Dalla “FAMILIARIS CONSORTIO”

di admin @CostanzaMBlog

Citata al punto 85 della relazione finale del Sinodo pubblicata ieri, riproponiamo un più ampio stralcio della FAMILIARIS CONSORTIO 

FamiliarisConsortio

di  SUA SANTITA’ GIOVANNI PAOLO II 

84. L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.

Dato a Roma, presso san Pietro, il 22 novembre, Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’universo, dell’anno 1981, quarto del Pontificato.

fonte: Vatican.va

32 commenti to “Dalla “FAMILIARIS CONSORTIO””

  1. Grazie Admin, preziosa la pubblicazione integrale del n. 84 di Familiaris consortio, che ormai nei mass media (e non solo) è mutilata, tanto che si arriva a farle dire l’opposto di quello che dice

  2. La disinformatia mediatica è scandalosa per deve essere spunto per aprire una discussione tra noi cattolici. Partendo dal fatto che mediaticamente noi fedeli al Magistero petrino non esistiamo. Esiste forse ancora una nicchia di potere clericale, ma i cattolici sono assenti. Per questo il Papa invoca una Chiesa ‘in uscita’ (cfr.Evangelii Gaudium) che abbandoni la trincea intimistica della sagrestia e esca in prima linea nel mondo, dentro la storia e la vita degli uomini di carne. Non lasciamo solo il Papa. Dobbiamo essere noi insieme a lui i costruttori della Chiesa e della civiltà di amore del Risorto, vero protagonista della storia.

  3. Reblogged this on Luca Zacchi, energia in relazione and commented:
    A completamento di quantoho scritto, pubblico, riprendendolo dal blog di Costanza Miriano, il numero 84, integrale, dell’Esortazione Apostolica “Familiaris Consortio”, a cui molti giornali oggi fanno dire il contrario di quello che è scritto.

  4. Negli USA alcune organizzazioni di laici sono un po’ stufe:

    https://www.lifesitenews.com/opinion/pope-must-address-synod-created-crisis-of-trust-within-church

    In sintesi, Voice of the Family sta facendo presente che c’è una grande confusione e che “è stata minata” la fiducia tra molti laici e i vertici della Santa Sede. Chiedono quindi al Papa una parola chiara. Niente di nuovo: dopotutto c’è già stata la Supplica Filiale. Ma è partita due anni fa, mentre ora sarebbe il caso di ribadire il concetto visto che il Sinodo ha aggiunto confusione a confusione. È uno dei ruoli fondamentali del papato quello di mantenere l’unità con pronunciamenti chiari. Penso che sia opportuno chiederlo a gran voce: è una delle rare volte in cui il popolo cattolico ha ragione a rivendicare un vero e proprio diritto, quello di ricevere una parola chiara dai pastori. L’ambiguità ora deve finire.

    • Fabrizio Giudici:

      …ma abbi pazienza! Nel documento, al paragrafo 84 citato, non c’è nessuna ambiguità.
      Di quale ambiguità stai parlando? Della tua? Di cosa sei stufo te? Cosa avresti voluto di più preciso?
      Socci Papa?

      (da parte di un osservatore esterno)

      • Alvise, l’ambiguità non è nel n. 84 della Familiaris Consortio (che è un’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II del 1981), ma nei nn. 84-86 della Relazione finale del Sinodo ordinario che si è appena concluso.

        • Malignità: è solo un caso che il numero sia nei due casi 84?

          • Giusi, mi pare solo una coincidenza.
            Quella che non è una coincidenza è la mutilazione che nel n. 85 della Relatio viene fatto del n. 84 della Familiaris consortio. La mutilazione non è piaciuta a molti padri sinodali, tanto che quel numero della Relatio ha raggiunto per un soffio il quorum dei 2/3 (178 favorevoli, 80 contrari)

        • Alessandri:

          ..

