Giornalisti, giornaliste e la mamma a cui il bambino ha diritto

di Costanza Miriano

Questo pezzo è stato scritto per il numero zero del nuovo quotidiano LA CROCE di Mario Adinolfi che sarà in edicola e online dal 13 gennaio 2015

foto di Leonora Giovanazzi

foto di Leonora Giovanazzi

di Costanza Miriano per La Croce

Giornalisti e giornaliste solo apparentemente fanno lo stesso lavoro. Il maschio parte dal giornale per conquistare il mondo, per plasmarlo, cambiarlo, per lasciarci un segno. La giornalista femmina accoglie il mondo dentro di sé. Se la prende, se ne fa carico, diventa amica degli intervistati, a volte per sempre. All’interno della redazione il maschio fa una battaglia per il controllo del territorio, la femmina non vuole conquistare il territorio ma le persone, o seducendole, oppure prendendosene cura, soprattutto se è in pace con se stessa.

Lei mette le foto dei figli sulla scrivania (più spesso dei gatti, i figli se miracolosamente ci sono meglio non esibirli troppo in ambienti di lavoro, e fingere di avere un amante piuttosto che dire che si è state alla recita di Natale, fa poco professionale, basta arrivare un po’ spettinate e con gli occhi gonfi, tanto dopo la recita viene facile, e i colleghi penseranno che ce la siamo giustamente spassata su qualche divano in giro, ovviamente non con nostro marito). Lei attacca i pass della zona rossa della trasferta pericolosa alla lampada insieme alla rosa secca del Festival del cinema, lui li ammucchia in un groviglio tra vecchi giornali, lei ha le bustine delle tisane, e i cassetti pieni di analgesici per i mal di testa dei colleghi, assorbenti e caramelle e crackers perché nel caso che la macchinetta in corridoio si rompa – non succede dal ’97, lo ricordano tutti, fu il panico allora, ma non si sa mai – bisogna poter sopravvivere anche a uno speciale elezioni all night long. Come se la redazione fosse in un deserto lei accudisce i suoi, perché si sa “Dio affida l’umanità alla donna” (S. Giovanni Paolo II).

Il fatto è che l’uomo si definisce con il suo saper fare, e per questo cerca di farlo sempre meglio, specializzandosi, mentre per la donna il lavoro è solo una parte del mondo così grande e colorato e pieno di cose e facce e persone di cui occuparsi. Chesterton sostiene, e io con lui, che per anni ne è stata tenuta lontana, da questo mondo del lavoro, non perché venisse oppressa ma perché fosse libera di spaziare tra tutte le cose che le stavano a cuore. E non negatelo, anche voi donne rampanti in carriera avete comunque altre duecento cose ogni giorno nella to do list, siete anche voi un marchingegno complicatissimo pieno di tasti che devono sincronizzarsi perché stiate bene, laddove i vostri colleghi di tasti ne hanno solo due (on e off). Perciò le donne che non hanno fatto i conti con questa cosa, con la loro complessità, col bisogno di essere tutto per qualcuno, piuttosto per qualcosa per tutti, e che cercano la propria identità nel lavoro sono arrabbiate, spesso aggressive, confondono i piani, cercano conforto e ammirazione e sostegno dove i rapporti devono essere solo professionali.

Ci sarebbe un bel po’ da dire sul tema. Ragionare sul discorso del lavoro femminile. Considerarlo una possibilità, ma anche una inesorabile definitiva pesantissima rottura di scatole, una cosa che per pagare il mutuo dobbiamo fare quando vorremmo essere a casa a preparare le merende ma di certo non la via della nostra realizzazione. Ci sarebbe da chiedere, pretendere sbattendo i pugni, che le donne non siano costrette dalla necessità economica a lasciare i loro bambini piccolissimi tra le braccia di qualcun altro, che sarà anche bravissimo, ma che non sarà mai lei, la mamma a cui il bambino ha diritto. Ci sarebbe da dire, molto, e lo diremo su La Croce, perché il diritto dei bambini ad avere la mamma e quello delle donne ad avere bambini è forse la battaglia numero uno del momento, ed è qualcosa, questa sì, per cui vale la pena qualche volta di non preparare la merenda.

