Quel futuro che non ci aspetta

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di Costanza Miriano

Credo che dispiaccia un po’ a tutti noi che il compleanno di Saviano venga rovinato dal fertility day, il quale purtroppo cade nello stesso giorno dell’augusto genetliaco. Ci dispiace ma sono certa che finiremo per farcene una ragione, perché il motivo per cui è nata questa iniziativa – sicuramente migliorabile quanto a slogan, foto, idee – è sacrosanto: riaffermare una realtà. Le donne hanno un periodo di fertilità limitato a una fetta tutto sommato abbastanza ristretta della loro vita.

Adesso non vorrei ritirar fuori Chesterton con quella vecchia storia delle spade sguainate per dire che le foglie sono verdi, ma certo non si capisce come questo possa suonare offensivo a qualcuno, la realtà a volte è bella, a volte no, ma non rientra nelle categorie dell’offesa. Non è una campagna per dare delle egoiste a donne che liberamente scelgano di non avere figli, non è una campagna per far soffrire quelle che non ne hanno potuti avere (malattie, circostanze di vita), né per dare medaglie a quelle che hanno dato figli alla patria. È una campagna per dare ulteriori informazioni, altrove taciute, a quelle che stanno decidendo della loro vita, e a cui il problema della fertilità non viene mai sollevato in nessuna sede, non prima che sia troppo tardi. Semplicemente è un timido, rispettoso tentativo di contrastare l’onda di piena che va nel senso opposto. Tutte noi nate negli ultimi decenni del ‘900, per non parlare delle più giovani, siamo state esposte a una propaganda tenace e continua, minuziosa. Un’occupazione militare di tutte le sedi in cui si stava formando il nostro immaginario. Un regime mediatico ci ha detto – più o meno sottilmente – che il corpo è nostro e ce lo gestiamo noi. Ora, il corpo è nostro, certo. Ma non ce lo gestiamo certo noi. Lui funziona con delle leggi che noi non controlliamo (noi mamme ci illudiamo di averli fatti noi i figli, in realtà li abbiamo solo ospitati). Non siamo in grado di far diventare bianco un capello (casomai lo possiamo tingere, ma generalmente ci infliggiamo quasi tutte quel biondo over 40).

Invece pensavamo di essere onnipotenti. Finalmente libere. Di studiare, di vivere le nostre relazioni, di lavorare, di costruire la nostra vita professionale perché i figli poi avrebbero magicamente trovato una sistemazione incastrandosi con tutto il resto. Il problema della scarsa fertilità da giovanissime non ci sfiorava. Anzi, siamo, cresciute pensando che il problema sarebbe stato quello opposto, cioè quello di evitarli, i figli.

“Anche tu sei tra quelle che hanno creduto alla favoletta americana di costruire prima il tuo futuro facendo come ti pareva?” – dice il ginecologo alla mia amica accingendosi a prelevare i suoi ovuli, una seduta in cambio di circa tre dei miei stipendi. Me lo racconta un po’ sorridendo di sé, un po’ con la voce strozzata dal dolore. È molto bella, molto abbronzata, infelice. Bravissima nel suo lavoro, ha stretto i denti per studiare al massimo, per diventare un promettente avvocato in un grande studio, si è presa i suoi tempi, ha vissuto le sue storie pensando che fosse troppo presto per porsi il problema. E in un attimo è diventato troppo tardi. È andata dolorosamente a ingrossare le fila delle clienti di una clinica romana. Donne che per decine di migliaia di euro si sottopongono a iperstimolazione ormonale e anestesia totale, per prelevare qualche ovulo. Verranno messi in frigo, solo uno su dieci può diventare un embrione – il suo compagno è d’accordo a provare, ma senza fretta – e se va bene forse la metà degli embrioni riuscirà a impiantarsi. Le speranze che nasca un bambino sono flebili. Un percorso faticoso e costoso, e non solo in termini di soldi. Mi ha chiesto lei di raccontare questa cosa, pensando alle altre, alle più giovani: è un grosso giro di affari – racconta – e fa male alla salute. Ti senti in trappola, quando pensavi di avere il mondo in pugno. Negli Usa sono le aziende a offrire l’egg freezing alle loro dipendenti. O le madri, che non vogliono che le figlie trascurino il lavoro quando è il momento di pigiare sull’acceleratore. La mia amica però non ce l’ha con quel ginecologo un po’ spregiudicato, né coi compagni che non le hanno mai chiesto un figlio. Credo che ce l’abbia un po’ con sé, perché lei questa cosa non l’ha decisa davvero.

