Pecore e cani da pastore (ovvero il coraggio degli uomini dalla Siberia al Texas)

di autori vari

detail.de524157Ci sono persone che credono che il male non esista.

E quando bussa alla loro porta, hanno paura e non sanno cosa fare. Queste sono le pecore.

 di Matteo Donadoni

Dopo il capolavoro Gran Torino è difficile non dar credito preventivo al regista Clint Eastwood. Eppure non riuscivo a decidermi ad andare a vedere American Sniper, vuoi per pigrizia, vuoi per la vicenda del bambino. Ma, grazie al bellissimo pezzo Apostolic sniper di don Iapicca, apparso su La Croce del 29 gennaio, ho capito che il filo rosso questa volta passava da lì. Allora me la sono presa comoda: un’imperial stout al pub e poi dritto in sala. Inutile dire che il mattino seguente ho spiegato con grande serietà a mio figlio tutta la parabola delle pecore e dei cani da pastore, compresa la faccenda delle cinghiate. Il giorno seguente poi (un po’ per controllare se avesse capito, un po’ per una sorta di autocompiacimento) l’ho interrogato su chi siamo noi, e il ragazzo, con quello sguardo stupito, tipico dei figli che sembrano chiederti se sei tonto, ha risposto gelido: “Noi siamo i cani da pastore”.

Certo, è una bella pretesa da parte mia che ho praticamente fatto il militare in AD (ovvero Istituto Arsdimicandi) e so combattere solo corpo a corpo come princeps o hastatus, fare una richiesta del genere ad un bambino di otto anni. Ma non spetta forse al padre trasmettere ai figli i valori in cui crede? Soprattutto in una società femminilizzata che ha messo all’angolo i ruoli di padre e di maschio tanto importanti nella dinamica di complementarietà dei sessi e nell’educazione dei figli. Perciò non voglio fare una recensione del film, ma parlare dell’esser uomini, se riesco.

Pochi giorni prima che nascessi, il pensatore russo sopravvissuto al gulag Aleksandr Solzhenitsyn (1918 – 2008), che probabilmente all’epoca sfoggiava una chin curtain molto più arguta della mia, teneva un memorabile discorso ad Harvard, in cui poteva notare in modo sorprendente il declino del coraggio in Occidente. Un declino evidenziabile soprattutto nel sistema politico educativo – non è forse vero che anche  noi spingiamo i bambini a fare il ruffiano dalla maestra, anziché imparare a difendersi? Infatti diceva: «Vi sono ancora molte persone coraggiose, ma non hanno alcuna determinante influenza sulla vita pubblica. Funzionari politici e classi intellettuali presentano questa caratteristica, che si concretizza in passività e dubbi nelle loro azioni e nelle loro dichiarazioni, e ancor di più nel loro egoistico considerare razionalmente come realistico, ragionevole, intellettualmente e persino moralmente giustificato il poter basare le politiche dello Stato sulla debolezza e sulla vigliaccheria».

Esistono, anche in società vigliacche, uomini coraggiosi. Sembra proprio il caso di Chris Kyle (1974 – 2013), un normale cowboy texano fiero di venire dallo Stato della Stella Solitaria (per quanto gli arabi non facciano distinzioni fra yankee e dixie), ma non un supereroe né un esaltato; un ragazzotto con la croce di Gerusalemme tatuata sul braccio, ma non un predicatore che conosce i Salmi a memoria, solo un uomo che sente di dover fare ciò che è giusto. Un padre coraggioso consapevole che il male esiste, e va combattuto. Uno fra tanti, ma uno di quelli che non si crogiolano nel benessere, nello stordimento delle droghe o anche solo dei videogames. Perché noi ragazzi occidentali siamo tutti fenomeni bellici a Call of duty, ma comodi sul divano, e sinceramente, «adesso, chi mai rinuncerebbe a tutto questo, e per quali motivi rischiare la propria preziosa vita in difesa del bene comune, soprattutto nel caso in cui la sicurezza della nazione debba essere difesa in una terra lontana?».

