Lettera aperta agli omosessuali

o.195911
di Joseph Marlin
Caro amico,
non pensare che non ti capisco. No, ti capisco benissimo. Non voglio dire che so tutto, non mi ermetterei mai. Ogni persona è diversa, ognuno ha la sua storia. Due parole pero vorrei dirtele. Cerca di ascoltarmi. Togliamo di mezzo tutto, il ddl Cirinnà, le coppie omogenitoriali, i diritti civili, la chiesa retrograda. Togliamo di mezzo tutto per un secondo. Oggetto di questa lettera è una cosa diversa: è la felicità. Voglio parlare di come ti senti veramente. Come stai? Non a livello superficiale, davvero. Sei felice? È vero, puoi rispondermi che nessuno lo è, che la felicità non esiste. Ma stai camminando per cercarla in qualche modo?
Probabilmente si, e il modo migliore che hai trovato dopo tante sofferenze è quello che, forse, stai vivendo ora: l’affermazione della tua identità omosessuale. Non voglio mettere in discussione le tue scelte, può darsi siano le più giuste per te, e che lì tu stia vivendo la tua completa felicità. Per me le cose sono andate un pò diversamente.
Vorrei parlarti della mia esperienza, dirti ciò che ho vissuto. Già, ma da dove cominciare? È così difficile esprimere a parole un’esperienza umana, che non è fatta solo di concetti e parole ma anche di carne, sangue, vista, tatto, intuizioni più o meno coscienti. Provo ad andare con ordine.

 Io ho sempre saputo di essere gay. Semplicemente non ho mai pensato di essere etero. Alle medie è stato il momento in cui ho preso maggiore coscienza sull’attrazione. Dentro di me, però, sapevo da parecchio tempo di essere diverso. Ne parlai con qualcuno già a quell’età. Mi ricordo che quello che dicevo era “Da quando ho ricordi è sempre stato così.” Questo per dire quanto fosse radicata in me questa percezione. All’epoca non mi interessava la questione ci sono nato o diventato, né mi interessava andare troppo a fondo alla questione del perché fossi così. Pensavo non fosse utile. Sapevo solo di essere così. Non c’era possibilità né volontà di cambiamento, dovevo cominciare a conviverci. Cominciai i miei primi incontri, quindi, molto precocemente. Per lo più con uomini conosciuti in chat, più grandi di me. Una volta capito chi ero, cercavo un modo per adattarmi e cominciare a sperimentarmi, insomma. Mi ricordo che in quel periodo, sempre alle medie, feci qualche incontro con uno psicologo dello sportello di ascolto nella scuola. Tutto il suo lavoro fu di mostrarmi come non ci fosse alcun problema nell’omosessualità, che dovevo accettarmi e smettere di soffrire per colpa della società omofoba. E così feci. Cominciai a vivermi qualche storia, qualche incontro, a parlare di me con qualcuno. Sempre, devo dire, trovai persone che mi accettavano, mi spingevano a non farmi troppo problemi, a proseguire su questa strada. Se questo era quel che ero, avevo diritto di esprimerlo. Alcuni poi, per lo più ragazze, mi adulavano parlando del mio coraggio e di quanto fosse speciale. Questo devo dire mi dava un senso di conforto e calore.
A un certo punto, però, mi resi conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto.Erano gli anni del liceo. Un liceo a predominanza femminile e qualche ragazzo qua e là. Già, i ragazzi. Semplicemente non avevo nessuno strumento per entrare in contatto con loro. Li guardavo da lontano. Erano così diversi da me. Li ritenevo stupidi, superficiali, insensibili, incapaci di un dialogo con le donne, su cui io invece ero parecchio ferrato. E probabilmente a volte era vero. Probabilmente per molti aspetti ero una persona migliore di loro. Perché allora mi attiravano così tanto? Perché facevo fatica persino a salutarli? Li giudicavo inferiori e diversi. A volte, però, mentre li sentivo ridere sguaiati su una qualsiasi cavolata dopo l’ora di educazione fisica in cui si erano sfidati su un campo da calcetto ed io a guardarli, avrei dato qualsiasi cosa per essere uno di loro. Ma come si faceva? Poi qualcosa precipitò. Un ragazzo, uno di loro, il più bello, il più disinibito e per me il più virile cominciò a rapportarsi più apertamente con me. Io in un misto di paura e gioia cercavo di essergli amico. Lo usavo come scudo per rapportarmi con gli altri, che vedevo ancora così lontani. La nostra però era un’amicizia che mi feriva profondamente. Lui sapeva farci con tutti. Io no. Lui doveva essere mio, dovevo avere da lui tutte le attenzioni. Dovevamo essere sempre più intimi, un’intimità che non mi bastava mai. Mi stavo innamorando, pensavo. O volevo essere lui? Non capivo. In tutto questo, il colpo finale. Un giorno venne e mi disse: “Tu sei morboso, triste, io non voglio più stare con te, voglio stare con gli altri, lasciami in pace”.

Precipitai nell’abisso. L’abbandono. Perché non andavo bene? Perché io no e gli altri si? Come si faceva ad essere uno di loro? Sentivo come se loro mi disprezzassero, non mi ritenessero degno di essere uno di loro, ma io desideravo cosi ardentemente la loro virilità. Spesso fantasticavo sessualmente su diversi da loro.
Poi cominciò a emergere l’angoscia, dormivo male, pensavo continuamente a loro, a lui, il ragazzo di cui mi ero invaghito. Ci pensavo, ma mentre eravamo a scuola avevo una terribile paura che mi impediva il rapporto. Fuggivo. Li respingevo. Li desideravo come non mai. Cominciai a stare malissimo durante le ore di scuola, la sera facevo fatica ad addormentarmi. Ero distante da loro. Volevo essere vicino. Non sapevo farlo. Mi rifugiavo nelle mie fantasie.
Finì tutto nello studio di uno psicologo. E da lì cominciò a venir fuori il mondo sommerso che avevo dentro. Uscirono fuori tante dinamiche all’interno della mia famiglia di cui ero ed ero stato vittima: una madre triste, ipercritica nei confronti del marito, un padre lontano emotivamente ma allo stesso tempo molto presente in forma autoritaria. Avevo una fottuta paura di lui. Era così lontano, così imperturbabile. Almeno ai miei occhi. Cominciò ad essere chiaro il distacco difensivo che avevo messo in atto nei suoi confronti e poi in generale con il mondo degli uomini.Cominciò ad essere chiaro l’attaccamento morboso di una madre di cui credevo di dover curare l’infelicità. Dove era lì lo spazio per me? Dove erano lì i luoghi dove poter esprimere il bambino che ero? I tentativi di spontaneità che avevo venivano repressi. Non potevo uscire dal ruolo che loro mi avevano dato, pena la loro lontananza. Attenzione, non sto parlando di una famiglia disastrata, o di maltrattamenti subiti o chissà quali abusi. Una famiglia all’apparenza normale, che però mi ha ferito enormemente. Con il mio terapeuta, cominciai ad analizzare anche le mie relazioni attuali. Anche da lì uscirono fuori tante cose, proprio a partire dal confronto reale con quel gruppo classe che tanto mi aveva ferito. Uscì fuori quanto in fondo fossi invidioso di loro, quanto mi sentivo inferiore, quanto tendessi a sessualizzare proprio i ragazzi che mi sembravano essere più diversi da me, che avevano caratteristiche che io sentivo mancanti in me, riconducibili tutti all’idea idealizzata e lontana che avevo di virilità e mascolinità.

Era sempre più chiaro, non li desideravo solo sessualmente, c’era qualcosa di più, io volevo essere loro! Mi vennero dati quindi degli strumenti per provare a relazionarmi in modo nuovo con loro, per trovare un contatto più vero di quello che avevo nelle mie fantasie e atti sessuali. Fu un mondo del tutto nuovo e inesplorato per me. Richiedeva sforzo e impegno quotidiano da parte mia, obbligandomi a vincere in qualche modo strati di vergogna e distacco difensivo. Era una fatica diversa da quella che avevo sperimentato fino a quel momento nelle mie relazioni, era una fatica che mi riconnetteva con me stesso e con gli altri. In sintesi: dovevo sfidare ciò che mi faceva più paura, invece di scappare e poi fantasticarci sopra.