Quando Mario mi ha detto che avrei fatto parte della squadra de la Croce stavo sicuramente, come sempre, facendo altre tre o quattro cose oltre a parlare con lui al telefono, e forse non ho neanche capito troppo bene, ma ho risposto sì, uno perché la sua non era una domanda, due perché la parola no purtroppo non è contemplata nel mio vocabolario, soprattutto se a chiedermi qualcosa è qualcuno a cui tengo (astenersi da diagnosi apprendisti psicanalisti, please). Ho detto sì anche con entusiasmo, per la precisione, perché credo profondamente nella battaglia di questo giornale. Ho detto sì anche se non so come farò a trovare il tempo. Ho detto sì pensando che comunque a una certa ora della sera c’è la puntata di Violetta e quindi ho quei quarantacinque minuti di semilibertà dalla fascia più giovane e più esigente della mia prole. Ho detto sì anche per incrementare il fatturato dell’industria dei surgelati (immagino che in un quotidiano i pezzi si chiudano esattamente all’ora in cui io di solito sfiletto il pesce o impano le fettine), così l’economia gira con me. Ho detto sì anche se non si sa se ci saranno i soldi perché se c’è qualcosa per cui vale la pena lottare, la fatica e i soldi per me non sono mai tra delle variabili da considerare nella decisione (confido nella morte per consunzione, e almeno nelle prime dodici ore dopo il trapasso mi farò la bella dormita che aspetto da anni).

Ovviamente mentre Mario mi esponeva il suo progetto – eroico, visionario, coraggioso – io pensavo prima di tutto a come organizzare il tempo della mia famiglia e del lavoro, pensavo a cosa potrei rinunciare (al sonno, of course),e pensavo anche “chissà dove sarà la redazione, ci sarà bisogno di qualcosa da mangiare e da bere”, perché si sa che sono una femmina, e la prima immagine che mi è venuta in mente visualizzando le sue parole “redazione, gruppo, ci proviamo” è stata una caraffa di caffè americano da mettere a disposizione, perché, questo già lo so, assomiglierà più a uno Starbucks pieno di amici che a una catena di montaggio, un posto dove si fa solo per amore una cosa in cui si crede, aspettando il centuplo quaggiù.

E poi, dopo la caraffa, mi è venuto in mente di scatenare tutti gli amici potenti che ho, perché anche noi siamo una lobby (le anime del purgatorio, e tutti quelli che già sono in cielo, da Teresina ad Agostino, ognuno ha il suo potere forte di riferimento), e di chiedere insistentemente (come rompiamo noi femmine non rompe nessuno…) allo Spirito di soffiare potente sulle nostre tastiere, perché noi donne più che alle quote rosa, più che a essere gli alberi delle vele, dobbiamo puntare a essere il vento che le gonfia.

la croce

 

19 Responses to “Giornalisti, giornaliste e la mamma a cui il bambino ha diritto”

  1. Noi saremo con voi comprandovi, diffondendovi…chiudendo un occhio sui refusi. Sarà il segno che a Costanza si sono chiusi entrambi ed è piombata sulla tastiera. Soprattutto saremo con voi nelle preghiera. L’unica cosa che ci serve.
    P.s. se la redazione è a Trieste vi porto i biscotti!

  2. Come si fa a non condividere questo articolo? 😉

    Se non facessi tutt’altro lavoro ci verrei di corsa, soprattutto per la caraffa di caffé!!! 😀

  3. Grazie Costanza, i post che pubblichi sono sempre illuminanti, costituiscono una sorta di viatico quotidiano; le tue opinioni sulla donna e sul mondo mi danno l’energia necessaria per affrontare le mie giornate di insegnante. (Ti confesso che faccio mie, condividendole in toto, moltissime delle tue convinzioni e le ripropongo spesso nelle spiegazioni ai miei alunni ginnasiali!) Grazie ancora, Costanza, grazie di esistere. P.S. Aspetto con ansia il tuo prossimo libro!! Maura.