È impossibile entrare nelle vite così misteriose e delicate degli altri, veramente impossibile giudicare. Quello che è certo è che siamo a un cambiamento culturale epocale. Questo giornale ha ospitato molte riflessioni sul tema del calo demografico, ed è pressoché l’unico a non stancarsi di parlarne. Su altre pagine, però, la questione viene fuori solo in caso di bonus bebè, per denunciare il lavoro precario e l’incertezza di vita che renderebbe impossibile qualsiasi pianificazione. Io non so di ricette economiche, e ogni aiuto è benedetto, per carità. Semplicemente non credo che sia un incentivo economico a cambiare l’orizzonte a cui ci si destina. Mia nonna ha fatto il quinto figlio in tempo di guerra. Non aveva pianificato niente, non era certa di niente sotto le bombe. Neanche che il marito colonnello sarebbe tornato a casa per prendere in braccio quella bambina che cominciava a crescere in lei. Quando la fecondità era legata in modo inevitabile alla sessualità, i figli semplicemente arrivavano. Non ci si chiedeva se si fosse pronti, lo si diventava quando le necessità si facevano avanti sotto forma di neonato.

Il fatto è che se uno si chiede se è pronto per fare un figlio, non lo sarà quasi mai. Ti metti in casa un essere di cui non sai nulla (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi sull’ostinazione nella diagnostica prenatale ai limiti dell’eugenetica), e a cui dovrai pensare ogni secondo della tua giornata per i successivi diciamo quindici anni, provvedere a lui per oltre venti, probabilmente. Se ci si pensa tutto insieme, l’unico atteggiamento ragionevole è rimandare. Quando il lavoro non sarà più precario, quando la casa, quando tutto il resto. Lo so che ormai la mia fama di bigotta è solidissima, e dovrei far qualcosa per darmi arie da persona quasi normale, ma credo che l’unico atteggiamento razionale e sano che si possa tenere nei confronti della vita è quello che anche la Chiesa suggerisce. Una sessualità aperta alla vita e dentro un matrimonio è una possibilità di felicità enorme, e lo dico dopo avere incontrato migliaia di donne. Quelle che hanno accettato figli imprevisti e magari un po’ di troppo dal punto di vista economico non se ne sono più pentite. La vita ripara la vita, trova risorse insospettabili, moltiplica la forza e la capacità di risolvere problemi. Una coppia che deve tirare su dei figli si metterà a fare seriamente, certo consumerà in modo diverso (il sogno di ogni uomo marketing sono invece i dink, double income no kids), magari chiederà aiuto ai genitori, per pagare l’affitto invece che per fare l’Erasmus – che bello sarebbe fare i figli a venti anni o poco più, per poi trovarsi a quaranta nel pieno della vita lavorativa con dei figli capaci di andare a scuola da soli, e magari pure contenti se la mamma si leva dalle scatole qualche ora.

Sono certa, certissima che gli ostacoli economici non siano i più forti, siamo nell’epoca di maggior benessere diffuso dell’umanità. Ognuno di noi ha almeno un nonno che invece ha portato vestiti di quinta mano e scarpe dei fratelli troppo strette. E se la ricetta contro il calo demografico non ce l’ho, sono però sicura che sia una questione prima di tutto culturale. E il cuore del problema è nel pansessualismo nel quale viviamo immersi, certi come siamo di avere il diritto di vivere ogni esperienza seguendo le nostre emozioni, separando però la sessualità dalla possibilità di dare la vita, se non quando saremo noi a deciderlo. Questo, che la mentalità contraccettiva ha messo nelle nostre mani, è un potere troppo grande per noi. Non c’entra niente il peccato, il giudizio, la morale. C’entrano le decine e decine di amiche che vedo soffrire perché hanno vissuto la loro sessualità in modo emotivo e non consapevole. Per questo ben venga il fertility day (magari anche con un altro nome, volendo) se serve a far capire anche a una sola donna quale privilegio è in lei.

No invece a un’educazione all’affettività a scuola, che non fa che veicolare un’idea poverissima della sessualità. I rapporti buoni, secondo quanto si insegna nelle scuole, sono quelli in cui ci si rispetta (il sesso scatena in verità il senso di possesso, altro che rispetto; l’amore è il più violento e meno rispettoso dei sentimenti), non si prendono malattie, e non inizia una gravidanza (i miei figli vanno nelle scuole pubbliche, e so di che parlo). Non importa se a tredici anni un bambino è totalmente immaturo per amare veramente una persona, e dirle con tutto il suo corpo “ci apparteniamo”.

Contro il calo demografico dunque ben vengano tutte le misure economiche e la stabilizzazione del precariato, ma prima di tutto proponiamo modelli alti e appassionanti ai ragazzi. Intanto, no all’educazione all’affettività a scuola, dove con la scusa di dire no al bullismo e alla violenza di genere si insegnano rapporti umani impoveriti e veramente rischiosi: tra tutti i rischi che corre un ragazzo che ha rapporti sessuali precoci mi sembra sinceramente che quello della gravidanza sia tra i meno gravi, perché la gravidanza insegna la responsabilità, e senza responsabilità non c’è la persona.

