La nostra storia è benedetta – Non Desiderare La Vita d’Altri

di Costanza Miriano

In “Non desiderare la vita d’altri”, il libro col quale cerco di andare a fondo sul tema del desiderio di altrove, di quella illusione ottica con cui almeno ogni tanto – chi un fuggevole pensiero, chi un tarlo continuo, chi una periodica tentazione – direi tutti ci troviamo a misurarci. Vedere quello che vivono gli altri, o inseguire le fantasie su come avrebbe potuto essere diversa la nostra vita se avessimo preso un’altra svolta, scelto un altro percorso, può toglierci la gratitudine per quello che stiamo vivendo, per il nostro lavoro, la nostra storia, i soldi che abbiamo, il corpo, il successo. La risposta, ovviamente, non è accontentarsi, ma al contrario capire che la nostra storia è benedetta, se le circostanze ci fanno fare l’incontro che riempie il nostro cuore… per esempio, quanto al matrimonio:

(…) Ovviamente, insieme al problema di parlare due lingue diverse (più precisamente: io parlo, lui no), ci sono infinite fatiche e difficoltà e altre gioie che devono rimanere segrete, e che sono l’essenza più profonda di noi due, o meglio, di quella nuova entità che è nata da noi e che ormai dopo tanti anni è indistinguibile da noi come singoli. Ecco, questo credo si possa dire per ogni coppia di sposi: mi capita di pensarlo ogni volta che sento di qualcuno che si separa e si mette con un altro. Lo sa, il nuovo, che si sta prendendo anche una parte della persona che viene sostituita? Quanta parte di sé c’è in quell’uomo che si rifà una vita, e quanta di una moglie con cui ha condiviso tutto, dal modo di caricare la lavastoviglie alle paure per la febbre di un figlio che non passa, quanti ricordi come quella volta che ci si è persi in Normandia o che ha nevicato a Roma e ci si buttava sulla discesa del Colosseo col bob di plastica? Si vive insieme plasmando uno sguardo comune, soffrendo insieme per un figlio che sembra si stia perdendo, gioendo insieme quando ci si gira indietro e si vede che, alla fine, la strada percorsa aveva una direzione e un senso, anche quando sembrava fatta solo di una fila interminabile di liste della spesa e riunioni condominiali e attese fuori dai locali, come prima era stata di secchielli e palette e altalene e litigate e scuse e cene col muso e altre cene che vorresti non finissero mai. Come insieme si è plasmato lo sguardo sulla vita e la morte e sulla migliore pizza della città e su dove sia meglio trascorrere agosto e dove tenere le cose in casa, come dice singhiozzando Michelle Pfeiffer nella scena madre di Story of us, quando lei decide di tornare con lui dopo una separazione perché “tu sai tutto di noi, sai dove stanno gli antibiotici”.

Niente poi – tranne la deportazione o le purghe staliniane – crea una comunione assoluta come essere sopravvissuti insieme all’adolescenza di una figlia (per non parlare di due, gemelle); che ne sa Molotov della tortura che può infliggerti una adolescente quando si sente tradita dall’amica che non le ha detto che si era fidanzata e vuole vendicarsi su di te, anziana madre colpevole di averla messa al mondo e nutrita e curata e vestita per gli ultimi diciotto anni, e su di te, anziano padre, colpevole di averla mantenuta e accompagnata ovunque con ogni condizione climatica, dal nido alla discoteca. La leggiadra fanciulla, tra l’altro, userà l’unico neurone rimasto libero dalla litigata con l’amica per tentare di mettere i genitori l’uno contro l’altro: quelli che non divorziano, gli happy few, saranno invincibili, è come fare un triplo ironman, niente ti fa più paura, dopo.

Ogni coppia che attraversi anni insieme costruisce un linguaggio segreto, anche quelle infelici, e ce ne sono, non dico di no. Per questo, se desiderare cose o condizioni o esperienze degli altri solo perché le si vede è un inganno, ancora meno senso ha il desiderare un uomo o una donna di un altro, o invidiare un matrimonio che non si conosce. È un mondo segreto che è di qualcun altro, e non potrebbe mai essere nostro, perché se ci fossimo noi sarebbe un matrimonio diverso; quella che ci sembra così attraente, con noi, sarebbe una persona diversa.

