L’«opzione Benedetto»

Stati Uniti: l’«opzione Benedetto». Cristiani conservatori s’interrogano sulle forme di resistenza e sull’attivismo politico in una società secolarizzata

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di Jean-François Mayer

Traendo un bilancio degli sforzi politici condotti da ambienti della “destra cristiana” americana degli anni 1990, alcuni intellettuali cristiani conservatori concludono che i tentativi di riconquista delle istituzioni per via elettorale non hanno sortito i risultati auspicati e constatano di trovarsi oggi in minoranza nella società americana, la cui cultura si allontana sempre più dai loro princìpi. L’accettazione crescente delle unioni omosessuali sembra confermare questa situazione. Tali autori propongono quindi una ridefinizione delle priorità e l’istituzione di solidi poli di controcultura cristiana per assicurare la sopravvivenza e la trasmissione dei valori che essi difendono a fronte del rullo compressore secolare. È ciò che uno di loro ha definito la Benedict Option: tale “opzione Benedetto” fa riferimento a san Benedetto da Norcia, morto a metà del secolo VI, che ha esercitato una profonda influenza sul monachesimo occidentale.

Solo un anno fa non ne avevo mai sentito parlare: al massimo avevo già visto il nome di Rod Dreher (nato nel 1967), autore conservatore americano d’origine metodista, convertito in un primo momento al cattolicesimo romano, prima di abbracciare la fede ortodossa nel 2006. La Benedict Option mi è stata rivelata da un articolo di Damon Linker su The Week (19 maggio 2015). Secondo Linker, l’interesse verso tale riorientamento sta guadagnando terreno, ed egli ritiene che negli anni a venire ne sentiremo sempre più parlare.

Nel 1979 fu fondata la “maggioranza morale”, l’organizzazione più conosciuta della “nuova destra cristiana” americana. Ben diceva il suo stesso nome: tale ambiente pensava che la maggioranza degli americani fosse conservatrice e che bisognasse restituire loro un potere usurpato dagli ambienti “liberali”, grazie a un’alleanza che attraversava varie tradizioni religiose (evangelici, cattolici, mormoni…). In numero maggiore che da noi, i cristiani conservatori entrarono dunque nel gioco politico in nome dei loro ideali, al fine d’influenzare gli orientamenti della società.

Oggi, osserva Linker, questi ambienti non hanno più l’ottimismo conquistatore degli anni 1980. Non hanno più la sensazione che il Partito Repubblicano, che avevano provato a rendere la dimora delle loro convinzioni, abbracci davvero il loro programma; constatano che una maggioranza della popolazione accetta le unioni omosessuali, prendono coscienza che sono in realtà la minoranza e che la società adotta delle norme che sono, dal loro punto di vista, sempre più anticristiane. Su questo sfondo alcuni intellettuali conservatori stimano che sia venuto il momento di ridefinire le priorità. In un articolo pubblicato nel mese di febbraio 2015 sulla rivista First Things, Rod Dreher scrive: “Credo che al giorno d’oggi il pessimismo sia semplicemente realismo e che sia preferibile ripiegare strategicamente su una posizione che siamo in grado di difendere”. Fa una constatazione senza compiacimento: gli stessi ambienti cristiani, analizza, sono caduti in una religione vaga e insipida, adattata a un ambiente culturale post-cristiano. “[…] come possiamo produrre una vita civica cristiana quando non produciamo più dei cristiani autentici?”.

«Per dirlo con crudezza, riguardo alla dinamica della nostra cultura in rapida trasformazione, credo che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano. È molto più importante per me preservare la fede che la democrazia liberale e l’ordine americano. Idealmente non dovrebbe esserci contraddizione, ma le realtà dell’America post-cristiana sfidano i nostri ideali sorpassati».

I cristiani americani devono dunque ammettere che vivono in mezzo a rovine, sostiene Dreher, e prepararsi a mantenere viva la fede durante gli anni bui a venire. Non si tratta, precisa, di rinunciare all’azione politica per coloro che ne abbiano la vocazione, né di isolarsi fisicamente  dal mondo esteriore – ancorché in alcuni casi ciò possa rappresentare una possibilità –, ma di mettere prima di tutto l’accento su un progetto “contro-culturale” al fine di preservare e di trasmettere ciò che va trasmesso e di resistere attraverso la cultura. Delle comunità aderenti a tali ideali possono organizzarsi attorno a dei centri spirituali (per esempio dei monasteri), ma anche – più spesso – attorno a parrocchie, scuole o gruppi vari.

In una conversazione pubblicata recentemente, Dreher precisa che non ci possiamo permettere il lusso del disimpegno e che dobbiamo “proteggere le nostre istituzioni meglio che possiamo”, ma che ciò non è sufficiente: “Restiamo coinvolti nel mondo esteriore, ma procediamo anche a una ritirata strategica”, a una presa di distanza nei confronti della cultura secolarizzata. («Rod Dreher explains the ‘Benedict Option’», World, 3 giugno 2015).

Rompendo con il mito della “nazione cristiana” che anima alcuni ambienti americani, Dreher rifiuta di legare indissolubilmente la causa dei cristiani d’impostazione tradizionale alle fortune o sfortune politiche del Partito Repubblicano: sostiene che, anche se il matrimonio omosessuale non incontrasse un’approvazione di tale ampiezza e anche se i repubblicani controllassero tutte le branche del governo, l’“opzione Benedetto” resterebbe necessaria “perché la logica e i progressi della modernità secolare hanno svuotato la fede cristiana dall’interno” («The Benedict Option & Antipolitical Politics», The American Conservative, 19 maggio 2015; il concetto di “politica anti-politica” è improntato a un saggio di Vaclav Havel del 1984). Non si tratta di diventare “la branca conservatrice sociale e religiosa in esilio del Partito Repubblicano”. La Benedict Option non vuole essere semplicemente una reazione alle peripezie politiche, ma una risposta alla percezione di un crollo spirituale, culturale e sociale. Le sue radici sono più profonde delle evoluzioni politiche degli ultimi cinquant’anni:

«Ciò che davvero molti conservatori sociali e religiosi non arrivano a comprendere è che cose come il matrimonio omosessuale, il poliamore o i transgender non sono delle perversioni dei princìpi liberali classici su cui era stata fondata l’America, ma ne sono delle estensioni logiche. Il giudice Anthony Kennedy ha espresso il sentimento di molti americani – probabilmente la maggioranza – dicendo, in un passaggio incoerente del giudizio Casey nel 1992: “Al cuore della libertà si trova il diritto di definire il proprio concetto dell’esistenza, del senso, dell’universo, del mistero della vita umana”. Questo è l’esito logico del liberalismo, il punto in cui si dissolve nell’atomizzazione e nell’incoerenza» Saving the Benedict Option from the Culture War», The American Conservative, 5 giugno 2015).

© 2014 Régine Gapany / La Gruyère.
© 2014 Régine Gapany / La Gruyère.

Perché chiamarla “opzione Benedetto”? Dreher lo spiega in un articolo pubblicato il 12 dicembre 2013 su The American Conservative. Di fronte al crollo dell’Impero Romano, nel secolo VI, san Benedetto non si limitò a ritirarsi dal mondo, ma le comunità monastiche fondate da lui e dai suoi successori divennero dei luoghi di pace, di pietà e d’erudizione a partire dai quali la civilizzazione europea poté gradualmente riemergere. L’idea della Benedict Option ha per punto di partenza la conclusione di un libro del filosofo Alasdair MacIntyre – Dopo la virtù (1981; trad. it. 2007) – nel quale l’autore evoca la possibilità di un “altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso”, per aiutare a costruire le “forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri”.