Non pretendo che tutti i genitori la pensino così, ma a me sembra chiaro che a dei bambini non si debba spiegare l’uso del preservativo. Che si lasci la cosa fuori dalle scuole, che già dovrebbero avere il loro da fare a insegnare l’italiano a una generazione incapace di concentrarsi (altra parentesi chilometrica meriterebbe l’epidemia occidentale di disturbi dell’attenzione, dislessia, discalculia, disgrafia). Perché dunque qualcuno che la pensa in modo diametralmente opposto al mio – un pensiero che io vedo produrre intorno a me solo infelicità – deve insegnare nella scuola dell’obbligo una materia curriculare, a cui cioè i miei figli non possono sottrarsi, e per la quale probabilmente non mi verrà neanche chiesto di firmare un consenso? (Su questo stiamo aspettando da tempo le linee guida di applicazione della buona scuola).

Contro il calo demografico, per concludere, non togliamo ore preziose all’insegnamento per parlare di pillola (mai una volta che i metodi naturali vengano citati sui libri di biologia delle scuole, e qui ci sarebbe un altro ampio capitolo sull’ignoranza generale del tema): facciamo piuttosto innamorare gli uomini di domani della grandezza, della responsabilità, del desiderio, di Dante, della sua visione del mondo così certa, di quella tragica di Tolstoji, mettiamo in loro la nostalgia di un destino alto, diciamo loro che saremo al loro fianco, che non abbiano paura di vivere senza preservativi, perché prendersi responsabilità è quello che li renderà uomini e donne.

Costanza Miriano per IL FOGLIO 

49 pensieri su “Quel futuro che non ci aspetta

  1. Grazie, come sempre. E come sempre la mia quotidiana preghiera, perché tu possa continuare -con il tuo stile, con la tua ironia,con la tua originalità- a insegnarci la bellezza e la responsabilità della Vita. padre Mario icms

  2. 61angeloextralarge

    Il fertily day mi è stato subito antipatico. A pelle. Si presenta male, secondo i miei gusti. Non ha nulla che mi attira. Nella mia ignoranza ho pensato: “Un’altra trovata pazzesca per parlare di che?”. “Fertily”???? Che parli di concime????
    Poi la curiosità e la grazia di Dio hanno prevalso e ho iniziato a darmi da fare per conoscerlo. L’antipatia si è spostata indirizzandosi al modo attraverso il quale è stato presentato. Chi ha progettato questa campagna, secondo me, merita l’insufficienza. Probabilmente è uno dei frutti della scuola di oggi????
    Leggere questo post mi ha fatto bene e lo divulgherò come sempre.

  3. Catherine

    grazie, cara Costanza, perché ancora, senza stancarti, “insisti”… abbiamo tanto bisogno che qualcuno lo faccia, con garbo, humor, competenza, che viene dalla vita vissuta

  4. fra' Centanni

    Non esiste un problema di fertilità, esiste un problema di denatalità. La gente sceglie di non avere figli, questo è il problema. Si chiama mentalità contraccettiva ed è peggiore dell’aborto. Si tratta di separare la procreazione dalla sessualità.

    Basterebbe tornare ad Humanae Vitae, spiegatelo alla Lorenzin.

    1. Luigi

      Ciao fra’, e bentornato.

      Purtroppo mi tocca correggere la tua affermazione.
      Il problema di fertilità esiste, eccome.

      È infatti interessante notare come sia passato praticamente sotto silenzio che l’iniziativa del Fertility Day avesse anche un lato “maschile”.
      Se Saviano avesse voluto dare un tocco di orginalità al suo sguardo torbido, avrebbe potuto dirigerlo su questo aspetto.
      Invece no, anche lui non si è accorto degli ammonimenti rivoltigli – come maschietto 😀 – dal Ministro della Sanità.

      Immagino che questo sia accaduto perché il verbo femminista considera gli uomini come un mero retaggio del passato, disgustosa appendice – rectius: appendicite – di cui bisogna liberarsi al più presto.
      Per questo le critiche, anche da parte maschile, si sono concentrate solo su quelle immagini dedicate alla fertilità femminile.

      Invece, dicevo, il problema della fertilità maschile esiste ed è serio.

