Siamo all’attacco finale su Humanae Vitae?

 Flora Gualdani è una signora di ottanta anni, una piccola ostetrica figlia di contadini. Dice che la sua pelle è così bella per tutto il liquido amniotico che le è arrivato in faccia in sala parto, mentre le sue donne partorivano. Le sue, perché ogni donna che Flora si è trovata ad accompagnare allo splendore di diventare madre, è diventata un po’ sua figlia. Alcune di loro, magari quella poverissima, la vittima di incesto incinta a undici anni o la donna stuprata, sono state anche tentate dall’aborto. Per poterle accogliere, loro e i loro bambini non cercati, ha costruito delle casette sulla terra ereditata dal padre. Una vita al servizio della vita, ben oltre l’orario di lavoro. E nelle ferie, andava a far partorire le donne dall’altra parte del mondo: nei paesi poveri, per aiutare; in quelli ricchi per imparare. Per poterle raggiungere tutte ha preso anche il brevetto da elicotterista, e si è iscritta a medicina.

Più avanti negli anni, ha capito che l’emergenza era la formazione. Ha studiato bioetica e i metodi naturali con i Billings, Lejeune, la Poltawska. Al termine dei corsi san Giovanni Paolo II li riceveva e li ascoltava, questi mostri sacri, e la piccola ostetrica bruna con loro. Ha portato la regolazione naturale della fertilità ad Arezzo e continua a insegnarla a coppie su coppie. Insomma, sull’Humanae Vitae ha giocato la vita. Lei che ha scelto di non generare nella carne, è madre di una moltitudine. Servono i calli alle ginocchia per pregare, quelli alle mani per servire, mi confida.
Ha scritto una appassionata, informatissima, agguerritissima difesa dell’enciclica di Paolo VI, difesa dai recenti attacchi che fingono di non toccare la dottrina per svuotarla dal di dentro, imbalsamandola, dice lei, facendole perdere lo splendore della verità e della bellezza. E’ un po’ lunga, magari la stampate e la leggete a rate, piano piano. Ma ne vale veramente la pena: è uno spettacolo vedere la passione, la sapienza e la certezza con cui una piccola donna senza dottorati ma con l’autorità che viene da una vita spesa tutta, confuta punto su punto don Chiodi, ammonendolo perché non usi dei casi limite per aprire il foro nella diga, e privare troppe coppie di tanta bellezza.
Nel frattempo, grazie, continuate a scrivere. Grazie, grazie, grazie. Pubblicheremo al più presto qualche estratto delle vostre bellissime lettere. Ogni volta che il popolo dei piccoli si risveglia e si mette in piedi, succedono miracoli.
C.M.
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La norma e la scienza, la tecnologia e la coscienza. Riflessioni a margine della lezione di Maurizio Chiodi sull’Humanae vitae.

di Flora Gualdani

Di fronte alle polemiche sollevate dalla relazione tenuta lo scorso dicembre dal prof. Maurizio Chiodi alla Pontificia Università Gregoriana sulla questione dell’Humanae vitae, sento il dovere di intervenire pubblicamente per dare al dibattito un mio contributo di chiarezza. Lo faccio dalla mia piccola postazione ostetrica dove ho maturato un’esperienza professionale e pastorale lunga ormai oltre mezzo secolo. Sul campo della “procreazione responsabile” penso di aver qualcosa da dire alla mia amata Chiesa cattolica, poiché è uno degli argomenti su cui ho consumato tutta la mia vita. Intervengo come persona preparata ma pure come battezzata. La nostra fede ci insegna che in certe situazioni è necessario non soltanto prendere la parola ma anche alzare la voce (Is 58,1).

L’ambulatorio ostetrico è una specie di confessionale più frequentato di quello dei sacerdoti e certe cose le ho capite ascoltando la vita concreta di alcune migliaia di donne che ho assistito, non soltanto qui nel nostro occidente benestante, ma negli angoli più poveri della terra e in mezzo alle guerre. Imbarcarsi in questo particolare servizio significa navigare tra due derive purtroppo radicate nel mondo ecclesiale: l’angelismo ed il relativismo. Entrambe lontane dalla via maestra, cioè dall’autentico magistero cattolico. L’angelismo si trova in certe comunità e sacerdoti che considerano peccato di egoismo anche l’uso dei metodi naturali. Ho conosciuto coppie con diverse gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (distanziarle, non rifiutarle senza motivo), e che poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità, mettendo pericolosamente a rischio l’equilibrio coniugale. E’ l’equivoco sulla fecondità ad oltranza, denunciato sia da san Giovanni Paolo II (Angelus del 17.7.1994) sia da Francesco (Intervista nell’aereo di ritorno dalle Filippine, 19.1.2015): diverso lo stile ma stessa denuncia. Nelle mie lezioni spiego che Dio non ci ha fatto con le ali ma con i genitali. Al n. 31 di Humanae vitae la Chiesa ci insegna che «la vera felicità» si trova nel rispettare le leggi sapienti inscritte da Dio nella nostra natura, che noi dobbiamo osservare usando non solo «l’amore» ma anche «l’intelligenza». E ricordo che la Madonna stessa, prima di diventare madre, ha usato l’intelligenza: davanti all’annuncio dell’angelo lei ragionò e pose domande. Ottenute le spiegazioni, fece il balzo della fede.

I COSIDDETTI “CASI LIMITE” E LE ECCEZIONI CHE CONFERMANO LA REGOLA.

L’apertura alla vita è vocazione della coppia. E una famiglia numerosa è auspicabile, sta scritto anche nella Sacra Scrittura. Ma la santità dei coniugi non risiede nel numero di figli (come non sta di per sé nell’uso dei metodi naturali). Il concetto di “procreazione responsabile” non può prescrivere il numero giusto di figli. Ogni storia è a sé e, per ciascuno, Dio ha un progetto personalizzato. A volte tre figli potrebbero essere sinonimo di egoismo mentre in certi casi anche un figlio può essere troppo. Perché l’eroismo non è obbligatorio per la santità. E’ vero quindi che in alcune circostanze la paternità e maternità “responsabile” richiedono effettivamente di evitare una gravidanza. E vengo quindi alla riflessione clamorosa di don Chiodi, che condivido nel punto di partenza ma non nel proseguo.

In cinquant’anni di esperienza, di fronte alle migliaia di donne che ho seguito, si contano nelle dita di una sola mano i casi in cui sono giunta a consigliare un “male minore”. In quei 4-5 casi c’è la donna partoriente che entrò in sala operatoria e poco dopo scoprimmo che il suo utero era come il velo di una cipolla. Già era un mezzo miracolo che fosse arrivata viva fino a quel punto. Conoscevo la sua storia e mi presi la responsabilità di dire ai medici di chiuderle le tube. Farla uscire dalla sala operatoria con le tube pervie sarebbe stato un comportamento irresponsabile. Nella Bibbia c’è scritto che l’uomo non deve sfidare Dio.

Oppure il caso di una gravissima malattia in cui gli interventi chirurgici e la pesante terapia oncologica cui era sottoposta la sposa non avrebbero consentito a quella coppia di usare in tranquillità i metodi naturali. L’alternativa (angelica) era la completa astinenza, contraria alla natura del matrimonio perché avrebbe amputato ai coniugi la dimensione unitiva del loro amore incarnato, caricandoli nel loro calvario di un’ennesima croce, disumana. L’altra strada era quella di “affidarsi a Dio” per accogliere tutto ciò che sarebbe arrivato, senza nessun ragionevole accorgimento. Spiegai che, avendo peraltro già altri figli, la loro “apertura alla vita” significava rispettare anzitutto la vita di chi già esiste in famiglia, nella consapevolezza che andare incontro ad una gravidanza con quel quadro clinico avrebbe esposto al rischio di morte sia la madre che la nuova creatura (oltre alle probabili gravissime malformazioni).

Dal punto di vista morale, una cosa è scoprirsi gravemente malati quando si ha già un bambino in grembo: accogliere quel bambino a costo della propria vita, rinunciando a curarsi, è un gesto eroico che hanno fatto alcune madri esemplari, anche giovani sante dei nostri tempi. Ed è proprio con quel gesto folle che una giovane donna, nel 1964, mi interpellò e mi provocò a dare il via a “Casa Betlemme”. Ben altra cosa è scoprirsi gravemente malati senza essere incinta: aprirsi ad una gravidanza in quelle condizioni diventa invece una sfida nei confronti di Dio. In definitiva, nel discernimento di quella drammatica situazione, consigliai loro l’uso del condom per avere rapporti sessuali senza paura, ma con l’invito a mantenere la disciplina della continenza (cioè della castità), suggerendogli di viverla comunque mensilmente in alcuni giorni.

Ciò che non condivido è che dall’esistenza di alcuni “casi limite” si arrivi a concludere che la contraccezione non appartiene agli atti “intrinsecamente cattivi”. Quelle che ho raccontato le considero semplicemente eccezioni che confermano la regola. Erano scelte che non rappresentavano il bene ma il “male minore” di cui io mi sono assunta la responsabilità davanti a Dio. In quei 4-5 casi ho detto cioè a quelle persone di stare tranquille in coscienza perché avrei chiesto al Padre Eterno di annotare quegli eventuali peccati nel mio libro e non nel loro. Questa è stata la mia personale “soluzione pastorale”.

I “casi limite” sono una materia molto scivolosa, da maneggiare con cura. Basta un piccolo foro e si può arrivare a svuotare una diga intera, sarà soltanto questione di tempo. Pensiamo alla storia dell’aborto: ciò che portò alla legge 194, con il voto dei cattolici, fu anche l’onda emotiva di Seveso e il terrore delle gravissime malformazioni. Voglio ricordare che a Casa Betlemme ho accolto le maternità più difficili che si possano immaginare, storie indicibili: dalle prostitute alla undicenne incinta vittima di incesto. Ma anche in quei famigerati “casi limite” da noi, alla fine, la cultura di morte non ha prevalso. Magari in collaborazione con i servizi sociali e in una rete di solidarietà.

LA “NORMA” CHE CI DISTURBA? E’ LA DISCIPLINA DELLA CASTITÀ.

Quando si parla dell’Humanae vitae e della sua “norma morale” che appare così difficile e oppressiva, una “legge” dura, tanto da finire spesso – si dice – in conflitto con la coscienza e la libertà dei coniugi, secondo me sarebbe opportuno semplificare chiarendo che stiamo parlando della virtù della castità. In materia di limitazione delle nascite, la risposta della Chiesa cattolica, nella sua ininterrotta Tradizione bimillenaria, risiede infatti nel dominio di sé. Una continuità che fu rotta soltanto nel 1930 dagli anglicani nella Conferenza di Lambeth, dietro la pressione del movimento eugenetico rappresentato anche da reverendi esponenti ecclesiali. Papa Pio XI rispose subito a quello strappo il 31 dicembre dello stesso anno firmando l’enciclica Casti connubii. E fu una risposta forte e chiara.

Qui c’è da smontare un altro equivoco sui metodi naturali, che vengono spesso confusi per “contraccezione naturale”. Sul punto san Giovanni Paolo II è stato molto severo come pastore e come pontefice, e ci ha insistito dalle prime catechesi giovanili fino agli ultimi discorsi nei congressi scientifici. I metodi naturali non sono una versione ecologica della contraccezione: sbaglia chi li usasse o li insegnasse come «una variante lecita» di chiusura alla vita (Discorso 14 dicembre 1990). Non si tratta cioè di una bella tecnica per non fare figli, ma di uno stile di vita per la crescita dell’amore, basato su una profonda conoscenza di sè (fertility awareness) e sull’esercizio della castità coniugale (che significa astinenza periodica) nella reciproca fedeltà, in una ragionevole apertura alla vita, lasciando a Dio l’ultima parola. Il discorso naturale-artificiale è quindi eticamente irrilevante: la vera differenza sta nell’esercizio della virtù. Nessun contraccettivo infatti richiede l’esercizio della virtù: «la connessione intrinseca di scienza e virtù morale costituisce l’elemento specifico e moralmente qualificante del ricorso ai metodi naturali» (Discorso 14 dicembre 1990).

La castità però non è fine a sé stessa né toglie qualcosa al piacere sessuale. San Giovanni Paolo II spiegava che educarci alla castità è un passo fondamentale per la maturazione della nostra persona e delle nostre relazioni affettive: il «banco di prova» che ci interpella tutti e che, con il dominio di sé, ci introduce alla maturità dell’amore vero. Il primato della virtù, nel concetto di “procreazione responsabile”, significa quindi che «la tecnica non risolve i problemi etici, semplicemente perché non è in grado di rendere migliore la persona» (Discorso 14 marzo 1988). Se non si capisce questo aspetto basilare, ai metodi naturali togliamo la loro “anima” degradandoli ad una tecnica assurdamente faticosa e poco interessante rispetto ad altre tecniche molto meno complicate, con cui non potrà competere.

In questo cammino servono la disciplina e la Grazia: perché la castità è una virtù che si conquista soltanto mediante la volontà e la preghiera. Ci educa all’umiltà poiché ti mette in ginocchio e ti fa riconoscere la tua fragilità. Ma è parola profetica per la nostra società decadente fatta di melma e di sangue. E’ parola chiave per la fedeltà e la felicità delle famiglie, per l’equilibrio di una vita consacrata, per la salute dei nostri giovani, e per il bene di una persona con tendenza omosessuale. Quindi ha un enorme valore sociale prima che morale. Purtroppo però se ne è banalizzato il significato e non si crede più alla sua praticabilità. L’anno scorso facevo notare al cardinale Caffarra che anche tutto il dibattito infuocato dei recenti Sinodi, se ci pensiamo bene, si ricapitola in fondo sulla grande questione della castità. E’ sempre quello il nodo che viene al pettine, il filo rosso che lega tutto. Sulla comunione ai divorziati si discute sul vivere “come fratello e sorella”. E non si propone l’esigenza della fedeltà al sacramento dopo il tradimento. Idem sulla contraccezione: si vuole aprire alla contraccezione perché si pensa che i coniugi non siano capaci di astinenza periodica cioè di vivere la virtù della castità coniugale con i metodi naturali. E lo stesso per il celibato dei sacerdoti: la questione parte sempre dal rifiuto della castità. E’ una parolina che dà allergia a molti, e purtroppo ho notato che è stata la grande assente nei due sinodi sulla famiglia, la parola latitante. La mia speranza è che venga recuperata al sinodo dei giovani.

In un lungo discorso del 2 marzo 1984, talmente importante da ritrovarlo quasi per intero al n. 103 dell’enciclica Veritatis splendor, san Giovanni Paolo II spiegava che la norma morale insegnata da Humanae Vitae e Familiaris Consortio è «la difesa della verità intera dell’amore coniugale» ovvero «l’originario progetto del Creatore sul matrimonio»: la Chiesa è chiamata cioè, sulla contraccezione, a dare all’uomo la medesima risposta che dette Gesù quando fu interrogato sulla liceità del ripudio della moglie. I pastori, operando «nel nome di Cristo», devono «mostrare agli sposi che quanto è insegnato dalla Chiesa sulla procreazione responsabile non è altro che quell’originario progetto che il Creatore ha impresso nell’umanità dell’uomo e della donna che si sposano, e che il Redentore è venuto a ristabilire». Il discorso, severo e profetico, fotografava con esattezza impressionante il dibattito dei nostri giorni: «la difficoltà vera è che il cuore dell’uomo è abitato dalla concupiscenza: e la concupiscenza spinge la libertà a non acconsentire alle esigenze autentiche dell’amore coniugale. Sarebbe un errore gravissimo concludere da ciò che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un “ideale” che deve poi essere adattato, proporzionato graduato alle, si dice, concrete possibilità dell’uomo: secondo un “bilanciamento dei vari beni in questione”. Ma quali sono le “concrete possibilità dell’uomo”? E di quale uomo si parla? Dell’uomo dominato dalla concupiscenza o dell’uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l’intera verità del nostro essere. Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza». San Giovanni Paolo II, in altre parole, ci spiega che il cosiddetto “primato della coscienza” va sottoposto al primato della verità. E che al fondo di tante discussioni teologiche e pastorali forse sta un nostro problema di fede. Se davvero crediamo che Cristo ci ha redenti, allora sappiamo che l’uomo è sempre educabile: «e se l’uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all’imperfezione, ma alla volontà dell’uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell’atto. Il comandamento di Dio è certo proporzionato alle capacità dell’uomo: ma alle capacità dell’uomo a cui è donato lo Spirito Santo […]. La riconciliazione della coscienza umana degli sposi col Dio della Verità e dell’Amore passa attraverso la remissione dei peccati: attraverso l’umile riconoscimento che noi non ci siamo adeguati, per così dire, commisurati alla Verità ed alle sue esigenze e non attraverso l’orgogliosa riduzione della Verità e delle sue esigenze a ciò che noi decidiamo sia vero e buono. La nostra libertà è nell’essere servi della Verità».

Wojtyla, ben consapevole delle difficoltà che le coppie incontrano nel cammino, ci invitava a non confondere la “legge della gradualità” con la “gradualità della legge” (Familiaris consortio n. 34), come se questa norma morale fosse adatta soltanto ad alcune coppie speciali: «la grazia dello Spirito Santo rende possibile ciò che all’uomo, lasciato alle sole sue forze, non è possibile. […] Ogni battezzato, quindi anche gli sposi, è chiamato alla santità, come ha insegnato il Vaticano II – Lumen Gentium 39» (Discorso 17 settembre 1984).

LA NORMA DELL’HUMANAE VITAE NON È BIOLOGISMO: PER CAPIRLO SERVE LO SGUARDO CONTEMPLATIVO SULLA CREAZIONE.

Secondo il professor Chiodi, «l’insistenza del Magistero della Chiesa sui metodi naturali non può essere interpretata come una norma fine a sé stessa, né come una mera osservanza di leggi biologiche poiché la norma punta ad un’antropologia…». Anche su questa affermazione sarei d’accordo. San Giovanni Paolo II, infatti, dedicando ben 129 catechesi alla “teologia del corpo”, ha abbondantemente chiarito che la Chiesa ci insegna «non tanto la fedeltà ad un’impersonale legge naturale quanto al Creatore-persona, sorgente e Signore dell’ordine che si manifesta in tale legge» (Catechesi CXXIV). La norma morale di cui parliamo, cioè, non è di natura biologica ma personalistica, e si fonda sulla «rilettura del linguaggio del corpo nella verità»: gli stessi «ritmi naturali immanenti alle funzioni generative appartengono alla verità oggettiva di quel linguaggio», e noi dobbiamo «tener presente che il corpo parla» (Catechesi CXXV).

In altre parole, di fronte alla fertilità umana non siamo davanti a pure leggi biologiche ma ci troviamo davanti alla maestà e alla sapienza del Creatore, impressa nella nostra natura. Il beato Stensen, vescovo e scienziato meglio noto come Stenone (le cui ricerche hanno dato il nome ad un dotto dell’apparato uditivo), mentre studiava l’anatomia e la fisiologia si metteva addirittura in ginocchio, perché consapevole di incontrare Dio, attraverso “l’opera delle Sue mani” (Salmo 8). A me piace parlare di “sacralità della fisiologia”. La nostra ciclicità femminile è un meccanismo imponente, perfetto e stupendo, fatto di segni e denso di significati. Ha in sé una logica profonda, un Logos che è epifania di un disegno grandioso in cui il linguaggio di Dio si svela anche nel sistema riproduttivo. La ricerca scientifica ha decifrato questo linguaggio e oggi ogni donna è in grado di conoscere, con esattezza e con facilità, quali sono ogni mese i giorni in cui può diventare madre.