(…)

C’è uno spazio di vuoto e di solitudine anche nella coppia più solida, anche lì c’è un luogo in cui l’altro non riesce a raggiungerci nemmeno se ce la mette tutta (…) Perciò prendere atto del proprio vuoto interiore è proprio l’inizio di ogni relazione vera, e Dio è l’unico a cui si possa consegnare totalmente il nostro vuoto, in una relazione che sia sicuramente sana, che sicuramente non ci tradisca, che sicuramente sia buona per noi. Ma come si fa a incontrarlo? Siccome questo è uno dei tanti ambiti in cui vorrei essere esperta ma non lo sono, chiedo aiuto, al solito, a padre Emidio. Glielo chiedo perché qui se sbagliamo, sbagliamo tutta la nostra vita. Qui vorrei almeno cominciare con degli indizi che ci ha dato.

Il padre di tutti nella fede è Abramo. Ma da dove nasce la sua fede, come l’ha trovata? I Rabbini dicevano che lui ebbe fede perché gliela insegnò il padre, e questa è la prima teoria. È la fede che si ha, o forse sempre di più bisogna dire si aveva, per lo più nel nostro paese e in quelli a tradizione cattolica: vai a Messa perché ti ci manda la mamma. Non è una fede radicata, non ti cambia la vita. Ecco, questa non è la fede di Abramo, che scommise tutto su Dio, la vita, la patria e arrivò fino quasi a scommettere la vita dell’unico figlio. Una cosa del genere non la fai perché te lo dice la mamma ma qualcuno che conosci davvero, e di cui ti fidi molto.

Seconda teoria: Abramo ebbe fede per reazione, visto che il padre era un commerciante di idoli, fabbricava statuette che avrebbero dovuto rappresentare Dio. Loro, che le facevano, sapevano che erano solo statuette e non davvero divinità. Quando sollevò dei dubbi, il padre gli disse di non preoccuparsene, e di pensare piuttosto al guadagno che ne veniva. La risposta lo scandalizzò a tal punto che ruppe col padre, lasciò la sua terra e si mise alla ricerca del vero Dio, continuando però ad avercela col padre. Questa è la fede di coloro, e non sono pochi, che la hanno nutrita dal rancore verso qualcuno, a volte proprio verso persone che credono, secondo loro però in modo non corretto. Sono molti più di quanti si creda. Un sacco di gente nutre la sua fede di distinguo e di rancore. In opposizione agli altri che non sarebbero mai i veri cattolici. Però, su questo san Francesco aveva le idee chiarissime, quella non è fede vera: non si entra in relazione con Dio se si giudica male un fratello. “Se vai a portare l’offerta all’altare – cioè se vuoi stare in relazione con Dio – e qualcuno ha qualcosa contro di te (nota bene: non “se tu ce l’hai con qualcuno”, ma “se qualcuno ce l’ha con te”!) va’ prima a riconciliarti e poi porta l’offerta”. Diceva Emidio: “Dio non è accessibile se con gli altri c’hai qualcosa di storto. Perché è lo stesso canale, la stessa linea, capite? Se è occupata la linea con qualcuno, con Dio non ci parli. Guardate, questo ve lo assicuro, scrivetevelo, fateci un poster scritto grosso: io non incontrerò mai il Dio rivelato se ho rancore anche per una sola creatura”. Non i piccoli screzi, ma le rotture interiori, la rabbia, la delusione profonda. A quelle va messa mano se si vuole incontrare Dio, a Lui vanno riconsegnate.

La terza teoria è che Abramo conobbe Dio guardando il cielo stellato, di notte, la bellezza della natura. Ogni tanto c’è qualcuno che dice una cosa del genere, magari perché è tornato da una vacanza e ha aspettato l’alba in cima o in riva a qualcosa (io invece sono poco georgica, di solito più che altro elevo pensieri grati a Dio perché abbiamo portato a casa le penne, tipo quando ci siamo trovati a passeggiare fra i tori coi bambini con gli zainetti rossi, e una volta superata la staccionata che ci metteva in salvo Bernardo si è girato verso di loro salutandoli con “aho’, ieri v’avemo panato lo zio”, ringraziandoli per la fettina della sera prima). Vedere Dio nella natura è sicuramente una bella cosa, ma non tiene alla prova di un terremoto, di un bambino che muore, di un’alluvione.