Ciò ha confermato la mia antica convinzione che, in fin dei conti lo Stato, ogni Stato, si regga sulla schiena di poche famiglie, disposte a sacrificare i propri figli, mentre altri fanno affari con la guerra – detto per inciso, caro EI, il mio nonno ritornato con le scarpe di cartone dall’inferno bianco di Nikolajewka la meritava pure una salva di fucile al funerale –. Ed è un conflitto di proporzioni cosmiche fra chi ha una concezione materialistica della vita e chi sente di avere un ruolo che va oltre il destino di vita o di morte, i cui valori hanno una valenza metafisica e religiosa non smerciabile sul mercato degli interessi di qualsiasi tipo e che va oltre la prostituzione intellettuale dilagante.

«Come è stato possibile – tornando a Solzhenitsyn – per l’Occidente passare dalla sua marcia trionfale al suo attuale stato di debilitazione?» L’errore sta alla radice, ovvero in quell’umanesimo razionalista, o antropocentrismo, che partorì poi l’Illuminismo con i suoi mostri della ragione, come aveva fra l’altro già individuato un altro russo Nikolaj Berdjaev (1874 – 1948) ne Il Senso della Storia: «l’ umanesimo non soltanto affermò la fiducia in se stesso dell’uomo e la sua dignità, ma anche umiliò l’uomo perché non lo considerò più un essere di origine superiore divina, non affermò più la patria celeste ma esclusivamente la sua patria terrena e la sua origine terrena. L’umanesimo con questo abbassò il rango dell’uomo. Avvenne che l’autoaffermazione dell’uomo senza Dio, l’autoaffermazione dell’uomo che non avvertiva più e non voleva ammettere il suo nesso con la natura superiore divina e assoluta, con la sorgente suprema della sua propria vita, portò alla distruzione dell’uomo. L’umanesimo rigettò il principio posto nello spirito cristiano, che eleva l’uomo e lo proclama a immagine e somiglianza di Dio, figlio di Dio, essere che Dio ha fatto suo figlio. Nell’umanesimo si dischiude così la dialettica che porta alla sua distruzione». Così, nell’età moderna, l’uomo è diventato il centro di tutto, un essere con la pericolosa tendenza a soddisfare unicamente le proprie necessità materiali.

Pertanto concludeva Solzhenitsyn «Ormai non é possibile aiutare l’Occidente, fino a quando non sarà recuperata la sua forza di volontà. In uno stato di debolezza psicologica, le stesse armi diventano un peso e portano alla capitolazione. Per difendere se stesso, un uomo deve essere anche pronto a morire; non c’è tale disponibilità in una società che ha creato il culto del benessere materiale».

In questo senso è importante la vita e l’avventura vera del cecchino più letale della storia degli Stati Uniti: insegnare ai nostri figli che vale sempre la pena difendere se stessi, la propria famiglia, la patria. Sacrificarsi e rischiare di morire nel farlo.

Non so fino a che punto sia avvenuto in modo consapevole, ovvero intenzionale nella mente di Clint Eastwood, il passaggio dal motto Dio, Patria Famiglia – peccato originale di ogni destra – a Dio, Famiglia, Patria: vera soluzione alla decadenza di un Occidente inebetito dalle proprie stesse chiacchiere.

Perché la famiglia viene sempre prima dello Stato, comunione di famiglie che si riconoscono nell’adorazione dello stesso Dio e negli stessi valori, il quale non può mai prevaricarne diritti educativi ed intenti formativi senza trasformarsi in un despota totalitario, che finirà in ultima istanza per sostituirsi anche allo stesso Dio, come accaduto ai vari totalitarismi della povertà morale nel XX secolo.

fonte: La Croce – quotidiano

 

38 commenti to “Pecore e cani da pastore (ovvero il coraggio degli uomini dalla Siberia al Texas)”

