L’ovvietà del vero

tagliapizza

di Andrea Torquato Giovanoli

Ieri mia moglie ha fatto la pizza.
Una tantum ha espresso le sue doti culinarie in favore del salato anziché del dolce.
Ed ammirandola armeggiare con gli strumenti del mestiere ho notato come, per tagliare il prodotto della sua fatica, abbia usato un attrezzo che riposava da tempi immemori appeso alla rastrelliera della cucina, tanto che ormai io lo spacciavo per un oggetto d’arredo, in coppia con la mannaietta dal sottoscritto volitivamente pretesa in lista nozze e mai usata.
Anziché afferrare lo scontato coltellone seghettato (o ancora peggio le forbiciotte da cucina), la consorte si è diretta sicura verso un dischetto affilato dotato di manico che ha illustrato, in risposta al mio quesito, con il nome di rotella tagliapasta.
È così che il velo nebuloso che normalmente mi affosca i pensieri si è squarciato lasciandomi sorpreso davanti alla banalità del reale.
Perché ogni strumento ottiene il miglior risultato con la minor fatica solo quando adempie alla sua funzione, e se è pur possibile tagliar la pasta con le forbici ed il cartone con la rotella, la realtà delle cose vuole che solo corrispondendo ad un ordine di rispettività si ottemperi alla natura del vero.
E se ciò vale per degli attrezzi, pur con la dovuta distanza, quanto più varrà per i viventi: un leone sarà felice soltanto se vivrà da leone, così come l’agnello se vivrà da ovino. Parrà strano, ma persino l’uomo e la donna, ontologicamente vocati ad una diversità complementare, si realizzeranno appieno soltanto vivendo da maschio il primo e da femmina la seconda.
Alla luce di questa ovvia rivelazione mi appare chiaro il perché di tutte quelle piccole e grandi nevrosi e frustrazioni che attanagliano le apparentemente inconsapevoli amiche di mia moglie (ormai tutte pericolosamente prossime ad abbandonare la soglia degli “enta”): tanto impegnate nella professione da posticipare continuamente il congenito richiamo alla famiglia, nell’ostentata indifferenza all’inesorabile ticchettìo di quell’orologio biologico che ineluttabilmente condiziona la fisicità del ginogeo.
Per contro appare evidente, invece, di come il loro essere completamente trasfiguri quando, finalmente approdate alla nidificazione, accantonando per quei pochi (insufficienti) mesi le mansioni di ragioniere, avvocatesse, ginecologhe ed impiegate, si confessino così appagate nel vivere la loro maternità tra le tranquille pareti domestiche, tanto da non provare alcuna fretta di rientrare al lavoro.
Ora: o mia moglie ha tutte amiche con le caratteristiche necessarie ad essere considerate eccezioni alla regola, oppure sembra questa invero un’implicita ammissione che la donna realizza la sua felicità nell’essere sposa e madre.
E se quest’ultima affermazione risultasse corrispondente al vero, allora potrebbe essere che persino le meravigliose doti d’intuito ed ingegno proprie della donna possano contribuire alla realizzazione piena della sua felicità se incanalate nella (peraltro molto impegnativa) gestione dell’economia domestica e famigliare.
Che forse volesse esprimere proprio questo concetto la Madonna quando cantò al suo Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente!”? Visto che, in fondo, in fondo, l’unico vero prodigio compiuto da Dio in Maria è stato esaltarne la femminilità a tal punto da farla Propria Sposa e Madre…
Ma io son solo un maschio, ed è meglio che mi limiti a mangiar la pizza della mia, di Donna.
Che per la cronaca: era buonissima.

44 pensieri su “L’ovvietà del vero

  1. Se hai seguito caro Andrea, anche in parte l’andamento del penultimo post “Quali donne vogliono le quote rosa?”, saprai che ti sei spinto in un “campo minato”… 😉

    Preparati a qualche piccola “esplosione” 🙂

    Pizza buona si, ma con che era guarnita?

  2. G.Maria

    E l’uomo (maschio) realizza la sua felicita’ nell’essere padre… citando papa Francesco: “Quando un uomo non ha questa voglia, qualcosa manca, in quest’uomo. Qualcosa non va. Tutti noi, per essere, per diventare pieni, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità: anche noi celibi. La paternità è dare vita agli altri, dare vita, dare vita… Per noi, sarà la paternità pastorale, la paternità spirituale: ma è dare vita, diventare padri”.

