“Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo”

Korea, cemetery for aborted babies
Korea, cemetery for aborted babies

Dal discorso di Papa Francesco ai partecipanti dell’incontro promosso dalla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici, 20 settembre 2013

«Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni e alcuni di essi sono più preziosi; ma è quello il bene fondamentale, condizione per tutti gli altri» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’aborto procurato, 18 novembre 1974, 11). Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte, ci troviamo in situazioni dove vediamo che quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa.

Nell’essere umano fragile ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti. Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano, e – ho parlato del bambino: andiamo agli anziani, altro punto! E ogni anziano, anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!

leggi tutto il discorso su vatican.va

In Korea, Pope Francis to visit cemetery for aborted babies
In Korea, Pope Francis  visits cemetery for aborted babies

99 pensieri su ““Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo”

  1. fra' Sereno (François Marie)

    Grazie. Il link per il discorso completo rimanda al discorso al Parlamento Europeo dello stesso Papa. Nulla di grave, magari si può correggere.
    Di fronte alla disinformazione dei Media, riguardo a “Misericordia et misera” (chiamare Vito Mancuso per spiegare la posizione della Chiesa riguardo al peccato e al pentimento fa un brutto effetto) è importante evangelizzare innanzitutto. Perché l’incontro con Gesù Risorto e il suo Spirito rende semplici e comprensibili molte cose. E’ poi necessario informare e formare senza stancarsi.
    Riguardo alla necessità di affrontare con Misericordia il crimine dell’aborto ne voglio come sola prova questa frase: “PER0′ PENZO MA DIO MI HA PERDONATA?????”. Questa mattina svegliandomi ho trovato un sms scritto alle ore 2 di questa notte, di una donna che ha cambiato vita da oltre vent’anni, che è stata assolta pienamente, ma che nel sentire ieri che per il papa l’aborto è un crimine, un peccato molto grave, si è sentita risvegliare tutti i sensi di colpa e la paura di non essere perdonata da Dio.

      1. Fabrizio Giudici

        Fra’ Sereno, avrei anch’io la stessa domanda di Emilio. Perché francamente non ho capito niente della sua risposta. Lei dice che la donna ha avuto un problema per aver sentito dire dal Papa che l’aborto è un crimine. Dunque, il Papa ha sbagliato? Perché l’aborto crimine era e crimine è rimasto dopo la “Misericordia et misera”. Per applicare la “misericordia” dovrebbe derubricare l’aborto ad una pinzillacchera? Ci faccia capire.

        1. Per come la leggo io, semplicemente la donna forse non aveva pienamente compreso quanto il suo peccato grave si potesse anche definire “crimine”.

          Questa dura, giusta parola, le ha risvegliato un giusto senso di colpa, sino al punto di domandarsi: “…MA DIO MI HA PERDONATA?????”

          1. Fabrizio Giudici

            @Bariom

            Non ho la dote di leggere nel pensiero, quindi non sono in grado di comprendere l’episodio se non ci sono più dettagli. Ma se è come dici tu – può essere – la soluzione al suo dilemma è ribadire che il perdono divino per un peccatore che sinceramente si pente è totale e definitivo (*) indipendentemente dal peccato, non ridurre la gravità del peccato commesso.

            (*) Bisognerebbe ricordare che rimane la pena temporale. Il rimorso che perdura, una volta disinnescato il rischio che ci si infili il demone della disperazione, può essere anche parte di questa pena da scontare.

            1. Neppure io ho quel dono… la mia era deduzione logica o se preferisci semplice interpretazione.

              Nel caso il senso fosse quello da me ipotizzato, la risposta non può essere che quella che hai indicato e di nuovo suppongo sia ciò che Fra’ Sereno abbia risposto …non vedo perché dovrei dubitarne.

  2. Pino

    Su Misericordiae Misera mi viene in mente il ragionamento che Buttiglione ha fatto a proposito di Amoris Laetitia e la comunione ai divorziati risposati o conviventi. Fa un excursus dell’atteggiamento della Chiesa: prima c’era la scomunica per i d.r. poi è stata tolta la scomunica da GPII e si è detto che i d.r. potevano fare la comunione se c’erano valide ragioni per non separarsi purché si vivesse sicut frater et soror. Infine è giunta Amoris Laetitia che dice di fare tranquillamente la comunione anche senza astenersi, purché lo si valuti caso per caso col sacerdote: uno sì e l’altro no. Sarà così anche per l’aborto? Prima c’era la scomunica, poi la scomunica viene tolta e domani si potrebbe dire che chi ha praticato l’aborto può fare la comunione anche senza proporsi di non abortire più in futuro, sempre caso per caso e fatta salva la sacrosanta dottrina che rimane ferma, immutabile e inviolabile.

    1. Alessandro

      @Pino

      Purtroppo il rischio che paventi c’è, ed è frutto delle affermazioni sviate di Amoris laetitia. Secondo la quale (per come il Papa ha fatto sapere ai vescovi della regione Buenos Aires che va interpretata) Tizio che è in uno stato di peccato grave oggettivo può essere ammesso all’Eucaristia anche se non si pente e non rinuncia allo stato di peccato grave oggettivo (pentimento e rinuncia che sono inscindibili, poiché un pentimento senza tale rinuncia non sarebbe un vero pentimento, una vera “contritio cordis”), e ciò perché Tizio valuta (magari insieme a un sacerdote confessore) che, soprattutto in considerazione di fattori attenuanti soggettivi, è in stato di grazia, cioè che non s’è privato della grazia santificante:

      “A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa” (n. 305; cfr anche la relativa nota 351).

      L’errore perniciosissimo di questo numero di Amoris laetitia (e in generale del capitolo 8) sta nel presumere che Tizio, il quale si trova in stato di peccato grave oggettivo, possa considerarsi con giudizio indubitabilmente vero in grazia di Dio, cioè l’errore grave sta nel presumere che esista un essere umano (Tizio o il suo confessore o chi altri) che possa sapere secondo verità che chi ha commesso un peccato oggettivamente grave sia in grazia di Dio, non abbia perso la grazia santificante (in forza di fattori attenuanti soggettivi o che altro). Ovvio che, una volta accettato questo tipo di presunzione, si conclude pianamente che Tizio possa accedere all’Eucaristia: perché mai dovrebbe esserne escluso chi si trova veramente in stato di grazia, chi veramente non s’è privato della grazia santificante?

      Il Magistero autentico invece insegna tutt’altro, ossia insegna che

      1) nessun uomo che abbia commesso peccato grave può essere giudicato da un uomo (fosse il peccatore stesso o il più saggio sacerdote del mondo o chi altro) essere in stato di grazia con giudizio indubitabilmente vero (vedi Catechismo n. 2005 e Concilio di Trento, Sess. 6a, “Decretum de iustificatione”, c. 9)

      2) ciò che il battezzato deve fare per rimanere in grazia di Dio è non trasgredire la legge di Dio in materia grave, cioè non commettere peccato oggettivamente grave, e, se lo ha commesso, ricorrere al sacramento della Penitenza, nel quale può ricevere la remissione di tale peccato se e soltanto se, pentendosene di cuore, si propone fermamente di non incorrervi più (o, nel caso di una condizione oggettiva di peccato grave, di cessare da questa condizione).

      Insomma: ciò che giova alla salute dell’anima, ossia ciò che la tiene in grazia di Dio, non è almanaccare su fattori attenuanti soggettivi che non la priverebbero della grazia santificante, ma, dinnanzi alla consapevolezza di aver commesso un peccato oggettivamente grave, è obbedire alla volontà di Dio misericordioso e giusto che ci chiama al confessionale, ad accusarci del peccato, a pentircene di cuore, impegnandoci a cessare da esso, a non incorrervi più.

      Dio non ci comanda di elucubrare su fattori attenuanti soggettivi che, malgrado abbiamo commesso peccato oggettivamente grave, secondo il nostro giudizio illusorio ci tratterrebbero nondimeno in stato di grazia; Dio ci comanda di non commettere peccato oggettivamente grave (ossia di non violare i Suoi comandamenti) e, se lo si è commesso, di riconciliarci con Lui, che misericordiosamente ci offre il perdono, rivolgendosi ai Suoi ministri che Egli ha stabilito abbiano la facoltà in persona Christi di rimettere il peccato nel sacramento della Riconciliazione, alle note condizioni (contrizione di cuore e fermo proposito di emenda), non venendo soddisfatte le quali non può essere concessa l’assoluzione sacramentale, e quindi non si può accedere alla Comunione eucaristica.

      1. CP

        @Alessandro: “l’errore grave sta nel presumere che esista un essere umano (Tizio o il suo confessore o chi altri) che possa sapere secondo verità che chi ha commesso un peccato oggettivamente grave sia in grazia di Dio”.
        Vale anche all’inverso? Cioè, un essere umano può sapere con assoluta certezza che TUTTI coloro che commettono un certo peccato oggettivamente grave NON possono in alcun caso essere in grazia di Dio?

        1. Alessandro

          No, un essere umano non può sapere con assoluta certezza che TUTTI coloro che commettono un certo peccato oggettivamente grave NON possono in alcun caso essere in grazia di Dio, ma Dio non è un signore crudele che lascia all’oscuro i suoi figli sul loro stato di grazia, che non dà alcuna indicazione su cosa devono fare per essere in stato di grazia, cosicché i suoi figli brancolino nel buio e alla fine, senza aver saputo da Dio cosa fare per poter essere in stato di grazia, si ritrovano all’inferno perché muiono non in grazia di Dio!

          Dio ci dice che per rimanere in grazia con Lui dobbiamo fare la sua volontà, e ci dice anche in che cosa consista fare la Sua volontà. Quindi ripeto quello che ho scritto:

          Premesso che nessun uomo che abbia commesso peccato grave può essere giudicato da un uomo (fosse il peccatore stesso o il più saggio sacerdote del mondo o chi altro) essere in stato di grazia con giudizio indubitabilmente vero (vedi Catechismo n. 2005 e Concilio di Trento, Sess. 6a, “Decretum de iustificatione”, c. 9)

          iò che giova alla salute dell’anima, ossia ciò che la tiene in grazia di Dio, non è almanaccare su fattori attenuanti soggettivi che non la priverebbero della grazia santificante, ma, dinnanzi alla consapevolezza di aver commesso un peccato oggettivamente grave, è obbedire alla volontà di Dio misericordioso e giusto che ci chiama al confessionale, ad accusarci del peccato, a pentircene di cuore, impegnandoci a cessare da esso, a non incorrervi più ecc.

          1. CP

            Hai ragione, Dio non ci lascia brancolare nel buio e la Chiesa dice chiaramente che cosa bisogna fare e che cosa non bisogna fare.
            Detto questo, l’unico che conosce con assoluta certezza lo stato di grazia della singola anima è Dio, giusto?
            Non vorrei alimentare inutili polemiche, ma insisto che secondo me papa Francesco non vuole contraddire il Magistero e la tradizione della Chiesa. La tradizione, specialmente popolare, ha sempre enfatizzato la misericordia di Dio più della sua giustizia – anche nell’arte: per ogni Giudizio Universale ci sono 10 sacri cuori di Gesù, 100 Cristi in croce, 1000 Gesù bambini in braccio alla Madonna. La Chiesa deve insegnare e dare regole chiare, per esempio ha sempre insegnato che il suicidio è un peccato mortale e che chi muore senza pentirsi dei peccati mortali va all’inferno, e per far passare meglio il messaggio i morti suicidi non si potevano seppellire in terra consacrata, ma chi sa con certezza se una persona morta suicida è all’inferno? Chi può sapere che il suo ultimo pensiero cosciente non è stato di pentimento? Solo Dio. Anche in casi diversi dal suicidio, pur essendo il peccato oggettivo, cosa sappiamo dell’anima del peccatore? Il sacramento del matrimonio resta indissolubile, l’adulterio resta un peccato grave, ma chi può sapere quanto era deliberato il consenso, fino a che punto c’era piena avvertenza, o se quel primo matrimonio fallito era indubitabilmente valido? Chi sa con certezza se gli sposi erano davvero liberi, senza costrizioni, pienamente coscienti del significato della loro decisione? Se nel loro cuore avevano accettato seriamente l’impegno a fedeltà, indissolubilità e procreazione?
            La Chiesa dice chiaramente cosa bisogna fare e non fare per essere in stato di grazia, ma c’è questo piccolissimo spiraglio – questo minuscolo margine di possibilità che una persona, in una situazione in cui è quasi inevitabile essere in peccato mortale, non lo sia.
            Poi d’accordissimo con tutto il resto, uno in situazione ultrairregolare non può decidere da solo di essere in stato di grazia, dovrebbe comunque attenersi alle indicazioni della Chiesa, e forse Papa Francesco poteva esprimersi in modo meno ambiguo e magari anche meno pubblico. Secondo me però ha preferito fare in modo che chi pensava di essere irrimediabilmente perduto scoprisse di questo spiraglio e consultasse un prete, a costo di rischiare milioni di controversie e interpretazioni sbagliate, piuttosto che sbattere in faccia a tutti gli “irregolari”, per sempre e senza appello, la porta della misericordia.

            1. fra' Centanni

              La Chiesa dice chiaramente cosa bisogna fare e non fare per essere in stato di grazia, ma c’è questo piccolissimo spiraglio – questo minuscolo margine di possibilità che una persona, in una situazione in cui è quasi inevitabile essere in peccato mortale, non lo sia.

              Non è questo il problema, CP (Vincent Vega?). Che una persona possa essere soggettivamente in grazia di Dio, nonostante si trovi oggettivamente in una situazione di peccato mortale, come il divorziato risposato, potrebbe anche essere vero,anche se si tratta di una possibilità più teorica che pratica; ma il fatto è che nessuno, neanche il confessore, può accertare lo stato di grazia (relativamente alla situazione matrimoniale) di un fedele. Ma questo è vero anche per chiunque, non solo per i divorziati risposati: nessuno può avere l’intima certezza di essere in stato di grazia, neanche chi ha confessato con scrupolo tutti i suoi peccati ed ha ricevuto l’assoluzione. Questo è perché la grazia, come insegna il CCC al numero 2005 (più volte segnalato da Alessandro), appartenendo all’ordine soprannaturale, sfugge alla nostra esperienza e solo con la fede può essere conosciuta. Nessuno può presentarsi alla mensa del Signore e vantare diritti. Tutti possono accostarsi alla santa comunione, ma senza permessi speciali o lasciapassare della chiesa, senza autorizzazioni rilasciate dal confessore. Il confessore può dare l’assoluzione (nessun altro tipo di permesso), ma sempre alle solite condizioni: che il peccatore si penta e rinunci al proprio peccato.

            2. Alessandro

              Ma il fatto è che Papa Francesco (per come ha fatto sapere che va interpretata Amoris laetitia), al di là delle sue intenzioni sulle quali non sto a discutere, non ha aperto la porta della misericordia alle coppie irregolari.