La profondità di tutto questo disegno però, diceva san Giovanni Paolo II, si può cogliere soltanto recuperando uno «sguardo contemplativo» davanti alla bellezza della creazione (Evangelium vitae n. 83, Centesimus annus n. 37), ricordandoci che l’uomo è il vertice della creazione: capolavoro in cui la nostra anima immortale è incarnata in un corpo fragile, tessuto dalle mani di Dio che ci ha fatti bene anche dalla cintola in giù, come un prodigio (Salmo138). Usò questo sguardo anche nel predicare gli esercizi a Paolo VI nel 1976, intitolando un capitolo “Il Dio dell’infinita maestà”. Wojtyla, partendo dall’analisi acuta dell’universo, si rifaceva all’itinerarium mentis in Deum di san Bonaventura da Bagnoregio, cioè alla via pulchritudinis. Sul medesimo itinerario leggiamo vent’anni dopo il teologo brasiliano L. Boff e il filosofo vietnamita A. Nguyen Van Si, che in un loro saggio ci invitavano a contemplare la natura e a riconoscerla come un meraviglioso «spettacolo», «un poema ben ordinato». Con lo sguardo contemplativo si apre anche l’enciclica Veritatis splendor ed è lo sguardo fondamentale che, secondo me, manca all’attuale dibattito intorno all’Humanae vitae. Nella mia esperienza, quello sguardo infatti è ciò che aiuta le coppie a superare il fastidio iniziale verso “la norma”, facendole approdare all’ammirazione e alla gratitudine per questo particolare meraviglioso della fertilità. La cosa sarebbe lunga da spiegare, fa parte del nostro specifico impegno pastorale di formazione e sensibilizzazione.

Quanto sia importante questa “conversione dello sguardo” che ci spalanca al mistero della Creazione (Benedetto XVI al Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, 15 novembre 2010) trova conferma sia nella letteratura medica dove oggi si parla di “etica dello stupore” (Evans-Greaves, Journal of Medic Ethics 2001) sia – in fondo – anche in uno dei più illustri e accaniti oppositori dell’Humanae vitae come padre Häring, quando raccontava la sua ammirazione verso «la bellezza del mondo, la gratuità del Creatore». Il celebre teologo spiegava che durante un raduno di cattolici tedeschi, i giovani gli chiesero cosa lui ritenesse essenziale per le persone di qualsiasi età: «risposi: il senso della meraviglia […]. Molti di loro mi pregarono di insistere perché i parroci e i catechisti parlassero del senso della meraviglia» (V. Salvoldi, Una fede si racconta. Colloqui con Padre Häring, Messaggero, Padova 1989, 76-77).

Nel 1960, nel suo magnifico trattato Amore e responsabilità, il vescovo Wojtyla dedicava a simili riflessioni il capitolo “Giustizia verso il Creatore” spiegando che «l’uomo è giusto verso il Dio-Creatore decifrando le leggi del Creatore, riconoscendo con la ragione l’ordine della natura e rispettandolo nelle sue azioni». Come dicevo, suscitare questo atteggiamento di profonda riverenza e adesione verso il progetto originario di Dio sull’uomo, è il compito della Chiesa. Anche Papa Francesco, in apertura del suo pontificato, spiegava che «siamo custodi della Creazione, del disegno di Dio inscritto nella natura» (Omelia per l’inizio del ministero Petrino, 19 marzo 2013) e qualche mese dopo parlava di «amore per tutta la creazione, per la sua armonia», riferendosi alla figura del Santo d’Assisi che ci testimonia «il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come lo ha creato» (Omelia, Assisi 4 ottobre 2013). Poco tempo fa, denunciando certe colonizzazioni culturali e ideologiche, ha ribadito che pecchiamo contro Dio creatore quando «si vuole cambiare la Creazione come l’ha fatta Lui» (Omelia 21 novembre 2017). “Uomo e donna lo creò”, spiega la Genesi. E, a noi donne, in questo modo preciso Lui ci creò! Con la ciclicità della fertilità, ha voluto consegnare a noi le chiavi della vita, insieme ad una serie di istruzioni. Sant’Atanasio, riflettendo sulla sapienza con cui il Verbo di Dio ha organizzato il mondo riempiendolo di ogni bellezza come un artista, ci ricorda che «è Lui che ha voluto che tutto accada in questo modo» (Discorso contro i pagani).

Tra i neo critici di Humanae vitae si sente dire spesso che l’enciclica è stata scritta in un’altra epoca e quindi andrebbe contestualizzata. Ce lo suggerirebbero anche le due date apposte nel titolo della relazione del professor Chiodi. E’ vero che la storia è cambiata e la società è più complessa. Ma l’uomo non è cambiato. E i peccati sono sempre quelli. Eva ovulava come ovulavo io. Le sapienti leggi iscritte da Dio nella natura e nel cuore dell’uomo non hanno data di scadenza. In definitiva l’antropologia cristiana, fatta di sguardo creaturale ed esercizio della virtù nel rispetto dell’opera di Dio, è un pacchetto completo che non prevede adesioni selettive: non si può essere contrari ad aborto e gender e poi favorevoli alla contraccezione.

LA “TECNOLOGIA” CHE AIUTA LA PROCREAZIONE RESPONSABILE? CONCETTO INSIDIOSO E STRANE DIMENTICANZE.

Altro argomento su cui riflette il professor Chiodi è quello della “tecnologia” applicata alla procreatica. Anche qui condivido il punto di partenza sul fatto che la tecnologia è un modo di agire dell’uomo, ma concludere che «la tecnologia non possa essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un bambino» e che in certe situazioni «un metodo artificiale per la regolazione delle nascite potrebbe essere riconosciuto come un atto di responsabilità», ci porta fuori strada cioè fuori dalla sana dottrina.

E’ vero che la téchne è il modo di agire con cui l’uomo lavora sul creato e trasforma anche se stesso. Ma la nostra ragione creativa si deve fermare davanti all’albero della vita: lì, nella trasmissione della vita umana, c’è una precisa “grammatica” scritta da Dio, su cui l’uomo non deve mettere le mani. A meno che voglia abbracciare i “nuovi paradigmi riproduttivi” e arrendersi al mondo nuovo.

La Chiesa quindi non è di per sé contraria a ciò che è artefatto dall’uomo. L’intervento artificiale diventa immorale soltanto quando non rispetta l’opera di Dio e la dignità della persona, oppure quando non serve per riportare a fisiologia la patologia. E’ il caso della contraccezione: un paradosso anzitutto medico perché l’uomo finisce per curare un funzione sana, dato che la fertilità è sinonimo di benessere. Ma è anche un paradosso morale. La psichiatra Wanda Połtawska, in una memorabile lezione all’Istituto Giovanni Paolo II (dove intitolò un capitolo “Santità dell’atto sessuale e orgasmo”), spiegava infatti che l’uomo, «sentendosi come schiacciato dalla forza della sua fecondità», cerca di combatterla e di «correggere ciò che il Creatore ha già creato in modo perfetto». La contraccezione è dunque un «un peccato inutile» poiché in natura esiste già la soluzione cioè i giorni infecondi messi a nostra disposizione, ovvero la nostra capacità di astinenza periodica. Se, come dicevo, recuperiamo lo sguardo contemplativo sull’intera opera di Dio, capiremo che la fertilità è una dimensione che appartiene alla verità della nostra persona: non ci chiede di essere combattuta e fatta fuori ma di essere conosciuta e rispettata nella sua armonia.

In conclusione, nella contraccezione, l’uomo tecnologico cerca di “plasmare” la propria fisiologia: ritenendola inadeguata alle nostre esigenze, s’ingegna a rendere sterile un rapporto sessuale e a spengere la fertilità. Con i metodi naturali usiamo invece tutta la scienza per decifrare e rispettare questo prezioso “particolare” del Disegno di Dio. Ed è l’unica strada dove l’uomo si riconcilia con il suo corpo, la creatura con il suo Creatore, la scienza con la fede e con la morale.

La tecnologia della contraccezione è stato il primo atto con cui l’uomo moderno ha messo mano all’albero della vita. Scardinando la potenza della vita dal gesto sessuale, abbiamo compiuto il primo divorzio da Dio, separando ciò che Lui aveva unito. Ma rappresenta anche il primo divorzio tra i coniugi, perché ne impedisce l’abbraccio totale. E’ come se il marito dicesse alla moglie: “accolgo tutto di te tranne la tua fertilità, che è un problema”.

Quella scissione, come sappiamo, si è poi approfondita in senso opposto con la riproduzione artificiale, andando a spostare il concepimento fuori dal grembo della donna. Nella fecondazione in vitro, infatti, la tecnologia non va ad “assistere” o a ripristinare la fisiologia, ma a “sostituire” l’incontro carnale degli sposi, che diventa un accessorio: il figlio non viene più procreato come frutto di quel gesto coniugale ma prodotto da una equipe, con una procedura incerta nell’efficacia ma sicura nel sacrificio di embrioni. L’equipe di tecnici alla fine consegna un “bimbo in braccio” alla coppia (desiderosa e sofferente), ma lasciandola nella condizione di sterilità. Anche qui la tecnologia, nell’etica cristiana, incontra quindi un limite ben preciso: è cosa buona finché aiuta la natura andando a curare patologie dell’apparato riproduttivo. Penso al prezioso servizio svolto dall’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI (Policlinico Gemelli), specializzato per esempio nella microchirurgia tubarica. Oppure all’analogo approccio portato avanti dalla Naprotechnology. La dignità del concepito e la dignità del matrimonio sono lo spartiacque sulla bontà della tecnologia in materia procreatica.

Per questo, a mio avviso, dire che «la tecnologia non possa essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un bambino» è un’affermazione generica e insidiosa. Presta il fianco a tutti coloro che, accusandoci di incomprensione e durezza, fanno pressione sulla Chiesa cattolica affinché – in nome della “apertura alla vita” – sdogani la fecondazione artificiale, normalizzando pure questo comportamento ormai di massa anche tra i cattolici. Le argomentazioni su cui la Chiesa fonda la sua posizione bioetica in materia, troppo spesso poco conosciute, sono scolpite con molta chiarezza in due istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede: la Dignitas personae (anno 2008) e la Donum vitae, firmata nel 1987 dall’allora Prefetto Ratzinger con la consulenza del prof. Lejeune, Servo di Dio al quale san Giovanni Paolo II nel 1994 affiderà la neonata Accademia per la vita, facendogli redigere lo Statuto.

La sottolineatura di Chiodi sul fatto che ci troviamo nell’era tecnologica, è argomentazione che trova una corrispondenza significativa e secondo me preoccupante: si tratta infatti esattamente del primo messaggio lanciato dalla nuova Pontificia Accademia per la vita la quale, nel 2017, ha esordito annullando un seminario internazionale che era da tempo programmato per celebrare il 30esimo della Donum vitae, e lo ha rimpiazzato con un nuovo seminario intitolato “Accompagnare la vita. Nuove responsabilità nell’era tecnologica”.

Riguardo la presunta bontà della tecnologia contraccettiva come “atto di responsabilità”, c’è un altro aspetto importante che da cinquant’anni continua ad essere stranamente sorvolato. Mi riferisco agli aspetti micro-abortivi insiti (in percentuale più o meno elevata) in tutta la contraccezione ormonale e farmacologica. E’ il tema delle cosiddette fughe ovulatorie, noto già ai tempi del dibattito conciliare, che rende incerto il confine tra aborto e contraccezione. Le evidenze scientifiche pongono problemi etici importanti (R. Puccetti, G. M. Carbone, V. Baldini, Quello che nessuno ti dice sulla contraccezione, ed. Studio Domenicano, Bologna 2012; R. Puccetti, I veleni della contraccezione, ed. Studio Domenicano, Bologna 2013), che furono sottolineati dall’Associazione internazionale dei medici cattolici in un corposo documento pubblicato per il 40esimo dell’enciclica. Una decina d’anni fa anch’io mi permisi di intervenire pubblicamente a sostegno di un farmacista cattolico che, con una lettera al giornale dei vescovi italiani, si poneva scrupoli di coscienza nella prescrizione della più comune pillola anticoncezionale (Avvenire, 22.11.007). 

Inoltre, nelle riflessioni degli ecclesiastici favorevoli ad un’apertura sulla contraccezione, non sento mai parlare della “mentalità contraccettiva” e delle sue conseguenze pratiche: non mi riferisco a discorsi moralistici o trascendenti ma anche qui alla letteratura medica, dove è ormai dimostrato che la contraccezione non previene l’aborto ma ne è l’anticamera e il viatico. Poiché delegare ad un mezzo tecnico la responsabilità dei nostri gesti favorisce un’attitudine mentale all’aborto: quando “il mezzo ha fallito” si è più predisposti a optare per l’aborto come soluzione.

Ulteriore lacuna riguarda i danni che la contraccezione ormonale su larga scala sta creando all’ambiente e all’ecosistema, compromettendo addirittura la delicata fertilità maschile: un allarme che apparve già il 27 gennaio 1997 sul Corriere della Sera a firma del professor Aldo Isidori, andrologo dell’Università La Sapienza («Se l’uomo è sterile è anche colpa delle donne») e venne rilanciato pochi anni fa sempre sulla stampa laica (A. D’Argenzio, Ambiente. Il lato B della pillola, L’Espresso, 2.10.2012). Sono argomenti scomodi e politicamente scorretti, che si meriterebbero un capitolo importante nella grande questione dell’ecologia umana. Dobbiamo invece prendere atto che purtroppo anche l’enciclica Laudato sii ha sorvolato sull’argomento. Io mi permisi di evidenziarli in un piccolo saggio che firmai il 12 aprile 2015 e recapitai a numerosi ecclesiastici come contributo di riflessione per il lavori sinodali (Occidente, procreazione e Islam, ed. ilmiolibro.kataweb.it, 2015).

Stiamo parlando, in fondo, del peccato più vecchio del mondo. Quando l’uomo tenta di correggere il Creatore andando a curare ciò che è sano, alla fine si impantana facendosi del male da solo. Fu l’Espresso anni fa a titolare una copertina “Pillola amica killer”, e ha sollevato un certo clamore la notizia che la pillola «oggi è più rischiosa di ieri» e che l’Europa ha aperto un’inchiesta di fronte alla pioggia di causa contro le multinazionali farmaceutiche (Repubblica, 30.1.2013). Altrettanto clamorosa la notizia che in Francia c’è un boom di interesse riguardo i metodi naturali (Le Monde, 11.8.2014).

Tutto questo per dire che anche la comunità scientifica, osservando i danni del nostro divorzio da Dio, ha iniziato a ripensare e sta lentamente rivalutando la sapienza del Creatore, cioè i benefici del rispetto della fisiologia. Io lo definisco “il cerchio della vita”. Prima si è capito che dobbiamo de-medicalizzare la gravidanza. Cioè che la gestazione non è una malattia. Poi ha capito che dobbiamo de-medicalizzare il parto. Poi si è capito quanto è importante l’allattamento naturale, al seno. L’ultima tappa, che chiude il cerchio della vita, sarà la de-medicalizzazione nella gestione della fertilità. Lo ripeto da anni: il futuro è dei metodi naturali. Ne va della qualità della generazione e della qualità dell’amore, cioè della famiglia. La contraccezione è una proposta vecchia. Se ne sono ormai accorte anche le femministe, che da quella iniziale illusione sono state lentamente espropriate della loro potenza generante.

Eppure c’è una forte corrente di teologi e pastori che si ostina, dopo mezzo secolo, a correre ancora dietro alla contraccezione. Il prof. Puccetti li definisce “regressisti”. Ed è un amaro dispiacere leggere nel quotidiano dei vescovi italiani che la sottoscritta insieme ai tantissimi altri difensori dell’enciclica, con la nostra testimonianza di vita e l’abbondanza di argomentazioni concrete, possiamo finire targati come «i più arcigni difensori di una morale fuori dalla realtà», «fustigatori implacabili dei nostri giorni» (Avvenire, 20.10.2017).

Un alto prelato, poco tempo fa, mi obiettava sull’Humanae vitae che «…del resto la scienza è andata avanti». Certamente. Infatti i moderni metodi naturali si sono perfezionati raggiungendo un’affidabilità scientifica ormai pressoché uguale a quella della pillola anticoncezionale. Così anche la pastorale nel mondo ha fatto enormi progressi sul campo dell’Humanae vitae: san Giovanni Paolo II, dopo ogni congresso internazionale, ci riceveva per incoraggiarci ed essere informato sugli sviluppi sia della scienza che della pastorale. L’esperienza di Madre Teresa nelle bidonville di Calcutta o quella straordinaria nella Cina comunista, dimostrano definitivamente che l’Humanae vitae – se si vuole – è applicabile ad ogni latitudine, comprese le periferie esistenziali. Mentre della contraccezione stanno ormai venendo al pettine i nodi che ho accennato.

Purtroppo però, nella nostra opera pastorale in mezzo alla gente, constatiamo su questi argomenti una disinformazione ancora piuttosto grave e diffusa a tutti i livelli: nelle corsie come nelle sacrestie, dai marciapiedi alle accademie. Sono argomenti su cui urge una capillare opera di misericordia spirituale: istruire gli ignoranti. Perché, lo dico da anni e qui lo ripeto: se sopra la disinformazione ci seminiamo la confusione, alla fine raccoglieremo devastazione. Questo tipo di misericordia è quindi il servizio prioritario che offriamo oggi con l’opera “Casa Betlemme”, associazione pubblica di fedeli voluta e riconosciuta dall’allora nostro vescovo Gualtiero Bassetti.

In conclusione, ai neo critici dell’Humanae vitae secondo me manca da un lato lo sguardo contemplativo davanti alla bellezza e alla sapienza della Creazione, e dall’altro uno sguardo scientifico completo sulla realtà della contraccezione.

SIAMO ALL’ASSALTO FINALE SULL’HUMANAE VITAE? SI, CON LA CHIAVE INTERPRETATIVA.

San Giovanni Paolo II ha precisato più volte che la norma morale dell’Humanae vitae è esigente, ma è forte e chiara, in continuità con la bimillenaria Tradizione della Chiesa. Anche san Pio da Pietrelcina volle pubblicamente ringraziare Paolo VI per la parola «chiara e decisa» detta con quella enciclica, «assistito dallo Spirito Santo e nel nome di Dio», a difesa «dell’eterna verità, che mai si cambia col mutar dei tempi» (L’Osservatore Romano, 29.9.1968). E poiché si tratta di una norma chiara, vuol dire che non va interpretata ma va attuata e vissuta, attingendo alla grazia di Dio di fronte alla nostra fragilità.

