Il cinema cristiano? Non ha abbastanza cuore

 gran torino
 
di Andrea Galli    Avvenire
 
Dal “convento” a Hollywood. È il salto che ha fatto Barbara Nicolosi, per nove anni religiosa della Figlie di San Paolo, poi passata a lavorare da laica nel mondo del cinema e diventata un punto di riferimento per chi cerca di coniugare fede e arte visive negli Usa. Sceneggiatrice di successo, fondatrice dei “Galileo studios” vicino a Los Angeles, di “Act One”, società che si occupa di formare professionisti per il cinema americano, di “Catharsis”, agenzia di consulenza per produttori e registi, docente universitaria e molto altro, Nicolosi pochi giorni fa ha tenuto una serie di conferenze alla Benedictine University vicino a Chicago. Una si intitolava: «Perché i pagani fanno film cristiani più belli». 
Partiamo da questo titolo, che mi sembra eloquente…

«La prima cosa da chiarire, per dipanare la provocazione, è che non esistono film cristiani, così come non esiste una pizza cristiana, o una moto cristiana. Una categoria utile è piuttosto quella di “arte sacra”, da riferirsi a ogni progetto, commissionato dalla Chiesa o no, a fini liturgici o catechetici. I film non possono ricadere in questa categoria, perché destinati per natura a un pubblico vasto. Un film fatto da cristiani dovrebbe lavorare a un livello teologico per i credenti, ma può e deve funzionare con un pubblico laico su un piano artistico e narrativo. Un film è tanto più “cristiano” quanto è capace di avere un impatto su un pubblico non cristiano. Per fare degli esempi citerei Un uomo per tutte le stagioni di Fred Zimmerman, del 1966, o La passione di Giovanna d’Arco, film muto del 1928 diretto Carl Theodor Dreyer. O in letteratura i racconti di Flannery O’Connor. Il limite della cinematografia dei cristiani è che troppo spesso è semplicemente brutta. Riflette quello che è successo nella Chiesa nel rapporto tra arte e fede, dove la ricerca di “nuove epifanie della bellezza”, per dirla con le parole di Giovanni Paolo II, è stata sacrificata alla sciatteria e al culto del banale. I “pagani” che privilegiando il talento perseguono la ricerca del bello, realizzano inevitabilmente opere superiori».

Com’è il lavoro nell’ambiente hollywoodiano? Si scontra con pregiudizi o ostilità?

«Hollywood non è tanto anti-cristiana, quanto anti-cattiva cinematografia. E il modo per farsi sentire in un ambito del genere, e nella cultura popolare in generale, è di essere talmente bravi da non poter essere ignorati».Alcuni esempi di film con un messaggio cristiano ben riusciti?juno
«Fatti da cristiani negli ultimi dieci anni ce ne sono molto pochi. Dove c’è una “buona intenzione” la storia generalmente fallisce. La Passione di Cristo è stata un’eccezione, ma Mel Gibson non ha girato film per la Chiesa, ha fatto piuttosto un atto di penitenza per i propri peccati. Alcuni ottimi film fatti da non credenti che veicolano messaggi cristiani sono L’ospite inatteso di Thomas McCarthy, Lars e una ragazza tutta sua di Craig Gillespie, e Juno di Jason Reitman, tutti e tre del 2007, oppureLe vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck del 2006, e il più recente Uomini di Dio di Xavier Beauvois, 2010, sui monaci di Tibhirine. E quasi tutto quello che è stato realizzato dalla Pixar, un esempio di eccellenza abbinata a temi profondi, di portata universale».Anche “Gran Torino” del laicissimo Clint Eastwood è stato letto come un film dal messaggio cristiano: nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici.
«Gran Torino è un film robusto e Eastwood ha voluto fare del personaggio principale una figura cristologica, un archetipo ben presente nella tradizione hollywoodiana».Ricche case di produzione, talento, fiducia in se stessi: cosa ci manca di più?
«Manca una comprensione adeguata della natura e del potenziale della narrazione attraverso le arti visive. Tra le prime venti università al mondo per il cinema non c’è una cattolica. Bisogna lavorare con figure di talento, indipendentemente dal loro orientamento religioso. Troppo spesso ho visto cristiani ingaggiare cattivi attori, sceneggiatori o registi solo per il fatto di essere dei credenti. Si finisce spesso con film quasi orribili. La maggioranza dei ricchi benefattori dona soldi per le opere di carità della Chiesa o per l’educazione in generale. Bisogna convincerli a investire risorse anche nelle opere d’arte. Abbiamo perso il valore di essere “patroni delle arti” come è stata la Chiesa in passato».Meglio essere espliciti riguardo Dio e la fede – vedi “La Passione di Cristo” di Mel Gibson – oppure no?
«Servono parabole per la gente del nostro tempo che abbiano una serie di caratteristiche che aveva già individuato Aristotele nella Poetica. Le parabole efficaci non hanno bisogno di nominare Dio, proprio come quelle di Gesù. Dico sempre ai miei studenti: la storia basta, non c’è bisogno di allegare un’omelia. Abbiamo bisogno di parabole scritte da persone con il cuore pieno di vita e capaci di portare negli altri ispirazione e compunzione. O per dirla con Aristotele, la società ha bisogno di storie che generino esperienze di catarsi, di compassione e di paura del male. Gli studiosdi Hollywood sono controllati da megacorporation a cui interessano film che vendano. Questo è il loro ultimo parametro di riferimento. C’è spazio per una nuova generazione di professionisti in grado di raccontare storie guardando ai principi classici della narrazione e di abbinare il tutto alle potenzialità delle nuove tecnologie».I cristiani hanno limiti dal punto di vista etico – scene di nudo, la sessualità in generale, il linguaggio, l’approccio alla violenza ecc. –: partono svantaggiati?
«Non si può avere una buona storia senza quella che chiamo un’alta posta in gioco. Un’alta posta in gioco vuol dire per esempio aver di mezzo la morte. E la morte più “profonda” che un uomo sperimenta viene dal peccato: la morte della capacità di amare, dell’istinto a prendersi cura degli altri, dell’abilità a vedere e penetrare la realtà. Perciò non si può togliere il peccato da una buona narrazione. Quello che i cristiani possono dimostrare è come parlare del peccato senza farlo diventare un’occasione di peccato per il pubblico. E’ ciò che fa la Bibbia con le sue storie ad alto tasso di drammaticità – adulteri, omicidi, inganni, tradimenti – ma mai narrate in modo da far violenza sul lettore. Una moderna eresia nella Chiesa di oggi è l’impulso a essere innocui. Va bene essere prudenti, ma spesso sembriamo degli stoppini bagnati. Siamo così attenti a essere gentili e non-offensivi che alla fine non diciamo nulla che valga la pena di stare a sentire. Dovremmo essere meno melliflui e più duri».

Andrea Galli

132 pensieri su “Il cinema cristiano? Non ha abbastanza cuore

  1. …non si può cavare sangue da una rapa! Il cristianesimo non è vivo-i film “cristiani” sono morti, non hanno vita.
    Con questo non voglio dire che il cristianesimo sia morto cadavere, ma solo che è fuori dela vita.
    (come è giusto che fosse, se davvero che fosse) (al massimo si potrebbe fare, e ne sono stati fatti, dei bei documentari sui frati trappisti e altri del genere) (o dei sublimi esercizi di assemblaggio fotografia-musica-vangelo come ha fatto Pasolini)

    1. @filosofiazzero:
      “Il cristianesimo non è vivo-i film “cristiani” sono morti, non hanno vita.”

      A giudicare dall’anticristianesimo attuale, non mi pare che pure quest’ultimo se la passi benissimo…
      Vogliamo paragonare lo spessore di un Nietzsche a quello di un Richard Dawkins? 😀

  2. Giusi

    Ma che vuol dire film cristiano? Che lo devono fare i preti? A ognuno il suo mestiere. Il cinema è un arte, bisogna saperlo fare. Per me Gran Toriino è un film cristiano, cristianissimo. Se un film è brutto è brutto, non bastano i contenuti. Non lo capisco molto questo articolo, mi sembra pretestuoso. La nostra religione è una miniera anche da un punto di vista cinematografico, si pensi alle storie della Bibbia, sono stati fatti dei capolavori. Sul Vangelo poi: da Zeffirelli a Pasolini a Gibson… Ma questo vale per ogni forma d’arte. Se un imbrattatele, fosse pure in odore di santità, si mettesse a dipingere la Conversione di Matteo, verrebbe fuori una schifezza, poi guardi quella di Caravaggio, che non era uno stinco di santo e ti ci perderesti per ore. E mi si citi qualche capolavoro che possa paragonarsi alla Divina Commedia! Non c’è forma d’arte che non abbia dato le massime espressioni attingendo al cristianesimo! Alvise morto cadavere sarai tu ma pronto per la Svizzera proprio!

  3. Annalisa

    Questo articolo è chiarissimo e per nulla pretestuoso. Sempre un piacere leggere le parole di una mente illuminata.
    Giusi, quello che affermi tu non è così diverso da quello che dice la Nicolosi, leggi attentamente!

  4. Consiglio un occhio anche a questo articolo.
    Per me, uno dei misteri della cinematografia è come mai San Francesco sia quasi l’unico della sua categoria (se si esclude Giovanna d’Arco su cui sia stata fatta una filmografia decente.
    In genere detesto soprattutto gli sceneggiati sulle vite dei santi, proprio perché non rendono per niente giustizia ai loro soggetti. Se qualcuno decidesse di mettere sullo schermo come si deve figure tipo Caterina Benincasa da Siena, Luigi IX di Francia, Brigida di Svezia, Antonio da Padova, non ne verrebbero fuori solo dei piattissimi santini a una dimensione. Molte di queste persone hanno oggettivamente avuto vite avventurose, appassionanti come romanzi, hanno inciso sulla loro epoca, alcuni l’hanno perfino cambiata.
    http://www.aleteia.org/it/arte/interviste/i-santi-nei-film-sono-credibili-il-cinema-sinterroga-5886257913659392

    1. Giusi

      Il suo Padre Pio con Castellitto mi è piaciuto. Certo si poteva risparmiare il “menomale che Francesco c’è” che non ho francamente capito che c’azzecca.

    2. 61Angeloextralarge

      Mercuriade: smack! 🙂
      Sono molto delusa dalle vite dei Santi trasportate in film. Mi dispiace ma difficilmente ho trovato in essi la vera spiritualità di protagonisti, tantomeno la storia vera… molto romanzata. In un paio di questi film sembra addirittura che il protagonista, più che Santo, sie un ebete. 😦

        1. Giusi

          Belli. Ci sono pure su quel link che ho consigliato. Quello su Ildegarda però no. L’ho guardato, mi è piaciuto, grazie!

              1. La mia intenzione era quello di ravvivare l’appello che feci qualche post fa. “Vision” di Margarethe von Trotta è a mio parere un film bellissimo, e sarebbe bene farlo conoscere anche nell’edizione italiana (tra l’altro non ho detto che nel 2009 fu presentato anche al Festival del Cinema di Roma). Sarebbe possibile attivarsi con una petizione alla San Paolo, magari coinvolgendo anche qualche nome del cinema o del teatro italiano?

  5. Salve a tutti è tanto che non scrivo, leggo un po’..non ho francamente il tempo. Purtroppo. Ma su questo argomento due righe le debbo scrivere. A parer mio il cinema può dirsi cristiano ogniqualvolta dia un messaggio chiaramente e puramente cristiano a prescindere da chi lo fa. Certamente il cinema di Clint Eastwood a mio modesto parere non lo è perché i messaggi sono generici e contraddittori e “strizzano l’occhio” a concetti come eutanasia tanto per dirne uno, oppure ad una totale mancanza di speranza che non può albergare nel cuore di chi riceve la Luce di Dio. Cinema come quello dei fratelli Kendrick (Fireproof e Courageous) è assolutamente cristiano…e soprattutto è bellissimo, toccante, avvincente, dotato di realismo e vicino al cuore di chiunque lo guardi (non solo i cristiani). Ben recitato, professionale sotto ogni aspetto, ma ….chi ha visto questi film ? Hollywood li ignora, la distribuzione pure…quindi non è vero che non esiste un cinema cristiano, come non è vero che il cinema cristiano sia brutto (è brutto quello buonista e stucchevole di certe regie nostrane…ma questa è un’altra storia). Gattaca è un film cristiano (criptocristiano?) ma la croce ondeggia in primo piano nella Buick Riviera del 1972 mentre il protagonista viene concepito come “figlio dell’amore” cioè secondo natura e con l’amore di Dio e non secondo una prassi eugenetica degna dei migliori nazisti…Tutto il cinema di C.T.Dreyer è cristiano perché per questo gigante dimenticato, Dio è ovunque ed in ogni istante e quindi permea, attraversa le sue immagini come la luce che imprime la sua pellicola….si potrebbero fare moltissimi esempi, ma non voglio andare oltre.. di cinema cristiano ne ho fatto una piccola cineteca che spero di far crescere. Ma non condivido ne l’autore dell’articolo Andrea Galli (per quanto ci ha messo di suo) ne tento meno le provocazioni della Nicolosi. Che il buonismo uccida il cinema, è credo ovvio per tutti, come del resto ogni ideologia applicata alla Fede, finisce per ferire la Fede e cancellarla, quindi neppure il cinema può dare messaggi ed essere arte se diventa ideologia pregiudiziale e preconfezionata che nega la realtà…. Ma non è neppure vero che Hollywood è la patria dei bravi e dei capaci, di ottimi prodotti, di atei o pagani che fanno bei film cristiani (????) Queste sono panzane che le fanno comodo perché ci sta comodamente seduta sopra… La dittatura invisibile c’è, come ci sono ovunque le lobby anticattoliche ed anticristiane che agiscono, per plasmare il nuovo mondo del gender etc. etc. E questa gente come leggevo in un articolo sulla Nuova Bussola vuole cancellare la Chiesa. Figuriamoci se permette l’uso del cinema, che si può usare come uno strumento di moda, immagine corrente, modernità, positività, etc. e quindi può subdolamente portare messaggi come metodo di propaganda… e qui cari amici di Cristo mi fermo e scusate del tempo che vi ho rubato…un abbraccio a tutti.