              Infatti, ammettere all’Eucaristia divorziati risposati conviventi more uxorio non è usare loro misercordia, perché, come insegna il Catechismo al n. 1650 e Familiaris consortio al n. 84, “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

              Il che significa che il divorziato risposato convivente more uxorio che riceve l’Eucaristia nuoce a sé stesso. L’Eucaristia non può essergli di alcun giovamento, anzi lo danneggia, e lo danneggia gravemente, perché è peccato grave ricevere l’Eucaristia non avendo le debite disposizioni morali per riceverla.
              Pertanto, ammettendo all’Eucaristia i divorziati risposati conviventi more uxorio, Papa Francesco non sta usando loro misericordia, ma li autorizza a danneggiarsi, a nuocere gravemente a sé stessi. Questa sarebbe misericordia? Ripeto: al di là delle intenzioni, sulle quali non sto a discutere.

              Per quanto concerne lo “spiraglio”, cioè il fatto che nessuno possa sapere con certezza indubitabile se questo divorziato risposato convivente more uxorio in carne ed ossa sia o non sia in grazia di Dio, alcuni rilievi

              1) questo fatto mostra quanto sia sviata l’impostazione di Amoris laetitia, che fonda l’ammissione all’Eucaristia del divorziato risposato convivente more uxorio proprio sulla presunzione fasulla che un divorziato risposato convivente more uxorio possa essere giudicato da un uomo (fosse il divorziato stesso o il più saggio sacerdote del mondo o chi altro) essere in stato di grazia con giudizio indubitabilmente vero (vedi Catechismo n. 2005 e Concilio di Trento, Sess. 6a, “Decretum de iustificatione”, c. 9)

              2) per amore cristiano nei loro confronti, bisogna fare tutto ciò che è cristianamente nelle nostre possibilità per distogliere queste coppie irregolari ad aggrapparsi a questo spiraglio, cioè a coltivare l’illusione che si salveranno perché, malgrado siano in stato di peccato oggettivamente grave, sono in stato di grazia (in virtù di fattore soggettivi attenuanti o che altro). E’ un’illusione pericolosissima (che purtroppo il Papa favorisce con Amoris laetitia), la quale mette a grave repentaglio la salvezza dell’anima, perché chi pensa di essere in stato di grazia ovviamente si sentirà esonerato dal pentirsi, dal recedere dal proprio stato di vita adulterino, dall’interrompere la convivenza more uxorio. E invece il divorziato risposato convivente more uxorio deve sapere che la volontà di Dio è proprio quella che egli interrompa la convivenza more uxorio, a quello deve tendere. Ma se si considera già in stato di grazia, si accomoderà nella sua convivenza more uxorio, si sentirà confermato in essa, non avvertirà più come un imperativo ineludibile il richiamo di Dio a interromperla.

              Aggiungo: se è vero che Francesco ha cambiato l’atteggiamento della Chiesa che era quello sbattere in faccia a tutti gli “irregolari”, per sempre e senza appello, la porta della misericordia, allora vuol dire che ad esempio Giovanni Paolo II sbatteva in faccia a tutti gli “irregolari”, per sempre e senza appello, la porta della misericordia.

              Ti rendi conto della gravità e della ingiustizia di questa affermazione?

              Giovanni Paolo II è stato misericordiosissimo con gli “irregolari”, perché ha detto loro la verità, non li ha illusi, non li ha condotti a giudicarsi in stato di grazia, con le conseguenze dannosissime che ho già indicato.

              Giovanni Paolo II cioè ha detto loro quello che in soldoni ricordavo nel mio commento precedente:

              ciò che giova alla salute dell’anima, ossia ciò che la tiene in grazia di Dio, non è almanaccare su fattori attenuanti soggettivi che non la priverebbero della grazia santificante, ma, dinnanzi alla consapevolezza di aver commesso un peccato oggettivamente grave, è obbedire alla volontà di Dio misericordioso e giusto che ci chiama al confessionale, ad accusarci del peccato, a pentircene di cuore, impegnandoci a cessare da esso, a non incorrervi più.

              Dio non ci comanda di elucubrare su fattori attenuanti soggettivi che, malgrado abbiamo commesso peccato oggettivamente grave, secondo il nostro giudizio illusorio ci tratterrebbero nondimeno in stato di grazia; Dio ci comanda di non commettere peccato oggettivamente grave (ossia di non violare i Suoi comandamenti) e, se lo si è commesso, di riconciliarci con Lui, che misericordiosamente ci offre il perdono, rivolgendosi ai Suoi ministri che Egli ha stabilito abbiano la facoltà in persona Christi di rimettere il peccato nel sacramento della Riconciliazione, alle note condizioni (contrizione di cuore e fermo proposito di emenda), non venendo soddisfatte le quali non può essere concessa l’assoluzione sacramentale, e quindi non si può accedere alla Comunione eucaristica.

              – Quanto ai divorziati risposati e ad una possibilità di pentimento e remissione del peccato che non passino dall’assoluzione sacramentale, è certo possibile avere la salvezza pentendosi con un atto di contrizione perfetta, ricordando però che

              a) “la contrizione « perfetta » (contrizione di carità) rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale” (Catechismo, n. 1452)

              b) sarebbe da irresponsabili consigliare a coppie irregolari di non cambiare vita oggi tanto c’è tempo, e poi basta un atto di contrizione perfetta prima di morire… perché in primo luogo “non sapete né il giorno né l’ora”, e in secondo luogo la contrizione perfetta non nasce dal nulla, non è facile da compiere, non è una sorta di facile automatismo che scatta a ridosso della fine dei nostri giorni. Anzi, più ci si è abituati a sentirsi in stato di grazia, meno sarà facile compiere quell’atto di pentimento radicale e profondo e di affidamento totale all’amore misericordioso di Dio che è richiesto perché si dia contrizione perfetta…

              1. Giuseppe

                Riguardo alla Misericordia di Dio, devo citare questo testo a proposito della perseveranza finale (che è l’unica cosa che conta davvero, visto che se un grandissimo peccatore si pente in articulo mortis è salvo, anche se ha vissuto una vita intera nella fogna del peccato più lurido, mentre un santo che commette peccato mortale, se muore senza la perseveranza finale si danna anche se ha vissuto una vita di virtù eroiche) di cui parla l’utente Alessandro (perché quello di cui sta parlando lui, ovvero della contrizione perfetta in articulo mortis, è esattamente questo, la perseveranza finale) citando la “sintesi tomistica” di Garrigou-Lagrange https://books.google.it/books?id=71QtCQAAQBAJ&pg=PT194&lpg=PT194&dq=la+sintesi+tomistica+dono+della+buona+morte&source=bl&ots=qODMHBIIF8&sig=2w0bqb8Iu98u7aJ2UnoVzZPLaik&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjXys-BicTQAhWCSxoKHWmeDgQQ6AEIGjAA#v=onepage&q=la%20sintesi%20tomistica%20dono%20della%20buona%20morte&f=false

                “Infine, il giusto non può meritare, nè dè condigno, nè de congruo proprie, la grazia della perseveranza finale, ossia della buona morte. Questo punto, specialmente dopo il Concilio di Trento (sess.VI, cap.13), a detta di tutti i teologi, è almeno teologicamente certo, se si tratta del merito de condigno. Quest’affermazione si fonda su molti testi della Scrittura citati da Sant’Agostino nel trattato De dono perseverantiae, alcuni dei quali sono ricordati dal Concilio di Trento, specialmente questo: <>. San Tommaso spiega questa verità certa e comunemente ammessa con l’assioma: il principio del merito non può esser meritato, poichè sarebbe l’effetto di se stesso; ora, il dono della perseveranza finale, ossia della buona morte, non è altro che lo stato di Grazia, principio del merito, conservato da Dio nell’istante medesimo della morte. Quindi questo dono non può essere meritato. Ciò è vero specialmente del merito dè condigno, ma è vero anche del merito de congruo proprie, perché la grazia abituale e la carità sono il principio di quest’ultimo. Del resto Dio non ha promesso la grazia della buona morte al giusto che abbia compiuto atti meritori per un tempo più o meno lungo, dopo il quale avrebbe diritto a questa grazia. Infine, se il giusto potesse meritare de congruo il dono della perseveranza finale ossia della preservazione dal peccato, tutti i giusti lo otterrebbero infallibilmente e tutti sarebbero predestinati, cosa che non è. Per la stessa ragione il giusto non può meritare de condigno, nè de congruo proprie l’aiuto efficace che lo conserverebbe nello stato di Grazia e lo preserverebbe dal peccato mortale. Del resto se gli meritasse questo aiuto efficace, lo otterrebbe infallibilmente e con questo primo auto meriterebbe l’aiuto seguente, e così di seguito fino a meritare di ottenere infallibilmente il dono della perseveranza finale.
                Questo dono può però essere ottenuto con la preghiera umile, confidente, perseverante, e in tal senso si dice che può esser meritato de congruo improprie.
                Nel qual caso questo non è oggetto di un merito vero e proprio, perché non si indirizza alla divina giustizia, ma all’efficacia impetratoria della preghiera, che si rivolge alla Misericordia. In questo senso si può allora intendere la promessa fatta dal Sacro Cuore a Santa Margherita Maria di concedere la grazia della buona morte a coloro avranno ricevuto la Santa Comunione il primo venerdì di nove mesi consecutivi. ”

                Questo testo chiarisce che la Misericordia di Dio NON segue il pentimento e la contrizione, ma che piuttosto sono il pentimento e la contrizione che sono suscitati dalla Misericordia di Dio, che muove il cuore dei peccatori, portandoli alla salvezza.

                Spesso tendiamo a ragionare sul pentimento e la contrizione in termini “volontaristici”, come se uno potesse “decidere” di pentirsi sinceramente in modo del tutto autonomo, ma non è così, il pentimento, specie nel momento più importante della vita, ovvero la morte, dove si decide il destino eterno, è ESSO STESSO Grazia di Dio.

                Normalmente non abbiamo nessuna “certezza” sul fatto se avremo questo dono o no, ed è per questo che Cristo ha voluto darci dei mezzi come la promessa del Sacro Cuore per chi farà la Comunione il primo venerdì di nove mesi consecutivi.

                Di questo potente mezzo che Cristo ha regalato agli uomini ne ha parlato anche Garrigou-Lagrange, come potete leggere nel virgolettato; e sarebbe ora non solo di conoscerlo, ma di farlo conoscere a tutti i cattolici, di modo che ne facciano tesoro.

                Lo stesso dicasi per altri mezzi analoghi voluti da Dio, di cui non farò menzione qui per non allargare troppo il discorso ma che dovrebbero essere patrimonio di ogni cattolico.

                Ricordiamoci che noi cattolici non abbiamo il “giubbotto antiproiettile” contro il peccato mortale, ovvero l’ignoranza incolpevole, che hanno i pagani e le altre confessioni cristiane (pensiamo ai fedeli ortodossi, che di certo non peccano mortalmente risposandosi, dato che la loro Chiesa accetta il secondo matrimonio e lo benedice, impedendo loro qualunque “piena avvertenza” in merito e con essa la possibilità di peccare mortalmente) che sono si prive della pienezza della Verità, ma in forza di ciò sono chiamate ad uno standard minore per salvarsi.

                Per noi cattolici le cose non stanno così e lo standard che ci è richiesto, per ottenere il medesimo risultato di un cristiano ortodosso, di un musulmano o di un induista (ossia la salvezza), è MOLTO più alto, e se è vero che abbiamo i Sacramenti e che nella vita eterna godremo di una gloria maggiore rispetto agli altri, è altrettanto vero che siamo sempre ad “un passo” dalla dannazione, essendo per noi molto più facile peccare, “grazie” alla completezza e all’acribia della nostra dottrina, che ci toglie qualunque “santa ignoranza” (e qualora fossimo ignoranti sarebbe ignoranza colpevole, visto che abbiamo il dovere di formarci).

                Per un cattolico la questione è “dentro o fuori”, non ci sono vie di mezzo.

                Per fare un’analogia, il peccato è come un veleno, e se per i non cattolici molti peccati sono un veleno “innocuo”, perché hanno l’anticorpo, il “giubbotto antiproiettile” dell’ignoranza incolpevole, per noi cattolici non è cosi, e comportamenti che non sono pericolosi per le anime dei non cattolici per la nostra anima, invece, lo sono eccome (pericolosi).

                È vero che abbiamo i Sacramenti, ma è come dire di avere una cura efficace contro il veleno ogni volta che ti sta portando alla morte; è vero, ce l’hai, ma se non avessi rimosso l’anticorpo che ti proteggeva non avresti dovuto preoccupartene.

                La situazione è questa, per noi, Gesù questo lo sa, ed è per questo che ha istituito mezzi come quello di cui ha parlato Garrigou-Lagrange, al fine di facilitare la nostra salvezza.

                Spero che questo post sia di stimolo a chi legge affinché ne faccia tesoro, visto che “non sapete nè il giorno nè l’ora” (Mt 25,13) e che non si faccia fuorviare da un falso razionalismo che vorrebbe imporre che Dio dopo la stesura del Nuovo Testamento non si sia più manifestato ai Santi.

      1. Alessandro

        L’impostazione generale delle risposte di Buttiglione ai “dubia” è sviata e sviante, perché è quella che indico e critico qui:

        https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121113

        Nel dettaglio:

        Primo dubbio: Buttiglione afferma che “Non si può credibilmente promettere di non commettere più un certo peccato se si vive in una situazione che espone alla tentazione irresistibile di commetterlo”.

        Ma è falso e contrario al Magistero autentico della Chiesa che sia “irresistibile” la tentazione di comportarsi more uxorio, e non come fratello e sorella, per i divorziati risposati che, adempiendo ad esempio al grave obbligo di educare la prole, non cessano la coabitazione (cioè si trovano in occasione prossima necessaria di peccato), giacché Dio comanda che costoro cessino dalla condotta more uxorio, cioè che non commettano adulterio, ed è impossibile che Dio comandi ciò che è impossibile da attuarsi:

        “Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall’osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell’espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica, esser cioè impossibile per l’uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio” (Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, Sessio VI, cap. 11).

        “Dio non comanda cose impossibili ordinando di resistere a qualunque tentazione, ma ordinando ammonisce di fare ciò che puoi, e di chiedere ciò che non puoi e aiuta perché tu possa” (Ibidem)

        Dopo, se ho tempo, risponderò alle altre risposte di Buttiglione, ma basti questo per capire come l’impostazione stessa di queste risposte sia sviata e incompatibile con il Magistero autentico.