E’ una precisazione fondamentale, fatta anzitutto al n. 29 di Familiaris consortio, dove san Giovanni Paolo II definisce quello dell’Humanae vitae «un annuncio veramente profetico, che riafferma e ripropone con chiarezza la dottrina e la norma sempre antiche e sempre nuove della Chiesa sul matrimonio e sulla trasmissione della vita umana». Qualche anno dopo, nel ribadire che «la grazia di Cristo dona ai coniugi la reale capacità di adempiere l’intera “verità” del loro amore coniugale» puntualizzava di nuovo: il problema più grande sta nelle «voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa». Costoro si assumono «una grave responsabilità» poiché «si pongono in aperto contrasto con la legge di Dio, autenticamente insegnata dalla Chiesa» e «guidano gli sposi in una strada sbagliata». Quanto è insegnato dalla Chiesa sulla contraccezione cioè «non appartiene a materia liberamente disputabile fra teologi. Insegnare il contrario equivale a indurre nell’errore la coscienza morale degli sposi». Parlare di “conflitto di valori o beni” e della necessità di un “bilanciamento”, spiegava il papa, «non è moralmente corretto, e genera solo confusione nelle coscienze degli sposi» (Discorso 5 giugno 1987). L’anno successivo, nel 20esimo dell’enciclica, interviene nuovamente sulla irreformabilità e rivolgendosi ai teologi spiega che quello dell’Humanae vitae è un insegnamento che «appartiene al patrimonio permanente della dottrina morale della Chiesa». L’ininterrotta continuità con cui la Chiesa lo ha riproposto, nasce dalla «difesa della dignità e della verità dell’amore coniugale». I coniugi, prosegue Wojtyla, non vengono aiutati nella loro responsabilità verso l’amore coniugale anche quando «con conseguenze davvero gravi e disgregatrici, la dottrina insegnata dall’Enciclica sia messa in discussione, come talora è avvenuto, anche da parte di alcuni teologi e pastori di anime. Questo atteggiamento, infatti, può indurre il dubbio su un insegnamento che per la Chiesa è certo, oscurando così la percezione di una verità che non può essere discussa. Non è questo un segno di “comprensione pastorale”, ma di incomprensione del vero bene delle persone. La verità non può essere misurata dall’opinione della maggioranza». Questo discorso severo apparve il 14 marzo 1988 su L’Osservatore Romano (con il titolo «I coniugi sono chiamati a vivere l’intera verità della “Humanae vitae”, i pastori ad insegnarla senza metterla in discussione») e provocò una forte reazione di una certa corrente teologica che, guidata ancora una volta da Bernard Häring con l’appoggio dei mass media internazionali, trovò l’adesione di numerosi e influenti teologi e intellettuali mitteleuropei nella firma della “Dichiarazione di Colonia”, un documento di dissenso sottoscritto poi anche da sessantatré teologi italiani.

A me pare che la preoccupazione di san Giovanni Paolo II fosse quella di arginare i tentativi di coloro che, volendo “reinterpretare” la norma dell’enciclica, ne mettevano pericolosamente in dubbio i contenuti per scalzare duemila anni di Tradizione cattolica. Una volta un vescovo, confidandomi le sue obiezioni sull’Humanae vitae, mi disse: «vedrai che tanto quando muore Giovanni Paolo II tutto questo finisce». Riuscii soltanto a balbettare: «Ma Eccellenza, è la dottrina!». Devo dire che, tra tutte, quella fu la mazzata più forte che ho ricevuto. Il tono era delicato e suadente, ma nella sostanza era come se mi avesse detto: hai sprecato inutilmente la tua vita. Uscii da quel colloquio disorientata, stordita. Per rimanere in piedi di fronte a certe coltellate, ti inginocchi in adorazione silenziosa, e poi riparti. Non mi permetto di giudicare le persone, né le autorità teologiche né i pastori né tanto meno un pontefice. Però voglio leggere i fatti. E mi pare che quel vescovo avesse purtroppo ragione. La sua previsione si sbagliava di pochi anni. Alle porte del 50esimo anniversario, l’Humanae vitae è tornata infatti di nuovo sotto attacco. Ma stavolta non è più un assalto frontale. Ci sono ancora alcuni pastori e teologi che ne invocano la rottamazione senza mezzi termini. In questo assalto – che credo sarà l’ultimo – la strategia messa in campo è invece molto più sottile e si presenta proprio come una raffinata e imponente operazione di reinterpretazione in chiave pastorale.

Lo scorso luglio, dopo un’iniziale smentita, abbiamo appreso che in Vaticano è stato costituito un gruppo di studio con il compito di riaprire i faldoni che erano sul tavolo di Paolo VI. Questa commissione dovrà capire cioè, come sia stato possibile che il beato Paolo VI abbia disatteso alla fine il famoso “parere di maggioranza” favorevole alla contraccezione. Probabilmente si indagherà su quali “pressioni” possa aver subito nella sua decisione solitaria. Mentre san Giovanni Paolo II ha usato il suo pontificato per approfondire le ragioni dell’Humanae vitae nel suo limpido “no” alla contraccezione, la nuova commissione vaticana ha dichiarato invece che, grazie a questo lavoro di ricerca, «sarà possibile mettere da parte molte letture parziali del testo» (L. Bertocchi, Humanae vitae sotto la scure del discernimento, La Nuova Bussola quotidiana, 27.07.2017).

Secondo tassello. Qualche mese fa il quotidiano dei vescovi italiani ci ha informato che, nel panorama degli eventi per il 50esimo dell’enciclica, «l’iniziativa culturale di maggior spessore è senza dubbio» il corso organizzato dalla Facoltà di Scienze sociali e dal Dipartimento di teologia morale della Pontificia Università Gregoriana. Nel presentare questo ciclo mensile di incontri, che durerà otto mesi fino al maggio 2018, viene spiegato che la questione di fondo è capire «come mettere in sintonia il quadro normativo di Humanae vitae con la tensione al rinnovamento alla luce del primato della coscienza che si respira in Amoris laetitia». Si tratta cioè di «approfondire e ipotizzare nuovi percorsi». In pratica il tema resta quello della contraccezione: «dal divieto alle nuove proposte?». Coloro che considerassero ciò che ha scritto Paolo VI sui metodi naturali «un obbligo da perpetuare “nei secoli dei secoli”» si sbagliano, prosegue Avvenire, perché sono «tutt’altro che principi cristallizzati in eterno», come «vorrebbero far credere i più arcigni difensori di una morale fuori dalla realtà». Non si tratta di rottamare l’enciclica, precisa l’articolo, ma finalmente di «risanare le divisioni che, proprio sul punto hanno segnato e ancora segnano il mondo cattolico, alla luce di un’operazione di verità e di saggezza», superando la vecchia la polarizzazione tra favorevoli e contrari alla pillola. L’enciclica, in sintesi, va calata nel «naturale dinamismo collegato al cammino dell’uomo incarnato nella storia»: non se ne nega l’impianto dottrinale ma va in qualche modo «sviluppata, fatta crescere» (L. Moia, Cinquant’anni dopo. L’Humanae vitae di Paolo VI: Chiesa, amore e vita, come si cambia?, Avvenire, 20.10.2017).

Durante il secondo incontro di questo corso, il professor Chiodi, nella relazione che ha suscitato tanto clamore, ha ripetuto un ritornello che sentiamo ormai da qualche anno e ci viene somministrato continuamente come un tranquillante: “la dottrina non si tocca”. Anche Chiodi ha spiegato infatti che «non si tratta di abolire la norma» dell’Humanae vitae ma di «mostrarne il senso e la verità».

L’approccio interpretativo usato in questo ultimo assalto all’enciclica, come ho già affermato in altre occasioni, lo definirei un tentativo di “imbalsamazione”: cioè lasciare intatto l’esterno della dottrina, ma svuotandola dentro, con le abili mani degli interpreti e con i loro “adattamenti pastorali”. Nell’intento di “allargare il corridoio dei casi particolari”. Una strategia che ha l’obiettivo ultimo di collocare elegantemente l’Humanae vitae in bacheca. Il senso dell’operazione è duplice: togliere la contraccezione dalla categoria dei peccati, e declassare i metodi naturali ad una bella opzione, un “ideale alto” sicuramente “consigliabile” ma riservato a certe coppie “speciali” capaci di vivere a quelle altezze.

Ripercorrendo il filo di questa strategia, troviamo due momenti decisivi in cui è stata tirata fuori la chiave interpretativa. Uno è nella famosa relazione introduttiva con cui il card. Kasper, su invito di Papa Francesco, nel febbraio 2014 aprì il Concistoro straordinario in preparazione al Sinodo: parlando della genitorialità responsabile e del suo significato profondo, spiegava che questa responsabilità risiede non in una casistica, ma in «una figura sensata vincolante». E aggiungeva una nota a piè pagina dove si afferma che «l’enciclica di Paolo VI Humanae vitae, del 1968, sulla genitorialità responsabile può essere interpretata…» (W. Kasper, Il vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014, p. 19). Pochi giorni dopo, Papa Francesco riprende l’argomento specifico in una intervista. Il giornalista gli chiede se, a mezzo secolo dall’Humanae vitae, sia venuto il momento per la Chiesa di riprendere in mano il tema del controllo delle nascite, come auspicava il cardinale Martini. Nella sua risposta, Francesco afferma che «tutto dipende da come viene interpretata l’Humanae vitae…» (Corriere della Sera, 5 marzo 2014).

UNA MORALE “FUORI DALLA REALTA’” O FUORI DALLA MAGGIORANZA?

Il vero nodo del problema è che la norma morale di cui stiamo parlando non è “fuori dalla realtà” ma è fuori dalla maggioranza: cioè non vi corrisponde il comportamento della stragrande maggioranza dei cattolici. I critici dell’Humanae vitae considerano quindi «urgente la necessità pastorale di colmare la differenza, “addirittura l’abisso” esistente, tra la dottrina e la prassi prevalente della maggior parte dei coniugi cristiani» (L. Moia, Verso il Sinodo. Matrimonio e sessualità, il primato della coscienza, Avvenire 29 luglio 2015).

Nella sua relazione il professor Chiodi spiega che «la maggior parte delle coppie vive ormai come se quella norma non esistesse». Ufficialmente la norma è rimasta, ma «anche molti pastori in pubblico, nelle catechesi e nelle preghiere preferiscono non parlarne». Ed è significativo – prosegue Chiodi – che anche Amoris laetitia «ne parli così poco» dell’Humanae vitae: «è citata soltanto sei volte», e viene presentata in «una formulazione relativamente soft». Chiodi osserva inoltre come Amoris laetitia «non faccia esplicito riferimento alla contraccezione come “intrinsecamente sbagliata”», mentre «avrebbe potuto farlo facilmente, come fa Veritatis splendor».

Se quindi «dal punto di vista pastorale l’urgenza del problema contraccezione sembra essere gradualmente diminuito», osserva Chiodi, resta però il fatto che l’enciclica Veritatis splendor, al n. 80, ha incluso la contraccezione tra gli intrinsece mala. E ciò complica evidentemente l’operazione di reinterpretazione in corso. Il vero baluardo, dunque, contro cui si sta consumando l’assalto non è tanto l’Humanae vitae, quanto la Veritatis splendor dove san Giovanni Paolo II, forse prevedendo certi futuri tentativi di sfondamento, volle chiudere la partita, da un lato chiarendo che esistono alcuni “assoluti morali” (tra cui la contraccezione come l’adulterio e l’aborto), dall’altro condannando definitivamente l’etica della situazione e la teoria della “opzione fondamentale”.

Per quanto mi riguarda, la sofferenza non sta tanto nell’essere classificati come fanatici moralisti o duri “dottori della legge”. La sofferenza più grande è vedere la Chiesa cattolica che proclama santo un gigante come Giovanni Paolo II e poco dopo inizia a demolirne l’insegnamento.

Se il problema è l’impopolarità di una norma morale, mi pare di poter dire che i piani alti della Chiesa si trovano oggi nella tentazione di abbassare l’asticella della morale sessuale nel tentativo di rendere un certo annuncio più gradevole e meno esigente. Si tratta però di una drammatica illusione. Nei Paesi Bassi questa strategia degli sconti al confessionale e delle “soluzioni pastorali” (messa in atto già dai tempi del ’66 con il “Nuovo Catechismo olandese”) ha dimostrato risultati disastrosi in termini di avvicinamento alla fede. E la situazione della terra tedesca ci dicono che non sia molto rosea. La scelta di arrendersi alle logiche del mondo e alle sue maggioranze è un errore tragico che risale ai tempi di Pilato: anche lui sapeva bene da che parte stava la verità ma fece quello che fece – spiega l’evangelista – «volendo dar soddisfazione alla moltitudine» (Mc 15,15).

A Casa Betlemme invece sono molti di più di quanto si pensi i giovani sposi che vengono, da decenni, ad imparare dall’Humanae vitae. Qui insegniamo loro non ad interpretarla ma ad incarnarla nella propria vita sponsale, lasciandosi interpellare dalla “vera felicità” (Humanae vitae n. 31). Giovani famiglie talmente affascinate e trasformate da questo vangelo della sessualità, che alcune di loro hanno deciso di dedicarsi anima e corpo a testimoniare la bellezza, la bontà e la praticabilità di questo insegnamento.

Un’ultima annotazione, sul «nuovo femminismo» che auspicava san Giovanni Paolo II al n. 99 di Evangelium vitae. Per capire a pieno il tema della procreazione responsabile lui si è fatto aiutare da due donne speciali, due giganti che ho avuto la fortuna di ascoltare a lungo come docenti: la psichiatra Wanda Połtawska e la ginecologa missionaria Anna Cappella. Io penso che la morale e la teologia (mi riferisco specialmente alla mariologia) sono state scritte troppe volte da uomini. La relazione di Maurizio Chiodi può essere condivisibile in alcuni passaggi, però finisce per allinearsi alla grande operazione di coloro che vogliono “rileggere” l’Humanae vitae con adattamenti e libere interpretazioni: è una corrente molto forte che, riesumando un armamentario di vecchie argomentazioni e grimaldelli teologici (finalizzati a sdoganare la contraccezione), usa Amoris laetitia per scardinare la sana dottrina e duemila anni di Tradizione cattolica. Tradendo, nei fatti, il magistero di san Giovanni Paolo II e tutte le sue raccomandazioni pastorali. Il titolo della relazione, in definitiva, esprime un programma: “Rileggere Humanae vitae (1968) alla luce di Amoris laetitia (2016)”. La mia preferenza va ad un altro tipo di relazione, firmata da una donna, Marina Bicchiega, che collabora con me da venticinque anni su questo tema specifico. Contiene tutto ciò che serve per rispondere alle sei obiezioni tipiche e capire il cuore di questo grande dibattito. Il titolo è leggermente diverso ed è formulato da un’altra prospettiva: “Le ragioni dell’Humanae vitae alla luce di san Giovanni Paolo II (Libertà e Persona, 4.12.2017).

Arezzo, 28 gennaio 2018, San Tommaso d’Aquino

Flora Gualdani, ostetrica – fondatrice opera “Casa Betlemme”

QUI la versione dell’articolo di Flora Gualdani in PDF

82 pensieri su “Siamo all’attacco finale su Humanae Vitae?

  1. Maria elena

    Ho conosciuto una donna, a cui dopo la sua ultima pericolosissima gravidanza, il Signore non ha donato più figli. (Senza chiudere le tube). Aggiungo questo, per dire che se Dio c’è provvede. Non tentare il tuo Dio è un’esetienza Di un unicità universale.

    1. Digital

      Condivido il pensiero di Maria Elena corroborato dal caso da lei testimoniato.
      Pertanto, non capisco perché caricarsi di un peccato così grave (chiusura delle tube) senza tralaltro nessuna utilità pratica, visto che come ci insegna il Vangelo (Matteo 6,27) nessuno può aggiungere un’ora sola alla propria vita (e naturalmente a quella degli altri).
      Quindi, grande apprezzamento per il lavoro e la passione di questa donna ma la gestione dei due casi limite sopra citati mi lasciano molto ma molto perplesso.

      1. @Digital. Secondo me non possiamo giudicare i casi limite perché non conosciamo tutte le circostanze, e poi sono appunto casi limite.

        Più che altro, a me, a volte, lascia perplessa il fatto che nelle diverse “presentazioni” cattoliche non si accenni mai ad una strada prevista da HV, dal magistero, dalla teologia morale e quant’altro di insegnamento cattolico “garantito”.
        Presumo che nella trattazione qua sopra non si accenni perché l’approccio era puntato su altri aspetti.

        Comunque.
        Per evitare mie trattazioni poco chiare linko il chiarissimo Padre Bellon con un caso “da manuale” che completa bene la prospettiva cristiana.

        https://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2941

        1. Digital

          @ Francesca
          Anche tenendo conto di tutte le circostanze del caso comunque sarebbero circostanze attenuanti che non eliminerebbero il grande disvalore di tale condotta. Disvalore di cui ne è consapevole la stessa autrice visto che la definisce “male minore”.
          Che poi io vorrei sapere quale sarebbe il “male maggiore”? Non mi si venga a dire che esso sarebbe l’eventuale morte naturale della partoriente e tutte le conseguenze che ne deriverebbero, perché anche se lo è sicuramente dal punto di vista umano non potrebbe dirsi la stessa cosa dal punto di vista cristiano!
          Inoltre, perché non si possono giudicare i casi limiti? Essi sono forse fuori dalla “giurisdizione” del Vangelo e del Magistero della Chiesa? Vivrebbero in una sorta di limbo?
          Ammettere dei casi limiti in materia di apertura alla vita significa ammetterli anche in altri ambiti della vita, proprio come oggi sta avvenendo con l’Amoris Laetitia in materia di adulterio!

          1. @Digital. Dicevo semplicemente che noi, adesso, da qui, senza sapere niente, non possiamo giudicare quei specifici casi limite. Andrebbero valutati molti dettagli che non sappiamo, sia della condizione fisica oggettiva delle donne sia della loro eventuale non-consapevolezza mentale/spirituale/psicologica, della eventuale non consapevolezza e/o non-responsabilità dei mariti, e molto altro. In breve: noi non siamo in grado di giudicare QUEI casi, e sulla parola della signora Gualdani prendiamo per buono che fosse proprio l’ultima-ultima-ultima spiaggia. Lei stessa dice che non vanno presi come paradigma, e anzi li cita apposta.

            Detto questo, possiamo tuttavia (come intendi fare tu) giudicarli in senso di paradigma generale – prendendone spunto.
            E allora, l’unica (umile) “correzione” che io farei a tutto il discorso è appunto quella che ho linkato di Padre Bellon.
            Per chi ancora non lo conoscesse si tratta di un frate domenicano, docente, teologo tomista, molto esperto, che da molti anni è un punto di riferimento cattolico di “retta dottrina” in rete.
            Secondo me il “caso limite” riportato da Bellon (che poi tanto “limite” non è) è più significativo rispetto a quelli riportati dalla sig.ra Gualdani, ed è più adatto a spiegare la prospettiva dell’insegnamento cattolico.
            In realtà, è vero che va un po’ in contrasto con un’affermazione della sig.ra Gualdani sul suo secondo caso limite riportato… ma appunto presumo che la signora abbia affermato ciò in relazione a QUEL caso limite, e non in generale.
            In generale e per la dottrina morale della Chiesa vale quanto affermato da Padre Bellon:

            https://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2941

            Contraddire quanto dice Bellon significherebbe contraddire il fatto che neanche i fidanzati, i celibi, (e neppure i coniugi di persone paralizzate attaccate alle macchine oppure lese da malattie all’apparato genito-urinario) sono in grado di praticare l’astinenza sessuale.
            Invece, non solo possono, ma secondo la morale cattolica DEVONO.

