanità dalla sofferenza e dalla morte e le dischiuda una prospettiva eterna di non-sofferenza.
              Ogni uomo, a imitazione di Cristo, deve offrire le proprie sofferenze a Dio, perché conformandosi a Cristo sofferente egli tramuta la propria sofferenza in strumento di salvezza.
              E’ del tutto ovvio che il cristiano non è un autolesionista che gode del soffrire, che cerca la sofferenza per sé stessa, ma dovrebbe essere altrettanto evidente che più le sofferenze si fanno dure, più il viverle associandole a quelle di Cristo configura il sofferente a Cristo e lo purifica, meritandogli così la vita eterna, la vita perfettamente non-sofferente (a ribadire che per il sofferente la sofferenza non è un fine, ma un mezzo di purificazione per approdare ad una definitiva non-sofferenza).
              La sofferenza va offerta a Dio, ed è salvifica. Che a Bianchi piaccia o no.

              1. GFC

                Forse, Alessandro, ti è sfuggito questo passaggio:
                “Certamente nell’offerta di se stesso al Signore, che ogni cristiano deve fare come autentico culto
                spirituale (cf. Rm 12,1), sono comprese anche le sofferenze, come sono comprese le gioie. Di
                conseguenza occorre dire al Signore: «Eccomi tutto intero davanti a te, corpo, psiche e spirito,
                comprese la mia malattia e la mia sofferenza!»”, che francamente non mi sembra poi così banale o non in linea con il Magistero.
                Ma a parte questo, vorrei ben capire una cosa: si può seriamente paragonare il nostro dolore umano, con il dolore di Cristo che è morto in croce per la “nostra” salvezza e non per la sua?
                Ho molta difficoltà quando sento questi facili paragoni tra l’esperienza unica e irripetibile di Cristo, uomo, Dio e Salvatore, con l’esperienza che ci accomuna nella nostra umanità e quindi davvero fatico a comprendere cosa possa esserci di salvifico in un dolore che è solamente umano. Chi o cosa “salva” questo dolore?
                Una persona che muore tra le sofferenze verrà forse giudicata in modo più comprensivo dal Padre?
                Più soffriamo e più sarà misericordioso? mah….

                1. Alessandro

                  “fatico a comprendere cosa possa esserci di salvifico in un dolore che è solamente umano”.

                  No, sottovaluti quanto ogni uomo non solo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma quanto ogni uomo sia concepito dall’eternità sul modello del Figlio di Dio e quanto Cristo, incarnandosi e assumendo in sé la condizione umana, sia così profondamente penetrato nell’esistenza di ogni uomo che davvero nulla di quest’esistenza – tantomeno il dolore – possa essere estraneo a Dio, possa essere sconnesso da Dio, possa essere solamente umano.

                  Ti rispondo con Giovanni Paolo II, dalla Salvifici doloris (nn. 26-27; ma andrebbe conosciuto tutto il documento, dal quale posso sono togliere un estratto molto eloquente):

                  “Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza. L’uomo non scopre questo senso al suo livello umano, ma al livello della sofferenza di Cristo. Al tempo stesso, però, da questo livello di Cristo, quel senso salvifico della sofferenza scende a livello dell’uomo e diventa, in qualche modo, la sua risposta personale. E allora l’uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia spirituale.

                  27. Di tale gioia parla l’Apostolo nella Lettera ai Colossesi: « Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi ». Fonte di gioia diventa il superamento del senso d’inutilità della sofferenza, sensazione che a volte è radicata molto fortemente nell’umana sofferenza. Questa non solo consuma l’uomo dentro se stesso, ma sembra renderlo un peso per gli altri. L’uomo si sente condannato a ricevere aiuto ed assistenza dagli altri e, in pari tempo, sembra a se stesso inutile. La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente « completa quello che manca ai patimenti di Cristo »; che nella dimensione spirituale dell’opera della redenzione serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma per di più adempie un servizio insostituibile. Nel corpo di Cristo, che incessantemente cresce dalla Croce del Redentore, proprio la sofferenza, permeata dallo spirito del sacrificio di Cristo, è l’insostituibile mediatrice ed autrice dei beni, indispensabili per la salvezza del mondo. E’ essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla Grazia che trasforma le anime umane. Essa, più di ogni altra cosa, rende presenti nella storia dell’umanità le forze della redenzione. In quella lotta « cosmica » tra le forze spirituali del bene e del male, della quale parla la Lettera agli Efesini, le sofferenze umane, unite con la sofferenza redentrice di Cristo, costituiscono un particolare sostegno per le forze del bene, aprendo la strada alla vittoria di queste forze salvifiche.”

                  Insomma, la sofferenza umana attraversata associandola a quella di Cristo fa crescere il bene: è salvifica per il sofferente e anche per i fratelli, pellegrini o purganti.

                  “Una persona che muore tra le sofferenze verrà forse giudicata in modo più comprensivo dal Padre?
                  Più soffriamo e più sarà misericordioso? mah…. ”

                  Il problema non è morire tra le sofferenze o meno. E’ come si soffre. Si può soffrire congiungendo le proprie sofferenze a Cristo, e allora la sofferenza purifica chi soffre, concorre a emendarlo dalle sue colpe e lo avvicina alla perfezione della santità. All’estremo opposto di può soffrire detestando Dio, e allora la sofferenza non è salvifica, non purifica, non santifica il sofferente, ma è solo un cascame molesto e spaventoso del peccato originale.

                  Vorrei anche precisare che la sofferenza non è solo quella fisica. La distanza in cui ogni uomo, anche il più sano nelle membra, vive rispetto alla perfezione della vita eterna è fonte di sofferenza, di attesa pungente e dolorosa. Anche questa sofferenza va offerta a Dio, va associata a quella di Cristo. Anche questa sofferenza è purificatrice. Anche di come si affronta questa sofferenza, che di distende lungo tutto l’arco dell’esistenza, risponderemo. Anche su di essa si deciderà la nostra salute eterna.

                  1. GFC

                    Ho l’impressione che il Papa si riferisse a quelle sofferenze, quelle croci, che un uomo non possa evitare e davanti alle quali, non capendone il senso, finisce spesso per perdersi. Il dolore però può essere sublimato e dunque meglio affrontato se si riesce, in questo caso attraverso la fede, a trovarne un senso.
                    Ma il discorso non prendeva spunto da una situazione di sofferenza inevitabile, anzi è proprio l’esatto contrario.
                    Il Magistero dà, in modo del tutto ragionevole, la possibilità al coniuge abusato di andarsene ed addirittura, se il fine è la tutela di interessi propri o dei figli, di ricorrere al divorzio civile.
                    Questa situazione è ben diversa da chi per esempio è schiacciato da una malattia incurabile e per fede offre tutto se stesso (non solo la propria sofferenza) a Dio.
                    In questi casi (ormai rari per fortuna, ma purtroppo non del tutto scomparsi) una persona, pur avendone la possibilità, rimane volutamente nel dolore, pretendendo di offrire a Dio questa sofferenza.
                    Ma Dio gradisce davvero questo tipo di sacrifici volontari?
                    Insomma mi pare davvero ci sia una differenza macroscopica tra chi arriva a sublimare un dolore non comunque evitabile e chi invece si infila in un tunnel di dolore dove peraltro a nessuno viene imposto di stare.

                    1. Alessandro

                      Ma io non mi riferivo a sofferenze evitabili del tipo di quelle della moglie percossa dal marita che non se ne separa. E’ bene che se ne separi, la Chiesa lo permette e ci mancherebbe pure.

                      Esistono pure sofferenze evitabili e che è moralmente lecito sia evitare sia non evitare. Penso alla terapia del dolore nel caso dei malati terminali. Dio consente che il dolore di costoro sia alleviato per quanto possibile, ma eroicamente il malato può decidere (pur non essendone obbligato moralmente) di provarlo tutto il dolore, offrendo a Dio tutto il dolore patito (penso, tra i tanti, alla beata Chiara Badano). Questo sacrificio eroico non è – ribadisco – moralmente obbligatorio ma è gradito a Cristo, come non può che esserlo ogni sacrificio che miri a configurarsi sempre più perfettamente a Cristo, rendendo sempre più profonda e compiuta l’intimità con Lui.