        1. Alessandro

          Secomdo “dubium”:

          Buttiglione afferma: “Il secondo dubbio è se continui ad essere valido l’insegnamento di Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor 79 sulla esistenza di atti intrinsecamente cattivi che non possano mai ed in nessun caso essere buoni. Certamente sì, per le ragioni già dette. Amoris Laetitia non cambia nulla nella valutazione dell’atto, si concentra invece sulla valutazione dei livelli di responsabilità soggettiva. Nel diritto penale l’omicidio è sempre proibito, la pena invece può variare, e di molto, a secondo del livello della responsabilità soggettiva. ”

          1) Quanto alla responsabilità soggettiva, ho già mostrato qui che il modo in cui la intende Amoris laetitia presenta gravi elementi di incompatibilità con il Magistero autentico della Chiesa:

          https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121113

          2) A Buttiglione direi che qui si tratta del Santissimo Sacramento, non del dirtitto penale.
          Anche nel caso estremo in cui ad esempio un quadro psichico gravemente menomato potrebbe far ipotizzare che la responsabilità soggettiva di Tizio sia di molto attenuata se non annullata, tanto da far con qualche fondamento ipotizzare che l’atto aberrante compiuto da Tizio non gli sia imputabile (in quanto Tizio non era veramente libero di non compierlo), cionondimeno Tizio che vivesse in stato adulterino andrebbe escluso dalla Comunione eucaristica, giacché, come insegnano Familiaris consortio 84 e Catechismo n. 1650, anche nel caso di Tizio rimarrebbe vero che il suo stato e la sua condizione di vita adulterini “contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

          3) Ricorderei poi a Buttiglione, in ordine alla responsabilità soggettiva degli atti commessi, quanto richiamava Giovanni Paolo II al n. 16 di Reconciliatio et Poenitentia:

          “Quest’uomo può essere condizionato, premuto, spinto da non pochi né lievi fattori esterni, come anche può essere soggetto a tendenze, tare, abitudini legate alla sua condizione personale.
          In non pochi casi tali fattori esterni e interni possono attenuare, in maggiore o minore misura, la sua libertà e, quindi, la sua responsabilità e colpevolezza.
          Ma è una verità di fede, confermata anche dalla nostra esperienza e ragione, che la persona umana è libera. Non si può ignorare questa verità, per scaricare su realtà esterne — le strutture, i sistemi, gli altri — il peccato dei singoli. Oltretutto, sarebbe questo un cancellare la dignità e la libertà della persona, che si rivelano — sia pure negativamente e disastrosamente — anche in tale responsabilità per il peccato commesso. Perciò, in ogni uomo non c’è nulla di tanto personale e intrasferibile quanto il merito della virtù o la responsabilità della colpa.”

          Queste considerazioni dovrebbero suggerire moltissima cautela prima di ritenere che qualcuno non porti la responsabilità degli atti che commette. Fermo restando che, in ordine all’ammissione all’Eucaristia, vale quanto in 2.

          1. Alessandro

            Terzo dubbio.

            1) Scrive Buttiglione: “Il canone 915 [del Codice di Diritto Canonico] esclude dai sacramenti coloro che vivano apertamente in condizioni di peccato grave indipendentemente dal fatto (riconosciuto come possibile) che essi non siano in condizione di peccato mortale. La ragione, evidentemente, è il pubblico scandalo.”

            No, la ragione non è il pubblico scandalo, o almeno la ragione primaria non è il pubblico scandalo. Basta leggere Familiaris Consortio 84 e il Catechismo al n. 1650. Prima di parlare del pubblico scandalo, in FC 84 si afferma che la ragione per cui i divorziati risposati conviventi more uxorio non possono essere ammessi all’Eucaristia risiede nel fatto che “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.
            Sul fatto (dato erroneamente per scontato da Buttiglione) che qualche essere umano possa secondo verità sapere che Tizio divorziato risposato convivente more uxorio sia in grazia di Dio, cfr quanto scrivo qui:

            https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121113

            2) Ancora Buttiglione: “È evidente che il canone in questione non esprime un precetto né di diritto naturale né di diritto divino. È una legge ecclesiastica umana posta dalla legittima autorità (il Papa) che dalla medesima legittima autorità può essere cambiata.”

            Falso. Se la legge mutasse, cioè se si stabilisse che un divorziato risposato convivente more uxorio può essere ammesso all’Eucaristia, accadrebbe che non sarebbe più vero ciò che il Magistero autentico (FC 84 e Catechismo n. 1650) insegna essere vero, cioè che lo stato e la condizione di vita del divorziato risposato convivente more uxorio “contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.
            Ma è impossibile che accada che non sia più vero che lo stato e la condizione di vita del divorziato risposato convivente more uxorio “contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”, quindi è impossibile che una legge ecclesiastica giunga a stabilire che un divorziato risposato convivente more uxorio possa essere ammesso all’Eucaristia.

            Insomma, la legge ecclesiatica in questione si fonda sul diritto divino in modo tale che mutarla, nel senso indicato da Buttiglione, equivarrebbe a contravvenire al diritto divino col contravvenire alla natura stessa del Sacramento dell’Eucaristia.

            – Quarto dubbio:

            Scrive Buttiglione:

            “Il quarto dubbio riguarda se sia ancora valido l’insegnamento di Giovanni Paolo II nel n.81 della Veritatis Splendor dove dice che «le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta». Certamente sì, questo insegnamento rimane pienamente valido. La convivenza more uxorio, quali che siano le intenzioni e le circostanze, è sempre sbagliata e contraddice il disegno di Dio. È una ferita ed una ferita grave per il bene morale della persona. È sempre una ferita mortale? No, non sempre questa ferita grave è anche mortale. Le circostanze non cambiano la natura dell’atto ma possono cambiare il giudizio sulla responsabilità della persona.”

            Anche qui vale quanto detto nell’altro commento:

            https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121113

            Continua Buttiglione:
            “Il peccatore deve sempre riconoscere il proprio male ed esprimere la volontà di emendarsi. Il sacramento, però, non è necessariamente un premio da riservare per la fine del cammino. Può anche essere, alle condizioni che abbiamo ricordato, una medicina che dà forza per il cammino.”

            Non è così. L’Eucaristia è alimento di chi è in grazia di Dio, è benefico e giovevole solo per chi è in grazia di Dio, e come ricordo nel mio commento linkato nessun uomo può sapere secondo verità che Tizio divorziato risposato convivente more uxorio sia in grazia di Dio.
            Di più: è fuor di dubbio che la recezione dell’Eucaristia sia nociva al divorziato risposato convivente more uxorio, poiché, come – s’è visto – insegnano Familiaris consortio 84 e Catechismo n. 1650, lo stato e la condizione di vita del divorziato risposato convivente more uxorio “contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”.

            – Quinto dubbio

            Scrive Buttiglione:

            “Il quinto dubbio riguarda se sia ancora valido l’insegnamento di Veritatis Splendor n. 56 dove dice che la coscienza non ha un ruolo creativo e non può legittimare eccezioni alle norme morali assolute.
            Anche in questo caso a me sembra che la risposta sia sì. La coscienza morale riconosce la verità ma non la crea, non può stabilire una norma divergente in tutto o in parte dalla norma della legge naturale.
            Amoris Laetitia non afferma una eccezione rispetto alla norma. L’adulterio è sempre un male ed il penitente è sempre tenuto a riconoscere la propria colpa ed a mettersi in cammino per rientrare nella regola. Semplicemente può essere non del tutto colpevole della sua incapacità di adempiere pienamente le domande della giustizia e può per queste ragioni trovarsi in una situazione di peccato ma non di peccato mortale. Il sacramento dato a chi si trova in una condizione di peccato grave ma non mortale non è un invito a fermarsi soddisfatti di sé nel cammino verso il bene morale ma un sostegno per perseverare nel cammino.”

            Buttiglione si sbaglia, per i motivi che ho indicato commentando le altre risposte.

            Aggiungo che la distinzione tra peccato grave e peccato mortale che fa costantemente Buttiglione va precisata decisamente meglio.

            Giovanni Paolo II scrive al riguardo al n. 17 di Reconciliatio et Paenitentia:

            “Durante l’assemblea sinodale è stata proposta da alcuni padri una distinzione tripartita fra i peccati, che sarebbero da classificare come veniali, gravi e mortali. La tripartizione potrebbe mettere in luce il fatto che fra i peccati gravi esiste una gradazione. Ma resta sempre vero che la distinzione essenziale e decisiva è fra peccato che distrugge la carità e peccato che non uccide la vita soprannaturale: fra la vita e la morte non si dà via di mezzo.”

            E aggiunge:

            “Parimenti, si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale a un atto di «opzione fondamentale» – come oggi si suol dire – contro Dio, intendendo con essa un esplicito e formale disprezzo di Dio o del prossimo. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L’orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, qual è appunto l’«opzione fondamentale», intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale.

            Se è da apprezzare ogni tentativo sincero e prudente di chiarire il mistero psicologico e teologico del peccato, la Chiesa però ha il dovere di ricordare a tutti gli studiosi di questa materia la necessità, da una parte, di essere fedeli alla parola di Dio che ci istruisce anche sul peccato, e il rischio, dall’altra, che si corre di contribuire ad attenuare ancora di più, nel mondo contemporaneo, il senso del peccato.”

            1. Alessandro

              Su Vatican Insider un altro teologo, Rodrigo Guerra López, difende Amoris laetitia e risponde ai “dubia” dei quattro cardinali.

              http://www.lastampa.it/2016/11/24/vaticaninsider/ita/commenti/cari-cardinali-R5PgARXATSvOtfEb5h1hRN/pagina.html

              Le risposte sono più brevi di quelle di Buttiglione, ancor meno argomentate, e comunque ne ricalcano l’impostazione.
              Quindi a chi interessasse quello che ho argomentato criticando le risposte di Buttiglione sappia che i medesimi argomenti valgono nei confronti di queste nuove risposte:

              https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121126

              In estrema sintesi: è aberrante continuare a ipotizzare che sia lecito ammettere all’Eucaristia un divorziato risposato convivente more uxorio poiché fattori attenuanti soggettivi farebbero sì che costui sarebbe in stato di grazia (non si sarebbe privato della grazia santificante) malgrado si trovi in stato di peccato grave oggettivo. L’aberrazione sta nel fatto che

              1) è presunzione sviata che un divorziato risposato convivente more uxorio, cioè in stato di peccato grave oggettivo, possa essere giudicato da un uomo (fosse il divorziato stesso o il più saggio sacerdote del mondo o chi altro) essere in stato di grazia con giudizio indubitabilmente vero (vedi Catechismo n. 2005 e Concilio di Trento, Sess. 6a, “Decretum de iustificatione”, c. 9).
              Qualsiasi sacerdote che giudicasse un divorziato risposato convivente more uxorio, cioè in stato di peccato grave oggettivo, essere in stato di grazia non emetterebbe un giudizio indubitabilmente vero, ma indulgerebbe soltanto a una temeraria presunzione che non terrebbe conto appunto della verità, cioè del fatto che nessun essere umano può giudicare con giudizio indubitabilmente vero che un divorziato risposato convivente more uxorio, cioè in stato di peccato grave oggettivo, sia in stato di grazia. Le conseguenze nefaste di questa presunzione sono immaginabili: il divorziato risposato, in virtù di tale giudizio infondato, verrà perniciosamente confermato nella convinzione di non essere chiamato da Dio a cambiare vita, tanto è già in grazia di Dio…

              2) il motivo per cui il divorziato risposato convivente more uxorio non può che essere escluso dall’Eucaristia è, precisamente, l’oggettivo contrasto del suo stato di vita con ciò che l’Eucaristia significa e attua (“il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”: Familiaris Consortio n. 84 e Catechismo n. 1650), ed è ovviamente impossibile che questo oggettivo contrasto del suo stato di vita con l’Eucaristia cessi se non cessa tale stato di vita, ossia se non cessa la convivenza more uxorio.

  3. Rispettabili Signori e Signore,

    breve e a caratteri cubitali;

    GLI ASSASSINI CHE COMETTIAMO CONTRO GL’INNOCENTI GRIDANO GIORNALMENTE VENDETTA AL COSPETTO DI DIO.

    Fra non molto, quando arrivera’ la Mano Pesante della Giustizia di Dio sopra l’Umanita’, non abbiamo neppure l’idea di quanto sara’ apocalittico il castigo che ci meritiamo per i nostri delitti.

    A chi interessa questa Verita’, attraverso la quale tutta l’Umanita’ dovra’ passare, legga la lettera del Santo Padre Pio di Terralcina alla Commissione dell’ Heroldsbach al Vaticano a cui fanno parallelo le approvate apparizioni di Fatima di un secolo fa.

    A Ninive, “anni or sono”, si coprirono di sacchi e aspersero di ceneri il capo.

    Detto questo, vigiliamo e preghiamo che Dio protegge sempre i giusti anche quando sfoga la sua Santa Ira contro le sue creature: rIdiamo pure, da vergini stolte, ma dall’ Arca di Noe’ uscirono vivi solo otto astronauti.

    Cordiali saltuti e a noi perserverare nella Fede in Cristo e fedeli integralmente alla Sua Chiesa Romana. Paul

  4. vale

    mah.
    ho visto tutte le pagine dei principali quotidiani-per non dir dei siti- e tutta questa rivoluzione dove sarebbe?

    mi son letto anche,sul sito del vaticano il documento in questione.

    il punto è che se uno si pente col proponimento di non ricadere nell’errore,va assolto.( e remissione della scomunica de facto ,con l’assoluzione)

    sarà Dio a giudicare il foro interno per sapere se il pentimento è stato vero o no.

    sono più preoccupato per la quasi definitiva chiusura all’insegna dei tarallucci e vino e del volemose bbene con il governo cinese la chiesa patriottica cinese.

    alla faccia di tutti coloro che son morti,sono stati e sono tutt’ora torturati o imprigionati nei laogai o chissà dove.

    Per restare fedeli al soglio di Pietro.

    ecco. questo,un tantinello, mi disturba….

  5. enrico venturoli

    Certo la teoria dello scarto, che arriva perfino ai resti dei nostri cari che si preferisce “disperdere”, è un frutto della nostra cultura basata sull’egoismo e la mancanza di amore. Ma Bergoglio dovrebbe sapere che i media interpreterranno le sue parole come un via libera all’aborto, come in effetti sta avvendo. E’ un pò la storia dell'”accogliamoli tutti”. Mentre poi, nei momenti di lucidità, si auspica la “prudenza”. Ma ci vorrebbe sempre sapendo che il momdo ipocrita pende, pigramente, verso un facile buonismo

    1. CP

      scusa enrico venturoli, non capisco, come fanno i media a interpretare queste parole sulla cultura dello scarto come un “via libera all’aborto”? La capacità dei media di fraintendere deliberatamente tutto quello che un papa dice è nota, lo facevano anche con Benedetto XVI, ma trasformare “Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore” in “abortite pure” mi sembra difficile perfino per loro.

    1. Giusi

      Ma questo è un cardinale o uno shampista? Che livelli!

      “Sappiate che io ho partecipato ai due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e ho ascoltato i vostri interventi. Ho sentito pure i commenti che uno di voi faceva, durante la pausa, su un’affermazione contenuta nel mio intervento in aula sinodale, quando ho dichiarato: «peccare non è facile». Questo fratello (uno di voi quattro), parlando coi suoi interlocutori, modificava le mie affermazioni e metteva sulla mia bocca parole che non avevo pronunciato. Inoltre, dava alle mie dichiarazioni un’interpretazione che non poteva essere collegata in alcun modo con quanto avevo affermato”

      1. Fabrizio Giudici

        Esatto, si nota l’alto livello del suo intervento. D’altronde poco sopra rinfaccia ai quattro cardinali le loro “sofisticate” considerazioni. Populismo teologico (d’altronde è ormai di gran moda).

        Però almeno non ha detto che erano quattro “lingue di verme” (Wormtongue per gli aficionados di Tolkien) come ha fatto padre Spadaro.

      2. Beatrice

        Poi io vorrei sapere cosa diamine intendesse quel vescovo nel dire “peccare non è facile”. Non so quale Vangelo abbia letto, ma il mio dice esattamente l’opposto: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7, 13-14).