          …hai ragione! Chiedo scusa a te e tutti quelli a cui ho squadernato un articolo invece di un altro (quello di Papa Giovanni Paolo II invece di quello di Papa Francesco) (ho sbagliato) (perdono)!
          A questo proposito, però, mi sembra che neanche il questo Sinodo ci sia nulla da scandalizzarsi (se non per quelli che
          gli piace vedere scandali dappertutto, e ne godono, sub specie scandalizationis) (e poi a ogni modo dopo questo Papa ne verrà un altro di Vs. maggior gradimento, può darsi) (che “inasprirà” il matrimonio, magari)..

          • Alvise, a mio giudizio le ambiguità sono soprattutto queste:
            “occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate”
            “Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.”

            • Alvise, riprendo Paul e commento

              “Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.”

              Che significa concretamente? Chi lo capisce è bravo, bravissimo.

              Si aderisce alla “norma generale” (“pur sostenendo una norma generale”) di Familiaris consortio 84 (e del Catechismo e del Codice di diritto canonico) ma si fanno eccezioni? E’ impossibile, perché Familiaris consortio 84 non compatisce eccezioni (“La Chiesa ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Punto. Senza se e senza ma. Il divorziato risposato non può ricevere la comunione se non si impegna a vivere in piena continenza).

              Si sta suggerendo che determinate condizioni soggettive in cui si trova l’agente possono attenuare (se non annullare) la responsabilità e l’imputabilità dei suoi atti oggettivamente disordinati, malgrado tali atti rimangano intrinsecamente malvagi? Così sembrerebbe (anche considerando quanto scritto appena prima: “Inoltre, non si può negare che in alcune circostanze «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla «imputabilità soggettiva» (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a)”), ma Familiaris consortio 84 ritiene che tale argomento non è affatto rilevante per stabilire se un divorziato risposato possa essere ammesso alla comunione eucaristica:
              “La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono OGGETTIVAMENTE a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.”.

              Insomma, nella Relatio del Sinodo si suggerisce di fare l’impossibile, cioè di tenere insieme 1) Familiaris Consortio 84 (e quindi Catechismo n.1650 e il canone 915 del Codice di diritto canonico) e 2) la possibilità che determinate condizioni soggettive dell’agente nel commettere l’atto peccaminoso siano tali da non formare impedimento sufficiente alla ricezione della comunione eucaristica da parte del divorziato risposato

              Che sia impossibile tenere insieme 1 e 2 è quanto autorevolmente affermato sia dalla Congregazione per la dottrina della fede:

              http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_14091994_rec-holy-comm-by-divorced_it.html

              sia dal Pontificio Cosiglio per i testi legislativi (sull’interpretazione autentica del canone 915 del Codice di diritto canonico):

              http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20000706_declaration_it.html

              Ecco perché i nn. 84-86 mi sembrano in tutta franchezza un pasticcio incomprensibile che vuole tenere insieme capre e cavoli, e ovviamente non ci riesce. Ed ecco perché, a mio avviso, è urgente che intervenga il Papa per rimediare alla quanto mai deleteria confusione che propagherà certamente tra i fedeli un testo così confuso (il quale – è vero – è solo un testo sinodale, e quindi non è vincolante… ma quanti fedeli hanno presente questa distinzione tra documenti magisteriali vincolanti e documenti autorevoli ma non vincolanti?).

              • Questo è un nuovo “teologo” papolatra. Guardate come interpreta:

                La decisione di affidare al “discernimento” dei pastori l’ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati passa a maggioranza dei due terzi per 1 solo voto di scarto (178 sono i ‘sì’ rispetto ai 177 che erano richiesti per la maggioranza qualificata). Per capire cosa è avvenuto al sinodo, occorre leggere attentamente il paragrafo 84:…
                OCCORRE PERCIO’ DISCERNERE QUALI DELLE DIVERSE FORME DI ESCLUSIONE ATTUALMENTE PRATICATE IN AMBITO LITURGICO…POSSANO ESSERE SUPERATE…..
                Traducendo il linguaggio ecclesiale questo significa che l’indicazione dei Padri Sinodali , ma diremmo Conciliari, al Pontefice è quella della via del Discernimento. Ogni situazione va accompagnata nello specifico di un cammino di fede per superare le esclusioni. Per intuire cosa accadrà ora, bisogna fare un piccolo salto indietro al 1963 . Quando il Concilio Vaticano II, nella Sacrosantum concilio stabilì questo: “L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia”. Leggiamo queste parole e ci chiediamo dove è stato abolito il rito Latino? Non assembra esserci traccia di alcuna bocciatura. La risposta è che le riforme non avvengono mai come fulmini a ciel sereno, ma sono un processo ragionato. PaoloVI allora commissionò nuovi libri liturgici e partì dalle intuizioni dei Padri Conciliari che capirono l’importanza di predicare in lingua corrente volendo concederle più spazio. Così PaoloVI cominciò un processo che poi di fatto cambiò la liturgia. e’ dagli spiragli che iniziano i cambiamenti veri e duraturi, difatti altre cose meglio specificate nel 64 oggi non sono in vigore, mentre invece la liturgia sembra essere sempre stata quella corrente , ma così non era.
                In questo storico giorno, questo nuovo e per questo sconosciuto, criterio di discernimento delle situazioni familiari deciso al Sinodo, è affidato in piena collegialità al successore di Pietro, e la parola d’ordine è discernimento. Questo indica che il paradigma sta cambiando, e la Chiesa vuole superare gli ostacoli per incontrare nuovamente le persone nel loro bisogno. Non è difficile immaginare che il Papa Gesuita accoglierà e definirà questo criterio di discernimento, per far si che non diventi arbitrario e anarchico.
                In questo sinodo si giocavano molte partite diverse una era quella sull’efficacia del pontificato Ignaziano di Bergoglio. Il Pontefice felicemente regnante vince; anche contro un’opposizione feroce sul piano personale. E questo si vede dal testo partorito dai Padri Sinodali. Squisitamente Gesuitico, nella forma e nel contenuto , non più un linguaggio legale e formale da Diritto Canonico ma un linguaggio pastorale da ricerca i Vescovi sembrano divenuti ricercatori delle vie da percorrere. Bergoglio vince, ma vince soprattutto con un’episcopato nominato da altri e nel momento di maggior resistenza alle riforme iniziate. Con oggi comincia un processo che durerà anni, e nel quale bisognerà portare a compimento la riforma Ignaziana ed epocale della Chiesa. Ed è un cammino che ci vedrà protagonisti.
                StefanoMariaCaldirola

                Stefano Maria Caldirola Caifa disse: Non è cambiato nulla la dottrina è salva, e la terra tremò.

        • Andrea Tornielli, vaticanista di Repubblica, risponde su facebook a chi sostiene che nel documento non si intende parlare di comunione ai divorziati e risposati con un sarcasmo che la dice lunga :

          “Sì, avete ragione! In effetti ci vuole un lungo percorso di penitenza, discernimento, criteri oggettivi, rapporto con il confessore, menzione della non sempre uguali imputabilità dei peccati (come insegna il Catechismo)… perché? Per far partecipare i divorziati risposati – in alcuni casi e in certe circostanze – al comitato promotore della sagra parrocchiale della castagna. Questo hanno inteso stabilire i 178 padri favorevoli al numero 85 del documento finale.”

          • Tornielli ha già dimostrato di avere un “buon canale” con Santa Marta… per cui parla con una certa sicurezza.

            Comunque la disciplina della Chiesa non può basarsi sui blog dei vaticanisti…

            • “Comunque la disciplina della Chiesa non può basarsi sui blog dei vaticanisti”
              Plaudo e sottoscrivo.

          • E Galeazzi non è da meno…..