Dreher precisa che non si tratta d’imitare l’impresa di san Benedetto, ma di passaggi che egli intende essere nello stesso spirito. Nel suo articolo del dicembre 2013, Dreher cita il centinaio di laici cattolici americani venuti a installarsi ai confini dell’abbazia benedettina di Clear Creek (Oklahoma), una fondazione monastica di spirito tradizionale. I figli di queste famiglie sono allevati a distanza dalla cultura popolare americana dominante. Un altro esempio che propone è quello della comunità di Eagle River, in Alaska: negli anni 1980, questi evangelici sono entrati nella Chiesa ortodossa e oggi circa settanta famiglie conducono una vita di villaggio vicino alla loro chiesa e alla loro scuola parrocchiale.

Per l’osservatore delle correnti religiose del mondo contemporaneo, il progetto non può mancare di ricordare il modello dell’“enclave” messo in luce dai ricercatori dell’ambizioso progetto Fundamentalism Project dell’Università di Chicago (1987-1995), i cui risultati sono stati presentati in cinque grandi tomi che raccolgono vari contributi. Uno dei tratti dell’approccio “fondamentalista”, nel senso generico adottato dal Fundamentalism Project, è una “cultura dell’enclave”: in queste percezioni “l’esterno è contaminato, contagioso, pericoloso”, con la modernità come tratto comune di tali forze esteriori. Queste enclave non sono sempre fisiche e intrattengono dei legami d’intensità variabile con il mondo esteriore, di cui non si fidano (Gabriel A. Almond – R. Scotto Appleby – Emmanuel Sivan, Strong Religion: The Rise of Fundamentalism around the World, University of Chicago Press, 2003, cap. 1).

La similitudine con certe esperienze fondamentaliste, in particolare quelle del protestantesimo americano, è stata senz’altro rilevata dalle critiche a Dreher, critiche principalmente all’interno delle correnti cristiane conservatrici. Egli sostiene che il suo approccio è diverso e che non si tratta di demonizzare il mondo esteriore, né di scappare da esso o di abbracciare una forma di quietismo, ma di coltivare un’interiorità – «new and concentrated inwardness» – irrobustendo la vita comunitaria, pur continuando a sviluppare una testimonianza verso l’esterno. Bisogna dire tuttavia che la lettura di molti articoli di Dreher non sempre permette di afferrare chiaramente come egli veda l’equilibrio tra le due dimensioni, e il lettore ha talora l’impressione di una tensione non risolta, o in tutti i casi di un bilanciamento.

La critica principale rivolta a Dreher è la difficoltà di discernere ciò che significherebbe concretamente la messa in atto di un’“opzione Benedetto”: malgrado gli esempi citati da Dreher, molti dei suoi critici hanno la sensazione che il concetto rimanga teorico e rientri nelle costruzioni astratte, pur tentando di trovare delle illustrazioni parziali nelle comunità esistenti. I suoi riferimenti agli ideali dello sviluppo benedettino sono anche criticati dal punto di vista storico. In un’analisi sia critica sia simpatizzante (The American Conservative, 19 maggio 2015), Noah Millman ritiene che il carattere un po’ sfuocato del progetto di Dreher derivi dal suo tentativo di presentarlo a cristiani di diverse confessioni: Dreher stesso aderisce alla Chiesa ortodossa, ma la maggior parte dei suoi lettori sono probabilmente cattolici o, in parte, protestanti.

Dreher si propone ora di sviluppare la sua proposta in modo strutturato in un libro, perché si tratta, per ora, di riflessioni sparse tra diversi articoli. Resta da vedere come ciò gli permetterà di sviluppare un progetto strutturato – anche se non ne ha veramente lo scopo, perché non si tratta di creare un’organizzazione, ma piuttosto d’incoraggiare una moltitudine d’iniziative di base, a partire da un’intuizione lucida e senza compiacimento. Come ha commentato un ricercatore a proposito dei risultati di una recente inchiesta del Pew Center sul crollo di persone che s’identificano come cristiane nella popolazione americana, molto più dell’evoluzione demografica, è il crollo della religione nella società americana – a immagine di ciò che è già avvenuto in Europa – che costituisce l’elemento cruciale (Arthur E. Farnsely, «Forget the numbers. The big story is that religion has lost social influence», Religion News Service, 26 maggio 2015). Dreher condivide non soltanto tale constatazione, ma va molto più lontano nella valutazione dell’indebolimento interno del cristianesimo americano.

A mio parere, la dimensione importante del dibattito lanciato da Dreher con la Benedict Option non è tanto di sapere come tale autore preciserà la sua visione pratica: ciò che importa soprattutto è che la sua analisi della situazione e delle conclusioni da trarre tocca un punto sensibile e mette in luce delle questioni che si pongono oggi cristiani di sensibilità tradizionale non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi di tradizione culturale e religiosa cristiana, sulle priorità e i modi d’azione da privilegiare di fronte a delle società che sembrano allontanarsi sempre più dai loro ideali. Ciò spiega perché gli articoli di Dreher suscitano le discussioni e l’interesse dei lettori: aprono la porta a un impegno che sembra più foriero di frutti dell’azione politica nel senso più proprio del termine. Danno un senso a un impegno a lungo termine anche nel momento in cui le dighe sembrano crollare una dietro l’altra. Dando un nome a questa ridefinizione delle priorità, Dreher offre un’etichetta attorno alla quale si possono pensare i progetti più disparati e un’attitudine di fronte all’ambiente secolarizzato.

Linker ha senza dubbio ragione di ritenere che la Benedict Option e altre formule dello stesso genere attireranno sempre più l’attenzione, anche se sono probabilmente destinate a non attirare che una minoranza degli ambienti cristiani conservatori: come abbiamo visto, l’approccio non rimette soltanto in causa gli orientamenti della società secolare, ma più in profondità, la realtà del cristianesimo americano nelle sue espressioni più diffuse.

 

[Jean-François Mayer, États-Unis: l’«option Benoît» — des chrétiens conservateurs américains s’interrogent sur les formes de résistance et sur l’activisme politique dans une société sécularisée, 10 giugno 2015, http://www.orbis.info/2015/06/option-benoit/, trad. it. di Daniela Bovolenta]

 

67 pensieri su “L’«opzione Benedetto»

  1. pietro frisone

    penso che il progetto si attagli alla società (e mentalità) U.S.A. ewd abbia scarse possibilità di affermazione in Europa/Italia. Ritengo che il problema sia rappresentato innanzi tutto da quegli pseudo-credenti drogati dal pensiero unico e non più in grado di pretendere dalla Chiesa la parola di verità, bensì sazi delle banalità socio-politiche che a quella si sostituiscono in ogni omelia. La battaglia va dunque combattuta al nostro interno, contro il gregge belante del pensiero unico (di cui purtroppo sempre più si nutrono anche le più alte gerarchie ecclesiastiche): poi, fatta chiarezza si potrà riprendere la sfida alla deriva globale dei falsi profeti.
    No cani in chiesa, no applausi ed altre sceneggiature che nulla hanno a che vedere con il memoriale della passione e morte …

  2. Uncristiano

    Io vorrei il copyright per l’idea, perché è dal 2013 che ripeto fino alla nausea che questo dovrebbe essere il carisma specifico di Comunione e Liberazione.

    Cl dovrebbe portare lo spirito benedettino nella vita ordinaria, perché CL è di DIRITTO nella famiglia benedettina.

  3. Mario

    Dal mio punto di vista, San Benedetto non si era posto il problema politico del suo tempo ma solo quello di vivere il Vangelo facendo la volontà di Dio nel lavoro quotidiano e quello di pregare, “ora et labora”. Questi presupposti hanno creato la capacità di essere polo di attrazione e di promozione, attorno ai monasteri, per le popolazioni del suo tempo. Malgrado l’enorme produzione teologica e culturale d’ispirazione cristiana di oggi, questa non ha la capacità di incidere in modo determinante in nessuna direzione. San Benedetto insegna che mettere al primo posto la Parola e quindi la volontà di Dio nella propria esistenza, insieme alla preghiera rendono promotori di cambiamento. “Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laborant qui aedificant eam” (Ps, 126,1). Dal mio punto di vista e per i cristiani, la prima volontà di Dio dovrebbe essere il comandamento che Gesù ha detto come suo: “Amatevi a vicenda COME io ho amato voi”. Il segreto è tutto nel “come”. Maria, la donna del Magnificat e nostro modello, è descritta come la persona tutta rivestita dalla Parola di Dio.

