Summorum Pontificum: la fonte del futuro

di autori vari

Dal 29 marzo al 1° aprile 2017 si è svolto a Herzogenrath – nella regione urbana di Aquisgrana, in Germania – il simposio Quelle der Zukunft («La fonte del futuro»), nel decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che contiene le indicazioni giuridiche e liturgiche per la celebrazione della messa in latino, celebrata secondo il Messale Romano promulgato da san Pio V. Il simposio è stato organizzato dall’Associazione Una Voce-Germania, dal Circolo cattolico di sacerdoti e laici delle Archidiocesi di Amburgo e Colonia, dall’Associazione Cardinal Newman, e dalla Rete di sacerdoti della parrocchia cattolica di Santa Gertrude a Herzogenrath. Per sopraggiunti impegni, S. Em. il card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non ha potuto intervenire di persona, ma, con i ringraziamenti agli organizzatori, ha inviato un’ampia relazione introduttiva, di prossima pubblicazione sulla rivista Studi cattolici (n. 674, aprile 2017, pp. 244-249). Con il permesso della direzione della rivista Studi cattolici, che ringraziamo, siamo lieti di offrire qui di seguito, in anteprima per i lettori di Romualdica, il testo integrale della relazione del card. Sarah (il titolo e i sottotitoli sono redazionali).

 

Restaurare la liturgia

Quello che, dall’inizio del XX secolo, viene chiamato «movimento liturgico» è scaturito dalla volontà del papa san Pio X, espressa nel Motu proprio «Tra le sollecitudini» (1903), di restaurare la liturgia per renderne più accessibili i tesori, facendola quindi tornare a essere fonte di vita autenticamente cristiana. Da qui la definizione della liturgia come «culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa» espressa nella Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium del Vaticano II (cfr n. 10).

Non ripeteremo mai abbastanza che la Liturgia come fonte e culmine della Chiesa trova il suo fondamento in Cristo stesso. Infatti, nostro Signore Gesù Cristo è Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova ed eterna Alleanza, dal momento che si è offerto in sacrificio, e «con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10, 14). Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, «questo mistero di Cristo la Chiesa annuncia e celebra nella sua liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo» (n. 1068). È nel contesto del «movimento liturgico», del quale uno dei più bei frutti è la Costituzione Sacrosanctum Concilium, che conviene considerare il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, del quale siamo lieti di celebrare quest’anno, con grande gioia e riconoscenza, il decimo anniversario della sua promulgazione. Possiamo dunque affermare che il «movimento liturgico», avviato da san Pio X non si è mai interrotto, e continua ancora oggi per l’impulso conferitogli da papa Benedetto XVI. A questo proposito, possiamo ricordare la particolare cura e l’attenzione personale, di cui egli dava prova nel celebrare la sacra Liturgia da Papa, nonché i frequenti riferimenti nei suoi discorsi alla centralità della liturgia nella vita della Chiesa e, infine, i suoi due documenti magisteriali: Sacramentum Caritatis e Summorum Pontificum. In altre parole, il cosiddetto «aggiornamento liturgico» è in qualche modo completato dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di che cosa si tratta? Il Papa emerito ha stabilito la distinzione tra due forme dello stesso rito romano: una forma chiamata «ordinaria» con i testi Liturgici del Messale Romano rivisto seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, e una forma «straordinaria», che corrisponde alla liturgia in vigore prima dell’«aggiornamento» liturgico. Così ora, nel rito romano o latino, sono in vigore due Messali: quello del Beato papa Paolo VI, la cui terza edizione è del 2002, e quello di san Pio V, la cui ultima edizione, promulgata da San Giovanni XXIII, è del 1962.

Per un reciproco arricchimento delle due forme

Nella lettera ai vescovi che accompagna il Motu Proprio, papa Benedetto XVI ha dichiarato che la sua decisione di far coesistere entrambi i messali non aveva solo lo scopo di soddisfare il desiderio di alcuni gruppi di fedeli, legati alle forme liturgiche prima del Vaticano II, ma anche per permettere un arricchimento reciproco delle due forme dello stesso rito romano, vale a dire non solo la convivenza pacifica, ma anche l’opportunità di sviluppo, evidenziando i migliori elementi che li caratterizzano. Ha scritto chiaramente che «le due forme dell’uso del rito romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso». È dunque in questi termini che il Papa emerito manifestava il suo desiderio di rilanciare il «movimento liturgico». Nelle parrocchie dove è stato applicato il Motu Proprio, i sacerdoti testimoniano un aumento di fervore sia tra i fedeli sia tra i sacerdoti. Si è anche notata una ripercussione e un’evoluzione spirituale positiva nel modo di vivere le celebrazioni eucaristiche secondo la forma ordinaria, in particolare la riscoperta di atteggiamenti di adorazione verso il Santissimo Sacramento: stare in ginocchio, genuflessione… e anche un più grande raccoglimento caratterizzato dal sacro silenzio che deve segnare i momenti salienti del Santo Sacrificio della Messa, per consentire a sacerdoti e fedeli di interiorizzare il mistero della fede che viene celebrato. È anche vero che bisogna fortemente incoraggiare e fare opera di formazione liturgica e spirituale. Analogamente, bisognerà pro- muovere una pedagogia perfettamente adatta a superare un certo «rubricismo» troppo formale, spiegando i riti del Messale tridentino a coloro che ancora non lo conoscono o lo conoscono in modo parziale, o a volte… di parte. Per questo, è urgente e opportuno predisporre un messale bilingue latino-volgare per una piena, consapevole e intima partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche. È anche molto importante sottolineare la continuità tra i due messali con catechesi liturgiche appropriate… Molti sacerdoti testimoniano che si tratta di un compito stimolante, perché sono coscienti di lavorare al rinnovamento liturgico, portando la propria pietra al «movimento liturgico», cioè, in realtà, al rinnovamento spirituale e mistico, e dunque missionario, voluto dal Concilio Vaticano II, e al quale ci invita con vigore papa Francesco.

La liturgia deve sempre essere riformata per essere più fedele alla sua essenza mistica. Ma per lo più, questa «riforma», che ha sostituito il vero «restauro» voluto dal Concilio Vaticano II, è stato realizzato con uno spirito superficiale e sulla base di un unico criterio: sopprimere a tutti i costi un patrimonio visto come totalmente negativo e obsoleto per scavare un abisso tra un prima e un dopo il Concilio. Invece, basta prendere la Costituzione sulla Sacra Liturgia e leggerla onestamente, senza tradirne il senso, per vedere che il vero scopo del Vaticano II non era di avviare una riforma che potesse diventare occasione di rottura con la Tradizione, bensì, di ritrovare e confermare la Tradizione nel significato più profondo.

In realtà, la cosiddetta «riforma della riforma», che dovrebbe forse essere chiamata più esattamente «reciproco arricchimento dei riti» per usare un’espressione del Magistero di Benedetto XVI, è una necessità prima di tutto spirituale. Essa riguarda evidentemente le due forme del rito romano. La cura particolare da prestare alla liturgia, l’urgenza di tenerla in grande considerazione e di lavorare alla sua bellezza, alla sua sacralità e al mantenimento di un giusto equilibro tra fedeltà alla Tradizione e legittima evoluzione, e dunque rigettando assolutamente e radicalmente ogni ermeneutica di discontinuità e di rottura: questi sono il cuore e gli elementi essenziali di qualsiasi autentica liturgia cristiana. Il cardinal Joseph Ratzinger ha instancabilmente ripetuto che la crisi che scuote la Chiesa, da una cinquantina d’anni, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, è legata alla crisi della liturgia, e quindi alla mancanza di rispetto, alla desacralizzazione e all’orizzontalismo degli elementi essenziali del culto divino. «Sono convinto», ha scritto, «che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia» [1]. Certamente il Vaticano II ha voluto promuovere una maggiore partecipazione attiva del popolo di Dio e far progredire giorno per giorno la vita cristiana dei fedeli (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 1). Certamente belle iniziative sono state promosse in quella direzione. Eppure non possiamo chiudere gli occhi di fronte al disastro, alla devastazione e allo scisma che i moderni sostenitori di una liturgia viva hanno causato, tanto da rimodellare la liturgia della Chiesa secondo le loro idee. Hanno dimenticato che l’atto liturgico non è solo una preghiera, ma anche e soprattutto un mistero in cui si realizza per noi qualcosa che non possiamo comprendere completamente, e che dobbiamo accettare e ricevere nella fede, nell’amore, nell’obbedienza e nel silenzio adorante. Questo è il vero significato della partecipazione attiva dei fedeli. Non si tratta soltanto di un’attività esteriore, di una ridistribuzione di ruoli o funzioni nella liturgia, bensì di una ricettività intensamente attiva: la ricezione è in Cristo e con Cristo, l’umile offerta di sé nella preghiera silenziosa, e un atteggiamento pienamente contemplativo. La grave crisi di fede, non solo tra i fedeli, ma anche e soprattutto tra molti sacerdoti e vescovi, ci ha resi incapaci di comprendere la liturgia eucaristica come un sacrificio, come l’identico atto, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, rendendo presente il Sacrificio della Croce in modo incruento, ovunque nella Chiesa, nei vari tempi, luoghi, popoli e nazioni.

