Tre (delle 5) colonne su cui costruire il proprio edificio spirituale. E difenderlo

di Paola Belletti

Dieci capitoli, cinque pilastri, una cosa sola – sbam! – al centro di tutto. Anzi una Persona. Così posso offrirvi un assaggio del più recente libro di Costanza Miriano, Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale, edito da Sonzogno, uscito il 16 novembre, atteso da tanti.

Al centro non c’è lei eppure ce la figuriamo di continuo. Il suo profilo, magroetonico – naturalmente – si staglia netto nello schermo della mente fino a che non diventa tremulo a causa delle lacrime.

Sì, è commovente, ma fa anche parecchio ridere. Sono piacevoli ricreazioni, le sue, alla Santa Teresa d’Avila (anche lei patrona del libro!)

Di cosa parla?

No niente, di farsi monaci. Di avere una regola, di amare la propria croce, di uscire dalla nostra palude. Di decidere che fare della nostra vita. Di vivere da salvati. Ah! E di procurarsi un quaderno.Con copertina in cuoio per noi donne; per gli uomini invece vada per il retro del foglio della revisione auto. E su quello vergare il nostro progetto, attestare la nostra decisione e poi difenderla.

Parla di Dio e di come farsi intimi a Lui di modo che possa renderci felici. E lo fa in un modo quasi chestertoniano.

Scelgo tre dei cinque pilastri indicati come i fondamenti sui quali costruire la propria vita come un monastero o una cattedrale. Questa la metafora scelta da Costanza.

Possiamo tenerceli in tasca come le pietre da scagliare con la fionda di davidica memoria (ma pure Golia, deve averne un ricordo livido) o scriverceli sulla mano come le cose più urgenti per la giornata che si apre. O come quello che di fatto sono. Indicazioni di vita ascetica; segnali stradali per il nostro cammino spirituale.

Sì, è una formula che pare svuotata, ma non se ci ricordiamo che stiamo andando da qualche parte e non “a  camminare” come si fa ora per rimediare un minimo sindacale di movimento fisico. Camminiamo per tornare a casa, dal Signore. Ci incamminiamo, non soli ma unitari, – monaci guerrieri – per entrare in Paradiso. Il Regno di Dio, cercato prima di tutto, cercato ora, è qui in forma nascosta, in forma di caparra. Quel famoso centuplo quaggiù che riprenderemo a capire quando di nuovo troveremo la strada al nostro desiderio di lassù.

Niente di nuovo o meglio tutto nuovo, come solo le cose di Dio e il suo management riconfermato da duemila e rotti anni, la Chiesa, sanno offrire.

Preghiera, digiuno, eucarestia. Ho scelto questi tra i cinque che Costanza ha messo in fila nei dieci capitoli che compongono il suo nuovo libro.

Lei li ha disposti e li propone al lettore cosi: prima colonna la Parola di Dio, seconda colonna la preghiera, terza la confessione, quarta l’Eucarestia e quinta il digiuno.

Servono tutti, sono tutti cardini del portone solido che ci tiene dentro le larghe mura del cosiddetto monastero wi-fi (imparerete presto a conoscerlo e forse vorrete subito entrarci anche voi. Tanto è senza fili, ma ad altissima fedeltà), di noi monaci laici, monaci nel mondo. Ora come non mai strettamente necessari.

La preghiera

Se la Parola di Dio è Lui che ti si presenta, dice l’autrice, la preghiera è il respiro del nostro io spirituale. Un io innamorato di Dio, che chiede a ripetizione il dono dello Spirito Santo per cominciare ad essere potentemente vivo, ma magari si ritrova con le articolazioni da sgranchire e i muscoli fiappi, per il fatto che l’ultimo “allenamento” risale alla terza, quarta elementare. Succede se torniamo alla preghiera dopo anni di astensione o trascuratezza, per esempio. Se dopo una conversione stupefacente siamo davvero intenzionati a nutrire il nostro “uomo nuovo” rimasto sottopeso, eppure vivo perché il Battesimo non si cancella, nemmeno se aprono uffici appositi per farlo.

Uno, prima di tutto, prega per passare il tempo con la persona che lo ama di più in tutto l’universo, con colui che è padre, madre, fratello, sorella, sposo. Infatti non è vero che la preghiera è come l’aspirina scaduta, che al massimo non funziona: funziona sempre, se il tuo obiettivo non è ottenere qualcosa ma stare insieme a qualcuno. Solo che questo stare insieme matura piano piano. Con questa certezza bisogna essere molto testardi, e perseverare: all’inizio è soprattutto una gran fatica, poi diventa gioia. (dice a pagina 67)

Ecco la prima mossa chestertoniana, il primo ribaltamento di prospettiva. Certo lo sappiamo tutti o fingiamo di saperlo che il cuore del Padre Nostro, cioè la risposta a quell’ ”insegnaci a pregare” è “sia fatta la Tua volontà”, ma spesso non lo diciamo di corsa? Quasi sperando di non essere presi sul serio da Dio o che almeno tenga conto delle nostre postille e condizioni?

Normalmente, però, la preghiera non deve suggerire soluzioni a Dio ma chiedere di capire, nelle variabili dell’esistenza, cosa vuole Dio da te in quel momento. Dio è cortese, lo raccontano così san Francesco e tutti i santi che gli sono stati più intimi, e non ti si impone mai. Dio è così delicato che vuole che tu insista a chiedere cosa lui voglia da te. Lui non sopporta di essere sopportato e ci manifesta la sua volontà solo se noi davvero desideriamo saperla con cuore aperto (Ibidem, p. 69)

Questo significa che piano piano, di solito, a meno che Dio con alcune anime non compia accelerazioni, guariamo dal sospetto che Lui ci voglia fregare e restauriamo la nostra umanità crivellata nelle sue strutture portanti dal tarlo del peccato originale e i suoi alleati. Puntiamo ad arrivare a questo: volere la Sua volontà, lottando con noi stessi e contro quello che ci detesta squisitamente e al quale non concediamo nemmeno il vanto di una maiuscola. In questo epico duello, si ergerà come una torre altissima e inattaccabile, la nostra pace, che è poi sempre roba Sua.  Sì, ma come si prega? Cosa ci aiuta e cosa no?

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