La sua ultima fatica però, vale davvero la pena. Non che i precedenti non l’avessero (anche se qualcosa da obiettare su “obbedire è meglio” potrei anche trovarla), ma “Benedetto il giorno che abbiamo sbagliato” è il libro che tutti dovrebbero leggere. Non tutti quelli con il matrimonio in crisi, non tutti quelli che vorrebbero fuggire ovunque purché lontano dal coniuge, tutti, anche quelli non sposati, non fidanzati, e persino non credenti. Per diverse ragioni.
Per il tema innanzitutto, il vero titolo del libro poteva essere “perché il divorzio non è una soluzione” e ci vuole coraggio a scriverlo, non basta il quadricipite da runner, ci vuole del fegato perché non ne parla più nessuno, nemmeno in casa cattolica, il referendum di 50 anni non ha solo legalizzato la pratica, la ha completamente sdoganata, il dissenso degli anni del referendum si è polverizzato velocissimamente e le coscienze sono state narcotizzate, introiettato l’equazione legale=giusto, anzi buono. Il risultato è che oggi si fa persino fatica ad ammettere che i figli soffrono se i genitori si separano. “Dipende da come ci si separa, dipende dall’età dei figli”. No. Il quanto si soffre dipende da molte variabili, è vero, ma il se si soffre, purtroppo non esiste, si soffre sempre. Soffre chi resta, soffrono i figli, soffrono i parenti, soffre anche chi si ne va. E’ nel pacchetto.
Secondariamente scrivere questo libro significa toccare corde delicatissime, dire a persone anche amiche, amiche strette, a cui si è legati da affetto fraterno, che tutto si vorrebbe fuorché soffrissero, esattamente quello che non vorrebbero sentire. Significa parlare di indissolubilità a chi vive sulla propria pelle delle fatiche atroci, pesi della propria storia passata non ancora risolti, tradimenti o tentazioni di tradimento, problemi di dipendenze, fatiche psichiche, problemi legati ai figli che vanno a incrinare quell’unione sacra logorandola e trascinandola in un baratro. Significa dire che non solo la soluzione non è non dirsi addio, ma benedire quella fatica perché porta a qualcosa di più grande. Certo, questo è accettabile solo nell’ottica del cielo, nell’ottica della vita eterna, ma c’è forse qualcosa di meno in ballo?
Questo libro restituisce giustizia non solo a chi si impegna a vivere il proprio matrimonio o la propria separazione – magari subita – in modo cristiano, ma a vivere ogni giorno la propria vita in modo cristiano. E qui viene il terzo punto. Questo libro è per tutti perché parla di come stare davanti ad una fatica che il mondo ti propone semplicemente di aggirare, di saltare come un ostacolo lungo la corsa. Eppure lì dentro c’è la storia che Dio ha scritto con la nostra stessa vita, con gioie dolori ed errori. Una storia che sempre generato vita. E che merita parole più vere di quelle illusorie che offre il mondo.

Lo compro subito!
Tutto bellissimo e verissimo, ma i lodevoli propositi del libro bisogna averli in due. Se li ha uno solo, acquista il doppio dei meriti ma può anche crollare o ammalarsi.
Prendiamo il caso, per nulla inventato e in realtà piuttosto classico, dell’uomo che torna distrutto la sera dal lavoro, non trova la cena ma la casa sporca e la moglie che per futilità gli urla nelle orecchie, con voce da soprano drammatico. Non sto parlando delle coppie peggiori del mondo e neppure di atei o non praticanti.
Non voglio certo suggerire il divorzio. Ma per calmare mogli del genere cosa ci vuole oltre all’ottimo libro di Costanza, una missione popolare? Un esorcista?
Nell’attesa del rimedio, tanti uomini pur disposti a mantenere in vita il vincolo coniugale si chiudono in camera (con cucinino) o nel seminterrato secondo i Paesi, come spiegato anche nel libro della prof.ssa Helen Smith Men On Strike
Per la prima volta, non avevo nessuna intenzione di comprare “il nuovo libro della Miriano” perché, come zitella, mi sembrava di avere davvero già ascoltato tutto il necessario sul matrimonio da parte della Miriano, e anche ad abundantiam. La recensione così bella della Frullone mi ha fatto QUASI cambiare idea.
Vorrei però davvero, almeno una volta, poter leggere qualcosa di così cattolico, profondo, arguto e brillante, privo di “aloni di sfiga”, anche sul cammino di fede dei NON sposati, che siano zitelli basic come me, ma anche separati, divorziati, abbandonati, genitori single, omosessuali, vocazioni mancate eccetera.
Todos, todos, todos, direbbe quel tizio.
Il futuro prossimo, anzi, ormai direi: il PRESENTE della Chiesa, è dei solitari: scrivete qualcosa anche sulla specificità del LORO cammino di fede, eroicamente portato avanti con in fronte il marchio di infamia dell’ “alone di sfiga” che anche i fratelli/sorelle nella fede, ahimè, tendono a percepire intorno a loro e ad assegnare alle loro esistenze.
Hai dimenticato le vedove/i….
Hai ragione, Alda: ho dimenticato le vedove e i vedovi. Nonostante siano una presenza e una testimonianza forte e significativa nelle comunità, parrocchiali e non, che mi è capitato di sperimentare nella mia vita.
Costanza, prepara la biro, vengo il 28 a fartelo firmare!
Vorrei scusarmi con Costanza per l’aggressività del mio commento precedente, anche se dettato da stima e attaccamento per il suo lavoro e la sua figura pubblica. È vero che sento più “miei” i suoi libri come Si salvi chi vuole e Diario di un soldato semplice, ma riconosco che la missione principale che si è trovata a svolgere è, diciamo così, la “pastorale familiare”, ed è solo frustrazione di una fan delusa quella che mi fa rimpiangere di non poter fare miei i contenuti del suo nuovo libro.
Vorrei anche precisare la mia affermazione precedente, cioè che “i solitari sono il futuro della Chiesa”. Detta così, poteva sembra una opzione preferenziale di tipo “qualitativo”, ma non è così ovviamente, è un dato solo sociologico e pastorale: cinquanta anni fa la maggior parte degli adulti era sposata e viveva col coniuge e i figli, adesso invece una significativa percentuale di adulti vive sola, oppure con i figli, ma non col coniuge.
Questo cambiamento sociologico si manifesta anche all’interno delle comunità parrocchiali, e forse in modo anche più marcato.
Eppure la pastorale fa fatica a mettere a fuoco questo nuovo “fedele tipo” che popola le panche della Chiesa: le principali iniziative parrocchiali continuano a rivolgersi a quella minoranza di frequentatori che sono i bambini del catechismo/giovani (ormai dei panda), e le “famiglie” (che purtroppo spesso vivono la parrocchia solo negli anni in cui i loro figli sono piccoli), mentre i solitari rappresentano ormai una parte non solo numericamente significativa della comunità parrocchiale, ma anche la parte che tende ad essere più motivata, perché si avvicina alla parrocchia nel corso di una sua personale e autonoma ricerca di fede.
Ma sarebbe un discorso lungo, non voglio tediarvi. Ci tenevo solo a scusarmi con Costanza e a rettificare una affermazione che poteva sembrare offensiva, oltre che falsa.