Spesso assistiamo alla tendenza sacrilega di ridurre la santa Messa a un semplice pasto conviviale, alla celebrazione di una festa profana e a un’autocelebrazione della comunità o, peggio ancora, a un intrattenimento mostruoso contro l’angoscia di una vita che non ha più alcun significato o contro la paura di incontrare Dio faccia a faccia, perché il suo sguardo rivela e costringe a guardare con verità la bruttezza della nostra interiorità. Ma la Santa Messa non è un intrattenimento. Essa è il sacrificio vivente di Cristo, morto sulla croce per liberarci dal peccato e dalla morte per rivelarci l’amore e la gloria di Dio Padre. Molti ignorano che il fine di ogni celebrazione è la gloria e l’adorazione di Dio, la salvezza e la santificazione degli uomini, dal momento che, nella liturgia, «viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati» (Sacrosanctum Concilium, n. 7). Questo insegnamento del Concilio è ignorato dalla maggioranza dei fedeli, sacerdoti e vescovi compresi. Così come si ignora che i veri adoratori di Dio non sono coloro che, secondo le loro idee e la loro creatività, riformano la liturgia per farne qualcosa che piaccia al mondo, ma coloro che con il Vangelo, riformano in profondità il mondo, per consentirgli l’accesso a una liturgia che riflette la liturgia celebrata da tutta l’eternità nella Gerusalemme celeste. Come ha spesso sottolineato Benedetto XVI, alla radice della liturgia si trova l’adorazione, e quindi Dio. Quindi deve essere riconosciuto che la crisi grave e profonda che, dopo il Concilio, colpisce e continua a influenzare la liturgia e la Chiesa stessa è dovuta al fatto che il suo centro non è più Dio e il suo culto, ma gli uomini e la loro presunta capacità di «fare» qualcosa durante le celebrazioni eucaristiche. Anche oggi, un numero significativo di ecclesiastici sottovalutano la grave crisi che sta attraversando la Chiesa: relativismo nell’insegnamento dottrinale, morale e disciplinare, gravi abusi, dissacrazione e banalizzazione della sacra liturgia, visione meramente sociale e orizzontale della missione della Chiesa. Molti credono e affermano a gran voce che il Vaticano II ha suscitato una vera e propria primavera della Chiesa. Tuttavia, un numero crescente di ecclesiastici stanno considerando questa «primavera» come un rigetto, una rinuncia al suo retaggio plurisecolare, o addirittura come una sfida radicale al suo passato e alla sua Tradizione. Si rimprovera all’Europa politica di abbandonare o negare le sue radici cristiane. Ma la prima ad aver abbandonato le sue radici e il suo passato cristiano è senza dubbio la Chiesa cattolica post-conciliare. Alcune Conferenze episcopali addirittura si rifiutano di tradurre fedelmente il testo originale latino del Messale romano. Alcuni sostengono che ogni Chiesa locale può tradurre il Messale romano non secondo la sacra eredità della Chiesa, seguendo il metodo e i princìpi stabiliti dalla Liturgiam authenticam (la Quinta Istruzione per la retta Applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, emanata dalla Congregazione per il Culto divino nel 2001), ma secondo le fantasie, le ideologie e le espressioni culturali che, si dice, possono essere comprese e accettate dal popolo. Ma il popolo vuole essere iniziato al linguaggio sacro di Dio. Perfino il Vangelo e la Rivelazione sono «reinterpretati», «contestualizzati» e adattati alla cultura occidentale decadente. Nel 1968, il vescovo di Metz, in Francia, ha scritto nel suo Bollettino diocesano un’enormità spaventosa, quasi la volontà e l’espressione di una rottura completa con il passato della Chiesa. Secondo questo vescovo, dobbiamo oggi ripensare la concezione stessa di salvezza apportata da Gesù Cristo, poiché la Chiesa apostolica e le comunità cristiane dei primi secoli non avevano capito nulla del Vangelo. È soltanto a partire dalla nostra epoca che abbiamo compreso il disegno di salvezza apportato da Gesù. Ecco l’affermazione audace e sorprendente del vescovo di Metz: «La trasformazione del mondo (cambiamento di civiltà) insegna e richiede un cambiamento nella concezione della salvezza portata da Gesù Cristo; questa trasformazione rivela che il pensiero della Chiesa sul disegno di Dio era, prima di questo cambiamento, non sufficientemente evangelica… Non c’è epoca in grado di comprendere l’ideale evangelico della vita fraterna quanto la nostra» [2]. Con una tale visione, non sono sorprendenti la devastazione, la distruzione e le guerre che seguirono e che persistono tuttora a livello liturgico, dottrinale e morale, perché si pretende che nessun’epoca quanto la nostra sia in grado di capire «l’ideale evangelico».

Molti si rifiutano di vedere l’opera di auto-distruzione della Chiesa con la demolizione pianificata delle sue basi dottrinali, liturgiche, morali e pastorali. Mentre le voci di chierici di alto rango si moltiplicano, affermando ostinatamente i loro manifesti errori dottrinali, morali e liturgici, anche se cento volte condannati, e lavorano alla demolizione della poca fede rimasta nel popolo di Dio, mentre la barca della Chiesa naviga nel mare tempestoso di questo mondo decadente, e le onde si infrangono sulla barca, già quasi piena d’acqua, un numero crescente di ecclesiastici e fedeli grida: «Tutto va ben, madama la marchesa!». Ma la realtà è ben diversa: infatti, come diceva il cardinal Ratzinger, «i Papi e i Padri conciliari si aspettavano una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro a un dissenso che – per usare le parole di Paolo VI – sembra essersi spostato dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e ci si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello sconforto. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è venuto sviluppando in larga misura sotto il segno di un richiamo a un presunto “spirito del Concilio” e in tal modo lo ha screditato» [3]. «Nessuno oggi osa onestamente e seriamente contestare le manifestazioni di crisi e le guerre liturgiche alle quali il Concilio Vaticano II ha portato» [4].

Oggi, si procede alla frammentazione e demolizione del santo Missale Romanum abbandonandolo alle diversità culturali e ai fabbricanti di testi liturgici. Sono contento e mi congratulo per l’enorme e meraviglioso lavoro svolto, attraverso Vox clara, dalla Conferenze episcopali di lingua inglese, dalle Conferenze Episcopali spagnola e coreana, ecc…, che hanno tradotto fedelmente e nel pieno rispetto delle istruzioni e dei princìpi di Liturgiam authenticam, il Missale Romanum, e la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti ha concesso loro la recognitio.