        Per il resto le sue parole trasudano tanto astio e ben poca carità nei confronti di quattro cardinali che hanno agito in maniera del tutto legittima e rispettosa verso il Santo Padre e verso tutta la comunità di fedeli. La mettessero una buona volta in pratica la misericordia che hanno tanto sulle labbra, questi modernisti! Voglio dire, ci sono modi e modi di dire le cose, perché devi accusare dei confratelli di eresia, pubblico scandalo e chiederne perentoriamente le dimissioni da cardinale? Vorrei tanto sapere da parte del vescovo in questione cosa c’è di male nel chiedere delucidazioni riguardo a un documento obiettivamente ambiguo e di difficile interpretazione? Mi sembra che i cardinali abbiano agito rispettando tutte le regole ecclesiali, nei modi e tempi corretti, quindi perché questo accanimento nei loro confronti?

        Quando il vescovo accusa i quattro cardinali dei peccati di eresia e pubblico scandalo ho pensato fosse il classico caso del bue che dice cornuto all’asino, ma il massimo è stato leggere l’accusa fatta ai prelati firmatari dei dubia di “ricevere sacrilegamente il sacramento dell’eucaristia”. Da un lato mi ha fatto piacere vedere che il vescovo abbia a cuore di evitare la profanazione del Santissimo Sacramento, dall’altro mi chiedo sulla base di quale ragionamento contorto commetterebbero sacrilegio i quattro cardinali in questione. Sta a vedere che profana l’Eucaristia non chi è in stato di peccato mortale, non quei preti che commettono ogni sorta di abusi liturgici, non quelle frange della Chiesa che collaborano attivamente con le forze anti-cristiche della società, ma questi quattro cardinali, la cui unica colpa è quella di difendere la sana dottrina per il bene delle anime, ben sapendo di attirarsi in tal modo l’ira di tutti i poteri forti a cominciare dal Papa (che se sei un consacrato non è proprio il massimo!), passando per i mass media fino ad arrivare ai vari Mancuso sparsi per il mondo come funghi velenosi pronti all’occasione a sfoderare le solite falsità anticlericali da quattro soldi.

        1. Alessandro

          “Poi io vorrei sapere cosa diamine intendesse quel vescovo nel dire “peccare non è facile”

          Il cardinale Biffi di felice memoria disse qualcosa di interessante a riguardo:

          “Gesù parla con molta naturalezza di peccati; come di una realtà ovvia, una caratteristica del mondo umano, che non vale nascondersi.
          Per commetterli – come per evitarli – non ci vuole una particolare grandezza d’animo né una cultura superiore. La colpa non è un privilegio del superuomo o del professore universitario… Come tutti gli atti veramente decisivi – generare e uccidere, odiare e offrire misericordia – anche il peccare rientra nelle attitudini non del genio ma dell’uomo comune.
          Se una ricerca filosofica o teologica su questo problema, per quanto accurata e penetrante, concludesse alla pratica impossibilità di una vera colpa o finisse per ritenere che solo ai pensatori più lucidi e più informati sia consentito di arrivare a rompere interiormente il rapporto d’amicizia con Dio, io mi sentirei colpito nelle mie più gelose prerogative di uomo senza qualifiche.” (Quando ridono i cherubini. Meditazione sulla vita della Chiesa, p. 84)

          “Del resto, noi non abbiamo bisogno per la nostra vera pace di un’assoluzione per incapacità di intendere e volere, o per la non esistenza della legge: abbiamo bisogno di essere perdonati. Nessuno ha mai così tanto avvilito l’uomo come la cultura moderna quando gli rifiuta perfino la capacità di peccare, e lo considera solo come un infante da cullare con le illusioni o come un malato che deve essere guarito dai suoi irragionevoli complessi di colpa.” (La multiforme sapienza di Dio. Esercizi spirituali con Giovanni Paolo II, p. 74)

          “Tra i teologi c’è chi si impegna alacremente in un lavoro cosiddetto di smitizzazione, dopo il quale del demonio non resta neppure la coda. Questi teologi – diversamente da Gesù Cristo – pare che non pensino più a satana come a un essere reale concretamente e personalmente esistente; sembrano piuttosto ridurlo a una sorta di immagine simbolica della intrinseca inclinazione al male che c’è nelle creature.
          Ma – tolto di mezzo il diavolo – anche il peccato originale non è più plausibile; e infatti in molte odierne presentazioni teologiche esso fatalmente si estenua e si sbiadisce fino a essere la cifra dell’umana finitezza o al più la denominazione collettiva di tutte le colpe individuali. Le quali, a loro volta, tendono a essere considerate non tanto come peccati responsabilmente commessi, quanto come turbe psichiche conseguenti a squilibri congeniti o alla violazione di tabù senza fondamento. Insomma, prima si risolve l’idea del demonio in quella del peccato originale, poi del peccato originale in quella dei peccati dei singoli, infine quella dei peccati dei singoli in quella di un malessere senza colpevolezza.
          Così l’universo diventa una specie di innocente giardino d’infanzia. Senza malvagità e senza malvagi, dove però non si capisce più perché tanto spesso ci si imbatta nella ferocia umana, e soprattutto non si capisce più che senso abbiano la morte, il dolore, la redenzione di Cristo.
          La vera misericordia – quella di Dio – batte la strada opposta. Il grande avversario comincia a essere sconfitto non quando lo si relega tra le favole, ma nel momento in cui lo si prende sul serio, in modo da prendere sul serio la vittoria ottenuta su di lui dalla morte e dalla resurrezione del Figlio di Dio…
          E dal mio peccato personale incomincio con la grazia divina a risorgere non nel momento in cui lo ignoro o lo censuro psicologicamente, ma nel momento in cui, pentendomi, lo riconosco come atto veramente cattivo e veramente mio. Questo è il senso della proposta evangelica della metànoia (della conversione), che Gesù ci ha indicato come necessaria premessa della nostra salvezza.
          Il Vangelo non è la notizia che siamo già tutti innocenti per incapacità di intendere e di volere o perché i fatti non costituiscono reato; è la notizia che siamo tutti peccatori e, proprio per questo, siamo i fortunati destinatari dell’invincibile misericordia del Padre.” (Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno A, cit, pp. 83-85)

          1. Luigi

            Il primo dei passi da te citato, Alessandro, mi ha richiamato alla mente per conterminità uno degli “escolios” di Nicolás Gómez Dávila:

            “Le nostre decisioni efficaci non sono le decisioni meditate delle ore solenni, dei momenti in cui, attenti e preparati, compiamo i gesti spettacolari dello scegliere e del rifiutare. Le decisioni che governano la nostra vita sono le opzioni timide e silenziose delle ore quotidiane. Le decisioni che governano la nostra vita sono le timide e silenziose preferenze delle ore quotidiane. I momenti gravidi del nostro futuro scivolano taciturni nel mezzo del frastuono della sagra. L’angolo che giriamo, l’amico il cui invito accettiamo, la curiosità che accantoniamo, il lieve gesto di orgoglio o vanità a cui cediamo, tutta la banale routine della nostra esistenza, sono gli espedienti del nostro destino. Lì nascono gli infimi princìpi dalle più vaste conseguenze”

            L’ultimo, invece, non può che ricordare la fulminante frase di Roger “Verbal” Kint nel film “I soliti sospetti”:
            “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste”
            (che chioso osservando come il mondo non sembrasse aspettare altro…)

            Grazie, come sempre quando qualcuno cita il non dimenticato cardinale Biffi.

            Ciao.
            Luigi

  6. 61angeloextralarge

    In alcuni giornali locali ho letto: “Il Papa ha dato il via all’aborto”… “L’aborto non è più peccato”… Per non parlare del commento della Cirinnà su fb…
    Chi non vuol sentire non sente. Il Papa ha confermato che l’aborto è un peccato… e che la Misericordia si attacca ai cuori pentiti:
    “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la Misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”. (Misericordia et misera, 12)
    Non ha sdoganato nulla a parte la Misericordia.
    Buona giornata!

      1. Giusi

        Aspettiamo la misericordia per Padre Manelli! Il GIP ha accolto la richiesta di archiviazione del PM. Non c’è stato nemmeno il rinvio a giudizio tanto erano risibili e costruite le calunnie! A perseguitarlo è rimasto solo lui dopo aver distrutto la Congregazione e privato le anime di santissimi sacerdoti!

      2. 61angeloextralarge

        Giusi: si parla di sdoganare la Misericordia quando in giro si dice che è stato sdoganato l’omicidio dell’aborto…
        Non so chi ha preparato l’immagine che hai inserito, ma frase del Card. Burke da dove proviene? E’ possibile avere il testo intero? Una frase sola può cambiare molto la realtà del discorso.
        Comunque esistono sacerdoti presso i quali andare a confessarsi è dura soprattutto per atteggiamenti che tutto fanno pensare tranne che alla Misericordia. Ed esistono sacerdoti che invece te la fanno respirare. Non è bene generalizzare.

          1. 61angeloextralarge

            Giusi: non generalizziamo! Non sono tutti uguali.
            I Santi li afferma tali una commissione apposita. Penso che Padre Pio lo sarebbe diventato lo stesso, e anche con Papa Francesco.

            1. Se il Padreterno vede bene che un Suo Figlio salga agli “onori degli altari”, non per dargli ulteriori “riconoscimenti” (ha già la Vita Eterna), ma a vantaggio nostro, “non ci son santi”… Santo ci diventa. 😉

  7. Fabrizio Giudici

    Estratti da un’intervista di Marcello Pera al Foglio di oggi:


    Il dogma della continuità con i predecessori, tanto invocato ed enfatizzato, è poco più d’una illusione, spiega Pera: “Continuità? Credo che il Pontefice si offenderebbe se si parlasse di continuità. Qui c’è invece una forte discontinuità, sono altre le priorità. Dopo il Vaticano II, uno dei grandi temi di discussione – se non il principale – era valutare se la chiesa fosse avviata verso un percorso di continuità o discontinuità. Allora si disse che a prevalere era la continuità. Ora mi sembra di poter dire che sono maggiori gli elementi che indicano una chiara discontinuità”.

    […]

    La domanda da farsi, quella più importante, sottolinea il nostro interlocutore, è un’altra: “Il cristianesimo è ancora una religione della salvezza o, piuttosto, è divenuta una religione della giustizia sociale? E’ una religione che cerca la beatitudo o punta alla felicitas?”. […] “Io – prosegue Marcello Pera – ho l’impressione che si vada verso la felicitas, altrimenti non si capirebbe questa continua critica agli assetti statali e istituzionali, al capitalismo come origine di tutti i mali correnti. Se pensiamo all’attualità, e cioè alle decisioni riguardanti l’assoluzione del peccato d’aborto, il Pontefice fa riferimento alla costrizione della donna, quasi che alla base della decisione fatale ci fossero dei poteri attivi nel costringerla ad abortire e non la libera scelta”. Rivoluzione o no, di sicuro le priorità sono mutate, come è facile comprendere dalla predicazione di Francesco. Anche sul terreno dei cosiddetti valori non negoziabili, concetto cui il Papa guarda con perplessità – “è un’espressione che non ho mai capito, i valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile dell’altra”, ebbe a dire poco tempo dopo l’elezione – l’orientamento è mutato. E’ sufficiente ricordare quanto affermò un anno fa, parlando dinanzi alla platea dei vescovi degli Stati Uniti, invitati a non fare della croce “un vessillo di lotte mondane” e ad abbandonare antiche battaglie tipiche di una contrapposizione muscolare estranea alla pastoralità richiesta da Bergoglio.

    “Ma dal punto di vista della dottrina non si possono negare i valori non negoziabili”, ribatte Pera. “Non è possibile negarne l’esistenza, se si parla su un piano meramente dottrinario. Il Papa, semmai, sposta l’accento da quelli che erano ritenuti prima i valori non negoziabili a valori che per lui sono ben più non negoziabili, e cioè valori sociali e politici. Semplicemente, mette altri valori in primo piano”. E’ logico, dunque, che vi siano resistenze a tale azione; una “resistenza uguale a quella che si concretizzò negli anni conciliari in seguito alla promulgazione della costituzione Gaudium et spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo”. La rivoluzione riuscirà a cambiare verso alla chiesa, come si chiedeva il New York Times? “E’ difficile dirlo. Di certo, crea popolarità. Il secolarista si trova sintonizzato con questo Papa, anche perché sui media si trova per lo più una sola versione e le critiche vengono tacitate. Ho letto molto sui dubia espressi dai quattro cardinali relativamente all’esortazione Amoris laetitia, ma non ho visto pubblicati in nessun giornale questi dubia. C’è tensione, che concerne anche la dottrina e l’interpretazione della stessa. Si dice che questo Papa è attento alla pastorale e non alla dottrina, ma in realtà la dottrina la sta toccando con mano forte”.

    1. Beatrice

      @Fabrizio

      Dopo aver parlato di Livi, adesso vorrei commentare una frase del discorso di Marcello Pera che secondo me affronta una questione cruciale:

      «La domanda da farsi, quella più importante, sottolinea il nostro interlocutore, è un’altra: “Il cristianesimo è ancora una religione della salvezza o, piuttosto, è divenuta una religione della giustizia sociale? E’ una religione che cerca la beatitudo o punta alla felicitas?”.»