    1. @ Mario …Non solo di pane vive l’uomo …ma di ogni Parola che esce dalla Bocca del Nostro Signore Cristo Gesù…Ascolta Israele…Grazie e buona giornata …pace e bene..

  4. Dreher all’inizio fu veramente poco chiaro, infatti recentemente ha precisato che non intendeva una “ritirata” nel senso del disimpegno. Così va molto meglio.

    Tuttavia, come Pietro Frisone, ancora adesso mi pongo un problema legato al contesto in cui vive Dreher; il commentatore si riferiva al contesto politico (gli USA), io penso al contesto religioso: Dreher è ortodosso. Ora, nonostante le Chiese Ortodosse non siano quel giardino verde a cui molti pensano, certo è vero che non si ritrovano – almeno per ora – cose come le pastorali omoerotiche che spuntano come funghi, preti che deridono il Credo e altre amenità (qualcuna sì, come il divorzio, ma per loro è purtroppo accettata da tempo). In altre parole, Dreher vede come maggior problema la società in cui i cristiani sono immersi, mentre per noi il maggior problema è la gerarchia in apostasia, a cui siamo sottoposti (certo, subito dopo c’è la società). Cosa succederebbe se l’ipotetico monastero citato nell’articolo, quello attorno al quale si riunisce la comunità, venisse soppresso o, peggio, sovvertito per un improvviso ordine della gerarchia? Per un ortodosso una comunità può rompere la comunione con il Patriarca a cui fa riferimento. Non dico che sia per loro ordinaria amministrazione, ma l’hanno fatto un sacco di volte (la prova sono le varie Chiese autocefale). Per noi è invece impossibile (la FSSPX, che non ha mai avuto intenzione di rompere la comunione, si trova comunque in una situazione canonicamente problematica).

    Ovviamente, la rottura della comunione non sarebbe affatto una vera soluzione: è un approccio eretico che sulla lunga provoca la frammentazione (che infatti vediamo nel mondo ortodosso, con Mosca e Costantinopoli su posizioni molto lontate). Qualcuno ha mai posto a Dreher questa obiezione?

    Alla fine, mi pare che quello che per noi è accettabile è semplicemente il “portare lo spirito benedettino nella vita ordinaria”, come dice il secondo commento. Ma allora è quello che dice Costanza in “Si salvi si vuole”, e dunque non vedo il senso di continuare a valutare la proposta di Dreher, perlomeno nella sua interezza; va bene chiamarla “opzione Benedetto”, ma è un’altra cosa.

    Parafrasando un arguto commento letto ieri, all’opzione Benedetto va almeno affiancata l’opzione Atanasio.

  5. Quello che vedo come una spinta positiva sarebbe non tanto l’idea di “ritirarsi su di un monte” o la ritirata strategica da mondo (che verrebbe meno anche al preciso mandato di Cristo ai suoi), quanto piuttosto il rinsardarsi, lo stringersi molto di più alle singole comunità parrocchiali di appartenenza.

    In questo si una “difesa dal mondo”, ma più nel senso della difesa dei “piccoli”.
    Piccoli nella semplicità della loro fede, ma anche e soprattutto dei nostri figli, laddove l’esempio dei genitori per quanto indispensabile, può non essere sufficiente se non hanno coetanei con cui condividere e vivere gli stessi ideali.

    Certo sembra utopia assoluta laddove non vengono garanzie di piena ortodossia da parte dei pastori, dove manca carisma, amabilità ma anche polso , dove non c’è umiltà e obbedienza (anche la semplice obbedienza di un prete verso il suo Vescovo) ma soprattutto dove non c’è comunione.

    Non voglio vedere al pessimismo che caratterialmente non mi appartiene, ma no paiono tempi semplici e viene da domandarsi quanto ancora debba accadere perché “ci si stringa” d’attorno e soprattutto dove, attorno a chi stringersi?

    Certo a Cristo, alla Chiesa, ma il problema oggi è anche trovare le “incarnazioni” nello spazio e nel tempo che siano vicine a noi, che siano un “luogo”, una comunità di persone.

  6. vale

    Non credo che la situazione americana sia così diversa da quella europea. Casomai non è in così avanzato stato di decomposizione il vivere sociale in tutte le aree del paese.
    L’opzione benedetto,per come si è sviluppata anche nel vi sec.è sia spirituale che morale-sociale che pratica. Una non esclude l’altra. Anzi. Una trascina con sé ,inevitabilmente,l’altra.

    Si capisce che il timore di autoescludersi dalla società sia comprensibile. Ma di fronte al deserto che avanza – se si preferisce l’abominio della desolazione, e cosa c’è di più desolato e desolante del deserto civile,spirituale e morale che si vede crescere intorno a noi di anno in anno?- anche la possibilità di ricostruire delle zone dove il vivere di ogni giorno non sia lo stare sempre in mezzo ai lupi,andrebbe preso in considerazione.

    Casomai è troppo presto poiché sono ancora rimaste parvenze o simulacri di organizzazione statale o locale. Ma non durerà ancora per molto. Esattamente come non durarono i simulacri del potere alla fine del v sec. E dopo.

    Al di là del fatto che non credo che S.Benedetto avesse già ben chiaro lo sviluppo del suo tentativo – che per fortuna nostra andò a buon fine – diede comunque inizio a quel che pensava per riempire un vuoto che,ricordo, era meno spirituale( il cristianesimo andava diffondendosi sempre più anche se nelle campagne restavano, e forti, residui di paganesimo ) che morale ,civile e culturale. oltre che demografico, e organizzativo.

    Insomma: il logico sviluppo del liberalismo con la sua metastasi il liberismo e libertinismo ( roba già teorizzata sia a livello spirituale che filosofico che sessuale ) non può che produrre lo stato attuale delle cose.

    E quindi,come ricordava Lenin: che fare?

  7. Giacomo

    Vi è un disagio diffuso e pare una nave senza capitano la Chiesa, per fortuna che l’Armatore del bastimento è lo Spirito Santo; dimentichiamo sovente l’ Azione dello Spirito nella storia. Il Cattolico ( l’unico che può fregiarsi del “titolo” di Cristiano) ha un’arma invincibile che è la Preghiera al Padre, che ascolta i Suoi figli. Vero anche che essendo nel secolo, abbiamo necessità di un faro visibile, di una dottrina certa, di Verità. La Verità è Cristo, e la Verità non è un modo di pensare o di agire, ma è Cristo medesimo, così chiaro ed evidente da lasciare sconcertati. Pio XII, chiedendo ai suoi Cardinali cosa avrebbero fatto se Roma fosse stata invasa dai Bolscevichi, sentì le risposte più disparate e fantasiose, l’allora Vescovo Montini rispose : ” direi Messa, come sempre, come tutti i giorni, invocando lo Spirito Santo ” . Ecco, forse più spiritualità efficace non guasterebbe, da parte di ognuno di noi, ogni giorno.