  1. Ho gradito molto questa riflessione mai banale .

  2. Perdonate un semplice “diffusore del dubbio” a cui preme sottolineare la fallacia delle conclusioni di questo articolo. Si farebbe bene a ricordare, e a leggere *esattamente*, cosa pensi Clint Eastwood di alcune delle battaglie condivise da Miriano, Adinolfi & co.: http://www.gq.com/entertainment/movies-and-tv/201110/leonardo-dicaprio-clint-eastwood-gq-september-2011-cover-story-article
    Mi dispiace demolire un mito, ma riporto le sue parole perché abbiate il coraggio della verità che avete tutto il diritto di difendere. Magari poi, quando avrete tempo, andate a leggere cosa pensi Clint Eastwood dell’aborto, per esempio. Prima di eleggerlo a difensore del (vostro) dio e della (vostra) famiglia (mi sa non della patria, quella americana, che di sicuro non è la vostra).

    GQ: Yeah, but maybe between the movies you have some political feelings. [to Eastwood] You’ve described yourself as a social libertarian. What does that mean to you?
    Clint Eastwood: I was an Eisenhower Republican when I started out at 21, because he promised to get us out of the Korean War. And over the years, I realized there was a Republican philosophy that I liked. And then they lost it. And libertarians had more of it. Because what I really believe is, Let’s spend a little more time leaving everybody alone. These people who are making a big deal out of gay marriage? I don’t give a fuck about who wants to get married to anybody else! Why not?! We’re making a big deal out of things we shouldn’t be making a deal out of.

    Ed infine:

    “They go on and on with all this bullshit about ‘sanctity’ — don’t give me that sanctity crap! Just give everybody the chance to have the life they want.”

    • Ma l’articolo non era il panegirico di Clint Eastwood, grande regista, che può aver ragione su una cosa e torto su un’altra, come i radicali, che chiedono condizioni umane nelle carceri, però su altre questioni sbandano paurosamente. Il nocciolo, qui, è un altro.

    • Senza offesa, credo che lei stia guardando la luna invece del dito (o se preferisce “barking up the wrong tree”).

  3. ….si, proprio vero, pecore siamo (sentinelle in piedi escluse, ovviamente)!

  4. e sperando che adesso non risalti fuori il tizio che, quando lo stesso discorso di harvard di Solzhenitsyn l’ho citato io qualche post fa, ci venga a spiegare che ,siccome è un anticomunista, le sue parole valgono zero…
    ( ma l’avevo ripreso-c’è il testo integrale di quel discorso- dal sito di riscossacristiana. abominio!)

  5. Dio e Famiglia, di sicuro. La Patria e Cesare e come Cesare bisogna rapportarvicisi.

  6. ma pare che il Donadoni non sia proprio un esegeta profondo dell’Eastwood perché, altrimenti, se avesse visto o capito – ipotesi dell’irrealtà lo comprendo – Gran Torino avrebbe sospettato che la Famiglia per la quale muore il protagonista – il medesimo Clint – non è quella Naturale e Cristiana bensì quella scelta e acquisita, che comprende immigrati asiatici quali figli adottivi vivi e i commilitoni, morti, in Corea come fratelli e che sembra escludere del tutto i grassi figli naturali e anagrafici; si torna sempre al Patria, Famiglia ( ma quella che uno si sceglie) e dio (se proprio uno lo desidera)

    • Mah pancio… no, non sono un esegeta di Clint. A parte il fuoritema, a parte che una cosa non esclude l’altra – di norma – non ti sembra che sia un valore aggiunto e una diretta conseguenza di avere determinati valori il sacrificare la propria vita?

  7. Il coraggio degli uomini e delle donne, ovunque, ogni giorno.
    Francamente non capisco la sparata iniziale sulla “femminilizzazione” della società, scusa, ma l’idea del “maschio che non deve chiedere mai”, rude e coraggioso, mi fa veramente ridere.

    Perchè mi spiace, ma il coraggio non è solo quello di “difendere la patria” imbracciando le armi e sparando, il coraggio lo si dimostra ogni giorno, nel proprio piccolo, essendo coerenti con i propri principi, contribuendo alla società (o patria) dove viviamo lavorando, pagando le tasse, costruendo la nostra famiglia, qualsiasi essa sia. Aiutando il prossimo, portando avanti il nostri valori con impegno e – ripeto, che non fa male – coerenza. Essendo quello che vorremmo fosse la nostra società.