  3. Sara

    Grazie, Andrea! Una perla questo post, come le parabole di Gesù che, non a caso, parlava di cose semplici come il lievito nella pasta (per pizza?)!

  4. cinzia

    Parlo come donna lavoratrice (semplice impiegata, niente donna in carriera) moglie e mamma…. Frustrata come donna e come mamma, perché esco presto la mattina, rientro a metà pomeriggio stanca distrutta, e la mia casa è sempre nel caos, e non riesco a seguire le mie bambine come vorrei (ancora non ho cominciato a riguardare i compiti delle vacanze della mia grande…). La piccola – che ha appena finito l’asilo – quest’anno ha fatto una descrizione della mamma. Lei ha fatto il disegno e la maestra ha scritto quello che lei diceva (“la mamma cucina bene, mi prepara cose buone ma non gioca mai con me”). Il pugno è arrivato dritto allo stomaco! Forse non è vero che non gioco mai, ma è vero che gioco davvero poco.
    E come impiegata non faccio certo i salti di gioia……
    Il lavoro mi aiutava a riempire le mie giornate quando ero single, ma ora che sono moglie e mamma…. quanto vorrei stare a casa a fare la moglie e la mamma…. e non mi sentirei di sicuro così frustrata!!!!

  5. Cinzia ti capisco! Anche per me è un dolore ogni giorno uscire alle 8.30 e tornare alle 19.00… Anch’io non mi sentirei per niente frustrata a stare a casa a fare la moglie e la mamma! Mi sento frustrata adesso a vivere così! 🙂
    L’unico modo che ho trovato per trovare un po’ di letizia è affidare tutto il mio dolore istante per istante a Gesù. Non ci sono altre soluzioni. Gli affido la mia frustrazione e la mia famiglia. Il dolore resta eccome, ma è condiviso in un rapporto in cui non sono sola (per fortuna), in cui ogni cosa riprende il suo posto davanti a Dio. Non lo dico per fare la saputella che non sono, ma per condividere l’esperienza della lotta quotidiana che non è mai finita.

  6. vale

    E se ciò vale per degli attrezzi, pur con la dovuta distanza, quanto più varrà per i viventi: un leone sarà felice soltanto se vivrà da leone

    il senso comune, come spiega padre Garrigou-Lagrange( in “il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche”)consiste in un certo numero di principi evidenti che ci permettono di distinguere il bene dal male,il vero dal falso,il bello dal brutto,….e la realtà dal nulla. si tratta di una filosofia anteriore alla filosofia, perché si trova spontaneamente in fondo a tutte le coscienze.
    da”il sesso dei giacobini” di R. de Mattei su “il Foglio” di oggi3 luglio pag.II

  7. Erika

    @cinzia e Caterina Valli: mi dispiace che viviate una condizione di disagio e sofferenza.
    In attesa (??) che anche nel nostro Paese arrivino politiche di reale sostegno alle mamme che lavorano (ad esempio concedendo il part time a chi ne fa richiesta), vorrei condividere con voi la mia esperienza di figlia di una mamma che ha sempre lavorato ed è arrivata a livelli piuttosto alti nella sua professione.
    Io non ricordo di aver sentito la sua mancanza, da piccola, però questo non vuol dire nulla, perché ogni bambino ha esigenze e sensibilità diverse.
    Però ho tanti bei ricordi legati proprio al suo lavoro. Sia da bambina, quando mi portava nel suo ufficio e io mi mettevo a disegnare mentre lei terminava una riunione (a me sembrava molto divertente!), sia da adolescente, quando scoppiavo d’orgoglio per lei, che mi ha trasmesso l’entusiasmo per il lavoro, la capacità di appassionarmi a un progetto…
    Il vostro lavoro non è solo qualcosa che vi allontana dai vostri figli, anche, se comprendo che quando sono così piccoli è penalizzante lasciarli per così tante ore.

    Andrea Torquato Giovanoli è bravissimo, ma stavolta non sono d’accordo: la sua verità non è così ovvia, e nemmeno sempre vera.

  8. Grazie Erika, davvero! Quello che hai scritto mi fa riflettere e lo terrò presente!

    Per Andrea: tua moglie non ha le mie amiche.

