Oi dialogoi: i colloqui con padre Maurizio Botta

Continuano le anteprime del quotidiano La Croce – Quotidiano che sarà in edicola e online dal 13 gennaio 2015. Mario Adinolfi presenta  un’altra rubrica: si tratta di “Oi dialogoi: i colloqui con padre Maurizio Botta” dei Cinque Passi.

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Quando è apparso in quello strano programma ibrido di inchieste, tette e culi che è “Le Iene”, è sembrato di veder atterrare un alieno: “Io sono un sacerdote di Cristo. Sono un sacerdote della Chiesa. Punto”. Sette minuti di intervista che hanno fatto il giro della rete, scatenando entusiasmo per la nettezza e la chiarezza della testimonianza appassionata della verità della Croce, in un contesto televisivo che definire ostile è dire poco. Di questo prete si sono innamorati in tanti: i fedeli che affollano le sue messe domenicali alla Chiesa Nuova di Roma, ma anche molti non credenti.

Si chiama padre Maurizio Botta, è piemontese, non ha ancora quarant’anni e quasi nove anni fa nel gennaio 2006 è stato ordinato sacerdote. Fa parte della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri ed è Prefetto dell’Oratorio della Chiesa Nuova di Roma. Le sue catechesi serali, intitolate “i Cinque Passi”, radunano nella splendida chiesa romana incastonata giusto a metà strada tra l’Altare della Patria e la Basilica di San Pietro migliaia di fedeli che arrivano anche da fuori Roma. Come a “Le Iene”, le parole di padre Maurizio sono prive di compromessi e fronzoli. Dicono l’essenziale e non transigono. Per questo gli abbiamo affidato una rubrica anomala, costruita sotto forma di dialogo con la redazione, per cogliere da questo sacerdote che è stato capace di ammansire anche le iene le parole per farlo, le parole per dirlo.

Cos’è la Croce oggi?
La contemporaneità ne ha fatto un mero simbolo. Un cavallo fiaccato.

Cosa dovrebbe essere la Croce oggi?
Ecco. Già si usa il condizionale. Non si dovrebbe. La domanda giusta è: cos’è davvero la Croce?

Cos’è davvero la Croce?
Non è un simbolo. E’ l’unica speranza. E’ l’antidoto. E’ la soluzione. Non è un simbolo da guardare, è realtà da succhiare, da far entrare nelle vene, che chiede di penetrare nelle cellule, in tutte le singole cellule del nostro corpo. E’ qualcosa a cui attingere, ma no, attingere è una parola troppo debole…Bisogna “succhiare” dalla Croce sempre nelle difficoltà della vita. Perché vivere è un affare difficile.

Vivere è una Croce?
Vivere è un dono. Ma nella vita si affaccia sempre la fase delle difficoltà e poi la vera e propria sofferenza. Culturalmente c’è chi ha deciso che la sofferenza non è tra le cose accettabili. Ma c’è. La Croce è la soluzione.

La Croce serve dunque a dare senso alle sofferenze?
No, è una semplificazione e una banalizzazione. E’ troppo poco. La Croce esiste perché ci fa interrogare sul punto centrale, che è la persona che a quella Croce è appesa. Gesù Cristo. Un uomo che ha detto di essere Dio. L’unico che lo ha detto. Lo hanno preso per pazzo prima, poi lo hanno considerato pericoloso, infine lo hanno crocifisso. Duemila anni dopo io credo alla parola di quell’uomo che ha proclamato di essere Dio. E duemila anni dopo siamo tutti ancora dentro quell’interrogativo. E’ un bivio, due sole le strade possibili: o era un pazzo, o davvero era Dio. Io ho scommesso sul fatto che fosse Dio. E se Gesù è Dio, nella vita dell’uomo cambia tutto.

Perché cambia tutto?
Perché quel fatto obbliga a scegliere. Gesù ne è consapevole e lo dice, sa di essere venuto a portare divisione. Allora, quell’uomo era un pazzo o era Dio? Dalla identità di Gesù derivano conseguenze enormi. I cristiani dicono che è Dio. Chi lo crede, chi riconosce l’identità divina di Gesù, non può poi cercare di addomesticarlo.

Qualcuno si vergogna della Croce?
Sì, certo. Anche tra i cristiani qualcuno si vergogna della Croce. Anzi, di più, qualcuno si vergogna di Cristo. E allora prova a proporre un Cristo comodo, svirilizzato, depotenziato. Siamo ancora preda di forme di eresia, arianesimo e pelagianesimo sono attualissimi. Invece la Croce è una bomba atomica, non un simbolo vago, buonista e generico.

La Croce non è un simbolo di bontà?
No. La Croce è un simbolo di speranza. Con Venanzio Fortunato, 1400 anni dopo la sua morte, ripeto: “Ave Crux, spes unica”.