  8. Sabino

    Gia Il cardinale Ratzinger aveva preannunciato che l’avvenire sarebbe stato di piccole comunità capaci di mantenere l’integrita della fede. Ma chi aveva intuito, prefigurato e realizzato sin dall’inizio degli anni 50 quale sarebbe stato il modo di essere delle comunità cristiane era stato il mistico e teologo don Divo Barsotti. Il monachesimo (cioè il primato della preghiera e della lettura e meditazione della parola diDio, oltre ovviamente della vita sacramentale) sarebbe dovuto diventare la condizione di ogni cristiano, sia nelle sue forme tradizionali di vita comune, sia nell’emissione dei voti canonici da parte di persone viventi nel mondo, sia in una consacrazione di persone di qualunque età, condizione familiare, sociale e lavorativa. Per questi ultimi il monachesimo si deve per così dire interiorizzare, secondo un’intuizione che don Barsotti aveva tratto da Dostojevski (I fratelli Karamazov). Questa espressione e’ stata usata anche da Costanza, non se a seguito di una lettura di qualche libro del mistico toscano o giunta a lei per altre vie. Senza una regola, un programma e l’inserimento in una comunità e’ infatti impossibile resistere allle seduzioni di un mondo sempre più ostile e sempre più pervasivo di tutti gli aspetti della vita quotidiana. Il problema poi di organizzare anche dei modi in grado di far pesare nella società i principi cristiani è certamente ineludibile, ma esso presuppone che i cristiani siano capaci prima di tutto di porsi come obiettivo primario di vivere la propria fede, di porre Dio come unico obiettivo, in cui ritrovare anche tutto il resto, quello che è dato “ per giunta”, non per creare una sorta di comunità di catari, perche’ tutti dobbiamo riconoscerci peccatori, ma per essere sale e lievito.
    Del resto questa esigenza e’ presente anche in altre comunità e movimenti e costituisce, se vissuta, il vero antidoto agli errori che si sono diffusi anche all’interno della Chiesa. Io ho già invitato in questo blog a leggere don Barsotti non per fare propaganda alla comunità che egli ha fondato, ma perche’ i suoi scritti sono un nutrimento ineguagliabile, nella loro profondità, originalità e vastità, per chi non vuole piegarsi ad essere fagocitato dal mondo, profano o ecclesiale, che ci circonda. Qui mi fermo perché ritengo che gli interventi in un blog debbano essere brevi. Se qualcuno e’ interessato al pensiero di don Barsotti può scrivermi, autorizzando Costanza a comunicargli la mia email.

  9. cinzia

    La difficoltà rimane come attuare l’opzione Benedetto. Perché nelle nostre chiese ormai si è perso tanto del cattolicesimo…. i cattocomunisti la fanno da padrone, e trovare sacerdoti coerenti con il messaggio di Cristo e dei Vangeli è come trovare un ago in un pagliaio. C’è tanta confusione…. e anche tanta ignoranza di quelle che sono le basi della nostra dottrina.
    La sensazione è che abbiamo perso la base del nostro credo…. il sacrificio di Gesù che viene rinnovato ad ogni messa …. ma ormai si parla solo di cena, condivisione, spezzare il pane…. le persone che si inginocchiano nel momento della consacrazione sono sempre meno, quasi nessuno si inginocchia passando davanti al tabernacolo, l’ostia santa si prende in mano (perché anche per molti che vanno regolarmente alla Messa è solo un pezzo di pane)…. Insomma, mancano i fondamentali!
    Sicuramente ci sono ancora veri sacerdoti e veri cattolici, ma sono pochi e sempre più dispersi…. e così avanza, come dice Vale, “l’abominio della desolazione”…. e mi sa che il peggio deve ancora arrivare.
    Concordo con Fabrizio quando dice “Ovviamente, la rottura della comunione non sarebbe affatto una vera soluzione: è un approccio eretico che sulla lunga provoca la frammentazione (che infatti vediamo nel mondo ortodosso, con Mosca e Costantinopoli su posizioni molto lontane).”
    Il problema è “come” rimanere nella Chiesa che viene quotidianamente corrosa dal suo interno…. Essendo sempre più isolati, si fa davvero tanta fatica!

    1. “(perché anche per molti che vanno regolarmente alla Messa è solo un pezzo di pane)”

      Mah!

      Statistica personale o a livello planetario?

      O semplice giudizio temerario sui “molti” che assieme a te in fila si recano a ricevere il Santissimo Corpo di Cristo?

        1. Giacomo

          Sono curioso, scusa, i numeri effettivi li abbiamo ? cioè sappiamo quanti si confessano ? ci si può confessare ogni ora del giorno durante la settimana, …quindi, come possiamo presumere chi si confessa e quante volte , che so, in un mese ? Chi si comunica lo vediamo…son tanti ed è vero, una percentuale alta la domenica a messa, o il sabato in prefestiva…magari vuol dire che son rimasti i duri e puri, quelli che davvero ci credono e che si confessano – senza gridarlo ai 4 venti – con regolarità.

        2. Ma dai Fabrizio, non si possono fare commenti come quelli di Cinzia! Io poi, per esempio vado sempre a confessarmi prendendo un appuntamento con il mio parroco ( a meno di casi di estrema urgenza) e anche volendolo fare prima della Messa avrei molte difficoltà e i confessionali per altro sono vuoti (dal di dentro 😏)

          1. @Bariom
            Anch’io non mi ricordo di essermi mai confessato durante la Messa (forse sì quando ero adolescente) e preferisco un appuntamento. Quindi non parlo delle supposte “code” ai confessionali che mi aspetterei di vedere durante la Messa. Ma ci sono statistiche chiare:

            http://www.lanuovabq.it/it/il-vero-problema-sta-sparendola-confessione

            L’Italia secondo una vecchia ricerca del 2009 aveva una percentuale del 40% di cattolici che si confessano almeno annualmente fra quelli che si comunicano. Poteva sembrare bassa ma era altissima, da record mondiale. A dare retta ad alcune ricerche regionali, starebbe però scendendo rapidamente e si attesterebbe oggi intorno alla metà, il 20% [ndr. articolo del 2014]. Ci sono certo molte confessioni nei santuari, ma da altre ricerche risulta che in Italia ogni domenica si comunicano almeno cinque milioni di persone, e le centinaia o migliaia che si confessano nei santuari non bastano a cambiare le statistiche.

            1. @Fabrizio, conosco la tristezza di queste statistiche, ma la problematica del Sacramento della confessione è un po’ più complessa (personalmente nulla che giustifichi la non frequentazione), ma non è la stessa cosa che affermare che per molti l’Eucarestia è solo un pezzo di pane…

              Anche perché, tutti idioti? Chi glielo fa fare si assistere a tutta una Liturgia per “un pezzo di pane”?

              1. Chi glielo fa fare si assistere a tutta una Liturgia per “un pezzo di pane”?
                E Luterani e Anglicani, allora? Ovviamente la tua domanda ha un senso: la risposta è che frequentano la Liturgia per tradizione culturale; ma man mano che passa il tempo, non essendoci più l’Attrattore, a Messa non ci vanno più. E allora vengono inventati spettacoli di varia natura (specialmente per i gggiovani) e questo non fa che peggiorare la situazione. Poi si dice che il problema è che la dottrina è “troppo dura”, e ci vogliono le pastorali post-moderne. E altra zappa sui piedi. È per questo che la frequentazione è costantemente in declino.

                1. “Ovviamente la tua domanda ha un senso: la risposta è che frequentano la Liturgia per tradizione culturale; ma man mano che passa il tempo, non essendoci più l’Attrattore, a Messa non ci vanno più.”

                  Pacifico…

        3. @ Fabrizio Giudici,

          Concordo….. Basta fare il confronto tra quanti si comunicano e quanti si confessano…verissimo…l’avevo notato…Grazie pace e bene.

      1. Cinzia

        @ Bariom non è una illazione. Purtroppo l’ho sentito ammettere da diverse persone che fanno regolarmente la comunione… Non posso dire che ho dei numeri precisi, ma un campione significativo. Inoltre basta vedere come le persone si accostano alla comunione per farsene un’idea verosimile…..