    Io mi rendo conto con sorpresa ogni giorno che passa di come anche e proprio tra i miei amici, in questo caso le mie amiche, la mentalità dominante sia riuscita ad entrare nel loro cuore a tal punto da “strappare” letteralmente da loro le forze per stare di fronte alla loro REALTÀ e alla loro RESPONSABILITÀ.

    Dicono che i figli sono un dono, ma la loro vita familiare è un continuo lamento, lamento di non avere tempo per sé perché devono accudire figli e star dietro alla casa, di non poter stare “un po’ in pace” (potrei farvi ridere dicendo che le mamme hanno il pubblico quando vanno in bagno, oppure devono rimandare una pipì a tempi più favorevoli…ahahah) …

    Sono circondata da mamme che hanno come principale scopo quello dell’evasione dalla routine, quello di andare a lavorare il più presto possibile per essere “salvate dall’incubo” delle lagne dei loro figli e, per farmi sentire un’aliena, adducono come motivazione che la realizzazione di una donna non è solo il fare la mamma e la moglie, come se fossi una cretina senza alcun interesse se non quello per i pannolini.

    Insomma nessuno vuole fare fatica, anzi, nessuno considera più questa fatica una pienezza per sé, ma un limite alla propria piena realizzazione. Queste cose, dette da me che sono il lamento fatto persona, fanno ridere lo so… Però il mio lamento è in qualche modo sempre ironico, come la constatazione di un dato di fatto umano che accomuna la mia condizione (in questo caso di mamma) ed è un lamento da peccato originale che combatto con tutte le mie forze sperando contro ogni speranza , non una pesantezza a cui mi abbandono sperando in “tempi migliori”!.

    C’è ancora qualcuno disposto a dare la vita adesso?
    In questo caso, c’è ancora qualcuna disposta ad essere madre?

    Sono andata un po’ fuori tema, bannatemi se volete…

    1. Sara

      “Insomma nessuno vuole fare fatica, anzi, nessuno considera più questa fatica una pienezza per sé, ma un limite alla propria piena realizzazione”.

      Caterina, hai proprio centrato uno dei problemi a mio avviso più grandi di oggi e che sta alla base dei mali moderni! Finché non saremo nuovamente disposti a sacrificare il nostro egoismo e a smettere di pensarci come il centro del nostro mondo, ricominciando a vivere la fatica, la responsabilità e il sacrificio orientandoli alla nostra piena e vera realizzazione, la cultura nichilista che ci circonda non cambierà.

      Un abbraccio a te, a Cinzia, a Flo e a Marilena!

    2. Lalla

      Cara Caterina, un abbraccio virtuale! Così come alle altre mamme! Ti capisco appieno e trovo splendido il modo in cui affronti la tua condizione. Spero che la lettura di tanti commenti qui ti dia conforto e coraggio. Anche io ho vissuto la stessa frustrazione con la prima figlia, quando il lavoro (di medio livello senza grandi prospettive) che prima mi sembrava il solo possibile fronte di realizzazione personale, dove investivo grandi energie, mi è apparso come una enorme ingiustizia. La lacerazione secondo me non è però ontologica, ma nasce dalla natura guasta del sistema in Italia. Lavorare un monte ore spropositato, dover essere sempre pronta e disponibile ad essere spremuta, anche senza avere desiderio o prospettive di carriera. Ritengo l’armonizzazione lavoro-maternità assolutamente possibile per la maggior parte delle professioni con le giuste politiche. In Italia, forse un’utopia. Per i lavori o le ambizioni più impegnativi, be’, lì bisogna mettere in conto che in qualche modo qualcosa alla famiglia lo si toglie, e non mentirsi. Ma la grande menzogna forse oggi sta sul fronte delle donne normali con lavori normali: qualcuno ci ha ingannate dicendoci che lì, sì ci realizzamo, mica a casa con i pargoli. Abbiamo studiato, abbiamo magari eccelso negli studi…vuoi mica buttarti via? Forse la maggior parte sarebbe ben felice di dedicarsi ai figli a tempo pieno, ma non osa nemmeno pensarlo, non soltanto per le esigenze economiche della famiglia, ma soprattutto per la mentalità imperante.
      Insomma, spazio per lavorare anche dopo la maternità ce ne sarebbe per tutte. Ma la verità bisogna dirsela senza condizionamenti.
      Personalmente, il part time è stata la soluzione armonizzante, anche se potrei anche domani rimanere a casa senza rimpianti, anzi, con grandi progetti. Manco a dirlo, non vivo più in Italia 😉