La quarta teoria è che Abramo ebbe fede perché Dio gli parlò, come racconta la Genesi. Questo significa che nella fede ci deve essere anche un dialogo, che viene da un incontro personale. Altrimenti, diceva Emidio, non è fede. “Si può chiamare senso religioso, senso del mistero, fascino per l’arcano, si può chiamare spiritualità, profondità, misticismo, ma non è la fede”. E anche questo rischio riguarda molte persone che magari hanno un gusto per il gregoriano, la basilica romanica, l’abbazia in collina (eccomi). Ma Dio lo incontriamo solo se Lui, di sua iniziativa, ci parla. Il problema è che Lui spesso ci prova, cerca di parlarci, ma noi siamo distratti da un sottofondo troppo rumoroso, che è sostanzialmente l’ascolto di noi stessi, il desiderio di cercare il piacere e fuggire il dolore, la corsa a soddisfare i nostri bisogni, la determinazione a seguire la nostra libertà, il mito dell’autorealizzazione. Si entra in relazione con un altro solo se qualcosa rompe la nostra bolla autoreferenziale, di solito un dolore, un fallimento, una fregatura, un inciampo, la scoperta della nostra debolezza. Perché è quello il momento in cui da Dio non ci andiamo da colleghi, come ci sentiamo per lo più, ma da poveracci, da colleghi dei peccatori. Peccatori non tanto per le cose sbagliate che abbiamo fatto, ma perché fragili, feriti, incapaci di fare il bene che vediamo. Quando si va dal Signore a testa bassa, cioè da creature, allora si è nella disposizione di animo di ascoltare. Non è masochismo, o sminuirsi, è semplicemente guardare in faccia le cose. Il fatto che siamo limitati, pieni di difetti, e quindi possiamo avere pietà anche degli altri, perché sono proprio come noi, visto che vediamo tutti i loro difetti, ma poi facciamo peggio di loro. Non è questione di un nevrotico, è la verità su di noi che però possiamo intravedere solo con la grazia.

da: Non desiderare La Vita d’Altri

 

5 pensieri su “La nostra storia è benedetta – Non Desiderare La Vita d’Altri

  1. Purtroppo questi passi ispirati sono quasi tutti qui e ci sono dozzine di pagine su temi più leggeri dell’aria come “Karate Kid”, che a mio parere non recano profitto al lettore, anzi rischiano di annoiarlo e di fargli chiudere il libro. Ma non sono intervenuto per questo e ve lo lascio scoprire da voi.
    A mio parere (prendetelo come una critica costruttiva) il libro affronta il tema dell’invidia sotto un aspetto esclusivamente materiale: non solo cita soltanto situazioni molto terrene (il successo…) ma dice di non affliggersi perché la moglie di quel tale, in tua compagnia non sarebbe così attraente. Chi lo dice? Magari quel tale è un mollusco e con te lei sarebbe un vulcano (come disse Papa Francesco, “sono solo battute”). Per cui, l’invidia sarebbe ingiustificata soltanto perché l’oggetto (materiale) non varrebbe la pena di essere invidiato.
    Si potrebbe aprire qualche pagina di T. S. Eliot, ma soprattutto di S. Teresa di Lisieux e di S. Francesco di Sales, per dare senso all’Inferno che è quasi diventato il mondo di oggi (Fida Moro ha usato espressione simile e non mi sembra una persona invidiosa, quanto al rancore non mi permetterei di darle lezioni).
    Secondo questi autori Dio si manifesta nella sconfitta e nel fallimento (“guai a voi quando tutti diranno bene di voi”), trasfigurando queste situazioni in momenti di luce e lo steso S. Paolo dice che secondo i parametri umani la Croce è “scandalo e stoltezza”.
    Sul tema del rancore, prego Dio di non suscitarne ingiustamente essendo peccato mortale, ma credo si parli troppo poco della diffusa malvagità gratuita (e talora arrogante) su cui sembrano fondarsi le società in declino. E’ un tema vasto che gioverebbe approfondire, per esempio leggendo “Desocializzazione” del prof. Matthew Fforde. Un testo che affronta temi tabù con molto coraggio, in un Paese in cui la verità deve passare necessariamente, secondo me, per lo smascheramento, laddove altri libri, in maniera diabolicamente perversa, propongono delle maschere

  2. Vale

    Un solo appunto: Lui, di sua iniziativa, ci parla. Forse. Talvolta, la prova, consiste nel Suo silenzio. ( santa Teresa di Calcutta. 50anni di silenzio di Dio).