    E, tornando agli uomini: li adoro gli uomini di oggi, sono meravigliosi, coraggiosi, padri, compagni di vita, amici, amanti. Mi piace che non debbano più “entrare” in un ruolo fisso, rigido, ma che possano scegliere il giusto mix di quello che desiderano essere. Non tutti gli uomini amano le armi, non tutti amano il calcio, non tutti si realizzano nel lavoro e nella carriera, non tutti vogliono avere il controllo. Come non tutte le donne vogliono essere protette o controllate. E’ così difficile pensare che – posta una differenza tra i sessi – non è che tutti gli uomini sono uguali, e tutte le donne sono uguali, e ci sono profili diversi, ed è bello che ognuno possa esprimerli liberamente, senza dover per forza entrare in ruoli stereotipati imposti da altri.

    Mio marito cambia i pannolini alla bambina, cucina, è lui che ha scelto parte dell’arredamento di casa. Ma è anche un ottimo professionista, generoso, coraggioso, disponibile. Non è che perchè cambia i pannolini lo trovo “meno uomo”. Anzi, sinceramente condividendo i compiti in famiglia, ho più tempo ad esempio per adempiere ai miei “doveri coniugali” 😉

    E – per finire con il coraggio – lo trovo coraggioso, si, perchè difende la propria famiglia e difende i propri ideali. Ogni giorno, con forza e costanza. Senza bisogno di entrare nella categoria dei “cani da pastore”.

    Forse le categorie servono a chi è debole e non sa bene cosa deve fare, non saprei

    • Non so forse si tratta di tempi, di contesto, sono cresciuta sentendo raccontare la storia del mio nonno paterno:orfano presto, caruso nelle miniere di zolfo della Sicilia (per chi non lo sapesse il caruso era di proprietà del picconiere, era uno schiavo del XX secolo), poi ragazzo del ’99 nelle trincee del dopo Caporetto, poi sottoufficiale dell’Arma, aveva già quasi superato la selezione per corazziere ma preferi tornare in Sicilia con il Prefetto Mori, durante quella storica operazione conobbe una ragazza di 16 anni e tre anni dopo (quando lui ebbe raggiunto l’età allora consentita ad un Carabiniere) la sposo.Prima destinazione dopo il matrimonio:un paesino vicino Fiume, abitavano in una

      • Abitavano in una casa isolata, e mia nonna ben presto rimase incinta, siccome rimaneva da sola gran parte della giornata e, a volte, anche della notte, mio nonno non trovò di meglio che insegnarle a sparare e lasciarle un moschetto carico ogni volta
        che usciva di casa.Sulla seconda guerra mondiale si raccontavano due leggende:la prima riguarda una rappresaglia tedesca in un paese della Puglia che mio nonno
        avrebbe evitato con un bluff, prendendo a sberle un ufficiale delle SS, la prima riguarda mia nonna che attraversa lo stretto su
        un traghetto, durante un bombardamento, con tre bimbi piccoli accanto e una in pancia. Sono sicura che molti di noi possono raccontare storie simili sui propri nonni, che non erano eroi ma persone comuni chevivevano in tempi difficili.
        Tempi che noi non abbiamo
        conosciuto. Però io racconto
        sempre ai miei figli, maschi e
        femmine, queste storie e la storia
        della sberla alla SS me la racconto quando mi trovo davanti ad un’ingiustizia. Ora viviamo in tempi relativamente facili ma non sappiamo quando diventa può esserci richiesto il coraggio.