  9. FLO FLO

    Bello questo articolo, semplice e dritto al punto…….a parte che mi ha fatto venire in mente che la nostra di rotella taglia pizza è sparita, sarà andata nel secchio insieme al resto in uno dei nostri venerdì “pizza e cinema” come lo chiamano i miei figli….ovvero pizza+film di walt disney….. Ma ovviamente mi parla nel profondo del mio cuore di mamma e di lavoratrice….
    care Cinzia e Caterina….come vi capisco, vorrei abbracciarvi e dirvi: “cosa è giusto fare?” Ho 2 bimbi di 6 e 3 anni e anche io lavoro a tempo pieno….non sono una donna in carriera perchè il mio primo pensiero è la famiglia e se vuoi essere “in carriera” la famiglia deve invece essere l’ultimo. Che vuol dire? Vuol dire che se c’è una riunione alle 18:00 io chiedo di farla alle 16:00…se sei in carriera reputi più importante non deludere il tuo capo e la fai alle 18:00 delegando ad una “tata” di turno il bagnetto e la cena dei tuoi figli…..potrei fare mille esempi. Una cosa è lavorare bene, con responsabilità e rispetto , come mezzo per far vivere dignitosamente la famiglia e dare il tuo contributo al mondo, un’altra è farlo per sentirsi “le migliori”, scalare le vette del potere ….che ti allontanano dagli affetti.
    Credo che per una mamma che lavora è dura, è una tribolazione continua…..sembra che hai equilibrato tutto e poi ti svegli al amttino e dici allo specchio “perchè devo lasciarvi tutte queste ore (figli miei)????E’ giusto ? E’ davvero per il vostro bene?”.
    Ho sempre chiesto al Signore di mandarmi dei segni concreti….apena sposata volevo lasciare tutto…anche se avevo studiato tanto e per questo avevo subito iniziato a lavorare…..i segni sono sempre stati chari….mio marito ha perso il lavoro più volte ….e il mio si è rivelato un “salvavita” per noi…Io penso sempre questo: ho scelto di lavorare solo nel mio orario ordinario (no straordinari ad oltranza, qui lavorano fino alle 22 passate), no trasferte….ovviamente chiudendomi qualsiasi crescita professionale….il Signore sà che il mio desiderio sarebbe stare di più e seguire i miei figli al pomeriggio….e se vorrà mi manderà dei segni chiari per questa scelta. Nel frattempo vivo con gratitudine ciò che ho…che adesso è essenziale per la mia famiglia.
    Mando un garnde abbraccio a tutte le donne “in equilibrio tra famiglia e lavoro”!!!!!!!
    FLO

    1. G.Maria

      FLO FLO, perche’ non potrebbe essere il papa’ che fa spostare la riunione alle 16:00 per tornare a casa e fare il bagnetto ai bimbi e preparare la cena? non si potrebbe fare a turno? una volta rimane il papa’ tardi al lavoro e un’altra volta la mamma…

      1. Claudia

        Mi piace la soluzione di G. Maria
        Il papà non è (non dovrebbe almeno) essere un estraneo per i figli. Ho dei bei ricordi dei miei sabato mattina a pattinaggio con mio papà con conseguente pranzo preparato da lui (ridotto allo zafferano, non sa preparare molto altro XD) Certo ero ovviamente molto contenta quando tornava mia mamma, ma non mi sono mai sentita particolarmente triste o abbandonata

  10. Che meraviglia leggere il tuo dire!! Se avrai il piacere di visitare il mio Food Blog, probabilmente ne comprenderai appieno le ragioni. Sono una “moglie a tempo pieno”, sebbene anch’io abbia studiato e di conseguenza lavorato fuori dalle mura domestiche…. ma non ero mai, completamente appagata. Pian pianino, dentro di me, una luce è divenuta sempre più forte, e lì ho capito che, dovevo vivere il mio ruolo di Donna-Sposa pienamente, per sentirmi serena. Mio marito ne è stato entusiasta, perché la qualità del ns vivere è nettamente mutata! Mi piace dire, sorridendo, che sono Manager in Qualità; in quanto curo e gestisco nel millesimo la ns “qualità” del vivere…. Risulto sicuramente fuori dal coro, in effetti, sono tra le ultime romantiche. Non abbiamo figli:-( è così che le stelle hanno deciso ma, abbiamo tanti motivi per ringraziare il cielo ugualmente, tutti i giorni! Grazie per il tuo pensiero, perché a parte mio marito che apprezza ed alimenta tutti i giorni il mio operato, la società (spero non tutta) non ne riconosce il valore. Ciao e Buona Vita!
    marilenainthekitchen.wordpress.com