            • E’ veramente grande la confusione sotto il sole. Sempre su facebook ho letto sulla pagina di un Don Abbondio con il sangue agli occhi (nei confronti di chi adesso è perseguitato of course) che quelli del Summorum dovrebbero togliersi dai piedi e non andare in San Pietro visto che vedono nella Relatio la comunione ai divorziati che invece non c’è. Vorrei chiedergli se Tornielli, Galeazzi, la Repubblica, l’Ansa, il Messaggero, il Sismografo etc. fanno parte del Summorum. Quello che mi preoccupa è questo: posto che i papolatri non oserebbero mai dire qualcosa contro il volere di Papa Francesco, se sono così feroci e sarcastici nell’affermare che nella relatio si parla di comunione ai divorziati mi sorge il legittimo dubbio che sia davvero così.

              • ma allora…don Maurizio Botta e Costanza sono anche papolatri…(perché negano che ci sia la comunione ai divorziati nella Relatio)? (Poi, se papolatra è un’espressione che copre tutti quelli che sono d’accordo col Papa, allora si salvano solo i protestanti, gli ortodossi e i lefevriani… °_°)
                PS: Scusa l’ignoranza: cos’è il Summorum?

                • summorum pontificum
                  LETTERA APOSTOLICA
                  DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
                  “MOTU PROPRIO DATA”
                  http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

                  Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

                  A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:

                  Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

                  Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:

                  Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

                  Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.

                  Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi – osservate le norme del diritto – anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.

                  Art. 5. § 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.

                  § 2. La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.

                  § 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.

                  § 4. I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.

                  § 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.

                  Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua vernacola, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.

                  Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Commissione Pontificia “Ecclesia Dei”.

                  Art. 8. Il Vescovo, che desidera rispondere a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause è impedito di farlo, può riferire la questione alla Commissione “Ecclesia Dei”, perché gli offra consiglio e aiuto.

                  Art. 9 § 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli infermi, se questo consiglia il bene delle anime.

                  § 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando il precedente antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.

                  § 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.

                  Art. 10. L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un cappellano, osservate le norme del diritto.

                  Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988 [5], continua ad esercitare il suo compito.

                  Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.

                  Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.

                  Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data a modo di Motu proprio, ordiniamo che sia considerato come “stabilito e decretato” e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

                  Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio 2007, anno terzo del nostro Pontificato.

                • Sweety ho letto che stai in Germania. Capisco che non capisci perchè qui la situazione è sempre più ingarbugliata. Pensa che Socci che papolatra non è di sicuro dice che nella Relatio la comunione ai divorziati risposati non c’è, Tornielli che sta a Papa Francesco come Emilio Fede stava a Berlusconi dice che c’è. Siamo alla confusione delle lingue. Questo è il Summorum http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html. Ogni anno fanno un pellegrinaggio a San Pietro con messe, convegni processioni e quant’altro: si è appena concluso in concomitanza col Sinodo. In realtà essendo impegnati non si erano nemmeno espressi ma Don Abbondio ha bisogno di prendersela con loro per motivi suoi. Il Papa gli ha mandato pure una benedizione scritta ma Don Abbondio che fino a ieri era cicì e cocò con loro ha bisogno di denigrarli per mettere a tacere la sua cattiva coscienza. In questo guazzabuglio cosa pensi il Papa non so ma poichè l’esortazione apostolica finale tocca a lui lo sapremo presto.

          • Ok, allora Costanza e padre Maurizio Botta hanno scritto i due post precedenti pensando alla sagra della castagna. Se lo dice Tornielli sara’pur vero.

      • Alvise ma tu vivi nell’incubo di Socci? Guarda che puoi anche vivere facendo finta che non esista!

  5. Io ho capito

  6. “con i suoi “listini prezzi” non si riferisse anche alla questione tedesca.”

    Direi che se è così non l’ha capito nessuno – neanche i tedeschi, evidentemente… 🙂

    “la “chiesa bergogliana” non c’è. La Chiesa è la Chiesa. Punto.”

    Questo misticamente. Materialmente, la Chiesa è governata da correnti politiche, non nascondiamocelo. Nei primi secoli se le davano con i bastoni… non possiamo fare finta di niente. C’era il partito politico di Ario e il partito politico di Atanasio, per un po’ la Chiesa è stata ariana e poi “atanasica” (cioè è ridivenata ortodossa).