    1. Giusi

      E’ vero quello che dici Umberto: ci sono messaggi che non si vogliono far passare altrimenti tra Bibbia, Vangelo e vite dei Santi (quelli citati da Mercuriade e tanti altri) il cinema ci potrebbe campare a vita! E parlando di tutto! Ma hai visto mai che poi passano messaggi positivi? Non sia mai! E il sesso? La violenza? E Un gay schiaffato per principio in qualsiasi film? Non volevo dire che tutta la cinematografia di Estwood è cristiana ma Gran Torino sì. Ha un messaggio bellissimo. Ho letto dell’ultimo film di Scorsese (che il cinema lo sa fare): “Il Lupo di Wall Street” ( è una storia vera: non vedevo l’ora di conoscerla!). Vi risparmio quello che c’è là dentro tanto è scritto su tutti i giornali. Riporto solo una dichiarazione, di rara ipocrisia del regista: “Girare scene di sesso non è il mio forte, data l’educazione cattolica. Per fortuna ci ha pensato Leo”… Glielo aveva ordinato il dottore di fare un film su ‘sto broker del cavolo? Dite che, essendo cattolico, lo farebbe un film su Santa Brigida di Svezia?

      1. Non c’è, però, solo il “grande” cinema, quello degli attori e dei registi famosi, e delle grandi case produttrici. C’è un altro tipo di cinema, forse meno conosciuto ma i cui risultati si vedono quando si lavora bene.
        Porto un esempio di mia esperienza diretta: da qualche anno sto frequentando l’ambiente dei gruppi di Living History, soprattutto quelli che si occupano di Medioevo, e posso dire che, in questo ambiente, l’amore per il cinema è tanto. Ci sono anche gruppi che, mossi dalla passione e dal desiderio di raccontare la Storia attraverso delle storie (possibilmente belle) si rimboccano le maniche in mezzo a mille difficoltà (non ultima quella di trovare i soldi) e, con uno sforzo non indifferente, anche tenendo presente che non si tratta di attori professionisti, riescono a fare anche cose di livello. Ad esempio, l’associazione Scaligeri di Verona ha realizzato, con l’aiuto di una brava regista, un bel film su Cangrande Della Scala, che è stato anche presentato alla scorsa Biennale di Venezia.

      1. …no intendevo dire che questi del film sono la autentica rappresentazione dei cristi veri, o poveri cristi, o cristiani.
        Ma tu ci hai la mente davvero attorcigliata, allora, davvero!!!

  6. Certo diventa difficile e forse inutile (per certi versi) definire cosa sia il “Cinema Cristiano” o un film “cristiano” (cosa forse più facile)…

    E’ il cinema che ci presenta la figura di Gesù Cristo? Ci sono esempi che potrebbero definirsi blasfemi.
    E’ il presentare Storie della Bibbia? Ce ne sono e di molto ben fatte, come altre sono “fumettoni” lontani anche dalla fonti stesse.
    E’ il presentare biografie filmiche di Santi, sacerdoti, suore, Papi e via discorrendo? Può essere… ma alcuni esempi fanno “venire il latte alle ginocchia” o si affonda nelle sabbie mobili della melassa!
    E’ presentare storie di vita di persone qualunque, che invocano Dio ogni quattro fotogrammi, ma che a parte questo sembrano né più né meno, il ritratto di eroi senza macchia e senza paura, di romanzesca o fumettistica memoria? Non direi.

    In realtà il Cinema è tante e troppe cose, è come una pietra preziosa dalle innumerevoli sfaccettature (come lo è l’Arte), quindi è la Luce che ne emana, al di là di quella che in sala proietta le immagini, che ne da la connotazione Cristiana o meno.

    Anche un film di fantascienza, può essere – o sarebbe meglio dire avere – un messaggio Cristiano.
    Un film “fantasy” (vi viene in mente niente?), una serie di film ironici e divertenti, un film epico, un film crudo, un film d’azione o d’anim-azione e si potrebbe continuare e a questi esempi collegare tante concrete “pellicole” (come si dovrà smettere di chiamarle).
    Credo che ciò che fa di un film, un film Cristiano, sia sì la storia, il soggetto, ma anche chi la racconta… fondamentalmente il Regista. Qual è il messaggio che vuole trasmettere (anche se non amo questo modo di dire…), qual è il suo rispetto della Verità – e non intendo solo quella storica o biografica – la sua attinenza al testo, giacché molto spesso si traspone un testo e un autore, di per sé già ben connotato e “collocabile”. Qual è la forza, con cui trasmette le idee, i concetti, i (famosi) contenuti. Ma anche le contraddizioni, le domande, i dubbi, le sofferenze, che possono accompagnare una Storia… la parte umana e quella divina, più o meno “velata” o “disvelata”.

    Sono in fondo gli occhi con cui guardiamo la Vita e – soprattutto per un Regista – la rileggiamo e la riproponiamo. E’ la summa di questo mirabile racconto di immagini e suoni che fa, solo al raggiungimento dei titoli di coda, di un film un film “cristiano” o “pagano”.
    Se un Artista – come artista può essere un regista e chi con esso partecipa ad una forma d’arte così complessa – ha Fede, o della Fede si pone le domande, i dubbi, le contraddizioni che sono nell’Uomo, con sincera, rispettosa e direi “religiosa” ricerca, può nascere un Film Cristiano e può essere annoverato come tale.
    Io non credo molto ad una sorta di “officina della filmografia cristiana doc” (che peraltro non sarebbe di per sé garanzia di non pessimi risultati, in quanto a “spettacolo cinematografico”) dove si parte con la premessa e l’obbiettivo di realizzare un “prodotto” – il film è anche questo – “cristiano”.
    Il Cinema racconta Storie, storie di Umanità (anche quando è in un altro tempo-luogo-spazio), e l’Umanità, l’Umanità cristiana, cioè amata, illuminata, salvata, condotta, da Dio è fatta di carne, di sangue, di Spirito. Di gioia, risa, dolore e lacrime. Di Misera e Nobiltà, di peccato e di Grazia. Di Amore e di incapacità ad amare. Di Morte e di Risurrezione.

    Dateci belle storie, capaci di colpire e di farci riflettere, di metterci in discussione, di chiamarci a conversione, di stupirci e intenerirci, ma che siano aperte alla Speranza, che abbiano una prospettiva che “guarda al Cielo”, che va oltre la morte. Che ci parlino di Dio anche senza nominarlo.

    Ma che siano bene fatte, vi scongiuro, che rendano giustizia anche all’Arte che quest’Arte può regalare… e noi felici, pagheremo il biglietto!

  7. Sim

    mi sembra rischioso e dannoso parlare di “cinema cattolico” o “arte cattolica”. in questo modo si rischia semplicemente di creare un altro recinto, di imporre una separazione e di andare contro il senso stesso della parola “cattolico”. il mio ambito principale è quello musicale e per quanto riguarda le più recenti iniziative di ispirazione cristiana non posso che condividire questa espressione: “Riflette quello che è successo nella Chiesa nel rapporto tra arte e fede, dove la ricerca di “nuove epifanie della bellezza”, per dirla con le parole di Giovanni Paolo II, è stata sacrificata alla sciatteria e al culto del banale.”

    1. O dove il troppo lungo tempo che ha visto il divorzio reale tra Arte e Fede, ci vede ripartire oggi quasi come “moderni analfabeti”, che devono ritrovare un linguaggio appropriato ma comprensibile e apprezzabile per la sua bellezza…

  8. sebastiano

    D’accordo con la Signora Nicolosi, ma con un’eccezione:
    I film della Sherwood Pictures piacciono molto, anche se non rientrano nel paradigma di Barbara Nicolosi (diciamo che ne sono eccezioni). Sono stati prodotti da pastori protestanti e dalla loro chiesa, e sono molto toccanti.

    Facing the Giants, Fireproof, Courageous, Flywheel sono bei film, godibili, e con un meraviglioso insegnamento.

    http://sherwoodpictures.com/

  9. 61Angeloextralarge

    Cinema cristiano? Se non ha cuore significa che in raeltà tanto cristiano non è?
    Personalmente ho avuto ottimi messaggi cristiani anche da film “non cristiani” e, sempre attraverso film “non cristiani” ho rafforzato la mia fede. Credo che il cuore e l’occhio siano altrettanto importanti sia nel fare un film che nel guardarlo. 😉

    1. Angela sono assolutamente d’accordo con te… è nella buona sostanza il senso del mio commento sopra (naturalmente io ci metto sempre un caterva di parole in più 😉 )

          1. Giusi

            Io piansi. E lui, Clint, non era per niente un santo, era un duro, pareva pure razzista (ma nella sostanza non lo era) ma che insegnamento diede ai ragazzi e alla fine, come Nostro Signore Gesù Cristo, mostrò che non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. E poi c’era una colonna sonora…. Uno dei film più belli che ho visto.

              1. Davide

                Giusi, Angela e Bariom, sono d’accordo con voi, un po’ su tutto.
                Se posso, do anch’io il mio feedback positivo su “Gran Torino” (l’ho visto soltanto poche settimane fa) e mi ha davvero colpito per le stesse ragioni che spiegava brevemente Giusy.
                Un’altro bel film che ho visto recentemente è “October Baby”, ma il genere e lo spirito sono completamente diversi e credo potrebbe rientrare nella categoria: film che si ispirano a valori cristiani??? Chissà! Mi ha impressionato soprattutto il video che accompagna i titoli di coda (chi l’ha visto immagino capirà 😉 purtroppo il film si può vedere solo con i sottotitoli in italiano 😦 , ma secondo me vale la pena!

                P.S. per Angela ti consiglio di leggere il commento seguente, era per te, ma secondo me te lo sei perso: https://costanzamiriano.com/2014/01/10/i-pericoli-per-la-famiglia-dallideologia-gender/#comment-72113 😉 .

                1. 61Angeloextralarge

                  Davide: da brava vecchietta l’avevo proprio perso!!! Smack! Dovrò allenarmi un po’… finché non l’avrò memorizzato.
                  Mario: smack! Anche tu ormai mi conosci… 😉

                2. Giusi

                  Davide l’avevo colto io che quel poco che so (postare i link, grassetto etc.) l’ho imparato da Bariom. Ti promuovo esperto in seconda! ;-D

                    1. Giusi

                      Dovrei guardare sulla mail che ho conservato. Non lo so a memoria. Ma te lo spiega Bariom, il bello è che si fa pure capire!

              1. Davide

                Bariom, ti riferisci a “Un prete da uccidere” della Columbia Tristar Films (1988)? Se me lo consigli cerco di vederlo.

              2. Giusi

                No, conosco la sua storia ma il film non l’ho visto. Sicuramente mi commuoverebbe ma anche me lo aspetterei, per il film di Clint non me l’aspettavo, è stata una sorpresa.