  11. paulette

    Per la Chiesa Cattolica, scopo del matrimonio è la procreazione e l’educazione della prole.Per San Paolo, la donna si santifica nel suo essere madre.( e quindi anche nel fare la pizza)

  12. cinzia

    Sara, Flo, Caterina, Erika…. e spero di non aver dimenticato nessuno….
    Non voglio lamentarmi troppo perché in fondo il lavoro ce l’ho (mio marito invece è a casa, anche se cerca di portare a casa la pagnotta anche lui), ma non mi posso permettere il part time. Esco la mattina normalmente alle 6.40 (mentre le bimbe, e a volte il marito, sono ancora nel mondo dei sogni) e rientro alle 16.30 (perché ovviamente oltre il posto di lavoro bisogna raggiungerlo, e 30 km in treno andata e ritorno richiedono tempo … oltre che pazienza!).
    Ringrazio Dio perché ho due figlie meravigliose e sane…. ma forse quel che non riesco a fare bene è offrire il mio senso di frustrazione a Gesù…. la mia fede è molto vacillante, purtroppo….
    So comunque che il Signore mi (ci) guarda e ci sostiene ….
    Grazie

    1. G.Maria

      Cinzia, capisco che vorresti fare cambio con il marito, lui al lavoro e tu a casa. Credo pero’ che il papa’ e marito a casa possa essere una buona opportunita’ per fare tante belle cose. Coltivare il rapporto padre-figli, per esempio…

  13. vale

    sempre a proposito dell’ovvietà del vero:

    http://www.corrispondenzaromana.it/cosi-la-cassazione-istituzionalizza-la-religione-dei-senza-dio/

    Le sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno depositato una sentenza, che stabilisce come «anche le associazioni atee e agnostiche debbano ricevere dal governo la stessa tutela e gli stessi diritti riconosciuti dall’art. 8 della Costituzione alle confessioni diverse da quella cattolica, mettendo al bando la discriminazione tra le fedi acattoliche».
    giustamente, l’autore, fa notare

    Chi celebrerà i matrimoni tra atei? Che sacerdoti saranno abilitati a presiederli? Secondo quale cerimonia? Appare questo il grimaldello, con cui scalzare ed annientare anche ogni differenza di fatto tra il concetto di “religione” e quello di “setta”, finora scientificamente distinte e definite, anche per trarne conseguenze importanti sul piano del diritto: non a caso la Chiesa Cattolica fonda i propri rapporti con lo Stato Italiano sulla scorta di un preciso Concordato. Di cui l’Uaar chiede l’abolizione, contraddicendosi: da una parte spara a zero sul Concordato, dall’altro esulta per una sentenza della Cassazione, che di fatto introduce per tutti ‒ anche per loro – la necessità di un riconoscimento istituzionale da parte dello Stato.
    mi tocca rimpiangere l’alvise: è meno subdolo e più diretto.preferisce l’abolizione del vaticano tout court.

    1. Come sempre bisognerebbe leggere attentamente la sentenza, nonché saperla comprendere (che non è sempre automatico…), ma così di primo acchitto la sentenza (o meglio quanto riportato dall’articolo…) non fa che allargare tutela e diritti ad associazioni paragonate a Confessioni diverse da quella Cattolica, tra cui ad esempio, tanto per capirsi, i “testimoni di Jehovah”… non vedo lo scalpore.. Certo si allarga l’idea del “fatti una religione ad hoc…” (o cercatela tra le tante offerte), ma l’aggiunta di un “prodotto” sullo scaffale dei “vuoti a perdere”, non mi pare – attualmente – il più grave dei mali.

      Anche “Appare questo il grimaldello, con cui scalzare ed annientare anche ogni differenza di fatto tra il concetto di “religione” e quello di “setta”… non mi pare particolarmente significativo… Dal punto di vista giuridico, non esiste una norma, penale o non, che dica cosa è una setta, satanica o semplicemente una setta (di qui l’enorme difficoltà dell’Autorità Giudiziaria a perseguire i crimini commessi al loro interno…). A meno che l’autore dell’articolo ipotizzi il rischio che qualche setta, si presenti come “associazione xy” e chieda un riconoscimento come tale, ma al di là di tutto questo oggi già era possibilile.