Poi un ricordo, come fosse ieri, durante la gita di fine anno. Eravamo tutti lì. I ragazzi. C’ero io, il ragazzo di cui mi ero invaghito un paio di anni prima e gli altri. Ridevamo, scherzavamo. Le ragazze con cui ero abituato a stare poco più in là. Non so come spiegarti. Forse stavo ricevendo i frutti di tutta quella fatica verso la ricerca della mia identità. A un certo punto io ero uno di loro, semplicemente. Non ero più attratto da loro. Non ne avevo bisogno. Ero lì con loro. Non avevo più paura. Ero nel posto che mi era sempre spettato e che avevo sempre desiderato: il mondo degli uomini. Nei tempi che seguirono mi accorsi con sempre più chiarezza che più stavo in quel posto più le attrazioni diminuivano. Non so trasmettervi la gioia per chi viene dalle mie difficoltà di sentirsi connesso in modo autentico con altri uomini. Da uomo a uomo. Da pari a pari. Guardarsi negli occhi, da fratelli. Sulla stessa barca. Non so trasmettere la sensazione di scambiarsi abbracci virili, senza voler rubare niente o sentirsi inadeguati. La gioia di raccogliere tutto il coraggio che hai, scendere di nuovo nel campo che ti attirava e ti spaventava allo stesso tempo. Nel campo di pallone, per esempio. Scoprirsi non dei campioni, ma degni di starci. Accettare anche consigli, perché tu su quel campo non ci scendevi da anni. La gioia di quando ti passano la palla, e magari fai anche un gol. La gioia di riscoprirsi uomo, magari in uno spogliatoio o davanti a una birra. Non superuomo, ma sufficientemente virile sì. Degno. Quando ci arrivai, capi che sì, cazzo, lì era la mia felicità. Li era dovevo volevo stare, da sempre, quello per cui avrei lottato tutta la vita. Non quell’abisso di chiusura, difficoltà, ossessioni in cui ero caduto.

Poi le cose si susseguirono ad una certa velocità: un potere sempre più forte nelle relazioni, una maggiore iniziativa nelle scelte, il chiarimento con papà. Quella volta in cui lo abbracciai e piangendo gli dissi: mi hai ferito ma io voglio essere un uomo come te. Non so come, poi, a un certo punto mi baciai con una ragazza. Non esplose mai dentro di me una carica eterosessuale, non so perché lo feci. Qualcosa mi spingeva. Forse ora catalogavo le ragazze diverse da me e provavo curiosità per loro. Anche sessuali. Avevo reazioni fisiche. Questo si consolidò sempre di più. A un certo punto sapevo chi ero e cosa volevo.

Bene. Sono passati quasi dieci anni. Sono successo tante cose. Tante volte ho detto: ok, finito, ci sono, qui mi fermo, ho raggiunto quello che volevo. Ma ho scoperto che non si arriva mai. Ho scoperto la mia debolezza. Tante cadute. Ho scoperto che la sofferenza che ho provato da bambino andava oltre quello che mi sarei immaginato. Quella storia poi con la ragazza del bacio, non andò granché. Ma poi ho conosciuto una donna forte ma delicata allo stesso tempo, che mi sostiene e mi spinge a diventare sempre di più ciò per cui sono nato. Ah giusto, dimenticavo un paio di cose: io e la donna in questione ci sposiamo. Tra poco più di un anno. Oggi sono uno psicologo. Lavoro anche con bambini e ragazzi nell’ambito dello sviluppo dell’identità di genere. Sogno una psicologia che possa dare a tutte le persone una seconda possibilità rispetto alle loro ferite inferte nell’infanzia, come è successo a me. Sogno una psicologia che fornisca strumenti per rendere le persone capaci sempre di più di fare scelte libere e consapevoli, e se possibile aiuti le persone a volgere lo sguardo verso valori umani, stabili e positivi. Proprio per questo voglio ringraziare di cuore il mio terapeuta: la persona che so che per primo crede in questa psicologia e ha saputo trasmettermela. Oggi sono un uomo immensamente più vero, stabile, determinato, onesto, con delle intenzioni e motivazioni verso cui tendere rispetto a diversi anni fa. Enormemente più felice.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Probabilmente puoi liquidare questa mia storia che ti ho consegnato con il cuore in mano in due parole, dicendo semplicemente “non eri gay” o “sei solo un gay represso a cui hanno lavato il cervello”. Oppure no. Oppure puoi provare a lasciarti interrogare da quello che ti ho scritto. Puoi provare a vedere se ci ritrovi qualcosa di tuo. Possiamo guardarci negli occhi e provare a dirci la verità sulle nostre vite, in qualche modo. Probabilmente hai già sofferto parecchio. Rischi di aggiungere ferite a ferite. Forse non è tutto riconducibile all’omofobia interiorizzata, a presunti geni gay o al fatto che l’amore è comunque amore. Forse qualcosa è stata toccato nel profondo della tua identità di uomo e di donna. Forse è successo talmente tanto tempo fa che non ne hai ricordi. Forse, però, da qualche parte, nel fondo del tuo cuore, c’è la possibilità di prenderti cura di quella sofferenza. Te lo devi. Il rischio è che qualunque scelta che hai fatto e farai in futuro sia per scappare da lì, per non guardare dentro quell’enorme buco. Ma è possibile guardarci dentro e sopravvivere. Te lo devi. Non fermarti alla prima opzione che ti viene data. Non si tratta di provare a essere etero. Qui è in ballo qualcosa di diverso. E non importa il risultato del percorso. Quello che conta è quanto vorrai essere onesto nel vedere chi sei, chi eri, chi avresti potuto essere e soprattutto chi vuoi essere oggi. E muoverti in quella direzione. È in ballo la verità della tua identità. Non aver paura di continuare a camminare, di continuare a cercare la felicità.
Joseph Marlin

88 pensieri su “Lettera aperta agli omosessuali

  1. Giusi

    Questa lettera mi fa rabbia. Non la lettera in sé: quella è bellissima. Mi fa rabbia l’ignoranza, la mistificazione che c’è in giro ed è tanta. Mi fa rabbia che tanti cattolici, magari in buona fede, dicano che omosessuali si nasce e non se ne può uscire. Mi fa rabbia che tanti professionisti per il “tengo famiglia” (che non mi permetto di disprezzare) siano costretti o ad agire di nascosto (una mia amica psicologa ha fatto uscire diversi adolescenti dall’omosessualità ma non lo pubblicizza) o addirittura a mentire se costretti ad esporsi. Mi fa rabbia soprattutto che non si dia l’aiuto giusto a chi si trova in una situazione di sofferenza perché tanti psicologi anziché indagare seriamente le cause dicono, come è scritto in questa lettera e come ha raccontato anche Luca Di Tolve nel suo libro, che bisogna accettare la propria omosessualità e viversela portando tanti adolescenti ad intraprendere un percorso fondamentalmente squallido di chat e di vizio . Mi fanno rabbia le ostentate famiglie del Mulino Bianco che ora sono quelle gay. Io un amico gay l’ho avuto sul serio in epoca non sospetta quando non c’era ideologia. Era (è mancato) un uomo molto intelligente e raffinato. Non ostentava la sua omosessualità. Ci conoscemmo ad una festa. Io seppi subito che era omosessuale perché una sua parente era mia amica ma trovavo piacevole la sua conversazione. Diventammo amici. A poco a poco si aprì fino a raccontarmi tutto del mondo omosessuale. Lui aveva un compagno ma mi disse che non conosceva nessun omosessuale fedele, mi parlò, con estrema onestà dei locali per gay e di quello che vi accade e dove andava anche lui come in preda ad un impulso irrefrenabile. Mi parlò della sua storia familiare. Lui non ebbe alcun aiuto anche perché non si sognò nemmeno di palesare i suoi problemi durante l’adolescenza. Adesso che non è un problema parlarne viene affrontato tutto con un’estrema superficialità addirittura si stabilisce (famoso il caso della figlia della Jolie) che una bambina desidera essere maschio e la si asseconda! Non c’è onestà. C’è l’imposizione di un’ideologia che vuole dominare tacciando gli oppositori di oscurantismo. Per ottenere questo si è pronti a calpestare qualsiasi cosa: la sofferenza altrui, l’onestà professionale, la libertà di pensiero, i diritti dei bambini che vengono ridotti ad oggetti di compravendita per far passare l’aberrazione della “famiglia” omosessuale.

    1. Luigi

      Rileggo con calma questo intervento e con forza voglio sottolineare una cosa importante: conosco abbastanza la realtà gay e per questo posso dire che non è assolutamente vero lo stereotipo del gay che salta da un letto a un altro e tutto locali e roba varia. Né, tantomeno accetto l’idea che non esista la fedeltà in una coppia omosessuale. È vero che di infedeltà ce n’è molta, ma questo non basta per concludere che tutti i gay siano infedeli.

      1. Giusi

        Forse non tutti ma la maggior parte. Del resto trattasi di pratica intrinsecamente trasgressiva e la trasgressione è un’escalation (vale anche per gli etero trasgressivi ma converrai che un etero ha la possibilità oggettiva che a un gay manca di vivere una sessualità secondo la Legge di Dio poi per carità può scegliere di non seguirla ma il gay se vuol stare con il Signore può solo vivere in castità).