Una guerra liturgica

A seguito della pubblicazione del mio libro Dio o nulla, mi sono state rivolte domande sulla «guerra liturgica», che da decenni troppo spesso divide i cattolici. Ho risposto che si tratta di un’aberrazione, perché la liturgia è il campo per eccellenza dove i cattolici dovrebbero fare esperienza dell’unità nella verità, nella fede e nell’amore, e che, pertanto, è inconcepibile celebrare la liturgia avendo nel cuore sentimenti di lotte fratricide e di rancore. Del resto, non ha Gesù stesso pronunciato parole molto impegnative sulla necessità di riconciliarsi con il fratello prima di presentare il proprio dono all’altare? (cfr Mt 5, 23-24). Perché «la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei “sacramenti pasquali”, a vivere “in perfetta unione” [5], e prega che “esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede” [6]; la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’Eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall’Eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, n. 10). Nel «faccia a faccia» con Dio che è la liturgia, il nostro cuore deve essere puro da ogni inimicizia, il che significa che ciascuno deve essere rispettato nella propria sensibilità. Questo significa concretamente, ribadendo che il Vaticano II non ha mai chiesto di fare tabula rasa del passato e quindi di abbandonare il Messale di san Pio V, il quale ha generato tanti santi – basti citare tre sacerdoti ammirevoli come san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, san Padre Pio e san Josemaría Escrivá –, allo stesso tempo è indispensabile promuovere il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio stesso, e quindi i libri liturgici aggiornati dopo la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in particolare il Messale del Beato papa Paolo VI. E aggiungerei che ciò che più conta, sia che si celebri nella forma ordinaria o in quella straordinaria, è offrire ai fedeli ciò a cui hanno diritto: la bellezza della liturgia, la sua sacralità, il silenzio, il raccoglimento, la dimensione mistica e l’adorazione. La liturgia deve metterci faccia a faccia con Dio in un rapporto personale e di intensa intimità. Deve immergerci nell’intimità della Santissima Trinità.

Parlando dell’usus antiquior nella lettera d’accompagnamento a Summorum Pontificum, papa Benedetto XVI ha scritto che «subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia». Si tratta di una realtà incontestabile, un vero segno del nostro tempo. Quando i giovani sono assenti alla sacra liturgia, dobbiamo chiederci: perché? Dobbiamo vegliare affinché le celebrazioni secondo l’usus recentior facilitino anch’esse questo incontro, conducano le persone sul percorso della via pulchritudinis che conduce al Cristo vivente e operante nella sua Chiesa di oggi attraverso i suoi sacri riti. In effetti, l’Eucaristia non è una sorta di «cena con gli amici», un pasto conviviale della comunità, bensì un Mistero sacro, il grande Mistero della nostra fede, la celebrazione della redenzione compiuta da nostro Signore Gesù Cristo, la commemorazione della morte di Gesù sulla croce per liberarci dai nostri peccati. Conviene dunque celebrare la Santa Messa con la bellezza e il fervore del santo Curato d’Ars, di Padre Pio o di san Josemaría; è questa la condizione sine qua non per giungere «dall’alto», per così dire, a una riconciliazione liturgica [7]. Quindi rifiuto con forza di sprecare il nostro tempo a contrapporre una liturgia a un’altra, o il Messale di san Pio V a quello del beato Paolo VI. Si tratta piuttosto di entrare nel grande silenzio della liturgia, lasciandoci arricchire da tutte le forme liturgiche, latine o orientali. Infatti, senza la dimensione mistica del silenzio e senza spirito contemplativo, la liturgia diverrebbe occasione di lacerazioni odiose, di scontri ideologici e di umiliazione pubblica dei deboli da parte di coloro che affermano di detenere l’autorità, invece di essere il luogo dell’unità e della nostra comunione nel Signore. Così, invece di affrontarci e di detestarci, la liturgia deve farci pervenire tutti insieme all’unità nella fede e alla vera conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino alla misura della pienezza di Cristo… e vivendo la verità nell’amore, cresceremo in ogni cosa tendendo a Lui che è il capo, Cristo (Ef 4, 13-15) [8].

La liturgia «casa comune» o «piccola patria»

Come sapete, il grande liturgista tedesco mons. Klaus Gamber (1919-1989) designava con la parola Heimat la casa comune o «piccola patria», quella dei cattolici radunati intorno all’altare del Santo Sacrificio. Il senso del sacro, che permea e irriga i riti della Chiesa, è correlativo, inseparabile dalla liturgia. Ebbene, in questi ultimi decenni, numerosi fedeli sono stati scossi o profondamente turbati da celebrazioni segnate da una soggettività superficiale e devastante al punto di non riconoscere la loro Heimat, la loro casa comune, e per i più giovani, di non averla mai conosciuta! Quanti se ne sono andati in punta di piedi, soprattutto i più piccoli e più poveri di loro! Essi sono diventati una sorta di «apolidi liturgici». Il «movimento liturgico», nel quale le due forme sono associate, mira a restituire loro l’Heimat, e così a reintrodurli nella loro casa comune, poiché ben sappiamo che nella sua opera di teologia sacramentaria, il cardinal Joseph Ratzinger, ben prima della pubblicazione del Summorum Pontificum, aveva messo in evidenza che la crisi della Chiesa, e quindi la crisi e l’annacquamento della fede, sono in gran parte causati dal modo in cui trattiamo la liturgia, secondo il vecchio adagio: lex orandi, lex credendi. Nella prefazione che egli aveva scritto in apertura del magistrale lavoro di mons Gamber, Die Reform der römischen Liturgie (Riforma della liturgia romana), il futuro Papa Benedetto XVI affermava: «Un giovane sacerdote mi ha detto di recente che ora abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico. Esprimeva così un’espressione di preoccupazione che, al giorno d’oggi, solo menti deliberatamente superficiali potrebbero scartare. Ciò che contava per il sacerdote non era la conquista di nuove e audaci libertà: quale libertà non ci si è già arrogata? Sentiva che avevamo bisogno di un nuovo inizio scaturito dall’intimo della liturgia, come aveva voluto il movimento liturgico quando era al culmine della sua vera natura, quando non si trattava di fabbricare dei testi, di inventare azioni e forme, ma di riscoprire il centro vivente, di penetrare nel tessuto propriamente detto della liturgia, affinché il compimento di essa scaturisse dalla sua stessa sostanza. La riforma liturgica, nella sua realizzazione concreta, si è sempre più allontanata da tale origine. Il risultato non è stato una rianimazione, ma una devastazione. Da un lato, abbiamo una liturgia degenerata in show, dove si cerca di rendere interessante la religione con l’aiuto di invenzioni alla moda e con aforismi morali seducenti, creando un successo momentaneo nel gruppo dei fabbricanti liturgici, e un atteggiamento di ripulsa ancora più netto tra coloro che cercano nella liturgia non lo showmaster spirituale, ma l’incontro con il Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, solo questo incontro essendo in grado di farci accedere alle vere ricchezze dell’essere. Dall’altro lato, v’è la conservazione delle forme rituali la cui grandezza commuove sempre, ma che, spinte all’estremo, manifestano un isolamento testardo che, alla fine, non lascia che tristezza. Certamente rimangono tra i due estremi tutti quei sacerdoti e fedeli che celebrano la nuova liturgia con rispetto e solennità; ma sono turbati dalla contraddizione tra i due estremi, e la mancanza di unità interna della Chiesa fa sembrare la loro fedeltà, a torto molte volte, come una semplice varietà personale di neo-conservatorismo. Stando così le cose, è necessario, un nuovo impulso spirituale perché la liturgia sia di nuovo per noi un’attività comunitaria della Chiesa, strappata all’arbitrarietà. Non si può “fabbricare” un movimento liturgico di questo tipo – non più di quanto si possa “fabbricare” qualche cosa di vivente – ma possiamo contribuire al suo sviluppo, sforzandoci di assimilare di nuovo lo spirito della liturgia e difendendo pubblicamente quello che abbiamo ricevuto».