    • Almeno questo è in tema. Intendiamoci subito, rispetto molto la tua opinione, ma non sono d’accordo.
      Anche io ho cambiato i pannolini, cucino ogni giorno (e non per lavoro e amo farlo), e credo che quanto scrivi sia tutto vero, a parte il fatto che mi sembra una congerie di sofismi. Sono tutti pregiudizi e stereotipi moderni sul fatto che un uomo per essere un vero uomo e non un debole maschilista debba essere una femmina. Forte, un macho di donna. Perché essere “cane da pastore” e sacrificarsi con onore e coraggio, qualora venga richiesto, deve escludere la possibilità di cambiare i pannolini? E’ scritto da qualche parte? Lo stereotipo imposto è proprio quello che dici tu, non bisogna amare le armi, non bisogna difendersi, ma fare il ruffiano all’autorità competente, non bisogna arrabbiarsi per il calcio, non bisogna fare nulla che possa essere etichettato come maschile. Prettamente maschile (nulla vieta a una donna di imbracciare un fucile, sparare a un cervo, scuoiarlo e mangiarne il cuore se le va, non ho certi pregiudizi). Tutti gli obbiettori di coscienza pacifisti ansiosi di aiutare i deboli, anziché fare quella cosa riprovevole di addestrarsi per difendere la patria, dove sono ora che la leva non è obbligatoria? A casa a giocare ai videogames.
      Perché? Perché si ragiona per sofismi, non è bene che il maschio si comporti da maschio, poi se scoppierà la guerra qualcuno ci penserà. Ma questa è un’ipotesi remota. Se molestano una ragazza sul treno nessuno, e dico nessuno perché è cronaca, dei filosofi di cui sopra alzerà un dito, né proferirà parola in difesa della malcapitata. Se va bene, in un sussulto di eroismo, andrà a cercare il capotreno. Non è colpa sua. E’ stato educato ad essere vigliacco.

      Non dico queste cose perché sono un eroe. Le dico perché sono esattamente così, probabilmente sarei un vigliacco. Perché attraverso questi sofismi ci sono passato in prima persona, perché la pensavo come te. Rivendico il diritto di aver cambiato idea per aver provato sulla mia esperienza che è sbagliato.
      Educate i figli ad essere uomini, non Conchite. Saranno felici! Loro. E anche voi.
      Ti ringrazio per il commento e mi scuso se ho messo troppa foga in quanto ho scritto.

    • Cara Costanza, lei dice tante cose giuste sugli uomini d’oggi ed è ammirevole il modo in cui tesse le lodi di suo marito.
      Ma se fossi in loro (e lo sono), e in lui, non sarei troppo soddisfatto di un ritratto così perfettino. E mi verrebbe voglia di sbracarmi sul divano per guardare la partita con una magnum di birra. O di arruolarmi nei peshmerga.

  8. quindi l’autore dell’articolo è partito come volontario tra i peshmerga? Sennò il discorso è bello, ma tutto li

  9. signor paolopancio
    oltre all’essere diventato sempre più polemico e provocatore il fatto di cambiare ogni volta nome non aiuta la discussione.

  10. “Lo stereotipo imposto è proprio quello che dici tu, non bisogna amare le armi, non bisogna difendersi, ma fare il ruffiano all’autorità competente, non bisogna arrabbiarsi per il calcio, non bisogna fare nulla che possa essere etichettato come maschile. Prettamente maschile (nulla vieta a una donna di imbracciare un fucile, sparare a un cervo, scuoiarlo e mangiarne il cuore se le va, non ho certi pregiudizi).”
    1) “non bisogna amare le armi”; beh il Maestro girava disarmato
    2) “non bisogna arrabbiarsi per il calcio”, non risulta che il maestro praticasse sport o che fosse tifoso d’alcunché
    3) “sparare a un cervo, scuoiarlo e mangiarne il cuore se le va”, non risulta che il Maestro sia mai andato a caccia
    l’ideale maschile del buon matteo è molto texano; sul molto cristiano non giurerei.

    • Nella colluvie di corbellerie con cui paolopancio sta infestando il blog, alcune fanno scompisciare.

      La perla del giorno è “non risulta che il Maestro sia mai andato a caccia”. Immagino che paolopancio sappia che la pesca è la caccia data ai pesci per toglier loro e vita e papparseli (o venderli a chi se li papperà).
      Ebbene, spero che paolopancio vagamente ricordi che il Maestro non solo non rimproverava quei cacciatori di pesci che sono i pescatori, ma addirittura miracolosamente procacciava loro preda abbondante (mai sentito parlare di “pesca miracolosa”?).