        1. Delio

          Non diciamo falsità, per favore.
          Parliamo di ciò che conosciamo e non ragioniamo per luoghi comuni.
          I pochi (tre) omosessuali che conosco personalmente hanno relazioni stabili e non sono affatto promiscui.

        2. Luigi

          Il fatto che lei usi il forse, per obiettare quanto scrivo, mi fa dubitare che abbia “ascoltato” quanto ho cercato di dirle. Il fatto poi che afferma di basare le sue conoscenze in merito, su una sola amicizia e su dossier che non è chiaro a quale periodo storico si ascrivano, beh, mi lascia molto perplesso.
          Mi spiego con un esempio: se io fossi ateo e mangiapreti e avessi un solo amico frate, per di più scontento del suo stato religioso e sempre pronto a denigrare il proprio Istituto religioso e la Chiesa, sarebbe sufficiente per concludere e confermare la mia pisizione avversa alla Chiesa, io, che tutti i religiosi e la Chiesa sono realtà orrende? Se a queste aggiungessi letture con taglio negativo fatte in chissà quale periodo (fortunatamente esiste il cambiamento, quindi le situazioni evolvono, perciò bisogna documentarsi), sarebbe ancora sufficiente per avere una un’idea precisa della realtà della Chiesa e dei suoi consacrati?

          @vanni
          Rispondo qui alla sua osservazione circa il mio risentimento verso Giusi. No, non ero risentito, né tantomeno penso di essere stato cafone: ho solo posto le due domande, le stesse che – da quando ho iniziato a scrivere (dalle elementari all’università) – mi sono sentito sempre ripetere, anche se cambiavano le parole: “quale è la fonte cui attingi quello che hai scritto? E quale criterio usi per presentarlo?”

          Me lo sono sentito ripetere talmente tante volte che ormai la mia forma mentis mi costringe a cercare prima di tutto la fonte cui è attinto il contenuto che leggo. Buona giornata.

          @per tutti gli altri. Risponderò con calma. Ora vado a combattere con un lavoro al pc prima di andare a lavoro…

          Ps: grazie a tutti 😉

        1. Luigi

          @Giusi
          Mi dice tanto sì, purtroppo. Mi dice che lo stereotipo è duro a morire, ma non solo questo.
          Qui però non voglio spostare l’attenzione…

          E credo che non abbia voluto rispondere alla mia domanda. Non che fosse necessario, visto che ho la sensazione che manchi la disponibilità al dialogo. La cosa non mi meraviglia mai quando vedo che il mio interlocutore non mostra disponibilità a lasciare per un attimo la sicurezza delle proprie convinzioni. Pazienza…

          Le auguro ogni bene da Colui che conosce i cuori di ciascuno.
          Buon cammino!

          1. Giusi

            L’amico era uno (non è facile trovare veri amici) ma il mondo omosessuale attraverso lui l’ho conosciuto (anche altre persone). Se non avessi disponibilità al dialogo non penso che il mio amico (ed erano altri tempi glielo assicuro) si sarebbe così aperto con me. Io non l’ho mai giudicato.

            1. Luigi

              @Giusi
              Non metto in dubbio la sua ultima osservazione. Il guaio é – e questo me lo concederà, spero – che da come scrive, la mia percezione è che lei voglia basare tutta la comprensione dell’argomento in questione senza smuoversi di un millimetro da quella immagine che si è fatta attraverso i racconti del vissuto del suo amico. Ecco perché ho lamentato la mancanza di disponibilità al dialogo. Ovviamente, non è da prendere come un’offesa: i limiti della realtà virtuale sono purtroppo evidenti.

              Buon cammino e buona giornata!

              1. Giusi

                Luigi io non parlo del suo caso particolare che è stato frate e che dai suoi interventi vedo che comunque si rapporta a Dio, parla di peccato e non si accosta ai sacramenti. Lei palesemente non è un Charasma qualsiasi. Quello che mi dà fastidio è la pantomima generalizzata alla quale stiamo assistendo, il bombardamento mediatico che ci vuole presentare le “famiglie” gay come i fidanzatini di Peynet sulla panchina tutti cicì e cocò, cuoricini e bambini felici e le famiglie tradizionali di contro come covi di ogni bruttura e violenza. E’ per questo che mi sento di porre l’accento sull’oggettiva trasgressione del rapporto sodomitico e la trasgressione (vale anche per gli etero) cerca sempre nuove frontiere perché non ha un fine, è fine a se stessa. Ma come si può pensare che un bambino viva in un ambiente dove si pratica il vizio? Solo l’impazzimento delle menti può concepire un simile abominio.

                1. O solo credendo che il vizio e il peccato non producano “morte” (morte dell’anima, spirituale e di coscienza).
                  O credendo che vizio e peccato non siano più tali (roba d’altri tempi… Medioevo o giù di lì) 😐

  2. E’ molto interessante questa “lettera”…

    Mi permetto però sommessamente di sottolineare un errore di fondo in cui temo cadiamo un po’ tutti.
    L’errore è questo: scambiare una propria “tendenza”, che può essere anche disordinata, negativa, per il proprio essere.

    Nella fattispecie poi stiamo parlando delle tendenze di carattere sessuale.
    Ha senso dire: “sono (è) un omosessuale (gay)”?
    Di per sé non avrebbe neppure molto senso dire “sono un *etero*”…

    Se torniamo alla verità della cose – che per il credente coincide con la Verità Rivelata, che NON è astrazione, ma trova conferma nella realtà – Uomo e Donna Dio lì creò (o “lo” creò come ebbe a dire il Santo Giovanni Paolo II) con una precisa attrazione l’uno verso l’altra della quale è superfluo qui ricordare ogni valenza.
    La definizione di “etero-sessuale” (leggo da Wikipedia) nasce ne ’68, proprio in contrapposizione al termine “omosessuale”.
    Si avverte la necessità vera o presunta di definire un realtà di per sé già esaustiva, in contrapposizione alla tendenza ai rapporti omo-sessuali che sempre sono esistiti, ma che assurgono e pretendono essere riconosciuti al rango di una “realtà” dell’essere.

    Se la pratica di rapporti omosessuali è, come è, peccato (si badi bene NON la tendenza) e del peccato TUTTI siamo afflitti (sappiamo la genesi, la conseguenza e l’etimologia del peccato – “sbagliare il bersaglio”), possiamo definire un qualunque Uomo con il termine che definisce il suo peccato? Io direi di no…
    Certo, per abitudine e forse per praticità lessicale (che non è detto sia positiva) tendiamo a dire: “Tizio è un iroso!”, piuttosto che dire giustamente: “Tizio, pecca d’ira” o “è un uomo schiavo dell’ira” o altro. Ma identificare l’essere di una persona con il peccato di cui può essere o meno vittima (ripeto: vittima, lasciamo da parte la casistica di piena adesione ed esaltazione del proprio peccato), credo sia un grave errore.

    Anche Joseph cade in questo errore nella definizione di sé stesso: “Io ho sempre saputo di essere gay. Semplicemente non ho mai pensato di essere etero.” (…)

    Se ERA “gay” e aveva certezza di NON essere “etero”, perché avrebbe dovuto cambiare la realtà del suo essere? E perché questo suo essere procurava a lui tanta sofferenza?
    Avrebbero ragione coloro che sostengono che avviene per spinte esterne che ti fanno sentire “fuori posto”, non-accettato… ma non è così.
    La sofferenza profonda viene dal non far combaciare il proprio essere con il proprio agire o anche solo con le proprie pulsioni e/o tensioni.
    Sofferenza che ci riguarda TUTTI, perché come ci ricorda San Paolo: “…io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

    L’essere ci viene da Dio, diversamente non esisteremmo.

    Come potrebbe Dio darci un “essere” che è in aperto contrasto con la Sua volontà?

    Concludendo, continuiamo pure per praticità (ma sarebbe meglio no) a definire Tizio o Caio con i termini del peccato, ma stiamo attenti alla rischio molto concreto di finire per identificare la persona con il peccato che compie o che evidenzia la sua natura decaduta, mancando spesso di carità, dando giudizi che divengono condanna (a vita) e facendo credere che esista un realtà da cui non si può uscire (perché sei quello che sei…), anche se continuiamo ad affermare il contrario.

    1. «L’errore è questo: scambiare una propria “tendenza”, che può essere anche disordinata, negativa, per il proprio essere».
      Bariom, hai colpito nel segno! E’ proprio questo il punto: NOI non siamo semplicemente quello che facciamo/diciamo/pensiamo/desideriamo. Siamo infinitamente di più (e non per merito nostro). Eppure deve essere davvero difficile ricordarselo.