      Pera centra esattamente il problema che era già emerso in seguito all’articolo di Lucetta Scaraffia, a cui Costanza aveva giustamente risposto esprimendo il proprio disaccordo. Quello che effettivamente mi verrebbe da chiedere oggi come oggi a tanti cattolici, sia preti che laici è questo: “ma voi alla salvezza eterna ci credete ancora oppure no?”. Perché da certi discorsi che sento fare in giro sembra davvero che l’obiettivo primario del cristiano oggi sia non tanto quello di salvare l’anima quanto piuttosto quello di trovare la felicità qui in questa vita in beni terreni effimeri, cosa che è impossibile per il semplice fatto che l’uomo è fatto per l’Infinito, ma essendo un essere contingente non Lo può mai raggiungere fintanto che rimane in vita, Lo raggiungerà eventualmente dopo la morte (e già da qui dovrebbe essere chiaro che la salvezza è importante eccome! Di più, la salvezza è l’unica cosa che conti davvero!). Non importa quanti saranno i traguardi che riusciremo materialmente a raggiungere in questa vita, dalla realizzazione in amore al successo professionale, dall’ingente quantità di soldi all’elevato numero di amicizie, continueremo imperterriti a sentire una mancanza inspiegabile, un bisogno di non si sa bene cosa, la necessità di trovare quella “Grande Bellezza” di cui parla Sorrentino nell’omonimo film. Ma cos’è questa “Grande Bellezza” che il protagonista del film appena citato non riesce mai a trovare? È la “beatitudo” di cui parla opportunamente Pera, cioè quella condizione per cui il cristiano riesce già a sperimentare il Paradiso in questa vita, anche quando tutti i fatti esterni congiurano affinché nell’intimo venga percepito l’inferno. È quel legame speciale con Gesù che ci permette di affrontare le avversità con una forza che trae linfa da una vita spirituale intensa. È solo e soltanto Dio la fonte di questa “beatitudo”, è solo rivolgendoci a Lui che possiamo sperare di entrare in uno stato tale per cui anche in mezzo alle tempeste più spaventose rimaniamo in pace con noi stessi e con gli altri. Ovvio che se il Paradiso lo si vive già qui sulla Terra, grazie a una Comunione intima e profonda con Gesù, poi, una volta morti, la destinazione finale sarà logicamente conseguente alla condizione spirituale che avevamo in vita. E le persone che questa “beatitudo” l’hanno trovata le riconosci subito perché hanno una luce particolare negli occhi, un modo di vedere la vita che infonde speranza, una capacità di sorridere anche in mezzo alle difficoltà che affascina chiunque vi si imbatta (parlo ovviamente dei tanti santi che Dio ci ha donato nel corso della storia). Il problema è che oggi molti uomini, anche tra i cattolici, continuano a cercare la “felicitas”, invece di mirare alla “beatitudo”, e in questa vana ricerca purtroppo sono spesso aiutati da preti che hanno perso la fede nella vita eterna o che hanno perso la fede nella capacità dell’uomo di poter raggiungere la vita eterna con l’aiuto della Grazia, come accade al grande inquisitore di Dostoevskij. Invece, leggendo il Vangelo, appare subito chiaro come la salvezza sia la preoccupazione principale di Gesù, nei suoi discorsi emerge ovunque, Lui lo dice chiaramente agli uomini che incontra: “Io sono venuto per salvarvi, tutto quello che sto facendo, tutto il sangue che verserò non ha altro scopo che la vostra salvezza, non c’è niente che io abbia più a cuore”. Altrimenti non si capisce che ci stia a fare la Chiesa a questo mondo: se non esiste per condurre gli uomini alla salvezza, inevitabilmente diventa una ong tra le tante il cui unico scopo è quello di far star bene gli uomini qui in questa vita. Io non lo so se in futuro arriverò a innamorarmi di un uomo divorziato e butterò all’aria tutti questi bei discorsi sulla fedeltà a Gesù in cui mi dilungo da un po’ di tempo a questa parte, però so per certo che, nel caso in cui avvenisse davvero, vorrei avere al mio fianco un prete santo che pur di salvarmi l’anima mi dicesse tutta la verità, anche a costo di beccarsi il mio odio e la mia incomprensione. La vita terrena dura il tempo di un battito di ciglia, l’eternità invece dura per sempre. Benedetti uno, cento, mille ceffoni se questi riusciranno a farmela raggiungere davvero la “beatitudo” a cui tutti aspiriamo.

      1. Giuseppe

        Beatrice, in questo commento https://costanzamiriano.com/2016/11/22/ogni-bambino-non-nato-ma-condannato-ingiustamente-ad-essere-abortito-ha-il-volto-di-gesu-cristo/#comment-121262 sono stato abbastanza chiaro riguardo a quanto la salvezza sia importante.

        Va detto comunque che leggendo le vite dei Santi (di cui hai parlato anche tu) che hanno avuto il dono da Dio di avere contatti con le anime dei defunti, pare che la grande maggioranza dell’umanità si salvi attraverso il Purgatorio.

        Certo, non è che questo autorizzi nessuno a prendere sottogamba il problema della salvezza, specie se cattolico (vedi i post mio che ho citato, dove non incito certo a prenderla sottogamba), però ci aiuta a comprendere meglio la Misericordia di Dio, che è davvero più grande del peccato.

        Non credo, sinceramente, che per i sacerdoti non ci sia il problema della salvezza, nè tantomeno, come hai scritto tu, che oggi non si creda più alla salvezza eterna, semolicemente rispetto a qualche secolo fa si è attenuato il timore di un Dio vendicativo che esige sacrifici impossibili e che sta li pronto a coglierti in fallo per schiaffarti all’inferno.

        E attenzione, che le cose stiano così non sono io a dirlo, nè Papa Francesco, ma è Ratzinger

        “Quando lei era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando la Dichiarazione congiunta della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, ha messo in evidenza una differenza di mentalità in rapporto a Lutero e alla questione della salvezza e della beatitudine così come egli la poneva. L’esperienza religiosa di Lutero era dominata dal terrore davanti alla collera di Dio, sentimento piuttosto estraneo all’uomo moderno, marcato piuttosto dall’assenza di Dio (su veda il suo articolo in «Communio», 2000, 430). Per questi il problema non è tanto come assicurarsi la vita eterna, quanto piuttosto garantirsi, nelle precarie condizioni del nostro mondo, un certo equilibrio di vita pienamente umana. La dottrina di Paolo della giustificazione per la fede, in questo nuovo contesto, può raggiungere l’esperienza «religiosa» o almeno l’esperienza «elementare» dei nostri contemporanei?”

        Riposta di Ratzinger

        “Innanzitutto tengo a sottolineare ancora una volta quello che scrivevo su Communio (2000) in merito alla problematica della giustificazione. Per l’uomo di oggi, rispetto al tempo di Lutero e alla prospettiva classica della fede cristiana, le cose si sono in un certo senso capovolte, ovvero non è più l’uomo che crede di aver bisogno della giustificazione al cospetto di Dio, bensì egli è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell’essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui. A questo proposito trovo indicativo il fatto che un teologo cattolico assuma in modo addirittura diretto e formale tale capovolgimento: Cristo non avrebbe patito per i peccati degli uomini, ma anzi avrebbe per così dire cancellato le colpe di Dio. Anche per ora la maggior parte dei cristiani non condivide un così drastico capovolgimento della nostra fede, si può dire che tutto ciò fa emergere una tendenza di fondo del nostro tempo. Quando Johann Baptist Metz sostiene che la teologia di oggi deve essere «sensibile alla teodicea» (theodizeeempfindlich), ciò mette in risalto lo stesso problema in modo positivo. Anche a prescindere da una tanto radicale contestazione della visione ecclesiale del rapporto tra Dio e l’uomo, l’uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa. Tuttavia, a mio parere, continua ad esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me è un «segno dei tempi» il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante – a partire da suor Faustina, le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina. Papa Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia. Non è di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perché in essa è fortemente sottolineata la componente sociale dell’esistenza cristiana, né solo perché in essa il samaritano, l’uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per così dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre i rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per così dire, immuni nei confronti di Dio. È chiaro che ciò piace all’uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza. Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, è possibile anche oggi interpretare daccapo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza…”

        Fonte http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=53862

        1. Alessandro

          – “Va detto comunque che leggendo le vite dei Santi (di cui hai parlato anche tu) che hanno avuto il dono da Dio di avere contatti con le anime dei defunti, pare che la grande maggioranza dell’umanità si salvi attraverso il Purgatorio.
          Certo, non è che questo autorizzi nessuno a prendere sottogamba il problema della salvezza, specie se cattolico”

          Questo è un discorso sconclusionato, tipico del camaleontico Vincent Vega.

          Anzitutto, la contabilità a spanne dei purganti sulla base delle vite dei santi non ha alcun serio fondamento. Nessuno può sapere quale sia il numero dei dannati, quindi nessuno può paragonare questo numero con quello dei purganti.
          Inoltre, andare in Purgatorio non è facile, perché è illusorio credere che sia facile morire in grazia di Dio, seppure imperfettamente purificati.
          E questo non c’entra niente con il fatto che la misericordia di Dio sia più grande del peccato. Che la misericordia di Dio sia più grande del peccato significa soltanto che Dio perdona ogni peccato del peccatore che se ne penta sinceramente, ma ciò non dice alcunché sulla facilità o difficoltà di emettere un atto di pentimento sincero, quindi non dice alcunché sul numero dei beati, dei purganti e dei dannati

          – “semplicemente rispetto a qualche secolo fa si è attenuato il timore di un Dio vendicativo che esige sacrifici impossibili e che sta li pronto a coglierti in fallo per schiaffarti all’inferno.”

          E’ grottesco pensare che la Chiesa abbia qualche secolo fa predicato un Dio che esige sacrifici impossibili e che sta lì pronto a coglierti in fallo per schiaffarti all’inferno.
          Ed è scorrettissimo cercare di avvalorare questa convinzione grottesca e fasulla attribuendola a Ratzinger.

          Infatti, come ognuno può constatare, la citazione ratzingeriana addotta non dice nulla del genere, anzi dice l’opposto, perché critica “l’uomo di oggi” che, nella sua superbia e lontananza dalla fede, “è del parere che sia Dio che debba giustificarsi a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo e di fronte alla miseria dell’essere umano, tutte cose che in ultima analisi dipenderebbero da lui”, o, se non è così drastico, al più “ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità”. E Ratzinger afferma che proprio questa superficialissima concezione della giustizia divina che conduce l’uomo d’oggi ad “avere in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità” è la stessa concezione che fa sì che nell’uomo d’oggi “la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa”.
          Quindi Ratzinger sta dicendo che l’idea secondo cui “Dio non può lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’umanità” è una mera “sensazione” dell’uomo d’oggi lontano dalla fede, lo stesso che purtroppo ha affievolito se non soppresso nel suo cuore la preoccupazione per la salvezza. Ratzinger non difende questa “sensazione”, quindi, e non si sogna neanche lontanamente di farla propria, come non si sogna lontanamente di far propria l’attenuazione della “preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo”.

          Questo dice Ratzinger nella citazione addotta, se lo si legge con attenzione. Niente, dunque, di ciò che gli fa dire Giuseppe-Vincent

      2. Giuseppe

        E anche il fatto che la pastorale di un tempo fosse una “pastorale della paura”, che presentava un Dio terribile, molto più facile da temere, che da amare, di nuovo non è idea mia o di qualche modernista, ma di un prete tradizionalista e anti bergogliano come Don Elia, che scrive su Chiesa e post Concilio

        “Senza voler minimamente sminuire gli abomini dottrinali, morali e liturgici che imperversano da cinquant’anni e ai nostri giorni stanno raggiungendo il culmine, questo non è un motivo valido per idealizzare il passato e fissarlo in una versione immodificabile. Un certo modo di insegnare la dottrina e di guidare le anime ha ingenerato in tanti l’impressione di un Dio arcigno e lontano, se non astratto e incomprensibile, che esige sacrifici impossibili minacciando castighi e scagliando fulmini. Uno stile educativo improntato a una severità talvolta arbitraria provocava in molti casi un senso di frustrazione e di angoscia che negli adolescenti, già travolti dall’esplosione ormonale, diventava un formidabile detonatore della compulsione sessuale o di violente reazioni di rivolta, determinando il più delle volte l’abbandono della religione. Per rimediare ai guasti causati dal peccato originale nella nostra natura non basta l’indottrinamento o la disciplina, ma è necessario guidare le persone all’esperienza dell’amore di Dio.”

        Fonte http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2016/11/don-elia-santita-o-morte.html

        1. Alessandro

          La citazione di Don Elia mostra solo che un certo modo di fare catechesi può essere sviato.

          Il che non esclude che possa esistere un altro modo di fare catechesi che sia non meno sviato: pensiamo ai guasti che produce e produrrà la catechesi misericordista (misericordismo che contraffà l’autentica misericordia di Dio) ispirata ad Amoris laetitia capitolo 8, catechesi sviata tanto nel modo quanto nei contenuti, poiché il misericordismo di Amoris laetitia al capitolo 8 è nientemeno che un grave errore dottrinale.

      3. Alessandro

        “Io non lo so se in futuro arriverò a innamorarmi di un uomo divorziato e butterò all’aria tutti questi bei discorsi sulla fedeltà a Gesù in cui mi dilungo da un po’ di tempo a questa parte, però so per certo che, nel caso in cui avvenisse davvero, vorrei avere al mio fianco un prete santo che pur di salvarmi l’anima mi dicesse tutta la verità, anche a costo di beccarsi il mio odio e la mia incomprensione.”

        E invece no, perché il prete che applicherà Amoris laetitia (e quel grave errore dottrinale e quindi pastorale che è il misericordismo promosso da Amoris laetitia) ti dirà: tranquilla, se stai col divorziato risposato sei sì in stato di peccato grave oggettivo, ma

        a) in forza dei fattori attenuanti soggettivi non sei soggettivamente colpevole o almeno non lo sei pienamente (non vorrai mica sostenere che, se rifletti bene, non riesci a scovare qualche fattore attenuante soggettivo? Suvvia, qualcuno lo si trova di certo… E non oserai pensare che quei fattori attenuanti soggettivi non siano tali da non renderti pienamente colpevole, vero? Chi sei tu per giudicare di essere pienamente colpevole? Solo Dio lo sa: sei forse Dio, tu?)

        quindi

        b) sei in grazia di Dio (chi sei tu per giudicare di non essere in grazia di Dio? Solo Dio lo sa, osi metterti al Suo posto?),

        quindi

        c) puoi ricevere l’Eucaristia:

        “a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa [cioè anche l’Eucaristia, vedi nota 351]” (Amoris laetitia, 305).

        Grazie a Dio ci saranno però ancora preti fedeli alla sana dottrina (e quindi alla sana pastorale, giacché una dottrina contaminata non può che ispirare una pastorale traviante), che fuori e dentro il confessionale ti spiegheranno che

        1) è impossibile che qualche essere umano giudichi secondo verità che chi si trova in stato di peccato grave oggettivo abituale e permanente sia in grazia di Dio, giacché, se è vero come è vero ciò che insegna il Concilio di Trento (sess. 6a, “Decretum de iustificatione”, c. 9), ossia che “ciascuno nel considerare se stesso, la propria debolezza e le sue cattive disposizioni, ha motivo di temere ed aver paura della sua grazia, non potendo alcuno sapere con certezza di fede, scevra di falso, se ha conseguito la grazia di Dio”, allora è vero che con nessuna fondata certezza alcuno potrà mai giudicare in grazia di Dio chi non solamente ha “debolezze e cattive disposizioni”, ma addirittura versa in stato di peccato grave oggettivo abituale e permanente

        2) in stato di peccato grave oggettivo abituale e permanente fare la Comunione eucaristica è sacrilego e quindi è gravemente nocivo per la salvezza dell’anima (altro che misericordia!), in quanto tale stato “contraddice oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia” (cfr. Familiaris Consortio n. 84 e Catechismo n. 1650)

        3) ciò che Dio vuole da chi si trova in questo stato di vita (e quindi l’unica cosa che giova alla salute dell’anima di costui o costei) è che lo dismetta, non che si accomodi in esso nella presunzione fasulla e nefasta di essere malgrado ciò in stato di grazia e quindi di poter ricevere degnamente l’Eucaristia.
        A che gioverebbe poi – anche prescindendo da quanto detto in 2 – l’Eucaristia ricevuta in stato di peccato grave abituale e permanente? A perseverare più saldamente in questo stato? A confermarsi in esso? E’ abnorme il solo pensarlo, ma sventuratamente è la conclusione a cui porta logicamente l’affermazione di Amoris laetitia (numero 305) secondo cui chi si trova in tale “situazione oggettiva di peccato” può nondimeno essere “in grazia di Dio” e “anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”, aiuto che (nota 351) può consistere anche nell’accesso all’Eucaristia!

        Quindi, ben vengano i quattro Cardinali e i Pastori che, come loro, ricordano a tutti la sana dottrina e la sana pastorale, le sole che giovino alla salvezza eterna delle anime.