      Tu, come chiunque fosse interessato, può tranquillamente ritrovare informazioni e dati su Internet.
      Perfino “la Repubblica” se ne accorse, pur costruendoci la solita tirata giacobino-sovversiva, e ovviamente dimenticando la causa prima del problema:
      http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2011/04/14/news/italiani_fertilit_dimezzata_in_20_anni-14932867

      Per cui, in via del tutto eccezionale, posso dire che – nome a parte – l’iniziativa del Ministero a me non è affatto dispiaciuta.
      La canea delle reazioni contrarie è del resto dimostrazione che qualche puntura deve averla inflitta…

      Ciao.
      Luigi

  5. Enrico

    ‘(i miei figli vanno nelle scuole pubbliche, e so di che parlo)’

    Anche le mie figlie vanno nelle scuole pubbliche e so che non parli con lingua biforcuta 🙂

  6. Franco Manfrida

    Congratulazioni ottimo articolo Che affronta con competenza e saggezza problematiche difficili quali quelle della sessualità e dell ‘ affettività non disegnando accenni alla fertilità e alla regolazione naturale della fertilità con riferimenti al Benessere
    (quello.Vero che si accompagna alla Gioia).le auguro di scrivere sempre in questa maniera.
    Un saluto entusiasta e beneaugurante

  7. Carraro rosella.carraro@gmail.com

    Sono rimasta incinta a vent’anni negli anni settanta e mia madre, lavoratrice, mi consiglio’ di liberarmene, sai il lavoro, la gente ecc. Io parlai con mio padre di questo e le sue parole furono queste: ricordati che ogni figlio in questa casa e’ sempre benvenuto, e’ un dono di Dio. Se tu farai una cosa del genere mi darai un grande dispiacere. Quella notte li ho sentiti litigare, l’unica volta che io ricordi. Ho avuto quattro figli e ora cinque nipoti meravigliosi e ogni giorno ringrazio Dio per tutto quello che ho sofferto e gioito fino ad ora. Grazie Costanza, avanti sempre cosi’.

  8. Lisa

    Siano benedette queste tue parole. Io di parole non ne ho più. Da oggi mi limiterò a condividere i tuoi post. E sia fatta la volontà di Dio.

  9. agersocialslow

    Nel mio blog ho parlato di fertilizzanti perchè la terra , l’humus li accoglie. Ma sulle ultime tue righe sono totalmente d’accordo, i prof non sono maestri di vita! Che la sessualità sia legata automaticamente alla fecondità sono contrario e infatti se si conoscesse il corpo si può scegliere sia nel fare che nel non fare. Poi chi critica si prenderà la decima pillola (magari un coach sarebbe utile).

  10. Mary

    Sono nuova, vi leggo da poco, e per correttezza devo dire che non sono per niente cattolica, al massimo credente si, ma senza attaccarmi a una religione piuttosto che a un altra.

    Non vedo “catastrofi” nella diminuzione della popolazione mondiale, ne vedo in vece nell’aumento indiscriminato. E’ un concetto semplice, direi quasi banale, se si osservano i meccanismi della natura. Essa persegue non la vita indiscriminatamente, ma l’equilibrio fra tutti gli esseri, piante o animali che siano compresi noi. Più un animale “prende” senza “restituire” (o comunque restituendo molto meno di quello che consuma per la sua esistenza) più il numero di quella specie/pinta/animale è limitato. Gli insetti per esempio sono talmente tanti che non se può contare il numero…perché sfamano una quantità di animali immensa. E’ un sistema ciclico e “piramidale” insieme. L’uomo (che non da nulla ma prende solamente) è riuscito a sottrarsi a questo meccanismo con la tecnologia per adesso, ma io sono del parere che sia meglio non sfidare troppo la natura perché prima o poi ci si potrebbe ritorcere contro.

    Saluti

  11. kiasu

    Bellissimo articolo.
    Sono un emigrato a Singapore perche’ non riuscivo a sostenere la famiglia in Italia. Qui le pubblicita’ per ricordare che ogni donna (e uomo, perche’ parlano anche della fertilita’ maschile) ha il suo tempo, sono un po’ dappertutto e nessuno si offende per questo.
    Personalmente, queste iniziative di un governo che volontariamente crea disoccupazione e precarieta’ le trovo stucchevoli. Tuttavia con questa risposta cosi’ feroce dei benpensanti al bardolino delll’ 89 si manifesta tutto il loro odio verso una societa’ che non vuole essere solo un gruppo di individui.
    Un saluto

  12. marco

    Grazie Costanza. Lei ha avuto in dono una intelligenza ed una sensibilità che coltiva con una dedizione commovente per aiutare tutti noi a capire ed a farci capire. E grazie anche a IL FOGLIO.