    2. Bri

      @Bariom
      Volevo scrivere qualcosa che non afferravo, poi ho letto il tuo

      “La sofferenza profonda viene dal non far combaciare il proprio essere con il proprio agire o anche solo con le proprie pulsioni e/o tensioni.”

      E mi son fermato: non è forse il peccato la ragione di questo mancato combaciare?

    3. Lidia

      Grazie per queste parole pacate e sagge che mi offrono uno spunto di riflessione nuovo su un tema che, al di là delle opinioni, mi pare sia intriso di sofferenza.

  3. …credo che nella vita degli omini ci siano cose ben più importanti delle tendenze sessuali e dei patimenti più o meno forti che queste possono creare, in ogni caso. Il che non toglie che sia legittimo che ognuno cerchi la sua felicità anche nel sesso nella famiglia nella convivenza quale che sia eccetra, ma “fatti non fummo a viver come bruti…”!

    1. Può essere legittimo ma è spesso ingannevole…

      Non si può trovare risposta alla nostra “sete di infinito” in ciò che è finito, come non si può trovare gioa (felicità) in ciò che non è buono o in ciò che non è vero bene.

      (certo va riconosciuto ciò che è veramente buono e vero bene – ovviamente) 😉

      1. Luigi

        Scusi Giusi, ma parla per esperienza personale riguardo alla brutalità delle pratiche omosessuali? E se non è per esperienza vissuta, su cosa basa queste affermazioni?

          1. Giusi

            Le devo inoltre ricordare quanto Citati raccontava di Pasolini o i reportage sul mondo gay che si trovavano su riviste come l’Espresso prima che scoppiasse il fenomeno AIDS? Faceva quasi figo descrivere le varie pratiche. Io, francamente, inorridivo……..

          1. Luigi

            @vanni, trova una mia risposta a questo suo intervento in una risposta a Giusi (in qualche post prima di questo)…

  4. Barbara

    Leggendo delle sue sensazioni ed emozioni alle medie e liceo sinceramente mi sembrano normalissimi problemi adolescenziali, come li abbiamo avuti tutti, almeno tutti quelli che alle medie non erano tra i “fighi” della scuola. Vale al maschile e al femminile. Sentirsi esclusi, avere paura a rapportarsi con gli altri, attrazione, voler essere come loro…Maddai?? Ma che problemi familiari, queste sono cose che passano tanti, tantissimi ragazzi e ragazze. Essere o sentirsi gay ha davvero poco a che fare con tutto questo. E poi vorrei capire una cosa: ma questo ragazzo ha mai baciato o avuto rapporti con altri uomini? Perché non riesco a capire. Parla di chat con uomini più grandi (ma quando, alle medie?) ma poi non sembra abbia mai “concluso” con nessuno (peraltro sotto i 14 anni è pure reato, mah). Penso che se sono solo pensieri, e non ha mai avuto contatti fisici (anche solo baci..) non può certo dire di essere mai stato gay, o nemmeno bisex.
    Un’ultima cosa: quando si ha paura di essere respinti spesso si cerca di fare finta di essere diversi e non volere quello a cui si anela. Magari fare il “gay” era un modo per dirsi differente dagli altri e fare finta di essere lui a non volersi mescolare invece che gli altri a non volerlo.

    1. Sinceramente mi sento di condividere le perplessità di Barbara in relazione a questa lettera aperta. Concordo nell’affermare che “essere gay o sentirsi gay ha davvero poco a che fare con tutto questo”. Avrei trovato il tutto molto più interessante, per lo meno per me, lo ammetto, se il protagonista fosse stato un ragazzo normale, incluso nella classe, mediamente capace a fare ogni cosa proposta dal gruppo e dagli adulti dentro e fuori dalla scuola, magari anche con qualche sprazzo di brillantezza. Io da adolescente ero così, non mi mancava niente a livello sociale, amicizie sincere e forti…eppure non sono mai stata come le mie amiche che morivano dietro i ragazzi e che con loro ci sapevano fare. “Semplicemente”, (e non ne vado entusiasta eh), perché non mi interessava proprio essere così, si trattava di una frustrante forzatura cercare di esserlo. Quando l’ho capito la prospettiva si è letteralmente ribaltata. Ma questa è solo la mia storia. In generale è sempre bello e utile raccontarsi e confrontarsi, quindi grazie!

    2. Giusi

      Ma doveva fare il disegnino? Parla di incontri con uomini adulti conosciuti in chat. Escludo dicessero il Rosario. E’ reato? Ah certo in Italia è impossibile commettere reati….

    3. signora

      Ad uno stesso problema possono esserci reazioni differenti!
      La non-sicurezza o la poca sicurezza di sé ricevuta dalla famiglia può portare i più fragili a varie conseguenze! Io per anni ho fatto l’associale anzi l’antisociale, altri per molto meno di ciò che ho passato io finiscono nell’anoressia, altri ancora in cattive compagnie!
      Ma lo sappiamo o no che ad esempio ci sono ragazze che son diventate bulimiche solo perché magari in un brutto momento della loro infanzia hanno ricevuto dei commenti poco carini sul loro aspetto?!
      La psiche umana è una cosa pazzesca e non va liquidata con un banale: sei sempre stato così, accettati!
      Il ragionamento che ha fatto Barbara secondo me ha lo stesso valore di chiedersi come mai due fratelli in seguito alla morte tragica dei genitori abbiano invece due reazioni differenti.
      Ripeto:
      non siamo tutti uguali e alle stesse ferite reagiamo in maniera diversa, e l’autore del testo da come ci ha spiegato l’aveva trovato la sua reazione nell’omosessualità.

  5. Gabriele

    Buongiorno. Il nome dell’autore (Joseph Marlin) è pseudonimo o il nome anagrafico? è italiano e lavora in Italia? Grazie per l’attenzione

  6. Luigi

    Leggo questa lettera e penso… Quando ero frate cominciai un cammino terapeutico e finalmente, a 29 anni, ebbi il coraggio di dirmi ad alta voce che sono omosessuale. Fu l’esplosione di una crisi che serpeggiava da anni e mi faceva stare male, molto male. Avevo sempre saputo delle mie attrazioni: fino ai 19 anni quanto sesso con un ragazzo in particolare! Eppure rifiutavo quell’idea di me come omosessuale. Desideravo cambiare con tutto me stesso, la teoria riparativa di Nicolosi era il mio pane quotidiano. Anche in terapia lavorammo molto su questi aspetti. Finché non mi resi conto che mi stavo logorando. Quanto dolore nell’accettare che il convento non era adatto per me, ma soprattutto, la fatica di guardarmi allo specchio e non riconoscermi in quegli occhi. Poi, una volta uscito ripresi a respirare e vivere: instaurai amicizie non sessualizzate con altri (gay e non) e, senza subire alcun lavaggio di cervello cominciai a stare meglio: scoprivo una normalità che prima non riuscivo ad accettare per principio e il principio vietava di comprendermi per esperienza. Poi venne il sesso sfrenato, ma non ero soddisfatto. Tornai in terapia e lì, più che affrontare un passato ormai passato e quindi incapace di dirmi cosa c’era di sbagliato, decisi che volevo provare a vivere con il peso del mio presente. Cominciai ad essere felice, sereno, e, soprattutto, finalmente non mi vergognavo di me allo specchio: mi riconoscevo. Solo allora è giunto l’amore e da quasi due anni convivo con un compagno. E sfido chiunque a venirmi a dire che non posso essere felice: per la prima volta in vita mia scopro la bellezza di un cuore che vive in pace con se stesso, che trova nel proprio compagno lo stimolo a migliorarsi sempre, con tutte le esigenze che l’amore comporta. Quanto prima predicavo per conoscenza intellettuale sull’amore, ora lo vivo per esperienza. E continuo a cercare e riconoscere il legame che mi lega al Cristo. E la pace che sperimento, mi basta per capire che ogni storia è una esperienza particolare: la mia, quella dell’autore della lettera e tanti altri. Ma questa non basta a generalizzare e concludere che io ho ragione e lui no o viceversa. Ognuno ha la sua storia e di questo può parlare. Il resto è solo pontificare inutilmente se rivolto a persone particolari, oppure fonte di dialogo costruttivo se le due parti sono disposte ad ascoltarsi senza giudicarsi. La guarigione che ogni persona cerca – sia etero, omo, trans ecc… – può solo venire dall’interno e solo se si è disposti a essere sinceri con se stessi. Buon cammino a tutti!

    1. Giusi

      Cioè ognuno secondo te trova una pace particolare e poi si rapporta a Cristo che dovrebbe dire ad ognuno purché sia felice (che parola abusata!) bravo? Sei stato frate. Ritieni dunque che la sodomia non sia peccato?