            Tu stesso sbagli quando poni come alternativa la morte della donna. Ciò può essere valido se la donna è già incinta, e POI apprende di avere una patologia che proseguendo la gravidanza (cioè non abortendo) la porterà alla morte.
            MA ciò NON è valido se la donna apprende di avere una patologia che la mette a rischio di vita QUALORA rimanesse incinta. In tal caso continuare i rapporti sessuali coniugali è semplicemente… lussuria. Non è amore. Non è adempimento del significato unitivo. È lussuria. È ricerca della soddisfazione genitale personale.
            Appositamente non uso mezzi termini. Leggi bene padre Bellon e lo capirai bene.

            Al cristiano è richiesto di preservare la vita umana (del prossimo) finché può. Questa “regola” è valevole anche in una relazione matrimoniale e sessuale. Sono proprio questi “cavilli” che determinano l’essere o meno nella visione cristiana integrale. Se si afferma che un padre di famiglia “non riesce a contenersi” , allora tanto meno potrà contenersi un fidanzatino adolescente in preda agli ormoni.
            Certamente l’obiettivo dei cattolici è alto. Deve essere alto anche qui.

            1. Digital

              @ Francesca
              Mi fa piacere che hai compreso che la mia vera intenzione è quella di voler giudicare i 2 casi estremi solo in senso di paradigma generale, senza voler giudicare la persona in questione (che peraltro non conosco) ma solo la sua condotta nei casi suddetti.
              Fatta questa doverosa premessa e volendo entrare nel merito dei 2 casi, tu stessa giustamente dici che quanto dichiarato da Padre Bellon va in contrasto con un’affermazione della sig.ra Gualdani sul suo secondo caso limite riportato. E anche su questo punto siamo d’accordo.
              Dove invece non posso concordare con te è invece su un altro punto. Nel mio precedente intervento io ho sostenuto il fatto che la chiusura delle tube o l’apertura alla contraccezione non può mai essere giustificata, neanche dal rischio dell’eventuale morte naturale della donna e quindi essere considerata il “male maggiore”.
              Tu, invece, affermi che questo discorso vale solo se la donna è già incinta mentre qualora non lo fosse allora dovrebbe prevalere il principio di preservare la vita della donna che legittimerebbe (secondo la sig.ra Gualdani) la chiusura alla vita.
              Quindi, nel caso in cui la donna non sia incinta, tu prendi in considerazione solo il rischio di vita della donna e nient’altro. Io, invece, prendo in considerazione anche altri rischi, ossia tutti quei bambini che Dio avrebbe voluto eventualmente donare a quella coppia e che invece la chiusura alla vita lo ha impedito!
              Infatti, come giustamente dice Padre Bellon “con la contraccezione gli sposi si attribuiscono un potere che appartiene solo a Dio: il potere di decidere in ultima istanza la venuta all’esistenza di una persona umana”.
              Di conseguenza, con la chiusura alla vita tu non solo impedisci ad una persona di accedere alla vita terrena ma addirittura anche alla vita eterna condannandola per sempre all’INESISTENZA!
              Pertanto, una donna incinta che decide di abortire il proprio figlio, gli impedisce di accedere alla vita terrena ma non a quella eterna. Quindi, continua ad esistere anche se in un’altra vita.
              Invece, la donna non incinta che si chiude alla vita per non mettere a repentaglio la propria vita, condanna gli eventuali nascituri a non venire mai ad esistenza e quindi a non poter accedere neanche alla vita eterna. Il danno, dunque, sarebbe duplice. Ecco, perché la chiusura alla vita ha un disvalore maggiore rispetto all’aborto, a dispetto di quello che normalmente pensa la gente.
              Naturalmente, tu mi potresti obbiettare dicendomi che comunque l’eventuale nascita di bambini sarebbe ipotetica e non certa. Al che io potrei controbatterti dicendoti che anche l’eventuale morte della donna sarebbe ipotetica e non certa proprio come dimostra il caso riportato da Maria Elena.
              Quindi, come vedi se dobbiamo prendere in considerazione tutte le ipotesi ed i rischi annessi e connessi e bilanciarli credo che il piatto della bilancia penderebbe comunque a favore degli eventuali nascituri perché i beni da tutelare sarebbero due (vita terrena ed eterna) e non uno (come nel caso della madre).
              Infine, per concludere, proprio relativamente ai casi limite si addicono così bene le parole di Padre Bellon quando dice: “capitano in un modo o nell’altro, per periodi di più breve o di più lunga durata, delle situazioni in cui siano indispensabili atti eroici di virtù”.

              1. @Digital. C’è stato un fraintendimento tra me e te. Appena posso mi ricollego e te lo spiego. Ora sono sul telefono.
                Comunque: non ho inteso dire ciò che tu mi attribuisci.
                In generale, per essere breve ti riassumo così: io intendevo che Padre Bellon andrebbe applicato idealmente ad entrambi i casi citati dalla sig. Gualdani. Obbligatorio, secondo la morale cristiana.
                Mi sono concentrata sul secondo per un motivo diverso. Quando posso te lo spiego. Perché secondo me anche tu fai un certo errore di valutazione di come si applica HV. Ciao. Grazie.

              2. @Digital. Difficile spiegare in poche parole. Ci provo. In estrema sintesi:

                Premessa1: credo che concordiamo sul fatto che la Chiesa è contraria al suicidio, nonché a disprezzare la vita fino al punto di metterla continuamente e volontariamente a rischio per un qualsiasi motivo, magari tentando Dio perché “ci salvi” ogni volta con un miracolo (magari dopo che abbiamo già avuto la grazia di qualche figlio al quale dobbiamo provvedere).

                Se la donna è già incinta, senza sapere di essere a rischio, è un conto: è il caso delle mamme sante che sono morte pur di non abortire.
                Se la donna non è incinta e le dicono che è molto malata, è tutt’altra faccenda: se tu Digital non comprendi questo per favore vai a ripassare tutto il Magistero, prima, durante e dopo HV. Avere rapporti sessuali in certe condizioni gravi di salute è grave peccato sia della donna che dell’uomo.

                Premessa2: il comportamento ideale, generalmente, nei casi a fortissimo rischio per madre e per nascituro, è quello indicato da Padre Bellon. Quello è cattolico 100%.
                Quindi, il lieve discostamento della sig.ra Gualdani è laddove afferma che sarebbe impossibile per i coniugi astenersi dalle attività sessuali.
                (ma forse si riferiva al caso particolare).
                Secondo la Chiesa è possibile astenersi, oltre che doveroso. E, solo per esempio, oggi ci sono associazioni cattolicissime di divorziati-risposati con figli dalla seconda unione (che non possono tornare alla precedente unione, valida per la Chiesa) e che fanno promessa solenne di castità a vita: loro testimoniano che per Grazia di Dio (e con assistenza particolare di Maria) è possibile.
                ——
                Detto questo, ci sono poi casi particolari, molto particolari, sui quali non possiamo ora fare un trattato. Ma siccome io ritengo Flora Gualdani in buona fede, e se in migliaia di casi solo una volta ha fatto chiudere le tube, credo che il caso fosse all’incirca il seguente. Sintesi:
                “Utero velo di cipolla” = di certo vuole significare una condizione patologica in cui qualsiasi gravidanza sarebbe un aborto spontaneo, a quale mese non si sa. Oppure una sfilza di aborti ogni mese. Non solo: se la donna non avesse l’ospedale a 2 minuti da casa, con un utero del genere morirebbe di emorragia (è questione di pochi minuti). Quindi: probabilmente era uno di questi casi. Una gravidanza sarebbe in pratica matematicamente un suicidio e un omicidio (aborto nei primi mesi), visto che si conoscono perfettamente le conseguenze. Se la sig.ra Gualdani – ipotesi, ripeto ipotesi – sapeva, ipotesi, che il marito era di comprendonio limitato, magari ha preso questa decisione delle tube. Ripeto: una delle tante ipotesi.
                Altra ipotesi, meno “mortale” ma gravissima: la patologia era tale che in caso di gravidanza non avrebbe portato magari alla morte immediata per aborto, ma alla prima gravidanza avrebbe comunque portato ad un aborto spontaneo con isterectomia totale (causa distruzione totale dell’utero di “velo di cipolla”). Finale: la donna senza utero avrebbe comunque successivamente avuto rapporti sessuali sterili come li ha ora con le tube chiuse. Quindi alla fine, concretamente, in questo caso non ci sarebbe stata alcuna differenza.

                Non puoi neanche obiettare che almeno c’era un feto “offerto a Dio”, perché appunto la nostra dottrina cattolica non prevede tale aberrazione. L’aborto spontaneo è un’offerta (di sofferenza e del bambino) a Dio solo se tu non lo sai che sarebbe avvenuto.
                Se tu lo provochi intenzionalmente col tuo comportamento irresponsabile è un’offesa a Dio.
                Ripeto: confidare nel miracolo è lecito se già sei incinta e se non sapevi della patologia.
                Se invece sai che con l’attività sessuale produrrai soltanto aborti a ripetizione: restare incinta è sfidare Dio. Queste situazioni non sono così frequenti ma esistono: le puoi conoscere con esami medici. Ritengo che sia il caso riportato dalla Gualdani.

                Conclusione: è sempre meglio l’astinenza consigliata da Padre Bellon, ma appunto possono esserci situazioni particolari (ad esempio: dei coniugi particolarmente ignoranti perché provenienti da condizioni psichiche o sociali particolari o altri motivi che noi non conosciamo).

                Sono stata abbastanza chiara?
                Concordo con te: la morte della donna, in generale, NON è la cosa peggiore.

                MA in determinate condizioni il suicidio + omicidio lo sarebbero certamente.
                Può essere stato questo il caso della Gualdani, oppure no. Non lo sappiamo con certezza.

                In ogni caso si possono configurare casi medici in cui la gravidanza è un suicidio+omicidio assicurati. In tali casi: la morte della donna e del feto sono sicuramente il male peggiore, perché metti a rischio anche l’anima della donna. E magari anche dell’uomo che per lussuria ha preferito condannare a morte la donna e il bambino, invece di astenersi dalle attività sessuali.

                Spero di essere stata chiara. Buona domenica a tutti.

                1. Digital

                  @ Francesca
                  Premesso che, a differenza degli altri tuoi interventi, ho fatto molta fatica a seguire il tuo ragionamento, devo prendere atto che rimango della mia opinione circa la questione che ha visto confrontarci.
                  E sarebbe anche inutile continuare perché la discussione rischierebbe di diventare sterile visto che comunque ciascuno di noi ha già esposto tutte le proprie ragioni.
                  Inoltre, credo che non riusciremmo mai ad arrivare ad un punto in comune perché guardiamo la vita da 2 prospettive completamente diverse ed antitetiche.
                  Infatti, al tuo definire “rischiare di restare incinta è sfidare Dio” io rispondo con “rischiare di restare incinta è affidarsi a Dio”. Come puoi ben capire si tratta di 2 punti di vista completamente inconciliabili!
                  Quindi, credo, che ognuno di noi continuerà ad essere della propria opinione.
                  Buona domenica anche a te. Ciao

                  1. Digital. Aggiungo solo che non sono i nostri due punti di vista ad essere inconciliabili.
                    È il tuo punto di vista ad essere inconciliabile con quello della Chiesa Cattolica.
                    Padre Bellon NON è un lassista o un generico opinionista. È un’esperto di retta dottrina cattolica.

                    https://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2941

                    Alla situazione sottoposta (ciclo totalmente irregolare della donna) che il marito riferisce:
                    “il nostro ginecologo (impegnato anche lui con i ProLife), ci aveva consigliato di evitare gravidanze per il rischio sia per la salute di mia moglie sia anche per eventuali rischi di malformazioni del feto”

                    Padre Bellon risponde:
                    “Nella vostra situazione al momento non vi è altra strada che l’astensione dai rapporti coniugali”

                    Ti faccio notare che il teologo domenicano NON risponde: “rischiare di restare incinta è affidarsi a Dio”.
                    E non risponde nemmeno “Scegliete voi: o vi astenete oppure vi affidate a Dio”.
                    E neanche “astenetevi qualche mese e poi ricominciate”.

                    In pratica Bellon gli dice che per la Chiesa Cattolica devono astenersi obbligatoriamente fino alla menopausa, che può essere un tempo più o meno lungo: dipende da quando arriva. Possono essere 5 o 10 anni o più, dipende dal caso.
                    Perciò parla di virtù eroica che viene richiesta a tale coppia.
                    L’alternativa, caro Digital, è il vizio denominato “lussuria”. Solo la lussuria può indurre i due ad unirsi sessualmente mettendo a rischio madre, nascituro e il resto dei figli che possono rimanere orfani.
                    La nostra dottrina è questa. Può piacere oppure no. Ma è questa.

  2. Grazie per questo preziosissimo documento. Altro che “a rate”… non ho potuto fare a meno di attardarmi a leggerlo tutto… e magari poi lo rileggo con calma perché ha passaggi che sono le pietre miliari del cristianesimo.
    È vero: molti insegnamenti di Giovanni Paolo II in diversi ambiti oggi sono bellamente presi sottogamba, salvo poi citarlo all’acqua di rose, adeguatamente tagliato-incollato, quando fa comodo.

    1. Francesco Paolo Vatti

      Neanche io ho potuto resistere a leggerlo tutto d’un fiato! Meraviglioso e liberatorio.

    2. Emanuele

      La “Teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II è certamente uno dei più grandi tesori che la Chiesa ha prodotto. La bellezza del disegno di Dio e la salvezza donateci scritte nel linguaggio del corpo di cui l’uomo e la donna sono custodi e sacerdoti. Un mistero grande che ci mette in relazione a Dio nell’unione carnale dei coniugi per pregustare l’unione mistica al corpo di Cristo.

      Oserei dire che il matrimonio è il sacramento più grande. Infatti esso è stato istituito come dono di Dio per esaltare la sua creatura mentre gli altri sono stati istituti per “guarire” l’uomo dopo il peccato originale. Il matrimonio è anche l’archetipo dei sacramenti di ordinazione sacerdotale.

      Dio nonostante la caduta primordiale ha affidato all’amore sponsale la prima missione salvifica tramite un sacramento indelebile. Nella benedizione nunziale del matrimonio leggiamo:
      O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione
      che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio.

      Purtroppo il tesoro donato da San Giovanni Paolo II è custodito gelosamente negli archivi, come fosse un tesoro troppo fragile da mostrare al pubblico. Finisce così per essere un privilegio di pochi.

      Invece, soprattutto i giovani, trarrebbero grande giovamento, soprattutto nell’età dell’adolescenza, se fosse mostrato loro quale grande disegno Dio ha loro riservato. I genitali non sono oggetti per trastullarsi al più reciprocamente ma strumenti per compiere la più grande missione si possa immaginare! La bellezza, il mistero, la maestà, la grandezza, lo stupore, la gioia… Questo va trasmesso ai nostri giovani riguardo il sesso. I giovani amano le sfide alte ed hanno bisogno di sapere che il loro corpo è veramente tempio di Dio.

  3. vale

    «volendo dar soddisfazione alla moltitudine» (Mc 15,15).

    perlappunto.

    come volevasi dimostrare. è l’andare incontro al mondo ed alle sue vanità la fregatura. la cosa peggiore è che chi dovrebbe ricordarselo, testimoniarlo e difendere la Verità fa esattamente l’opposto. per piacere o per piacersi.

    ma il Suo regno non è di questo mondo.( ricorda qualcosa ai chiodi di questo mondo?)

  4. Giuseppe

    Penso che coloro che sono responsabili della Pastorale debbano essere i primi a credere fermamente che menzogna e Verità non potranno mai conciliare. Visto che è proprio il catechismo (voluto da san Giovanni Paolo II) ad insegnare che la peggior violenza che possa farsi all’uomo, inizia e parte dalla mente in quel preciso momento che in essa si insinua la menzogna mascherata e dipinta di verità. Chi non giunge a comprendere che l’uomo può divenire ciò per cui Dio lo ha fatto (gloria del Dio vivente) difficilmente comprenderà l’altissimo valore della vita e della vita nel corpo; perché non capirà mai che il corpo fatto per essere Tempio dello Spirito Santo, per divenire tale richiede che il convertirsi si attui con a base una libera è responsabile adesione alla sana dottrina, che non può non richiedere il passaggio dalla porta stretta. Grazie Giuseppe

  5. Da Roit Silvano

    Convertirsi e credere al Vangelo: sono un binomio inscindibile.
    Oggi si vuole tutto facile, anche nella Chiesa.

    Il guaio e’ che si pretende di poter credere al Vangelo eliminando il cammino di conversione.
    Ma cio’ purtroppo non e’ possibile.

  6. Ho letto tutto, poi riletto e fatto anche una copia locale per utilizzarlo nel mio lavoro. Ringrazio perché il testo è davvero utile. Ringrazio la sig.ra Gualdani anche se, come si vedrà, in parte dissento. Vedo i primi commenti e spero che si consideri almeno la mia buona fede.
    Credo che rimanga un nodo irrisolto: la presentazione di questa scelta come di un obbligo morale ossia affermare che è un “male intrinseco” fare il contrario e usare contraccettivi.
    Il comportamento richiesto (non consigliato ma richiesto) dalla “Humanae Vitae” introduce una norma severa, una mano pesante che non si usa in altri ambiti.
    Io mi sono convinto, nel corso degli anni, che le esigenze del vangelo non sono né facili né difficili ma, semplicemente, impossibili. Non esiste nessuno sulla terra che riesca ad applicare tutto quanto indicato dal messaggio cristiano. Nemmeno i santi. Nessuno di noi si comporta totalmente da figlio di Dio perché, immagino, nessuno ha una fede così totale. Se si trattasse di un requisito il paradiso sarebbe vuoto. L’asticella del vangelo è troppo alta, oltre le possibilità di chiunque. Ciononostante “verranno da oriente e occidente…”: il banchetto è pieno.
    Se vogliamo affermare che i contraccettivi sono “male intrinseco” va benissimo. Ma diciamo anche allora che è “male intrinseco” quasi tutto quello che facciamo nel corso della vita: tutti siamo coinvolti in un sistema di peccato che sfrutta, inquina e accetta il sopruso. Almeno un pochino… Tutti accettiamo compromessi e siamo compromessi.
    Cerco di spiegarmi. Per ovvie ragioni nel vangelo non si parla di contraccezione. Invece Gesù in persona dà “consigli” diretti, molto precisi e molto pressanti del tipo: amare i nemici, non accumulare ricchezze, vendere tutto (tutto!) e dare ai poveri, non preoccuparsi del cibo e del vestito e nemmeno della propria vita biologica.
    Eppure non conosco una “Humanae Vitae” che indichi come “male intrinseco” il non fare tutte queste cose. Strano… e meno male!
    Perché si pretende una osservanza stretta in campo sessuale e si è invece così larghi e benevoli in quelli che chiamerei i “peccati sociali”? Alzi la mano chi va a confessare che non ama il collega che pratica il mobbing contro di lui, alzi la mano chi confessa di controllare ogni tanto l’andamento del proprio conto corrente e chi confessa come peccato il fare progetti per la propria casa, la propria automobile, le proprie vacanze. Nessuno. Eppure il vangelo è chiarissimo: dice “avevo fame…”. Ed è “vangelo”, non “Humanae Vitae” o “Familiaris Consortio”.
    Se è “male intrinseco” usare contraccettivi allora qualcuno mi spieghi perché non è “male intrinseco” vivere al caldo con gli agi di cui tutti godiamo mentre tanti nostri fratelli patiscono il freddo e la fame, annegano in mare eccetera eccetera. Non è retorica. San Francesco ha messo in pratica esattamente questo. E pure si confessava. Ma la sua scelta viene benevolmente classificata come “consiglio evangelico” ossia un “di più” che non è per tutti. Perché questa differenza? Perché il nostro vivere non-francescano non è peccato mentre l’usare contraccettivi sì? Ripeto: amare i nemici eccetera è un imperativo. Non è verità evangelica questa?