  13. kiasu

    Bellissimo articolo.
    Sono un emigrato a Singapore perche’ non riuscivo a sostenere la famiglia in Italia. Qui le pubblicita’ per ricordare che ogni donna (e uomo, perche’ parlano anche della fertilita’ maschile) ha il suo tempo, sono un po’ dappertutto e nessuno si offende per questo.
    Personalmente trovo stucchevoli queste iniziative di un governo che volontariamente crea disoccupazione e precarieta’ . Tuttavia con la risposta feroce dei benpensanti al bardolino delll’ 89 si manifesta l’odio verso una societa’ che non vuole essere solo un gruppo di individui.
    Un saluto

  14. Riccardo Prando

    Bello bello bello bello! Bellissimo. Certe parole non si ascoltano nemmeno più in chiesa. Purtroppo. Grazie Costanza

  15. Silvia

    Molto bello l’articolo, che condivido in pieno. Mi permetto però un appunto. Vedo spesso da parte del mondo che ruota attorno al Family Day (perdonate la semplificazione brutale) una forte accusa e denigrazione nei confronti dell’Erasmus, visto un po’ come una delle fonti di un’eterna giovinezza che vuole attribuirsi la mia generazione. Ne conosco di persone della mia età che durante gli studi sono andati a trascorrere un periodo all’estero, e in realtà la loro scelta di sposarsi (tanti) o no (altrettanti, forse meno) non è stata affatto influenzata da questo. Se vogliamo, io ne sono un esempio: io non ho fatto Erasmus, non ne ho avuto la possibilità, ma mio marito ne ha fatti ben due. Ciò non gli ha impedito di laurearsi a 24 anni, cominciare a lavorare, sposarsi con me a 29 (oggi ne ha 30, io 27). E non è il solo: molti suoi colleghi, freschi di esperienze all’estero anche più lunghe delle sue, si sono sposati in età comunque giovane, e lo stesso vale anche per altri amici. L’eterna procrastinazione della propria adolescenza è dovuta a tanti fattori, cui forse l’Erasmus a certe condizioni può contribuire. Ma è un fatto che prescinde da un’esperienza di studio all’estero che può essere vissuta benissimo in maniera seria. Come voi stessi in fondo spesso ricordate, fanno molo più rumore giovani ventenni che trascorrono le loro serate da un letto all’altro, tra una canna e una sbronza, di tanti altri loro coetanei che vivono l’esperienza come un’opportunità di studio e lavoro serio.
    Un abbraccio,
    Silvia

    1. Lumpy

      Cara Silvia,
      il punto non è l’Erasmus come esperienza (che come tu hai ricordato può essere molto bella), ma l’ossessione con cui molte famiglie degli adolescenti di oggi indirizzano verso queste esperienze, elevate a valore assoluto, mentre un figlio che si vuole sposare giovane o peggio ancora avere un bambino (o anche dire sì a un bambino che “è capitato”…) per molti genitori è una mezza tragedia.

      1. Silvia

        Con questo lei, Lumpy, coglie un altro aspetto del discorso, se vogliamo la stortura dell’Erasmus, che non nego mica sia presente in alcune famiglie (tante, poche?). Io personalmente non ho mai visto nessuno strapparsi i capelli perché non è andato in Erasmus, ma forse i tempi sono cambiati rispetto a quando andavo alle superiori e all’Università io (che comunque non mi sono laureata vent’anni fa…).
        Quello che emerge troppe volte, secondo me, è un’ostilità a prescindere verso l’Erasmus, come se si ritenesse che chi lo ha inventato avesse la deliberata intenzione di creare generazioni di immaturi fatti di canne e col preservativo sempre a disposizione. Definire l’Erasmus “orgasmus”, come ha scritto qualcuno, o uno strumento sfasciafamiglie, come ho letto altrove, è riduttivo, e forse anche un po’ offensivo verso chi invece lo vive veramente con serietà e giudizio. Come detto sopra, l’atteggiamento maturo o immaturo di un giovane può senz’altro risentire dell’esperienza in maniera positiva o negativa, ma sono fattori precedenti, in primis l’educazione ricevuta in casa, a gettare le basi di questo. E d’altra parte, bisogna anche distinguere tra l’Erasmus degli universitari e l’anno all’estero dei ragazzi delle superiori: nel primo caso, stiamo parlando di giovani dai vent’anni in su, da cui la società dovrebbe già pretendere da un po’ di anni comportamenti adulti e capacità di discernimento, tutte cose che, se venissero insegnate, a casa come a scuola, verrebbero solo rafforzate da un’esperienza all’estero e che, tra l’altro sono anche fondamentali per creare una famiglia in maniera seria. Diverso è il discorso degli adolescenti che in quarta superiore vengono mandati per un anno lontano da casa. Lì posso anche condividere le perplessità, anche se vorrei ricordare che fino a non molto tempo fa per i ragazzini di buona famiglia era la norma uscire di casa a 11 anni per andare in collegio, vedendo la famiglia solo per le feste. Altri tempi, in cui la scuola era più sana, direte giustamente voi. Ed è vero: ma allora, ribadisco, il problema non è l’esperienza in sé, quanto il contesto che la precede.