  10. umbert0

    @Sebastiano

    Sono i film di cui parlavo poco fa. Film fatti da cristiani (non cattolici) che ci sono assolutamente vicini e che possiamo fare nostri, tra l’altro realizzati con lavoro volontario a costi irrisori… Altri film da citare di genere ed epoche diverse sono Proibito Rubare del 1948 di Luigi Comencini con un giovane e straordinario Adolfo Celi, film che si inserisce a pieno titolo nel filone del neorealismo, con bambini protagonisti raccolti nelle strade di Napoli, ed anche I Robots, cartone animato dove il messaggio contro l’eutanasia è lampante, il tentativo del potere di distruggere vecchi robot inutili e malandati viene infranto dal nostro piccolo eroe messia del pianeta dei robot. Chiaramente ci sono film che sono cristiani nella misura in cui affrontano i fondamenti e gli insegnamenti evangelici, anche in modo non diretto e immediato, altri che invece ti parlano di Dio e ti danno un messaggio diretto. Nella cinematografia russa ci sono molti registi cristiani, il Faust di Sukurov è sicuramente un’opera cristiana, dai primi fotogrammi dove in cielo tra le nuvole appare inviata da Dio la “Parola” “..ed il Verbo si fece carne..” in una edicola sacra appesa dall’alto oltre l’immagine ed oltre la nostra possibilità di percepire cioè legata e mandata appunto “da Dio”…non ho trovato un solo critico attuale in grado decifrare un immagine di perse chiarissima, direi quasi nella sua bellezza infantile, roba da ridere c’è che parla di specchi.. ed altre amenità che il non credente lontano dalla sacralità antica, biblica non comprende manco venisse da Marte. Alla fine Faust si trova perso e nella assoluta solitudine glaciale di un orribile inferno identificato nelle più orride lande islandesi…anche qui fior di critici non ci hanno capito nulla ! Poi c’è il demonio straordinariamente disegnato, impagabile, orribile senza ricorrere ad artifici “gotici” anche su quello pare che chi si cimenta nella critica voglia vederci solo quello che vuole…Il fatto è che nel mondo occidentale ormai la buona parte non più cristiana in gran parte non comprende, non legge la bellezza della Verità, schiacciata nel proprio squallore è ormai sorda e cieca. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ne peggior cieco di chi non vuol vedere. Oggi fare cinema cristiano è oggettivamente difficile. Ma ci sono tantissimi esempi, di arte straordinaria , dove i registi, ma spesso anche le produzioni hanno difficoltà inenarrabili…pensiamo a Cristiada ?

    1. Io su Cristiada continuo ad avere grosse perplessità…
      E’ un film “cristiano” solo perché parla di un episodio (dai risvolti contraddittori) della cristianità?
      Come viene trattato il tema? Nella più smaccata chiave hollywoodiana del becero, potente, crudelissimo, spietato, cattivissimo (non che ci perseguitò non abbia mostrato questi tratti) e del povero, indifeso, innocente (non che…. vedi sopra), che – però – alla fine, imbraccia un’arma e si fa giustizia (o cerca di farsela) da solo! Cosa lo differenzia da tanti film “mi hai ucciso la moglie mo’ ti ammazzo!”? Cambia qualcosa perché viene fatta giustizia al grido di “Cristo Re”?

      Mi spiace, sarò contro corrente e fuori del coro, ma ci vedo poco di cristiano…

      Mi limito al giudizio sulla “trasposizione cinematografica” in oggetto, con tutto il rispetto della storia, della sofferenza, della persecuzione subita, reale (non fiction) e consapevole del fatto che non so cosa avrei fatto io in quella situazione.

      1. Davide

        Bariom,

        credo di aver compreso i tuoi dubbi su “Cristiada”, ma credimi hai ragione nell’essere prudente:

        “Mi limito al giudizio sulla “trasposizione cinematografica” in oggetto, con tutto il rispetto della storia, della sofferenza, della persecuzione subita, reale (non fiction) e consapevole del fatto che non so cosa avrei fatto io in quella situazione.”

        Infatti, per quanto ne so io, in quel periodo i cristiani messicani furono soggetti ad una persecuzione terribile!

        Purtroppo nel film manca il finale della storia, che però magari ti dirò in altra sede (se no chi non ha visto il film mi lincia) e che potrebbe servire a fugare i tuoi dubbi. 😉

        Per quanto riguarda il film in se, io l’ho trovato apprezzabile sotto più profili:

        1) Gli attori mi hanno convinto (Andy Garcia e Peter O´Toole su tutti).
        2) Il lato che mostra il combattimento interiore dei singoli cristiani, forse è trattato un po’ superficialmente, ma si può intravedere nella prima parte del film, nella discussione che intercorre tra i due sacerdoti (il giovane e il vecchio interpretato da Peter O´Toole).
        3) Al di là di tutto, questo film ha l’indubbio merito di portare sul grande schermo una pagina di storia per lo più sconosciuta!

        Non posso esprimermi più chiaramente per rispetto di chi non ha ancora visto il film, ma per te dovrebbe essere chiaro a cosa mi sto riferendo! 😉 Io consiglio di vederlo comunque.

        1. @Davide la mia “prudenza” non è data tanto dal “non conoscere bene i fatti”, su cui a suo tempo mi sono, diciamo documentato, ma sul fatto che su questo tristissimo periodo di CERTA persecuzione vi sono state negli anni parecchie controverse interpretazioni, che hanno persino distorto ciò che a suo tempo disse la chiesa attraverso Papa Pio XI (a tal proposito ci sarebbero da leggere due encicliche). Quindi non voglio rinfocolare alcun tipo di possibile discussione qui.

          Fatto certo è che la Chiesa ha proclamato dei Beati a seguito di quei tristi episodi… e nessuno di loro aveva imbracciato un fucile.

          Non mi riferisco per nulla a “Un prete da uccidere”, ma a “Popieluszko – Non si può uccidere la speranza”
          Puoi vedere qui una recensione
          http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1185
          po i fai una ricerca su google, se non conosci la storia… più del film (molto bello cmq) merita la storia, la vera storia di questo sacerdote polacco divenuto – suo malgrado – una spina nel fianco del potere comunista degli anni ’80, motivo che ne decretò la condanna a morte.

          1. Davide

            Ok, recepito.
            Nei limiti del possibile cercherò di approfondire ulteriormente aspetti di questo periodo della storia del Messico. Se ci riesco ti farò sapere (sai che non lo faccio per mestiere!).
            Ribadisco che anch’io non saprei come mi sarei comportato in quella terribili circostanze, ma confermo quanto ho espresso prima sul film. 🙂

    1. Davide

      Dovrei rivederlo perchè è passato un po’ troppo tempo, ma ricordo che quando lo vidi mi piacque tanto! 😉

  11. Intanto gustiamoci il trailer di NOAH (NOE’)
    Mega produzione epica, ricca di effetti speciali con fior fiore di attori “blasonati” (Russel Crowe, Emma Watson, Anthony Hopkins) e speriamo non sia troppo un’ “americanata” 😉

    1. Ciao, intervengo raramente ma ho letto spesso con interesse i commenti di questo blog. Posso approfittare di questo trailer per andare un po’ fuori tema e tirare in ballo un tema di cui si è già discusso? Se poi non vorrete rispondere pazienza ma intanto vorrei lanciare questa provocazione che mi gira in testa da un po’ (magari la riproporrò più avanti). Il tema è per l’ennesima volta “evoluzionismo” e la provocazione è confrontare il racconto della creazione con quello del diluvio. Quanti di voi considerano la storia di Noè un mito (cioè, in senso cristiano, una parabola dell’antico testamento) e quanti un fatto storico? Penso che la maggior parte di voi propendano per la prima ipotesi. Perché allora c’è questo impuntarsi sul racconto di Adamo ed Eva come fatto storico e non su quello di Noe? Non sarà forse una reazione eccessiva dovuta al fatto che un certo pensiero scientista vuole sminuire la dottrina usando l’evoluzione? Ora, capisco che le cautele di molti sulla storia della creazione derivano dal fatto che in gioco c’è una dottrina molto importante, quella della Caduta. Ma anche nella storia di Noè ha legata una dottrina importante, quella dell’Alleanza. Perché nessuno attacca i risultati di una scienza come la metereologia dicendo cose come “sono solo ipotesi” o “la meterologia è di fatto un mito che si sta sgretolando”? Mi piacerebbe leggere le vostre opinioni.

      1. Argomento che meriterebbe approfondita trattazione, ma solo brevemente e a contrapporre altre domande alla tua conclusione.

        Nel caso si propenda per il fatto storico, perché dovrebbe mettere in discussione la metereologia? Forse la scienza in questione esclude a priori la possibilità di copiose piogge per giorni e giorni?
        Forse che possiamo escludere apocalittiche esondazioni che coprirono le terre abitate in cui si svolsero i fatti (non necessariamente tutto il globo terrestre)?

        Anche per la scomparsa repentina dei Dinosauri, tutt’ora non completamente spiegata, si fa ricorso a cataclismi di proporzioni addirittura cosmiche.
        Non vedo la contraddizione.

        Nell’ottica del credente poi, Dio ha tutto il potere necessario per utilizzare la Natura (o addirittura piegarne le leggi – da Lui ordinate) per un Suo preciso intento.
        Certo argomento “riduttivo” per un ateo-scientifico, ma così è 😉

        1. zimisce

          Sì certamente nell’ottica del credente Dio può utilizzare la Natura come preferisce, ma sarai d’accordo che lo fa preferenzialmente in modo discreto, andandoci piano per rispettare l’ordine delle cose e la nostra libertà: Gesù risorto non si è più presentato in piazza a Gerusalemme. A meno che non abbia cambiato atteggiamento ad un certo punto in età protostorica, propenderei per considerare la maggior parte delle storie della Genesi come riflessioni sul senso dell’uomo, ispirate da Dio e fatte in modo da rispecchiarci e interrogarci nell’anima. Rispetto la tua posizione, che sicuramente nasce da una fede sincera, ma, data la discrezione di Dio, non mi piacciono le spiegazioni che per stare in piedi richiedono troppi interventi miracolosi, mi pare che riducano Dio ad un tappabuchi. Nel caso specifico un’inondazione di quelle proporzioni (anche limitandola al Vicino oriente che è comunque un’operazione contraria al dato biblico: la famiglia di Noè non sarebbe più l’unica capostipite dell’umanità) avrebbe lasciato valanghe di prove geologiche (modifiche coeve del letto di vari fiumi) e archeologiche (centinaia di migliaia di di scheletri di uomini morti nella stessa occasione). In questo modo bisogna poi postulare che Dio sia intervenuto miracolosamente ad eliminare delle prove per provare la nostra fede, che è lo stesso tipo di ragionamento di quei creazionisti della Louisiana che considerano la terra vecchia di 6000 anni e tutti i fossili e gli strati geologici come aggiunte da Dio per provare la nostra fede (o da Satana per confonderla).

          1. @zimisce, non riducevo TUTTO ad un intervento straordinario di Dio, punto.

            Ero partito con il porre a mia volta della domande in risposta alle tue obiezioni.
            In quanto al “non mutare atteggiamento di Dio” nella Storia, mi sentirei di smentire la tua valutazione.
            Cosa leggiamo per tutto l’Antico Testamento? allora sarebbe tutta sola simbologia? O c’è un’esatta pedagogia di Dio verso l’Uomo e uno “svilupparsi”, “dipanarsi” della Storia della Salvezza?

          2. sweety

            ciao, sinceramente non ho tempo pe leggere tutti i commenti, ma una cosa voglio dirtela: io sono a favore della teoria evoluzionista, che secondo me non cozza in assolutamente nulla con la fede, ma sul diluvio le prove che sia avvenuto realmente ci sono, eccome: basta leggerne il resoconto nell’epopea sumera di Gilgamesh, dove si parla del diluvio. Nella storiografia sumera si parla di re prima del diluvio e re dopo il diluvio. Ovvio, non è morta tutta l’umanità, ma un numero spaventoso di persone sì. L’episodio del diluvio è considerato storico da credo tutti gli assiriologi. Se poi sia storica l’arca con le bestie in coppia…io direi che è un simbolo. L’avvenimento è accaduto sul serio (il diluvio), e la Bibbia lo ha letto – su ispirazione divina – come visione della prima alleanza con l’umanità.
            Io direi così.

      2. Roberto

        Si capisce bene sia il senso che la ragione di questa provocazione, che richiederebbe però una risposta molto ampia e articolata in più punti.
        Intanto, il fatto che la maggior parte dei cattolici liquidi semplicemente il Diluvio Universale come un “mito”, tristemente non depone molto a favore di noi cattolici, ma si può comprendere data tutta una serie di ragioni nelle quali è meglio non addentrarsi.
        Questo detto, vi è una differenza ulteriore tra “evoluzionismo” e “riduzione a mito del Diluvio Universale”. Ma prima di poterla chiarire credo sia utile postare una definizione un po’ articolata di “inerranza”, che procederò a dare. Mi dispiaccio anticipatamente perché è molto lunga, ma ritengo che meriti e sia utile, anche per tentare una risposta alla domanda.

      3. Roberto

        Inerranza. Questione biblica.