    Perché una normale coppia dovrebbe sentirsi obbligata, sotto il pesante giudizio di evitare un “male intrinseco”, a usare un metodo che è certamente difficile da applicare? Che sia difficile lo ammette anche la sig.ra Gualdani a un certo punto. Non è però vero che è affidabile come la pillola perché richiede tante condizioni che possono mancare. Se il partner non è d’accordo che si fa? se alcuni diffusi disturbi ormonali, oppure la vita lavorativa e gli orari irregolari, oppure le nottate ad accudire un neonato o un anziano impediscono misure precise che si fa? si attende in astinenza totale che il neonato cresca, l’anziano muoia o che il datore di lavoro ci dia tregua? Se si hanno ormai 4-5 figli e già si vive dell’assistenza di Caritas e CAV che si fa? E` giusto sfornare altri 2-3 figli mentre si fa pratica di metodi naturali? Se è facile dimenticarsi la pillola giornaliera e se basta una diarrea perché questa non funzioni figurarsi quante altre circostanze possono alterare le misure e le osservazioni richieste dai metodi naturali. Non facciamo come i radicali che per imporre l’aborto parlavano di milioni di stupri o di mammane che non esistevano.
    Per proporre i metodi naturali non dobbiamo dire che funzionano “come una pillola”. Io sono davvero convinto che andrebbero valorizzati e insegnati. Possibilmente all’inizio della vita di coppia. Si può presumere che “falliranno” quel giusto numero di volte che servono ad avere una natalità decente. Credo che si possano anche proporre abbinati a contraccettivi convenzionali secondo certi casi e circostanze: noi non nasciamo perfetti ma possiamo migliorare. Credo anche che tra gli argomenti contro i contraccettivi ormonali ci sia il fatto che non facciano per niente bene alla salute. Mi sembra un argomento importante. Sfruttiamo l’onda salutista di questi tempi…

    1. Se il partner non è d’accordo che si fa? se alcuni diffusi disturbi ormonali, oppure la vita lavorativa e gli orari irregolari, oppure le nottate ad accudire un neonato o un anziano impediscono misure precise che si fa? si attende in astinenza totale che il neonato cresca, l’anziano muoia o che il datore di lavoro ci dia tregua? Se si hanno ormai 4-5 figli e già si vive dell’assistenza di Caritas e CAV che si fa? E` giusto sfornare altri 2-3 figli mentre si fa pratica di metodi naturali?

      E se il Coniugie diviene paraplegico, o per mesi o anni è debilitato da grave malattia e se poi si rimane vedovi, che si fa???

      Si passa alla masturbazione o si va a prostitute?!

      Che discorsi del “tuc” vai facendo?

      Sai che si fa? Si ama di una amore che supera le nostre “esigenze” e siccome è certamente una amore “eroico” che per lo più non ci appartiene (direi mai), si chiede a Dio, fonte unico di questa unica forma di amore gratuito, oblativo, che sa rinunciare a sè per l’altro, di portarci oltre i nostri umani limiti.
      E questo è il modo santo di vivere il nostro Matrimoni o la nostra stessa vita.
      (O credi forse che difronte ad altri peccati (capitali) che ci affliggono abbiamo qualche speranza senza la Sua grazia o dovremmo dire “io sono un iroso di natura, che vuoi da me Dio?”)

      Ma come sempre qualcuno è pronto a dire o a dirti (vedi anche don Chiodi), che è impossibile (!) e allora giù con giustificazioni e strategie alternative… vedrai che la tua vita Matrimoniale ne trarrà gran giovamento… COME NO!

      E per inciso, se si hanno già 4-5 figli (ma anche uno o due) vorrei sapere chi ti ha messo nella testa che ad ogni rapporto sessuale corrisponda una gravidanza?
      I Figli nascono perché Dio ne dispone la nascita. E’ Lui il Creatore, noi siamo compartecipi al suo piano creativo e infatti ciò che possiamo fare peccando, è solo interporci al piano di Dio.

      1. vorrei sapere chi ti ha messo nella testa che ad ogni rapporto sessuale corrisponda una gravidanza?
        il fatto che mi si è presentata anche ieri una donna che in 10 anni ha fatto 8 figli. Contribuire al dialogo comporta anche non essere offensivi.

        1. La mia domanda però rimane (anche le precedenti).
          Se ti sei sentito offeso mi dispiace, non era mia intenzione.

          La donna che ha avuto 8 figli in 10 anni potrebbe esserne anche grata a Dio, se non lo è c’è un discorso diverso alla base da affrontare piuttosto che dirle: “ma la pillola (o il preservativo, non la conosci?” ti pare?

        2. @Tuc.
          Hai scritto:
          “il fatto che mi si è presentata anche ieri una donna che in 10 anni ha fatto 8 figli”.

          Non potendo conoscere il caso specifico di questa donna (ma magari tu sì), io farei due osservazioni che possono chiarirti meglio l’autentico pensiero cristiano e l’insegnamento della Chiesa (che coincidono) :

          1) è risaputo che tra i cattolici ci sono dei gruppi che disattendono ed insegnano a disattendere la dottrina della Chiesa, facendo leva su una loro interpretazione distorta di HV ed indicandola come la “vera interpretazione” che tutti gli altri cattolici – a loro dire – non applicherebbero. Te lo posso confermare tranquillamente perché ne ho conoscenza diretta. Se (SE) fosse il caso di quella signora (ma noi non lo sappiamo), anche un giudizio cattolico ti confermerebbe che è sbagliato e che la donna di cui parli starebbe seguendo una morale non cattolica.
          (anche se ciò non significa MAI che i bambini nati siano da considerare “sbagliati”, ma potrebbe esserlo il comportamento che ha condotto alle gravidanze).

          2) Forse non hai letto bene il documento di Flora Gualdani che spiega ancora meglio ciò che ti ho appena esposto. Mi permetto di farti notare, tra le altre cose, il richiamo all’intervista al Papa (nella quale è ben risaputo che egli disse che non è cristiano “fare i figli come i conigli”) – e nota anche il ragionamento che viene fatto sul numero dei figli.
          Copio-incollo per te:

          “(…) due derive purtroppo radicate nel mondo ecclesiale:
          l’angelismo ed il relativismo. Entrambe lontane dalla via maestra, cioè dall’autentico magistero cattolico.
          L’angelismo si trova in certe comunità e sacerdoti che considerano peccato di egoismo anche l’uso dei metodi naturali.
          Ho conosciuto coppie con diverse gravidanze ravvicinate, faticosamente subite perché senza alcun discernimento per distanziarle (distanziarle, non rifiutarle senza motivo), e che poi – sfiancate – sono entrate in crisi con la sessualità, mettendo pericolosamente a rischio l’equilibrio coniugale.
          E’ l’equivoco sulla fecondità ad oltranza, denunciato sia da san Giovanni Paolo II (Angelus del 17.7.1994) sia da Francesco (Intervista nell’aereo di ritorno dalle Filippine, 19.1.2015): diverso lo stile ma stessa denuncia.
          (…)
          Al n. 31 di Humanae vitae la Chiesa ci insegna che «la vera felicità» si trova nel rispettare le leggi sapienti inscritte da Dio nella nostra natura, che noi dobbiamo osservare usando non solo «l’amore» ma anche «l’intelligenza».
          […]
          L’apertura alla vita è vocazione della coppia. E una famiglia numerosa è auspicabile, sta scritto anche nella Sacra Scrittura. Ma la santità dei coniugi non risiede nel numero di figli (come non sta di per sé nell’uso dei metodi naturali).
          Il concetto di “procreazione responsabile” non può prescrivere il numero giusto di figli.
          Ogni storia è a sé e, per ciascuno, Dio ha un progetto personalizzato. A volte tre figli potrebbero essere sinonimo di egoismo mentre in certi casi anche un figlio può essere troppo. Perché l’eroismo non è obbligatorio per la santità.
          E’ vero quindi che in alcune circostanze la paternità e maternità “responsabile” richiedono effettivamente di evitare una gravidanza.”

          Domanda: dove tu trovi che il Vangelo, tradotto in dottrina cattolica, non possa essere seguito perché “impossibile”?
          Più precisamente: cosa trovi di impossibile nella morale cattolica ottimamente riassunta nel testo che ti ho copiancollato al punto 2 ?
          Potrà essere forse “non da tutti” (e infatti non tutti gli italiani sono cattolici o praticanti) ma dove sarebbe “impossibile” ?

          Grazie.
          Ciao.

          1. Il cristianesimo è “impossibile” nel senso che nessuno è in grado di seguire tutto quanto Gesù indica. La qual cosa è ovviamente nota benissimo a chi ci ha creato il quale, in buona sostanza, ci rassicura come ogni buona madre e ogni buon insegnante farebbero ossia: “tu cerca solo di fare del tuo meglio”. E infatti questo cristianesimo “impossibile” è in realtà rivolto a tutti e non solo a pochi eroi (che non esistono, nemmeno in questo blog).
            La parola impossibile, applicata al tema in oggetto, significa semplicemente che per alcuni, nella loro situazione, è impossibile. E` quel che ho spiegato nel mio post e che qualcuno (non tu) ha creduto stupidamente di ridicolizzare.
            Il fatto che tu mi abbia riportato una intera sezione dell’articolo rivela un equivoco che credevo di aver chiarito all’inizio: io ho molto apprezzato l’intervento di Flora Gualdani e molte sue argomentazioni sono da me condivise. Secondo me però resta irrisolto il tema dei due pesi e due misure. E qui vengo all’altro tuo commento. Il mio discorso voleva proprio indicare l’errore del dualismo, che è quello di utilizzare due pesi e due misure per valutare i comportamenti in ambito sessuale e quelli in ambito sociale. Alcuni valutano severamente i comportamenti in campo sessuale e sono tolleranti in campo sociale (sono i cosiddetti cattolici della morale, qui in questo blog ce n’è più d’uno). Certo vi sono anche coloro che ritengono che nel campo privato tutto sia tollerabile e veniale (tanto, dicono, “non fa male a nessuno”) mentre sono severissimi sul piano sociale (sono i cosiddetti cattolici del sociale, qui in questo blog sono rari a causa dell’intolleranza dei primi ma ve ne sono molti altrove) . Io non ho scritto di questo secondo “tipo di cattolici” semplicemente per mancanza di spazio.
            Io non ho negato che si possa indicare come “male intrinseco” l’uso dei contraccettivi. Solo faccio notare che, se usiamo questo metro, dovremmo allora indicare come “male intrinseco” molte altre cose e invece questo nella realtà non avviene. Se non avviene significa che la morale è applicata in modo sbilanciato. E una morale sbilanciata è… immorale.

            Per quanto riguarda il caso che ho citato: è semplicemente una povera donna con tanti problemi che si sovrappongono.

            1. Non è che qui qualcuno ti ridicolizza: fai tutto da solo. Ripeti come un disco rotto le tue fesserie, ignorando che Vangeli e quasi duemila anni di Chiesa dicono il contrario; e mostrando totale mancanza di rispetto nei confronti di chi te lo fa presente, ma a cui tu non rispondi mai nel merito. Ah, già, ma tu sei uno degli intelligentoni che hanno capito tutto. Non ti ripeterò altro non solo perché penso che sia inutile (tu trolleggi), ma soprattutto perché le lettere delle coppie pubblicate nel nuovo post di Costanza letteralmente seppelliscono le tue sciocche idee. Quelli hanno capito veramente chi è Gesù, cosa chiede e cosa dà. Tu non lo capirai mai se non ti sbarazzerai della tua saccente e presuntuosa ignoranza.

            2. Ho capito tutto quello che hai scritto eccetto una cosa: tu stai contrapponendo Dio-Padre a Dio-Figlio? Nel senso che tu credi in Dio ma non nel senso di Dio-Trinità?
              Perché praticamente io leggo che per te Gesù NON porta il messaggio di Dio… O sbaglio?
              Scrivi:
              “Il cristianesimo è “impossibile” nel senso che nessuno è in grado di seguire tutto quanto Gesù indica. La qual cosa è ovviamente nota benissimo a chi ci ha creato il quale, in buona sostanza, ci rassicura come ogni buona madre e ogni buon insegnante farebbero ossia: “tu cerca solo di fare del tuo meglio”. E infatti questo cristianesimo “impossibile” è in realtà rivolto a tutti e non solo a pochi eroi”.

              E non ho neanche capito come il Creatore “ci rassicura”… cioè se tu escludi Gesù e il Vangelo, dov’è che trovi il messaggio del Creatore che “ci rassicura”?
              Grazie se vorrai spiegarmelo.
              ———
              Riguardo le tue osservazioni sull’insegnamento “impossibile” proposto da Gesù, ti potrei citare direttamente il Vangelo dove i discepoli rimangono “sconvolti” da una via troppo difficile da seguire:

              Matteo cap. 19
              “A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?».
              Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile»”.

              Questo significa almeno due cose:
              – che senza Dio e senza Fede la via cristiana è effettivamente impossibile
              – che quando noi non riusciamo a seguire bene tutto (cioè sempre, perché siamo sempre imperfetti) interviene la misericordia di Dio, che poi sarebbe ciò che tu chiami “fai del tuo meglio”.
              Ma per capire cosa sia “il meglio” devi avere un riferimento. E questo riferimento è il Vangelo.

              Da nessuna parte è scritto che noi possiamo riuscire ad essere “perfetti”. Anzi l’insegnamento che possa esistere una perfezione umana è proprio anticristiano.
              (ed è predicato da molti movimenti protestanti. Non cattolici).

              Noi siamo RESI perfetti dal Sacrificio di Cristo, e appellandoci alla misericordia del Padre.
              I nostri comportamenti saranno sempre, di per sè stessi, imperfetti.
              Il nostro impegno a seguire Gesù è un percorso di miglioramento (“fai del tuo meglio”) ben consapevoli che di Perfetto c’è solo Dio.
              Ma ci vuole un OBIETTIVO, o no?

              (mi scuso per i caratteri cubitali ma non ricordo le istruzioni di wordpress per il neretto, il corsivo e il sottolineato. Io utilizzo generalmente la piattaforma Blogger).

              1. @Francesca
                “tu stai contrapponendo Dio-Padre a Dio-Figlio?” Certo che no: non sono un seguace di Marcione…
                Non credo proprio di aver mai detto o scritto in tutta la mia vita che “Gesù NON porta il messaggio di Dio”.
                Ho citato Gesù semplicemente perché nei testi evangelici quello che parla è Gesù, il quale rivela il Padre. Mai avuto pretese di farmi una teologia personale.
                Spero di non dover recitare il Credo per dimostrarlo…
                Quanto al fatto che Dio ci rassicura lo spieghi tu stessa: “siamo RESI perfetti dal Sacrificio di Cristo, e appellandoci alla misericordia del Padre. I nostri comportamenti saranno sempre, di per sè stessi, imperfetti”. Il messaggio di Gesù Cristo consiste nell’annuncio della misericordia del Padre dato che la nostra giustizia non è sufficiente. In questo senso siamo rassicurati.
                Il fatto che nella vita sia importante l’obiettivo buono mi pare ovvio. Ma vale per noi stessi. Pretenderlo dagli altri diventa spesso una prevaricazione.
                L’interpretazione che tu hai dato al resto delle mie parole rappresenta quel che intendevo dire.
                Ciao.

            3. MZ

              Carissimo Tuc, ti capisco benissimo e penso che le tue perplessità sono sane e vengono davvero da un bisogno di ricercare la verità e la misericordia.
              Ti dico subito che io sono una persona che vive quotidianamente i metodi naturali e che, anche con un po’ di fatica, è sempre riuscita a tener fede a questo bello stile di vita. Sono perciò “di parte” in quanto vivo cio in cui credo. Tuttavia, essendo marito di una insegnante di metodi naturali ed occupandomi di educazione sessuale per i giovani capisco benissimo le tue ragioni, anche perché sono le ragioni di moltissime persone,anzi, della maggioranza maggioranza.
              Mi permetto di fare 2 riflessioni:

              1. Sono sicuro che è molto più difficile vivere la sessualità utilizzando i contraccettivi che utilizzando i metodi naturali. Dico questo per esperienza conoscendo tantissime coppie che utilizzano la contraccezione ed avendo con loro tanti dialoghi e scambi di idee. La contraccezione permette di accedere all’amore sempre e come sappiamo, “sempre” è contrario a “speciale”, “unico”, ecc. Io vedo che la sessualità contraccettiva è molto meno “eccitante” di quella “Naturale”. Ci sono molti più problemi di coppia, molte più incomprensioni, molta meno complicità. Allora penso: ma cosa cerchiamo in un rapporto sessuale di coppia? Lo sfogo o il piacere? Mi rendo conto che spesso le donne che usano la contraccezione “concedono” il sesso ma non lo vivono appieno e questo perché non rispettano la loro natura. L’aspettare, per la donna, è un modo per gratificare la sua natura e “difendersi” dall’insistenza maschile. L’uomo invece, per sua natura, è sempre disposto all’atto sessuale. L’astinenza periodica in questo caso rafforza in lui l’amore e lo costringe ad una tenerezza che per la sposa è essenziale. Lenisce altresì l’erotizzazione del rapporto che per l’uomo è sinonimo di fallimento, mancanza di virilità o precocità dell’atto. E questi sono sintomi che la maggior parte degli uomini presenta sebbene giovani e in buona salute.
              Insomma non è la frequenza ravvicinata dei rapporti che fa la felicità della coppia. Il problema della scarsa affidabilità è legata solo alla difficoltà dell’astinenza. Non sono mai impossibili i metodi naturali. Il problema è legato solo alla difficoltà di aspettare.

              2. Non so se la Chiesa è fissata con la sessualità. E’ un problema che mi pongo adesso che me lo fai notare tu. Però riflettendo bene mi sento di dire che nella sessualità l’uomo e la donna sono davvero liberi in tutto, almeno per adesso. Possono davvero mettere in atto la propria libertà decisionale. In altre cose io non mi sento libero. Per esempio, perché io devo, con le mie tasse, finanziare gli aborti? Perché non posso fare a meno di comprare cose che sfruttano la povera gente se non spendendo un occhio della testa per cibo a filiera corta o vestiti made in Italy? Potrei continuare… In tutti questi casi la mia libertà è limitata, talvolta è davvero impossibile fare il bene se non uscendo totalmente dal mondo. Nella sessualità invece ho la possibilità di dire di no a meccanismi che sì, sono radicati nella nostra società, ma che possono essere combattuti con la forza di volontà e con l’amore.
              E poi penso che infondo l’amministrazione della vita è alla base della creazione. La sessualità è lo strumento che Dio usa per estendere la sua potenza creatrice. Minare alla base la sessualità, svuotarla del suo significato riproduttivo, vuol dire distorcere la creazione stessa.