      1. Luigi

        Non esprimo un giudizio morale e soprattutto non mi piace parlare in termini di sodomia perché credo contenga in sé una buona dose di precomprensione e pregiudizi sull’omosessualità in quanto riduce tutto al mero aspetto sessuale e fisico. La mia felicità nasce dalla pace che finalmente provo nel riconoscermi allo specchio (non solo quello materiale) e non provare la sensazione di essere davanti ad uno sconosciuto. E in questo cammino di scoperta di me, sono aiutato dalla presenza del mio compagno nella mia vita. Per il resto ho scritto di essere un cercatore di Cristo: non lo rinnego e riconosco il mio peccato. Ma nell’intimità della mia coscienza e sulle mie scelte fatte alla Sua presenza, non concedo ad alcuno di entrare. Solo io e Lui sappiamo come ci sono arrivato e non passa giorno che non mi affidi alla sua misericordia, anche se non lo ricevo nell’Eucaristia…

        1. Perdonami Luigi, si può anche evitare (volendo) di utilizzare certi termini, ma evitarne l’uso verbale non implica una realtà concreta che il più delle volte è concretamente presente.

          Cristo ha preso su di Sé peccati concretissimi, non solo “teorie” di peccato… ma tu sai meglio di me che l’invito suo è quello di convertirsi completamente a Dio e nel perdonaci sempre ci ricorda e ammonisce: “vai e non peccare più…”

          Ora io posso essere, ad esempio, un uomo adultero (peraltro anche solo guardando con desiderio una donna che non è mia moglie – ed è Cristo che ce lo dice, non è invenzione di chicchessia). Se abitualmente convivo con una donna e abitualmente mi unisco carnalmente a lei, posso anche dire che non mi piace sentir parlare di sesso perché l’Uomo non è fatto di sola sessualità, ma la realtà concreta rimane e su questa lo stesso Cristo ha avuto una Parola e non è’ questione di “pregiudizi”… o sbaglio.

          Il fatto che dal “sesso sfrenato” con uomini o donne che siano, si passi ad un rapporto sessuale stabile, non è che migliori molto la cosa.
          Ci sono un genere di peccati che sono chiamati – non a caso – “mortali” ed è superfluo te li ricordi. Questi mettono a rischio la nostra Vita Eterna, ma non solo, fanno fuggire da noi lo Spirito Santo che è l’Unico vero motore della nostra vita spirituale…
          Unico vero intermediario, unico vero mezzo per avere Discernimento.
          E morto lo spirito in noi, potremmo dire che anche in questa vita terrena ci aggiriamo come un sorta di zombies.
          Nuovamente superfluo ricordare i 7 Suoi Doni, come anche sarà bene ricordare che il peccato contro lo Spirito e quello che non sarà perdonato. Tu sai bene, immagino, come si configura il peccato contro lo Spirito Santo:

          1 – Disperazione per la salvezza.

          2 – Presunzione di salvarsi senza merito.

          3 – Impugnare la verità conosciuta.

          4 – Invidia della grazia altrui.

          5 – Ostinazione nei peccati.

          6 – Impenitenza finale.

          Questi discorsi potranno sembrare duri o fatti solo di “regole”, ma la storia della Salvezza non poggia forse anche sulle famose tavole della Legge… e non mi pare siano andate in prescrizione. Per di più Cristo ci ricorda che “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”

          Io non so e lascio ovviamente a te (e al tuo confessore) sapere quale sia il tuo rapporto con Cristo, ma termini espliciti o meno che si vogliano usare, vi è più di una questione concreta (se vuoi anche di “concretezza spirituale”) che viene sollevata da ciò che tua hai messo in comune.

          La mia vita di serissimo peccatore, lontano da Cristo e dalla Verità che ci illumina attraverso la Sua Chiesa, mi ha insegnato a dubitare dei “sentimenti” del mio cuore. Delle supposte o momentaneamente vere “felicità”…
          Cosa è questa “felicità” che spessissimo prendiamo a parametro della giustezza del nostro vivere? O anche addirittura a conferma dell’essere nella Volontà di Dio…
          Vi sono Uomini che provano una aberrante “felicità” nell’infliggere le più atroci sofferenza ad altri tanto per capirci…

          Certo se si è sperimentato il “soffocamento” per anni, ora il tornare a respirare ogni tanto, può darci l’ebrezza di felicità, ma l’Uomo è fatto per respirare a pieni polmoni ogni minuto della sua vita, ma andare continuamente in “apnea”, alla lunga danneggia anche il nostro cervello e si può finire a prendere “lucciole per lanterne”… spero di aver reso la metafora.

          Buon cammino quindi… se sei veramente in cammino, verso Cristo, il cuore aperto al Suo Spirito, pronto alla rinunzia a Satana e alle sue seduzioni, ad amare Dio con tutto il tuo cuore, la tua mente e (guarda caso) il tuo corpo, non dubito Il Signore stesso si incaricherà di mostrarti la Via, le contraddizioni, gli inciampi, gli ostacoli, ma anche la Gioia (più che la “felicità”) della piena Comunione con Lui: Unico Vero Sommo Bene per la Vita dell’Uomo.

          1. Luigi

            Salve Bariom,
            del suo messaggio mi limito a sottolineare solo due aspetti.
            Il primo riguarda l’uso dei termini. Non mi piace parlare dell’omosessualità usando il termine sodomia, non perché mi ricorda la dimensione sessuale, ma perché è troppo riduttivo se lo applico a me stesso e alla realtà che vivo in quanto omosessuale. Io, sono io, non mi riduco in una dimensione solo fisica, perché sono molto di più di questo. Il termine sodomia, per il mio modo di vedere le cose (compreso il racconto biblico che condanna il dovere sacro dell’ospitalità, prima che quello sessuale, al punto che Lot offre le sue figlie pur di non venir meno al suo dovere di ospite) riduce la persona omosessuale al solo atto sessuale e questo è molto grave, perché in un colpo solo cancella tutta la ricchezza della persona, nella sua completezza di persona e della sua affettività. Mi può stare bene che parli di atti di sodomia, ma che di un omosessuale si parli in termini dispregiativi quale il termine in questione, no. Non so lei, ma questo termine a me pone subito l’idea di un giudizio morale sulla persona. Vivendola dall’interno, con tutte le difficoltà che la mia condizione omosessuale mi pone, le garantisco che in me c’è molto di più del solo stare sotto le lenzuola con il mio compagno. Non mi dilungo oltre, perché confido nel suo ascolto e riflessione in merito.

            Il secondo punto che metto in evidenza è che ho percepito nelle sue parole il ricorso sic et simpliciter al giudizio morale. Capisco la buona intenzione e la ringrazio, ma nell’introdurre il mio secondo intervento ho specificato, se non ricordo male, che sospendo il giudizio morale. Obietti pure che è sbagliato, ma devo fermarmi qui perché per spiegarle cosa intendo dovrei fare riferimento a una intimità che preferisco rispettare perché voglio custodire me stesso. Pensare in termini di giusto o sbagliato, e in questo modo parlarne con chi è lontano dalla fede, può sortire l’effetto opposto a quello desiderato, nonostante tutte le buone intenzioni. In ogni caso la ringrazio per le sue parole. Non mi lasciano indifferente.

            Probabilmente mi verranno in mente altre cose che potrei dirle, ma per ora mi fermo qui.

            1. @Luigi, mai pensato che la sua persona, come quella di chiunque altro, si riduca al solo “atto sessuale” o a qualunque altro suo “atto”…

              Ma il giudizio morale sul nostro agire, quello è necessario non venga né sospeso, né eluso. E’ un dovere prima di tutto verso noi stessi e il giudizio “morale” è qualcosa di più del “giusto o sbagliato”, credo…

              Ah, de “l’incongruenza che l’uomo sperimenta in sé…” avevo iniziato io a parlarne, “non può essere assolutamente compreso esclusivamente in termini di peccato.”
              Forse, forse è vero se parliamo di singoli peccati, ma da dove deriva la lacerazione profonda, l’incongruenza che l’uomo sperimenta in sé – quale potrebbe persino essere la malattia – se non dalla nostra nostra natura decaduta?
              Dall’incrinarsi della comunione tra la nostra corporalità e il nostro essere spirituale (ed ecco che la corporalità è tutt’altro che secondaria), tra il nostro essere profondo e Dio?

              Ci pensi, lei conosce bene la risposta…

              Buonanotte.

        2. @Luigi
          “La mia felicità nasce dalla pace che finalmente provo nel riconoscermi allo specchio (non solo quello materiale) e non provare la sensazione di essere davanti ad uno sconosciuto”

          Mi ha colpito questa affermazione. Mi ha colpito perchè pur sembrandomi chiara, nasconde qualcosa alla mia comprensione. Qualcosa che mi sfugge e che invece vorrei cogliere perchè ne percepisco l’importanza.