Penso che la lunga citazione, così giusta e limpida, dovrebbe interessarvi, all’inizio del Simposio, e anche contribuire ad avviare il vostro pensiero sulla «fonte del futuro» (Die Quelle der Zukunft) del Motu Proprio Summorum Pontificum. In effetti, permettetemi di trasmettervi una convinzione che da molto tempo mi sta a cuore: la liturgia romana, riconciliata nelle sue due forme, che a sua volta è «il frutto di uno sviluppo», secondo le parole di un altro grande liturgista tedesco, Joseph Jungmann (1889-1975), può lanciare il processo decisivo del «movimento liturgico» che tanti sacerdoti e fedeli attendono da lungo tempo. Da dove cominciare? Mi si permetta di offrire le tre tracce riassunte in queste tre lettere: SAF, Silence – Adoration – Formation in francese e in italiano; in tedesco, SAA: Stille-Anbetung-Ausabilung. In primo luogo, il sacro silenzio, senza il quale non si può incontrare Dio. Nel mio libro La force du silence, ho scritto: «Nel silenzio l’uomo conquista la sua nobiltà e la sua grandezza solo se è in ginocchio per ascoltare e adorare Dio» (n. 66). Poi, l’adorazione; a questo proposito, nello stesso libro esprimo la mia esperienza spirituale: «Per quanto mi riguarda, so che i momenti più grandi della mia giornata si trovano nelle ore incomparabili che passo in ginocchio, al buio davanti al Santissimo Sacramento del Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono come inghiottito in Dio e circondato da tutti i lati dalla sua presenza silenziosa. Non vorrei appartenere che a Dio solo, e immergermi nella purezza del suo Amore. E tuttavia mi rendo conto di quanto io sia povero, così lontano dall’amare il Signore come Egli mi ha amato fino a darsi tutto per me» (n. 54).

Infine, la formazione liturgica, a partire da un annuncio di fede o catechesi che abbia come riferimento il Catechismo della Chiesa Cattolica, ci protegge da possibili elucubrazioni negative più o meno sapienti di qualche teologo assetato di «novità». Ecco quello che ho detto a questo riguardo in quello che è ora comunemente chiamato, non senza un certo umorismo, il «Discorso di Londra» del 5 luglio 2016, pronunciato durante la terza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia: «La formazione liturgica è prima di tutto ed essenzialmente un’immersione nella liturgia, nel profondo mistero di Dio, nostro Padre amoroso. Si tratta di vivere la liturgia in tutta la sua ricchezza, per inebriarsi bevendo a una sorgente che non esaurisce mai la nostra sete di ricchezza, ordine e bellezza, di silenzio contemplativo, d’esultanza e di adorazione, della forza che ci permette d’incontrare intimamente Colui che opera nei e attraverso i riti sacri della Chiesa» [9].

È dunque in questo contesto generale e in uno spirito di fede e di profonda comunione con l’obbedienza di Cristo sulla croce che, umilmente, vi chiedo di applicare con grande cura Summorum Pontificum; non in maniera negativa e retrograda, rivolta al passato, o come qualcosa che costruisce muri e crea un ghetto, ma come un importante e significativo contributo all’attuale e alla futura vita liturgica della Chiesa, nonché al «movimento liturgico» del nostro tempo, al quale sempre più persone, particolarmente i giovani, attingono tante cose vere, buone e belle.

Vorrei concludere questa introduzione con le parole luminose di Benedetto XVI pronunciate al termine dell’omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, nel 2008: «Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo».

 

card. Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti

 

fonte: Romualdica

 

[1] Joseph Ratzinger, La mia vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1997, pp. 112-113.

[2] Citato da Jean Madiran, L’hérésie du XX siècle, Nouvelles Editions Latines (NEL) 1968, p. 166.

[3] Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, a cura di Vittorio Messori, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1985, pp. 27-28.

[4] Joseph Ratzinger, Principes de la Théologie catholique, Téqui 1985, p. 413.

[5] Messale romano, orazione dopo la Comunione della Veglia Pasquale e della domenica della Risurrezione [nel Messale di Paolo VI solo nella Veglia].

[6] Messale romano, colletta del martedì nell’ottava di Pasqua [nel Messale di Paolo VI il giorno prima].

[7] Cfr Intervista al sito internet cattolico Aleteia, 4 marzo 2015.

[8] Cfr Intervista a La Nef, ottobre 2016, d.9.

[9] Card. Robert Sarah, “Verso un’autentica attuazione di Sacrosanctum Concilium”, Terza Conferenza internazionale dell’Associazione Sacra Liturgia, Londra. Discorso del 5 luglio 2016. Trad. it. in Cristianità, n. 382, ottobre-dicembre 2016, pp. 21-40.

125 commenti to “Summorum Pontificum: la fonte del futuro”

  1. Sul tema liturgico, oggi è stato pubblicato un inedito di Ratzinger risalente a due anni fa:

    http://www.corriere.it/cronache/17_aprile_15/benedetto-xvi-mater-ecclesiae-uomini-dio-perso-primato-4625e000-2217-11e7-807d-a69c30112ddd.shtml

    I dettagli sono in calce al testo, riportato dal Corriere.

  2. Il cardinale Sarah, apre, senza mezzi termini, alla pulizia liturgica da modi e costumi arbitrari che tradendo il sacro e il mistico impediscono al fedele il raccoglimento personale nell’incontro con Gesù Eucarestia nella Santa Messa. Grazie Costanza, ora mi auguro che si operi con l’aiuto della Madre Celeste quale guida . È l’amore che deve vincere….
    Un forte abbraccio. Giuseppe Reato.

  3. Bellissima iniziativa. Non capisco come mai non si possa recitare qualche preghiera in latino durante la messa. E ospitiamo pure qualche inno in greco della chiesa ortodossa, ogni tanto.

  4. Perché due Messali ?? non basta uno e quello prima del Vaticano secondo ?????…..non capisco ….chiedo scusa se sbaglio……buona Pasquetta a voi…..

    • No, non basta; soprattutto se consideriamo che, “Sacrosanctum Concilium” alla mano, il messale usato nella forma ordinaria non è quello voluto dal CV II, che doveva essere un semplice aggiornamento del messale di San Pio V e non un suo stravolgimento.

  5. Ha una cosa….So che i dieci comandamenti sono sempre quelli ….e mai cambiati è giusto cosi ….vengono da Dio…ma oggi tutti questi cambiamenti modernisti della Liturgia ogni uno la sua….spiegatemi meglio non capisco !!!!!

    • http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

      LETTERA APOSTOLICA
      DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
      “MOTU PROPRIO DATA”

      SUMMORUM PONTIFICUM

      I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”.

      Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede” [1].

      Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.

      Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca s. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina.

      Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti.

      “Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale” [2]. Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, san Pio X [3], Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.

      Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato “perché questa sorta di edificio liturgico […] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia” [4].

      Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal B. Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero.

      A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue:

      Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da S. Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

      Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:

      Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.

      ed anche :

      http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

  6. Com’ebbe a dire Ratzinger, la chiave della crisi che attanaglia oggi la Chiesa va individuata nella liturgia (ed è un vero peccato che all’indomani del Summorum Pontificum Benedetto XVI non abbia offerto un eclatante segno celebrando egli stesso in Vetus Ordo). Il ritorno alla liturgia tradizionale è la sola via attraverso cui la Chiesa può reinfondere il senso del sacro e del mistero di cui non solo essa stessa, ma l’intera società presente ha vitale bisogno. La questione liturgica trascende, precede e supera qualsiasi altra considerazione (persino le querelles dottrinali), e non a caso la grande offensiva per la lobotomizzazione del cattolicesimo – scusate l’espressione un po’ robusta – ha perso il via con un devastante attacco all’architettura della liturgia tradizionale.

    • Ho dei dubbi. Ho partecipato a S. Messe in Africa ed America Latina con chiese strapiene e dove magari si cantava il Padre Nostro (mi pare) sulla musica di ‘The sound of silence’ e dove di latino forse ne masticava appena il sacerdote. La Chiesa non è solo Italia o Europa. Penso che i problemi non stiano, o non stiano solo, nella liturgia.

      • Perhé se la Liturgia da una parte è certamente “formativa” ed “educativa” (se mi si passano i termini), dall’altra molto spesso è “specchio della Fede” della Comunità che la celebra (talvolta anche di quella del Celebrante).