                    2. Ecco, il punto è proprio questo. Il cristianesimo non è una religione della legge e della morale. L’amore cristiano non nega la morale ma la supera. La morale prescrive in gran parte precetti negativi (non rubare, non uccidere, non commettere adulterio, ecc.). Ma il vangelo trascende la morale dei comandamenti, è una virtù attiva quella che richiede. Per il vangelo non basta più non fare il male, occorre fare il bene. Per la morale basta astenersi dal fare il male, ma per la “virtù attiva” del vangelo astenersi dal fare il bene è forse il peccato più grande. Se non si capisce questo non si capisce nulla del sacrificio di una Chiara, ad esempio. Chiara secondo la morale poteva tranquillamente curarsi. Per la Chiesa l’aborto indiretto è perfettamente lecito. Ma in Chiara viveva Cristo stesso. E ha scelto di donare la sua vita per salvaguardare quella del figlio, ha scelto di fare il bene, l’amore attivo, la sua pienezza vitale e debordante. Sapeva benissimo che procrastinando le cure sarebbe andata incontro a morte quasi certa, inutile fare tanti distinguo. Così come sapeva di andare incontro a morte pressoché certa il bancario che qualche mese fa si oppose, legato e dunque inerme, ai criminali che volevano violentare la sua fidanzata. Eppure la morale non lo obbligava, come non obbligava. Perché lo ha fatto? Perché amava quella donna e voleva proteggerla dal male da ogni costo. A questo “amore attivo” – che nulla c’entra col suicidio, che è uno sprofondare nel nulla, un sacrificio al nulla – a questo sacrificio invita il Papa anche i divorziati risposati, per questo è fuorviante e sbagliato ragionare come se tutto dipendesse dalle norme canoniche.

                  2. lidia

                    Ale, senti, io sono d’accordo con te, ma…qui il discorso è iniziato da un caso preciso: una donna – o un uomo, dai – che viene picchiato a sangue dal coniuge fin da finire all’ospedale.
                    Con i mille distinguo del caso, sarai concorde con me sul fatto che l’incolumità della donna (o dell’uomo, sennò Roberto s’arrabbia che gli uomini vengono svalutati – magari lui è mingherlino e la moglie un gigante) va difesa.
                    sul siginificato salvifico del dolore sono d’accordo ovviamente, ma è importante distinguere che dolore. Chiara, per esempio, si è curata, ha fatto tutto il possibile umanamente (e soprannaturalmente) per evitare la morte. Non ce l’ha fatta e l’ha accettata santamente, ma non si è lasciata morire senza curarsi.
                    penso sia una distinzione di puro buon senso, ma è importante per non cadere nella trappola del “allora non mi curo, allora resto a farmi picchiare da mio marito/moglie, etc.”.

                    1. Alessandro

                      Lidia, io sono d’accordo con te. Ho detto quello che ho detto perché mi sembrava che con la citazione di Bianchi si stesse perdendo di vista il significato salvifico del dolore…
                      Dopodiché è ovvio che una donna deve sottrarsi alle percosse del marito, e la Chiesa lo permette, e ci mancherebbe che non lo facesse.
                      Chiara s’è curata, e ha fatto benissimo, il cristiano non aspira a lasciarsi morire o a suicidarsi…
                      Insomma, per me con la questione delle mogli percosse (che giustamente si separano) l’intervento di Bianchi non c’entra e serve solo a aggrovigliare le idee su una verità cattolica fondamentale, il valore salvifico della sofferenza. Tutto qui

                    2. Alessandro

                      Ovviamente, quando dico che Chiara (Corbella) s’è curata, dico che s’è curata dopo la nascita del figlio. Ma prima non s’è curata nella misura in cui avrebbe potuto, e non l’ha fatto per non danneggiare il figlio in grembo. Moralmente non era obbligata a limitare le cure per non danneggiare il figlio. Ha compiuto una scelta eroica, anteponendo la salute del figlio alla propria. Scelta non obbligatoria, ma eroica, che la conforma profondamente a Cristo, assimilandola alla Sua totale donazione di sé.
                      Chiara, agendo come ha agito, ha dimostrato di non disprezzare la propria vita terrena, di stimarla come un valore (altrimenti non si sarebbe nemmeno curata), ma non come un valore assoluto da preservare a ogni costo (altrimenti non l’avrebbe messa a repentaglio differendo la somministrazione delle cure più incisive per evitare danni al nascituro).

                    3. Marco De Rossi

                      Can. 1153 – §1. Se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune, dà all’altro una causa legittima per separarsi, per decreto dell’Ordinario del luogo e anche per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa.

                      §2. In tutti i casi, cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale, a meno che non sia stabilito diversamente dall’autorità ecclesiastica.

                      http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_19811122_familiaris-consortio_it.html

                      d) Separati e divorziati non risposati

                      83. Motivi diversi, quali incomprensioni reciproche, incapacità di aprirsi a rapporti interpersonali, ecc. possono dolorosamente condurre il matrimonio valido a una frattura spesso irreparabile. Ovviamente la separazione deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole tentativo si sia dimostrato vano.

                      La solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge separato, specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà, comprensione ed aiuto concreto in modo che gli sia possibile conservare la fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova; aiutarlo a coltivare l’esigenza del perdono propria dell’amore cristiano e la disponibilità all’eventuale ripresa della vita coniugale anteriore.

                      Analogo è il caso del coniuge che ha subito divorzio, ma che – ben conoscendo l’indissolubilità del vincolo matrimoniale valido – non si lascia coinvolgere in una nuova unione, impegnandosi invece unicamente nell’adempimento dei suoi doveri di famiglia e delle responsabilità della vita cristiana. In tal caso il suo esempio di fedeltà e di coerenza cristiana assume un particolare valore di testimonianza di fronte al mondo e alla Chiesa, rendendo ancor più necessaria, da parte di questa, un’azione continua di amore e di aiuto, senza che vi sia alcun ostacolo per l’ammissione ai sacramenti.

          2. 61Angeloextralarge

            Nessuno di noi è arrivato al punto da finire all’ospedale, ma ti garantisco che la violenza era tanta. Pesonalmente ho come ricordo una brutta cicatrice in testa, sotto i capelli. Tieni conto che ti parlo degli anni 60/65 e si tendeva a coprire le cose per paura delle chiacchiere e degli scandali… il 68 è ventuto dopo. E poi noi siamo cresciuti e abbiamo iniziato a reagire.

            1. lidia

              mi dispiace moltissimo, io prego per tuo papà e per tua mamma (del resto per lei pregavo già da tempo, me ne avevi parlato mesi fa).

    3. GFC

      Spesso ci si imbatte in persone più cattoliche del Papa che, per mille ragioni, decidono di vivere e di portare croci che nemmeno la chiesa, pur nella sua intransigenza in materia, si sognerebbe mai di porre loro sulle spalle.

      Can. 1153 – §1. Se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune, dà all’altro una causa legittima per separarsi, per decreto dell’Ordinario del luogo e anche per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa. (Codice di diritto canonico)

      C’è quindi da chiedersi se davvero il proseguire ostinatamente una convivenza di questo tipo non sia invece un grave atto di presunzione (se non addirittura una patologia vera e propria) alimentato da una visione assolutamente anti-cristiana della sofferenza e del dolore.

      1. “Spesso ci si imbatte in persone più cattoliche del Papa che, per mille ragioni, decidono di vivere e di portare croci che nemmeno la chiesa, pur nella sua intransigenza in materia, si sognerebbe mai di porre loro sulle spalle.”
        Proprio così, e alcune di quelle persone suddette, che predicano la sottomissione al dolore (a parole) si trovano in questo blog ultracattollico.

  19. Alessandro

    In sintesi.

    Per quanto riguarda i divorziati risposati e l’accesso alla confessione sacramentale e alla comunione eucaristica, “qualora la loro situazione non presenti una concreta reversibilità per l’età avanzata o la malattia di uno o di ambedue, la presenza di figli bisognosi di aiuto e di educazione o altri motivi analoghi, la Chiesa li ammette all’assoluzione sacramentale e alla comunione eucaristica se, sinceramente pentiti, si impegnano a interrompere la loro reciproca vita sessuale e a trasformare il loro vincolo in amicizia, stima e aiuto vicendevoli. In questo caso possono ricevere l’assoluzione sacramentale ed accostarsi alla comunione eucaristica, in una chiesa dove non siano conosciuti, per evitare lo scandalo”. (Commissione episcopale per la dottrina della fede, la catechesi e la cultura e Commissione episcopale per la famiglia, “La pastorale dei divorziati risposati e di chi vive in situazioni matrimoniali irregolari o difficili”, 1979)

    “La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082)” (Familiaris consortio, 84).

