La morte che santifica

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di Sergio Sessa

È un pensiero che è nato in me in questi giorni, alla luce della celebrazioni di alcuni funerali di questi ultimi tempi riguardanti persone “eccellenti” legate al mondo dello spettacolo o famose per altri motivi. La morte è sempre un argomento strano di cui discutere e su cui riflettere; provoca nelle persone un senso di disagio e una volontà immediatamente conseguente di liquidare rapidamente il discorso, rapidità che a volte (sempre) mi lascia a dir poco perplesso.

Parlo, evidentemente di tutte quelle persone, nostri fratelli, che, non avendo ancora ricevuto (chiesto?) la grazia della fede in Cristo non hanno argomenti sufficienti che possano dare un significato a questo evento con il quale prima o dopo dobbiamo fare tutti i conti. Perciò non rimane, appunto, la strada di esorcizzare la morte, volgendo sempre lo sguardo altrove quando il suo vuole incrociare il nostro, anche se solo per un attimo. Il risultato però è che lasciamo sempre che sia lei che viene incontro a noi e mai il contrario; che la subiamo come il nemico per eccellenza, ed è per questo che ci terrorizza tanto.

A scanso di equivoci, il credente, anche il più “ferrato in materia”, non può permettersi certo, per un qualche conforto che gli viene dalle fede, un atteggiamento di  sufficienza o distacco di fronte ad una vita che un attimo prima esisteva e un attimo dopo svanisce (almeno ai nostri occhi), facendo sentire e pesare la sua assenza spesso più di quanto non aveva fatto quando era a disposizione di tutti (anche di se stessa evidentemente).

Non a caso, come insegnano i santi Padri della Chiesa, che hanno posto con le loro riflessioni sull’evento della Rivelazione, delle basi solide su cui si è sviluppato poi il nostro Credo, la morte non è realtà estranea alla vita, semplicemente per il fatto (ovvio) che quando ci bussa alla porta siamo ancora vivi, anche se a volte in condizioni fisiche e/o psichiche ridotte al minimo.

Bisognerebbe perciò parlare del morire, più che della morte in sé; nel senso che, per il cristiano, aspetto al quale forse non si pensa molto, tutti impegnati a mandare avanti la baracca (in senso buono) della nostra vita, tutta l’esistenza dovrebbe essere in fondo una scuola nella quale imparare l’arte del morire; sì, la morte come appuntamento che ci trova, personalmente, preparati, pronti, come un incontro con una persona speciale che abbiamo preparato per lungo tempo e di fronte alla quale perciò non trovarsi in imbarazzo.

In tutto questo, per tornare da dove ero partito, è davvero curioso, (faccio questa riflessione in punta di piedi per il rispetto verso chi il Signore ha chiamato a Sé e per il dolore dei suoi cari e amici), è curioso dicevo, come durante l’ultimo addio alla persona deceduta, tutti tendano ad osannarla e, appunto, santificarla, sempre e comunque, come se tutta la sua vita fosse stato un modello da imitare in tutto e per tutto; come se non avesse commesso errori o come se non avesse pensato (detta un po’ brutalmente)  a nutrire il proprio ventre, piuttosto che donarsi tutta al prossimo nella carità e nella verità.

Beh, forse non è sufficiente tessere le lodi di una persona defunta per purificarla e renderla così “giusta” davanti al Signore, il quale non può essere pensato “solo” il Dio della misericordia dimenticando il fatto di essere anche Giudice, giusto certo, ma sempre Giudice. (E, in ogni caso, sembra che per molti, Dio cominci ad esistere il tempo necessario per il trapasso del caro defunto, non un attimo prima, non un attimo dopo). Dunque, se il giudizio è già stato emesso dagli uomini, al momento del commiato, al Signore non resterebbe altro che certificare la qualità della vita della persona defunta così come stabilito dai parenti e amici.