    2. Luigi

      “Come voi stessi in fondo spesso ricordate, fanno molo più rumore giovani ventenni che trascorrono le loro serate da un letto all’altro, tra una canna e una sbronza […] ”

      Appunto!
      L’Erasmus, da molti, viene vissuto così.
      Ci sono altri che lo vivono in maniera differente? Certo. Ma lo fanno non grazie, ma nonostante l’Erasmus.

      Purtroppo, piaccia o meno, l’Erasmus è nato per determinati scopi e all’insegna di un preciso disegno.
      Non a caso i reggitori della cosa pubblica €pea lo decantano a ogni piè sospinto. La “generazione Erasmus” viene celebrata perché è il segno di una ben determinata visione del mondo (anticattolica, ça va sans dire).
      Ecco, forse sarebbe il caso di prendersela con chi appiccica etichette politiche ben precise, piuttosto che con chi prende solo atto della realtà.

      Il nomignolo “orgasmus”, poi, non è invenzione di giornalisti.
      È nato, invece, sui banchi delle università, fra gli studenti. Cioè fra chi lo conosce bene… tanto che non pochi, se appena possono, vanno sì a studiare all’estero, ma non con quel programma.

      Ciao.
      Luigi

      1. Silvia

        Mah, io non credo affatto che l’Erasmus sia nato con questo scopo preciso. Che venga usato anche con questo scopo, e celebrato in senso, come dice lei, “anticattolico”, per esaltare un certo tipo di stile di vita, sì, è vero. Ma vedere nell’Erasmus un progetto che abbia questa deliberata intenzione, mi sembra davvero esagerato.
        Saluti.

  16. girab@libero.it

    Grazie Costanza per il tuo lucidissimo post. Chissà se Saviano nel giorno del suo compleanno è riuscito ad associare il complicato concetto che proprio un banalissimo fertility day o fertility moment dei suoi genitori ha dato l’input decisivo alla sua avventura… mah Mi preoccupa più – nel giorno, oggi, del compleanno della mia primogenita Matilda – pensare al futuro di lei e di Tomaso, come possano esser corrotti da una scuola e da una cul tura senza Dio. Sì, ok, ci siamo noi, la famiglia, quello che diciamo o tentiamo di dire in casa, ma che fatica è e sarà, sempre di più… che Dio ti benedicaGiuseppe

  17. Hannah

    Le mie due figlie sono arrivate quando non me lo aspettavo, quando non era il momento, quando era matematicamente impossibile che restassi incinta. E oggi non potrei mai vivere senza di loro!
    Il corpo é nostro, ci é dato in comodato d’uso gratuito -per così dire- ma davvero non ne possediamo a fondo i segreti e i misteri…e questo é anche il bello della vita, sapere che non siamo macchinari ma esseri, creature nate da un Creatore. E questo mi fa sorridere quando nel silenzio della sera i figli dormono e giorno dopo giorno crescono…

  18. lumpy

    Grazie Costanza per il tuo commento, ineccepibile. Sottoscrivo soprattutto la parte in cui parli delle responsabilità delle famiglie, più inclini a pagare l’Erasmus che non a sostenere un’eventuale gravidanza o progetto di famiglia da parte dei figli giovani. Io che lavoro nell’educazione lo vedo tutti i giorni. Per la maggioranza delle famiglie due ragazzi che a poco più di vent’anni inizino a parlare di matrimonio sono due avventati che vanno dissuasi in ogni modo, non aiutati. E se proprio insistono, dirottati verso la convivenza (“iniziate almeno a convivere, così provate!”)

    Per non parlare dei molti, moltissimi aborti di minorenni che avvengono sotto forte spinta (e con sommo sollievo) dei genitori, che vedono questo “incidente” come una minaccia ai progetti ambiziosissimi da loro stessi gettati sulle spalle dei figli. Anche questo è un portato del crollo demografico e del dilagare del figlio unico: si fa un figlio solo, tardi, lo si stravizia ma, al tempo stesso, lo si carica di aspettative. E certo non si è fatto ascoltare al principino Mozart nella pancia e poi via di attività strabilianti ecc ecc per vederlo giovane padre/madre, per scelta “avventata” o “per errore”. Meglio che “conoscano” “sperimentino”, anche partner diversi. Non sapete quante mamme ho sentito minimizzare l’amore in boccio, tenero e ardente allo stesso delle figlie diciottenni e quasi deridere i progetti di futuro della coppietta come ragazzata o cosa destinata a finire (“mia figlia ha questo amoretto col compagno di classe. Se li sentissi! parlano di matrimonio e figli! Che carini, fanno quasi tenerezza, se sapessero quanti ne dovranno far passare prima di trovare quello giusto!”).

    Soldi per l’Erasmus: ben spesi. Per un bambino “capitato”: giammai (anche perché molti cinquanta-sessantenni di oggi non hanno la minima intenzione di mettersi a fare i nonni e dare una mano).