        1. Io rimango dell’idea che sono affermazioni improvide e rischiose…

          Che peraltro danno l’idea, te lo dico sinceramente, che chi le fa, invece di pensare a come si accosta lui/lei all’Eucarestia – cosa che tra l’altro dovrebbe talmente coinvolgere da non avere “occhi e orecchie” per altro – si preoccuopi solo di gurdarsi attorno per guardare chi fa cosa e come…

          Io, mi devo rispetere, come Ministro Straordinario, vedo decine e decine di persone ogni Domenica in cui faccio servizio e le gurdo negli occhi frapponento tra i miei occhi e i loro la particola, invitandoli di conseguenza a guardare direttamente al Corpo di Cristo e, sebbene la “fauna umana” sia molto varia, non me la setirei per nulla di dire che per molti “quello” è solo un pezzo di pane.

          1. Per coloro che conosci e che lo affermano non si può che esserene profondamente rattristati, ma da lì a farne una base statistica, mi pare azzardato.

          2. Cinzia

            @ Bariom Spero che abbia ragione tu…. ma purtroppo ho molti dubbi!
            E mi auguro che tu, come gli altri ministri straordinari, distribuisca l’eucaristia solo in occasioni straordinarie…. e non abitualmente.

            Comunque per la cronaca non sono usa a guardarmi in giro durante la Messa, ma quando le persone in fila e al banco vicino a te chiacchierano… è difficile non notarlo. Questo avviene normalmente nella messa novus ordo…. molto difficilmente in quella vetus ordo… ma questo è un’altra storia.
            Per non parlare di quello che vien fuori alle riunioni dei genitori del catechismo…..

            1. La distribuisco ogni volta che vengo chiamato a farlo. Punto.

              Il mio è un servizio e se il mio parroco mi chiama io vado e vedo di svolgerlo al meglio, cercando anche di essere segno per quanto Dio mi da di esserlòo, di ciò che si sta celebrando.

            2. “Questo avviene normalmente nella messa novus ordo…. molto difficilmente in quella vetus ordo… ma questo è un’altra storia.”

              Si è un’altra storia e anche questa mi sa di illazione o almeno nella misura in cui vedendo ciò che realmente vedi (non lo metto in dubbio né sto dicendo che mai anch’io me ne renda conto), tu ne fai una regola generale.

              I genitori “del catechismo” sono per lo più i primi che necessiterebbero di una ricatechizzazione.

        2. Giacomo

          Magari sono ingenuo, ma ritengo che tutti coloro che si comunicano, sappiano ciò che fanno ed il motivo per cui lo fanno; quale Grazia rappresenti la Santa Eucarestia, e quanto dia loro. Chi si accosta al Corpo di Cristo con leggerezza ed in stato di peccato, commette qualcosa di inescusabile. Se qualcuno ha il dubbio che sia così , nella propria Parrocchia, può sempre andare dal Don e dirglielo, e magari nella omelia il Don ne parla… forza diamo fiducia ed apriamo il cuore, ci si faccia promotori autentici verso il fratello di quello che si ritiene sia giusto e corretto…sono certo che il Don di turno ascolterà e mediterà su questo,..e lo farà presente alla prossima omelia.

          1. Se qualcuno ha il dubbio che sia così , nella propria Parrocchia, può sempre andare dal Don e dirglielo, e magari nella omelia il Don ne parla…

            Giusto. Il problema è che ci sono non pochi preti che non ci credono, e questo non è casuale, ma la semplice conseguenza che ci sono non pochi seminari dove si insegna così, perché i teologi e i professori eretici proliferano da decenni. D’altronde lo scrivono anche tranquillamente su Avvenire. Tanto per dare due riferimenti a caso:

            http://isoladipatmos.com/i-porno-teologi-del-galantiniano-avvenire-una-profanazione-sacrilega-delleucaristia-di-padre-ermes-ronchi/
            http://isoladipatmos.com/piccoli-eretici-crescono-dal-grillo-teologante-del-santanselmo-al-domenicano-burlone-che-esalta-schillebeeckx/

            1. fra' Centanni

              Chi non si confessa mai non è certamente in stato di grazia. Ma nemmeno chi si confessa una volta al mese può essere in stato di grazia. Di conseguenza, eccezion fatta per chi si confessa una volta alla settimana, tutti gli altri dovrebbero astenersi dal fare la comunione. Questa dovrebbe essere la regola. Poi può pure succedere di non confessarsi perchè si ritiene di non avere peccati mortali da confessare, ma è difficile, almeno per me.

              1. Il CCC non indica regole temporali o scadenze, quindi sarebbe bene astenersi da dettare regole (proprie) come dal dire “tutti gli altri (chi non si confessa una volta alla settimana) dovrebbero astenersi dal fare la comunione”.

                Se si crede bene di adottarla come regola propria, questo sta alla coscienza di ognuno.

                1. fra' Centanni

                  C’è un divario enorme tra chi fa la comunione e chi si confessa e chi non vuole vederlo è uno struzzo.

                2. Giacomo

                  Però non ritieni sia corretto e finanche doveroso spiegare-da parte del Sacerdote – che è opportuna e salutare la confessione – Non dico settimanale…forse è chiedere troppo, ma almeno mensile , auto regolandosi , e quindi cercare di comportarsi poi di conseguenza… si che il CCC dice “almeno una volta l’anno” ..ma non pare un po’ pochino ?…. certo meglio che niente…ma il senso della Fede e della sequela di Cristo e quindi della Liturgia e atteggiamenti a Lui dovuti , non stanno nel “meglio che neinte”… Non so , magari sbaglio. Che ne pensi ?

            2. Giacomo

              Scusa mi sono espresso con i piedi…intendo dire che se si nutre dubbio che possa essere un atteggiamento diffuso nella propria Parrocchia , comunicarsi non in stato di Grazia, a causa degli inginocchiatoi vuoti… il Parroco potrebbe dirlo nell’omelia… riprendere ammonire esortare… senza avere timore di perdere qualche fedele. Sono dell’avviso che i fedeli debbano essere informati. Scusa ancora se non sono stato chiaro.

              1. @Giacomo SOTTOSCRIVO assolutamente.

                E’ precisamente un compito che spetta al pastore e certamente non è sbagliato ricordare al pastore che ogni tanto (o quando evidentemente necessario) questi richiami sono necessari.

                Ho l’impressione che talvolta, ricordare a chiunque che siamo peccatori TUUTI (diversamente come dice la Scrittura, si fa di Cristo un bugiardo), che ricordarlo all’assemblea, suoni quesi come un’offesa, un insulto…

                “Ma come, lo dici a me che sono qui a Messa e ci sono tutte le Domeniche?? Dillo a quelli là fuori! Sono quelli i peccatori…”

                Così l’attegiamento del luciferino “rispetto umano”, ha la meglio sul richiamo sacrosanto su un verità profonda e cioè che tutti abbiamo bisogno di perdono e di conversione, sempre e comunque, perché i motivi di confessarsi di riconcigliarsi, sarebbero pressoché quotidiani.

                Peraltro chi meglio di un parroco, può avere il “polso” della situazione?

                “Cari parrocchiani, siete 1000, 2000, quellli che siete, il 10% vi vedo a Messa ogni Domenica… com’è che meno dell’1% si accosta, almeno con me, al confessionale??”

                Un j’accuse a cui far certo seguire una bella catechesi sulla bellezza e la ricchezza ineguagliabile (oltre alla necessità) del Sacramento della Riconciliazione.

                1. Mi scuso se talvolta c’è un ritardo o anche una mancata risposta laddove sono chiamato in causa.

                  Per qualche motivo, pur essendo registrato per rivecere tutti i post e tutti i commenti, vedo sulla mia mail, solo quelli dei più “aficionados”…

                  @admin, ci si può fare qualcosa?