Ho paura che le cose non funzionino esattamente in questo modo. Forse dietro tutto questo c’è un costume e atteggiamento un po’ subdolo (che non viene da Dio per intenderci), secondo il quale se tutti  tendiamo a comportarci così, perché è giusto rendere omaggio alla persona defunta (omettendo volutamente tutte le eventuali magagne e cattiverie varie commesse in vita), ci autoconvinciamo, preparando in questo modo una sorta di antidoto fatto in casa contro la paura che genera il pensiero della morte, che mentre siamo in vita, in fondo possiamo sempre e comunque fare di testa nostra, “spenderci” per ciò che piace, alimentati dalla (ingannevole) spensieratezza che, in ogni caso, quando arriverà il nostro turno, tutto, come per magia si metterà a posto e tutti vivranno felici e in pace (se nel pensiero e nel cuore dei nostri cari, in un paradiso che ci siamo inventati, o in un improbabile Nirvana dai contorni a dir poco indefiniti poco importa).

Per noi credenti, al di là (o meglio al di qua) di un giudizio sul singolo, penso che il mistero della morte dovrebbe essere una occasione seria per riflettere sulla nostra vita, quella che sto vivendo ora, oggi. Chiedermi cioè davvero se sto percorrendo una strada che conduca ad un incontro (con Lui) o se invece, piò o meno inconsciamente, la mia vita è una grande fuga da qualcosa che mi spaventa e angoscia e che non riesco a guardare “in faccia”. In fondo è dalla meta che si comprende (molto) meglio il percorso da fare.

21 pensieri su “La morte che santifica

  1. 61Angeloextralarge

    Bel modo di affrontare questo tema “scabroso”. Quanti cristiani hanno paura della morte? Ne conosco veramente tanti e la cosa mi “fa strano” soprattutto perché sono quelli che esternamente dimostrano una grande fede in Dio.
    Una mia amica, per esempio, ha una figlia in clausura in un monastero dove la regola dice che le monache possono tornare a casa solo quando sta per morire un genitore o è già morto improvvisamete. Beh, la mia amica è molto presa da questa cosa e dice spesso che lei non vuole assolutamente che la figlia torni a casa… significherebbe che lei o il marito stanno per morire. Non lo dice dispiaciuta ma proprio terrorizzata all’idea di morire. Ed è una donna che ha alle spalle un cammino di fede profondo da più di 30 anni.
    Personalmente non ho paura di parlare della morte ma è una cosa che ho imparato un po’ alla volta, soprattutto attraverso la preghiera. Però noto che è un argomento ostico per tanti, credenti e no, superstiziosi e no.

  2. Non è neppur facile proporre l’assioma Fede-non paura della morte / poca Fede-paura della morte.

    In primis su ciascuno di noi stessi, potremo pronunciarci (noi ed altri) solo in quell’ora, se ne avremo il tempo… perché ci sono morti improvvise (che già chi a Fede rifugge) o “morti annunciate” e già il vaglio avviene nell’attesa. Ci sono morti… difficile trovare un termine… diciamo “semplici” (?) e morti precedute da terribili agonie. Ci sono morti “naturali” e morti “per dolo”. Ma ognuna nel tempo propizio, seppure di tante diremmo “ingiuste” giudicando così il Padre Eterno… il tempo prefissato per il “tutto è compiuto”.

    Ciascuna è un diverso “scrutinio”, ma rimane tale e ciascuna in modo diverso può essere affrontata da chi ne è protagonista, ma anche da chi è coinvolto a vario titolo e misura dall’umano affetto verso chi è chiamato.

    Anche chi fosse “pronto”, in Grazia e sostenuto da grande Fede, se già ha sperimentato la morte, l’estremo saluto terreno di una persona amata, sa quanto questo provoca sofferenza (che la Fede allevia ma non annienta né dissimula) e il suo cuore soffre non fosse altro, al pensiero del soffrire di chi rimane.