    Segnalo poi nelle scuole un’altra moda dilagante, quella di andare a frequentare il quarto anno (quindi a volte si tratta di ragazzi ancora minorenni) all’estero, spesso in luoghi lontanissimi, in altri continenti. Posto che queste sono decisioni delle singole famiglie e che si tratta di esperienze che se svolte cum grano salis possono essere anche molto positive, ho sempre però trovato brutto e quasi minaccioso il fatto che ai ragazzi e alle loro famiglie nel corso del periodo di “preparazione” all’esperienza venga detto che i contatti reciproci durante i 12 mesi debbano essere ridotti al minimo e in forme “fredde”,come le mail e non le telefonate. Inoltre ai ragazzi viene insegnato a chiamare la famiglia ospitante “la mia famiglia” e a riferirsi nei dialoghi alla famiglia ospitante come “mamma, papà, fratelli”. Posto che è vero che l’amore si moltiplica sempre e che quando tornano i ragazzi parlano sempre con grande affetto de “la mia mamma cinese” “il mio papà argentino” “i miei fratelli norvegesi”, c’è però sottesa questa idea di “interscambiabilità” della famiglia che mi lascia un retrogusto un po’ amaro, un po’ gender. Certo, ti sarai anche trovato benissimo dai tuoi ospiti, ma di mamma e papà ne esiste un solo esemplare per ciascuno: belli o brutto, buoni o cattivi, vivi o morti, di quelli noi portiamo il patrimonio genetico e dall’unione, unica e irripetibile di quei due siamo nati, e non da altri. Quindi, benissimo con l’amore, l’ospitalità e l’affetto, ma attenzione alla terminologia.

      1. lumpy

        Prego! Grazie ancora a Costanza che sa focalizzare il punto centrale: l’esempio. Il problema è che spesso i giovani oggi vedono i loro progetti di famiglia spesso minimizzati dalla disillusione dei loro stessi genitori. Sono questi, infatti, che al posto di valorizzare la bellezza (e la fatica) del matrimonio indissolubile spesso non fanno altro che denigrarlo come un dinosauro, un retaggio del passato in cui loro stesso hanno avuto la sfortuna di restare intrappolati. Come se quel cammino percorso insieme lungo 20 anni di matrimonio o più fosse una prigione infelicissima, una gabbia in cui sono dovuti entrare “eh perché una volta si faceva così” e da cui non hanno mai avuto il coraggio di uscire per paura dello stigma sociale, per questioni economiche (“eh fosse adesso, col cavolo che starei tutti questi anni con quello lì”).
        Parliamo spesso del nefasto influsso che hanno i genitori divorziati sui figli. Ma altrettanto nefasto e fin più subdolo è quello offerto da molte coppie, ancora insieme nei fatti, ma distanti nel cuore, nell’anima e nella fede che hanno gettato alle ortiche il valore sacramentale del matrimonio. Per capirci: sono quelle che quando si parla di matrimonio civile/religioso dicono “baah io mi sono sposata in chiesa perché a quei tempi si usava così, ma fosse ora…”. Non certo un modello per i figli.

  19. gabri1957

    Brava Costanza,
    Ho sette figli e lavorato tutta la vita, ho passato e sto passando momenti di incertezza materiale, c’é un sacco da fare e ci sono anche tantissime rinunce. Ma non mi sono mai pentita di averli portati dentro di me questi ragazzi/e. L unico pentimento é per un figlio che ho rifiutato in giovane etá. Un abbraccio e continua così.Abbiamo bisogno di persone come te!

  20. May

    Non capisco quali informazioni ulteriori voglia dare alla donne il Ministro Lorenzin con quelle ridicole vignette. Che la fertilità di una donna sia limitata lo sapevano le mie nonne con la terza elementare, sapevano per sino che i bambini non li porta la cicogna. Mi parla della sua amica avvocato, che per perseguire la carriera ha praticamente rinunciato alla maternità. Ha fatto liberamente delle scelte e come tutte le scelte comportano delle conseguenze. A qualcosa bisogna pur sempre rinunciare onde evitare di essere un pessimo professionista ed una pessima madre allo stesso tempo. Mi dispiace, ma la sua amica non è rappresentativa delle donne italiane, dove la parola carriera è parola riservata a pochi, e spesso non per meriti. Se molte donne vanno a fare l’ERASMUS è perché la conoscenza dell’inglese, oltre ad una seconda lingua straniera, è richiesta per trovarsi un posto di lavoro a 800 euro al mese ed a tempo determinato e oggigiorno è realistico pensare di dover emigrare all’estero per sopravvivere! Poi ci sono persone come la Lorenzin (miracoli italiani!!!) che non ha uno straccio di laurea, infila una cretinata dieto l’altra, imbarazza metà della popolazione italica ogni volta che parla e si trova a fare il ministro della salute. Hanno distrutto la famiglia, ed ora dove vorrebbero concepire e far crescere questa nuova generazione? Genitori single, famiglie super allargate a turnover super veloce? Come cresceranno questi bambini e che adulti saranno? Dante e Tolstoji già sono materia di studio nelle scuole pubbliche, mentre i miei nonni non credo abbiano mai letto un romanzo! L’Occidente nichilista ed edonista ha decretato la propria morte e la morte demografica non ne è che la naturale conseguenza.