Ave Croce, speranza unica. In Europa non ci credono. Rifiutano persino le radici cristiane.
Infatti l’Europa è disperata, rifiuta la Croce con una mancanza di gratitudine e con un fondo di odio per l’uomo. Più guardo il mondo occidentale più vedo un mondo di disperati. A cui va ripetuto il messaggio della Croce. Io ho chiesto alla Croce non di avere speranza, ma di essere speranza. E così guardo al futuro con buonumore, non ho paura del futuro e la Croce è la mia serenità. La Croce è liberazione e non a caso tutti i “liberati” della Croce sono diventati a loro volto liberanti. Penso ad esempio a Chesterton, Frassati, Lewis, Tolkien. Le loro sono parole di libertà, perché la Croce è libertà.

Un prete la subisce la Croce?
Per un prete la Croce è il Dono. E va scritto con la maiuscola. Io penso a Cristo risorto, con sul corpo i segni della Passione, per ricordarmi che i miracoli avvengono.

Li vedi avvenire?
Li ho visti avvenire, sì. A cominciare da me. Vedo il miracolo della trasformazione che Cristo ha operato nella mia vita. Sono figlio di un imprenditore benestante, sono laureato alla Bocconi in economia aziendale, potevo tranquillamente occuparmi dell’azienda, vivere nelle agiatezze, avere una mia famiglia. Invece Gesù ha voluto che mi alzassi tutte le mattine prima delle sei, per pregare, per dire messa, per confessare e ascoltare per ore uomini e donne, per adempiere a tutti i doveri di un prete e per andare a dormire presto alle 22.30 nel cuore di Roma senza rimpianti. Non è evidente il miracolo compiuto da Cristo? Quando posso dire a tutti con piena sincerità che sento una gratitudine crescente ogni giorno e che non cambierei la mia vita con quella di nessuno?

Come hai incontrato tu la Croce?
L’ho incontrata partendo dalla mia miseria, dalla mia incapacità di amare, dalla possessività nell’amore, che odiavo ma non riuscivo a togliermi. Poi è arrivato Gesù e ha deciso di operare il miracolo, di iniziare a liberare anche me. Cristo è veramente liberatore. Ha voluto incontrarmi e continua a liberarmi.

Che tipo di incontro è stato?la croce
Un incontro segreto. Come con un’amante. O con un grande amico, l’unico a cui puoi dire le cose davvero importanti.

Cristo è ancora amico di questa umanità disperata?
Certo. Non ho neanche un dubbio. L’Amico è colui che è disposto a dare la vita per te. Chi è così Amico dell’umanità se non Cristo risorto e Signore, ma con impressi i segni di quella Croce?

***

Il 14 novembre riprenderanno le catechersi dei 5 passi al mistero di padre Maurizio Botta

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10 pensieri su “Oi dialogoi: i colloqui con padre Maurizio Botta

  1. Elena Maffei

    Grazie. In questo momento in particolare chiedo a voi fratelli e sorelle di pregare per la diocesi di Trieste. Indossiamo di nuovo la Croce, ricominciamo a portarla al collo. Non come un gioiello ma come il sigillo, l’alfa e l’omega della nostra vita.

  2. Giusi

    Non si sa più per che diocesi pregare. A Torino, all’interno della stessa diocesi, della stessa Chiesa (?) queste le opinioni (ormai la fede è diventata un’opinione) di due vescovi:

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/11/02/news/lezione_choc_sui_gay_l_arcivescovo_nosiglia_critica_la_prof_le_scelte_sessuali_non_si_discutono-99587931/

    http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/11/03/news/il_cardinale_poletto_sui_matrimoni_gay_torino_non_faccia_follie-99617284/

    1. vale

      @giusi
      ma infatti il problema non si porrebbe se i preti fossero, ovviamente con le proprie peculiari caratteristiche, dei Maurizio Botta.
      il punto è che non sembra esserci più una unità di insegnamento nel merito. vale per il cardinale americano. per il caos che è accaduto nella diocesi di Albenga, e pure alle jene ( dove qualche sera fa hanno “beccato” con la telecamera nascosta su tre ragazzi il parroco che allunga le mani,palpeggia e bacia i ragazzi. ed i dialoghi erano-parmi-inequivocabili.invitandoli pure a casa sua…)

      ora, so benissimo che vi sono molti Botta, in giro.Deo gratias.

      ma mi par di capire, da quel che leggo, che di preti che non fanno i preti ma si son messi a farlo per i più svariati motivi ( e uso un eufemismo che include pure quelli che lo fan per soldi,soprattutto nei paesi di area tedesca) che ce ne siano molti di più di quel che si vuole ammettere di quest’ultimi.

      insomma: la domenica non vorrei fare una caccia al tesoro per trovare un prete che creda ancora alla transustanziazione.
      ed alla omelia non mi ammorbi con la solita lagna socialeggiante da assistente sociale.

      1. vale

        p.s. ora vado sull’isola di patmos. dove i padri Livi,Cavalcoli e Ariel Levi di Gualdo parlano ancora di Dio.

  3. Sara

    Già il titolo della rubrica, essendo in greco, suona per me come un invito a nozze. Se poi a dialogare è padre Maurizio Botta, non vedo l’ora di gustarmi ogni appuntamento!
    Grazie per queste parole, “essenziali” e che “non transigono”, sulla Croce!

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