    Inviato da iPad

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  4. Grazie! E via, in cammino sulla stessa strada… perchè non conta il tempo ma i battiti del cuore che ritmano sempre un sì! Perchè Quello in cui si crede è più bello della nostra stessa vita. A presto!

  5. In bocca al lupo!
    Aspetto l’uscita del primo numero con grande interesse.
    P.S. bellissima e vera l’ultima tua frase! Grazie perché ogni tanto me lo ricordi.

  6. Le tue parole mi danno sempre un’energia grandiosa. Noi saremo lì con voi e per voi, un giornale con un nome così non può che INNALZARSI e fare cose grandi!
    A me sembra troppo dover aspettare fino a gennaiooooo……;

  7. che meraviglia!!! il vento soffierà sicuramente!!

  8. Carissima Costanza, quanto vorrei essere come te, avere il tuo coraggio, la tua determinazione……
    Pensa, il Sacerdote della mia Parrocchia di appartenenza mi aveva chiesto di fare la Catechista ai bambini del primo anno, mi riteneva portata ma…….. mio marito me lo ha proibito assolutamente a causa dei miei impegni lavorativi (..a rafforzare le tue parole) che già portano via tempo a lui ed alla famiglia……ed io non ho avuto la forza di oppormi, credo che questa missione non rientri ancora nei disegni che nostro Signore ha per me.
    A proposito del nuovo quotidiano “la Croce” io mi propongo fin da adesso di sottoscrivere l’abbonamento. A presto

  9. Bellissime parole! Grazie!!!

  10. “…allo Spirito di soffiare potente sulle nostre tastiere, perché noi donne più che alle quote rosa, più che a essere gli alberi delle vele, dobbiamo puntare a essere il vento che le gonfia.” E vento sia, per qualsiasi cosa, sono a disposizione, anche per accendere il bollitore delle tisane, per una conversazione radiofonica, per diffondere quest’aria nuova