        L’aver confuso inerranza e rivelazione, e l’aver preteso quindi che ogni elemento della Bibbia purché ispirato fosse “parola di Dio” in senso univoco, cioè “rivelazione di Dio”, fu l’unica causa dello sbandamento di alcuni cattolici dinanzi alle difficoltà formulate contro l’inerranza della Bibbia, dalle scienze fisiche e dai dati archeologici.
        Ora, che l’errore sia incompatibile con l’inerranza è una semplice deduzione dai principi esposti: incompatibilità insegnata senza attenuazioni o dubbi da tutte le fonti e dal Magistero ecclesiastico. Non c’è al riguardo una definizione formale, ma si tratta egualmente di verità di fede: la Scrittura ispirata non può contenere errore.
        Naturalmente si tratta dei testi, termini diretti dell’azione di Dio e del lavoro dell’agiografo; le versioni partecipano dell’inerranza e dell’inerranza solo e in quanto rendono fedelmente il senso e la forma di quelli.
        Si tratta di quanto l’agiografo ha voluto esprimere e nel modo con cui lo ha formulato. Tale senso letterale va dedotto secondo i principi dell’Ermeneutica e tenendo conto del genere letterario prescelto dall’agiografo. La verità è la rispondenza adeguata della nostra mente con l’oggetto. Questa rispondenza si ha nel giudizio; cioè nell’atto formale con cui l’intelletto afferma la sua proporzione con l’oggetto della conoscenza. Ora, tale giudizio formale e la verità che esso esprime, può esser limitato da tre moventi principali: da parte dell’oggetto, quando l’intelletto non lo conosce in se stesso, ma sotto uno solo dei suoi molteplici aspetti (oggetto formale della conoscenza); da parte dello stesso soggetto, quando questi non s’impegna, e il suo giudizio è riservato e dalle sfumature varie: come probabile, come possibile, come congettura ecc.; da parte della stessa enunciazione, quando non vuole l’assenso del lettore, esponendo ad es. un’opinione personale, o adottando un genere letterario fittizio, nel quale i particolari stan lì non come storici, ma come espressioni letterarie della verità insegnata.
        Con la prima limitazione (stabilire l’oggetto formale) si risolvono facilmente le difficoltà desunte dalle scienze fisiche: geologia, astronomia, zoologia.
        La S. Scrittura non è un trattato scientifico: «lo Spirito Santo – il quale parlava per mezzo degli agiografi – non volle insegnare agli uomini cose che non hanno alcuna utilità per la salute eterna» (s. Agostino, Gen ad litt. 2, 9.20; PL 34, 270; cf. 42, 525). L’agiografo descrive «ciò che appare ai sensi» (s. Tommaso, I, q. 68, a. 3); segue le concezioni del tempo, il linguaggio comune. Non è suo compito dare un giudizio al riguardo; né lo avrebbe potuto fare (ad es. affermare che è la terra a girare intorno al sole, ecc.) senza una rivelazione, che non solo era inutile alla storia della salvezza, ma addirittura dannosa, ché nessuno l’avrebbe creduto, dato che i sensi vedevano il sole, la luna ecc. muoversi e girare intorno alla terra.
        Così nessuno taccia di errore chi parla del tramonto e del sorger del sole, quando ciò non avvenga in un manuale di astronomia, ma in un romanzo dove è adoperato il linguaggio comune, e dove sarebbe invece erroneo andare a cercare un giudizio formale sulla natura intima dei suddetti fenomeni. «Lo Spirito Santo non volle insegnare agli uomini l’intima costituzione della natura visibile…, e perciò nel descrivere i fenomeni della natura o usa un linguaggio figurato oppure ricorre al linguaggio corrente il quale si conformava alle apparenze sensibili» (Providentissimus, in EH, n. 121).
        Questa stessa limitazione (oggetto formale) va tenuta presente quando si tratta della storia. Altro infatti è il punto di vista della storia scientifica, che ricerca per se stessa l’acribia nel dettaglio dei minimi fatti; altro quello della storia religiosa o apologetica che intende trarre le grandi lezioni dalla polvere degli avvenimenti e svolge questi, soltanto a tale scopo.
        «Di qui però non segue che l’agiografo sacrifichi i fatti alla sua tesi; anzi egli sa bene che “fanno orrore a Dio le labbra bugiarde” (Prov. 12, 22), e perciò non ricorre a “pie” frodi. Ne segue solo che la sua narrazione non sarà completa, nel senso che di tutto il materiale che ha davanti sceglie solo quello che ritiene adatto al suo scopo, omettendo il resto.
        «Sarebbe certo un anacronismo pretendere che la storia biblica rivesta i caratteri scientifici della storiografia come la concepiamo oggi, però lo storico israelita non mancava del senso critico naturale sufficiente per distinguere il vero dal falso nell’uso delle fonti. Queste poi, come tutti ammettono, erano tramandate con grande fedeltà – da una straordinaria tenacia di memoria» (Perrella, v. bibl., p. 62).
        Certo non si può affermare per la storia quanto si è detto per le scienze fisiche. La storia esige che il fatto narrato sia effettivamente avvenuto. Ma bisogna tener presente le altre due limitazioni su accennate. L’autore sacro non sempre afferma in maniera categorica; ora Dio fa sua e approva l’affermazione dell’agiografo, così com’è, nelle varie sfumature. Non può certo permettere che presenti come certo ciò che è dubbio o viceversa; allora avremmo l’errore. Ma l’autorizza o piuttosto lo spinge a limitare la sua inchiesta personale, al grado di certezza richiesto dall’importanza del soggetto nell’economia o nel quadro generale del libro. L’autore sacro pertanto può citare, prendere una narrazione, lasciandone interamente alla fonte la responsabilità; senza approvare o disapprovare e senza espressamente annotare che si tratta di una citazione (v. Citazioni implicite). Non è tuttavia esatta la generalizzazione, fatta da alcuni, dei pochi esempi e tardivi addotti da L Guidi, L’historiographie chez les Sémites, in RR, N. S. 3 (1906) 509-19.
        E infine, l’autore può ricorrere a una finzione per proporre un evento storico pregno di ammaestramento religioso o morale (v. Giuditta), o una verità religiosa (v. Giona; la Cantica), e morale (v. Giobbe, Parabola). In tal caso, la difficoltà storica sorge soltanto dal misconoscimento dell’intenzione dell’agiografo; si vogliono considerare come storici, particolari scelti e proposti non come tali, ma come semplici figure letterarie.
        Ecco la necessità di fissare il genere letterario, per ciascun libro; e quindi stabilire il senso letterale secondo le regole proprie a ciascuno di essi (v. Generi letterari; Divino Afflante Spiritu, in ER, nn. 558-560).
        Ben può dirsi ormai che la soluzione di questi punti, oggetto della tanto celebre Questione biblica, dibattuta agli inizi di questo secolo, tra i cosiddetti fautori della “scuola larga” (v. Hummelauer, specialmente M.J. Lagrange, Prat ecc.) e i timidi conservatori, in linea teorica è ormai risolta.
        L’Encicl. Divino Afflante Spiritu, con l’ammissione e la spinta allo studio dei generi letterari, ha risolto la disputa in favore della prima, almeno in parte e con le opportune rettifiche, particolarmente del suo grande pioniere M. J. Lagrange; con le preziose e autorevoli precisazioni che ca. 50 anni di studio e di ricerche permettevano di fare. Giustamente Pio XII constatando i grandiosi progressi compiuti in questi ultimi 50 anni (Divino Afflante Spiritu, 1943) dall’esegesi cattolica, ne attribuiva il merito precipuo alla Providentissimus di Leone XIII; si deve infatti a questa enciclica d’aver fissato con chiarezza la dottrina esatta sull’inerranza; concezione teologica precisa che permette all’esegeta di procedere svelto e sicuro nel suo compito paziente e grandioso. Cf. G. Castellino, L’inerranza della S. Scrittura, Torino 1949.
        Concludendo, ecco la definizione che concordemente danno ormai tutti i cattolici: l’inerranza è un influsso soprannaturale carismatico, per cui Dio, autore principale della S. Scrittura, subordina a sé, eleva ed applica tutte le facoltà dell’agiografo, suo strumento, in modo che l’agiografo concepisca con l’intelletto, voglia scrivere e fedelmente consegni per iscritto tutte le cose e le cose soltanto che Dio vuole siano scritte e consegnate alla Chiesa.
        Trattandosi di fenomeno soprannaturale, noi non possiamo conoscere quando un libro sia ispirato se Dio non ce lo riveli, mediante il Magistero della Chiesa, cui Egli ha affidato tale compito, dotandola di infallibilità. Cf. Romeo (v. bibl.), Criterio dell’inerranza biblica, pp. 175-189.
        La rivelazione di Dio è il criterio remoto; il Magistero della Chiesa comunicanteci la tradizione, è il criterio prossimo. Esso è infallibile e pertanto non può indurci in errore, universale, cioè vale per tutti e singoli i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, e soltanto per essi; è chiaro cioè accessibile a tutti, che non richiede studi storici, indagini personali, ma solamente umile e devoto assenso all’autorità infallibile della Chiesa.

        Mons. Spadafora: Dizionario biblico – 1963

        1. Roberto

          Dopo questa sberla spaventosa ma a mio parere necessaria, passo a un ragionamento spero più breve.
          Il principio di inerranza biblica ci impone a tenere per Fede che nel testo Biblico non è riportato il falso. Sulla base del genere letterario, è poi possibile operare un certo genere di filtro su alcuni elementi. Quali?
          Nel caso in esame, il Diluvio Universale va ritenuto per vero come evento, perché risulta palesemente dalla lettura della Bibbia che l’autore umano lo dava per vero.
          Dunque dobbiamo prendere tutta la narrazione come “parola di Dio”?
          No, sulla base delle (lunghe) considerazioni esposte sopra. Noi possiamo escludere naturalmente l’universalità intesa in senso geografico e zoologico, come rafforzamento enfatico dell’autore. In linea di massima, dobbiamo dar per vera l’universalità in senso antropologico, relativa all’essere umano (alcuni critici sarebbero in disaccordo su questo punto, ma i passi biblici si oppongono a questi critici…).
          D’altra parte, noi diamo del tutto per scontato che prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, vi siano stati “diluvi” di ben più ampia portata e violenza. Il Diluvio è Universale rispetto all’uomo, e perciò da collocare agli albori del genere umano, ragionevolmente prima che esso si disperdesse.
          E qui arriviamo al nodo: la questione del Diluvio, tocca “solo” (le virgolette sono un po’ ironiche, certamente) la verità di Fede dell’inerranza biblica. Per questo su di esso si addensa meno l’attenzione dei non-credenti (e anche dei credenti).
          Questo perché pochi possiedono una buona padronanza del concetto di inerranza.

          L’evoluzionismo tocca qualcosa d’altro (oltre l’inerranza, come sopra).

          Tocca il dogma del peccato originale: per questo la libertà di poter credere o meno a determinati punti è molto ma molto più ristretta, e per questo è molto ma molto più facile concentrare su questo punto uno sforzo critico distruttivo, come fecero da subito gli illuministi. Non c’è per il cattolico piena libertà, tutt’altro, perché credere a determinate cose porta all’abrogazione di fatto della realtà fattuale del peccato originale e perciò sgretola, anche inavvertitamente, la nostra Fede, portando a una silenziosa apostasia.

          Qua avevo parlato molto diffusamente della questione, tempo addietro:

          https://costanzamiriano.com/2012/07/11/dal-peccato-originale-alla-liberta/#comment-40723

          https://costanzamiriano.com/2012/07/13/il-ricatto-evoluzionista/

          1. “quelli che vogliono continuare a credere che Dio abbia creato separatamente ogni specie biologica quale oggi l’osserviamo, ma l’abbia fatto in modo da indurci a concludere che sono tutte il prodotto di uno sviluppo evolutivo, non sono gente con cui si può discutere: si può solo dire che la loro fede è un’implicita bestemmia, perchè attribuisce a Dio una duplicità spaventosa”

            [Th. Dobzhansky, L’evoluzione della specie umana, Yale University]

              1. Il seguente dialogo ebbe luogo il 30 giugno 1860 ad Oxford durante la Riunione dell’Associazione Britannica per l’Avanzamento della Scienza (British Association for the Advancement of Science) e fu un punto focale delle reazioni alle teorie di Darwin. Il leggendario dibattito di Oxford sull’evoluzionismo si tenne tra Thomas Henry Huxley, che partecipò a questa riunione in rappresentanza del collega e amico Charles Darwin che non volle parteciparvi e il vescovo di Oxford, Samuel Wilberforce, accanito oppositore delle teorie darwiniane.