      Se poi qualcuno vorra approfondire e chiarire meglio la cosa, sarò il primo ad esserne grato. 😉

        1. Ciao Giusi.
          Sì tutto bene grazie, qualche “curetta” da fare, ma non morirò di questo male (e da morte improvvisa liberami Signore…).

          Per il cervello invece niente da fare 😀 :-D, posso solo peggiorare 😉

      1. vale

        appunto. non appare definito. e ciò che non è definito è, di per sé stesso, libero.
        non entro nella esegesi dell’articolo. mi limito a riportare che, di fatto e di diritto( positivo, alla kelsen, ) è una sorta di “tana libera tutti”.
        come ben insegna la chiesa non tutto ciò che è permesso legalmente è legittimo o lecito( dal punto di vista morale. per chi ha una morale, s’intende). siccome quì si parla – si spera- di morale cristiana, certi dispositivi sono errori. e l’errore-sempre come insegna la chiesa- non ha nessun diritto.
        il voler dare rilevanza giuridica( perché dopo questa sentenza è inevitabile che accada, o credi che dei “sommi” giuristi-come i “sommi farisei” non ne abbiano previsto le conseguenze) a qualunque “credenza” non sia in linea con quanto riportato da quel ministro francese( citato in una mia precedente) sulla scristianizzazione forzata della Francia e dell’Europa, è una pia illusione…

        1. @Vale, “…come ben insegna la chiesa non tutto ciò che è permesso legalmente è legittimo o lecito”
          Su questo NON CI PIOVE.

          La mia era una sottolineatura a non meravigliarci (o anche allarmarci) per qualcosa che non aggiunge nulla ad uno stato di fatto… ma posso aver peccato di ingenuità 😉

  14. Guarda Cinzia, è davvero dura anche per me!

    Mi sento un po’ in imbarazzo a farlo qui (non saprei proprio come farlo in privato!) ma rischierò … se ti può dare un po’ di coraggio, ti racconterò di come ora sia tornata a stupirmi del sole giallo, del cielo blu e dei prati verdi e rossi di papaveri grazie a questa quotidianità di corsa e con il cuore a pezzi divisa tra famiglia e lavoro, sinteticamente, grazie alla mia Croce.

    Dopo un anno ad arrancare arrabbiata con la realtà, incavolata nera con la mia Croce (certo, non mi è morto nessuno, ma lavorare tutto il giorno e lo strappo dalla famiglia mi devastano il cuore come un cancro terminale che fa uscire la parte peggiore di me in tutto e con tutti…), quello di questi ultimi mesi è davvero un nuovo inizio. La vita mi ha offerto attraverso questa fatica una grande occasione. E’ proprio vero, la realtà converte!

    Quando mi sono resa conto di non essere capace di fare nulla e le giornate e le preoccupazioni per la mia famiglia mi hanno preso tutte le energie tanto che la vita quasi non mi apparteneva più, mi sono trovata sull’orlo di un baratro …e ti dirò per un po’ ho anche perso l’equilibrio cadendo in una rabbia disperata (che caratteraccio!).

    Ma ecco la mia ennesima grande occasione! Stavo talmente male, vivendo le giornate con rancore e lamento senza saper dove sbattere la testa, che non ce la facevo più! E sapevo benissimo il perché: contavo solo su me stessa e tutto questo mi schiacciava e mi faceva sentire schiava della vita. Dov’era finito quell’avvenimento che aveva già cambiato la mia vita tante volte e mi aveva reso per un po’ libera come non lo ero mai stata? Allora ho deciso di lasciar ri-entrare Gesù davvero nella mia vita (posto il fatto che non credo se ne fosse mai andato… :-)) piano piano, attraverso piccole ferite che qualche volta al giorno si creavano nel mio cuore anelante a Lui, e mi sono abbandonata completamente a Chi mi ha fatto (e mi fa!) e mi ha dato tutto: ho smesso di cercare di conservare qualcosa per me, iniziando ad amare e basta. Ho mollato le redini, non tutte di un botto eh, ma piano piano ( e lo sto facendo anche adesso!) millimetro dopo millimetro, per consegnarle a Chi sa guidarle meglio di me, ed è il mio martirio quotidiano. Non avevo mai capito così bene la frase che avevo messo (che ingenua!) nel mio libretto di nozze: “Che vale il mondo rispetto alla vita? Che vale la vita se non per essere data?”.