    “Prendi ad esempio anche le eresie nella storia: noi oggi le vediamo come fatti isolati che sono stati eliminati… ”

    Certo che hanno investito masse di persone. L’eresia ariana è durata anche decenni. Ma per l’appunto la Chiesa ne è uscita definendole eresie, non adeguandocisi. Poi è chiaro che nei primi secoli non era tutto chiaro: prima di definire bene la Trinità ci hanno messo un po’. Ma quello che è stato definito in passato è chiaro oggi e non può essere soggetto a ridiscussioni, né a compromessi _troppo grandi_ (non sto dicendo che non bisogna farli per niente) per l’evangelizzazione di altri popoli.

    Tieni conto anche di un altro fenomeno. Se un tempo i missionari andavano da Alce Nero e in quell’area geografica tolleravano qualche compromesso, quello rimaneva là confinato e non seminava dubbi in altre parti del mondo. Quell’area rimaneva isolata abbastanza per, sperabilmente, completare l’inculturazione. Oggi non è così: se tu fai un rito ibrido con una cultura pagana, dopo cinque minuti è su YouTube, dopo dieci minuti c’è un teologo che ci scrive un saggio in cui lo descrive come “soffio dello Spirito” e dopo venti minuti un parroco che lo introduce durante la Messa.

    “ci sarebbe da chiedersi perché.”

    Perché la gente vuol fare quello che vuole e non tollera che ci sia un Dio che mette limiti alla loro volontà. Anzi: pretende che Dio si sottometta alla loro.

    “c’è da mettersi in testa che se non si accolgono le persone non si può nemmeno evangelizzarle. È proprio molto semplice in fondo.”

    Non c’è dubbio. Ma non è detto che venire al compromesso sia necessariamente la strada migliore. Oggi è stato pubblicato questo stralcio dall’ultimo libro del card. Sarah:

    “Raccontando dei padri Spiritani francesi, da cui ha appreso la fede, il cardinale africano ricorda: «Quante volte sono stato afferrato nel profondo dal silenzio che regnava nella chiesa durante la preghiera dei padri? All’inizio, mi mettevo in fondo alla chiesa e, guardando questi uomini, mi chiedevo che cosa facessero in ginocchio o seduti nella penombra, perché non dicevano nulla (…). Però avevano l’aria di ascoltare e di conversare con qualcuno in questa semioscurità della chiesa, illuminata dalle lampade. Sono stato realmente affascinato dalla pratica dell’orazione e dall’atmosfera che genera. Mi sembra giusto affermare che esiste un’autentica forma di eroismo, di grandezza e di nobiltà in questa vita di preghiera regolare. L’uomo non è grande se non quando è in ginocchio davanti a Dio». E collegando la preghiera con le grandi azioni che ne derivano: «Come non ricordare il modo in cui i padri si sono occupati di tutti, anche dei lebbrosi più sfigurati? I padri li toccavano e li curavano anche quando i malati emanavano un odore insopportabile. Insegnavano loro il catechismo considerando che anche i malati avevano il diritto di essere istruiti nella conoscenza dei misteri cristiani e di ricevere i sacramenti di Cristo».”

    L’accoglienza è fondamentale, è indubbio, e Sarah l’ha vista nelle cose pratiche e caritatevoli. Il punto di inizio è quello. Ma Sarah poi è stato conquistato dalla liturgia e dal silenzio. Non è stato conquistato da grandi discorsi, dall’inculturazione o dal tentativo di fare un compromesso con la sua cultura: è stato conquistato dallo svuotamento a cui si riducevano i missionari, testimoniando la loro fede “in ginocchio”. Non la teologia in ginocchio, ma l’adorazione e la preghiera in ginocchio.