  20. Breve rassegna stampa su famiglia, giornali di oggi:

    Fai clic per accedere a ca2e464e6fe0f8c1d9a3bb31c9cd3357.pdf

    Fai clic per accedere a 9d0b49a1808518e22055d26e05f95679.pdf

    (la Clinton a Rio+20 ha provato a esportare l’aborto anche ai paesi più poveri)

    Fai clic per accedere a cc3c0c0ce96c080a521d7f557a6af008.pdf

    Fai clic per accedere a bf4547e658ded23f01f15724c39042ec.pdf

    (un articolo sull’Atlantic parla del fallimento della mamma manager e della pressione che viene messa sulle spalle delle donne che non sanno di essere ingannate)
    fate più figli

    Fai clic per accedere a ccaff3723134afad8e13440d51b5f198.pdf

  21. admin

    Ci dispiace ma la puntata di “A Sua Immagine” su Costanza è stata rimandata, sostituita da una puntata sulle quaglie ripiene.
    Son soddisfazioni! 😉

    1. Aaaaahhhhh! Stavo giusto guardando! Meraviglioso, e io che pensavo di essere l’unica a cucinare in modo obbrobrioso! con tutto il rispetto per le antiche ricette della Bibbia, avrei preferito una puntata con Costanza! Le quaglie cotte nella creta non se possono sentì…

    2. 61Angeloextralarge

      Admin: le quaglie no!!!! Questo è un affronto! Sostituire una leggiadra colomba con delle quaglie e per giunta ripiene… non si può assolutamente fare! Grrrr! Almeno allo spiedo!

  22. Marco De Rossi

    A parte che la discussione sia un po’ andata a spaziare su una vastita’ di argomenti e situazioni di cui non sarebbe possibile trattare via “chat”.

    Comunque ecco un tipico esempio “anti-cristiano/malato-patoligico/piu’-cattolico-del-Papa”.

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/92608

    Sahuayo, Messico, 28 marzo 1913 – 10 febbraio 1928

    Il quattordicenne messicano José Sanchez Del Rio, visitando la tomba del beato martire Anacleto González Flores, chiese a Dio di poter morire in difesa della fede. Fu ucciso il 10 febbraio 1928, gridando: “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!”. Il martirio di questa vittima della persecuzione religiosa provocata dalla nuova costituzione messicana del 1917, fu riconosciuto il 22 giugno 2004 da Giovanni Paolo II ed è stato beatificato il 20 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI.

    Il coraggio non è da tutti, ma chi non ce l’ha può anche chiederlo, come grazia particolare, a chi di coraggio ne ha avuto da vendere. Coraggioso, nonostante sia poco più che un bambino, José Luis Sanchez Del Rio lo è sempre stato, ma a 14 anni, visitando la tomba di Anacleto Gonzalez Flores, ucciso per la sua ferma professione di fede ed ora proclamato beato, gli chiede il suo stesso coraggio per testimoniare Gesù anche fino alla morte. L’occasione non gli manca di certo, perché quelli sono gli anni della “guerra cristera”, combattuta dai cattolici messicani come reazione alle leggi antireligiose instaurate dal governo che dapprima umiliano e poi perseguitano apertamente la Chiesa. Josè, nato il 28 marzo 1913, a poco più di dieci anni già svolge un apostolato spicciolo in mezzo ai suoi compagni, insegnando loro a pregare e accompagnandoli in chiesa per adorare l’Eucaristia. Allo scoppio della “guerra cristera” nel 1926 i suoi due fratelli maggiori si arruolano in quella sorta di esercito popolare che cerca di ridonare al Messico la sua libertà religiosa: lui no, perché con i suoi 13 anni è poco più di un bambino. Tanto fa e tanto dice, però, che l’anno dopo riesce a farsi arruolare come aiutante da campo e, poco dopo, come portabandiera e clarinettista del generale Luis Guizar Morfin. Proprio a quest’ultimo, nel corso della cruenta battaglia del 6 febbraio 1928 durante la quale il cavallo del graduato viene ucciso, il piccolo Josè cede la propria cavalcatura per consentirgli di mettersi in salvo, perché, dice, “la vostra vita è più utile della mia”. Non solo: con il suo fucile copre le spalle al generale fino a che gli restano colpi in canna. Scontato che, poco dopo, sul quel ragazzino, disarmato e appiedato, le truppe federali riescano facilmente a mettere le mani. Per colmo dello scherno lo rinchiudono nel battistero della sua chiesa, ormai ridotta a stalla ed a carcere dei “cristeros”. Dall’esterno lo sentono cantare e pregare ad alta voce, anche quando lo percuotono, lo seviziano e lo insultano. Non gli fanno alcun processo, perché sarebbe imbarazzante per i suoi carcerieri processare un ragazzo; tentano piuttosto di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà, denaro a profusione, una brillante carriera militare, addirittura l’espatrio negli Stati Uniti: tutte offerte respinte con sdegno al grido di “Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe”. Il 10 febbraio, dopo che il piccolo Josè è riuscito a convincere i genitori a non pagare il riscatto chiesto loro dal governo e dopo essere riuscito a ricevere di nascosto la comunione come viatico dalle mani della zia Magdalena, i soldati sfogano su di lui tutta la loro ferocia, spellandogli lentamente le piante dei piedi, facendolo camminare sul sale e trascinandolo senza scarpe su una strada selciata fino al cimitero, mentre il piccolo Josè, spintonato come Gesù sulla strada del calvario e ormai ridotto ad una maschera di sangue, continua a gridare la sua fede. Giunti al cimitero vorrebbero ucciderlo a pugnalate per non far rumore, ma esasperato dalla sua continua invocazione a Cristo Re, il capo delle guardie lo finisce con un colpo di pistola. La memoria del “bambino cristiano” è rimasta inalterata in Messico in questi 80 anni e la Chiesa lo ha proclamato beato insieme ad altri 12 compagni di fede il 20 novembre 2005.

    1. GFC

      Francamente non si capisce cosa c’entri questa vicenda con quanto detto sopra a proposito di chi continua a subire angherie da parte del coniuge nonostante la chiesa stessa ammetta la possibilità di separarsi.

  23. “La scoperta del senso salvifico della sofferenza in unione con Cristo trasforma questa sensazione deprimente. La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente « completa quello che manca ai patimenti di Cristo »”
    Vaneggiamenti umani, come sono umani tutti i vaneggiamenti, ma bisogna stare attenti, sempre, a non perdercisi, nei vaneggiamenti, di quasiasi origine, ideologica o patologica, il confine è sottile.

    1. GFC

      Mannò… filosofiazzero… non essere troppo drastico.
      Il discorso del Papa sul dolore può avere un senso per chi ha fede, a condizione però che si comprenda bene a quale tipo di sofferenza e dolore si fa riferimento. Il Papa si riferisce, a mio avviso, a situazioni in cui non c’è scelta alla sofferenza, che diventa quindi inevitabile. E’ questa la base che regge tutto il discorso.
      Purtroppo però vi sono persone molto zelanti che avrebbero sgozzato Isacco ancor prima di salire sul monte nella sicurezza di anticipare così i desideri di Dio.
      Ed allora estendono il discorso relativo ad una ben specifica sofferenza (anche quella di Cristo non aveva alternativa, tant’è che Gesù stesso chiede al Padre di risparmiargli l’amaro calice) a “qualsiasi” tipo di sofferenza e quindi finiscono per comportarsi (e per intendere Dio) allo stesso modo in cui gli antichi pagani facevano sacrifici per rabbonire quel dio di cui temevano l’ira. Queste persone facilmente dimenticano di credere in un Dio immensamente misericordioso ma soprattutto in un Dio che ci è Padre. Qual’è il padre che si rallegra della sofferenza dei figli?

      1. Marco De Rossi

        Non so chi siano questi zelanti a cui ti rifersici, ma spero non a me.
        In tutti i miei pensieri espressi non ho mai detto una cosa simile.
        Cristo si sarebbe potuto rifiutare benissimo di farsi crocifiggere, altro che non aveva scelta.
        Ha scelto pero’ di obbedire al Padre facendo la Sua volonta’.
        Cristo ci ha detto chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce, il che implica che chi non lo vuole seguire ha la liberta’ di non prenderla questa croce.
        Ovvio che un cristiano non deve andarsi a cercare una croce ed a cercarsi il martirio.
        Ma io non detto nulla di simile.