    • Sai? Non è bene giocare a pallone. Infatti nel corano il football non è menzionato.

  11. Alessandro, Matteo e Velenia (in ordine rigorosamente alfabetico): uno scroscio di applausi 😀

  12. «Questa è la domanda che pongo a voi alla fine: siete romani ma avete ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia? Siete italiani ma siete capaci di battervi per la Divina Commedia o ne avrete vergogna, visto che Dante, nel XXVIII canto dell’Inferno, osa mettere Maometto nella nona bolgia dell’ottavo girone? Infine siamo europei, ma siamo fieri della nostra bandiera con le sue dodici stelle? Ci ricordiamo ancora del senso di quelle dodici stelle che rimandano all’Apocalisse di san Giovanni e alla fede di Schuman e De Gasperi? Bisogna rispondere o siamo morti: per quale Europa siamo pronti a dare la vita?» (Fabrice Hadjadj, qualche giorno fa a Roma).

  13. “Ci ricordiamo ancora del senso di quelle dodici stelle che rimandano all’Apocalisse di san Giovanni…?”

    Ma per favore!!!

  14. scusate se mi intrometto… è la prima volta che scrivo su un blog, ma questa volta non riesco proprio a non dare la mia testimonianza. Proprio ieri ho visto il film, dopo aver letto l’articolo…L’autore non si offenda e non la prenda come una critica personale, ma come un’opinione che viene dal profondo e non dalla superficie. Non è mia intenzione fare polemica, ma mostrare il tutto da un’altra prospettiva.
    Sono rimasta molto amareggiata. A me il film e’ parso come un’incitazione alla violenza, alle armi, già a partire dall’infanzia, tipicamente americana. E’ una esaltazione dell’America come salvatrice contro il male, per giunta in questi tempi in cui i rapporti con l’Islam sono tesi. E, last but not least, si definisce “leggenda” un padre che non ha cresciuto i suoi figli e lascia sola la moglie (lei sì che ai miei occhi è coraggiosa!) perchè troppo occupato ad ammazzare altri padri e figli, in nome di una guerra tutt’altro che santa, ma governata da giochi di potere e denaro…da interessi imperiali (andiamo a rileggere la sorgente del terrorismo e le conseguenze delle “buone” azioni degli USA in Iraq – lo dico perchè ho colleghi arabi non musulmani che hanno vissuto tutto questo saccheggio della Loro di Patria). Ma lasciamo da parte le motivazioni, fossero anche state più nobili, mi sconvolge sentire cristiani (cioè gente che ha incontrato Cristo, quello morto sulla Croce per vincere il male, quello vero) lodare il coraggio di “morire per il proprio Paese” arruolandosi come cecchini (il protagonista afferma che può giustificare davanti a Dio tutte le sue vittime!!) in una guerra, “rischiando” anche di uccidere (e qui alzi la mano chi ha il coraggio di decidere chi merita di morire…cioè di farsi Dio).
    Non dimentichiamo però che non è morto in guerra, ma che il fuoco “nemico” era proprio lì, in Patria, figlio proprio di quella guerra folle che toglie anche la ragione (quanti sono infatti i veterani che sono impazziti).
    Sono una mamma poco filosofa e molto pratica, perciò posso solo ricordare di leggersi con attenzione il discorso della montagna e di recitare un Padre Nostro in silenzio e meditando… Non farei mai vedere questo film ai miei figli o a dei giovani. Non si può ridurre un tema così tragico a due ore di comoda poltrona. Trovo molto più bello ed esemplare di coraggio un film come “Mission” o “Uomini di Dio” o un uomo come Fratel Ettore o una donna come Chiara Corbella.
    Ho lavorato con bambini affetti dalle più gravi disabilità, fino al coma, e posso solo dire che nessuno (e dico nessuno) dei nostri amici maschi (anche quelli abili nelle prove di coraggio), a parte mio marito (che ha anche cambiato pannolini e dato il biberon) è riuscito ad entrare nel reparto in cui erano ricoverati quei piccoli “errori della creazione” così simili in tutto al loro Creatore. Forse è il caso di riscoprire il senso della parola coraggio.
    Vi lascio una bella meditazione di Charles De Foucauld, un uomo che davvero ha vissuto in mezzo ai musulmani a ha dato la vita nel nome di Gesù “…essere pronti ad ospitare chiunque capiti nei loro paraggi, buono o cattivo, amico o nemico, musulmano o cristiano. Sarebbe l’evangelizzazione non attraverso la parola, bensì attraverso la presenza del Santissimo Sacramento, l’offerta del divino Sacrificio, la preghiera, la penitenza, la pratica delle virtù evangeliche, la carità, una carità fraterna ed universale che divida fin l’ultimo boccone di pane con qualsiasi sconosciuto che si presenti, e che riceva chiunque come fratello amatissimo…” “È meglio amarli per essere riamati. Siate umani, caritatevoli e sempre lieti. Con loro bisogna sempre ridere. Io rido sempre, mostrando i miei brutti denti. Fatevi conoscere. Si racconta che noi mangiamo i bambini e che di notte ci trasformiamo in bestie. Fate loro capire che la vita dei Francesi è fatta di pacifica onestà, di fatica, di laboriosità. Fate loro vedere che i nostri contadini conducono una vita simile alla loro, che noi gli assomigliamo.”
    E non dimentichiamo ciò che San Francesco scrisse (capitolo 16 della regola non bollata) dopo l’incontro con il sultano Malik-al-Kamil.
    Sono certa che non sarà la guerra che salverà l’Europa o l’America dal terrorismo, ma il sangue di chi offre la vita senza toglierla e il coraggio di essere lieti e col rosario in mano in OGNI momento della nostra quotidianità.
    Da quando ho visto il film, prego per questo eroe americano, per la sua anima (sicuramente nobile e purtroppo strumentalizzata nella pellicola), per la sua famiglia e le sue vittime…ma certo non insegnerò ai miei figli ad essere cani pastore, troppo simili ai lupi per i miei gusti. Insegnerò loro ad essere come agnelli che seguono la voce del Pastore Uomo-Dio.