    Il problema per me è quello che ho scritto nel mio primo intervento qui da Costanza: non diamo più importanza al carisma e alla mistica. I grandi evangelizzatori del passato erano uomini carismatici e mistici (senza andare chissà dove, basta pensare a Don Bosco) e la Chiesa aveva un sacco di uomini carismatici perché Dio li mandava numerosi, perché c’era una fede forte del popolo. La fede è crollata, i pastori sono andati dietro e per “venire incontro” hanno ridotto tutto ad una questione di governance. Onestamente, in tutto questo Sinodo di carisma non vedo traccia: è solo governance. Chi c’è di mistico tra i Padri? Stiamo da decenni a chiederci cosa fare per risolvere i problemi della secolarizzazione, ma ragioniamo in modo gnostico, come se questo o quello studio, questo o quel teologo, questo o quel canonista, eccetera, ci mettano in grado di trovare una soluzione _da soli_. È diventata una specie di sociologia. Da un certo punto di vista, pur apprezzando tantissimo i vari Sarah, Caffarra, Brandmueller, Burke, e tutti i libri che hanno scritto… ecco, mi rendo conto che il Sinodo si è ridotto anche ad una battaglia a librate. A volte ho proprio l’impressione che tutte queste discussioni, dai Padri sinodali ai quattro sfigati che siamo qui, non servano proprio a niente e che finché continueremo a ragionare su questo piano continueremo a sprofondare. Devo dire che l’ho criticata molto quando l’ho letta, e non posso dire di averla ancora capito bene, ma a volte mi viene in mente che dovrei andarmi a rileggere l'”opzione Benedetto” di Dreher.

  7. Comunque non fosse altro che per la confusione che si è creata adesso il Papa nella esortazione apostolica dovrebbe esprimersi chiaramente. O no?

  8. Commento del cardinale Burke sui nn. 84-86 della Relazione: “mancanza di chiarezza sull’indissolubilità del matrimonio”

    http://www.ncregister.com/blog/edward-pentin/cardinal-burke-final-report-lacks-clarity-on-indissolubility-of-marriage

    • Qui in traduzione le parole di Burke (che sottoscrivo, come sa chi abbia letto qui i miei commenti) :

      http://sinodo2015.lanuovabq.it/card-burke-la-relazione-finale-manca-di-chiarezza-sullindissolubilita-del-matrimonio/

      Estratto:

      “la citazione dal n. 84 di Familiaris Consortio è fuorviante.
      All’epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come nel corso della storia della Chiesa, ci sono sempre state pressioni per accettare il divorzio, a causa delle situazioni dolorose di coloro che vivono in situazioni irregolari, cioè di coloro la cui vita non è in accordo con la verità di Cristo sul matrimonio, verità che egli ha proclamato nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12).
      Mentre nel n. 84 il Papa San Giovanni Paolo II riconosce le differente situazioni di coloro che vivono in unioni irregolari e spinge i pastori e l’intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in virtù del Battesimo, e così conclude: “la Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Quindi spiega la ragione di questa prassi: “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. Il Papa fa notare correttamente che una prassi differente indurrebbe i fedeli “in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio”.

  9. “ma almeno questi fedeli si mettono in moto, invece di poltrire nella semi-indifferenza nostrana.”

    Da un certo punto di vista capisco l’osservazione. Qui da noi effettivamente abbiamo dormito troppo a lungo. Presumo che sia anche dovuta alla innata tendenza italiana di dividersi in decine di gruppi diversi, pure affini (basta pensare alla galassia dei pro-life: sarei curioso di sapere se in altri paesi c’è una tale frammentazione). È uno dei motivi secondari per cui penso sia stato importante il 20 giugno.

    “Tornielli che sta a Papa Francesco come Emilio Fede stava a Berlusconi ”

    LOL!

    Comunque, Socci ha poi postato una rassegna di stampa estera ed un gran numero di giornali (inclusi liberal) che sostengono che non c’è nessun via libera per l’eucarestia ai risposati nella relatio finalis. Contemporaneamente Kasper ha rilasciato un’intervista in cui dice che sostanzialmente la sua proposta ha vinto, mentre c’è un video di Pell (linkato anche su Rorate Caeli) in cui dice che non crede proprio.