        1. GFC

          Interessante.
          Tu sai come la perfetta divinità di Cristo si coordinasse con la sua perfetta umanità?
          Ma a parte questo, la frase:
          “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”, ti pare sottintenda una possibilità di scelta?

          1. Marco De Rossi

            Io mi affido alla Sapienza della Chiesa e non cerco di interpretare le scritture da solo senza l’aiuto della Chiesa.
            Comunque si’ c’era scelta e lo dice anche il Papa:

            http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090408_it.html

            BENEDETTO XVI

            UDIENZA GENERALE

            Piazza San Pietro
            Mercoledì, 8 aprile 2009

            … omissis …

            Gesù, pur essendo Dio, non volle fare delle sue prerogative divine un possesso esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò se stesso» assumendo la misera e debole condizione umana – Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco assai pregnante per indicare la kénosis, questa discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione radicale e vera della nostra natura, condivisione in tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza, la morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro – aggiunge Paolo – fu quella di croce, la più umiliante e degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro: per amore ha voluto “svuotare se stesso” e farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive in proposito un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).

            … omissis …

            1. GFC

              Mescoli le carte.
              E’ l’adesione preventiva al disegno del Padre che è stata libera, non la scelta della croce.

              1. Alessandro

                Ma nemmeno per sogno! Gesù Cristo non subisce alcunché dal Padre, ma liberamente aderisce alla volontà del Padre: quindi non solo liberamente aderisce a un generico disegno del Padre che includa la morte violenta del Figlio incarnato, ma liberamente aderisce (cioè liberamente sceglie di obbedire al Padre nell’aderire) al disegno divino che vuole che il Verbo incarnato muoia sulla croce.
                Come attestano le parole del Gestsemani, l’adesione alla volontà del Padre è sempre pronta, anche se può comportare sofferenza. E non si capiscono le parole del Getsemani se si pensa che Gesù abbia subito la scelta “paterna” della croce, non l’abbia scelta liberamente. Essendo vero Dio e vero uomo, Gesù nel Getsemani già sapeva come sarebbe morto (onniscienza divina) e quale sofferenza indicibile comportasse (per un uomo) il supplizio della croce (e quanto lo precedeva: flagellazione, coronazione di spine…), e con cuore di vero figlio che nulla nasconde al Padre confessa al Padre di avere paura (quale uomo non avrebbe paura dinnanzi alla prospettiva di essere arrestato flagellato crocifisso?), gli chiede se è possibile che quel calice passi via da lui. Veramente tenerissima è questa confessione di un figlio al proprio padre, che egli ama così totalmente da nulla nascondergli di ciò che si agita nel suo animo e dal quale padre sa anche che non può venirgli nulla di male, tanto che il suo cuore di figlio è sempre pronto a rinnovare il proprio “sì” a ciò che il padre sceglie per lui. La volontà di Cristo è tutta protesa a scegliere ciò che sceglie il Padre, a conformarsi liberamente alla volontà del Padre: “sia fatta la tua volontà”. L’amore per il Padre non lo abbandona mai e lo porta sempre a giudicare bene e quindi a scegliere liberamente ciò che il Padre vuole, foss’anche la croce.

                “Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.”

                (Benedetto XVI, Udienza generale, 1° febbraio 2012)

                http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120201_it.html

                1. Alessandro

                  Che Cristo non subisca di malagrazia la volontà del Padre, quasi costretto a sottomettersi alla morte di croce che egli non sceglie liberamente ed anzi subisce contro la propria volontà come una scelta incomprensibile del Padre cui è necessitato suo malgrado ad assoggettarsi, è detto a chiare lettere nel vangelo di Giovanni:

                  “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
                  Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”. (Gv 10, 17s)

                  Parafrasando. Non è che il Padre tolga al Figlio la vita che il Figlio avrebbe voluto tenersi, e che il Figlio sia costretto a farsi togliere la vita perché è necessitato a sottomettersi in tutto ai decreti del Padre: il Figlio non si fa togliere la vita proprio da nessuno, ma liberamente la offre. E quello che vuole il Padre (“il comando ricevuto dal Padre”) è quello di scegliere liberamente di offrire la propria vita, non di subire il dare la vita come un comando non condiviso cui tuttavia Cristo sia obbligato a soggiacere dal dispotismo paterno.

                  1. GFC

                    Scusa, vediamo di capirci.
                    Quando Cristo inizia l’attività pubblica era consapevole oppure no della morte che lo attendeva?

                    1. Alessandro

                      Adesso non ho tempo di rispondere ai quiz sulla vita di Gesù. Comunque Gesù Cristo in quanto uomo cresceva e si sviluppava nel numero e nella compiutezza delle conoscenze, in quanto Dio era onnisciente, cioè nessuna conoscenza gli era interdetta. E’ fuor di dubbio che, incominciando un ministero di predicazione pubblica, egli conoscesse appieno il senso di questo ministero: cioè conoscesse sia quale fosse il significato questo ministero, sia come si sarebbe concluso (tanto più che la conclusione del ministero pubblico – passione morte resurrezione – è del ministero pubblico l’inveramento plenario).

                      Comunque è tutto spiegato nel Catechismo:

                      “472 L’anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto accettare di « crescere in sapienza, età e grazia » (Lc 2,52) e anche di doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l’esperienza. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella « condizione di servo » (Fil 2,7).

                      473 Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua persona. « Il figlio di Dio conosceva ogni cosa; e ciò per il tramite dello stesso uomo che egli aveva assunto; non per la natura (umana), ma per il fatto che essa stessa era unita al Verbo […]. La natura umana, che era unita al Verbo, conosceva ogni cosa, e tutto ciò che è divino lo mostrava in se stesso per la sua maestà ». È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini.

                      474 La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare. Ciò che in questo campo dice di ignorare, dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo.”

                      Sottolineo: “La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare”. Quindi Cristo, inaugurando il proprio ministero, sapeva della Croce e della Resurrezione.

                    2. GFC

                      A me pare che spesso Gesù, nei vangeli, faccia rifermento alla sua futura morte in croce e ciò non può altro che significare un’adesione completa e preventiva ai disegni del Padre.
                      Oppure si pensa che Gesù potesse rimangiarsi quanto predetto da lui stesso?

                    3. Alessandro

                      “Oppure si pensa che Gesù potesse rimangiarsi quanto predetto da lui stesso?”
                      Chi pensa questo? Chi l’ha detto? Io no di certo

                      Con un’unica precisazione: adesione preventiva ovviamente non significa adesione a scatola chiusa, alla cieca. Gesù aderisce alla volontà di Dio della quale conosce i contenuti, che liberamente ama ed elegge.

    2. Alessandro

      Alvise, vaneggiamenti sono per chi non crede. Per il credente sono parole che esprimono il valore salvifico della sofferenza nell’economia della Redenzione operata da Cristo. Sono parole che esprimono il modo con cui un cattolico concepisce la sofferenza.

  24. GFC

    Andreas ti rispondo qui poiché più sopra non c’è più spazio per i commenti.
    A mio modo di vedere c’è parecchia differenza tra l’atto eroico di Chiara e quello di una donna che sceglie di farsi rovinare l’esistenza da un marito ubriacone e molesto.
    Chiara ha dato la propria vita per un’altra vita, sacrificando il proprio bene per un bene altrettanto grande se non addirittura superiore, anche se avrebbe potuto scegliere la propria salute senza che ciò fosse giudicato immorale.
    La scelta di continuare una vita impossibile è un atto eroico?
    Se si fa questo per mantenere la fedeltà promessa sull’altare, non c’è affatto bisogno di prendere anche legnate tutte le sere, visto che è riconosciutala possibilità di vivere in castità lontano da chi ti sta rovinando l’esistenza.
    Chiara non aveva un’alternativa di questo genere, la scelta era fra la sua o la vita del bimbo. Punto.
    La scelta invece di una moglie può essere tra l’essere maltrattata “e” restare fedele al vincolo oppure il non essere maltrattata ed il rimanere ugualmente fedele al vincolo.
    Cos’è importante? Tener fede alla promessa o prendere le botte?