  15. Ho notato per caso il commento. Ti ringrazio elena, hai argomentato molto bene.

    Inutile dire che non sono quasi per nulla d’accordo, nel senso che le cose secondo me non si escludono come pensi tu. Ma il discorso sarebbe lungo.

    Per quanto riguarda i veterani.
    Io ho avuto 4 bisnonni e due nonni reduci di guerre sbagliate (anche la prima sì! sulla quale i pacifisti improvvisamente tacciono o cantano l’inno) che non hanno voluto né cercato, non erano militari di professione né fascisti; e mai, dico mai, ho assistito ad episodi di squilibrio mentale. Ho sentito invece lavoratori infaticabili svegliarsi gridando nel cuore della notte – fino agli anni 70 – per paura che fossero arrivati tedeschi e/o russi. E ho visto piangere mio nonno ancora a 92 anni mentre si lavava le mani dicendo: “cosa hanno fatto queste mani”, ma non perché avessero tolto la vita. Perché avevano svuotato senza attrezzi latrine nei lager nazisti, raccolto piccoli bambini ebrei ridotti a corpicini, e raccolto ragazzine sbudellate e fatte letteralmente a pezzi e monconi dai bombardamenti alleati, ragazzine tedesche che imploravano pietà, incredibilmente ancora vive. Queste storie le ho sentite fin da piccolo, perciò, anche se non l’ho vista, la guerra l’ho immaginata non come stupidata da “la vita è bella”, né tanto meno come esaltazione del valore guerriero.

    Però, nel mondo reale, si vis pacem para bellum. Invece, se si vuole vivere da brave persone nel paese della fate, e lasciare che a morire siano altri, adottando di volta in volta un pretesto umanitario diverso, ci si prenderà la responsabilità di fronte a Dio anche di questo. Sono scelte entrambe rispettabili. Ecco. Non voglio, però, che si faccia il superiore, il moralmente superiore, con chi combatte, perché non è vero. E il film Mission che hai citato parla di questo.

    Un caro saluto

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