    Osanniamo quindi Dio, più che le persone dipartite, se di una persona “speciale” ci ha fatti compagni di viaggio per un tempo breve o lungo che sia, se ci ha concesso di essere a lei legati in modo speciale.
    E poi certo, come è stato detto, teniamola fissa, la Morte, come punto all’orizzonte del nostro cammino. Non temiamo di parlarne e di parlarcene, perché questo punto fisso tante cose relativizza, ci da la nostra e l’altrui giusta dimensione, come pure quella degli accadimenti. Ci fa meglio gustare il momento e l’oggi, ci ricorda che oggi è il momento propizio per la nostra conversione, non “domani”, un domani che non ci appartiene e di cui non v’è certezza. Ci prepara ad un incontro “dolce e terribile”.

    Certo che per chi questo punto all’orizzonte, è un buco nero che tutto distrugge e inghiotte… è meglio non parlarne…

    1. 61Angeloextralarge

      Mario: ci sei passato e sai molto bene cosa significa. Chi più intimamente e chi meno ci si siamo passati tutti. Nella mia testa c’è la convinzione che la fede aiuti molto a non temere la morte. Prima di tutto per esperienza personale… mio padre è morto tra le mie braccia ed ero stata lasciata sola nella stanza dagli altri familiari, mia madre compresa. Ricordo i giorni a seguire ed il sorriso stampato sul mio volto… un sorriso autentico. Ero sicura che lui adesso sapeva che Dio esiste. Strano questo mio atteggiamento, soprattutto se ripenso che fino a qualche mese prima, ad ogni funerale di un uomo, soffrivo tantissimo pensando al funerale di mio padre. Una volta avevo addirittura pianto. Per mio padre non ho versato una sla lacrima. E questo mi ha fatto sentire in colpa per un bel po’.
      Altro motivo è che ho letto tantissime biografie o scritti di Santi: per me è stato incredibile scoprire che non avevano paura di morire… che alcuni ne desideravano bramosamente l’ora.

      1. @Angela, “…Altro motivo è che ho letto tantissime biografie o scritti di Santi: per me è stato incredibile scoprire che non avevano paura di morire… che alcuni ne desideravano bramosamente l’ora.”

        Non ne ho il minimo dubbio e così è stato anche per me… 😉

  3. Elisa

    Ho sperimentato personalmente la possibilità di morire in un gravissimo incidente, cosa che non è avvenuta per un autentico miracolo: devo dire che in quei terribili istanti ho capito molte cose. La morte che mi ha sempre letteralmente terrorizzato mi è apparsa da allora più vicina e comprensibile, forse anche grazie alla conversione che il mio cuore ha potuto affrontare solo dopo tale terribile esperienza. Certo per una madre rimane l’incubo della morte dei propri figli,l’esperienza più dura che ci potrebbe essere chiesta;a questo proposito ho appena letteralmente divorato il libro su Chiara Corbella….che ha affrontato questa dura prova ben due volte e ha vissuto con una pace immensa la propria malattia, l’altra prova che ritengo ben più difficile della stessa morte. Forse il mio commento é banale ma è proprio vero che di questo argomento con alcune persone non si può proprio parlare e quando vedono che leggi certi libri ti dicono “o ma te le vai proprio a cercare tutte…”.

  4. meditando

    Io credo che il giorno in cui mi troverò e qualsiasi uomo si troverà di fronte a Dio, sarà tale la mia vergogna di fronte al suo Amore che non avrò il coraggio di alzare lo sguardo; in quell’incontro mi renderò conto che i miei sforzi o meno per meritarmi quell’Amore a nulla saranno valsi. Conterà soltanto i gesti d’amore che avrò saputo avere con gli uomini che ho incontrato.
    Io credo nel Dio di Gesù che è Amore !
    Certo è anche giudice ma a noi non è dato di sapere come e in che modo farà giustizia.
    Ho raggiunto una consapevolezza, in questi anni: finchè esisterà un uomo capace di parole buone per un altro uomo (anche se di fronte alle sue spoglie… so che Dio Padre saprà fare mokto di più!