    1. GFC. Non mi interessa infilarmi in questo genere di discussione, che ha preso una piega abbastanza surreale e molto lontana dal tema del post. Sono intervenuto solo per rimarcare la differenza tra la virtù attiva chiesta dal vangelo e la virtù negativa della morale, visto che hai spesso richiamato la necessità di essere “caritatevoli” e “misercordiosi”. Dunque occorre capire di che parliamo, altrimenti si scade facilmente in quel «sentimentalismo solo apparentemente pastorale» stigmatizzato da Benedetto XVI.
      Detto questo, certamente le due vicende non sono equiparabili: l’amore oltrepassa la giustizia e la morale ma non le nega, mentre nel caso della donna picchiata l’amore non c’è – perché violenza e amore non sono componibil -, dunque deve almeno essere ripristinata la giustizia. Personalmente io consiglierei la separazione dal marito violento, tanto più che in questo caso non si capisce in cosa consista “fare il suo bene” accettando di essere picchiati selvaggiamente. Anzi, in genere è indice di una dipendenza patologica, per cui il distacco può essere utile a entrambi.

  25. GFC

    Alessandro, quindi sei d’accordo nel dire che Gesù, all’inizio del suo Magistero sapesse di quale morte dovesse morire?
    E se lo sapeva, ciò significa che la sua adesione alla volontà del Padre è stata preventiva, giusto?

    1. Alessandro

      Non so dove vuoi andare a parare, comunque sì, Gesù aderisce alla volontà del padre riguardo alle modalità della propria morte prima che queste modalità si attuino, si realizzino (d’altronde, come potrebbe uno scegliere di morire in croce dopo essere morto in croce?).

      Aggiungo il commento che ho scritto sopra: “Con un’unica precisazione: adesione preventiva ovviamente non significa adesione a scatola chiusa, alla cieca. Gesù aderisce alla volontà di Dio della quale conosce i contenuti, che liberamente ama ed elegge”.

      1. GFC

        Quanta diffidenza! 🙂
        Beh, Alessandro, mi pare comunque che, pensando al Figlio come espressione trinitaria, una cieca adesione a scatola chiusa non potesse certo essere.
        Ma la discussione è partita da questa affermazione “Cristo si sarebbe potuto rifiutare benissimo di farsi crocifiggere, altro che non aveva scelta.” che parrebbe sottintendere che Cristo, in qualsiasi momento, avrebbe avuto la facoltà di cambiare idea e scapparsene altrove.

        1. Alessandro

          “Cristo si sarebbe potuto rifiutare benissimo di farsi crocifiggere, altro che non aveva scelta.”

          Ci stiamo allontanando troppo dal cuore del post e ci imbarchiamo in questioni cristologiche enormi. Per non passarci sopra la domenica e oltre, sono costretto a fare una supersintesi.

          La frase tra virgolette non è priva di una sua verità. Perché dice che Dio sceglie liberamente la croce. Orbene, che vuol dire scegliere liberamente A? Vuol dire che è possibile che non si scelga A, che la scelta di A non è necessitata: che chi sceglie, poiché è un soggetto libero quanto alla scelta in parola, è libero di non scegliere A.

          Poiché la scelta della Croce da parte di Cristo è libera, e poiché la scelta libera comporta i requisiti brevemente prospettati, Cristo, proprio perché sceglie liberamente la croce, avrebbe potuto liberamente anche non scegliere la Croce. Ecco perché ho detto che non è priva di una sua verità la frase ““Cristo si sarebbe potuto rifiutare benissimo di farsi crocifiggere, altro che non aveva scelta.”

          Ma occorre proseguire nella riflessione. Cristo non può che scegliere ciò che vuole il Padre. E ciò che vuole il Padre è la Croce. Quindi è impossibile che Cristo non scelga la croce.

          Ci siamo contraddetti?

          Prima abbiamo detto che Gesù sceglie liberamente la Croce, poi che Gesù non poteva non scegliere la Croce. Daccapo, ci siamo contraddetti?

          No. E’ vero che Gesù sceglie liberamente, che non è un soggetto che agisce necessitato, e quindi sotto questo rispetto è vero che Gesù avrebbe potuto non scegliere la Croce. Gesù, nello scegliere la croce, sa che realmente potrebbe non sceglierla, perché sa di essere libero. Ma Gesù non può non scegliere il bene e non vuole se non scegliere il bene. E sa che il bene è la Croce. Perciò Gesù con tutto il cuore sceglie la Croce e sa che sceglie liberamente il bene scegliendola. E’ importante ribadirlo: Gesù sa di scegliere liberamente la Croce (e che quindi questa scelta, in quanto libera, avrebbe anche potuto essere rifiutata), sa di non voler altro che la Croce e sa di non poter scegliere altro che la Croce (perché la Croce è il bene, è il culmine dell’opera salvifica vagheggiata dal Padre).
          Ecco come è possibile che Dio operi una scelta libera e al contempo che sia impossibile che operi una scelta differente da quella che opera.

          Pur essendo noi solo uomini, possiamo ravvisare qualcosa di analogo alla scelta di Gesù quando compiamo una scelta quasi spontaneamente, con piena adesione del cuore, perché ne apprezziamo la bontà e ci è evidente l’intrinseca sua preferibilità rispetto all’opposto candidato eleggibile: in quei momenti sappiamo che non siamo necessitati a scegliere così, che scegliamo liberamente, ma che mai e poi mai avremmo scelto diversamente.

          Ad esempio, quando bacio mia moglie opero una libera scelta (potrei schiaffeggiarla anziché baciarla), ma, pur sapendo che scelgo liberamente di baciarla e che liberamente potrei scegliere di schiaffeggiarla, scegliere di schiaffeggiarla mi parrebbe così aberrante che la scelta di baciarla, per quanto libera, è così cordiale e quasi spontanea, mi consta così palesemente migliore, da rendere quasi impossibile che operi una scelta diversa.

          1. Alessandro

            “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
            Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”. (Gv 10, 17s)

            Questo passo citato prima mostra sia come la scelta di dare la vita da parte di Cristo sia libera, e come Cristo non sia una marionetta impossibilitata a non muoversi nel modo in cui la muove chi la muove (“Nessuno me la toglie [la vita], ma la offro da me stesso”), sia come Gesù non pensi nemmeno per un istante a non dare la propria vita (tanto da rendere impossibile che scelga di non darla), giacché vede perfettamente che ciò è il bene, che questa è la volontà del Padre, che questo è ciò che va fatto (“Per questo il Padre mi ama… Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”)

  26. Secondo il rapporto Eures Ansa, l’Italia è al settimo posto in Europa come numero di omicidi volontari e ogni due giorni accade un delitto all’interno dell’ambito familiare.

    1. Dalle parti della bassa Marca forse replicherebbero «Mazzémece!». Da quelle della Toscana centrale magari «Il sole ha seccato i fichi (con quel che segue)»

  27. “la domanda che pongo alla Sig.ra Miriano e ai frequentatori di questo sito è la seguente: ho sempre sentito dire che le strade del Signore sono infinite, come è possibile allora cercare di contenere tutto nella devozione alla Chiesa, senza vedere che i milioni di persone nel mondo che cercano la loro strada verso Dio, in mille forme diverse, dalle sinagoghe ai riti pagani, dalle feste animiste ai riti della chiesa ortodossa ai canti dei monaci buddisti, cercano e spesso trovano, appunto, la stessa gioia, la stessa pienezza dei cristiani?”
    Da un commento di oggi, con cui credo non si possa non essere d’accordo, salvo la conclusione, io direi:
    spesso non trovano la stessa gioia e pienezza, ma solo degli attimi, forse, fuggenti.

  28. twentyrex

    Ho avuto mlte lezioni di vita. Me ne sovviene una che forse può fare al caso nostro. Un mio Direttore un giorno venne nella mia stanza e senza darmi il tempo di alzarmi mi ordinò di contestare ad un validissimo collega una mancanza che egli aveva appena rilevato. Quando feci presente che il collega era un professionista di valore e molto apprezzato, egli mi rispose che ne era pienamente convinto e che era persino orgoglioso di intrattenere con lui una profonda amicizia. Ma il lavoro è lavoro e se uno commette un errore o combina un guaio ne deve rispondere. A certi livelli, come quello del collega, il guaio traeva origine da comportamenti di persone a lui affidate e, quindi, la sua era quella che si definisce una responsabilità oggettiva. Ma tant’è, anche questa può essere oggetto di censura o pena. Il Papa ha, in buona sostanza, ribadito il principio del mio ex direttore. La mancanza è lì ed è evidente ed incontestabile, ma il rapporto di amicizia rimane. Tutti possiamo sbagliare e tutti sbagliamo. La rivoluzione che ha portato Gesù è che non esiste alcuna colpa che ci pone al di fuori della Chiesa anche quella che ci vede in palese contrasto con le sue regole. E le parole del Papa che hanno reso evidente il suo travaglio e la sua attenzione a questo problema dovrebbero servire sia a quelli che preparano i giovani al matrimonio, sia quelli che sono chiamati ad assistere i divorziati, sia a quest’ultimi che non sentendosi più esclusi possono riflettere e valutare se percorrere la strada dell’annullamento, alla qule spesso si rinuncia solo per una questione di tempo o di denaro. E poi nulla ci impedisce di voler bene………..