              Oddio quanto ho scritto… scusa se sono stato troppo lungo.
              un abbraccio.

              1. @Francesca (e Patrizia)
                Bariom mi ha risparmiato già di scrivere un po’ di cose.

                Venendo al sodo. Tu scrivi:

                utilizzando toni cristiani – quei toni a cui faceva riferimento Patrizia dopo anni di osservazione silenziosa.

                Ma se troppa gente ha voglia di scappare a gambe levate, non dalla bellezza del Vangelo, ma dai discorsi dei cristiani che legge…

                Tu dici una cosa sacrosanta: dobbiamo agire come agirebbe Cristo (salvo la nostra imperfezione nel capirlo, s’intende). Bene, ma io nelle Scritture leggo questo:

                60Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? […] 66Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.

                È quindi contraddittorio il resto delle tue affermazioni, che sono il tipico frutto di certe catechesi -melassa, tipicamente tenute da preti e vescovi che hanno equivocato (cit.) il senso di “divenire eunuchi per Cristo”. Catechesi-melassa che hanno un’origine ben precisa, e cioè l’equivoco madornale secondo cui il mondo si fa prendere necessariamente ed esclusivamente per dolcezza, quando è evidente che non è così (cfr. appunto atteggiamenti citati di Cristo).

                Prevengo subito un’osservazione: il citato passaggio del Vangelo (ma anche altri: p.es. l’episodio del giovane ricco, o la predicazione sull’indissolubilità del Matrimonio) testimonia che la predicazione di Cristo talvolta è dura al punto da far “tirare indietro” certi, ma certamente non prova che la Sua predicazione sia sempre dura (io non sto sostenendo questo): infatti abbiamo altri esempi che testimoniano stili più pazienti. Quello che sto sostenendo – e provando – è che Cristo alterna vari stili, a seconda delle circostanze. Tant’è vero che poi tutti i grandi santi predicatori, messi insieme, a partire da San Paolo, raccomandano, o privilegiano, ora l’uno stile ora l’altro (ma le catechesi-melassa – pienamente protestantizzanti in questo aspetto – prendono solo la parte di Scritture che comodano e citano solo i santi che comodano (*) (**)).

                Ora, venendo al nostro contesto, nota che gli interlocutori che sono stati trattati da me (e altri) con franchezza (“durezza” nella tua prospettiva), hanno anche ricevuto l’attenzione di persone che si sono poste con atteggiamento diverso (te inclusa). Nota che io non mi sono presentato col ditino alzato a dirvi “sbagliate a interloquire in questo modo”, eccetera (nonostante lo sospetti: nota l’intervento assolutamente gentile di MZ, che però non è stato ancora degnato di una risposta; anche qui è singolare che tu veda problemi di mancanza di rispetto “a senso unico”, per così dire). Questo perché ritengo giusto che ci siano vari modi di interloquire (***), e poi si vedrà caso per caso quale funziona meglio.

                Ti invito a rileggere le considerazioni sulla “femminilizzazione della Chiesa” a cui ho accennato ieri notte: la Chiesa è madre, non mammona (non nel senso di Satana, ma nel senso di quelle madri che, iperprotettive, non sanno educare bene i propri figli a relazionarsi con il mondo; e magari li illudono che potranno sempre cavarsela a convincere i nemici con modi urbani, quando invece dovrebbero sapere che in certi casi – si spera rari – è necessario anche saper fare a cazzotti, intendo letteralmente).

                A questo proposito, mi chiedo: ma se trovate fastidioso il modo di esprimersi franco e diretto a cui ci stiamo riferendo, tanto da spingervi a non partecipare ai commenti del blog (che comunque, come già detto sopra, non vi obbliga a tenere quello stile), come pensate di dare testimonianza in contesti non cattolici, dove non solo siete sicuramente minoranza, ma quasi certamente siete pure aggrediti, come prova ormai la cronaca quotidiana? Almeno prendere atto, se non condividere (perché come ho detto non pretendo che sia condiviso), di un certo modo di discutere serve anche come palestra per destreggiarsi in contesti decisamente ostili.

                (*) Abbiamo anche esempi abbastanza recenti: Padre Pio, che certi li cacciava a calci nel sedere dal confessionale. E qui vorrei recuperare un aneddoto notevole, ma ora non lo trovo e semmai me lo tengo per dopo.

                (**) Traparentesi, qui ci sarebbe da fare anche un discorso più approfondito sul senso di quel “tirarsi indietro” e della Grazia dello Spirito Santo che può essere veicolata anche proprio da quella reazione: infatti, il brano evangelico citato prosegue con Pietro e gli Apostoli che, elaborando mentalmente il proprio istinto di “tirarsi indietro”, si rendono conto che non c’è altro posto dove andare (“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”). Per gli Apostoli è bastata un’elaborazione mentale, qualche altro figliol prodigo ci metterà di più. Ho citato questa altra parabola perché, sebbene in essa la questione non sia per niente esplicita essendo il focus sul tema del pentimento e del perdono, il “tirarsi indietro” è comunque evidente nell’intenzione del figlio minore di avere la sua parte del patrimonio ed “andarsene”, evidentemente non soddisfatto di quello che gli offre il padre; il quale lo lascia andare, non c’è menzione del fatto che provi in tutti i modi, magari offrendogli un cambiamento delle condizioni di vita, a fargli cambiare idea. Ma qui ora divago.

                (***) Scrivo “interloquire” e non “dialogare”, perché il dialogo non è modalità esclusiva. In certi casi si “dialoga”, in altri si “disputa”.

      2. Piero

        Bariom mi sembra che la questione sia più complicata di come la metti giù tu. L’ira si può – si deve – combattere, e non può essere giustificata. Ma i rapporti con il coniuge non sono un peccato, fanno parte del matrimonio, anzi la loro totale assenza indica di certo qualcosa che non va. Voglio dire, l’astinenza periodica, che certo rafforza e unisce i coniugi, per quanto tempo può protrarsi? Mi spiego: noi dopo il 2o figlio abbiamo seri motivi (gravi, come dice HV) per distanziare la prossima gravidanza, motivi che ora è inutile dilungarsi a spiegare. La maestra dei Metodi ci dice che durante l’allattamento non c’è nessuna certezza di non concepire. Dopo 6 mesi, ecco ricomparire il ciclo: ci dice che bisogna attendere almeno due cicli completi prima di poter individuare un periodo infertile. E nel caso di mia moglie i cicli durano 40 – 45 giorni, quindi il prospetto è di 9 mesi di astinenza. Ah, nel caso di cicli così lunghi è impossibile usare Persona (max 35 giorni). Le misurazioni della temperatura “valgono” dopo tot ore di sonno consecutivo (e quando mai!). Infatti la 2a gravidanza è arrivata quando già sussistevano i gravi motivi per ritardarla. Insomma la faccenda si fa frustrante, e la prospettiva peggio. Mi sembra poi fuori luogo parlare di masturbazione e prostitute dato che non si parla dell’esigenza di provare piacere, ma dell’esigenza di essere uniti alla persona sposata, con cui si condivide tutta la vita e non meno il letto ogni notte. Non si può paragonare questo tipo di astinenza con quella di una vedovanza.
        Con questi argomenti voglio legittimare l’uso del preservativo? No.Voglio dare ragione a Tuc? No. Voglio solo dire che i suoi argomenti non possono essere liquidati come hai fatto tu, che la vita vera è molto più complicata di come si possa scrivere in 2 righe. E quello che dici tu: “vorrei sapere chi ti ha messo nella testa che ad ogni rapporto sessuale corrisponda una gravidanza?” può essere, in taluni casi, come “tentare Dio”, come l’autrice ha scritto nell’articolo.
        Per me purtroppo rimane come nodo irrisolto.
        Ciao

        1. Piero scusa… volevi scrivere “secondo figlio” … o ventesimo?
          … non trovo la faccina adatta 😶
          (non che io voglia criticarti, è solo che sono rimasta a bocca aperta)

        2. @Piero, cosa vuoi che ti dica? Che ti racconti delle mie complicazioni di vita, di uomo, di marito, di padre, di marito di donna gravemente malata e di vedovo poi? Credi io la faccia semplice? Mi pare invece si cerchino soluzioni semplici o che quanto meno ci giustifichino nelle nostre debolezze. Quanto a ciò che mi racconti, posso umanamente ben comprendere ma certo non sono io che posso sciogliere i tuoi nodi… Sarà il Signore a darti discernimento, certamente se glielo chiederai e lo spirito per compiere ciò che è giusto.

    2. @Tuc. Secondo me dovresti partire intanto da una base non dualistica:
      https://lefoglieverdi.wordpress.com/2016/08/01/menzogna-del-dualismo/

      Poi, scrivi: “Io mi sono convinto, nel corso degli anni, che le esigenze del vangelo non sono né facili né difficili ma, semplicemente, impossibili. Non esiste nessuno sulla terra che riesca ad applicare tutto quanto indicato dal messaggio cristiano. Nemmeno i santi.”

      È vero. Il Vangelo infatti ci indica l’obiettivo, quello raggiungibile e raggiunto perfettamente solo da Cristo.

      Lo stesso discorso che tu hai fatto (sul Vangelo) si potrebbe d’altra parte applicare anche agli ospedali e alla scienza medica: siccome si pongono l’obiettivo di guarire TUTTI i malati ma ciò è evidentemente impossibile, allora smettiamo di indicare le malattie come “intrinsecamente nocive alla salute” e smettiamo anche di considerarle “intrinsecamente richiedenti una cura”….

    3. giovi

      Quello che mi colpisce delle parole di tuc9182, è la mancanza di credito che si dà al cristianesimo, anzi c’è da ringraziare perché non si nasconde affatto in questo e dà modo di vedere a cosa porta la riduzione del cristianesimo, come conduca ad una disfatta dell’umano.
      Molto meglio di me, Costanza e scritti come questo, dicono chiaramente, e chiaramente si parla di vita vissuta, che le indicazioni di HV e tutte le indicazioni che Dio ci dà, sono per noi, non contro di noi !
      Posso cadere cento volte al giorno, come cado, ma la mia felicità è nella strada indicata da Gesù ! Altro che aspettative alte o basse su di me : l’amore di Dio si esprime nell’aiutarmi in una strada di compimento e felicità, in preparazione del compimento e della felicità eterna e perfetta!
      In soldoni, credo che non sia problemi di contraccettivi sì o no, di amare i nemici sì o no, o di tutti i bivii che ogni giorno abbiamo davanti a noi, ma sia un problema di fede, se uno fa così tanta fatica a porsi nella posizione del Vangelo, cioè c’è da ricostruire il cristianesimo dalle fondamenta, sperimentandone la convenienza per sé.
      Credo che sia per questo( perché le posizioni lontane dal cristianesimo, allontanano dalla felicità, facendo permanere o gettando nello sconforto e nell’infelicità tutti i tuc del mondo e i tuc che possiamo essere nella nostra giornata ) che Costanza dà l’anima in questa battaglia.

    4. Francesco Paolo Vatti

      Mi pare che il problema non sia riuscire o non riuscire a seguire il Vangelo e l’humanae vitae, ma nel dove dirigersi. Se mi si indica la strada giusta, potrò smarrirla e/o ritrovarla, ma ho una ragionevole speranza di arrivare alla meta, se mi si indica la strada sbagliata, sarò sicuro di non arrivare alla meta.

  7. È difficile riconoscere la buona fede a chi si ostina a parlare di “suggerimenti” o “consigli” sia per l’HV (in generale, per il Magistero) che per la predicazione di Gesù, visto che l’argomento è stato tirato fuori molte volte in questi anni e tutte le volte è stato puntualmente ribadito che Gesù non era un dispensatore di “consigli”. Cristo non “consiglia”: comanda. Usa lui stesso questo termine. Pure l’amore per Dio e per il prossimo è un comandamento, non un consiglio (anche perché se fosse solo un consiglio, uno potrebbe benissimo usare lo stesso ragionamento bacato: ah, ma per me è troppo difficile amare ). Siamo liberi di non obbedire e pagarne le conseguenze, e ognuno faccia quello che vuole. Ma non dica menzogne, perché altrimenti – si offenda o no – gli si dirà che racconta menzogne.

    1. È rimasto fuori un pezzo nella frase precedente:

      … ah, ma per me è troppo difficile amare [riempite la casella con la categoria di persone che più vi è difficile sopportare].

    2. Alessandro

      “È difficile riconoscere la buona fede a chi si ostina a parlare di “suggerimenti” o “consigli” sia per l’HV (in generale, per il Magistero) che per la predicazione di Gesù, visto che l’argomento è stato tirato fuori molte volte in questi anni e tutte le volte è stato puntualmente ribadito che Gesù non era un dispensatore di “consigli”. Cristo non “consiglia”: comanda.”

      E infatti Humanae vitae e il Magistero autentico che le è connesso non sono negoziabili, non sono opinabili, non sono revocabili o reformabili, non sono suggerimenti facoltativi da seguire se e come si può/si vuole. Sono insegnamenti inderogabilmente vincolanti; chi li trasgredisce pecca, viene meno alla volontà di Dio. Punto.

      Disse al riguardo san Giovanni Paolo II rivolgendosi ai partecipanti ad un incontro di studio sulla procreazione responsabile (5 giugno 1987):

      “Le difficoltà che incontrate sono di diversa natura. La prima, ed in certo senso la più grave, è che anche nella comunità cristiana si sono sentite e si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa.
      Tale insegnamento è stato espresso vigorosamente dal Vaticano II, dall’enciclica Humanae Vitae, dall’esortazione apostolica Familiaris Consortio e dalla recente istruzione “Il dono della vita”. Emerge, a tale proposito, una grave responsabilità: coloro che si pongono in aperto contrasto con la legge di Dio, autenticamente insegnata dalla Chiesa, guidano gli sposi su una strada sbagliata.

      Quanto è insegnato dalla Chiesa sulla contraccezione NON appartiene a materia LIBERAMENTE DISPUTABILE fra teologi. Insegnare il contrario equivale a indurre nell’errore la coscienza morale degli sposi.

      La seconda difficoltà è costituita dal fatto che molti pensano che l’insegnamento cristiano, benché vero, sia tuttavia impraticabile, almeno in alcune circostanze.

      Come la Tradizione della Chiesa ha costantemente insegnato, Dio NON comanda l’impossibile, ma ogni comandamento comporta anche un dono di grazia che aiuta là libertà umana ad adempierlo. Sono, però, necessari la preghiera costante, il ricorso frequente ai sacramenti e l’esercizio della castità coniugale. Il vostro impegno, dunque, non deve limitarsi al solo insegnamento di un metodo per il controllo della fertilità umana. Questa informazione dovrà essere inserita nel contesto di una proposta educativa completa, che si rivolga alla persona degli sposi, considerata nella sua integrità. Senza questo contesto antropologico, la vostra proposta rischierebbe di essere equivocata.”

      http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1987/june/documents/hf_jp-ii_spe_19870605_procreazione-responsabile.html

  8. paulette

    grazie di cuore Costanza , l’ho letto con piacere. D’accordo su tutto , vorrei aggiungere che ho scoperto che anche l’educazione dei figli è più responsabile quando si pratica la procreazione responsabile. D’altronde la sapienza senza il timor di Dio , non si riceve.

  9. Alessia

    Quindi la Veritatis splendor secondo questa signora avrebbe condannato l’opzione fondamentale? E dove….in quali passaggi….?

  10. Sabino

    Tic
    Gesu’ ha detto che non e’ venuto per abolire la legge ma per perfezionarla. Spesso si dimentica che Egli era un ebreo osservante e che il decalogo conteneva anche per lui l’essenza della legge da osservare senza sconti. Percio’ parla poco di essa, tanto era il fondamento ovvio della vita del pio israelita. Certo Lui l’ha trasfigurata, ma in che senso? Nel senso che ha messo assai meglio in luce che quei precetti sono l’espressione di amore verso Dio e verso il prossimo e che così debbono essere vissuti. Perciò, ha tolto la legge del ripudio nel matrimonio, che dovendo essere costruito nell’amore, vale a dire con la presenza di Dio, non puo che essere indissolubile. Perciò il decalogo non può esaurire nella sua precettistica la legge dell’amore che impone un atteggiamento nuovo verso Dio e verso i fratelli. Il di più che si deve vivere non attenua pero’ il valore della legge che gia’ c’era, ma le da un significato nuovo e se mai più stringente. Dobbiamo essere perfetti come il Padre, perche in Cristo noi siamo inseriti nella via stessa di Dio. L’obbiettivo e’ irrangiungibile solo nella sua perfezione ultima, ma non nel cammino che il cristiano fa unito a Cristo. Dire che il Vangelo e’ impossibile e’ dire una cosa errata, perche’ significherebbe che il Signore ha fallito incarnandosi e morendo per noi. E non bisogna ridurre l’esigenza dell’amore ad una precettistica asfissiante per pretenderne di indicarne l’impossibilita. I modi concreti con cui deve essere realizzata non sono uguali per tutti. Al giovane ricco Gesu’ chiede che venda tutti i suoi beni, ma a Zaccheo dice che la salvezza e’ entrata nella sua casa, quando il pubblicano gli comunica che dara’ ai poveri la metà del suo patrimonio e risarcirà con il quadruplo i frodati e non gli chiede nemmeno di cambiare mestiere, Anche al centurione non chiede di lasciare l’esercito, ma ne fa un esempio di fede. Agli amici di Betania non chiede di vendere la casa per dare il ricavato ai poveri, ma vi si intrattiene gioiosamente con essi. A tutti chiede pero il distacco dei beni, di essere miti, misericordiosi, operatori di pace e di affrontare le afflizioni e le persecuzioni sicuri che il Signore tergerà tutte le lacrime.
    Ma questo cammino che terminerà solo quando la nostra vita passerà visibilmente nella vita di Dio, non puo cominciare nemmeno se non ci poniamo il fermo proposito di osservare la sua legge. Ci saranno cadute? Affidiamoci alla sua misericordia, pentiti della nostra infedeltà e pronti a ricominciare da capo. A volte le situazioni possono sembrare senza via di uscita. Preghiamo e il Signore ci indicherà meglio la sua volontà. Diamo credito alla sua bontà e nutriamo fiducia che non ci comanda cose impossibili.

  11. Patrizia

    E’ la prima volta che scrivo su questo blog, anche se lo seguo da anni.
    Inizialmente mi limitavo a leggere gli articoli, ora invece mi “diletto” anche nella lettura dei vostri commenti perchè li trovo tutti molto interessanti. Mi reputo una persona sostanzialmente ignorante e quindi ben venga chiunque può aiutarmi ad imparare e a crescere.
    Ma c’è una cosa che mi infastidisce spesso, e sono i toni. Non capisco perchè una persona non possa esprimere le proprie idee, magari in disaccordo con quelle dei più, senza sentirsi attaccata.
    Penso che una delle bellezze del cristianesimo è che si diffonde per “contagio”… ma davanti a certi commenti, più che altro vien voglia di scappare a gambe levate.