    E così anche stavolta mi sono ripigliata, oserei dire meglio di prima, come fosse un altro piccolo passo, e il mio sì è ogni volta più carico. Il bello è che ogni volta è la stessa storia, non c’è nessun altro modo per dirlo: Cristo è SEMPRE la RISPOSTA alla mia vita. Qui dentro la durissima realtà che vivo, dentro la mia croce quotidiana.

    Perciò ora sto ricominciando a vedere la bellezza delle cose che per me non esisteva più, come quella che mio figlio Pietro non manca mai di farmi notare: “Mamma, c’è il sole giallo! E’ mio!” oppure “Mamma, il prato è tutto rosso di papaveri! Sono tutti miei!”… capisci, la Bellezza che vede è stata fatta e pensata per lui! Che semplicità i bambini!

    Delle volte però per vedere la Bellezza di Dio bisogna affinare lo sguardo…
    Ultimamente con la mia famiglia sono stata al santuario del Volto Santo di Manoppello. Lì è conservato il panno della Veronica in cui è rimasto indelebile il volto di Cristo a colori mentre saliva il Calvario. A parte la situazione di delirio che si è creata (il Panno è conservato in una teca trasparente sopra all’altare, alla quale si può accedere da dietro, tramite due scalone dove i miei figli facevano un bordello sfrenato di sali-scendi urlando “mamma guarda cosa faccio!” di qua e “papà guarda come sono bravo!” di là…mentre un gruppo di silenziosissimi tedeschi cercavano di pregare…) sono riuscita a stare lì davanti un minutino: è BELLISSIMO. E mi è venuta in mente la famosa frase di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo, IL VOLTO SERENO DI UNO CHE HA SOFFERTO”. E’ la bellezza del volto di Cristo che riecheggia nel volto di chi lo segue, dei santi e può riecheggiare anche nella mia e nella tua!

    Un abbraccio grande cara Cinzia! Non siamo sole!

    1. Mi permetto di inserirmi in questo scambio “tra sole donne”…
      Per eseperienza credo che a volte sia molto più difficile vedere Dio nel “tran tran” della vita quotidiana che non sotto una croce veramente pesante del tipo (Caterina) mi è morto qualcuno… e lo dico per esperienza vissuta.

      Credo il fatto sia, che nella vita di tutti i giorni, svegliati, alzati, prepara e preparati, inizia a lavo posso, potrei ma non volgio, ecc, ecc, fino a sera, finiamo per sentirci gli unici “deus ex machina” della nostra giornaliera esistenza,rare (a casa o fuori), metti tutto in fila, fermati, riparti, imprevisti inprevisti imprevisti, io, gli altri, vorrei ma non di quella fatta di concreti minuti, dopo minuti…
      E’ difficile comprendere cosa centri Dio con la macchina che non parte proprio quersta mattina, o la febbre improvvisa di nostro figlio o… i suoi pidocchi in testa (ahhh!! i pidocchi, peggio di una catastofe termo-nucleare ;-)).
      C’entra, non c’entra? Ma davvero debbo affidarmi a Lui anche per queste “sciocchezze”? Io direi si… soprattutto se queste “sciocchezze” finiscono per distruggermi la vita e soprattutto la relazione con i miei cari e con Lui!

      Quando ci si imbatte nella “Croce pesante”, ecco che subito realizziamo la nostra profonda inadequatezza… ecco che subito comprendiamo che “senza di Lui non possiamo far nulla”, che siamo già che belli che spacciati.
      (Il passaggio attraverso la Croce è un dono prezioso, un memoriale, per la pesantezza goccia a goccia di tutti i giorni, che può uccidere quanto un colpo di spada.)
      Allora si che “abbassiamo le armi”, lasciamo che si pieghino le nostre ginocchia, alziamo a Lui lo sguardo e le braccia e imploriamo il suo aiuto…