          2. Luigi

            “Magari sono ingenuo, ma ritengo che tutti coloro che si comunicano, sappiano ciò che fanno ed il motivo per cui lo fanno”

            Non è così.

            Ci sono persone che tranquillamente nulla sanno della Transustanziazione e di cosa significhi.
            Quanto al dubbio… beh, bisogna che qualcuno glielo faccia nascere, il dubbio.
            Altrimenti, ripeto, loro sono tranquille (nel senso che non sono in malafede): stanno prendendo un pezzo di pane che è ricordo di quanto fece Nostro Signore; cerimonia importante, certo, ma niente di più.

            Che ormai siano pochissimi coloro che si inginocchiano alla Consacrazione delle Specie, è la prova che in molti il vero significato del tutto si è perso. Da qui, poi, tutta una serie di comportamenti oggettivamente sconvenienti.
            Passo iniziale e fondamentale per risolvere un problema, è la consapevolezza della sua esistenza.

            Ciao.
            Luigi

            1. Giacomo

              Ok…. ma una volta accertata l’esistenza del problema… vogliamo fare in modo che il Sacerdote oppure noi laici “impegnati ” lo si dica e lo si affermi senza timore ?… sei d’accordo che al fratello bisogna dirlo ?.. farlo capire ?…è doveroso piegare le ginocchia e chinare il capo dinanzi alla Maestà di Cristo. È necessario confessare i peccati regolarmente. È necessario alzare le braccia la Cielo oppure avere le.mani giunte in modo evidente alla recita del Padre Nostro. Non sono gesti e segni facoltativi.. è il minimo sindacale durante la.Liturgia… se qualcuno non lo sa e credo siano molti… dobbiamo dirglielo… o no ?

              1. @ Giacomo,
                al mio avviso è bene dirlo, io a casa ne parlo, anche se non vengo ascoltato, ma mi sento di dirlo …si tratta un bene per la loro anima,…ogni grazia ricevuto non è per tenerlo per te ma di condividere…

              2. Scusami @Giacomo, ma nel concreto e su un punto in particolare:

                “…sei d’accordo che al fratello bisogna dirlo ?.. farlo capire ?…(che) È necessario confessare i peccati regolarmente

                Questo come dovrebbe compiersi?
                Aggirandosi tra i banchi a richiamare quelli che – ai nostri occhi di “impegnati” – sembrano impenitenti peccatori?

                Mettendosi in testa alla fila di tutti questi “senza fede”, subito prima del sacerdote alla distribuzione dell’Eucarestia, a far loro da memorandum?

                Poi se mi parli di quel fratello/sorella, con cui hai una ESTREMA confidenza e si presuppone lui/lei la abbia con te (tanto da poter essere lui/lei a richiamarti alla “cose sante”), allora la cosa può cambiare, sempre che si faccia col dovuto rispetto (perché qui ci stiamo addentrando nella problematica del “foro interno”) e con l’amore che ci spinge a parlare.

                Quanto agli atteggiamenti, non so… ci vuole molto discernimento e soprattutto preoccuparsi prima di tutto del proprio di atteggiamento.

                Ho letto quanto la postura, gli atteggiamenti, le abitudini, di tanti santi sacerdoti (santi d’altare e non) abbiano educato il popolo di Dio… quanto meno il popolo ad essi affidato.

                Come Ministro Straordinario (mi si perdonerà se spesso torno su questo mio servizio), ho visto come sia importante, la postura, l’attenzione, i gesti (che peraltro dovrebbero rispettare precisi canoni), proprio perché si è “in vista” e lo intendo proprio per questione di posizione e prospettiva.
                Quindi alzarsi, sedersi, inginocchiarsi, inchinarsi, la stessa solennità del gesto, piuttosto che il confuso agitarsi, il preoccuparsi che i chierichetti, spesso catapultati sul presbiterio senza un minimo di preparazione, si comportino in modo corretto e adeguato, ecc, ecc. sono d’aiuto e aiutino gli altri ad un atteggiamento più consono.

                Lo stesso vale per chi sta in assemblea, senza “occhiatacce” o rimbrotti*, ma facendo ciò che deve essere fatto, senza voler “insegnare” ad altri, perché non dimentichiamoci che il rischio dei plateali atteggiamenti “dimostrativi”, sono sempre in agguato per la nostra decaduta natura umana.

                *(anche se ogni tanto un “per favore…” a chi chiacchiera anche durante la proclamazione del Vangelo o la Consacrazione – le Chiacchiere comunque posto non dovrebbero avere per tutto lo svolgimento della Liturgia – è pressoché necessario)

                Così la vedo io.

                1. Giacomo

                  Si, vero, è un problema, perché l’autorità , che è il Sacerdote che celebra, sovente tace. In verità qualche volte ho sentito dal pulpito la raccomandazione che a Messa è bene comunicarsi, perché questo è il senso della Messa stessa, ma tant’è….come se non lo avesse detto. Sono ben lontano dal riprendere qualcuno durante la Messa, a meno di atteggiamenti irriverenti, però a volte davvero sarebbe necessario. Credo che potrebbe bastare poco, per coinvolgere le anime in modo serio e cosciente. Che nella Liturgia si sia perso molto, lo credo anche io, ma la nostra generazione, ( ho 51 anni) è cresciuta in Parrocchie dove iniziava a fare capolino, – perdonatemi devo scriverlo – il “prete postconciliare” , e questo per me è il gravissimo dramma della Chiesa oggi, che non ha parroci né ortodossi, né post moderni, ma un miscuglio da liberi tutti, dove ogni interpretazione è buona. Sento nell’aria un “rompete le righe” che non mi piace.

  10. Negli USA l’Opzione Benedetto l’hanno già provata, con discreto successo direi, nel 1800 per cui è una strategia che, in qualche modo fa parte sia della storia collettiva che individuale, visto che le realtà denominazionali coinvolte erano molteplici. Non so se c’erano cattolici ed ortodossi, ma mi sembra di no poiché questi “santi esperimenti” sono nati prima delle migrazioni massicce dall’Irlanda e dai Paesi dell’Est Europeo. Poi magari non ci sarebbero state per altre ragioni, ma comunque questo è lo stato dei fatti. Era solo per chiarire che Dreher in un certo senso “pesca” su esperienze che sono già un patrimonio culturale e spirituale, per cui non ne faccio un critica negativa, solo una constatazione. Per quello che riguarda San Benedetto sicuramente pensava di fare la volontà di Dio nella sua vita e proporla ad altri. Il che mi sembra che dimostri che il Signore prende poi lui, di fatto, il timone della navicella e la guidi dove deve essere guidata. In quanto a “stringersi” attorno alla parrocchia e al vescovo è molto bello, ma a chi non sa attorno a chi stringersi ? Nella mia parrocchia sono arrivata da poco e i due parroci sono usciti dal Seminario che c’è qui a Luserna, e che fa parte del Rinnovamento dello Spirito. Il Vescovo si è insediato da poco, e a me fa un po’ effetto che nei sui scritti sul settimanale della diocesi sin’ora non ha mai nominato Gesù Cristo. Lo cita, ma non lo nomina, il che a me sembra un po’ strano. Mi sembra strano che sempre sul giornale della diocesi ci sia scritto che la lettera dei vescovi della Regione di Bueno Aires al l papa sia la “vera spiegazione” di Amoris Letitia”… mah… ed infine che sia andato all’inaugurazione di un ambulatorio, a Pinerolo, costruito per i poveri dal Grande Oriente, con presenza (ovviamente) del Gran Maestro…. E’ vero che la Chiesa dialoga con tutti, ma insomma… sono perplessa, ma poichè tendo ad essere sempre ipercritica per il momento osservo quello che mi è possibile osservare.Ecco, premettendo che magari è meglio non fare tre passi indietro e due avanti (se non sbaglio la sequenza leninista) con gli stessi scopi del giovanotto di cui sopra, anch’io mi chiedo “Che Fare” ? E la giro, magari prima o poi qualcuno avrà un’illuminazione Intanto seguo le ottime indicazioni (ci provo, e ci riprovo) pubblicate su “Si Salvi chi vuole”. Poichè ho tempo ho aggiunto un “Diario spirituale”, alla mia età serve anche a tenere assieme i pensieri.