          Allo scopo pongo due domande, fiducioso che i tuoi trascorsi da frate mi garantiranno risposte comunque interessanti
          – perchè parli di felicità?
          – dove collochi il senso di un’esistenza?

          1. Luigi

            @Bri,
            Mi sorprende la sua prima domanda!
            Cosa la spinge a chiedermi perché parlo di felicità e, soprattutto, perché lo collega ai miei trascprsi di vita religiosa?
            Provo comunque a risponderle. Dato che il concetto di felicità è sfuggente come altri altrettanto grandi (libertà, in primis), le dico cosa intendo io con questo termine. Per me, la felicità è paragonabile alla pace che provo quando, seduto sulla sabbia, guardo il mare calmo all’orizzonte. Lì provo pace perché trovo una congruenza tra ciò che è in me e ciò che guardo in quell’orizzonte. Non è quindi uno stato di esaltazione momentanea che viene e va a seconda dei fattori contingenti, bensì qualcosa di stabile. Per essere ancora più esplicito le dico che sono, finalmente, felice perché sperimento una congruenza tra ciò che sono dentro me e quello che di me traspare all’esterno. Prima non accadeva e per questo stavo male.
            Colgo l’occasione per sottolineare un aspetto emerso in questo confronto (scritto non ricordo da chi): l’incongruenza che l’uomo sperimenta in sé, non può essere assolutamente compreso esclusivamente in termini di peccato. E per essere sicuro di non attirarmi le ire di qualcuno ed essere tacciato di eresia, riporto quanto ricordo di una specie di conferenza tenuta nel 2000 da uno psicologo (credo fosse Cantelmi, ma essendo passati anni, non sono sicuro): a volte la persona porta dei limiti che non possono essere superati solo con la fede e la preghiera, ma solo con il supporto terapeutico psicologico. Di conseguenza, si deve ammettere che l’incongruenza non deriva solo dal peccato.

            Infine, la seconda domanda verteva sul “luogo” in cui colloco la mia esistenza. Senza scendere la mia intimità e nel mio rapporto con Cristo, dico solo che mi vedo seduto a tavola con Lui e con il Padre, anche se mantengo ancora l’atteggiamento del figliol prodigo. Di più non voglio dire…

            1. @Luigi
              Chiedo scusa innanzitutto per aver usato il tu invece del lei.
              Ringrazio per le risposte e rispondo a mia volta a quanto mi chiede
              Non era mia intenzione legare la felicità ai suoi trascorsi, quanto esprimere la convinzione che parlando con una persona con quei trascorsi avrei ricevuto risposte interessanti: interessanti in quanto non banali, non prevedibili, cariche di vissuti ed esperienze senz’altro non molto frequenti.

              Separati i due aspetti, osservo che mi pare abbia risposto alla domanda “cos’è per lei la felicità?” quando invece la domanda era “perchè parla di felicità?”. Non so se approfittare della sua disponibilità al dialogo e riproporla.

              In relazione al discorso sul peccato, cui tra l’altro ho contribuito usando per primo quel termine, ci tengo a darle ragione sul fatto che il peccato non sia la sola ragione dell’incongruenza, però, forse (sottolineo forse) in ogni incongruenza si possono ravvisare gli estremi di una situazione di peccato (colpevole, consapevole, deliberato o meno che sia). Come dire che chiunque necessiti di supporto terapeutico psicologico starebbe comunque meglio se, pur fortuitamente, e pur avendo quel bisogno di terapia, vivesse secondo la legge che il Signore ha scritto nel suo cuore. Pura ipotesi, eh!

              Dalla seconda risposta noto che ho posto male la domanda. Non cercavo una risposta legata alla sua situazione, anche perchè appunto non volevo violare un’intimità che merita di rimanere tale. Era in senso generale, volendo filosofico, volendo religioso. La riformulo: qual è il senso della nostra vita qui sulla terra?

              Grazie, comunque, Luigi, delle sue parole.

              1. Luigi

                @Bri, chiedo scusa anche io per aver risposto senza centrare la domanda. Purtroppo, dal cellullare che uso per collegarmi qui, non ho la possibilità di avere sotto gli occhi gli interventi cui rispondo, quindi è facile che accada. Né mi collego dal pc per evitare di perdermi tra le pagine di internet, rischiando di non portare avanti un elaborato che urge terminare.

                Detto questo: perché parlo di felicità? Semplicemente perché è quello che sono: felice! Scoprirmi ogni giorno, fare esperienza della bellezza del Creato e del suo Artefice, godere della pace del cuore, tanto cercata prima di comprendere che non esiste felicità se prima non si fa la pace con se stessi… Tutte cose che mi attraversano interiormente e che rivedo nei miei occhi quando mi guardo allo specchio…
                Ecco perché parlo di felicità!
                Consapevole che molto ho ancora da camminare perché questa condizione continui a maturare…

                Dove colloco l’esistenza di una persona?
                Domandone!
                Per motivi di tempo devo limitarmi, quindi dico solo una cosa: il senso di tutto si riduce alla Relazione. E qui si aprirebbe un capitolone, ma le dico che, più passa il tempo, più mi convinco di questo. E la relazione è con se stessi, con Dio e con gli uomini.

                Spero di aver soddisfatto le sue domande!
                Buon cammino

                1. Bri

                  @Luigi

                  Si dice che l’appetito vien mangiando, ma non sarebbe giusto se non invitato a farlo

                  Buon viaggio a lei, caro Luigi

                2. La Relazione…

                  Buona risposta al “domandone”. Che porta ad altro domandone: “Su cosa deve basarsi, reggersi, svilupparsi, la Relazione?”

                  La risposta facile, facile, potrebbe essere l’Amore…

                  Al che è lecito chiedersi: “Che tipo di Amore?” o “Cosa si intende per Amore?”; “Qual è la *fonte* dell’Amore?”

                  Giacché abbiamo tre soggetti in quelli che ha indicato come partecipi di questa Relazione, vi è una priorità di Relazione (diciamo una gerarchia)? Come questa priorità (se esiste) influisce sulla Relazione?

                  Si potrebbe contiinuare…
                  Non mi aspetto risposte, non necessariamente, le pongo alla riflessione.

                  Buona giornata (che già il cammino lungo un giorno non è cosa scontata).

  7. Erica frattini

    Io da piccola volevo essere un maschio, poi alle medie mi sono innamorata di una ragazzina. Non saprei dire se le 2 cose siano collegate o non centrino.
    Sicuramente della ragazzina ero innamorata, una cosa fortissima. Stavo malissimo quando pensavo che lei non avrebbe mai potuto amarmi. Mi si spezzava il cuore.
    Però ero piccola, oltre a lei non pensavo a cercarmi una morosa. Fino a 15 vivevo in un mondo mio. Poi all improvviso un desiderio fortissimo di trovarne una.
    Passano gli anni, mi capitano tante cose che mi fanno chiudere nei confronti del mondo. Di certo io non andavo a locali o a Chat da minorenne. Però il desiderio di una morosa era un ossessione.
    A 19 anni capisco che internet è l unico mezzo di cui dispongo.
    Giro vari siti, il numero di ragazze con cui esco di persona si conta su una mano. Nessuna vuol farsi vedere a quanto pare.

    Ora inizio a chiedermi se l omosessualità sia davvero un disturbo e non sia reale. Penso allo squallore di certe ragazze che si fanno fotografare con t shirt con scritto “viva la f***” e che cornificano a tutto spiano…
    VOI vorreste una famiglia?

    1. Luigi

      Erica, comprendo per esperienza quanto scrivi (scusa se uso il tu. Me lo concedo vista la giovane età). Purtroppo quella che descrivi è una triste realtà, ma anche per esperienza posso garantire che nella vita reale é possibile incontrare persone serie e belle che non riducono tutto alla mera sfera sessuale…

    2. Ciao Erica,
      a parte che non ho capito qual è la tua condizione a livello affettivo e sessuale al momento, credo che la tua visione del “mondo” omosessuale sia decisamente riduttiva. Capisco – molto bene, credimi – la scottatura data dall’esperienza in chat, ma ti invito, se ti interessa, ad andare oltre. Le chat di incontri in generale sono luoghi virtuali tristi (anche quelle per eterosessuali), in primo luogo perché pongono la persona su un piano di mercato: foto altezza, addirittura peso (tutte informazioni facoltative, tuttavia…squallore). Se posso permettermi di darti un consiglio: non farne più uso, ho smesso anche io, tanto tempo fa, perché ho capito che il mio bisogno di amore non può decisamente essere colmato così. Ti assicuro che esistono ragazze lesbiche nel mondo vero, che sono proprio delle belle persone. Poche, ma belle.