        1. admin @CostanzaMBlog

          signor Giuseppe e Vincent e Miles etc. etc.
          avevi promesso che saresti intervenuto con l’ultimo e definitivo nome di Miles, ma non l’hai fatto.
          Per l’ennesima volta sei stato “tanato” da Alessandro (a volte è stato Fabrizio a volte altri), e solo dopo hai ammesso (nel commento che non ho pubblicato e che non pubblicherò), cercando di giustificarti.
          Saresti stato corretto se lo avessi esplicitato al tuo primo intervento come Giuseppe, ma evidentemente ti diverte prenderci in giro.
          Per il futuro ti assicuro che cercherò in tutti i modi di non farti più intervenire con nessuno dei nomi che inventerai, e chiedo aiuto ai commentatori abituali di segnalarmi immediatamente qualsiasi tuo ulteriore inganno.

      4. “Io non lo so se in futuro arriverò a innamorarmi di un uomo divorziato e butterò all’aria tutti questi bei discorsi sulla fedeltà a Gesù in cui mi dilungo da un po’ di tempo a questa parte, però so per certo che, nel caso in cui avvenisse davvero, vorrei avere al mio fianco un prete santo che pur di salvarmi l’anima mi dicesse tutta la verità, anche a costo di beccarsi il mio odio e la mia incomprensione.”

        Prete santo o non santo, mi pare tu abbia già un’idea chiara e un corretto discernimento, quindi se mai sarà, si tratterà solo di agire di conseguenza a ciò che la tua coscienza da ti dice… oppure raccontarsela.

        Anche perché, si voglia credere o meno ai “colpi di fulmine”, non è che ci si innamora in 5 minuti. Iniziando a frequentare una persona non ci vuole molto a sapere se è divorziata o meno e a qual punto basta “tenere le distanze” (non perché siano persone “cattive”, ma per tutti i motivi che è inutile qui ripetere…).

        Come sempre sta a noi la scelta, se andare dietro ai nostri sentimenti, ai nostri “mi piace”, o accettare il combattimento tra lo spirito e l’uomo della carne.
        Se avere sempre l’orecchio aperto ai suggerimenti dello Spirito, se chiedere sempre a Dio che ci aiuti a far chiarezza o tirar dritti come se nulla fosse…

        Va bene sperare in qualche bella lavata di capo o anche un sonoro ceffone, ma bisogna anche crescere e non possiamo stare sempre nell’età del bimbo che ha bisogno di una “bacchettata sulle dita” quando dopo e una e due e tre, non le toglie dalla marmellata (anche perché quella che crediamo marmellata è in realtà veleno).

        1. Giusi

          A proposito di preti santi e per la gioia di Alvise (so che apprezza i miei racconti di vita…) ieri sera mi sono cadute le braccia (perlomeno i monconi che mi sono rimasti). Ho chiamato una mia amica che non sentivo da tempo la quale ha un’unica figlia che convive con un divorziato. Un giorno questa mia amica va a messa e vede il “genero” che fa la comunione. Alla fine con molto garbo gli si avvicina e gli dice che non avrebbe potuto farla perché divorziato convivente con sua figlia. Poi sempre con garbo lo dice alla figlia e aggiunge: se non credi a me vai a chiederlo a un sacerdote. Questa segue il consiglio ed esce trionfante dal confessionale al grido: il sacerdote mi ha dato ragione! La mamma, incredula, va dal sacerdote il quale gliene dice un sacco e una sporta: “la lasci stare sua figlia, è una brava ragazza, non fa niente di male! E’ così che si allontanano le persone dalla chiesa”! Sgombriamo il campo da equivoci: la coppia non è ascetica…. Per non farmi mancare niente a pranzo ero con una coppia sposata regolarmente: la moglie mi ha rivelato che, quando era fidanzata andava a confessarsi in un certo santuario piuttosto che in un altro perché nel primo le davano l’assoluzione nonostante dicesse di avere rapporti col futuro marito e di non essere assolutamente pentita, nell’altro no…… La chiesa ridotta a una lotteria……

          1. Alessandro

            Giusi,
            la situazione che descrivi è frutto di molti anni di lassismo pastorale conseguente ad errori dottrinali progressivamente invalsi, a una sommersa estenuazione dell’ortodossia, e in particolare a quella del Magistero giovanpaolino sulla morale e sulla famiglia. Oggi questi errori sono giunti fino a Roma (il capitolo 8 di Amoris laetitia ne è perfetta espressione), e l’estenuazione dell’ortodossia da sommersa si va facendo patente ed esibita, poiché trova palese sostegno nel Papa regnante.

            A questo riguardo ha ben fotografato la situazione Claudio Pierantoni:

            “Analogamente, nel caso dell’eresia attuale, che dal nome del suo esponente principale possiamo chiamare “kasperiana”, abbiamo assistito a una sua lenta preparazione, a partire dalla seconda metà del XX secolo.

            Venuta allo scoperto, è poi condannata nei documenti di Giovanni Paolo II (soprattutto “Veritatis splendor” e “Familiaris consortio”). Ma, da una parte dell’episcopato e della teologia colta questi documenti sono rifiutati in modo più o meno aperto e radicale, e la prassi ortodossa è disattesa in ampie e importanti zone della cattolicità.

            Questo rifiuto è ampiamente tollerato, sia a livello teorico che pratico; e da lì acquista forza, finché, datesi le circostanze favorevoli, politiche ed ecclesiastiche, arriva al potere. Ma, pur arrivato al potere, l’errore non si esprime in modo franco e diretto, bensì attraverso non del tutto chiare attività sinodali (2014-2015); e sbocca poi in un documento apostolico esemplare per la sua tortuosità.

            Però, il fatto stesso di essere arrivato ad affacciarsi in un documento magisteriale suscita uno sdegno morale e una reazione intellettuale assai più forte e dinamica, e obbliga chiunque ne abbia gli strumenti intellettuali a ripensare la dottrina ortodossa, per una sua ancor più profonda e chiara formulazione, per preparare una condanna definitiva non solo dell’errore puntuale in esame, ma anche di tutti gli errori con esso collegati, che vanno ad incidere su tutta la dottrina sacramentale e morale della Chiesa. Permette, inoltre, e non è poco, di mettere alla prova, riconoscere, e anche riunire, coloro che veramente e solidamente aderiscono al deposito della fede.

            Questa è appunto la fase in cui possiamo dire di trovarci noi in questo momento. È appena cominciata e si preannuncia non priva di ostacoli. Non possiamo prevederne la durata, ma dobbiamo avere la certezza della fede, che Dio non permetterebbe questa gravissima crisi se non fosse per un bene superiore delle anime.
            Sarà certo lo Spirito Santo a donarci la soluzione, illuminando questo papa o il suo successore, forse anche attraverso la convocazione di un nuovo concilio ecumenico.
            Ma nel frattempo, ciascuno di noi è chiamato, nell’umiltà e nella preghiera, a dare la sua testimonianza e il suo contributo. E a ciascuno di noi il Signore certamente chiederà conto.”

            http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351421

        2. Beatrice

          @Bariom

          “Va bene sperare in qualche bella lavata di capo o anche un sonoro ceffone, ma bisogna anche crescere e non possiamo stare sempre nell’età del bimbo che ha bisogno di una “bacchettata sulle dita” quando dopo e una e due e tre, non le toglie dalla marmellata (anche perché quella che crediamo marmellata è in realtà veleno).”

          Ora come ora il mio desiderio è quello di seguire Gesù fedelmente a qualsiasi costo, quindi vedo bene di stare alla larga dagli uomini sposati, impegnati, divorziati, etc. Tuttavia non è che una volta convertiti, basta, è finita, si è a posto per tutta la vita, tu sai bene come rimanere in grazia di Dio sia una lotta continua che dura fino al giorno della morte, una battaglia incessante contro le varie tentazioni che ci vengono via via proposte da chi ci vuole cogliere in fallo. Peccherei di superbia se dicessi “io sicuramente non diventerò mai un’adultera per rimanere fedele a Gesù”, quindi mi limito a dire che questo è quello che desidero fare ora e che spero continuerò a fare fino alla fine dei miei giorni. Ammetto che adesso mi viene facile pontificare sui divorziati risposati, perché non ho mai vissuto sulla mia pelle la loro situazione, non so cosa voglia dire rinunciare alla gioia di un nuovo amore magari dopo essere stati abbandonati dal legittimo coniuge. Io umanamente capisco perché una donna di mia conoscenza, che a 36 anni non aveva mai vissuto alcuna storia d’amore, si sia messa con un divorziato di cui evidentemente si era innamorata, divorziato che era stato precedentemente abbandonato dalla moglie (quindi, volendo, avevano tutte le attenuanti del mondo). Adesso hanno pure dei figli e sono felici, tuttavia rimangono degli adulteri, non sono persone orribili, non penso minimamente questo, tuttavia hanno infranto l’alleanza con Dio, questo è il punto. E forse se avessero incontrato qualche prete santo ciò non sarebbe successo. Anch’io so cosa vuol dire innamorarsi di qualcuno, so quanto sia bello sentirsi amati e poter amare a propria volta, quindi comprendo l’umana debolezza dei divorziati risposati, chi leggendo la Divina Commedia non prova simpatia per Paolo e Francesca? Eppure ha fatto bene Dante a metterli all’inferno, perché è di questo che abbiamo bisogno, il problema non è delle pecore che rimangono nell’età del bimbo, ma dei pastori che abdicano al loro ruolo di maestri, della Chiesa che fa da mater e non da magistra. Oggi stiamo rivivendo quanto descritto in Mt 6,34: “vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.” Oggi come oggi ci vorrebbe esattamente qualcuno che come Cristo avesse veramente a cuore la salvezza degli uomini, abbiamo bisogno di pastori che si prendano cura delle pecore anche a costo di essere odiati dalle pecore stesse e dal mondo, in una parola abbiamo bisogno di sacerdoti santi che pur di annunciare la Verità non temano di poter venire pubblicamente crocifissi. È vero che se tu segui un cieco e vai a finire in un burrone è anche colpa tua, però chi guida ha sempre una responsabilità maggiore rispetto a chi segue. E di pastori ciechi sinceramente in giro oggi ne vedo proprio tanti, quindi è anche materialmente difficile trovarla, una guida sicura, ora come ora.

      5. Luigi

        “Non importa quanti saranno i traguardi che riusciremo materialmente a raggiungere in questa vita, dalla realizzazione in amore al successo professionale, dall’ingente quantità di soldi all’elevato numero di amicizie, continueremo imperterriti a sentire una mancanza inspiegabile, un bisogno di non si sa bene cosa”

        È per questo che, fra tutti i sentimenti che scuotono l’animo degli esseri umani, la nostalgia è il più “umano” fra tutti.
        Questa struggente sensazione di dolore per un ritorno agognato, infatti, non è altro che l’eco del desiderio per il solo e definitivo ritorno, quello alla casa del Padre.
        La nostalgia che su questa terra riserviamo alla patria lontana, ai famigliari deceduti, alla persona amata, ai compagni caduti, ai giochi dell’infanzia… sempre rimanda all’attesa del fine ultimo di ogni uomo, il ricongiungersi con il proprio Creatore.

        Per questo la nostalgia è così profondamente cristiana.
        Per questo, lungi dall’essere basata sul nulla, essa non può che innestarsi sulla realtà.
        Non si ha nostalgia di patrie immaginarie (si mettano il cuore in pace i cosmopoliti di ogni colore), di amori non vissuti, di famigliari rimasti sconosciuti.
        Tanto meno si può provare nostalgia per “orge e ubriachezze, lussurie e impurità, litigi e gelosie”, come da lettura odierna.

        Questa ferita, questo bisogno insopprimibile del “nostos” – quello Unico come i tanti molteplici che a esso rimandano – serve cioè anche a orientarci nelle scelte minute del quotidiano; che sono poi quelle che fanno una vita.
        Tale rimando continuo fra terreno e ultraterreno lo colse con profondità Karen Blixen in uno dei suoi “Racconti” (mai che ricordi quale!), ove scrisse:

        “Perché Dio non crea un desiderio o una speranza senza aver pronta una realtà che la esaudisca.
        Il nostro desiderio è la nostra certezza e beati siano i nostalgici, perché torneranno a casa”

        Per questo, come recita un antico canto di soldati, “se ci restasse di vita un sol minuto / noi lo vivremmo come un’eternità”.
        Perchè a quella siamo chiamati…

        Ciao.
        Luigi

  8. Fabrizio Giudici

    Penso che dopo quattro anni è veramente ingenuo accusare solo la stampa libera e sciacalla. Dico “solo”, perché siamo tutti d’accordo che quasi tutta la stampa è sciacalla. Ma, evidentemente, dobbiamo metterci dentro Avvenire e Osservatore Romano. Ma come è possibile che siano sciacalli pure loro? Ci “sciacalliamo” da soli?

    Ora, vedo che mons. Paglia, Galantino e Tarquinio hanno dato qualche mezza risposta, ma messa in secondo piano. Perché Avvenire invece non fa un titolo in prima? Ad una notizia falsa messa in prima si risponde con una notizia vera messa in prima. Siccome non sono dilettanti usciti dal liceo, ma professionisti che lavorano nel settore da tempo, l’unica spiegazione che mi viene in mente è che lo fanno apposta: perché chi vuole auto-tranquillizarsi si tranquillizzi, ma nel frattempo favoriscono la diffusione della notizia falsa. A mons. Paglia, d’altronde, si dovrebbe chiedere come mai, casualmente, ha fatto mettere mano allo statuto dell’istituto che improvvidamente ora dirige con passaggi e omissioni molto preoccupanti. Con questo modo di fare ci hanno fatto trangugiare la legge Cirinnà e – come ormai ampiamente documentato da LNBQ – tutta una serie di iniziative pro-gender sponsorizzate dalla CEI. Così come ora l’effetto pratico sarà di caricare ulteriormente la croce già pesante che gli eroici medici ed infermieri obiettori stanno portando. Evidentemente, secondo la Santa Sede, ci sono periferie che non contano un cazzo.

    In realtà, questo è totalmente coerente con lo spirito dell’Amoris Laetitia, la cui voluta ambiguità non è evidentemente legata solo alla questione dei divorziati risposati. Sono passati quasi quattro anni e questo modo di fare ambiguo è chiaramente una costante, ormai totalmente rivendicata: anzi, proprio da un articolo dei giorni scorsi de LNBQ apprendo che già Kasper sosteneva l’importanza di questa linea ambigua, il che ormai fa capire che niente è per caso.

    Pensavo anche a questa cosa: ma di concreto, nella lettera del Papa sull’aborto cosa c’è di nuovo? Letteralmente zero, anche dal punto di vista operativo: perché è stato detto esplicitamente che sarà necessaria una modifica al Diritto Canonico. Quindi ci vorrà un Motu Proprio o roba del genere. Insomma, è un sintomo di “annuncite”: come i primi ministri, da Berlusconi in poi, hanno imparato la tattica di inaugurare un’opera pubblica tipo un’autostrada, che verrà regolarmente chiusa poche ore dopo l’inaugurazione perché non è affatto concreta. Dunque, la gente pensa che quell’autostrada sia percorribile, ma non lo è; inoltre, non si sa, quando poi un tratto verrà veramente aperto al traffico, fino a quale casello ci porterà. Su cosa stiamo discutendo, dunque? Cosa ci sarà nella modifica del Diritto Canonico? La stessa cosa che è stata annunciata, oppure una diversa? E se uno strombazza un grande cambiamento ai quattro venti, e in realtà di concreto non c’è ancora niente, non è proprio un’invitare i giornalisti a speculare sul nulla, come se già questo non fosse il loro sport preferito?