    1. Concordo Patrizia. Per molto tempo, dopo certe discussioni passate, io ho smesso perfino di cliccare il blog e di leggere gli articoli di Costanza, tanto ne ero infastidita. Di recente mi sono detta: beh dai, forse, provo a commentare… la caratteristica del cristiano è anche la speranza ad oltranza 😊

      1. @Patrizia @Francesca

        La Chiesa non è una democrazia parlamentare, anche se da decenni molti stanno tentando di trasformarla in questo senso (con tutte le dinamiche finali delle democrazie parlamentari che vediamo oggi, ovvero che una minoranza poi inizia a comandare). Nessuno ha il diritto, all’interno della Chiesa, di contestare il Magistero consolidato. È un eresia e chi la sostiene è un eretico. Ripeto: non è un diritto e questo atteggiamento va contrastato nettamente. Viviamo una società dove (almeno per ora, ma semmai quelli a rischio siamo noi) c’è libertà di pensiero, le idee eretiche possono essere esposte altrove pretendendo che abbiano pari cittadinanza delle altre. Ma non nella Chiesa. I Don Chiodi sono andati al potere esattamente in questo modo: perché nessuno li ha sufficientemente contrastati, con i dovuti metodi, durante la loro carriera. Oggi ne paghiamo dolorosamente le conseguenze. Per secoli la Chiesa ha respinto le eresie, e quindi compiuto il suo dovere, ovvero preservare le anime dalle seduzioni del mondo, tenendo toni e modalità di confronto anche duri. Basta anche pensare ai Don Camillo di un tempo e confrontarli con i Don Abbondio di oggi. La Chiesa non dev’essere un salotto dove si servono té e pasticcini, guidata dalle regole del galateo: purtroppo così si è ridotta, patendo un processo di femminizzazione che deriva dall’analogo processo parallelamente in corso nella società; è invece un campo di battaglia. È stato sempre così, sin dall’origine dei tempi, sarà sempre così sino alla fine dei tempi (parola di Cristo nel Discorso della Montagna).

        Pochi post fa è stato qui recensito un libro di Emiliano Fumaneri, “Una spada per la vita – Alla riscoperta della virilità cristiana”. Lì ci sono alcuni approfondimenti interessanti. Riporto qualche spunto dal capitolo “Fenomenologia del catto-crooner” (che precede un altro interessante sezione: “La femminilizzazione del cristianesimo”). Vengono bene descritte certe figure che già pullulano in seno alla Chiesa, e nelle quali vorrebbero che ci trasformassimo pure noi, in nome del galateo e del politicamente corretto, per divenire imbelli e incapaci di ogni difesa. Noi dobbiamo opporci a questo tentativo.


        Come il Principe tosltojano del racconto di Solov’ev, il misericordioso di professione depreca la forza giusta a presidio del diritto. Si lagna di ogni opposizione energica al male, accusandola di averlo in realtà alimentato. […]

        Un tale miscuglio di santità apparente (in realtà una “bontà” solo umana) e di codardia caratterizza quella deformazione del cristianesimo che passa sotto il nome di “bigotteria” […]. Il bigotto, così come idealizza una pseudo santità anodina, priva di gioia e di energia, ignora una delle più essenziali virtù umane: il coraggio.
        È un cristianesimo bolso […] incapace di amare le cose umane, che difetta di virilità, di audacia, di forza. […] Il bigotto della misericordia, quello che “la piazza è divisiva, meglio starsene al bar a conversare amabilmente”, potrebbe chiamarsi “catto-crooner”. [… Qui l’autore si riferisce al termine usato per quella generazione di cantanti che, potendo per la prima volta usufruire del microfono, hanno iniziato a sussurrare.]
        Il bigotto confidenziale inneggia alla “moderazione” perché ama nascondersi dietro alle forme. Invoca la prudenza per mascherare la più stolta viltà. Nulla lo irrita più della radicalità, un termine che il lessico giornalistico ci ha abituato a considerare con orrore.
        […]
        Ma dare un corpo di carne al principio è un’operazione che richiede fortezza, vigore e passione. Aspetti sconosciuti al bigotto confidenziale che crede, al contrario, di imitare la mitezza evangelica soltanto perché adotta una foggia esteriore improntata a un vago irenismo, cercando di accordarsi con tutto e con tutti [il card. Caffarra chiamava questa cosa “concordismo”]. Si illuderà così di essere uomo di pace per la sua ricerca della concordia universale.

        1. @Fab. “La Chiesa non è una democrazia”.
          Ovvio. Ma nei blog cristiani vige la libertà di parola, anche per i non credenti. Inoltre per i cristiani vige il rispetto della persona, SEMPRE.
          (a meno che la persona stessa non offenda Cristo e/o la Sua Chiesa con parole o azioni. In tal caso risulta cristianissima anche l’espulsione di tal persona dai circoli cattolici del dialogo democratico).
          È questo che voleva far notare Patrizia. E ha ben espresso anche un mio ‘sentiment’. Spesso i blog cristiani diventano “antipatici” non per l’autore o autrice ma per schiere di commentatori che non sono un gran esempio di “parlare cristiano”.

          P.s. per favore confermami le istruzioni di wordpress per neretto, corsivo e sottolineato: sono “b”, “i” e “u” con il segno < che li chiude, giusto?
          Grazie. Notte.

          1. La tua risposta è contraddittoria e ci sono molte questioni vaghe. Io non sto parlando di espulsione dal blog (che è questione che compete ai padroni di casa; non discuto le regole per principio; né comunque sto chiedendo un’espulsione). L’offesa alla Chiesa e a Cristo c’è se si presentano tesi che scambiano il bene con il male e contraddicono il Magistero. Ma forse a questo punto dovrei dire prima un’altra cosa: che osservazioni come le vostre non hanno senso se non si va nello specifico, perché sennò si mena il can per l’aia.

            Sì, corsivo e grassetto si ottengono qui come hai scritto.

          2. admin @CostanzaMBlog

            “Ma nei blog cristiani vige la libertà di parola, anche per i non credenti”

            Nei blog vige la regola di chi li gestisce, ad esempio qui ho escluso commentatori che formalmente non insultano ma che sono inutilmente provocatori, o che trovo semplicemente fastidiosi.
            La mia filosofia è che i blog, le pagine facebook. i siti non sono “democratici” (qualsiasi cosa voglia dire), è la rete, il web, eventualmente ad essere democratica, ognuno può aprire un blog, una pagina facebook, un sito e trattare i contenuti che desidera, come desidera. Chi frequenta un blog usufruisce della platea che appartiene a quel blog fino a che il titolare ritiene fruttuosa, stimolante, arricchente, vantaggiosa e rispettosa la partecipazione.

            1. @admin

              “Ma nei blog cristiani vige la libertà di parola, anche per i non credenti”

              “Nei blog vige la regola di chi li gestisce, ad esempio qui ho escluso commentatori che formalmente non insultano ma che sono inutilmente provocatori, o che trovo semplicemente fastidiosi.
              La mia filosofia è che i blog, le pagine facebook. i siti non sono “democratici” (qualsiasi cosa voglia dire), è la rete, il web, eventualmente ad essere democratica, ognuno può aprire un blog, una pagina facebook, un sito e trattare i contenuti che desidera, come desidera. Chi frequenta un blog usufruisce della platea che appartiene a quel blog fino a che il titolare ritiene fruttuosa, stimolante, arricchente, vantaggiosa e rispettosa la partecipazione.”

              Grazie della risposta. Praticamente hai scritto meglio quello che ho scritto io (peggio), e che si comprende in generale leggendo il mio post intero.
              Tuttavia io – e credo anche Patrizia – stavamo parlando su un piano leggermente diverso.

              Non so se “admin” è Costanza… Comunque rispondo qui di seguito come se mi rivolgessi a Costanza.
              In particolare – fatti salvi i punti fermi su cui evidentemente concordiamo – mi soffermo sul principio:
              “ognuno può aprire un blog, una pagina facebook, un sito e trattare i contenuti che desidera, come desidera. Chi frequenta un blog usufruisce della platea che appartiene a quel blog fino a che il titolare ritiene fruttuosa, stimolante, arricchente, vantaggiosa e rispettosa la partecipazione”.

              Questo principio vale in tutto il mondo, nel senso che è espressione del mondo, di come funzionano le cose “nel mondo” e “del mondo”. Lo accetto, lo so, lo affermo io stessa: ho ricordato tale principio qualche giorno fa ad un utente che si lamentava col gestore di altro blog.

              Tuttavia, in teoria, la Chiesa di Cristo (gerarchica in sè) amplia un po’ il concetto che diventa:
              “fino a che il titolare=Cristo ritiene fruttuosa, stimolante, arricchente, vantaggiosa e rispettosa la partecipazione”.

              E Lui, a differenza di noi, la ritiene tale quasi sempre.
              A questo, noi blogger cattolici + commentatori dovremmo cristianamente tendere, e ciò significa che (eccetto blasfemie ed azioni trollesche) dovremmo sopportare “un po’ di più” rispetto a ciò che sopporta “il mondo”, e sforzarci di ripetere pazientemente (finché Dio vorrà) i nostri punti fermi, la nostra morale, la nostra Fede; utilizzando toni cristiani – quei toni a cui faceva riferimento Patrizia dopo anni di osservazione silenziosa.

              Te lo dico soltanto perché a volte nelle reti cristiane online (e magari pure offline) persiste un po’ troppo l’idea della cosiddetta pastorale della conservazione. …Ma in teoria noi cattolici dovremmo annunciare ed evangelizzare, non solo conservare le nostre pecorelle. Significa praticamente che nella Chiesa e con la Chiesa noi facciamo due cose: annunciare espressamente (andando un po’ oltre il semplice conversare di mantenimento dello status quo); e significa attrarre verso il cristianesimo chi ci guarda, possibilmente gioiosamente, con le nostre parole, con i nostri toni, con i nostri comportamenti. Anche online.
              Non dico che io sono perfetta nell’applicare questo proposito. Tutt’altro.
              Ma se troppa gente ha voglia di scappare a gambe levate, non dalla bellezza del Vangelo, ma dai discorsi dei cristiani che legge… potrebbe esserci bisogno (a volte) di una riflessione.
              Altrimenti poi non ci crede più nessuno che seguire HV, o il Catechismo renda la vita gioiosa… – visto che noi risultiamo eccessivamente insofferenti nelle normali relazioni.

              Credo che sia un po’ questo che ha espresso Patrizia, è questo che aveva toccato anche me, e che ho raccolto spesso online come opinione sui commentatori di questo sito…
              Ho ritenuto opportuno esprimerlo. Se può servire, usalo. Se non serve, cestina.

              “Chi frequenta un blog usufruisce della platea che appartiene a quel blog fino a che il titolare ritiene fruttuosa, stimolante, arricchente, vantaggiosa e rispettosa la partecipazione.”

              Concordo, e accetto.
              L’ho sempre fatto, perché così funziona il mondo. In esso mi muovo anch’io.
              Cercando di seguire il più possibile ciò che dice Lui.

              Grazie per la tua attenzione e per il tuo lavoro.

              1. Non sono d’accordo, Francesca. Gesù, consegnando il Suo mandato agli apostoli, ha chiesto espressamente di annunciare il Vangelo, ma non ha fatto cenno al dovere di attrarre. Quello (di attrarre) è compito Suo: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me.” (Gv 12,32). Noi (cattolici) non dobbiamo preoccuparci di piacere al mondo, dobbiamo solo preoccuparci di testimoniare la verità.

                Chiodi ha fatto un’affermazione eretica ed avrebbe dovuto essere corretto fino ad arrivare alla scomunica (se necessario) da chi sta molto più in alto di lui. E pazienza se questo non piace al mondo.

              2. fra' Centanni

                Insomma, è certamente vero che il cristianesimo si espande per attrazione, ma i cristiani non devono preoccuparsi di essere attraenti, devono preoccuparsi solo di testimoniare ed insegnare la verità. Così facendo attirano i non credenti.

              3. Basta che questo ipotetico “stile cristiano” non si trasformi in una stucchevole melassa (che talvolta può essere ipocrisia) che finisce tanto per assomigliarsi al “volemose bene” che nulla ha di evangelico…

                Sulla gestione di un blog in generale sono assolutamente d’accordo con quanto espone admin e per me il concetto di base è che siamo sempre, come commentatori, in casa d’altri.
                Anche trattandosi di una “casa aperta” e una “casa di amici”, è il padrone di casa che decide chi gli risulta gradito o sgradito – ed essendo egli stesso un uomo (non è Costanza per la precisione) come tutti – può avere anche i suoi “5 minuti” o i suoi fraintendimenti.

                Peraltro sono stati ospitati per lunghissimo tempo (chi frequenta da anni lo ricorda) figure come un “ateaccio toscanaccio” (e lo dico con affetto) di una irriverenza unica. Solo saltuariamente è stato “bannato” e più come messa in moderazione saltuaria.
                C’è chi è stato “moderato” anche se come linea di principio ortodosso, per via dei toni, chi lo ha accettato e chi no, c’è chi al primo intoppo (magari per un commento che sparisce per questioni tecniche o perché non conosce la regola del “primo commento”) grida allo scandalo e alla censura.
                Insomma il mondo è bello perché e vario e fare l’amministratore di un blog frequentato come questo è impresa ardua – visto poi che non è il lavoro con cui ci si guadagna il pane.

                Un blog come questo, per gli argomenti trattati, ma nella fattispecie per lo “stile” dei commentatori (e ognuno ha il suo), può divenire “strumento di conversione”?

                Per chi è già è già in cammino per la Meta, certamente uno strumento in più, per approfondire e comprendere, anche per leggere testimonianze molto importanti.

                Può “attrarre” i lontani? Tutto è possibile, ma se avviene è per opera della fantasia dello Spirito Santo. Il cuore di un Uomo può essere colpito dalle parole o dalla testimonianza del più antipatico di noi.
                Non credo proprio possano essere attratti da quello “stile cristiano” tra i commentatori di cui vagheggiavo, sebbene sia vero che certi toni o scambi di “cortesie” possono essere di “scandalo” – ma anche lo scandalo andrebbe indagato a scoprire da che atteggiamento di ascolto nasce.
                Il “lontano” è essere attirato dalla Predicazione (e i commenti qui non sono predicazione) e dai Segni resi visibili dalle Opere (e qui di opere possiamo solo parlare diciamo che per chi è un po’ refrattario, sono “chiacchiere”…) e dalla Testimonianza (che certo può passare anche da un scritto).
                Poi come ho già detto, non poniamo limiti alla Grazia e alla Fantasia di Dio.

                Infine, anche tra i Santi, non tutti sono sempre stati umanamente “affabili”, altri decisamente si e questa loro amabilità era loro segno distintivo – segno dell’Amore di Dio per l’Uomo, ma tutti avevano i loro umani tratti distintivi.
                In questo blog, tutti siamo umani, forse c’è anche qualche Santo tra noi, ma per le caratteristiche del “mezzo”, certamente è più semplice si evidenzino le peculiarità umane, piuttosto che i tratti distintivi della Santità.

                1. Luigi

                  “Anche trattandosi di una “casa aperta” e una “casa di amici”, è il padrone di casa che decide chi gli risulta gradito o sgradito – ed essendo egli stesso un uomo (non è Costanza per la precisione) come tutti – può avere anche i suoi “5 minuti” o i suoi fraintendimenti.”

                  Nemmeno nella Casa di Elrond, che pure era “l’ultima dimora accogliente”, si facevano entrare orchi e troll. Per tacere dei nazgul.

                  Per il resto del tuo intervento, mi vengono in mente le seguenti parole di Costanza:

                  “Il fatto è che uno dei modi più facili per non obbedire alla realtà è quello di viverne un’altra su Internet. Non è tanto il problema del viagra dell’ego, del bisogno di fotografarsi mentre si mangia quella pizza che segnerà uno spartiacque nella storia (con Instagram persino la mia cicatrice sul ginocchio sembra un tocco di classe), di questa impellente necessità di esprimere un’opinione urgente su tutto. Il problema è non stare al nostro posto con tutto il cuore, la mente, le forze, che è esattamente l’unica opportunità di felicità vera che abbiamo. Il solo varco, la sola breccia. Per noi e per gli altri, perché per colorare il suo disegno sulla terra Dio non ha bisogno delle nostre grandi opere, ma della nostra arrendevolezza, del nostro fidarsi di Lui, della capacità di vederlo in ogni cosa, nella fila all’INPS e nel posto a sedere che non c’è, nella telefonata che vorremmo e non arriva, in quella a cui sfuggiremmo volentieri e che ci ruba mezz’ora, ma anche in quella parola tanto desiderata che finalmente viene. Un cuore che si arrende alla vita senza voler tenere niente per sè”

                  Ciao.
                  Luigi

          3. Luigi

            “Ma nei blog cristiani vige la libertà di parola, anche per i non credenti”

            Au contraire, il fatto che non venga rispettato il falso diritto alla libertà di espressione è proprio condizione necessaria (ma non sufficiente) a che una qualsiasi entità della Rete possa dirsi cristiana; intendendo come “cristianesimo” la Religione cattolica apostolica, non quel guazzabuglio dolciastro che tanti, oggi, chiamano così.

            La differenza è che i “liberal” vorrebbero la censura per chi non la pensa come loro, salvo altissimi piagnistei se sono ripagati con la medesima moneta. I “reazionari”, invece, si prendono bandi e censure senza muovere ciglio, ben consapevoli che ordine e legge sono f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i, anche quando ne patiscono apparente danno.

            “Inoltre per i cristiani vige il rispetto della persona, SEMPRE.”

            Wow!
            Sei “meglio” di Woody Allen 😀

            Ciao.
            Luigi

            P.S.: preciso, per evitare errori. Le formattazioni del testo si ottengono facendo precedere le lettere i, b e u dal segno “”.
            Se dimentichi lo “slash” prima del “maggiore”, non si chiude il comando per cui formatti tutto il testo fino alla fine del tuo commento, anche se volevi applicarlo a una sola parola.
            Riepilogo: minore-lettera della formattazione desiderata-slash-maggiore.

            1. Formattazione base del codice html, per cui dovrebbe funzionare su qualunque blog o simile, indipendentemente dalla piattaforma ospitante 😉

              1. Luigi

                Per il poco – molto poco! – che ne so, non tutte le piattaforme lo consentono.
                Inoltre su alcuni forum/blog è esplicitamente disabilitato dall’amministratore.

            2. fra' Centanni

              “I “reazionari”, invece, si prendono bandi e censure senza muovere ciglio, ben consapevoli che ordine e legge sono f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i, anche quando ne patiscono apparente danno”.

              Ne so qualcosa. Non mi sono mai sognato, neanche per un attimo, di contestare un qualunque intervento censorio subito. Né qui, né altrove.

        2. Luigi

          “La Chiesa non dev’essere un salotto dove si servono té e pasticcini, guidata dalle regole del galateo: purtroppo così si è ridotta, patendo un processo di femminizzazione che deriva dall’analogo processo parallelamente in corso nella società”

          E questa effeminatezza, tanto della società come della Chiesa, si ritrova anche nel modo di “offendere”. Oltre agli interventi “violenti” in modo diretto, infatti, si leggono spesso interventi solo apparentemente non violenti; ma che nella sostanza, invece, propagano una violenza ancora più subdola, perchè strisciante e ricoperta di moine mortifere.
          Non è la violenza di Caino, diciamo così. Ma forse è ancora peggio, perché ricorda tanto quella biforcuta e suadente del Serpente antico, nel Giardino dell’Eden.