  8. signora

    Ad uno stesso problema possono esserci reazioni differenti!
    La non-sicurezza o la poca sicurezza di sé ricevuta dalla famiglia può portare i più fragili a varie conseguenze! Io per anni ho fatto l’associale anzi l’antisociale, altri per molto meno di ciò che ho passato io finiscono nell’anoressia, altri ancora in cattive compagnie!
    Ma lo sappiamo o no che ad esempio ci sono ragazze che son diventate bulimiche solo perché magari in un brutto momento della loro infanzia hanno ricevuto dei commenti poco carini sul loro aspetto?!
    La psiche umana è una cosa pazzesca e non va liquidata con un banale: sei sempre stato così, accettati!
    Il ragionamento che ha fatto Barbara secondo me ha lo stesso valore di chiedersi come mai due fratelli in seguito alla morte tragica dei genitori abbiano invece due reazioni differenti.
    Ripeto:
    non siamo tutti uguali e alle stesse ferite reagiamo in maniera diversa, e l’autore del testo da come ci ha spiegato l’aveva trovato la sua reazione nell’omosessualità

  9. Marina umbra

    Caro Luigi…..niente ha valore se non si è in comunione con Gesù’. Ti prego …egli è il sommo bene. Con umiltà’ abbandonati a Lui e sottomettiti al Suo disegno su di Te. Tua sorella in Cristo.

  10. Qui siamo oltre il tacchino induttivista: si prende un caso, del tutto verosimile, e si insinua un dubbio… Ma allora? Non sarà che tutti i gay…? No, non ci siamo proprio. L’unica cosa che questo caso dimostra è che la sessualità è qualcosa di molto più complesso e articolato di quanto chi voglia incastrare ogni individuo in una categoria possa comprendere.

    1. Luigi

      Pienamente d’accordo. Ecco perché la teoria riparativa di Nicolosi ha fallito miseramente con me almeno… Ogni persona è un unicum irripetibile e come tale va rispettata.

    2. Giusi

      Il problema non è questo. Il problema è che non vengono lasciate aperte tutte le strade. C’è una demonizzazione di chi vuol seguire la teoria riparativa e degli psicologi che la applicano. Si dà per scontato che chi sente pulsioni omosessuali stia senz’altro benissimo e lo si invita ad accettare quella condizione. E invece così sempre non è. Mi pare chiaro che chi come Luigi ritiene di sentirsi bene nella sua condizione di omosessuale la possa vivere liberamente. Poi col suo passato di frate, Cristo e il Padre si rapporterà lui come meglio crede. Ma non c’è la stessa libertà per chi invece vorrebbe liberamente uscire dalla condizione di omosessualità. Nel gruppo Lot le Iene hanno mandato infiltrati, Luca Di Tolve non lo invita nessuno mentre Cecchi Paone imperversa ovunque. Gli psicologi che aiutano chi volontariamente vorrebbe uscire all’omosessualità rischiano denunce, radiazioni e accuse di omofobia. E’ questo che non va.

  11. Fabrizio Giudici

    Caro Luigi,

    non sapevo se risponderle o no… intanto perché per scelta non entro in tutte le discussioni qui, sapendo che ci si impegna a portarle avanti e il tempo non sempre c’è; in secondo luogo perché la questione è “terribilmente personale” e su questioni di sessualità, vivendo in castità (eterosessuale) senza problemi, posso dire poco per esperienza personale; in terzo luogo perché molti, tra cui Bariom e Bri, già stanno dando contributi molto validi, con più capacità di quanta ne avrei io…

    Tuttavia, ha toccato un punto su cui mi sento più competente, la questione della felicità… arrivati a questo livello è poco importante da dove siamo partiti, omosessualità o no. La domanda di Bri è fondamentale, secondo me. Leggo la sua risposta:

    Per me, la felicità è paragonabile alla pace che provo quando, seduto sulla sabbia, guardo il mare calmo all’orizzonte. Lì provo pace perché trovo una congruenza tra ciò che è in me e ciò che guardo in quell’orizzonte. Non è quindi uno stato di esaltazione momentanea che viene e va a seconda dei fattori contingenti, bensì qualcosa di stabile. Per essere ancora più esplicito le dico che sono, finalmente, felice perché sperimento una congruenza tra ciò che sono dentro me e quello che di me traspare all’esterno. Prima non accadeva e per questo stavo male.

    Proprio perché lei sente che questa è una cosa stabile, non può essere felicità, ma un inganno. Lei sa bene Chi è che inganna. Circa una decina di anni fa io, in una situazione totalmente diversa dalla sua, molto tranquilla, mi sentivo “a posto”, coerente con me stesso, “felice”, seguivo la legge di Dio, certamente da peccatore, ma senza problemi evidenti. Dio mi diede una bella scoppola per svegliarmi da questo stato. Ho scritto “svegliarmi” perché è uno stato di torpore che nell’immediato può apparire innocuo, ma alla lunga diventa pericoloso. Infatti, la felicità sulla Terra non esiste, se non proprio in brevi istanti in cui si può avere un’intuizione di quel che sarà. Se è stabile, è una sensazione menzognera. Non c’è nessun santo che mi risulti che non si sia sentito inquieto fino all’ultimo momento della sua vita, perché questo è inevitabile nella nostra natura umana. Dobbiamo essere sempre inquieti, in qualche modo “infelici”, perché siamo in cammino. Diversamente, ci viene da sederci, poi ci accontentiamo del posto in cui stiamo e… buonanotte. Da questo ovviamente deriva anche il rapporto con il Cristo… qui si entra nel privato, Lei dice, giustamente, di non voler entrare nei dettagli – né qui si potrebbe, in pubblico, fare di più – e quindi anch’io non posso affermare più di tanto… Ma è sicuro che lei non si sia creato il suo modo soggettivo di vedere Cristo e rapportarsi a Lui? Ha un padre spirituale con cui si consulta periodicamente? Lei dice di non fare la Comunione, se non erro, e questo è coerente con il suo stato, e per certi versi è un buon segno, perché non pretende di riceverla impropriamente. Ma, accidenti, dovrebbe sentirsi totalmente inquieto per questo. Glielo dico, perché in questo momento è anche il mio stato (non ricevo il Sacramento da qualche anno) ed è il primo pensiero quando mi sveglio e l’ultimo prima di addormentarmi.

    1. @Fabrizio, interessante anche il tuo contributo.

      Fraternamente e con sofferenza mi si solleva una domanda riguardo il tuo non ricevere l’Eucarestia da qualche anno…

      Non ti chiedo assolutamente spiegazioni, certo poi non in un simile contesto, ma la mia preoccupazione è sincera per cui, non ravvisando dalla tue parole nel descrivere la tua situazione anche in altri tuoi commenti, mi permetto di ipotizzare un eccesso di scrupoli, dato che sono ben poche le condizioni che ci impediscono di accostarci al Sacramento e che non possono essere rimosse con l’aiuto della Grazia.
      Se così fosse, gli eccessivi scrupoli sono anch’essi inganno… e tu sai Chi è che inganna! ,-)

      Scusami ancora se mi sono permesso pur non pretendendo risposta alcuna…

    2. Luigi

      @Fabrizio
      Mi scuso se l’ho fatta attendere…
      Ho pensato a quanto lei mi ha scritto e verrebe voglia di scrivere tanto, ma non posso.
      Riguardo la felicità, mi sembra di essere su una linea diversa dalla sua. Penso, infatti, che la felicità sia possibile e stabile. Altrimenti sarebbe un’emozione passeggera. Ciò non toglie che pur essendo felici si sperimenti una sana inquietudine. Anche perché, ogni tanto bisogna pur alzarsi da quella spiaggia, altrimenti sai che palle una felicità sempre uguale a se stessa!
      Anche io sperimento una certa inquietudine, perché sono sempre in cammino e spesso mi pongo domande difficili…

      Termino permettendomi una osservazione che mutuo dagli scritti di Teresa d’Avila, anche se non è una citazione letterale: quando qualcuno vuole Servire il Signore, non deve temere di restare senza il suo aiuto. Il rischio è di relegarsi a una falsa umiltà e, col pretesto di aspettare quello giusto, per essere più perfetti, si corre il rischio di morire di fame. Perciò cerchi un qualsiasi sacerdote e si confessi con tranquillità. Almeno lei, da quanto mi scrive, non ha particolari impedimenti a ricevere l’assoluzione!
      E quando lo farà, ricordi di pregare pure per me!

      Buon cammino!