    È appena stato pubblicato un interessante discorso di mons. Livi. È un po’ lungo, ma molto chiaro nel dipingere lo stato che stiamo vivendo e come ci siamo arrivati.

    http://coordinamentotoscano.blogspot.it/2016/11/normal-0-14-false-false-false-it-x-none.html

    (sì, la URL è uscita fuori male, ma quella è).

    Di particolarmente pertinente a quello che stiamo discutendo in questo post, questo passaggio:

    Quando il Papa (che sciaguratamente dice, ogni tanto, cose che non stanno né in cielo, perché non sono verità teologiche, né in terra, perché non sono nemmeno di buon senso) dice a proposito dei divorziati risposati: “Loro sono membra vive della Chiesa”, dice una follia. Lo dice perché in quel momento lui in testa ha in mente l’idea di Chiesa come comunità, come un gruppo, come una società meramente umana; cioè, detto in termini teologici, ha in mente una visione sociologica della Chiesa, una visione che non è sbagliata in sé ma è assolutamente parziale: talmente parziale che perde di vista l’unum necessarium che è l’unione personale di ciascun cristiano con Cristo fino al giorno della morte e della salvezza Questo è l’unum necessarium della Chiesa. Se uno è in stato di peccato mortale e non si vuole convertire, è inutile che il Papa gli dica: tu sei membro della Chiesa: quello finisce dritto all’inferno. E a che serve che il Papa lo consoli? E che consolazione è mai? È come se a un malato oncologico terminale il dottor gli dicesse: “Non parliamo di quanto tempo ti rimane da vivere, sono sciocchezze … parliamo della Juventus che può vincere ancora lo scudetto…”. Ecco siamo su questo piano. Faccio qualche battuta di spirito per fare quel che Blaise Pascal chiamava «le divertissement». Pascal, che fu un grande filosofo cristiano, diceva che l’uomo è così sicuro di essere destinato alla morte e talmente sicuro, come cristiano, di essere destinato alla vita eterna, che sa di mettere in gioco la vita col suo peccato, e quindi sa che si deve convertire. Ma se non vuole convertirsi, allora vive nell’angoscia, e per sfuggire all’angoscia si distrae con cose contingenti. Fa come Marta quando ha accanto Maria «che fa la parte migliore che non le sarà tolta». Non fa cose sbagliate o false, ma fa cose inutili ai fini della vita eterna.

    Da non perdersi anche un episodio di censura e dileggio subìto da mons. Livi ad opera di Tarquinio, tanto per capire il tipo.

    1. ola

      Mons. Livi mi sembra il classico tipo di persona che, non facendo altro che ripetere la verita’ ( in questo caso la Verita’ ) e cose di buon senso, riesce per questo motivo a rendersi inviso a destra e a sinistra.

      1. Giusi

        Piero Mainardi
        Il problema di Vito Mancuso non è solo quello di essere un eretico, prodotto di una Chiesa che mette in cattedra docenti da cui si ottengono questi bei risultati, il problema maggiore di Mancuso è di essere un bugiardo.
        Osservate poi bene le espressioni del volto che sono tipiche del farisaismo progressista: parlare calmo ma con slancio pseudoprofetico di colui che “vedeva lontano” e oggi si sente confermato dal corso degli eventi delle pseudoprofezie (eresie) proferite; ascoltatelo e osservate lo sguardo e il sorriso di prassi, tutto costruito perché sono tutti uguali e sembrano usciti da uno stampo comune: non è mitezza, ma arroganza con cui circuiscono gli sprovveduti e bastonano gli avversari che disprezzano dal più profondo del cuore.
        Ovviamente oltre che eretici, bugiardi e vendicativi i veri farisei sono proprio i tipi come lui e chi lo segue.

        1. Un fariseo progressista = un sadduceo

          Erano infatti i sadducei quegli intellettuali ebraici che, affascinati dalla cultura pagana, cominciavano a pensare da pagani, e ritenevano molte tradizioni ebraiche (come l’idea della resurrezione della carne o gli angeli) delle favole ormai superate.

          Lo dico o perché questa categoria antropologica non viene molto usata nelle discussioni ma avrebbe senso recuperarla.

          1. Beatrice

            @Zimisce

            Spesso ci si dimentica anche che erano due sadducei i sommi sacerdoti a capo del sinedrio che condannò a morte Gesù, parlo ovviamente di Anna e Caifa.
            Per questo trovo tendenziosa e menzognera la ricostruzione di Mancuso secondo cui sarebbero stati sempre e solo i conservatori i “cattivi” nella Chiesa: già all’epoca di Gesù a condannarlo a morte furono sia i farisei (i “conservatori”) che i sadducei (i “progressisti”). Bisognerebbe inoltre ricordare al caro Vito che Ario, Valdo, Lutero, Calvino, etc. erano dei “riformatori” non certo dei “conservatori”, il problema è che la volevano riformare male la Chiesa, cioè facendola allontanare dalla Verità, perché Mancuso per ovvie ragioni finge di non sapere che il pericolo più grande per la Chiesa sono sempre state le eresie: persa la Verità, addio salvezza delle anime.

    2. Beatrice

      @Fabrizio

      Molto interessante quello che dice mons. Livi, che già conoscevo e apprezzavo anche prima di leggere quest’ultimo discorso. Ci tenevo a evidenziare in particolare alcune parti della lunga dissertazione. Una è quella in cui Livi parla della stampa, anche cattolica: da ciò che dice si capisce perché essa travisi sempre le parole del Papa, dando una serie di messaggi che riguardo ai principi non negoziabili sono gli stessi sia sui giornali di destra che di sinistra, vedere i titoli sull’ultima apertura in materia di aborto per crederci! Lascio parlare Livi:

      «Noi dobbiamo vedere con lucidità – anche con l’aiuto di chi dice cose teologicamente vere e certe come quelle che vi sto dicendo – che nella Chiesa c’è una grande crisi pastorale, ossia una condotta non sempre illuminata dei Pastori, e anche una influenza tremenda dei mass media che, anche quando sono etichettati come cattolici, sono in larga misura di proprietà finanziaria e ideologica della Massoneria: ed è così in tutto il mondo. Direte: ma sul Sole 24 ore scrive domenicalmente un cardinale, Gianfranco Ravasi. Sì, un cardinale massone, lo ha detto lui stesso scrivendo un mese fa su La Stampa chiedendo perdono ai suoi “fratelli massoni” perché a volte nella Chiesa sono trattati male, ma adesso ci penserà lui a fare un bel dialogo ad abbattere le barriere … Ovviamente il giornale massonico degli Agnelli esultava per questa “apertura”. Apertura, apertura, apertura … prima ai comunisti, poi agli islamici, poi agli induisti, quindi ai gay, ora a Lutero per il 2017… Tutte aperture che sono, se uno non è sciocco capisce che sono operazioni politiche create dalla paura di essere spazzati fuori.»

      Qui Livi spiega come il malcontento nella Chiesa sia molto più diffuso di quanto non appaia dall’esterno, se molti preti non parlano è perché temono di subire dure ripercussioni da parte dei vertici ecclesiali, che hanno già dimostrato diverse volte di essere misericordiosi a parole ma non nei fatti:

      «Parlo molto coi cardinali di Curia che la pensano come me ma poi non riescono a fiatare. Ma di che hanno paura? Mi dicono: «Ha visto che è successo al cardinale Burke?». Sì, lo so, ma voi siete ormai emeriti, come lo sono io, quel che hanno potuto fare contro di me ormai lo hanno fatto. Di che avere paura? Io rispetto l’autorità, ma se una pastorale è sbagliata ho tutto il dovere (oltre che il diritto) di dire che si tratta di una pastorale sbagliata.»

      L’ultimo brano che volevo riportare è quello in cui Livi spiega alla perfezione lo stile magisteriale dell’attuale Papa:

      «Una dottrina sbagliata, invece, è impossibile. La Chiesa ha una sola cosa garantita da Gesù Cristo: l’infallibilità nell’insegnare formalmente la verità rivelata. Con un carisma particolare per cui è impossibile che il papa da solo o assieme al collegio episcopale e cardinalizio pronunci una affermazione apodittica che sia eretica: o perché Dio impedisce di parlare al Papa o perché al momento di firmare un documento gli prende un colpo e muore, oppure si converte. Oppure può succedere quello che sta succedendo oggi, e cioè che riguardo al dogma della fede il Papa non si decida mai a dire una parola chiara. Cosa penosissima e terribile, lo dico col pianto nell’anima: il Papa ha deciso, da tre anni in qua, di non dire mai una parola chiara riguardo al dogma della fede. Papa Francesco insinua dei dubbi, quello che sarebbe più grave lo fa dire agli altri, oppure lo fa capire ma non lo dice. Il suo stile magisteriale è fatto di frasi a effetto, contraddittorie e ambigue, che non appartengono alla maniera tradizionale con cui Il Magistero espone ai fedeli la dottrina. Perché il dogma è fatto di poche parole chiare, che formano asserzioni inconfutabili, mentre invece come ho scritto più volte a proposito dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, il Papa ha voluto essere volutamente ambiguo. Perché? Perché da una parte vorrebbe dire cose sostanzialmente eretiche, e dall’altra sa che non le può dire. Per esempio, tutti hanno letto e riletto il discorso su «Se un gay è di buona volontà e cerca Dio, chi sono io per giudicarlo?». Una frase che può significare tutto ma in realtà non significa niente: che significa “giudicare”? Gesù ci ha proibito di giudicare. Cioè non possiamo giudicare la coscienza degli uomini, perché non la possiamo conoscere. Però allo stesso tempo Cristo dà alla Chiesa il potere di giudicare sui fatti esteriori, per dire se sono parole o azioni conformi alla morale o alla dottrina della Chiesa. Queste vanno effettivamente giudicate. Il Catechismo della Chiesa cattolica, prima che il Papa dicesse tutte queste cose vaghe, ha detto esattamente tutto ciò che andava detto sulla questione degli omosessuali. Non si sa se l’omosessualità sia volontaria e involontaria, e poi bisogna distinguere tra una tendenza e certi atti esteriori (visto che, agli occhi di Dio, una cosa è la tendenza un’altra i comportamenti) … ma chi compie volontariamente atti omosessuali è reo di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Basta, punto. Se aggiungi altre cose, sei già nell’ambiguità, e hai rovinato la pastorale. «Se un gay ha buona volontà e cerca Dio», la Chiesa che deve fare? Aiutiamolo a convertirsi, a lottare contro le tentazioni come chiunque abbia insane passioni: cercando Dio, facendosi aiutare dalla direzione spirituale e dai sacramenti a correggersi, a frenarsi, a inibire la propria libidine. Questa è la cosa normale in un contesto cristiano di verità dogmatica, morale e ascetica.»

  9. M. Cristina

    @61angeloextralarge

    Sembra anche a me che quello che dici tu sia tutto ciò che c’è da dire…anche ai tempi di Gesù fraintendevano le sue parole, le riportavano sbagliate ecc…”Chi ha orecchi per intendere, intenda”.

    1. 61angeloextralarge

      M. Cristina: arrivare a manipolare le parole degli altri è quanto di più subdolo e infido possiamo fare.

    2. Beatrice

      @ M. Cristina

      A me sembra che Gesù lo capissero eccome quando parlava, per questo l’hanno crocifisso, perché ascoltare la verità dà fastidio a chi vive nell’ipocrisia e nella menzogna.

    1. Giusi

      Non c’è bisogno Alvise. Questo video l’ho trovato sulla pagina di un mio caro amico. Anche il commento è il suo.

  10. 61angeloextralarge

    Rileggendo “Misericordia et misera” m’è venuta voglia di lasciarvi anche questo, dal paragrafo 2:
    “Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla Misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla Misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona”.
    Che bello essere figli di un dio misericordioso… non di un idolo ma di Dio! Lui è libero e mi rende libero.

  11. Fabrizio Giudici

    Socci oggi ha riportato questo pensiero di GPII:

    «Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora vive nel Signore. Aiutate dal consiglio e dalla vicinanza di persone amiche e competenti, potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita. Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con l’accoglienza e l’attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo».
    (Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae, n. 99)

    A questo punto, mi vengono in mente alcune considerazioni ed una domanda:

    1. Voler annunciare un cambiamento che non c’è, come se la misericordia per le donne che hanno abortito sia stata inventata solo l’altro ieri, è una grave calunnia nei confronti dei papi precedenti e in generale contro tutta la Chiesa.

    2. Notate come il passaggio di GPII sia, pur nella sintesi, molto completo: c’è il pentimento, c’è la misericordia, c’è la gravità dell’atto, c’è la sofferenza, c’è anche il senso di quella sofferenza e l’invito ad agire per correggere gli errori anche degli altri. Alcune di queste cose, invece, nel messaggio di Francesco semplicemente non ci sono.

    3. Come mai nessun giornale si è mai sognato di scrivere le falsità che hanno scritto in questi giorni quando GPII scrisse quel documento? E in generale, quando scrisse anche altre cose. Io mi ricordo un eccezionale titolo del TG “Benedetto XVI apre ai divorziati risposati” quando parlò in un discorso pubblico della necessità di valutare la questione, ma si trattava di un caso più unico che raro.

  12. Fabrizio Giudici


    I vescovi polacchi: “Con Giovanni Paolo II non c’era bisogno di interpretare il magistero di Pietro”
    Il presidente del Consiglio per la famiglia della locale conferenza episcopale appoggia la lettera su Amoris laetitia inviata al Papa: “Domande legittime”

    […] Mons. Jan Watroba, presidente del Consiglio per la famiglia della Conferenza episcopale polacca, infatti, ha definito “non riprovevole” la pubblicazione della missiva di Caffarra, Burke, Brandmüller e Meisner. Anzi, si è trattato “dell’espressione di una preoccupazione per la corretta comprensione della dottrina di Pietro”. Io, altri vescovi e parroci siamo sopraffatti da queste o simili domande”, ha aggiunto il presule, a giudizio del quale “è un peccato che non ci sia nessuna interpretazione generale” del documento e che passi un messaggio “non chiaro”, al punto che bisogna “aggiungere interpretazioni”. “Io, personalmente – ha chiosato Watroba – forse per abitudine ma anche con profonda convinzione, preferisco un’interpretazione tale (come era solito fare Giovanni Paolo II) dove non c’era bisogno di commenti o interpretazioni del magistero di Pietro”.

    http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/11/24/news/papa-vescovi-polonia-amoris-laetitia-giovanni-paolo-ii-107457/

  13. Fabrizio Giudici

    Due commenti; uno di Padre Scalese:

    http://querculanus.blogspot.it/2016/11/dalla-sapienza-allideologia.html

    Ma, a parte questo aspetto formale, ciò che lascia un tantino perplessi è l’opportunità della nuova disciplina. Va detto che Papa Francesco è stato assolutamente chiaro e deciso nel riaffermare la gravità del peccato di aborto: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente» (Misericordia et misera, n. 12). Ma, almeno a stare a quanto hanno riportato i giornali (basta dare un’occhiata alla foto con cui si apre questo post), non sembra che il messaggio sia giunto a destinazione: si direbbe che la decisione del Papa abbia piuttosto portato a una banalizzazione dell’aborto. Come al solito, i giornalisti si sono dimostrati alquanto superficiali; ma se loro hanno capito in questo modo, che cosa capirà la gente comune, che da loro dipende per essere informata? Credo che, a questo proposito, sia quanto mai opportuna una riflessione.