        • @bariom e turomar

          la liturgia della messa è basata in primo luogo sulla “liturgia” seguita da Gesù stesso durante l’ultima cena. e quindi su quella praticata dalle prime comunità apostoliche cristiane.

          ora vi sono libri -peraltro anche un po’ “pesanti” sia per numero di pagine che per i continui richiami- che , almeno a me pare chiaro , la liturgia dell’ultima cena ( per cui quella di Pasqua ) è quella ebraica riportata nei varii talmud ( babilonese, di gerusalemme, ove Cristo immola sé stesso come agnello ( o capro ) sacrificale per la remissione dei peccati davanti a Dio.

          va bene che il cuore della nuova alleanza è la transustanziazione. ma anche stravolgere, per andare incontro all’inculturazione di tradizioni diverse, la liturgia non mi pare sia del tutto sensato. anche perché ,come ricorda bene Sarah, la liturgia è, di fatto il modo che Dio ha indicato per adorarlo. e Gesù, pelrappunto ricorda: fate questo in memoria di me.

          ora si riferisce solo alla benedizione del pane e del vino, che, però ,divengono il Suo corpo e sangue, o a tutta L’ultima cena?

          se vi è una liturgia “autentica” è certamente quella più vicina ai tempi apostolici (appunto quella di gregorio magno).

          se sia lecita una liturgia più creativa, se lo dice la chiesa che è maestra, è lecita. che tale “liberalizzazione”, per di più attuata in forma estrema in molti casi,- che però io non colgo nella sacrosantum concilium- abbia avvicinato masse di fedeli o reso più comprensibile il significato della celebrazione, visto i risultati sia di partecipazione che di comprensione, non mi pare.

          • @vale

            E oltre alle chiese, guardiamo ai seminari. Quelli “moderni” sono diventati dei deserti, tant’è che ora è tutto uno scervellarsi per capire come rimediare alla crisi delle vocazioni. Le soluzioni prospettate, come quella dei viri probati, non sono soluzioni in modo del tutto evidente, perché sono un tentativo di curare i sintomi e non le cause del problema. Inoltre, è facile prevedere – guardando il percorso già compiuto da comunità protestanti – che peggioreranno sia i sintomi che le cause.

            Invece i seminari “tradizionali” sono pieni, in tutto il mondo. L’evoluzione per selezione è un concetto anti-cristiano se si applica all’origine dell’uomo, ma non è un problema se si usa come strumento di studio delle società.

            • Scusa Fabrizio, come distingui o che statistica hai su seminari “moderni” piuttosto che “tradizionali”?
              Qual’è il discrimine? Come li riconosco e dove si collocano?

              Quella della mia città è decisamente poco affollato, ma non mi risulta che chi ne ha responsabilità sia un “modernista” nell’accezione negativa che si dà al termine…

          • @Vale, tutta la tua premessa è corretta e mai ho sostenuto il contrario, né ho mai sostenuto di approvare (o che siano necessari) “stravolgimenti” o altro.

            Sulla tua conclusione “causa-effetto” non mi trovo del tutto d’accordo e non per difendere questa o quella forma di Liturgia (quando parlo di “forma” ripeto, non mi riferisco a nessuno stravolgimento o storpiatura), ma semplicemente perché, ribadisco, dove c’è una Fede “viva”, c’è un Liturgia “viva” con tutti i crismi della Liturgia “sacra”.

            Perché si sia persa una “Fede viva” è una bella domanda, che come sai ha una molteplicità di rissposte (o concausa), sostenere che la causa è una modificazione della Liturgia è a mio giudizio riduttivo, questo poi può comporta il cercare la soluzione al problema principare (la secolarizzazione e la crisi di Fede) nella direzione sbagliata.

            Ma questa è la mia idea, che non ho la pretesa sia né conclusiva, né esaustiva.

            • Bisognerebbe anzitutto dimostrare che se si celebrasse in rito antico le chiese del Terzo mondo si vuoterebbero (ammesso e non concesso, poi, che nelle cose spirituali il criterio quantitativo abbia qualche senso).

              • @bariom e necesse

                non voglio dimostrare e sostenere nulla.

                e non sostengo che sia tutta colpa della liturgia. ( a tal proposito mi rileggo i libro di padre sorkine “i tiepidi vanno all’inferno” )

                mi sono limitato ad osservare che le “inculturazioni” ( e voglio vedere come finirà a livello mediatico con la recente nomina del gesuita Martin a consultore del segretariato per le comunicazioni – che sovrintende a tutti i mezzi di comunicazione del vaticano- noto o notorio filo lgbtxyz ) o gli adeguamenti non sempre- ed è un eufemismo- producono i risultati sperati.

                mi limito a considerare che dopo un abbondante cinquantennio di costante calo, forse, e dico forse, qualche domanda se la via presa allora giusta, sarebbe bene porsela.

                (siccome la liturgia è anche forma della fede)

                o no?

                • la via presa allora fosse giusta, ovviamente

                • Certo che si, farsi delle domande penso sia lecito 😉

                • Certo che è giusto porsi qualche domanda, vale. La mia osservazione non era rivolta a lei, bensì a Enrico Turomar, che scrive – e io gli credo – di avere assistito a messe africane con inserti pop in chiese assai gremite. Quel che intendevo segnalargli è che l’intenso afflusso e magari anche la intensa partecipazione dei fedeli a quelle messe con inserti pop potrebbe prodursi anche se quelle messe fossero celebrate secondo il rito antico. L’idea che fuori dall’Europa il rito antico costituisca un ostacolo è, a mio avviso, fuorviante, né mi sembra attestata dai fatti, dato che per secoli le sante messe cui prendevano parte i convertiti dei continenti remoti erano celebrate secondo il vetus ordo. In generale (non è il caso di Enrico Turomar) credo sia errato ritenere che gli abitanti del secondo, del terzo e, se mai vi sia, del quarto mondo abbiano il fiato troppo corto per affrontare con entusiasmo, partecipazione e profitto spirituale il rito antico.

                  Quando, parafrasando Benedetto XVI, dico che il cuore della crisi è in gran parte (non esclusivamente, ma, appunto, in gran parte) di ordine liturgico, non sto affermando che mettendosi a celebrare come automi la messa in rito antico si otterrebbe per meccanica conseguenza il germogliare di una profonda vita spirituale tra le masse cattoliche. E nondimeno credo che il rigore – qualcuno direbbe il rubricismo – tradizionale sia una condizione necessaria, sebbene non sufficiente.

                • Il concetto di “inculturazione” va inteso con saggezza. Il fatto che già in antico il Cristianesimo si sia diffranto in diverse lingue nazionali o sovranazionali, adottando (e inverando!) strutture formali e percorsi intellettuali di diverse culture può essere letto come una sua naturale vocazione all'”inculturazione”. Ma occorre fare attenzione, perché di qui a capovolgere i termini il passo è breve.

                  • @necesse

                    ovvio che inculturazione va inteso con saggezza. la medesima che spinse cirillo e metodio a tradurre in lingua slava, con caratteri derivati dal greco. e creando al tempo notevolissime polemiche. ma, pelappunto si limitarono a tradurre e a trasporre. ai tempi anche i riti sino-malabarici posero simili problemi. ma un conto è adattare parti alle tradizioni locali ad uso della comprensione. altro è introdurre qualsiasi pagliacciata in un rito ( e dico pagliacciata perché mi sovviene di aver visto qualche foto di preti col naso rosso posticcio dei clown officiare la messa per dei circensi.) si va nel ridicolo.e la messa non è una recita ad uso e consumo di coloro che assistono.

                    • Concluderei che sul punto siamo d’accordo.