                Samuel Wilberforce (Vescovo anglicano di Oxford ed elemosiniere della regina Vittoria):

                « Amici miei, dalla teoria del signor Darwin è possibile trarre soltanto due conclusioni: O che perfino l’uomo è privo di un’anima immortale o che al contrario ogni creatura vivente e perfino ogni pianta ne possieda una; ogni gambero, ogni patata, perfino il comune lombrico.
                Se tutto questo fosse vero credo proprio che nessuno di noi troverà il coraggio di consumare il tradizionale roastbeef inglese quando torneremo a casa stasera.

                Vedo che non sono riuscito a fare breccia sul signor Huxley, allora gli farò una domanda, una sola: Vorrei sapere se è per parte di suo nonno o per parte di sua nonna che si dichiara discendente dalla scimmia. »

                Thomas Henry Huxley (Biologo e filosofo inglese):

                « Il Signore è giusto, e lo mette nelle mie mani.
                Signor presidente, signore e signori, sua eccellenza. Lei signore, ha voluto ridicolizzare una nuova teoria scientifica definendola rozza e semplicistica.
                Il signor Darwin ha dedicato la maggior parte della sua vita a ponderare questo importante argomento, la nostra conoscenza è molto incompleta ma le somiglianze strutturali tra l’essere umano e la scimmia sono evidenti e anche innegabili.

                Se poi le scimmie, i vescovi o i tuberi siano tutti opera di Dio non è mia competenza giudicarlo.

                È perfettamente legittimo contemplare l’eventualità che, un fenomeno qualsiasi, sia il risultato di una qualche causa a noi sconosciuta. Ma è una cosa stupida, eccellentissimo vescovo, che un uomo metta da parte la sua ragione e scelga di cadere nel ridicolo

                1. Giusi

                  Non è mai stato dimostrato che una specie vivente si possa evolvere in un’altra pertanto aveva ragione il vescovo!

                2. Contemplare invece “…l’eventualità che, un fenomeno qualsiasi, sia il risultato di una qualche causa a noi sconosciuta.” è invece cosa sommamente intelligente (SIC!) la indi per cui potremmo a buona ragione, esserci evoluti dalle rocce o essere una progenie interstellare (quanto mi piacciono i films di fantascienza).

                  Che poi il Sig. Darwin abbia speso gran parte della sua vita dietro questa teoria, poco aggiunge (c’é chi la spesa tutta dietro incredibili assurdità) 😉

                  Come diresti tu Alvise: ognuno poi ha le sue.

                  1. .Bariom:
                    ..come anche c’è chi non si perita a credere alla verginità della Madonna, alla resurrezione di Cristo, alla Trinità, alla immortalità dell’anima eccetra, e però a quelli che non ci credono chiede che dimostrino SPERIMENTALMENTE le loro idee quali che siano, come per esempio che dimostrino che la Madonna non era vergine, o che Gesù non è risorto che non c’è una persona che è tre persone e tre che sono una o che non c’è l’anima eccetra…

                    p.s. huxley non dice (sopra) “sommamente intelligente” ma “perfettamente legittimo”…

        2. zimisce

          @Roberto
          Grazie, penso ora di aver chiari i tre moventi della limitazione della verità di cui parla il testo che hai citato. Quale di questi può aver originato il racconto del Diluvio? Se dici che “tristemente” la maggior parte dei cattolici ha lo accetta come mito, immagino che per te esso non può essere un testo letterario come lo sono Giobbe o Giuditta (limitazione inirente all’enunciato). Ma sarebbe contro il magistero pronunciarsi in questo senso? Io ho sentito un cardinale parlare dei personaggi della Genesi come di miti, e non era Martini ne un altro accusabile di avere posizioni progressiste (era Cafarra di Bologna per chi conosce un po’ le figure importanti della Chiesa). Ma poi dipende anche dal significato che ognuno dà alla parola “mito”. Comunque, nel caso degli altri due moventi bisogna considerare il Diluvio in uno dei seguenti modi:
          – Un evento locale di cui l’agiografo (o meglio l’osservatore/i che diede inizio alla tradizione orale che ad un certo punto è stata messa per iscritto come testo sacro) ha visto solo le dimensioni immani, senza poter sapere che quello sconvolgimento era solo su una parte del mondo (limitazione del soggetto). Però ad un certo punto, nella tradizione orale di questo evento, DEVONO essere entrati degli aspetti mitologici, altrimenti l’agiografo non avrebbe potuto scrivere con tutta onestà che tutta l’umanità del suo tempo discendeva dalla famiglia di Noè. Allo stesso modo non poteva sapere che tutte le specie animali del mondo erano troppe per poter essere contenute su un arca di quelle dimensioni.
          – L’interpretazione ebraica di un mito antropologico presente in tutte le culture. L’agiografo non è stato a controllare, e non poteva in alcun modo verificare, la veridicità della tradizione che era tramandata al suo tempo (limitazione del soggetto). Dio allora avrebbe usato questa credenza e le capacità letterarie dell’agiografo per veicolare una verità teologica.

          Dunque, sia che si consideri operante la limitazione dell’oggetto che quella dell’enunciato, e in larga parte anche se si considera la limitazione del soggetto, il racconto del Diluvio può essere considerato un mito senza uscire dal solco del Magistero e della Rivelazione. O no?

          1. zimisce

            Avevo scritto la mia replica prima di leggere la tua risposta, e vedo che sono abbastanza coerenti ma siamo disaccordo sul punto della “limitazione del soggetto” (forse sono io che non ho capito bene). Ma rimangono altre contraddizioni irrisolte del genere che dicevo prima: se Dobbiamo credere che l’umanità è stata tutta sterminata ai tempi del diluvio vuol dire che era tutta concentrata nel Vicino Oriente, in un’epoca imprecisata e per forza di conse anteriore al popolamento delle Americhe e dell’Ocenaia attorno a 20000 anni fa (e parliamo di Homo Sapiens, quindi i problemi dell’evoluzione non c’entrano), il che contrasta con le prove archeologiche. Inoltre stando al racconto biblico questi popoli avevano già fondato città e inventato la metallurgia, il che avrebbe dovuto renderli facilmente “visibili” a questa disciplina. Certo, l’assenza di una prova non è la prova di un’assenza, ma quanta fatica per poter dire che Dio non parla attraverso miti, o meglio lo fa ma solo se lo scrittore sacro ne è cosciente.

            1. Roberto

              Ci siamo incrociati, ma non c’è problema. 😉

              Parti sempre dal principio dell’origine monogenista, che è per noi da credere: se il genere umano discende da una coppia originaria, il sorgere di tale coppia originaria risale davvero nelle nebbie dei tempi. La comunità che sorge da essa è concentrata in un punto e può aver sviluppato alcune conoscenze artigianali, perdute in seguito all’evento catastrofico. Tutto ciò deve necessariamente essere accaduto prima di qualsiasi dispersione successiva del genere umano, questo è altrettanto certo.
              Ciao e grazie per il piacevole confronto!

          2. Roberto

            Prego, anche per lo sforzo che ho richiesto al lettore 😉

            Per quanto riguarda il card. Cafarra, ho per lui grande rispetto, ma mi sarebbe utile leggere cosa il cardinale disse esattamente, per poter dare un giudizio.

            Per il resto, il mio “tristemente” è dovuto anzitutto alla consapevolezza che la gran parte dei cattolici si limiterà a liquidare come un “mito” qualsiasi cosa possa creare un attrito o un problema rispetto a un’enunciazione che possa stridere alle orecchie del mondo, e questo mi rattrista in primo luogo perché spinge il cattolico “medio”, per così dire senza dare giudizi di merito, ad adagiarsi sulla risposta più semplice senza approfondire i contenuti della sua Fede. Questo atteggiamento di solito porta a un grave impoverimento in questi temi.

            In secondo luogo, vorrei ribadire alcuni punti quali: “la Sacra Scrittura non può contenere errori” nel senso di “menzogne”.
            Sottolineo questo punto:

            «Di qui però non segue che l’agiografo sacrifichi i fatti alla sua tesi; anzi egli sa bene che “fanno orrore a Dio le labbra bugiarde” (Prov. 12, 22), e perciò non ricorre a “pie” frodi. Ne segue solo che la sua narrazione non sarà completa, nel senso che di tutto il materiale che ha davanti sceglie solo quello che ritiene adatto al suo scopo, omettendo il resto.

            Come dicevo, escludere una universalità geografica o zoologica non esclude affatto l’universalità antropologica, anzi. Sempre dalla fonte che citavo prima, alla voce “Diluvio”:

            “”Gli antichi ammettevano che il diluvio ricoprì tutta la terra e distrusse tutti gli uomini, all’infuori della famiglia di Noè. Ora sono ben pochi quelli che sostengono un’universalità geografica, che risulterebbe dalle espressioni enfatiche del testo, ma urta con non poche difficoltà di ordine fisico e zoologico. Che il diluvio invece abbia abbracciato tutti gli uomini (cf., oltre al racconto genesiaco, Sap. 10, 4; 14, 6; Eccli. 44, 17 s.; Mt. 24, 37 s.; 2Pt. 3, 5 ss.; 1Pt. 3, 20), si comprende facilmente se appunto si rimette alle origini dell’umanità. Alcuni tuttavia ritengono l’universalità relativa anche per gli uomini; sebbene non sia loro facile dare una spiegazione dei passi ora citati; e sebbene non ci siano seri motivi per una tale interpretazione. [A. P.] “”

            Questo significa che noi dobbiamo sempre preferire l’interpretazione che meglio si adatta alla Bibbia; la quale è troppo… insistente?… per poter liquidarne la narrazione come mitologica nel senso che noi moderni diamo alla parola. Salvo prove contraria, perciò, è necessario che diamo l’evento per vero limitatamente al genere umano: non ci sono motivi seri per l’interpretazione contraria, SALVO – per dirla fuori dai denti: che a noi dispiaccia “fare brutta figura” con gli amici, o che questo contraddica nostre idee preconcette.

            Infatti, vorrei farti notare che per sostenere la prima delle tue ipotesi tu devi credere che siano entrati elementi mitologici a giustificare l’onestà dell’agiografo a riportare una tesi non vera. Questo però ti costringe a dedurre immediatamente che la Bibbia ci inganni, menta, su un punto che viene ribadito con forza e per il quale non esiste alcuna seria necessità di abbandonare la tesi Tradizionale. Questo modo di procedere già ci sta portando, come vedi, a negare surrettiziamente l’inerranza biblica. E questo perché l’intenzione dell’agiografo, lo sottolineo, nel caso del Diluvio Universale non può essere considerata come una mera figura letteraria relativamente all’evento in sé, stante tutta la Tradizione cattolica contraria. In caso contrario, pensaci, tu condanneresti a un mito quasi tutto quel che sta scritto sulla Bibbia. Solo se l’intenzione dell’autore è di ricorrere volutamente a una finzione, e laddove questo sia dimostrato, allora si può credere alla finzione. Ma se, come anche tu riconosci, l’intenzione dell’autore è quella di parlare di un evento che egli dà per vero, allora quell’evento è realmente accaduto, stante l’impossibilità per la Sacra Scrittura di riportare il falso. Ciò è possibile solo credendo in un’assistenza divina, ovviamente.

            Questo è il nocciolo, perciò lo ripeto: è l’intenzione dell’autore che conta. L’intenzione dell’autore è quella di riportare un evento che egli crede vero? Se a questa domanda, com’è logico, si deve rispondere di sì, allora l’evento-Diluvio va creduto vero da noi cattolici. I singoli aspetti sono un altro paio di maniche.

            Ma tutto questo discorso, per quanto davvero molto interessante, ci sta allontanando dalla tua domanda originaria. Perché non si può per analogia fare un discorso simile per l’evoluzionismo?

            In realtà, una forma “lassa” di evoluzionismo può essere anche non-del-tutto-esclusa, come riportavo in quei miei vecchi commenti di un anno e mezzo fa. Ma questa implica, comunque, un intervento sovrannaturale divino “massiccio” tanto quanto, se non di più, del “creazionismo” come impropriamente si dice.

            L’evoluzionismo “hard-core” nega invece implicitamente il peccato originale, e perciò non può essere creduto in quanto contradditorio rispetto a un dogma. Inoltre l’evoluzionismo non è dimostrato né dimostrabile, perciò non mi pare che ci serva più di tanto spaccarci la testa per volere a tutti i costi farlo rientrare nel novero del possibile. Quando verrà dimostrato scientificamente (e cioè mai, a nessun livello di verità di scienza galileana, in quanto non-sperimentabile) ne riparleremo.