    Dalla faccia di Francesco durante tutto l’ultimo Angelus direi che non è per niente soddisfatto.

    Comunque, ripeto: è tutto un casino, come dice anche Burke. Potrebbe anche passare alla storia come “Il Sinodo pirandelliano: così e se vi pare”. Ci vuole una parola chiarificatrice.

    • Pell (via LifeSiteNews):

      “[…] the final version is almost a miracle if compared with the draft: “The Synod itself is much, much better than the worst we have feared.” “There is nothing there endorsing Communion for the divorced and remarried. There is nothing there endorsing a penitential process. There is nothing there that is saying homosexual activity is justified.”'”

    • Sembrano le elezioni (prima che da Monti in poi entrassimo in dittatura): vincevano sempre tutti….

  10. De Mattei ha pubblicato su Corrispondenza Romana un commento con un passaggio che include una ricostruzione degli eventi circa la votazione. Sarebbe interessante avere altri riscontri.

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    Per capire meglio come sono andate in realtà le cose, bisogna partire dalla sera del 23 ottobre, quando è stata consegnata ai Padri sinodali la relazione finale elaborata da una commissione ad hoc sulla base degli emendamenti (modi) alla Instrumentum laboris, proposti dai gruppi di lavoro divisi per lingua (circuli minores).

    Con grande sorpresa dei Padri sinodali il testo loro consegnato giovedì sera era solo in lingua italiana, con assoluto divieto di comunicarlo non solo alla stampa, ma anche ai 51 uditori e agli altri partecipanti all’assemblea. Il testo non teneva alcun conto dei 1355 emendamenti proposti nel corso delle tre settimane precedenti e riproponeva sostanzialmente l’impianto dell’Instrumentum laboris, compresi i paragrafi che avevano suscitato in aula le più forti critiche: quelli sull’omosessualità e sui divorziati risposati. La discussione era fissata per la mattina seguente, con la possibilità di preparare nuovi emendamenti solo in nottata, su di un testo presentato in una lingua padroneggiata solo da una parte dei Padri. Ma la mattina del 23 ottobre, papa Francesco, che ha sempre seguito con attenzione i lavori, si è trovato di fronte a un inatteso rifiuto del documento redatto dalla commissione. Ben 51 Padri sinodali intervenivano nel dibattito, la maggior parte dei quali contrari al testo avallato dal Santo Padre. Tra questi i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi; Joseph Edward Kurtz, Presidente della Conferenza Episcopale americana; Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale italiana; Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas; Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; e i vescovi Zbigņevs Gadecki, Presidente della Conferenza Episcopale polacca; Henryk Hoser, Arcivescovo-Vescovo di Warszawa-Praga; Ignace Stankevics, Arcivescovo di Riga; Tadeusz Kondrusiewicz, Arcivescovo di Minsk-Mohilev; Stanisław Bessi Dogbo, Vescovo di Katiola (Costa d’Avorio); Hlib Borys Sviatoslav Lonchyna, Vescovo di Holy Family of London degli Ucraini Bizantini, e tanti altri, tutti esprimendo, con toni diversi, il loro disaccordo dal testo.

    Il documento non poteva essere certo ripresentato il giorno successivo in aula, con il rischio di venire messo in minoranza e di produrre una forte spaccatura. La soluzione di compromesso veniva trovata seguendo la via tracciata dai teologi del “Gemanicus”, il circolo che includeva il cardinale Kasper, icona del progressismo, e il cardinale Müller, prefetto della Congregazione della Fede. La commissione tra venerdì pomeriggio e sabato mattina rielaborava un nuovo testo, che veniva letto in aula la mattina di sabato 24 e poi votato, nel pomeriggio, ottenendo per ognuno dei 94 paragrafi la maggioranza qualificata dei due terzi, che sui 265 padri sinodali presenti era pari a 177 voti.
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