  12. Fabrizio Giudici

    @Bariom “Scusami ancora se mi sono permesso pur non pretendendo risposta alcuna…”

    Puoi permetterti, anzi apprezzo l’interessamento… 🙂 Ti rispondo, perché la situazione non è particolarmente complessa né riguarda segreti intimi, e può essere utile a terzi. In realtà, la situazione da un certo punto di vista è migliorata: i motivi interiori sono stati sostanzialmente rimossi. Il problema ora è che il mio confessore è tornato al Creatore. Colpa mia non prevederlo (e non aver iniziato a cercare alternative per tempo): era quasi centenario, acciaccato ma apparentemente inossidabile… però nessuno è eterno, ovviamente. Il problema è la penuria di preti decenti che conosco. Oltretutto, di due che avevo individuato, uno è stato subito trasferito e l’altro “promosso”, e conseguentemente pure trasferito (avevo fatto appena in tempo a riprendere il contatto…). Ma questo è un problema risolvibile, solo richiede un po’ di tempo.

      1. Fabrizio Giudici

        “Non hai un confessore stabile o padre spirituale”

        Come scrivevo sopra, c’era, ma è mancato da poco… E quindi ora devo cercarne un altro.

        1. @fabriziogiudici
          Io son convinto che il tuo confessore stia chiedendo il permesso al Signore per venire a prenderti per un orecchio e portartici lui dentro un confessionale, luogo ideale da cui condurre la ricerca del suo successore, tra l’altro 🙂

        2. @Fabrizio, non è certo questo il punto (e lo hai di certo ben compreso)…

          Fai attenzione però, senza alimento “solido”, per quanti “integratori” si possa assumere, l’anima nostra deperisce e muore, né può combattere contro il peccato o gli attacchi del Maligno… diversamente diremmo che l’Eucaristia è “cosa accessoria”.

          Tolto il caso in cui cibarsi del Corpo di Cristo divenga per noi motivo di condanna e vi sia concreto impedimento a rimuovere l’ostacolo, non esiste altro motivo che giustifichi l’astenersi.
          …ma qui mi fermo.

          Buona giornata.

            1. Ma non per caso… 😉

              Certo poi che poter contare su un “confessore fisso” (una guida spirituale) è certo un gran dono, perché la conoscenza del vissuto e della psicologia del penitente, aiuta tantissimo nella progressione del cammino spirituale.

              Ma una cosa è la “direzione spirituale”, un’altra è la confessione dei prorpi peccati e la Riconciliazione.
              Mancando la prima, non può mai mancare o essere troppo procastinata la seconda.

              1. Giusi

                Un gran dono difficile da trovare. O meglio ci sarebbero ma non vicini. Quindi vado alla dove cojo cojo. Cojo de tutto ma comunque sempre c’è Cristo alle loro spalle. Vale anche in senso positivo però. A volte trovi dei pretini giovani che ti stupiscono per preparazione e fermezza. Di contro una volta ho trovato un prete ultra ottuagenario la qual cosa porta magari a pensare che sia della “vecchia scuola”. Io penso che la confessione deve essere scarna nel senso che vai lì e, senza tanti fronzoli (magari auto giustificatori), accusi i tuoi peccati. Non è che si va in confessione per autoincensarsi. Bene questo sacerdote anziano mi fa: “Ma si tiri su! Siamo fatti tutti di carne e sangue! Se se lo ricorda dica l’atto di dolore”! Sono quelle cose che esci dal confessionale con la bocca aperta e non ti si richiude per almeno 5 min.! Che poi non è che mi ero buttata giù, avevo accusato i miei peccati! Che devo andare nel confessionale e dire: so figa, so bea, so fotomodea? Mah!

                1. Hai detto bene Giusi… 😉

                  Non dimentichiamo che la Confessione (che è in realtà una parte del Sacramento della Riconciliazione) e un Don PREZIOSISSIMO (che preraltro non ritroviamo in altre Religioni) che può CONCRETAMENTE cambiare la vita ad una persona (vi risparmio il ricordo personale dopo anni e anni di lontanaza e serissimi peccati…).

                  Voglio dire che non ha solo i preziosissimi risvolti per la vita spirituale e dell’anima che tutti (credo) conosciamo, non ultimo salvarla dalla dannazione eterna se mai ci dovessimo trovare in peccato mortale e in punto di morte, ma ha concrete e benefiche ricadute nella nostra vita terrena e materiale.

                  E poi, in quale altro privilegiato luogo fare esperienza della Tenerezza, della Bontà, della Misericordia del Padre donata a noi in Cristo Gesù, pur tramite un “semplice” suo Ministro?

  13. Giusi

    Questo programma va in onda tutti i sabati su Real Time e racconta di un campo estivo dove bambini di 5/6 anni vengono usati come cavie da laboratorio da adulti senza scrupoli con la complicità dei genitori… Gli somministrano anche quel farmaco di cui ha parlato diverse volte l’Avv. Amato per bloccare la pubertà…

    1. Delio

      Argomento davvero delicato, io sinceramente non ho un’opinione precisa in merito a tali situazioni.

      Però sono davvero scettico : mi sembra di vedere troppa leggerezza e superficialità, sono bambini troppo piccoli!
      E tra l’altro con questi ragionamenti fatti in questo video vanno anche contro la teoria del gender, che non approvo, ma ha qualche senso.

      1. Giusi

        Io e mio fratello grande ci passiamo 13 mesi. Abbiamo vissuto in simbiosi come due gemelli. Ricordo sì le bambole ma ricordo pure che giocavo alla guerra con tanto di pistole finte, agli indiani con l’arco e le frecce e qualche signora (allora si giocava per strada nel mio paese) mi dava pure del maschiaccio. Per fortuna che non giravano ‘ste follie se no qualcuno avrebbe proposto qualche iniezione!

    2. Mariano

      Vengono usati come cavie? Ma se c’è una richiesta esplicita da parte dei bambini stessi vagliata da psicologi esperti come possono essere usati come cavie? Da come ne parla sembra che vengano scelti bambini a caso che contro la loro volontà.

      1. Giusi

        Scusa tu se un tuo figlio di 5 anni ti dice che vorrebbe essere una bambina lo porti in un campo transgender e gli fai punture per bloccare la pubertà?

    3. Luigi

      @Giusi
      Purtroppo, la tirannia del tempo mi impedisce di guardare tutto questo video. Ma mi sorge una domanda: cosa c’entra con l’argomento che qui stiamo tattando?
      Mi sfugge.

      1. Giusi

        Cosa c’entra? Il giorno dopo l’approvazione delle unioni civili nelle scuole di Avellino hanno consegnato questo agli alunni:

        https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/hphotos-xla1/v/t1.0-9/10489710_346044038852657_8648107905602831099_n.jpg?oh=c2edcfa2b59223caed95457bf11387b7&oe=5722A4F1

        Se è normale che due uomini o due donne si possano sposare, che un bambino possa non avere (non già per disgrazia perché di disgrazia si tratta) il papà o la mamma allora vuol dire che non esistono più maschio e femmina i ruoli sono interscambiabili (lo ha detto pure la filosofa di questo cavolo Marzano!) e dunque a un bambino di 5 anni che dice di sentirsi una bambina bisogna dar credito, avrà sicuramente ragione, intanto gli facciamo fare la femmina poi gli blocchiamo la pubertà in attesa di tagliargli il pisello e fargli due tette finte! Questa legge provocherà uno sdoganamento del gender nelle scuole perché ormai lo dice la legge, i bambini lo devono sapere che non esiste più solo la famiglia tradizionale! Li impiccherei tutti all’albero più alto! Quando si tratta di bambini divento violenta!

    1. Giusi

      Alvise, ringraziando Iddio, a parte un ciclo di penicillina in gioventù perché avevo lo streptococco alle tonsille, non ricordo altre iniezioni in vita mia e non prendo nemmeno una pillola per il mal di testa. Poi, per carità, può essere che mi venga tutto su un colpo ma finora non mi posso lamentare. Non essendo superstiziosa anche perché è peccato anziché toccare qualsivoglia altra cosa stringo la medaglietta miracolosa, lo scapolare del carmelo, il volto santo e la medaglia di San Benedetto. Tiè!

    1. Giusi

      Mai sentiti. Tu li conosci bene vero? Immagino. Forse però devi aumentare la dose: non fanno molto effetto. Io non ho mai preso nemmeno una goccia di sonnifero in vita mia. Dico: Gesù io mi metto nelle tue mani prendimi tu tienimi stretta fino a domani mio buon Gesù e crollo. Prova non ha effetti collaterali magari ti ripigli……

  14. Marisa

    Mi hanno insegnato, fin da piccola e fino alla nausea, che la democrazia è il governo del popolo, mentre la dittatura è l’imposizione dell’idea di pochi su tutti gli altri, su quelli che non condividono. Non ti spiego cosa voglio intendere. Sei abbastanza intelligente da capirlo da solo. E’ questo che divide gli etero dagli omosessuali: non c’è rigetto né paura verso di loro, c’è solo un tentativo di far capire che devono rispettare le regole della democrazia

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