            1. Ah, ho letto velocemente il post di un anno e mezzo fa e mi piacerebbe molto puntualizzare delle cose (ho dovuto scrivere due saggi sull’evoluzione umana per l’università e quindi sono preparato, e ammiro anche molto il lavoro di F. Facchini), ma andremmo davvero troppo fuori tema. Ti scriverei sull’altro post ma i commenti sono chiusi. Magari la prossima volta?
              Per quanto riguarda Cafarra, ho solo la mia testimonianza vecchia di qualche anno fa ma di cui ho un ricordo vivido. Ero ad un incontro del cardinale con un gruppo di giovani e parlando dell’uomo come lo si descrive nella Genesi disse queste precise parole: “… Anche se questi sono miti, oggi lo sappiamo bene, il senso profondo…” Purtroppo non ricordo la frase intera, ma questa parte sì perché proprio in quei giorni ero in polemica con una mia amica, pure presente all’incontro, proprio su questo argomento.
              Trovo molto interessante quello che mi hai detto, perché sembra quasi che il Magistero, spesso considerato l’aspetto più retrivo e bacchettone della Chiesa, si preoccupi di difendere l’onestà intellettuale di uno scrittore sconosciuto vissuto forse 3000 anni fa, come se questo dopo la morte incontrando il Creatore potesse dirgli “ma come, ho scritto una cosa insieme a Te, e alla fine era una favola?”.
              Ho un’altra obiezione però su questa umanità primigenia: in base a quanto hai detto dobbiamo prendere per veri anche i nomi riportati dalla Bibbia per questi progenitori. Infatti un nome concreto non è un fatto che l’agiografo poteva conoscere parzialmente (limitazione oggettiva) o che sceglie di non approfondire (limitazione soggettiva) dato che lo esprime. Rimane quindi la limitazione di enunciato: sono nomi mitici, tanto che infatti sono spesso nomi parlanti (come Adam-Uomo). Ora o si ammette almeno questa piccola percentuale di miticità in questi racconti o bisogna pensare che ad un certo punto una lingua storica (l’aramaico dei secoli successivi all’Esodo, quando questi testi vennero elaborati in forma orale, diciamo secolo X- IX a. C.) ha per ispirazione divina riprodotto i suoni di alcuni nomi di persona pronunciati da Dio in persona (o da Adamo nel caso dei nomi dei suoi figli). In alternativa, che nel popolo ebraico si sia conservata per diciamo 30.000 anni la lingua dell’umanità primigenia, che quindi sarebbe stata un popolo semitico. Che ne pensi?
              Vorrei infine aggiungere un’altra provocazione: I criteri di “limitazione” che hai riportato si applicano anche alla mente di Gesù? Pur essendo Gesù la Sapienza stessa di Dio, mi diceva una mia amica teologa che non dobbiamo considerarlo onnisciente. La sua mente umana si muoveva nella cultura ebraica del suo tempo, che di certo conosceva nel suo senso più profondo, avendo questa consapevolezza profonda della sua natura di Figlio comunicatagli dallo Spirito. Ora, lui prende per vero ed assodato quanto tramandato dalla tradizione ebraica, quindi quando dice “ai tempi del Diluvio” lo considera un evento storico. Eppure sembra fare lo stesso per un testo che anche la Chiesa riconosce come letterario, quando parla del “segno di Giona” che verrà dato alla sua generazione (alludendo all’essere inghiottito dalla morte ed uscirne dopo tre giorni). E’ possibile che Gesù stesso abbia usato un testo letterario credendolo vero? Un secondo esempio è dato dalla legge di Mosè: l’esegesi ci dice che la legge si sviluppò progressivamente nella riflessione di Israele, e tutti i testi furono piano piano attribuiti a Mosè per dargli autorità. Quando Gesù dice “Fa l’offerta che Mosè ha prescritto” (Mt 8:4) ci fa capire che lui pensava, secondo la tradizione, che tutto il pentateuco fosse stato scritto da Mosè in persona. Dovremmo quindi rifiutare tutta l’esegesi dell’ultimo secolo per evitare di far dire a Gesù una menzogna?

              1. @zimisce, ad ogni buon conto se tu ti rivolgessi ad esempio ad un bambino per spiegargli la struttura di un atomo, useresti un linguaggio alla sua portata o quanto meno che utilizzasse elementi a lui ben conosciuti e recepibili.
                Se anche tu non comunicassi a lui la tua intera conoscenza, staresti per questo mentendo?

                Di nuovo poi non vedo la contraddizione di usare “il segno di Giona” con rimando al suo senso ultimo simbolico, sia nel caso di forma letteraria o di fatto realmente accaduto (anche senza entrare nel merito).

              2. Roberto

                Per quanto riguarda il problema della parola “Adamo” e “Eva” direi questo:

                “”Naturalmente si tratta dei testi, termini diretti dell’azione di Dio e del lavoro dell’agiografo; le versioni partecipano dell’inerranza e dell’inerranza solo e in quanto rendono fedelmente il senso e la forma di quelli.””

                Cioè, l’agiografo esprime in linguaggio aramaico una “traduzione” di nomi in una lingua che non esiste più. I nomi in quanto tali possono essere pure susciatati, ispirati direttamente da Dio – questo è quel che credo io senz’altro.

                Per il resto:

                “”Con la prima limitazione (stabilire l’oggetto formale) si risolvono facilmente le difficoltà desunte dalle scienze fisiche: geologia, astronomia, zoologia.
                La S. Scrittura non è un trattato scientifico: «lo Spirito Santo – il quale parlava per mezzo degli agiografi – non volle insegnare agli uomini cose che non hanno alcuna utilità per la salute eterna» (s. Agostino, Gen ad litt. 2, 9.20; PL 34, 270; cf. 42, 525). L’agiografo descrive «ciò che appare ai sensi» (s. Tommaso, I, q. 68, a. 3); segue le concezioni del tempo, il linguaggio comune. Non è suo compito dare un giudizio al riguardo; né lo avrebbe potuto fare (ad es. affermare che è la terra a girare intorno al sole, ecc.) senza una rivelazione, che non solo era inutile alla storia della salvezza, ma addirittura dannosa, ché nessuno l’avrebbe creduto, dato che i sensi vedevano il sole, la luna ecc. muoversi e girare intorno alla terra.
                Così nessuno taccia di errore chi parla del tramonto e del sorger del sole, quando ciò non avvenga in un manuale di astronomia, ma in un romanzo dove è adoperato il linguaggio comune, e dove sarebbe invece erroneo andare a cercare un giudizio formale sulla natura intima dei suddetti fenomeni.””

                c’è molto semplicemente la necessità di esprimersi nel linguaggio degli uomini con i quali Gesù parla.

                Gesù è Onniscente. Non fidarti troppo delle amiche teologiche 😉

                1. zimisce

                  Mi pare che stiamo girando in tondo, ma provo a metterla sotto quest’altro punto di vista: quand’è che ‘scatta’ la menzogna che, sono d’accordo, non può venire da Dio? (non ti scrivo “cos’è la verità” perché mi metterei in una posizione che non mi piace). Se io sono un ebreo del X secolo e guardo una credenza comunemente data per certa nel mio mondo, come il fatto di un’inondazione distruttiva da parte degli dei, e su ispirazione divina la reinterpreto nell’ottica del Dio della Rivelazione che sto imparando a conoscere da quando mio nonno ha lasciato l’Egitto, un secolo prima, sto mentendo? Non sto forse usando le conoscenze del mio tempo mettendole a servizio dell’ispirazione divina?
                  O forse il momento che conta è quello della scrittura, cioè quello che pensava lo scriba del VI secolo che per la prima volta ha messo per iscritto il racconto? Se per lui era storicamente vero allora deve essere storicamente vero, altrimenti no? E, ultima provocazione, se questa persona (con un’illuminazione speciale da parte di Dio) fosse stata in grado di elevarsi al di sopra delle capacità di astrazione della gente del suo tempo, producendo consapevolmente un’opera letteraria? Così come il libro di Giobbe (che è stato scritto circa tre secoli dopo) sviluppa in modo letterario l’ipotesi di un uomo perfettamente giusto messo alla prova dal male (e come tale è accettato dalla Chiesa come testo letterario), mettiamo che lo scrittore del racconto di Noè abbia voluto consapevolmente sviluppare l’ipotesi letteraria di un’inondazione che distruggesse quasi tutto il creato. Come possiamo dire che questo autore credesse fermamente di narrare la storia mentre quello di Giobbe no? Nessuno dei due mette l’avvertenza ‘guardate che questa è un’opera letteraria’. Ci è lasciata la libertà di giudicare (suppongo).
                  Riassumo con due domande: Conta la coscienza di chi ha sviluppato il racconto o di chi lo ha messo per iscritto come testo sacro? Come possiamo conoscere questa coscienza?

                  1. zimisce:

                    …sei un genio!!! (indipendentemente dal credere o non credere, che a questo punto perde quasiasi importanza,

                    (ubi maior (zimisce) minor (noi tutti) cessant!!! (e lo dico con vera ammirazione) (per quello che può contare che io lo pensi lo dica etce. etc)

                    1. zimisce

                      @Alvise
                      Ti ringrazio per i complimenti sprocedati, so che vengono da una persona che sa essere molto arguta. Cerca però di usare questa arguzia in modo costruttivo

                  2. Credo conti l’ispirazione Divina (che ha motivi e modi che possono anche non riuscire completamente intellegibili) e che questa ispirazione sia riconosciuta come tale e non da Tizio o Caio, ma da chi è demandato o riconoscere tale ispirazione (la Chiesa).

                    Fondamentalmente la Scrittura parla al singolo Uomo e al “cuore” di ogni singolo Uomo, indipendentemente dalle elucubrazioni, analisi, esegesi (che pure è buono si facciano – queste ultime – a patto che non snaturino il senso primo).

                    Altrimenti si può “girare in tondo” e intorno all’infinito, senza venirne a capo.
                    A me poi già sfugge (ma certo per limite del mio intelletto) dove queste tue domande/considerazioni dovrebbero portare e il loro scopo…

                    1. zimisce

                      @Bariom
                      Be’ non posso non ammettere che queste considerazioni hanno lo scopo di conciliare la mia fede con la mia idea razionale di mondo. Cerco di vagliare quello che ho imparato e tenere il buono, senza essere iconoclasta. A questo punto della mia vita ho capito che non posso camminare verso la Chiesa con i piedi di piombo, come facevo prima, facendo le pulci ad ogni affermazione e prendendo solo quello che potevo capire, perché così mi perdo la parte migliore. Bisogna fidarsi e affidarsi. E non ci sono arrivato ragionandoci, ma per quello che ho visto negli occhi delle persone. Quindi, quando devo scegliere sì, la fede viene prima della ragione (e mi costa ancora una certa fatica ammetterlo). Non posso dire “ti accetto Dio ma solo se rientri nei miei schemi”. Però sento che c’è anche il rischio di cadere nell’errore opposto e dire “disprezzo tutto quello che c’è nel mondo in nome del Signore”. Ci sono santi che si sono espressi in questo modo, ma non come punto d’arrivo. San Francesco dopo aver rinunciato al mondo ha cantato il suo amore per il creato. E’ come innamorarsi di una ragazza e pensare che per te conta solo lei in tutto l’universo. Da qui o ti evolvi scoprendo di poter amare meglio tutto il mondo attraverso di lei o ti devolvi pensando che il mondo per te può anche andare in malora perché non vale niente in confronto a lei. E’ una regola che vale quando ti innamori di una ragazza, vale forse ancora di più per la Chiesa.
                      Ma certo confesso che in questa mia ansia di conciliazione c’è anche la paura di lasciarsi andare.

                    2. Roberto

                      @zimisce

                      Mi stai davvero chiedendo che ti fornisca in un commento dei sicuri strumenti esegetici ed ermeneutici? Questo è al di là delle mie forze, purtroppo!
                      [non ho proprio capito il senso delle tue prime domande che perciò lascio in sospeso]

                      Comunque tu mi sei simpatico: mi ricordi tantissimo me. Dev’essere per questo che ho così piacere a risponderti, ho idea…

                      In estrema sintesi alla domanda: dogmatica, Magistero, Straordinario e Ordinario, Sacra Tradizione, corretti studi esegetici secondo le indicazioni della Encicliche papali tra le quali anche quelle che mi è capitato di citare sopra. Interrogazioni presso la Commissione Pontificia Biblica con richiesta di chiarimenti.

                      Questi sono i metodi per conoscere la coscienza dell’autore biblico. E non ti puoi aspettare di avere risposta a ogni tua domanda e curiosità perché per quanto esse possano essere legittime, ciò non è possibile, ahimè!
                      In questo ci sono effettivamente due forze contrapposte che incidono sulla nostra coscienza e sulla nostra anima. Da un lato, l’esigenza di conciliare Fede e ragione non è superbia in sé, ma un nostro dovere. Pio XII diceva che il fedele ha il dovere di conoscere la propria Fede proporzionalmente al proprio grado di studio – un laureato, ad es., da laureato(!). Ed è nostro dovere impiegare i mezzi e le forze che abbiamo a disposizione per dissipare un dubbio che autenticamente ci insidia.
                      Tale esigenza però diventa superbia – Papa Francesco ha giustamente più volte parlato di “ideologia” su questo punto – laddove questo nostro desiderio si fa pretesa.