          Caso strano, per modo di dire, i primi a protestare contro l’apparente “inciviltà” di taluni commenti son proprio coloro che a piene mani praticano questa forma di violenza vile e traditrice.
          Evito esempi personali, dato che non mi piace vincere facile. Prendiamo allora il caso di Bariom, persona pacifica e degna.
          È stato accusato di essere stato offensivo, ma nessuno ha notato che rispondeva a questo intervento:
          https://costanzamiriano.com/2018/02/01/siamo-allattacco-finale-su-humanae-vitae/#comment-133677
          che è tutta un’offesa insidiosa, impugnando – come fa e come è stato dimostrato – la verità conosciuta. Motivo per cui l’ira di Bariom non solo non va condannata, ma anzi è doverosa.

          Morale della favola? Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te; ma se proprio si deve agire in maniera contraria a questa verità, almeno venga risparmiata al prossimo la “narrativa” ipocrita del dipingersi come vittima, quando si ha ancora il pugnale insanguinato in mano (oh, sono metaforico. Sia chiaro).
          Anche perché nessuno è obbligato alla prima linea, se non la regge.

          Ciao.
          Luigi

          P.S.: la formidabile carenza di cortesia, gentilezza e buone maniere (correttamente intese), oggi imperante, è uno dei segni più evidenti del ritrarsi del femminile dal mondo.

    2. @Patrizia e @Francesca
      Io seguo assiduamente da parecchio tempo il blog di Costanza (per merito di mia figlia maggiore che ne legge i libri) e apprezzo le cose che dice e il modo disinvolto (spesso divertente) con cui le dice.
      Questo non significa che il suo pensiero coincida sempre con il mio ma questo è naturale, è la bellezza di essere umani.
      Solo certi inguaribili narcisisti vorrebbero che fossimo fatti con lo stampino e a loro immagine. Invece siamo a immagine di Dio che, toh!, ci vuole tutti dversi.
      Quasi mai partecipo ai commenti.
      Partecipo solo se credo di avere qualcosa da dire che non sia la tiritera delle citazioni di questo o quel documento Apostolicae Sedis ma frutto della esperienza personale. Non pretendo sia l’assoluta verità.

      Mi spiace per Costanza ma dovrebbe dotarsi di qualche strumento per tenere a bada i 4-5 arroganti che si sentono in dovere di offendere gli altri.
      La loro presenza limita molto la partecipazione e dunque anche potenziali contributi utili. Ho scritto utili non ortodossi: perché perfino affermazioni sbagliate sono utili per capire.

      Più utili di recitazioni a pappagallo del diritto canonico. Se ci fate caso questi personaggi non fanno mai riferimento a esperienze personali. Mai che dicano “a me è capitato questo, ho detto o fatto così e ho scoperto che anda bene o andava male”. Sono completamente sganciati dalla realtà. Gli articoli di Costanza, se ci notate, sono infarciti della sua vita, del marito, dei figli, delle persone che incontra. E da questo lei trae il suo cristianesimo vivo, ben diverso dalla “legge morta” di queste persone. A volte mi chiedo se esistono davvero: vi sono programmi di intelligenza artificiale che scrivono nei blog e nelle news online proprio per provocare la gente e far aumentare i click della pubblicità…

      Ho imparato che bisogna fregarsene, dire quel che si ha da dire, rispondere solo a chi è civile (magari dissentendo).

  12. Sabino

    Luigi
    la Chiesa non e’ un salotto di buone maniere, ma deve essere anche un luogo dove si esercita la virtù della mitezza delle Beatitudini,tanto più che scrivendo si ha il tempo necessario per evitare una parola di troppo o un tono eccessivo. A volte l’indignazione può essere necessaria, ma anche evitare l’accusa di malafede (non mi riferisco a te) mi sembra doveroso, non essendo noi in grado di scrutare il cuore altrui, pure quando appare evidente che l’interlocutore non interviene per discutere ma solo per esporre il suo punto di vista, che ripete nelle repliche, incurante delle argomentazioni altrui. Quando poi non si tratta di cose essenziali, e’ preferibile lasciare l’ultima parola all’interlocutore che continuare un dialogo senza sbocco.
    Quanto al processo di femminilizzazione della Chiesa, parlerei piuttosto di svirilizzazione, perche’ le donne a volte sono più scortesi e perfino più spietate di tanti uomini.

  13. Luigi

    Sabino,

    io sono pienamente d’accordo con quanto scrivi. Tenevo solo a precisare come la “violenza” o la “durezza” non siano solo quelle dirette, evidenti, “maschili”; anzi.
    Personalmente ho inoltre applicato più volte quanto osservi. Eppure continuo a passare, qui e altrove, per un reprobo intollerante 🙂
    (a questo punto mi verrebbe da citare la famosa “storiella dell’uccellino” che si trova nel film “Il mio nome è nessuno”. Ma sorvolo…)

    Quanto alla tua ultima frase, attenzione: si tratta di una questione di lessico.
    Nè io nè Fabrizio (mi corregga, se male interpreto il suo pensiero) riteniamo che la Chiesa e la società stiano diventanto più “femminili”, anzi. Se così fosse, avremmo infatti stuoli di donne impegnate nell’imitazione della beatissima Madre di Dio; il che, proprio non è.

    Affermiamo, invece, che tali realtà siano diventate “femminee”, che è il parodistico e degradato del “femminile”. A dimostrazione di ciò, come anche tu riconosci spesso questo “femmineo” è mero scimmiottamento del maschile; o, ancora meglio, di quella idea ridicola e caricaturale del “maschile” che il femminismo ha imposto.
    (Per avere un esempio di tale “idea”, basta por mente alla sciocchezza “L’uomo invece, per sua natura, è sempre disposto all’atto sessuale” che si legge più su.
    Ulteriore dimostrazione, en passant, di come si possa essere offensivi anche con toni apparentemente educati…).

    “La società unanime sta domandando agli uomini di rivelare la femminilità che è in loro. Con sospetta, morbosa e stupefacente buona volontà gli uomini stanno facendo del loro meglio per mettere in atto questo programma ambizioso: diventare una donna come le altre. In sostanza per superare i propri istinti arcaici. La donna non è più un sesso, è un ideale” (Eric Zemmour)

    Ciao.
    Luigi

  14. Nè io nè Fabrizio (mi corregga, se male interpreto il suo pensiero)

    Interpreti correttamente. Qualche mese fa arrivammo anche a proporre un termine preciso, ma onestamente non me lo ricordo. Comunque ho aggirato il problema con le citazioni.

    1. @Fab. Al volo dal tel. Ho letto tutti i comm sopra. —- Ho scritto “bellezza”, non “melassa”. E da nessuna parte ho scritto “dolcezza”. Conclusione: siete pieni di pregiudizi.
      Inoltre: io ho a che fare molto più col territorio, con la parrocchia/parrocchie che con internet. A giudicare dal numero di interventi quotidiani, mensili, e dagli orari vedo qui parecchia gente che sta tutto il giorno collegata: questo per rispondere ad un utente più sopra che riportava la differenza tra vita virtuale e vita reale.
      Riguardo il reale, solo se per caso tu volessi farti un’idea di come in internet sia possibile rigirare la frittata e far passare me per “melassa” e gli altri (bravi) per veri cristiani duri&puri: se lui acconsente ti puoi mettere in contatto privato con Bariom, e sempre se lui vuole ti può narrare una sorta di disputa che abbiamo avuto di recente in privato su un fatto molto concreto che accade (sul territorio, nel reale) dalle mie parti. Ti potrai rendere conto che quella che rifiuta melasse e arzigogoli teologici in nome di una presunta “evangelizzazione dei lontani” sono proprio io, e sto, nei fatti, concretamente conducendo una battaglia perché certe “sdolcinatezze” e certi timori di “allontanare la gente se usi mezza parolina sbagliata online” sono stati e sono in questo caso di Bariom. (anzi sono stata in passato anche censurata in rete proprio in miei appelli/richiami “all’ordine” di determinati gruppi ecclesiali che predicano bene, melassa, e razzolano male). Il perché poi qui lui mi accusi dell’esatto contrario… è appunto un “mistero”, nel senso che nel suo caso Bariom mi conosce da diverso tempo e abbiamo scambiato pareri (piuttosto duri) anche in privato. E ripeto: sono sempre io ad essere stata accusata di poter allontanare qualcuno con qualche mia parolina di troppo, non proprio dolce.
      Quindi, Fabrizio, se vai a rileggere i miei post e ci togli la melassa e la dolcezza che ci hai messo tu, magari comprendi meglio il discorso.
      Io ho parlato di gioia. Ed eventualmente, se proprio vuoi, ho parlato di togliere toni da gente inaridita e inacidita (che non vanno tanto d’accordo con la splendente bellezza del Vangelo).
      Quindi né acido muriatico, né melassa. Ciao.

      1. Cara Francesca,

        nella tua risposta mi pare di cogliere un tono difensivo che non comprendo. Nessuno ha giudicato il tuo operato. Come ho avuto modo già di dirti sopra – forse non abbastanza esplicito – ho apprezzato notevolmente il tuo primo intervento in questa discussione, quello sull’Eucarestia. È anche per questo che ho deciso di dedicare molto tempo a questo scambio di battute.

        Venendo al sodo. Se abbiamo scritto “melassa” e non dolcezza in due evidentemente non è casuale. Io però ovviamente posso parlare per me. Innanzitutto perché la “dolcezza” non è un problema, come ho ben chiarito. Evidentemente ritengo che il problema sia il suo eccesso, che è la “melassa”. Nota prima di tutto la frase in cui l’ho scritto:

        È quindi contraddittorio il resto delle tue affermazioni, che sono il tipico frutto di certe catechesi -melassa, tipicamente tenute da preti e vescovi […]

        Non l’ho riferito a te direttamente: ma a certe catechesi di preti e vescovi. Beninteso che non voglio fare un’acrobazia verbale: se l’ho scritto in risposta alla tue osservazioni, le tue osservazioni evidentemente c’entrano. Ma non l’ho messo in bocca a te. Il punto chiave è: c’è eccesso, cioè melassa, se si esclude categoricamente l’opportunità di toni duri, quando servono. Ora, leggo che tu hai anche scambi “duri” con altre persone, tra cui Bariom. Bene. Non perché ritenga ovviamente che Bariom meriti scambi duri: ma perché evidentemente siamo d’accordo che in certi casi servono. Se i toni duri sono giustificati, allora non c’è eccesso di dolcezza e non c’è melassa. Ma allora, mi chiedo, di che stiamo discutendo?

        Cerco un altro punto di possibile dissenso. Vedo che dici “Io ho parlato di gioia.”. Non mi pare tu l’abbia scritto esplicitamente, ma colgo il senso. Il termine “gioia” l’ho citato pure io (nel pezzo di Fumaneri). Evidentemente, visto che ne parliamo entrambi, siamo d’accordo anche su questo aspetto.

        Dunque, se non siamo d’accordo su qualcosa, allora sono i toni da gente “inaridita” o “inacidita”. Potrei dire che siamo d’accordo pure su questo (di fatto è di nuovo implicito nel pezzo di Fumaneri che ho riportato). Il problema allora dev’essere su cosa giudichiamo essere un tono da gente inacidita. I toni duri e toni dolci si distinguono benissimo, immediatamente: “duro” e “dolce” sono attributi delle parole e del senso generale delle frasi. “Da gente inacidita” è invece un giudizio sulle persone che scrivono, che evidentemente ritieni di poter desumere dalle parole. Non sarà questione di pregiudizi? A questo proposito, tu dici che “noi siamo pieni di pregiudizi”. Due righe sotto trai conclusioni piuttosto nette sul fatto che “viviamo nel virtuale” a partite dagli orari di connessione. Il salto logico è così ampio che rende evidente che questo è un pregiudizio. La frequenza delle connessioni è facilmente spiegata: io sono ingegnere informatico, libero professionista, generalmente non ho orari di lavoro fissi, in certi periodi posso lavorare da casa, e lavoro letteralmente sopra il portatile. Questo potrebbe essere un problema di altro tipo (eccessiva contiguità con la tecnologia, e ne sono ben conscio, purtroppo è una conseguenza della professione, inevitabile), ma non di virtualizzazione. La virtualizzazione sarebbe passare la propria vita sul portatile, ma questo non si può desumere dalla frequenza dei collegamenti qui sopra (altro sarebbe, per esempio, una trascrizione di una lunga sessione di chat). Per esempio, in questi due giorni di scambi qui tra i vari commenti, ho concluso qualche lavoro, ho studiato, sono stato fuori a fare passeggiate e scattar foto, ho visto ggente, sono andato a Messa, ho fatto un po’ di adorazione e stasera – come accade sempre più spesso – sto leggendo articoli mentre ascolto musica perché in TV non c’è un tubo (e né Sky, né Netflix, né altri avranno mai da me il becco d’un quattrino). È tanto vero che non vivo nel virtuale che non sono né su Facebook né su Twitter.

        Facciamo un altro esempio, questa volta su di me, per par condicio, ovvero su quello che forse è un mio pregiudizio: a me paiono toni “da gente inacidita” queste espressioni (specialmente se prese nel contesto originale in cui appaiono, che ora non riporto per questioni di spazio): “vecchie comari”, “fomentatori della coprofagia”, “sgranarosari”, “signor e signora Piagnistei”, “mummie da museo”, “cortigiano lebbroso”, “pessimisti queruli e disillusi”, “cristiani con la faccia da sottaceto”, “piccoli mostri”, “che ripetono il Credo pappagallescamente”, “sterili nel loro formalismo”. È evidente a cosa mi riferisco.

        Ho l’impressione che voler discutere sul possibile inacidimento dell’interlocutore faremo poca strada.

        1. Mi spiace per Costanza ma dovrebbe dotarsi di qualche strumento per tenere a bada i 4-5 arroganti che si sentono in dovere di offendere gli altri.
          La loro presenza limita molto la partecipazione e dunque anche potenziali contributi utili. Ho scritto utili non ortodossi: perché perfino affermazioni sbagliate sono utili per capire.

          Dunque, vediamo: dici che ti piace il discorso aperto, anche se non ortodosso, e contemporaneamente chiedi la censura per quei 4-5 che non ti piacciono (quelli che, casualmente, mostrano l’inconsistenza dei tuoi contributi alla luce dell’ortodossia).

          Ora ti è venuto in mente di cavalcare il tema “non parlano di vita vissuta”. Quando non si hanno argomenti, si scredita la controparte. Dici una cosa falsa, per quanto mi riguarda, che è ben evidente. Di vita vissuta, inclusa la mia personale, parlo abbondantemente quando si discute di altri argomenti. Certo mi guardo bene dal farlo in questo specifico caso, perché non sono sposato, né sono esperto di morale, né ho letto p.es. la teologia del corpo di GPII. Potrei parlare di terzi che conosco, ma sarebbe evidentemente cosa impropria. Come vedi è semplicemente coerenza: non si parla di ciò che non si conosce.

          In compenso, come ti facevo presente l’altro giorno, sei stato sommerso da contributi di vita vissuta di coniugi (ecco un’altra falsità che hai detto: puoi benissimo fare la conta di quanti interventi hanno fatto i “4-5” che ti stanno antipatici in proporzione a quelli di altri: una piccola percentuale, e quindi c’è un’ampia varietà di contributi). Però questi esempi di vita vissuta li hai subito minimizzati nel tuo commento del 2/2/2018 15:53 (dopo aver fatto una contabilità terra-terra della gravidanze).

          È falso anche quando parli di “ripetizioni a pappagallo” di chi ti cita il Magistero e il Codice Canonico: si tratta di persone che hanno fin troppa pazienza di spiegarlo fin nei dettagli che dovrebbero essere ovvi.

          Capisco che ti piacerebbe poter dire le tue cose “non ortodosse ma utili”, come Cristo che fornisce solo suggerimenti di vita o che ognuno fa quello che si sente di fare soggettivamente, senza nessun contraddittorio. Ti piacerebbe vincere facile, come dice la pubblicità.

          1. Luigi

            “Dunque, vediamo: dici che ti piace il discorso aperto, anche se non ortodosso, e contemporaneamente chiedi la censura per quei 4-5 che non ti piacciono (quelli che, casualmente, mostrano l’inconsistenza dei tuoi contributi alla luce dell’ortodossia).”

            Non solo.
            Il suo commento è sottilmente intimidatorio. Costanza “dovrebbe” infatti provvedere, altrimenti si potrebbe pensare che vengano impiegati appositi software per provocare e suscitare polemiche. Poi sarebbero i soliti 4 o 5 “violenti”, ad avere problemi con la realtà.

            Non che sia l’unico, con questa fola del “virtualismo”; come del resto hai notato. Ma si tratta sempre del trito “calunniate, calunniate: qualcosa resterà”.
            Intanto la realtà formata dal rifiuto del Magistero è sempre lì, in tutto il suo orrore; e non muta di un millimetro, quale che sia l’intensità dei wishful thinkings emanati:
            https://www.interris.it/sociale/in-italia-una-donna-su-due-non-ha-figli

          2. Che poi ci metterei la firma se sapessi sempre citare “a pappagallo” (meglio non a sproposito ma certamente significherebbe a memoria) tutto il Diritto Canonico e magari il Magistero tutto! 😉😄

        2. Ho letto la risposta, grazie.
          Non avevo scritto “gioia”. Avevo scritto “gioiosamente” e “bellezza del Vangelo”. Quindi mi pareva evidente che parlavo di “gioia”.

  15. Adolfo

    “Abbiamo anche esempi abbastanza recenti: Padre Pio, che certi li cacciava a calci nel sedere dal confessionale. E qui vorrei recuperare un aneddoto notevole, ma ora non lo trovo e semmai me lo tengo per dopo”.

    ***
    Riporto due brevi episodi, che il buonismo odierno catalogherebbe come “privi di amore e di misericordia”.

    Un ragazzo di Roma, che aveva l’abitudine di scoprirsi il capo ogni volta che passava davanti a una chiesa, un giorno che era in compagnia di un gruppo di amici si vergognò di quel gesto di devozione; quasi contemporaneamente sentì la voce di Padre Pio che gli sussurrò nell’orecchio: “Vigliacco!”.
    Dopo circa un mese andò a confessarsi dal frate e, senza che il giovane alludesse minimamente all’episodio, Padre Pio, con aria severa, gli fece presente: “Questa volta non hai avuto che un rimprovero, la prossima volta riceverai un sonoro scapaccione!”.

    Un mediatore d’affari toscano (poi divenuto figlio spirituale di Padre Pio), che aveva l’abitudine di bestemmiare, era stato avvertito in confessionale che, nel caso in cui gli fossero scappate altre imprecazioni, avrebbe ricevuto un “calcione”.
    Gliene scappò una contro la Madonna nel pieno di un mercato fiorentino… e ricevette una pedata “così forte da sollevarlo da terra”.
    Si voltò per scagliarsi contro l’aggressore, ma non c’era nessuno e la gente lo guardava come se fosse matto.
    Non impiegò molto tempo a ricordare l’avvertimento di Padre Pio, commovendosi. Da allora non bestemmiò più.

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