    1. GFC

      Ho qualche problema a pensare che, seriamente, il concetto giuridico di “responsabilità senza colpa” (responsabilità oggettiva) possa essere applicato al matrimonio. Se non c’è “colpa” qual’è il senso della punizione?
      E soprattutto di una punizione così severa?
      A me pare davvero insensato pretendere, nella realtà, che una persona -magari un ragazzo o una giovane ragazza- possa essere considerata “oggettivamente” responsabile di una scelta che, per sua natura, è molto complessa (coinvolgendo mille fattori, non tutti controllabili) e quindi si trovi nella condizione di dover lei stessa dimostrare, oltre ogni dubbio, d’aver contratto un matrimonio nullo.
      Come veniva altrove fatto notare, la comunità dovrebbe interessarsi di queste persone che non andrebbero, come invece avviene, abbandonate nelle mani degli avvocati rotali a farsi stritolare dai meccanismi processuali, lasciando che si vada a scavare nell’intimità più profonda della coppia, aggiungendo dolore a dolore.
      Perché il proprio parroco o la propria guida spirituale -se c’è- non devono aver una determinante voce in capitolo?
      Se, come si immagina, la coppia è arrivata al sacramento del matrimonio dopo un percorso di “vita” cristiana, chi altri può giudicare meglio degli stessi sacerdoti che hanno guidato e fatto crescere gli sposi nella fede?
      Però queste figure “devono” esistere…. o, in altri termini, gli sposi dovrebbero aver avuto una frequentazione di chiesa un poco più duratura della misera decina di incontri serali con un prete sconosciuto in vista del matrimonio…
      Allora se una responsabilità oggettiva c’è…. beh…. forse non è solo quella imputabile alle persone.
      Forse si potrebbe pensare che dei fallimenti matrimoniali sia responsabile anche chi, con tanta faciloneria, ha sposato delle persone che non entravano più in chiesa dai tempi della cresima, pensando che i fondamenti della fede e del sacramento in particolare potessero essere comunicati in qualche incontro dopo cena.
      Oppure basta dire, come ho sentito io stesso, che “Il sacramento non può essere negato a due battezzati.”?
      E’ questa la formuletta magica per esimersi da qualsiasi responsabilità o per addossarla tutta agli sposi?
      Perché, almeno per il futuro, non si inizia invece a dire che i corsi pre-matrimoniali debbano essere destinati a chi può “già” portare testimonianza di vita cristiana? Perché quando il parroco si trova davanti a due perfetti sconosciuto non possa spedirli, lui stesso, a sposarsi in comune?
      Provate a pensare, soprattutto oggi, quanti esami e quanti filtri debba passare un ragazzo per diventare sacerdote, perché almeno in parte la stessa cosa non viene fatta con gli sposi?
      Perché non si dice “anche” al seminarista che un sacramento -l’ordine- non può essere negato ad un battezzato?
      Perché il fatto stesso d’aver consentito al matrimonio di due perfetti sconosciuti, non frequentanti né la chiesa né la parrocchia, non viene riconosciuto come “prova” dal tribunale ecclesiastico? Perché si preferisce gettare sulle spalle degli sposi un fardello che non erano, con tutta evidenza, nemmeno in grado di comprendere?
      Si giunge quindi ad un controsenso: da un lato la dottrina, pur coerente e corretta ma molto teorica, sul matrimonio viene incollata alla realtà, fingendo di non vederne le incongruenze, dall’altro quella dottrina, altrettanto coerente e corretta, che riguarda il complessivo percorso di fede che ogni fedele dovrebbe compiere nella propria vita, viene completamente ignorata.
      Si dice da una parte che gli sposi sono oggettivamente consapevoli di un sacco di faccende importantissime riguardo il sacramento ed i precetti cristiani, però poi non ha alcuna importanza, se quelle stesse persone non abbiano avuto una vita davvero cristiana che con continuità e coerenza li abbia fatti crescere nella fede per poi condurli consapevoli e maturi al matrimonio.

  29. Marco De Rossi

    Io trovo molto pieno di speranza soprattutto questa parte finale del post di Don Antonello Iapicca.

    “Che la Chiesa annunci senza posa l’amore infinito di Dio, che non anteponga il legalismo sterile alla misericordia feconda, senza nascondere la durezza liberatoria della Verità. Che la Chiesa annunci la vittoria di Cristo sulla morte, stoltezza e follia che abbiamo visto mille volte salvare, sanare e ridonare pace e gioia a chi sembrava aver perduto tutto nella spirale della divisione. Dio può compiere l’impossibile, ha dato il suo Figlio per chi ha ucciso, abortito, tradito, mentito, divorziato. Dio ama sino alla fine, fin dove precipita la vita dell’uomo, sino all’abisso dell’inferno di tante famiglie, anche di quelle che si illudono di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina. Come non riscatterà chi dopo aver divorziato, si è risposato? Come non opererà l’impensabile nel groviglio di figli e relazioni che questa società impazzita produce? Cristo risorto ha il potere di compiere l’assurdo dell’amore in ciascun uomo, la riconciliazione tra coniugi che si odiano, tra figli rosi dal rancore, e può rimettere in ordine le tessere sparse del mosaico della vita più lacerata. Questa è la fede della Chiesa, la sua missione profetica e scandalosa nel mondo.”

    1. GFC

      E queste sarebbero parole misericordiose e prive di giudizio?
      Davvero si pensa di poter sembrare accoglienti dicendo a due persone risposate che “i illudono di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina”?
      A mio modo di vedere, il Papa si riferiva proprio a questi sacerdoti che purtroppo per loro non riescono a sganciarsi da pregiudizi di questo tipo.
      Quante volte è stato detto e ripetuto che la prima cosa da fare è accogliere il dolore di queste persone, senza giudizio?
      Quante volte è stato ripetuto che ogni storia è a se ed è unica?
      Ma queste considerazioni, peraltro ovvie, si infrangono contro il muro di gomma degli stereotipi e dei giudizi preconfezionati ormai incancreniti nei pensieri di tanti sacerdoti.
      Ma come si fa a rivolgersi in modo fruttuoso ai propri fratelli in termini di morte, di inferno, di vita che precipita?…. andiamo… tutto ciò è avvero ridicolo anche se ben evidenzia un certo modo di ragionare.
      Non stupiamoci quindi se da un lato le iniziative dedicate a queste persone vanno deserte e se dall’altro il Papa ha rimandato la soluzione del problema proprio alle parrocchie ed alle diocesi.
      E’ infatti nelle diocesi e nelle parrocchie che si elevano steccati che il Magistero non si è mai sognato di imporre, steccati e barriere mentali che ben sono evidenti nelle parole usate nell’articolo.

      1. Marco De Rossi

        Sì, confermo e sottoscrivo.
        Parole di conforto e di speranza, per tutti, non solo per i divorziati ed eventualmente risposati.
        Per tutti.
        Scrive infatti don Antonello in perfetta sintonia con il Magistero della Chiesa e con lo stesso Santo Padre:

        “Dio può compiere l’impossibile, ha dato il suo Figlio per chi ha ucciso, abortito, tradito, mentito, divorziato.”
        (cioe’ per tutti me compreso aggiungo io)

        “Cristo risorto ha il potere di compiere l’assurdo dell’amore in ciascun uomo, la riconciliazione tra coniugi che si odiano, tra figli rosi dal rancore, e può rimettere in ordine le tessere sparse del mosaico della vita più lacerata. Questa è la fede della Chiesa, la sua missione profetica e scandalosa nel mondo.”