                      Questo significa che certe cose le dobbiamo accantonare: capita spesso che troviamo la risposta a certi nostri dubbi quando ci limitiamo a crescere nella Fede – e nella conoscenza – e così i pezzi del puzzle vanno a posto un po’ per volta. Questo ci rafforza, non solo nell’intelletto, e ci permette di cogliere sfumature che prima “noi di dura cervice” proprio non riuscivamo a cacciarci in testa.
                      Al contrario, incaponirci su un punto sul quale non vogliamo proprio mollare a tutti i costi, come se una risposta ci fosse dovuta, di solito porta alla paralisi.

                      Si capisce bene, infatti, come in realtà a noi non sia umanamente possibile consumare il tempo e le energie per poter sottoporre a verifica tutte quelle zone d’ombra che vorremmo espugnare con il nostro intelletto, per poi poterle fare nostre solo una volta conquistate. E’ ovvio che non potremmo davvero sviluppare uno studio di tale mole, perché questo ci sottrarrebbe ai nostri doveri di stato (che son gli strumenti principali attraverso i quali conseguire la salvezza) e si muterebbe in ciò che si definisce “avidità spirituale”, in cui un certo impasto di superbia e cupidigia ci sottrae ai doveri per inseguire una gratificazione intellettuale.

                      Spesso perciò dobbiamo, a un certo punto, sollevare bandiera bianca.

                      Noi abbiamo determinati punti fermi, che sono tanto più solidi quanto più si avvicinano alle verità di Fede.

                      Quali sono i punti fermi?

                      I primi capitoli della Genesi non sono racconti mitologici o sviluppi puramente simbolici, non sono allegorie o leggende in cui s’inseriscono forse alcune briciole delle antiche tradizioni storiche. Questo quanto stabiliscono Encicliche e Commissione Biblica. Perciò non può essere sostenuto, e non è bene sostenere tesi che anche solo possano alimentare tale idea.
                      Noi come semplici fedeli dobbiamo l’ossequio della volontà a questo punto, innanzi tutto.
                      Se si desidera saperne di più, non si può far altro che mettersi di buona lena e studiare, e farlo se possibile su buoni testi.

                      Nel caso del diluvio, il costante insegnamento cattolico è della sua veridicità storica, come si evince facilmente anche dalla descrizione che ne fa l’autore.
                      Ma come possiamo sapere cosa pensava davvero ecc.ecc.?
                      A queste domande si risponde con la Sacra Tradizione, che costantemente ha dato e dà per vero l’evento del Diluvio in sé, e mantiene ipotesi sulla sua portata; non è lecito arbitrariamente espellerlo come dato storico solo perché “non ci piace”. E’ bene che noi ci manteniamo sempre sull’ipotesi più probabile perché è quasi per certo quella vera. Sul serio. Molti cattolici soffrono un imbarazzo, dal punto di vista intellettuale, in queste cose; e così il loro desiderio di ricerca viene inquinato non certo dal desiderio di conoscere e amare meglio la Verità (il che non sarebbe un inquinamento) ma dall’ansia di rendersi… “intellettualmente presentabili”. Rischioso.

                      Se avessimo davvero una difficoltà reale, e magari meglio ancora, se potessimo sostenerla con solidi dati esegetici, immagino che potremmo scrivere un’interrogazione alla Commissione Biblica.

                      Quando la Commissione Biblica risponde ai dubbi che vengono a essa posti, è doveroso l’assenso dell’intelletto e della volontà da parte di tutti noi fedeli, anche se tali risposte non sono necessariamente infallibili e irreformabili.

                      E si potrebbero ottenere dalla Commissione risposte di questo tenore – che valgono ancora oggi, poiché non furono mai reformate o modificate 😉 – anche se vecchie di più di un secolo.

                      http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19090630_genesi_it.html

                      Consiglio la lettura tanto per il gusto di farsi provocare un po’. Quando le lessi io la prima volta mi cascò la mascella.

                      Insomma, ci si rifà sempre alla Chiesa. Per esempio hai citato Giobbe. Io ero ancora fermo a entrambe le ipotesi, che non decidono se egli fosse una figura reale o letteraria. Ma laddove la Chiesa accettasse, come tu mi dici, come ipotesi di maggior valore sulla base di nuovi studi esegetici l’ipotesi letteraria, bene eccomi.

                      Io comunque ormai preferisco sempre quella più realistica possibile 😀

                      Ma in estrema sintesi: dogmatica, Magistero, Straordinario e Ordinario, Sacra Tradizione, corretti studi esegetici secondo le indicazioni della Encicliche papli tra le quali anche quelle che mi è capitato di citare sopra. Interrogazioni presso la Commissione Pontificia Biblica con richiesta di chiarimenti.

                      Questi sono i metodi per “conoscere questa coscienza”. E non aspettarti di avere risposta a ogni tua domanda e curiosità perché per quanto esse possano essere legittime, ciò non è possibile, ahimè.

                      Restano solo punti fermi, che sono tanto più solidi quanto più si avvicinano alle verità di Fede.

                      Quali sono i punti fermi?

                      I primi capitoli della Genesi non sono racconti mitologici o sviluppi puramente simbolici, non sono allegorie o leggende in cui s’inseriscono forse alcune briciole delle antiche tradizioni storiche. Questo quanto stabiliscono Encicliche e Commissione Biblica. Perciò non può essere sostenuto, e non è bene sostenere tesi che anche solo possano alimentare tale idea.
                      Noi come semplici fedeli dobbiamo l’ossequio della volontà a questo punto, innanzi tutto.
                      Se si desidera saperne di più, non si può far altro che mettersi di buona lena e studiare, e farlo se possibile su buoni testi.
                      Nel caso del diluvio, il costante insegnamento cattolico è della sua veridicità storica, come si evince facilmente anche dalla descrizione che ne fa l’autore (ma come possiamo sapere cosa pensava davvero ecc.ecc. – a queste domande si risponde con la Sacra Tradizione, che costantemente ha dato e dà per vero l’evento del Diluvio in sé, e mantiene ipotesi sulla sua portata); e per quanto si possa discuterne della portata, non è lecito arbitrariamente espellerlo in quanto dato storico solo perché “non ci piace”. Se abbiamo una difficoltà reale, e magari meglio ancora, se possiamo sostenerla con solidi dati esegetici, l’unica ipotesi che mi verrebbe da pensare è scrivere un’interrogazione alla Commissione Biblica. Se la Commissione Biblica risponde ai dubbi che vengono a essa posti, è doveroso l’assenso dell’intelletto e della volontà da parte di tutti noi fedeli, anche se tali risposte non sono necessariamente infallibili e irreformabili.

                      E’ importante questo punto: noi siamo obbligati in obbedienza, comunque.

                      E si potrebbero ottenere dalla Commissione risposte di questo tenore – che valgono ancora oggi, poiché non furono mai reformate o modificate 😉 – anche se vecchie di più di un secolo.

                      http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_19090630_genesi_it.html

                      Consiglio la lettura tanto per il gusto di farsi provocare un po’.

                      PS: comunque ti eri in parte risposto da solo. Citando Giobbe (io sono ancora fermo a entrambe le ipotesi, che non decidono se egli fosse una figura reale o letteraria) hai scritto “è accettato dalla Chiesa come testo letterario”. Ebbene se così fosse (confesso tranquillamente che non mi risultava questa presa di posizione), si aderisce a ciò che dice la Chiesa, come espresso dal Magistero e dalle Commissioni preposte, s’intende, e perciò non intendendo per Chiesa una specie di “messa ai voti” naturalmente.

                    3. Davide

                      Roberto, grazie per il preziosissimo link, tramite il quale ho potuto verificare di aver avuto degli ottimi maestri. Grazie anche per gli altri commenti (assolutamente OT 🙂 ) ma davvero ricchissimi di spunti, che spero potro avró modo di rileggere con calma per approfondirli meglio. In particolare, condivido molto ciò che hai scritto nell’ultimo:

                      “Questo significa che certe cose le dobbiamo accantonare: capita spesso che troviamo la risposta a certi nostri dubbi quando ci limitiamo a crescere nella Fede – e nella conoscenza – e così i pezzi del puzzle vanno a posto un po’ per volta. Questo ci rafforza, non solo nell’intelletto, e ci permette di cogliere sfumature che prima “noi di dura cervice” proprio non riuscivamo a cacciarci in testa. Al contrario, incaponirci su un punto sul quale non vogliamo proprio mollare a tutti i costi, come se una risposta ci fosse dovuta, di solito porta alla paralisi. Si capisce bene, infatti, come in realtà a noi non sia umanamente possibile consumare il tempo e le energie per poter sottoporre a verifica tutte quelle zone d’ombra che vorremmo espugnare con il nostro intelletto, per poi poterle fare nostre solo una volta conquistate. E’ ovvio che non potremmo davvero sviluppare uno studio di tale mole, perché questo ci sottrarrebbe ai nostri doveri di stato (che son gli strumenti principali attraverso i quali conseguire la salvezza) e si muterebbe in ciò che si definisce “avidità spirituale”, in cui un certo impasto di superbia e cupidigia ci sottrae ai doveri per inseguire una gratificazione intellettuale.”.

                      Che devo dire si vede che questo argomento ti aveva appassionato proprio tanto! 😉

                    4. Roberto

                      Ops. Se Admin mi cancella il commento dalla faccia ridente 😀 in giù mi farà una gentilezza… Avevo integrato il mio primo commento, ma mi è rimasta in coda la “brutta copia” senza che me ne accorgessi. Un’inutile lunghirola e ripetizione… se no pazienza.

              1. @zimisce rispondo qui al tuo commento/risposta a me delle 21:26 e mi perdonerai se invece non lo faccio alla tua domanda “perché, no?” (è un po’ tardi come orario).

                Ho apprezzato molto il tuo commento delle 21:26 appunto. Apprezzo e rispetto molto la tua tensione e ricerca di equilibrio tra Fede e ragione, conoscenza e scienza. Credo che per come ti poni le domande sugli stessi motivi della tua ricerca, sui suoi rischi e sulle intrinseche esigenze di “abbandono”, tu sia sulla strada giusta (certo chi sono io per dirlo? E’ solo la mia opinione…) e se chiederai a Dio ciò che è veramente necessario per comprendere te lo concederà.
                Perché possiamo anche cercare di far collimare tutto quanto su detto, ma alla fine dobbiamo scoprire la ricchezza e la realtà di un rapporto più che quello di una mera conoscenza e più di quest’ultima dobbiamo chiedere la Sapienza, la Biblica Sapienza quella di cui proprio nel Libro di Giobbe si dice:
                “Ma la sapienza da dove si trae?
                E il luogo dell’intelligenza dov’è?”

                😉

  12. Segnalo a chi possa interessare, un altro film del ’98 che può certamente essere letto in una chiave cristiana (per la verità senza nessuna elucubrazione particolare).
    Un film tragico, duro, anzi durissimo (alcune scene sono decisamente un cosiddetto “pugno allo stomaco”), come durissime sono le realtà raccontate.

    Comunque per chi volesse vederlo, si tratta di “American History X”

    Chi l’avesse visto può darne eventualmente un giudizio… anche, ovviamente, difforme dal mio 😉

  13. vale

    «Non si può avere una buona storia senza quella che chiamo un’alta posta in gioco. Un’alta posta in gioco vuol dire per esempio aver di mezzo la morte. E la morte più “profonda” che un uomo sperimenta viene dal peccato: la morte della capacità di amare, dell’istinto a prendersi cura degli altri, dell’abilità a vedere e penetrare la realtà. Perciò non si può togliere il peccato da una buona narrazione”

    come trassero un film-anche se l’accento kubric, lo pose prevalentemente sulla violenza insensata- dal libro di A.Burgess, v’è un’altro libro, sempre di Burgess e del 1962 assai profetico.”il Seme inquieto”.
    sarebbe un bel film. molto politicamente scorretto.
    http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/1/20/LETTURE-Da-Arancia-meccanica-al-Seme-inquieto-le-profezie-azzeccate-di-A-Burgess/2/460343/

    A.Burgess,autore del famoso “arancia meccanica”, ne “il seme inquieto” del 1962, prefigura un XXI secolo spaventoso: il potere ossessionato salla sovrappopolazione,i bambini malati gravi vengono lasciati morire per risparmiare risorse economiche,si attuano politiche salutiste-in compenso- di proibizione di fumo e alcool.
    La procreazione è pesantemente scoraggiata, mentre lo stato- notare che viene scritto nel1962- incentiva l’omosessualità vista come radicale soluzione per ridurre le nascite.
    Lo stile di vita omosessuale viene propagandato nella pubblicità, nei media e palesemente chi è omosessuale ottiene promozioni e facilitazioni di carriera negli enti pubblici.
    La famiglia tradizionale è combattuta con tutte le forze a disposizione…
    l’unica visione del mondo ammessa è quella del potere dove l’individuo “impara” ad accettare senza discutere,senza neppure esitare,la visione della società e della vita che gli viene imposta.
    Ma, come scrisse Burgess, ” solo i malvagi e gli stupidi possono accordare fedeltà totale ad un partito”.

    di Paolo Gulisano

    1. ” solo i malvagi e gli stupidi possono accordare fedeltà totale ad un partito”…

      …o, aggiungerei, a una qualsiasi religione o credenza. Che è quello che suggerivo anche ieri.
      Ovviamente ognuno è fedele o non è fedele a quello che vuole (e questo è un fatto)!