  11. “LA CROCE”: UN QUOTIDIANO APERTO A TUTTI

    di Mario Adinolfi

    Il 13 gennaio 2015 uscirà in edicola il primo numero de La Croce – Quotidiano. Oggi comincia il nostro road show di presentazione: è nata la pagina Facebook (dai, fate un “mi piace”), da oggi ci si può abbonare, negli incontri organizzati dai circoli Voglio la mamma in cui a un certo punto si discute sempre degli strumenti con cui resistere ai falsi miti di progresso, diremo che mettiamo a disposizione un nuovo strumento. Uno strumento che ha una forza in più rispetto al libro, che è inevitabilmente un atto solitario proposto a un pubblico in una logica top-down. Un quotidiano consente di aprire la produzione dei contenuti di resistenza a tutti. E “La Croce” sarà così: un quotidiano aperto a tutti. L’associazione Voglio la mamma è stato il primo passo di costruzione di una comunità di resistenti che produce contenuti, il quotidiano ingaggerà fisicamente e tutti i giorni il corpo-a-corpo di cui spesso abbiamo parlato per produrre persuasione, raccontando prevalentemente storie intrise di umanità e narrando quel che ogni giorno accade.
    Avete imparato a conoscerci con il modo con cui abbiamo raccontato la violenza subita dalle Sentinelle In Piedi, con un pezzo pieno di grazia scritto dalla penna senza pari di Costanza Miriano sulla differenza tra maschile e femminile contro ogni ideologia gender, in questi mesi sulla pagina Facebook vi presenteremo piano piano i tanti protagonisti di questa iniziativa che ci aiuteranno ad avere ogni giorno le parole per dirlo. Parole semplici, parole popolari, parole per tutti perché a tutti vogliamo parlare. Non vogliamo fare esercizi di bravura. Saremo un giornale pop. E proveremo a dire sempre la verità, sapendo che c’è una verità da dire.
    Il quotidiano in edicola costerà 1.50 euro. Che tipo di quotidiano sarà lo abbiamo raccontato nei dettagli nei giorni scorsi, vogliamo che sia un “primo giornale” in cui troverete tutta l’informazione necessaria, programmi tv inclusi. Nella campagna di abbonamento che ci porterà all’uscita del 13 gennaio vogliamo però dare a tutti la possibilità di leggere i primi numeri del giornale per dedicarci. L’abbonamento annuale dunque costerà 180 euro (ogni copia, meno di un caffè) e per chi non volesse darci fiducia per un anno intero abbiamo previsto anche un abbonamento semestrale a 99 euro. Speriamo anche di avere degli abbonati sostenitori che pagheranno il prezzo pieno a 500 euro. E dei donatori che colgano quanto costosa sarà questa impresa e vorranno donare magari anche di più per dare un futuro solido a questa iniziativa.
    Scegliere lo strumento del quotidiano cartaceo è vista da alcuni come una follia dal punto di vista economico, ci hanno messo in guardia tanti e hanno ragione. Sappiamo che alla fine dovremo metterci le mani nelle tasche per andare avanti. Ma poiché l’offensiva dell’informazione che spaccia i falsi miti di progresso è incessante e dotata delle corazzate della grande stampa e praticamente di tutti i programmi tv, non potevano continuare solo con la cerbottana degli articoli su Facebook. Il corpo a corpo ha bisogno di uno strumento adeguato. Non abbiamo finanziatori occulti (“ti paga il Vaticano”, “ti paga la Cei”, “ti paga l’Opus Dei”, “ti paga CL”…magari lo facessero, ma non è successo e non succederà) e abbiamo anche l’ardire di rifiutare qualsiasi finanziamento pubblico, troveremmo ingiusto prelevare denaro dalla fiscalità generale, quando una delle battaglie principali de “La Croce” sarà quella dell’abbattimento del carico fiscale che schiaccia la famiglia con figli e premia i single. Dunque siamo poveri, ma è scritto che non dobbiamo preoccuparci e c’è chi pensa ai gigli dei campi e agli uccelli del cielo. Avremo tutto l’occorrente, ne sono certo.
    E adesso, basta chiacchiere. Gambe in spalla, la strada è lunga.

  12. ” E non negatelo, anche voi donne rampanti in carriera avete comunque altre duecento cose ogni giorno nella to do list, siete anche voi un marchingegno complicatissimo pieno di tasti che devono sincronizzarsi perché stiate bene, laddove i vostri colleghi di tasti ne hanno solo due (on e off)”

    Intanto prima cosa, molto importante, da dire, è che non tutte le donne e non tutti gli uomini sono, e/o vogliono essere rampanti in carriera.
    Di conseguenza non tutti gli uomini e non tutte le donne hanno colleghi né rampanti né non rampanti.
    Il mondo non è un mondo a fumetti come quello che insistentemente e stereotipatamente cerca di disegnarci Costanza Miriano, non è fatto di tutte donne Petronille tanto buffe con lo spillone nei capelli arruffati in automobili piene di borse e di carabattole e di merendine.
    Io, per esempio, ma non solo io, credo, non ho, e non ho mai avuto, nessun collega, né uomo né donna.
    Quanto al tasto maschile on/off…lasciamo perdere….

  13. Abbonamento garantito!!!

  14. Come è bella la verità! Penso da sempre anch’io che la felicità della donna sia nella capacità di donarsi piuttosto che nella realizzazione di una carriera. La mia vita purtroppo ha preso una piega diversa da quella che avrei voluto, il mio matrimonio è presto naufragato e al posto di trovarmi a fare la casalinga felice con quattro bambini come avevo desiderato mi sono ritrovata a fare la mamma single costretta a lavorare. Il mio lavoro oltretutto non mi piace per niente ma ho dovuto farlo per crescere mio figlio senza pesare troppo su nessuno. Sarebbe stato bello avere degli aiuti statali che mi avessero consentito di dedicarmi a mio figlio perlomeno facendo un lavoro con degli orari più accettabili. Le donne devono poter scegliere di dedicarsi ai figli e di farne quanti il Signore ne consente senza doversi castrare in favore d uno Stato che non protegge i più deboli.
    Fatemi sapere se vi serve una mano…

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