        Aggiungo io, che Cristo e’ risorto non e’ un evento accaduto circa 2000 anni fa e che non a nulla a che vedere con la mia vita.
        Dice San Paolo

        “Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.” (1 Corinzi 15,12-19)

        E quando si parla di morte e di risurrezione, non ci si riferisce solo alla morte e risurrezione corporale che avverra’ alla fine dei tempi, ma anche alle sofferenze quotidiane che abbiamo ciascuno di noi, nessuno escluso.

        1. GFC

          Marco, io penso che se un sacerdote (o un fedele) si pone davanti ad un risposato, pensando dentro di sè “questa persona si illude di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina”, non possa costruire con lui un vero rapporto fraterno, anzi non potrà costruire proprio nulla.
          Non si può infatti partire sulla base di un pregiudizio che peraltro è falso nella stragrande maggioranza dei casi.
          Un’affermazione di questo genere mostra, senza offesa, una vera ignoranza del problema ed una volontà negativa nell’approcciarsi ad esso. Non si vuole per principio conoscere la storia della persona incontrata (i sacerdoti hanno di solito davanti persone reali e non quelle solo immaginate dai manuali di teologia) che viene subito incasellata come odorante di zolfo ancor prima che apra bocca per raccontare i suoi dolori.
          Anzi… è perfino palese che se una persona ha cercato un sacerdote per parlare della sua situazione di risposato, ciò possa significare proprio l’opposto di quanto dice don Antonello, ovvero che non pensi affatto di aver risolto problemi e voltato pagina così superficialmente come si vorrebbe, con altrettanta superficialità. immaginare.
          Lo ripeto, è proprio a questo tipo di approccio in cui il Magistero è usato come una clava con un falso sorrisetto dipinto sul viso, a cui si riferiva il Papa.
          E la cosa triste è che gli interessati manco se ne accorgono…. anzi scrivono articoli dove smascherano involontariamente i propri pregiudizi.

          1. Marco De Rossi

            A parte che ne’ don Antonello ne’ io abbiamo fatto riferimento a nessun caso specifico.
            Pregiudizi pertanto non ne vedo.
            Parlare poi della stragrande maggioranza dei casi, non so come si possa, visto che nel mondo ci saranno qualche miliardo di coppie sposate.
            Un sacerdote per la peculiarita’ del suo ministero credo conosca molto meglio di chiunque altro la situazione reale della vita delle persone.
            Un altro aiuto per comprendere bene il problema credo possa venirci dal Beato Giovanni Paolo II.

            http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/1994/documents/hf_jp-ii_ang_19940710_it.html

            GIOVANNI PAOLO II

            ANGELUS

            Domenica, 10 luglio 1994

            Carissimi Fratelli e Sorelle!

            1. Continuando la riflessione domenicale sulla famiglia, in quest’Anno ad essa dedicato, oggi desidero attirare la vostra attenzione sulla piaga del divorzio, purtroppo così diffusa. Essa, anche se in molti casi legalizzata, non cessa per questo di rappresentare una delle grandi sconfitte dell’umana civiltà.

            La Chiesa sa di andare “contro-corrente”, quando enuncia il principio dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Tutto il servizio che essa deve all’umanità le impone di ribadire costantemente tale verità, facendo appello alla voce della coscienza che, pur tra i condizionamenti più pesanti, mai del tutto si spegne nel cuore dell’uomo.

            So bene che questo aspetto dell’etica del matrimonio è tra i più esigenti, e talvolta si verificano situazioni matrimoniali veramente difficili, quando non addirittura drammatiche. Di queste situazioni la Chiesa cerca di avere consapevolezza con lo stesso atteggiamento di Cristo misericordioso. Tali situazioni spiegano come persino nell’Antico Testamento il valore dell’indissolubilità si fosse offuscato, così che veniva tollerato il divorzio. Gesù spiegò la concessione della legge mosaica con “la durezza del cuore umano”, e non esitò a riproporre in tutto il suo vigore il disegno originario di Dio, indicato nel libro della Genesi: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24), aggiungendo: “Non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19, 6).

            2. Qualcuno potrebbe obiettare che un simile discorso è comprensibile e valido solo all’interno di un orizzonte di fede. Non è così! E’ vero che, per i discepoli di Cristo, l’indissolubilità viene ulteriormente rafforzata dal carattere “sacramentale” del matrimonio, segno dell’alleanza sponsale tra Cristo e la sua Chiesa. Ma questo “grande mistero” (cfr. Ef 5, 32) non esclude, anzi suppone l’istanza etica dell’indissolubilità anche sul piano della legge naturale. E’ purtroppo la “durezza del cuore”, denunciata da Gesù, che continua a rendere difficile la percezione universale di questa verità, o a determinare casi in cui essa appare quasi impossibile da vivere. Quando però si ragiona con serenità e guardando all’ideale, non è difficile convenire che la perennità del vincolo matrimoniale scaturisce dall’essenza stessa dell’amore e della famiglia. Ci si ama veramente e fino in fondo, solo quando ci si ama per sempre, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte. Gli stessi figli non hanno un bisogno estremo dell’unione indissolubile dei propri genitori, e non sono forse essi stessi tante volte le prime vittime del dramma del divorzio?

            3. La Santa Famiglia di Nazaret, nella quale Gesù, Maria e Giuseppe fecero un’esperienza esemplare di amore soprannaturale ed umano, sia modello per ogni famiglia. Maria Santissima venga in aiuto alle coppie in crisi, aiutandole a ritrovare la freschezza del primo amore. Quest’Anno della famiglia non passi invano, e consenta a tutti di riscoprire la meravigliosa bellezza del disegno di Dio.

            1. GFC

              Davvero non ne vedi?
              Tu nella frase: i risposati “si illudono di aver risolto i problemi cambiando partner come girare una pagina” non vedi proprio alcun pregiudizio? Maddai…..

              1. Marco De Rossi

                No, davvero, non ne vedo.
                E’ la realta’ del mondo odierno:

                http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/divorzio-espresso-a-barcellona.aspx

                14 marzo 2012
                SPAGNA

                Barcellona, il divorzio è sempre più espresso
                Ora per separarsi basta un “clic” su Internet

                Divorziare on line, senza mettere piede in tribunale. In Catalogna si può. In nome dello snellimento della burocrazia, la regione più secolarizzata della Spagna celebra come un «passo in avanti» ciò che pare un’ulteriore banalizzazione del processo di separazione (ormai sempre più raro) e del più frequente divorzio express (immediato).

                Il primo progetto pilota è stato realizzato nel municipio di Tarrasa e poi la novità è arrivata anche a Barcellona. Da due giorni nel capoluogo catalano gli avvocati civilisti che si occupano di divorzi sono obbligati a presentare via Web le richieste di mogli e mariti che vogliono dirsi definitivamente addio (se c’è consenso): tutta la documentazione deve essere inviata al sito e-justicia.cat. L’obiettivo – secondo le autorità catalane – è «modernizzare l’amministrazione della giustizia in Catalogna». Forse. Ma dietro a questi procedimenti asettici e virtuali ci sono migliaia di fratture familiari che rischiano di essere completamente dimenticate. Con un clic.

                Una delle leggi più polemiche dell’ex governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero è stato proprio il cosiddetto “divorzio express”. Quando c’è «accordo» fra i coniugi, per rompere del tutto e divorziare è necessaria solo una condizione: il matrimonio deve essere stato celebrato da «almeno» tre mesi. Lo scorso anno monsignor Juan Antonio Martinez Camino, segretario della Conferenza episcopale, sintetizzò la situazione spagnola con un paragone apparentemente paradossale, ma tristemente realistico: «Il matrimonio civile è un contratto molto più leggero rispetto a quello con una compagnia telefonica per un cellulare». In teoria è possibile sposarsi e divorziare quattro volte in un solo anno.

  30. Cristo era Cristo e noi siamo noi.
    Se non vi è resurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto.
    Ma se Cristo è risorto vi è la resurrezione dei morti.
    Come dicevano gli scettici: un “diallèle” o discorso circolare.

  31. Marco De Rossi

    Non era un ipotesi “se Cristo e’ risorto”, ma una certezza!
    Con tanto di testimoni dell’epoca che lo hanno visto e se non fosse stato vero ci sarebbero stati scritti antichi che li avrebbero smentiti ed invece non ci sono.
    E ci sono testimoni odierni che lo hanno visto risorto nella loro vita.