      1. Guarda Alvise, ieri sera avrei voluto scriverla io questa considerazione, ma poi ho pensato: “perché togliere ad Alvise il gusto di farlo?”

        Tu però sempre così attento e pronto ad interventi “sagaci e redistributivi” hai lasciato in sospeso una domada che ti chiamava in causa in prima persona (e direi lo fai spesso…) 😉

  14. Alessandro

    Pio XII ai rappresentanti del mondo cinematografico:

    http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/apost_exhortations/documents/hf_p-xii_exh_25101955_ideal-film_it.html

    “Il secondo quesito circa il contenuto del film ideale di azione riguarda la rappresentazione del male: è permesso scegliere, e con quali cautele si deve trattare il male e lo scandalo, che senza dubbio hanno una parte così importante nella vita dell’uomo? Certamente questa non potrebbe comprendersi, almeno nei grandi e gravi conflitti, se si chiudessero gli occhi alle colpe che ne sono spesso la causa…

    Orbene, può un film ideale assumere come contenuto un tale oggetto? I più grandi poeti e scrittori di tutti i tempi e di tutti i popoli si sono occupati di questa difficile e cruda materia, e lo faranno anche in avvenire.

    Una risposta negativa a tale domanda è naturale, qualora la perversità e il male sono offerti in ragione di loro stessi; se il male rappresentato risulta, almeno di fatto, approvato; se esso è descritto in forme eccitanti, insidiose, corrompitrici; se è mostrato a coloro che non sono in grado di dominarlo e di resistergli. Ma quando non si dà alcuno di questi motivi di esclusione; quando il conflitto col male, ed anche la temporanea sua vittoria, in rapporto con tutto l’insieme, serve alla più profonda comprensione della vita, della retta sua direzione, del controllo della propria condotta, del chiarimento e consolidamento nel giudizio e nell’azione; allora una tale materia può essere scelta e intrecciata, come parziale contenuto, nella intiera azione del film stesso. Si applica a questo il medesimo criterio che deve sovraintendere ad ogni simile genere artistico: la novella, il dramma, la tragedia, e ogni opera letteraria.

    Anche i Libri Sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento, quale fedele specchio della vita reale, ospitano nelle loro pagine le narrazioni del male, della sua azione ed influsso nella vita dei singoli, come in quella delle stirpi e dei popoli.
    Anch’essi lasciano penetrare lo sguardo nel mondo intimo, spesso tumultuoso, di quegli uomini; raccontano i loro falli, il loro risorgimento o la loro fine. Pur essendo rigorosamente storica, la narrazione ha spesso l’andamento dei più forti drammi, i colori foschi della tragedia. Il lettore resta colpito dalla singolare arte e dalla vivezza delle descrizioni, che, anche soltanto sotto l’aspetto psicologico, sono incomparabili capolavori. Basta ricordare i nomi: Giuda, Caifa, Pilato, Pietro, Saulo. Ovvero dall’epoca dei Patriarchi: la storia di Giacobbe, le vicende di Giuseppe in Egitto in casa di Potifar; dai libri dei Re: I’elezione, la riprovazione, la tragica fine del Re Saul; ovvero la caduta di David e il suo pentimento; la ribellione e la morte di Assalonne; e innumerevoli altri eventi.

    Là il male e la colpa non sono dissimulati da ingannevoli veli, ma narrati come in realtà accaddero; eppure anche quella porzione di mondo contaminato dalla colpa è avvolta da un’aura di onestà e di purezza, diffusavi da chi, pur fedele alla storia, non esalta, nè giustifica, ma evidentemente stimola a condannare la perversità; in tal guisa la cruda verità non suscita impulsi o passioni disordinate almeno in persone mature.
    Al contrario: il lettore serio diviene più riflessivo, più chiaroveggente; il suo animo, ripiegandosi su se stesso, è indotto a dirsi: “Bada che anche tu non sii indotto in tentazione” (cfr. Gal 6, 1); “Se stai in piedi, bada di non cadere” (cfr. 1 Cor. Io, 12)…

    Lasciamo dunque che anche il film ideale possa rappresentare il male: colpa e caduta; ma che lo faccia con intenti seri e con forme convenienti, così che la sua visione aiuti ad approfondire la conoscenza della vita e degli uomini e a migliorare ed elevare lo spirito.”

  15. @ Roberto
    Grazie per l’attenzione dedicatami finora. Non so come facciate voi a commentare così spesso, a me è partita mezza giornata per questa discussione. Visto che parlavi di “doveri di stato” con cui conseguiamo la salvezza mi hai fatto tornare in mente che sto trascurando la mia tesi, e anzi sto prendendo l’abitudine a leggere i commenti sui blog proprio per rimandarla, quindi dopo questo mi impongo di non farmi più vedere per un mese.
    Più avanti cercherò di approfondire i “punti fermi” che sono tenuto a tenere, senza però dover necessariamente vedere tutte le verità che sono custodite dalla Chiesa nello stesso modo in cui sono stati visti dal primo cristianesimo in poi. Su questo ho apprezzato molto un saggio di C. S. Lewis in cui si fa un esempio della nostra professione di fede (che è vincolante anche per i non cattolici): non è che quando diciamo “siede alla destra del Padre” dobbiamo immaginare Gesù su un trono più o meno decorato accanto ad un altro trono leggermente più grande. Quell’immagine, legata alla successione imperiale romana, rendeva bene la relazione di vicinanza agli occhi delle prime comunità. Se ti interessa leggere il suo saggio su questo sito ce ne è un pezzetto, non sono riuscito a trovarlo per intero. Credo si connetta un po’ alla nostra “disputa”.
    http://merecslewis.blogspot.it/2011/05/what-we-believe-think-and-imagine.html

    Sul libro di Giobbe devo dire che l’ho sempre visto descritto dal punto di vista letterario, ma non conosco la posizione ufficiale della Chiesa. Quando l’ho nominato mi sono rifatto al testo da te citato all’inizio, che ho pensato rispecchiasse le posizioni ufficiali:
    “E infine, l’autore può ricorrere a una finzione per proporre un evento storico pregno di ammaestramento religioso o morale (v. Giuditta), o una verità religiosa (v. Giona; la Cantica), e morale (v. Giobbe, Parabola)”
    O forse avevi aggiunto tu le parti tra parentesi?

    Be’ se vuoi fammi sapere cosa ne pensi del saggio di Lewis, ma poi possiamo considerare la discussione conclusa.
    Ciao

    1. Roberto

      No, non ho aggiunto niente. Ma non mi ci ero soffermato e altrove avevo trovato entrambe le ipotesi. Va da sé che come vedi, però, non lo considero così fondamentale 😉

      Su Lewis, ti posso dare senza fatica la mia adesione sul punto: “sedere alla destra” è un modo per porsi alla pari, farsi della stessa natura. Infatti quando N. S. Gesù dice “vedrete il Figlio dell’Uomo assiso alla destra della Potenza” afferma la Sua natura divina e il Sommo Sacerdote si straccia le vesti dopo aver udito la bestemmia. E’ chiaro che non si riferisce a un sedersi “letterario”. E’ un po’ questa la ragione per la quale ti dicevo che è conoscendo la nostra Fede – la dommatica aiuta molto, per esempio, ma non solo – poi ci si muove con molto più agio anche nel distinguere significati letterali e non. Per fare solo un esempio, compresi che il poligenismo era incompatibile con la nostra Fede prima di leggere l’Humani Generis di Pio XII, perché a quel punto le implicazioni del dogma del peccato originale mi erano così chiare da capire bene da me come le due cose fossero incompatibili. A quel punto, credere a una coppia originaria era l’unico passo razionale da fare, e perciò aderire al testo Biblico senza esitazioni non fu certo uno sforzo. E’ naturale che l’Enciclica fu una preziosissima conferma che andavo cercando, non volendomi fidare solo dei miei ragionamenti – e anche perché non sempre il nostro ragionare basta. Ma è molto utile; la risposta della quale ci appropriamo con il contributo del nostro sforzo è più forte. Quando succede, è una grazia preziosa.

  16. fortebraccio

    Quando l’aggettivo “cristiano” diventa qualificativo per un’opera d’arte?

    Ci sono svariati modi di rifarsi ai “valori cristiani” per un’artista.
    C’è il modo diretto: si rappresentano come sono, in maniera “ortodossa” ed esplicita (anche se non necessariamente realistica). Praticamente tutta l’arte sacra fino al 1900 è fatta così.
    Poi si comincia a produrre opere che parlano di Dio in maniera indiretta, rappresentando la sua ricerca, o rivelandolo attraverso la sua negazione; oppure attraverso segni che ci rimandino ad un concetto da esplorare (che ci renda un sentimento religioso: mi riferisco soprattutto all’architettura, al nuovo modo –più o meno riuscito- di realizzare nuove chiese, addobbi, tabernacoli eccetera).

    Tornando ai film, quattro esempi per capirsi:

    Aurora: Murnau, 1927 – Questo film classico vi piacerà sicuramente: “Sunrise – A song of two humans” il titolo originale. Storia di un matrimonio che si perde, e per fede, si ritrova. Visivamente molto potente l’inizio, ed una parte centrale che corrisponde ad una successiva “tentazione” (il luna park). Non capisco come mai nessuno lo citi mai, qui, visto che racconta magistralmente in un paio di scene il concetto cristiano di “sottomissione” e “morir-per-lei”. Tra le altre cose, non è più protetto da copyright e si può scaricare liberamente. Ve ne innamorerete, credetemi!

    Le onde del destino: von Trier, 1996 – Per un periodo von Trier s’è occupato di donne votate al sacrificio (ma forse sarebbe più giusto dire: al martirio). Questo è sicuramente il più famoso (gli altri sono “Dancer in the dark”, 2000; “Dogville”, 2003). Tutt’e tre sono particolari perché solitamente lo spettatore è bloccato tra l’ineluttabilità della storia ed il voler salvare la protagonista anche a scapito della sua “santità”. Pianti finali assicurati.

    Decalogo: Kieslowsky, 1988 – Alcuni temi sono sviluppati in maniera veramente originale (almeno, per il 1988).

    I film di fantascienza si prestano alla ricerca del divino: lo spostare in avanti il tempo permette di astrarsi dal presente/passato per concentrarsi sull’esplorazione di concetti/valori – magari non propriamente in senso cattolico, ma poi ognuno declina come vuole: “Solaris” anche la versione con CLooney va bene; ovviamente “2001”; Battlestar Galactica (addirittura questa è una serie tv! Androidi monoteisti protocristiani vs umani politeisti simil-greci: una guerra contrappone i due, con ruoli rovesciati – curioso. Ok il finale forse è un po’ tirato, ma vabbè).
    In generale i film di fantascienza ragionano su ciò che ci rende umani: solitamente valori “positivi” e trascendenza, … Blade runner; Il pianeta delle scimmie; Wall-E… tutti validi film, ma sono film “cristiani”?
    Oppure i film cattolici sono solamente quelli (spudoratamente) agiografici? Purtroppo questi film sono solitamente noiosi: l’intervista spiega abbastanza bene perché. Cmq in generale, Ben Hur o Barabba saranno sempre meno scontati della vita di un santo – che inevitabilmente offrirà meno spunti di tensione interiore, di conflitti (anche per i film vale l’incipit di Anna Karenina, parafrasando: tutti i santi si assomigliano, ogni peccatore è un peccatore a modo suo).
    Juno un film cattolico? Perché la protagonista non abortisce?
    Ma allora “i figli degli uomini” è cattolicissimo! E che dire dell’improbabile “Loiuse Michel” (2011), contro il mondo gender, per la famiglia tradizionale, contro la finanza speculativa… contro qualsiasi logica (chi l’ha visto capirà)!

    p.s. chi abita in una grande città forse ha ancora l’occasione di vedere “Still life”: uno splendido film, come troppi pochi se ne fanno. Il finale è incredibile: riso e pianto, tristezza e felicità, vita e morte. E’ un film cristiano? Umano, molto umano! Il migliore degli ultimi 5 anni.

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