  11. Luigi

    Come qualcuno ha detto bene qui, il problema è che non c’è solo il “nemico alle porte”, ma i “traditori” sono nelle fila della stessa Chiesa. La mentalità del mondo ha pervaso tutta la Chiesa, si è infiltrata capillarmente nei laici, nei sacerdoti, nei religiosi e anche nelle alte sfere.
    Si sta parlando di opzione Benedetto, ma ci ricordiamo ad esempio di cosa è avvenuto negli ultimi anni in alcuni monasteri benedettini? Addirittura nel luogo più sacro del monachesimo, Monte Cassino vi ricordate lo scandalo vomitevole che fece l’Abate del monastero stesso?
    Qui c’è da riformare in primis i seminari, i noviziati, avere il coraggio di buttare fuori le mele marce a costo di avere due preti sani solamente. Solo così si potrà iniziare una riforma seria. Il resto credo siano solo parole.
    Avete mai letto quello che scrive Don Ariel di Gualdo? Usa spesso un linguaggio duro, ma purtroppo la realtà è questa.

  12. Luigi

    Dal sito di Tgcom:

    12 GENNAIO 201815:29
    Abbazia Montecassino, ex sacerdote si sposa nella cattedrale di Westminster
    Era scappato in Inghilterra dopo lo scoppio dello scandalo che aveva coinvolto don Pietro Vittorelli. A Londra aveva lasciato lʼabito talare per percorrere una nuova strada nella chiesa anglicana
    (285)

    LEGGI DOPO
    COMMENTA
    Si è sposato nella cattedrale di Westminster Antonio Potenza, l’ex prete ed ex segretario dell’abate di Montecassino, don Pietro Vittorelli, finito al centro di uno scandalo che l’ha visto protagonista di festini gay a base di stupefacenti e di un’inchiesta per appropriazione indebita. Dopo lo scoppio dello scandalo, Potenza è volato nel Regno Unito per fare un nuovo percorso nella chiesa anglicana. La moglie è la stessa donna con cui aveva una relazione sin dai tempi dai tempi di Cassino (Frosinone).

    Questo è un piccolo esempio di quello che sta succedendo nella Casa di San Benedetto. Alla faccia dell’opzione…

  13. Antonio Spinola

    Infatti, non mi convince.
    Le eresie sono nate proprio nei conventi, e quando ancora nei seminari non insegnavano i “gentili” e la Messa era in latino. Ma in quel passato la massa dei fedeli l’ha salvata la carenza delle comunicazioni insieme proprio al latino e alla rigidità delle pratiche cultuali.
    Nel recente passato sono stati i movimenti a trattenere i giovani, ma ben presto si è visto che la frenesia di innovazioni liturgiche (e anche dottrinali) ha preso piede proprio all’interno di quei movimenti.
    Il singolo, si sa, può sempre salvarsi… se lo vuole (come dice Costanza), ma le masse domenicali in coda a prendere la particola, senza un minimo cenno di adorazione? (però si erano appena sbracciate, eccome, per dar la mano a più vicini possibili!).
    Ecco, io direi che bisogna ripartire dalla Messa, perché torni a essere quel solenne atto di adorazione e di ringraziamento che Cristo ha chiesto di ripetere, fino alla fine dei tempi. Impresa assolutamente ardua, come ha dovuto constatare anche Benedetto XVI.

    1. Io ripartirei da Cristo.

      Non è la prima persecuzione, non è il primo momento di apostasia, non sono i primi preti o vescovi traditori. Ci sono sempre stati santi conosciuti e sconosciuti, e il giorno dopo ancora.
      Adesso ci siamo noi. Vogliamo piangerci addosso o provarci?

      1. Luigi

        Assolutamente d’accordo Berlicche, ma quello che voglio dire è che per primo dobbiamo renderci conto che questa crisi non è la prima, ma tra tutte è quella più infida e perniciosa. Ripartire dai monasteri sì, ma prima si deve togliere il tumore e curare quello che c’è di buono, prima che si infetti tutto. L’operazione è difficile, la metastasi è incominciata negli anni del Concilio che per primi molti preti e vescovi hanno interpretato a piacere loro. Ci ricordiamo di cosa hanno fatto alle chiese, agli altari negli anni sessanta i preti di allora? Aprendosi al mondo nel tentativo vano di convertire i lontani senza una vera conversione a Cristo si è arrivati ai giorni nostri dove abbiamo addirittura Cardinali che insegnano eresie per piacere al mondo.
        Non dispero, lo Spirito Santo sta permettendo tutto ciò per svegliarci dal sonno miope e compiaciuto da un tipo di Chiesa che non c’è più, ma la situazione è molto brutta.

      2. Antonio Spinola

        Si, caro Berlicche, sono proprio tentato di dire che non ci resta che piangere…
        Riconosco, lo scetticismo non è virtù cristiana, ma d’altra parte non posso dimenticare le crisi che ho passato per la mia fede proprio perché certe assurdità che oggi escono dalle labbra di tanti monaci vescovi e cardinali, le ho dovute sentite anni fa proprio durante i ritiri, le catechesi per adulti, negli incontri dei “gruppi di ascolto”, in certe lectio divinae… (nonostante Wojtyła e Ratzinger)

  14. vale

    dal “foglio” di oggi. Langone, preghiera.
    una recensione di un libro. “paesaggi del Regno.dai luoghi francescani al Luogo Assoluto” di f.cuniberto.

    “…sono otto secoli che il cristianesimo declina: dunque la caduta di questi ultimi anni è in qualche modo storia vecchia che non deve preoccuparci più di tanto.
    …..
    l’umanità è sempre stata incredula, al tempo di Papa Francesco come a quello di S. Francesco.

    il poverello di Assisi sia stato travisato-tradito -usato immediatamente…innanzitutto dal punto di vista artistico.
    Francesco pregava un Cristo trionfante,sebbene in croce, e il subdolo Frate eliaa finì col commissionare a Giunta Pisano un Cristo morente che ,disgraziatamente, fece scuola: “questa involuzione iconografica si accompagna a una drammatica involuzione del pensiero teologico”.

    sono otto secoli che il pensiero teologico si involve,trascinando la Chiesa nel dolorismo,nel pauperismo,nello sconfittismo.
    ciò nonostante noi siamo ancora qui, oranti ed anelanti alla francescana “perfetta letizia”.

  15. Maria Cristina

    Non solo molti sacerdoti oggi non ritengono di dover richiamare i fedeli alla Confessione, ma esistono anche sacerdoti che la sconsigliano proprio. A me e’ capitato durante un pellegrinaggio. Avevo chiesto al prete che ci accompagnava di potermi confessare prima della Messa per poter fare la Comunione. Il prete mi rispose che non c’era tempo e comunque potevo fare la Comunione lo stesso.
    Dopo la Messa , visto che io non mi ero sentita di fare la Comunione, il prete mi ha preso da parte tutto arrabbiato. Perche’ non mi ero comunicata? Gli risposi che non mi sentivo nelle condizioni di poterlo fare. Ricordo la risata del prete: mi disse che ero troppo scrupolosa e tiro’ fuori la solita espressione che la Comunione non e’ un premio per i perfetti ma una medicina per i malati.
    Quella esperienza me la ricorderò’ sempre. Da allora devo dire che la mia fiducia nei sacerdoti e’ molto molto caduta.

    1. vale

      @maria cristina

      temo che lei non sia aggiornata.
      ha mai letto “misericordia” del tanto elogiato Card. S.R.E. W.Kasper?