                    • @vale @navigare

                      A proposito di inculturazioni (grassetto mio)…

                      Alce Nero fu battezzato come Nicholas Black Elk (i soprannomi degli indiani vengono trasformati in cognomi) il 6 dicembre 1904, nella riserva di Pine Ridge, nel South Dakota. Questa era stata fondata nel 1888 da gesuiti tedeschi e svizzeri nientemeno che su richiesta di Red Cloud-Nuvola Rossa (1822-1909), il noto capo Sioux. Fervente catechista, legatissimo al Rosario e devotissimo al Sacro Cuore di Gesù, Nicholas Black Elk era un grande organizzatore d’incontri e ritiri spirituali, usava mettere a nanna i nipoti cantando Messe Solenni in latino e quando morì, come ha testimoniato un antropologo presente al fatto, si verificarono prodigi celesti. Insomma, da «buono di Wakan Tanka», come lo ha definito Steltenkamp, il famoso Sioux è diventato un «soldato di Cristo», come ha detto sua figlia, Lucy Looks Twice Black Elk, la principale fonte d’informazione sulla sua conversione. Nella riserva di Pine Ridge funziona ancora benone la scuola cattolica intitolata dai gesuiti a Nuvola Rossa e fondata come Missione dei santo Rosario nel 1888.

                      Va detto che probabilmente conservò, dopo la conversione, qualche aspetto di troppo relativo alla sua cultura originaria. Forse nelle prime generazioni è inevitabile. Tuttavia il latino – e la messa VO – non furono certo un intoppo alla sua conversione.

                      Titolo originale: Gesù nel Far West (di Marco Respinti)
                      Fonte: Il Timone, giugno 2014
                      Pubblicato su BastaBugie n. 356

                    • Tuttavia il latino – e la messa VO – non furono certo un intoppo alla sua conversione

                      Né a quella di innumerevoli altri abitanti di mondi ben lontani da Roma e dell’Europa romanizzata.

                  • Io volevo semplicemente dire che noi siamo abituati a ragionare sui nostri problemi e poi diciamo ‘la Chiesa ha questo problema’, quando la Chiesa è formata da tante realtà diverse. Dove sono stato io (Burkina-Faso, Benin, Brasile, Perù, Guatemala) avranno sicuramente problemi, ma non gli stessi nostri.
                    Riportato il problema in discussione in Europa, una delle preoccupazioni maggiori mi pare sia quella dell’alterazione della liturgia fino a fare della Messa tutt’altra cosa. Ma se qualcuno altera la liturgia il problema è quel qualcuno, non la maniera in cui viene celebrata la Messa, rito antico o nuovo che sia. Certo, dicendo la Messa in latino, se un sacerdote non ne ha una grande padronanza, all’inizio farà fatica a farne uno show, ma pian piano con un po’ di impegno…
                    D’altra parte non si deve nemmeno sottovalutare il rischio che anche la Messa celebrata col rito antico diventi uno spettacolo fine a se stesso: cambia il tipo di destinatario ma il risultato alla fine può essere lo stesso degli show ultra-moderni.
                    Dice il cardinale ed io concordo pienamente:
                    ‘sia che si celebri nella forma ordinaria o in quella straordinaria, è offrire ai fedeli ciò a cui hanno diritto: la bellezza della liturgia, la sua sacralità, il silenzio, il raccoglimento, la dimensione mistica e l’adorazione’

                    • Il rischio cui fa riferimento, Enrico Turomar, esiste. Va detto che il rito antico lascia molto meno margine all’estro improvvisativo del celebrante, che quando vuole dare il peggio di sé deve concentrare ogni sforzo nell’omelia o limitarsi a disseminarlo qua e là in piccoli saggi di narcisismo ieratico.

      • A maggior ragione l’europa deve mantenere le sue tradizioni.

  7. L’ha ribloggato su Felicemente Stanchi.

  8. Per chi può all’Università Cattolica di Milano dal 6 al 9 giugno si terrà un convegno internazionale sulla Sacra Liturgia che si preannuncia molto interessante (è possibile iscriversi anche a singole sessioni), con la presenza dei card. Sarah e Burke, fr. Michael Lang, mons. Inos Biffi e tanti altri…

    http://www.milan-sacraliturgia.com/

  9. Ma veramente cӏ chi pensa che reintrodurre qualche preghiera in latino risolva il problema della crisi di fede? allora dovremmo addirittura usare il greco antico visto che la Chiesa primitiva usava tale lingua.

  10. @bariom et al.

    Intanto riporto un articolo fresco, pubblicato oggi su La Verità.


    Lefebvriani e ordini tradizionalisti battono il crollo delle vocazioni
    di Fabrizio Cannone

    La crisi delle vocazioni in Europa è un fatto, come conferma l’ultima edizione dell’Annuarium statisticum ecclesiae 2015, che contiene il trend del cattolicesimo mondiale degli ultimi 5 anni (2010-2015: gli ultimi 2 di Benedetto XVI e i primi 3 di Francesco).

    Il dato più significativo è l’andamento delle vocazioni sacerdotali e religiose, che scende nelle zone di più antica cristianità, tra cui l’Italia. Con una proporzione di cristiani cattolici assai stabile in rapporto alla popolazione, i sacerdoti cattolici sono aumentati in Africa (+1.133 unità), restando stabili in America (+47 unità) e in Australia (+82 unità). E sono calati drasticamente in Europa (-2.052 unità in un solo anno). Un calo simile si è registrato anche per i religiosi (non sacerdoti) e per le religiose, specie per quelle di vita attiva e non di clausura. Un calo ancora maggiore si è avuto, nell’ultimo lustro, per i seminaristi europei, e in parallelo si è registrato l’aumento degli abbandoni del sacerdozio e dei consacrati a vario titolo.

    Come spiegare questo trend negativo proprio nel cuore del Continente in cui sorge il Vaticano? Due cose appaiono certe. L’atteggiamento lassista di moltissimi cattolici, succubi della cultura laica e mondana, ha spento in tanti giovani gli ideali per cui prima erano attratti dal sacrifico del celibato, del convento, del seminario e della stessa clausura. Parallelamente, come dimostra il sacerdote spagnolo Angél Pardilla nel libro “La realtà della vita religiosa” (Libreria editrice vaticana), la crisi dei fede del post Concilio ha condannato alla sterilità il sacerdozio e la vita religiosa, soprattutto negli ambienti segnati dal progressismo e dal modernismo.

    Al contrario, però, non pochi istituti sorti nell’ultimo mezzo secolo, ma con un’identità forte e chiara, registrano un’espansione che testimonia la loro fedeltà al Vangelo. A titolo di esempio vediamone due, emblematiche di un mondo poco noto, ma sempre più vivace. Nel 1970 l’arcivescovo Marcel Lefevbre fondò in Svizzera la FSSPX. Oggi se ne parla molto perché papa Francesco, non proprio un tradizionalista, sta cercando di risolvere il dissidio canonico che si era aperto nel 1988 con la consacrazione di 4 vescovi, fatta da Lefevbre contro la volontà di Giovanni Paolo II. Mettiamo da parte però l’aspetto canonico. La Fraternità, sorta nel post Concilio, in un momento in cui molti ordini iniziavano a perdere vocazioni (come i gesuiti), conta oggi 613 sacerdoti in tutti i continenti, 215 seminaristi e oltre 200 suore. La Fraternità ha fondato e dirige oltre 100 scuole e 2 istituti universitari riconosciuti. La particolarità dei lefevbriani è amministrare i sacramenti secondo le norme precedenti alle riforme di Paolo VI (1963-1978). In latino dunque, e nella messa con il prete rivolto all’altare. Questo “ritorno al passato” non ha impedito la costituzione di 6 seminari floridi e di moltissime case religiose nel mondo.

    Nel 1988, 12 membri della Fraternità di Lefevbre, non volendo accettare la rottura col Vaticano, fondarono la FSSP, di fatto con lo stesso spirito di restaurazione cattolica. E Giovanni Paolo II li eresse subito, con il permesso di celebrare secondo il modo antico. Ebbene anche la FSSP, ben più giovane della società di Lefebvre, conta oltre 205 giovani sacerdoti. E questo vale per molti altri piccoli istituti con il carisma della messa in latino, diffusi in mezzo mondo. Tutti fondati nel post Concilio e tutti caratterizzati dal gusto della tradizione e la fedeltà alla verità cristiana senza sconti ed accomodamenti.