      Ma nel “tran tran” di tutti i giorni, no.. perché “vuoi che non ce la faccia” a mettere in fila la mia vita e pure quella degli altri?
      Mi comprenderete, non che si tratti di stare in ginocchio a braccia alzate tutto il giorno… non fisicamente (quando la croce è pesante si fa anche quello se non di giorno, di notte), ma nel nostro cuore può essere fatto. Il nostro cuore sempre rivolto a Lui. Credo allora molte cose cambino (o possano cambiare..). Gli imprevisti sono un momento privilegiato do ve Dio può agire, non fosse altro che nel nostro cuore per la nostra conversione… a volta la prospettiva cambia “guarda, non ci fosse stato ‘sto casino, questa opportunità non ci sarebbe stata (perché tutto concorre al bene…)

      Portiamo quindi avanti il nostro “tran tran”, come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Lui.
      Benedicendo SEMPRE, in preghiera SEMPRE…

      Io non lo faccio SEMPRE, ma sempre me ne ricordo e già questo mi aiuta. 😉

  15. Andrea Torquato Giovanoli

    Carissimo Bariom, vista così, a bocce ferme, direi che tutto sommato mi è andata bene: a parte un paio di miccette, non sembrano esserci state esplosioni degne di nota 😉
    evidentemente l’artiglieria pesante era già stata scaricata dietro all’articolo di Costanza 😉
    Invece il parterre femminile che si è aperto qui è stato meraviglioso: un megabbraccione a Caterina ed alle altre mogli/mamme che si sono espresse con tanta sincerità, arricchendoci tutti.
    Ad Erika un grazie speciale per il suo controcanto sulla sua incredimamma: davvero un’esemplare eccezione alla regola, parrebbe 😉
    Ah, Bariom, quasi dimenticavo, la mia parte di pizza era doppia mozzarella e würstel: sallo ^_^

    1. Si in effetti mi aspettavo il peggio… come hai detto interventi molto positivi invece 😉

      Peccato per i würstel sulla pizza, proprio non li digerisco (di peggio sulla pizza ci sono sole le patate :-|), ma si sa: de gustibus… 🙂

      1. Giusi

        Concordo. Aberranti i wurstel sulla pizza, aberranti sempre…. (la dieresi dove cavolo l’hai trovata?)

          1. Giusi

            Si buonanotte! Sei tu il mio guru della scienza e della tecnica, capisco solo le tue chiare “distruzioni”. Ma posso sopravvivere anche senza dieresi, mi accontento delle faccine, di postare i link e del grassetto. Quante cose mi hai insegnato! Grazie 🙂

  16. cinzia

    Grazie Caterina!
    E grazie anche a Bariom.
    E’ vero, ci si perde nel tran tran quotidiano e si smette di sentire la Sua presenza….
    E visto che io voglio fare sempre tutto da sola (la donna che deve chiedere mai …. 🙂 ) e mi dico che Dio ha situazioni ben più gravi in cui portare il suo aiuto, perché a me in fin dei conti va tutto bene e che sto qui a lamentarmi…. poi ovviamente crollo…
    Va beh….

  17. Andrea ti è andata bene! Ahahahah!

    Grazie Bariom, ottima sintesi!

    Per Cinzia: Il problema è sempre quello, che vogliamo fare tutto da soli! Soprattutto noi donne che crediamo di poter controllare tutto e ci affanniamo come pazze! E troviamo mille scuse per non lasciarci aiutare! Incredibile!
    La mia esperienza mi dice che la Grazia arriva quando la lascio entrare. Perché sì, la grazia di Dio è un dono, ma è l’unione di due libertà, della Sua e della mia. La Sua c’è sempre, è lì che mi aspetta, è lì prima che io la chieda, perciò la questione è la MIA libertà a riceverla la Sua grazia! Ciaooooooooooooooooo!!!

  18. Costanza

    Grazie Bariom, per quello che hai scritto. E grazie anche a Caterina e alle altre mamme, testimoni viventi e credenti che alla fine di tutto niente dipende da noi. Per fortuna. Nel mio caso mi dimentico sempre che Cristo compie la mia vita e mi affanno tutti i giorni per nulla. Poi arrivo al punto che scoppio e piango perché vorrei solo una carezza da Lui e sentirmi dire che non sono sola.
    Il problema non è risolvere i problemi, ma guardare la realtà come insegna Gesu’. È l’unico modo per avere la pace, nonché la maniera più bella e più vera vivere le cose.
    Ahimè, potercela fare sempre!

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