    2. @Maria Cristina, ben triste aneddoto il tuo…

      Sbagli però per un singolo episodio ad arrivare a perdere (vabbè non hai detto di averla persa del tutto) la fiducia nei sacerdoti, perché non sono tutti uguali… e anche tu avessi una esperienza per lo più negativa, di nuovo non sono tutti uguali.

      Ciò che può preoccupare giustamente è che nel tuo caso abbiamo una persona con fede scrupolosa e attenta, ma in altro caso (e come ha risposto a te avrà potuto rispondere a tante/i) può essere recato grave danno.

      E’ certo che nel caso di conseguenze perniciose il primo a cui verrà chiesto conto dal Padreterno, sarà proprio il sacerdote in questione, ma certamente il cammino di fede di alcuni potrebbe essere mal indirizzato o sviato.

      Anche qui però, bisogna avere giusta fiducia nello Spirito Santo e credo che persone in buona fede tratte in inganno, saranno riportate nella “retta via” direttamente dal Suo intervento, nei tempi, nei modi e negli incontri che la Provvidenza vorrà disporre.

      Vorrei anch’io raccontare un aneddoto che mi ha visto testimone e in qualche modo protagonista.
      Ero in una canonica della Romagna in compagnia di un sacerdote veramente pio e devoto…
      Arriva una telefonata alla fine della quale il sacerdote si scusa sommessamente per non poter accontentare l’interlocutore. Poi si rivolge a me un po’ sconsolato e come ragionando a voce alta: “Era un mio parrocchiano… mi dispiace… voleva confessarsi, ma come faccio? Adesso sono qui con te (dovevamo organizzare alcune cose), poi devo andare là e poi, e poi…”

      Era sinceramente dispiaciuto…

      Al che io mi sono sentito di dirgli: “Ma Don, se le ha telefonato con questa urgenza, forse è veramente cosa importante e comunque anche non fosse cosa così grave, se questa notte stessa o anche prima il Signore lo chiamasse a sé? O se avesse preso il coraggio a due mani questa volta e poi non si facesse più vedere?”
      “Se volesse venire anche subito, io me ne vado, le nostre cose possono aspettare…”

      E il Don che rea (e già salito al Padre) persona così umile da ascoltare me: “Hai proprio ragione, sono stato troppo precipitoso… lo richiamo subito e gli dico di venire di corsa che ho trovato il tempo!” E così fece.

      Perché ho raccontato questo episodio?
      Perché io da peccatore, conosco bene le “urgenze dell’anima” e quando la coscienza ci richiama e ci mette un santa inquietudine magari fretta di correre al confessore, i sacerdoti talvolta per abitudine dimenticano la potenza e l’urgenza di questo Sacramento.
      Urgenza data, non dalla fretta del penitente di “togliersi un pensiero”, ma dal fatto che ogni secondo di vita ci è regalato e ogni Confessione può concretamente cambiarci la vita.

      Così capita che scambino questo preziosissimo servizio per una “pratica burocratica”, un “servizio amministrativo” che ha un preciso orario… il giorno tale e tal altro, dalle ore X alle ore Y.
      Che certo può essere indicazione per chi ha la sana abitudine di confessarsi spesso, ma talvolta si tratta dell’emergenza di una vita…
      Non è sempre segno di poca o cattiva fede, ma di una fede che si è seduta su se stessa, si è ripiegata sulla routine e che ha smarrito il senso delle “cose ultime” che son le prime.

      Dobbiamo pregare tanto per i nostri sacerdoti e anche aiutarli e anche ammonirli se necessario, perché sono peccatori come noi e attaccati dal demonio più di noi.

      1. Guendalina d'Alba

        Lo ha detto Gesù… Quando disse: “Non sono venuto per i sani,ma per i malati”. Buona giornata, Guendalina.

      2. Antonio Spinola

        Certo. Sant’Ambrogio ha detto «Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina», ma noi non dobbiamo dimenticare quanto espresso in CCC 1395:
        “… Il proprio dell’Eucaristia è … di essere il sacramento di coloro che sono nella piena comunione della Chiesa.”

      3. Beatrice

        Salve a tutti! Purtroppo non riesco più a commentare come prima su questo blog, perché ormai sono sempre molto impegnata (se qualcuno dovesse avere problemi col lavoro si rivolga a San Giuseppe: è un portento!). Ora, però, mi è venuto un fortissimo istinto a scrivere a tutti i costi una cosa perché non ne posso più di quelli che citano male l’affermazione verissima “l’Eucaristia è una medicina per i deboli”. Don Bellon una volta disse per precisare meglio quel concetto: “l’Eucaristia è una medicina per i deboli, non i morti”.

        Io sono figlia di un medico di famiglia, sono praticamente cresciuta sentendo parlare di medicine da sapere che non sono una cosa da prendere con leggerezza, ma sulla base di regole ben precise. Provate a prendere l’insulina senza avere il diabete e vedrete cosa vi succede! Se uno ha il cancro e decide a tutti i costi di curarsi col metodo Hamer, è colpa sua se poi muore: se questa vicenda da un lato mi rattrista umanamente, dall’altro però non mi preoccupa più di tanto in quanto lo considero un caso isolato. Invece inizio a preoccuparmi sul serio quando vedo sempre più medici dare informazioni confuse lasciando intendere che dopo attento discernimento si può arrivare alla conclusione che anche il metodo Hamer caso per caso può essere usato come cura per il cancro. Io non pretendo che tutte le persone con il cancro si curino per forza con la chemio, se vogliono farsi del male col metodo Hamer che se lo facciano. Io, però, pretendo che i medici dicano la verità ai loro pazienti ammalati di cancro, cioè che il metodo Hamer non funziona, non c’è nessun discernimento possibile, nessun caso per caso, il metodo Hamer non guarisce dal cancro.

        L’Eucaristia proprio come una medicina ha delle controindicazioni, va assunta secondo modi e tempi corretti e va assunta non da tutti ma solo da determinate persone che si trovano in condizioni ben precise. Se un paziente assume le medicine a caso sulla base del suo personale sentire e delle sue personali opinioni, sono cavoli suoi, ma se sono tantissimi medici a far assumere le medicine a caso per assecondare i desideri sbagliati dei loro pazienti, allora cominciano ad esserci seri problemi di malasanità per tutti.

        1. Luigi

          “Se un paziente assume le medicine a caso sulla base del suo personale sentire e delle sue personali opinioni, sono cavoli suoi, ma se sono tantissimi medici a far assumere le medicine a caso per assecondare i desideri sbagliati dei loro pazienti, allora cominciano ad esserci seri problemi di malasanità per tutti”

          Continuando nella metafora, esiste una terza possibilità ancora peggiore.
          Non è il paziente che si “autocura”, non è il medico che ne asseconda le paturnie per malintesa “misericordia”.

          È il dottore che consapevolmente prescrive medicine pericolose, per quel paziente e per quella patologia, perché gliene deriva un ritorno personale (economico, di carriera, di prestigio).
          Oppure è il chirurgo che simula la necessità di un intervento, sempre per gli stessi motivi.
          Non sono fatti estranei alla cronaca di questi anni…

          Non a caso – il caso non esiste – il giuramento di Ippocrate esplicitamente prevedeva l’impegno a non somministrare nulla, che potesse nuocere al paziente:
          “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”.

          Ciao.
          Luigi

  16. @ Beatrice,
    Grazie per quanto hai scritto sopra riguarda il cancro..
    Ho mia sorella minore che ne è affetta di un cancro, ha 58 anni e vive in Francia, so che è in cura con la chemio, mi dispiace molto per lei.

    Presto andrò a trovarla, in tanti prego Maria Ss. di ogni consolazione…speriamo bene non so sarà quello che Dio vorrà.
    Pace.

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