  21. andrea

    comprendo il discorso che i nonni sotto la guerra figliavano 5 o 6 volte senza pensare ai soldi o al futuro (ma in quei tempi già venire in vita era un miracolo ed era una società maschilista nella quale l’uomo pensava solo al suo piacere, non si curava dei figli 99 volte su 100 e lasciava la moglie domestica a casa) e magari partivano in guerra e manco ritornavano (ed allora è bello dare la vita ad un orfano?), ma non lo condivido. E non credo che amore e concepimento siano sinonimi, anche quello è un atto di responsabilità. Condivido le preoccupazioni sul calo demografico che altro non è che un lento decadere di questa società e dei suoi valori. Ma i popoli che giungono da terre lontane e che figliano senza alcuna precauzione od insegnamento riempiranno le nostre terre ed anche in questo. forse, c’è un segno che chi crede nel Signore sicuramente coglierà.

  22. andrea

    capisco il discorso che i nonni sotto la guerra figliavano 5 o 6 volte senza pensare ai soldi o al futuro (ma in quei tempi già venire in vita era un miracolo ed era una società maschilista nella quale l’uomo pensava solo al suo piacere, non si curava dei figli 99 volte su 100 e lasciava la moglie domestica a casa) e magari partivano in guerra e manco ritornavano (ed allora è bello dare la vita ad un orfano?), ma non lo condivido. E non credo che amore e concepimento siano sinonimi, anche quello è un atto di responsabilità. Capisco che dietro il calo demografico si celi il decadere di una società e dei suoi valori ma i popoli dell’Africa che figliano senza precauzioni e senza insegnamenti in merito riempiranno queste terre e forse in questo c’è un segno del Divino.

  23. Franco Manfrida

    Vivissimi Congratulazioni per l’ importante ed impegnativo tema trattato per la chiarezza delle àrgomentazioni per lo stile scintillante e per il coraggio della testimonianza. Cristiana.Un saluto entusiasta e beneaugurante da Franco Manfrida

  24. Gentili Signori e Signore,

    dai commenti c’e’ da mangiare e bere per tutti i gusti al piatto della razionalita’ che sempre piu’ avanza con le sue congetture di natura umana, un po’ mescolata con vari ingredient di religione per rendere piu’ appetibile e gustoso il cibo del mondo.
    Chissa’ poi perche’ la Mente Divina sia stata cosi’ laconica e priva di peculiarita’ e dettaglio ritenendo piu’ che santo e sufficiente dirci:” Crescete e moltiplicativi” (Qualche dettaglio, per i curiosi, si trova anche nel libro di Tobia).

    A dir il vero aggiunse in senso quanto mai lato e totale: non commettere atti impuri e non desiderare la donna degli altri.

    Mi viene il desiderio di dire: ma noi/voi pensate che e’ necessario dire a Dio che doveva darci piu’ spiegazioni e non lascarci nel dubbio di cosi’ tanti dettagli a caso a caso.

    Siamo messi bene, molto bene e piu’ confabuliamo e piu’ si fa vera la profezia: ” Cercheranno la Parola e non la troveranno.

    Continuiamo a scervellarci con il razionalismo a riguardo i temi della purezza e la procreazione umana e presentiamo una petizione a Dio Padre Onnipotente di come vogliamo la purezza e un libero comportamento della procreazione della sue creature perche’ come le ha Volute non ci dilettano piu’.

    Come sempre cordiali saluti, Paul

  25. Pierangelo

    @Paul Candiago
    Ben detto Paul. Il razionalismo, figlio dell’illuminismo, ha prodotto conseguenze devastanti nei paesi “cristiani”.
    La Parola di DIo è Verità e Vita in ogni tempo e in ogni luogo, se vogliamo dirci cristiani.
    Ricordiamo le parole di Gesù : ” Io sono la luce del mondo ; chi segue ME , non camminerà nelle tenebre, ma avrà la l
    luce della vita “.

    Pierangelo

    1. Vanni

      “Quei maiali alcolisti eugenetici dei Danesi fanno più figlioli che di noi!”

      Nessuno è perfetto (bentornato nel blog).

  26. ENRICA CORRADINI BORDONI

    grazie infinite per l’articolo che ho condiviso con molti amici. Avanti così con coraggio e tenacia perché il mondo veda e forse cominci a credere che la Verità rende liberi e felici
    dalla Valtellina con stima e affetto

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