    Davanti ad una “apostasia silenziosa dell’Europa”, come la chiamò profeticamente Giovanni Paolo II, c’è l’avanzata dell’islam e del laicismo, della filosofia New age e delle religioni orientali e neo-pagane. Esistono però delle “minoranze creative” cristiane (come diceva papa Ratzinger) in forte espansione, che non si arrendono ai “mala tempora”, e hanno la pretesa di rievangelizzare il continente.

    • All’articolo riportato aggiungo qualche altra considerazione. Anche i Francescani dell’Immacolata erano ricchi di vocazioni, prima della devastazione che stanno operando dalla Santa Sede. Di contro, la diocesi di Monaco, retta dal card. Marx, ha un unico seminarista. Negli USA le suore progressiste sono in maggioranza molto anziane e con poche novizie. Il contrario per quanto riguarda i conventi più tradizionali. Si noti anche il passaggio nell’articolo: sono meno in crisi gli ordini più “duri”, come quelli che praticano la clausura, rispetto ad altri. Perché è proprio come dice padre Sorkine, citato da vale: l’atteggiamento tiepido non attira. Non è dunque solo questione di progressisti o modernisti sfegatati: anche le paludi non danno attrattive.

      • Bene (cioè male…), grazie.

        Resta il fatto che il calo delle vocazioni non si può certo imputare alle “tendenze” di questo o quel seminario…

        Le vocazioni e i giovani che queste accolgono, nascono nella Famiglie (per lo più) e quindi torniamo a chiudere il cerchio.

        • Resta il fatto che il calo delle vocazioni non si può certo imputare alle “tendenze” di questo o quel seminario…
          Le vocazioni e i giovani che queste accolgono, nascono nella Famiglie (per lo più) e quindi torniamo a chiudere il cerchio.

          Le vocazioni nascono da Dio. Tutto nasce da Dio, certamente, ma questa cosa in particolare. Le famiglie sono certamente un veicolo. Ma quello che voglio dire è che mai come nel caso delle vocazioni il punto è che Dio fa quello che vuole e gli uomini rispondono alla chiamata, mentre l’idea di costruire percorsi e trovare soluzioni “umane” è di ostacolo. Ora, siccome il succo dell’ordinazione è diventare degni di far incarnare il Corpo di Cristo, e non fare il sindacalista, l’assistente sociale o il capo escursionista, è del tutto evidente che se il modello che la Chiesa stessa propone, anche attraverso i propri media, è proprio quello del sindacalista, dell’assistente sociale o capo escursionista, chi riceve la chiamata non sarà in grado di indirizzarla. O la sopprimerà, o – peggio – finirà su qualche canale pseudo-mistico. D’altro canto, chi invece ha una vocazione a fare il sindacalista, l’assistente sociale o il capo escursionista finirà più normalmente nei canali originali che formano quelle professioni – ovviamente umanamente degne – e non certo di entrare in seminario. Quei pochi che poi entrano in seminario con l’idea di fare quei mestieri completeranno il danno verso di sé e gli altri.

          PS Ci sono poi parecchi altri dettagli che ostacolano i percorsi vocazionali, solo apparentemente insignificanti. Come le bambine che fanno il chierichetti. Ne parlò tempo fa il card. Burke.

          • Le vocazioni nascono da Dio, giusto…

            Dovremmo quindi dedurre che Dio non sta più facendo “nascere” vocazioni.
            Se così fosse dovremmo porci forse altro tipo di domande…

            Diciamo allora che Dio ha sempre in serbo tante vocazioni per il suo Popolo (tante e di tipo diverso), ma che nelle famiglie viene coltivata l’attenzione a queste vocazioni, la capacità di ascolto a questa chiamata, ma spesso le nostre famiglie e quindi i nostri figli, sono “in tutt’altre faccende affaccendate”.

            Sono d’accordo che se la Chiesa propone il “servizio a Dio” come un “servizio sociale”, la cosa può non attirare, ma ammesso che questo è ciò che avviene, anche qui non credo questa sia la causa della scarsità di “vocazioni”.

            Chi risponde ad una “chiamata” particolare, non risponde solo ad un “richiamo” (Dio ti chiama), ma instaura con Dio un rapporto personale e profondo – che certo avrà modo di essere approfondito e maturare – che è sostanzialmente un rapporto di Amore e di fiducia.
            Questo tipo di rapporto, difficilmente si mette a soppesare i “pro e i contro”, se questo o quel “modello” proposto è calzante, perché il “modello” proposto da Dio è Cristo.

            Chi risponde alla chiamata vocazionale, butta tutta la propria vita in Cristo e nella Chiesa .
            E’ questo che manca!

            (Poi ci sarà il tempo del discernimento, che è anche responsabilità di altri, e eventualmente delle delusioni che piuttosto chiamerei “combattimenti”).

            • @Bariom e Fabrizio

              Ciao e come prima cosa: tanti auguri di Buona Pasqua ad entrambi!

              E, di nuovo, concordo con entrambi anche perché mi pare che stiate dicendo la stessa cosa, uno dal lato della “domanda”, l’altro dal “lato dell’offerta” (passatemi l’analogia!): Fabrizio mette bene a fuoco la “scarsa credibilità” dei mediatori dal lato “Dio” (ovvero i sacerdoti) che fanno di tutto fuorché essere preti (e concordo alla grande!) e Bariom mette a fuoco la “scarsa capacità recettiva” dei mediatori “lato uomini” (ovvero le famiglie) che dovrebbero educare i figli a una “risposta fiduciosa” alla chiamata e invece magari li frenano per spingerli in ambizioni ben più “mondane”…

              Ovviamente sono d’accordo con entrambi, anche perché mi sembrano davvero due facce della stessa medaglia!

              Tuttavia sulla scia di Bariom (scusa, se non sono invadente potrei sapere il tuo nome vero? Non mi piace fare dei riferimenti in un “discorso serio” utilizzando un nick!) vorrei sottolineare anch’io il “lato uomo”: credo che i GROSSISSIMI problemi che hanno i preti oggi, prima ancora della “formazione sacerdotale” vera e propria riguardino una grandissima “crisi di fede” personale e dunque grandissimi problemi di “formazione spirituale”, della loro interiorità! Come diceva Bariom sopra la liturgia è specchio della fede della comunità ma anche di quella del celebrante! E si capisce come oggi i preti siano i primi ad avere una “interiorità arida” e molto spesso “confusa”, va da sé che poi vogliano fare gli assistenti sociali, gli psicologi, i capo-gita, i sindacalisti o altro (non molto tempo fa un sacerdote che conosco portava come esempio su un palmo di mano un ragazzo sieropositivo di una qualche comunità che, avendo rifiutato i sacramenti in punto di morte perché “non aveva mai creduto tutta la vita e non sarebbe stato coerente, se vuole Dio mi prende così come sono!”, avrebbe mostrato una fede pari a quella di Etty Hillesum o Simone Weil dando a tutti noi una lezione che manco i martiri dei primi secoli………?!?!???!?!?! ç__ç)

              Dunque, senza voler sembrare eccessivamente “devozionistico”, propongo di far conoscere a tutti i vostri amici sacerdoti la “Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria” e al “Sacro Cuore di Gesù” perché possano “supplicare” al Cielo tutte le Grazie spirituali possibili per diventare veramente sacerdoti “secondo i loro Cuori” come li sognava il Montfort e porre fine a questo scempio (dottrinale, liturgico, spirituale, morale etc etc…)!!!!

              • @Matteo Ovviamente sono d’accordo con entrambi, anche perché mi sembrano davvero due facce della stessa medaglia!

                Esatto, due facce dello stesso problema. In più vale quello che hai aggiunto: troppi intellettualismi e poca devozione, e troppi punti di riferimento dubbi dietro i quali si sono persi in molti, come se non ci fossero palate di mistici senza ambiguità da prendere ad esempio. Il problema principale sono gli insegnanti dei seminari e delle università pontificie, sui quali esistono molte testimonianze negative.