  5. Per “ravvivare” un po’ (Paolo Pugni permettendo):

    Marina Corradi
    “Ho scarsa familiarità con i digiuni e già la parola “ascesi” sottilmente mi preoccupa: mi fa pensare alla fede come a una scalata in parete. Mentre per me la fede in Cristo è prima di ogni altra cosa “domanda”: domanda analfabeta, cocciuta, arrabbiata, depressa, secondo le circostanze. Comunque, è un concepirsi un nulla, un mendicante che sa solo tendere la mano. Per questo non ho mai praticato alcun tipo di ascesi. Per me tutto deve farsi domanda, e più grande è la domanda più generosa e colma sarà la risposta. Perchè non capisco i “meriti”, ma credo che tutto sia grazia, come diceva Bernanos.”

    1. bariom

      Si per “ravvivare”… Mi spieghi però che c’azzecca con il tema di questo articolo?

      Certo anche alla lontana alla fine essando il tema sempre la Fede ci può stare, ma ti é sfuggito il nocciolo del discorso qui?
      O come spesso fai intervieni (tra l’altro citando e non esprimendo un tuo pensiero) tanto per “dar aria ai denti…”?

    2. Sara

      Ad ogni modo, sull’ascesi e il digiuno più che ascoltare Marina Corradi (che, bada bene!, apprezzo e ascolto sempre con stima) forse sarebbe meglio leggere cosa dice la Chiesa (a riguardo del digiuno, per esempio, esiste anche una Nota pastorale della CEI, oltre ad una vastissima bibliografia).
      Inoltre, senza dubbio necessitiamo della grazia, cioè il dono gratuito, ma ci vuole anche da parte nostra la disciplina, il continuo esercizio, la crescita spirituale per ottenere il distacco: in questo consiste l’ascesi, ossia nell’esercizio del distacco. Anche perché la vita cristiana non è naturale, ma soprannaturale e comporta la lotta, quindi i comportamenti naturali vanno dominati e regolati con un atteggiamento di costante “vigilare”, come fa l’atleta o il miles Christi: la vita cristiana comporta l’impegno ad autodisciplinarsi. Quindi l’ascesi è la regola e la via della santità, perché consente di perpetuare nel tempo il cammino penitenziale che precedentemente ci aveva condotto all’iniziale conversione: consiste perciò nel costante cambiare, nel continuo diventare diversi rispetto al mondo e al proprio modo di essere precedente, cioè nel cambiare mentalità per adeguarsi e farsi simile a Dio (“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” dice San Paolo in Gal 2,20).
      Sempre Paolo, 1Cor 7,29-31 (sul distacco cristiano): “Fratelli, io vi dico questo: è poco il tempo che ci rimane. Perciò, da ora in poi, quelli che sono sposati vivano come se non lo fossero, quelli che piangono come se non fossero tristi, quelli che sono allegri come se non fossero nella gioia, quelli che comprano come se non possedessero nulla, e quelli che usano i beni di questo mondo come se non se ne servissero”.
      e 1Cor 9,24-27 (sull’ascesi come esercizio continuo di autodisciplina, paragonato all’allenamento dell’atleta): “Non sapete voi che coloro i quali corrono nello stadio, corrono ben tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, una incorruttibile. Io quindi corro ma non in modo incerto, lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, che talora, dopo aver predicato agli altri, io stesso non sia riprovato”.

  6. angelo

    Alla fine, davanti a Dio staranno due gruppi di persone.
    un gruppo dirà a Dio “sia fatta la tua volontà”.
    agli altri sarà Dio a dire “sia fatta la tua volontà.
    Lui non condanna nessuno! siamo LIBERI!

    Buona e Santa Domenica a tutti
    Angelo

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