    Quando si vuol comunicare un messaggio, il piú delle volte le parole, per quanto chiare esse possano essere, non bastano; occorre che siano accompagnate da “segni” (che possono essere gesti, esempi, divieti, punizioni, ecc.). Questo è particolarmente evidente in campo pedagogico: una educazione che si limiti alle “prediche” difficilmente riesce a produrre risultati efficaci. I genitori, se vogliono che i loro figli non imparino a dire le parolacce, devono innanzi tutto dare loro l’esempio, non dicendole; e poi, alla prima parolaccia che sentono, devono immediatamente mollare un bel ceffone, se davvero vogliono che i loro figli capiscano una volta per tutte che le parolacce non vanno dette. La Chiesa, che è una grande pedagoga, ha sempre usato questo metodo educativo; fa specie che, proprio ora che tanto si parla di “conversione pastorale”, ci si dimentichi di certe ovvietà.

    E uno di Marisa Orecchia, Vice-presidente Comitato Verità e Vita:

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dove-il-mio-bambino-alle-donne-dellabortonon-servono-sconti-sulla-verita-ma-un-incontro-18148.htm

    Un percorso lungo, quello per guarire dall’aborto, nel quale non si possono fare sconti. Neppure in confessionale. La lunga esperienza di colloqui con donne che hanno abortito racconta di donne che, all’oscuro della scomunica latae sententiae che le aveva colpite e della necessità di confessarsi da un sacerdote “speciale”, vescovo, penitenziere, membro di un ordine predicatore – e chi mai dà queste informazioni, chi mai parla di aborto dai pulpiti delle chiese? – hanno confessato l’aborto nella confessione abituale e ne sono state frettolosamente assolte. Per ignoranza del prete? Per un malinteso senso di misericordia? Anche lì, in confessionale, “va’ e non pensarci più”.

    Ma non di questo la donna che ha ucciso il suo bambino ha bisogno. Infinite volte lo abbiamo sentito ripetere a SOS Vita. “Mi sono confessata, anche più di una volta, ma non mi sento perdonata”. Per sentirsi accolta e perdonata dal Padre e dal suo stesso bambino e per perdonarsi davvero, non basta un’assoluzione frettolosa e banale. Occorre scendere nell’abisso, vedere bene in faccia ciò che si è commesso. Poi la Misericordia ti farà risalire e sarai guarita davvero.

    Questo è anche il senso della scomunica che S. Giovanni Paolo II, nella sua grande sapienza e nella sua tenerezza per le donne ha voluto conservare, ribadendola nell’Evangelium vitae, enciclica che non colpevolizza di certo le donne ma che scrive parole bellissime di consolazione e speranza anche per quelle che hanno abortito.

    È in questa prospettiva che andrebbe letta anche la disposizione di papa Francesco. Purtroppo, come appare chiaro dalle prime reazioni, c’è un’alta probabilità che la facoltà di assoluzione concessa a qualsiasi sacerdote sia percepita e vissuta come misericordia a buon mercato. Ma non è di questo che la donna che ha abortito ha bisogno.

  14. Alessandro

    Consiglio di leggere cosa ha detto il Papa ai gesuiti recentemente

    http://www.laciviltacattolica.it/articoli_download/extra/DIALOGOPAPA_ITA.pdf

    perché fa capire bene da quale impostazione sbagliata della teologia morale discendono gli errori di Amoris laetitia.

    “Notiamo – ha detto il Papa – una cosa: san Tommaso e san Bonaventura affermano che il principio generale vale per tutti, ma — lo dicono esplicitamente —, nella misura in cui si scende nei particolari, la questione si diversifica e assume sfumature senza che il principio debba cambiare. Questo metodo scolastico ha la sua validità. È il metodo morale che ha usato il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ed è il metodo che si è utilizzato nell’ultima esortazione apostolica, Amoris laetitia, dopo il discernimento fatto da tutta la Chiesa attraverso i due Sinodi.
    La morale usata in Amoris laetitia è tomista, ma quella del grande san Tommaso.”

    Ma è vero che la morale usata in Amoris laetitia è quella del grande Tommaso?

    No (purtroppo no). E’ una morale che cita a sproposito il grande Tommaso e lo fraintende:

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-valorizzare-ladulterio-citando-male-san-tommaso-15828.htm

    “Prendiamo il § 304 [di Amoris laetitia]: «È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano». Quindi il Papa prega di rileggere una considerazione di San Tommaso (Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4.), che richiama indirettamente l’epicheia, poi ripresa dal Papa in questi termini: «È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione».

    Ma cos’è la tanto invocata epicheia? Essa è una virtù che permette di vivere secondo il bene indicato e protetto dalla legge, laddove questa risulti difettosa a motivo della sua universalità. La legge è infatti per definizione universale: essa punta al bene comune, senza poter tener presente tutta la casistica immaginabile. Possono perciò presentarsi situazioni non previste dal legislatore, nelle quali, per mantenersi fedeli alla mens della legge (che è il bene), sia necessario agire contrariamente alla sua lettera.

    San Tommaso stesso fa un esempio semplice, ma molto chiaro: «La legge stabilisce che la roba lasciata in deposito venga restituita, poiché ciò è giusto nella maggior parte dei casi; capita però talvolta che sia nocivo: p. es., se chi richiede la spada è un pazzo furioso fuori di sé, oppure se uno la richiede per combattere contro la patria» (Summa Theologiae, II-II, q. 120, a. 1). È chiaro: per conseguire il bene comune promosso dalla legge, in questo caso si deve necessariamente contravvenire alla sua applicazione letterale. San Tommaso esplicita: «se nasce un caso in cui l’osservanza della legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata» (Summa Theologiae, I-II, q. 96, a. 6).

    Da quanto detto, seppur necessariamente in breve, risulta chiaro che l’epicheia:

    1. non è un’eccezione alla legge, né la tolleranza di un male, né un compromesso: essa è invece principio di una scelta oggettivamente buona ed è la perfezione della giustizia;

    2. è una virtù che entra in gioco solo quando l’applicazione della lettera della legge fosse nociva al bene oggettivo e non quando l’osservanza della legge risultasse in alcuni casi difficoltosa o esigente;

    3. riguarda solo il caso concreto, che, a motivo dell’universalità della legge, non è stato possibile prevedere nella norma e non può perciò derogare ad altri casi particolari già previsti dal legislatore.

    4. ultimo e più importante: vi sono norme morali – chiamate assoluti morali – che per la loro propria natura non ammettono eccezioni di sorta; si tratta cioè di norme la cui trasgressione letterale non può mai raggiungere il fine della legge stessa, cioè il bene, e per questo motivo non può mai essere ammessa. In questi casi il principio di epicheia non avrebbe senso, perché nella trasgressione della lettera della legge verrebbe inscindibilmente trasgredito anche il bene morale. Si tratta di quegli atti che la tradizione morale della Chiesa definisce intrinsece malum: «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti “irrimediabilmente” cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: “Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?”» (Veritatis Splendor, § 81).

    È piuttosto singolare che nel testo dell’Esortazione si richiami solo questo articolo di San Tommaso, omettendo altri passi in cui l’Aquinate spiega bene l’esistenza degli assoluti morali e dell’impossibilità, in questo ambito, di ricorrere al principio di epicheia.
    Nel Commento alla Lettera ai Romani (c. 13, l. 2), per esempio, Tommaso si chiede per quale motivo San Paolo, in Rm. 13, 9, riporti solo i precetti negativi della seconda tavola della legge mosaica, quella relativa ai precetti verso il prossimo, omettendo però il comandamento “onora il padre e la madre”, e risponde: «Perché i precetti negativi sono più universali quanto alle situazioni… perché i precetti negativi obbligano semper ad semper (sempre e in ogni circostanza). In nessuna circostanza infatti si deve rubare o commettere adulterio. I precetti affermativi invece obbligano semper, ma non ad semper, ma a seconda del luogo e della circostanza».
    Nella stessa Summa Theologiae, poco oltre l’articolo citato nell’Esortazione, Tommaso spiega perché riguardo agli assoluti morali non si può ricorrere all’epicheia: «La dispensa di una legge è doverosa quando capita un caso particolare in cui l’osservanza letterale verrebbe a contrastare con l’intenzione del legislatore. Ora, l’intenzione di qualsiasi legislatore è ordinata in primo luogo e principalmente al bene comune, e in secondo luogo al buon ordine della giustizia e dell’onestà, nel quale va conservato o perseguito il bene comune. Se quindi si danno dei precetti che implicano la conservazione stessa del bene comune, oppure l’ordine stesso della giustizia e dell’onestà, tali precetti contengono l’intenzione stessa del legislatore: quindi non ammettono dispensa» (Summa Theologiae, I-II, q. 100, a. 8).”

  15. Beatrice

    Off topic

    Oggi sono andata a una celebrazione speciale fatta in occasione dell’anniversario dell’apparizione mariana a Rue du Bac, quella della Medaglia Miracolosa. È stato tutto bellissimo, abbiamo detto il rosario con le litanie finali cantate in latino dal coro accompagnato dall’organo, poi abbiamo recitato in ginocchio la supplica alla Madonna della Medaglia Miracolosa e alla fine ci è stato consegnato un esemplare ciascuno della Medaglia acquistata dai frati proprio a Parigi, a Rue du Bac. Il prete che celebrava ha fatto un discorso bellissimo, ma a un certo punto ha detto qualcosa che mi ha allarmato, ha detto che la massoneria ha messo in circolazione esemplari contraffatti della Medaglia Miracolosa, con incisi sul retro alcuni simboli satanici. Io l’esistenza della Medaglia la scoprii nel 2011, da allora la porto ininterrottamente al collo ed effettivamente ho ricevuto molte grazie nella mia vita per intercessione della Madonna. Con mio grande sollievo scoprii che l’esemplare che porto al collo è conforme all’originale, ma, e adesso viene la parte terrificante, tutte le versioni che regalai qualche anno fa ai miei familiari credenti (mio padre, mia madre e mia sorella maggiore) erano proprio come la medaglia contraffatta rappresentata su internet nelle foto. Tutto questo per dire: verificate le Medaglie Miracolose che avete in casa, se ne avete, perché potrebbero essere le versioni massoniche (chi lo andava a immaginare una cosa del genere! Quando un po’ di anni fa comprai le medaglie in gioielleria manco sapevo dell’esistenza della massoneria!).

    1. Bri

      @beatrice
      Non che me ne intenda molto, ma se son state benedette non penso possano da un lato “far male” dall’altro essere gettate via così.

      1. Però Giusi dimmi tu che un poco te ne intendi…

        Non dobbiamo sempre (buona cosa) far benedire gli oggetti sacri o di devozione che utilizziamo o indossiamo?

        Se non parliamo di oggetti che hanno subito particolari riti “negativi”, forse la benedizione di una sacerdote non è più forte di qualunque segno, scritto o inciso di dubbia provenienza (ammesso che ce ne ritroviamo uno per le mani)?

        Altrimenti qui cadiamo nell’allarmismo superstizioso (anche un po’ ridicolo)…

        1. Giusi

          Non so Bariom. Io ne avevo di Rosari massonici e da me c’è un sacerdote che li brucia dopo averli benedetti. Nel dubbio glieli ho portati. Sono quelli di plastica con il serpente dietro al Crocifisso e i pentagoni alle punte. Sono stati diffusi a tappeto.

          1. Beh, se ho di certo a che fare con un oggetto “massonico”, non è che me lo tengo (benedizione o meno)…

            Ciò che volevo dire è che non bisogna avere paura dei simboli di per sé…
            Se siamo in Cristo, assidui nella preghiera e nei Sacramenti, devoti a Maria, sono altre le cose di cui aver timore 😉

  16. Alessandro

    Qui un intervento di padre Amorth (non espressamente dedicato a medaglie e rosari massonici)

    In sintesi: se si ha la ragionevole certezza che l’oggetto non sia maleficiato, allora dovrebbe bastare una benedizione.
    Tuttavia, dice padre Amorth, “la cosa migliore da fare, in caso di grave dubbio, è di liberarsi dell’oggetto, provvedendo magari a farlo bruciare, se possibile sotto esorcismo.”

    http://www.lalucedimaria.it/padre-amorth-attenti-agli-oggetti-maleficiati/

    1. Beatrice

      @Bri
      Le medaglie contraffatte non sono state gettate via. I miei genitori le vogliono vendere perché sono d’oro, io però voglio chiedere a un prete di fiducia cosa fare, per sicurezza.

      @Ola
      Ti do dei link che presentano immagini delle medaglie contraffatte:
      https://medagliamiracolosa.wordpress.com/2016/05/17/differenze-tra-medaglia-miracolosa-vera-e-falsa/
      https://sites.google.com/site/testimonianzedifede/esoterismo-e-false-devozioni/falsi-oggetti-religiosi/medaglia-miracolosa

      @Bariom
      Quando una volta partecipai con la mia famiglia alla Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria ci dissero che tutti gli oggetti religiosi che indossavamo erano stati benedetti. Inoltre ogni anno, sotto Natale, viene fatta la benedizione alla casa in cui viviamo e agli oggetti che contiene.
      Ho raccontato la mia storia non per fare allarmismo, ma perché ho pensato che altre persone come me in buona fede potessero essere state ingannate. Evidentemente c’è una ragione se la massoneria si è presa la briga di diffondere queste medaglie false, secondo me vuol dire sia che la medaglia originale ispirata dalla Madonna è molto potente e temuta dal solito noto (ovviamente non perché sia magica in sé la medaglia, è Dio che attraverso di essa agisce sulla persona che la porta con fede), sia che la forma, i riti non sono un optional, ma sono strettamente legati al contenuto che veicolano. Quindi ora che so che quelle medaglie contengono simboli satanici, indipendentemente dal fatto che siano state benedette o meno, io non le indosso e non le faccio indossare ai miei cari.

      @Giusi
      Grazie, controllerò anche i rosari che ho in casa.

      @Alessandro
      Grazie per i consigli di padre Amorth.

          1. Può essere, mai io so per certo per questioni personali e per bocca di un esorcista che, come sopra: “Se siamo in Cristo, assidui nella preghiera e nei Sacramenti, devoti a Maria, sono altre le cose di cui aver timore…”

            Un oggetto maleficiato non può cagionarci alcun male se siamo “corazzati” dall’ “Armatura della Fede”!

            Poi ripeto e qui chiudo, se sono “oggetti dubbi” o certamente “maleficiati” , lungi da noi…

            1. ola

              @Bariom e’interessante quello che scrivi, mi ero ripromesso di guardare una catechesi di don Leonardo Pompei appunto su questo argomento ma non ci sono ancora arrivato. Se ci riesco nei prossimi giorni dopo posto un aggiornamento.

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