    Inoltre come ha detto Cristo stesso:

    “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.” (Gv 14, 12-14)

    1. GFC

      “Cristo risorto ha il potere di compiere l’assurdo dell’amore in ciascun uomo, la riconciliazione tra coniugi che si odiano, tra figli rosi dal rancore, e può rimettere in ordine le tessere sparse del mosaico della vita più lacerata. Questa è la fede della Chiesa, la sua missione profetica e scandalosa nel mondo.”

      Mah… io ho l’ardire di pensare che se Cristo avesse incontrato un risposato di oggi, non lo avrebbe trattato come appartenente ad una “categoria oggettiva” ma lo avrebbe semplicemente ascoltato e molto probabilmente avrebbe poi agito in base a quella determinata situazione ed in relazione a quella specifica persona.
      Se Cristo avesse ragionato per categorie non avrebbe perso tempo ad ascoltare un centurione pagano.
      Nè tanto meno avrebbe riconosciuto in lui la fede.

      «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti»

      1. Marco De Rossi

        Cristo e’ vivo oggi, non e’ un personaggio del passato.
        Ed incontra tutti noi.
        Ciascuno personalmente non per categorie.
        I risposati c’erano anche al suo tempo.

        Martirio di Giovanni il Battista

        Erode Antìpa, figlio di Erode il Grande, aveva ereditato il governo della Galilea e della Perea col titolo di tetrarca, cioè capo di una quarta parte del regno.
        Antìpa aveva preso in moglie Erodìade, già sposa del suo fratellastro Filippo, ripudiando per questo la figlia del re nabateo Areta IV.

        “Giovanni infatti gli diceva: “Non ti è lecito tenerla con te!” (Matteo 14,4)

        1. GFC

          “I risposati c’erano anche al suo tempo” ?

          Questo è davvero un miracolo, esistevano i risposati ma non esistevano ancora né la Chiesa né il sacramento del matrimonio….

          1. Marco De Rossi

            E quindi a Giovanni Battista hanno tagliato la testa per quale motivo?

            http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060517_it.html

            BENEDETTO XVI

            UDIENZA GENERALE

            Piazza San Pietro
            Mercoledì, 17 maggio 2006

            Pietro, il pescatore

            Cari fratelli e sorelle,

            nella nuova serie di catechesi abbiamo innanzitutto cercato di capire meglio che cosa sia la Chiesa, quale sia l’idea del Signore circa questa sua nuova famiglia. Poi abbiamo detto che la Chiesa esiste nelle persone. E abbiamo visto che il Signore ha affidato questa nuova realtà, la Chiesa, ai dodici Apostoli. Adesso vogliamo vederli uno ad uno, per capire nelle persone che cosa sia vivere la Chiesa, che cosa sia seguire Gesù. Cominciamo con san Pietro.

            … omissis …

            Era un ebreo credente e osservante, fiducioso nella presenza operante di Dio nella storia del suo popolo, e addolorato per non vederne l’azione potente nelle vicende di cui egli era, al presente, testimone. Era sposato e la suocera, guarita un giorno da Gesù, viveva nella città di Cafarnao, nella casa in cui anche Simone alloggiava quando era in quella città (cfr Mt 8,14s; Mc 1,29ss; Lc 4,38s).

            … omissis …

  32. Marco De Rossi

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20090925_ad-limina-brasile_it.html

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
    AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE
    (NORDESTE 1 E NORDESTE 4) IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

    Sala del Concistoro
    Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
    Venerdì, 25 settembre 2009

    … omissis …

    La Chiesa non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, di fronte alla rovina delle famiglie e alle conseguenze che il divorzio provoca sui figli. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e concreti, vale a dire di genitori determinati e certi che, in modo diverso, concorrono alla loro educazione. Ora è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mutevole, che moltiplica i “padri” e le “madri” e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono “orfani” non siano figli senza genitori, ma figli che ne hanno troppi. Questa situazione, con le inevitabili interferenze e l’incrociarsi di rapporti, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a causa della sua precarietà.

    È ferma convinzione della Chiesa che i problemi che oggi i coniugi incontrano e che debilitano la loro unione, hanno la loro vera soluzione in un ritorno alla solidità della famiglia cristiana, ambito di mutua fiducia, di dono reciproco, di rispetto della libertà e di educazione alla vita sociale. È importante ricordare che, “l’amore degli sposi esige, per sua stessa natura, l’unità e l’indissolubilità della loro comunità di persone che ingloba tutta la loro vita” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1644). In effetti, Gesù ha detto chiaramente: “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10, 9), e ha aggiunto: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12). Con tutta la comprensione che la Chiesa può provare dinanzi a simili situazioni, non esistono coniugi di seconda unione, ma solo di prima unione; l’altra è una situazione irregolare e pericolosa, che è necessario risolvere, nella fedeltà a Cristo, trovando con l’aiuto di un sacerdote, un cammino possibile per salvare quanti in essa sono implicati.

    Per aiutare le famiglie, vi esorto a proporre loro, con convinzione, le virtù della Santa Famiglia: la preghiera, pietra d’angolo di ogni focolare domestico fedele alla propria identità e alla propria missione; la laboriosità, asse di ogni matrimonio maturo e responsabile; il silenzio, fondamento di ogni attività libera ed efficace. In tal modo, incoraggio i vostri sacerdoti e i centri pastorali delle vostre diocesi ad accompagnare le famiglie, affinché non siano illuse e sedotte da certi stili di vita relativistici, che le produzioni cinematografiche e televisive e altri mezzi di informazione promuovono. Ho fiducia nella testimonianza di quelle famiglie che traggono la loro energia dal sacramento del matrimonio; con esse diviene possibile superare la prova che si presenta, saper perdonare un’offesa, accogliere un figlio che soffre, illuminare la vita dell’altro, anche se debole e disabile, mediante la bellezza dell’amore. È a partire da tali famiglie che si deve ristabilire il tessuto della società.

    … omissis …

  33. GFC

    Avrai sicuramente notato che si tratta di un discorso tenuto ai vescovi brasiliani, provenienti quindi da un paese dove i legami e la sessualità vengono vissuti in modo molto distante dal nostro ed infinitamente più libero.
    Avrai anche notato con quanta cautela il Papa comunque si esprima ove dice che è necessario risolvere tale situazione attraverso un cammino POSSIBILE.
    Ben si guarda però dal dire quale.

  34. Marco De Rossi

    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110608_it.html

    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 8 giugno 2011

    … omissis …

    Ai nostri giorni, mentre purtroppo si constata il moltiplicarsi delle separazioni e dei divorzi, la fedeltà dei coniugi è diventata di per se stessa una testimonianza significativa dell’amore di Cristo, che permette di vivere il Matrimonio per quello che è, cioè l’unione di un uomo e di una donna che, con la grazia di Cristo, si amano e si aiutano per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. La prima educazione alla fede consiste proprio nella testimonianza di questa fedeltà al patto coniugale: da essa i figli apprendono senza parole che Dio è amore fedele, paziente, rispettoso e generoso. La fede nel Dio che è Amore si trasmette prima di tutto con la testimonianza di una fedeltà all’amore coniugale, che si traduce naturalmente in amore per i figli, frutto di questa unione. Ma questa fedeltà non è possibile senza la grazia di Dio, senza il sostegno della fede e dello Spirito Santo. Ecco perché la Vergine Maria non cessa di intercedere presso il suo Figlio affinché – come alle nozze di Cana – rinnovi continuamente ai coniugi il dono del “vino buono”, cioè della sua Grazia, che permette di vivere in “una sola carne” nelle diverse età e situazioni della vita.

    … omissis …

    1. GFC

      Scusa Marco ma oltre a postare i discorsi di altri, per quanto pii e santi, non hai qualche tua idea personale?
      E’ abbastanza noioso non aver quasi mai risposta a ciò che ti si chiede ed invece dover leggere cose che peraltro conosco benissimo.

      1. Marco De Rossi

        Risposta seria:
        Se la mia idea personale viene espressa mirabilmente da qualcun altro, saro’ pigro ma con un “copia ed incolla” faccio prima ed ho meno rischi di non dire fesserie, e dico meno rischi e non zero rischi perche’ togliendo parte del discorso si potrebbe cambiare la natura stessa del discorso originale.

        Risposta spiritosa, cosi’ sdrammatizziamo un po’, lo dico veramente, non ho alcuna intenzione polemica, davvero, perche’ “ho 2 neuroni soli” 😉

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