  3. “Questa è la fede di coloro, e non sono pochi, che la hanno nutrita dal rancore verso qualcuno, a volte proprio verso persone che credono, secondo loro però in modo non corretto. Sono molti più di quanti si creda. In opposizione agli altri che non sarebbero mai i veri cattolici.”
    Sono sacerdoti a ispirarle questi pensieri di pace ecclesiale, con Papa Leone che dice di voler porre fine a polarizzazioni nella Chiesa? Per ragioni contingenti assisto abbastanza spesso alla Messa novus ordo. Le pare possibile che ci vada per giudicare il vicino di banco, la sua fede che, come recita lo stesso rito, “Dio solo conosce”? È gente che cerca di pregare come me, bisognosa di perdono come me.
    Altra cosa è lo scandalo e il disorientamento dei fedeli causato da casule leopardate, messe (?) a mollo in spiaggia, o celebrate con piatti di plastica da picnic. Purtroppo non si fa nulla contro tali abusi (come se non ci fossero) mentre tutto si fa per togliere aria a chi cerca soltanto uno spazio nella Chiesa.
    Perfino cardinali (del passato e del presente) hanno evidenziato che certe scelte pastorali, come la comunione ai divorziati risposati e la benedizione alle coppie omosessuali possono produrre danni. Può dirmi cosa ne pensano i suoi amici sacerdoti, sono usi da mantenere? Le perplessità dei cardinali sono dovute a rancore, o magari ad amore per la Chiesa ed i fedeli?
    La carità, mi è stato insegnato, non comporta necessariamente sentimenti di calore, ma consiste nell’avere a cuore la salvezza del prossimo (amico o nemico che sia).
    Mi permetto anche di ricordare che nello stesso Vangelo (per tacere di S. Paolo) abbondano parole e atti veementi di Nostro Signore, che è il modello di carità per tutti noi e aveva parole di misericordia per molti, specialmente per gli ultimi e gli esclusi.

    “E anche questo rischio riguarda molte persone che magari hanno un gusto per il gregoriano, la basilica romanica, l’abbazia in collina (eccomi). Ma Dio lo incontriamo solo se Lui, di sua iniziativa, ci parla. Il problema è che Lui spesso ci prova, cerca di parlarci, ma noi siamo distratti da un sottofondo troppo rumoroso”
    Allude al “chiasso” di certe canzonette durante la Comunione, momento di massimo raccoglimento? Se non altro il gregoriano, nel peggiore dei casi non fa danno e c’è anche la possibilità che chi ne “ha il gusto” si converta, mentre non mi risulta che Simon & Garfunkel suonati durante la Messa (esempio reale) abbiano mai convertito nessuno.
    Non so quali danni all’anima possa produrre la basilica romanica, ma sembrano certi quelli del Kubo di Foligno (fosse l’unico esempio): sicuramente lo sfregio del paesaggio creato da Dio, forse in misura maggiore del “terremoto” di cui sopra, perché quella mole di cemento non è una maceria ma un orrore voluto. I fedeli invece di pregare muoiono di freddo, ma l’architetto comanda di non apportare modifiche.
    Soprattutto il disorientamento causato da quei volumi opprimenti e spogli, per cui forse converrebbe dire: “E anche questo rischio riguarda molte persone che magari hanno un gusto per il Kubo”. Con quel che segue

  4. Visto che Costanza cita Obi-Wan Kenobi.

    Dart Fener:
    – Adesso abbiamo “femministe” che scrivono anche su “Avvenire” [si veda l’articolo di Antonella M.], il giornale cattolico per eccellenza?
    A quando un articolo simile sull'”Osservatore Romano”? O meglio, a quando una Papessa Giovanna, autentica questa volta, sul Soglio Pontificio che scriva non un articolo giornalistico, ma un’enciclica dal titolo “Foemina ac Domina”?
    Imperatore Palpatine:
    – Pazienta amico mio, pazienta. Intanto ordiniamo le donne diacono.

    Forse, col linguaggio puerile di Hollywood si capisce meglio. Cosa ne dice Padre Emidio, le faranno le diaconesse? E Obi-Wan Kenobi che farà?

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