                • Chapeau! Sono perfettamente d’accordo!

                  Mi vengono in mente Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux, Edith Stein (tanto per citarne alcuni di cui più leggo e più mi si apre il cuore!) e poi per l’appunto Monfort, Francesco di Sales, Caterina da Siena e quanti altri….e tutti Dottori della Chiesa!

                  Mentre i cari “teologi de noantri” intanto che si credono dei super-geni (li ho sentiti con le mie orecchie screditare uno “qualunque” come Ratzinger che era così “oggettivistico” o il Curato d’Ars che avrebbe iniziato a diventare santo quando ha smesso di fare penitenza e avrebbe cominciato ad andare – così dicono – alla taverna a bere e a giocare a carte con i suoi parrocchiani…..!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! ç__ç) in realtà rosicano perché in fondo in fondo sanno che non arrivano nemmeno a “lambire il mantello” di tali vertici di santità……

                  • @Matteo (sono Mario), Buona Pasqua anche a te…

                    Lasciamo stare gli esempi del peggio del peggio o i “sapientoni” di turno, il problema dei sacerdoti è anche quello di credere loro (forse), noi (spesso) che la tonaca, i voti, garantiscano loro un Fede granitica e imperitura…

                    Ma non è così! Loro sono uomini come noi, peccatori, nostri Fratelli in cammino di conversione, con un carico di responsabilità non indifferenti, bersaglio preferito del Maligno (perché si sa che se ti “tiri dietro un prete”…) e troppe volte sono lasciati soli.
                    Visti come “dispensatori di Sacramenti”, amministratori del Culto e che spesso debbono anche sottostare ai nostri “sapienti consigli” su cosa fare e come farlo (non sto parlando ovviamente di correzione fraterna).
                    E mi fermo qui…

                    A ben vedere, hanno lo stesso problema degli Sposi.
                    Corsi di preparazione al Matrimonio (certo più intenso e lungo il loro) e poi… adesso sai pedalare, pedala!

                    Peccato che essere sposati a Cristo o alla Chiesa, alla propria Moglie o il proprio Marito, non sia semplice come andare in bicicletta.

                    • @Mario

                      Grazie di cuore, adesso posso “chiamarti per nome”! 🙂

                      Hai assolutamente ragione, non era mia intenzione essere polemico o pretendere di fornire chissà quale “sapiente consiglio”, era solo una “amara constatazione” di un dato di fatto riguardo alla pessima formazione dei sacerdoti, di una condizione “cancerogena” ormai metastatizzata in quasi tutti i seminari e le facoltà teologiche come dice Fabrizio…quello che intendevo è che questi poveri fratelli hanno una vita interiore arida e confusa perché NON PREGANO in quanto la maggior parte dei loro “cattivi maestri” in sei anni di seminario NON HA INSEGNATO LORO A PREGARE né li ha nutriti con una una SANA DOTTRINA SULLA VITA SPIRITUALE che avrebbero potuto certamente attingere ai “veri Maestri dello spirito” citati sopra!!

                      E poi se non preghi come fai a vivere il celibato (e anche il matrimonio), senza farlo diventare un’ARIDO DESERTO in cui al posto di veder “fiorire la steppa” non fai altro che mangiare sabbia?! Se non coltivi una PROFONDA RELAZIONE PERSONALE CON IL PADRE CHE TI AMA INFINITAMENTE come riuscirai a donarti alla tua Sposa ferita che è la Chiesa, senza andare in “burnout” o sfornare cavolate teologiche ogni due per tre? Come dici tu un “corso di preparazione” che ti prepara per sei anni ad essere prete attraverso l’equivalente teologico del manuale delle giovani marmotte e poi prendi la bicicletta e pedala…ho davvero i miei dubbi che possa funzionare!

                      Ogni pensiero realmente “teologico” (ovvero non una mia personalissima invenzione del momento su “ciò che credo sia/faccia Dio”), ogni azione realmente pastorale (che si prenda davvero cura delle “pecore” e non le voglia ammazzare prima del tempo), ogni attività caritativa autentica non possono che nascere dalla preghiera, dall’abbeverarsi a quella Sorgente dell’Amore da cui mi sento amato e che solo può spingermi a dare la vita per gli altri come Lui ha fatto per me…altrimenti chi me lo fa fare?!

                      In questo credo che la liturgia, meglio ancora la Celebrazione dell’Eucarestia e la Sua Adorazione, siano davvero la “Fons et Culmen” di tutta la nostra vita spirituale, o meglio di tutta la sanità-salvezza dell’integrità della nostra anima e dei nostri corpi e di tutto il Corpo Mistico che è la Chiesa…

  11. Consiglio la lettura si questo link sul sacramento istituito da Gesù Cristo

    https://riformati.wordpress.com/2015/05/10/riflessioni-sulla-santa-cena/

    • Di tante idiozie che ho letto di chi nega la transustanziazione, queste sono decisamente le più idiote.

    • Un articolo che pretende di negare la transustanziazione saltando la frase-chiave ‘Questo è il mio corpo’ non è molto serio. Lei si accontenta di poco. O è solo un povero troll.

  12. Dai commenti letti mi sembra che ci sia una gran voglia di mettere in soffitta il Concilio Vaticano II. Io penso, invece, che il Concilio sia stato un evento provvidenziale nella Chiesa moderna, voluto profeticamente da un Papa anziano che già intravedeva (in un’epoca di Chiese piene e di seminari stracolmi) i prodromi della crisi. Sarah lo stimo, ma sinceramente non ho capito dove vuole andare a parare. Ovvio che certi estremismi modernisti siano da rigettare, ci sono Messe che sembrano kermesse e nulla hanno a che fare con la meraviglia e la gioia di celebrare la Resurrezione di Gesù. Ma io ricordo bene anche Messe “tradizionali” insopportabili, noiose con nessuna attenzione ai fedeli, veri e propri show dei Celebranti, liturgie che le innovazioni conciliari hanno voluto rendere più attente al fedele partecipante. In conclusione non capisco questa voglia di Restaurazione che non può spiegarsi solo con gli eccessi che ogni riforma porta con sè. E’ qualcosa di più profondo e di più preoccupante: è pensare che lo Spirito Santo non governa la Chiesa e che un certo numero di papi si è sbagliato.

    • Claudio, innanzitutto non c’è niente di peggio per chi vuol difendere il Concilio che usare il termine “profetico” a pappagallo. Cosa sarebbe stato profetico? Che si prevedeva la primavera della Chiesa ed invece arrivò la notte? Che entrò il fumo di Satana nella Chiesa? Nota che ho usato due espressioni di Paolo VI. Oppure: che non si doveva condannare il comunismo (non solo nella sua manifestazione più politica, ma anche nelle radici ideologiche, come l’idealismo e lo storicismo, che poi sono entrate a contaminare tutta la Chiesa) perché si dava per scontato che avrebbe vinto ed era meglio scendere a compromessi? E invece il comunismo era già agli sgoccioli? I veri profeti vennero sbeffeggiati da Giovanni XXIII come “profeti di sventura”.

      Quanto al tuo concetto di Spirito Santo che governa la Chiesa: se c’è una cosa preoccupante è il modo ingenuo in cui lo intendi, come molti purtroppo. Lo Spirito Santo guida, ma come in tutte le cose sta alla porta e bussa. In certi periodi molti nella Chiesa lo lasciano fuori, e Dio Padre lascia che da ciò derivino conseguenze nefaste. È già successo in passato e ben documentato. Lo Spirito Santo evita che la barca affondi irreversibilmente, ma pedagogicamente lascia che gli effetti di una cattiva conduzione si sentano, eccome.

      • “Claudio, innanzitutto non c’è niente di peggio per chi vuol difendere il Concilio che usare il termine “profetico” a pappagallo.”

        Almeno nell’ambito liturgico, Fabrizio, esiste invece una cosa peggiore: quella di difendere la riforma citando il CEV II.
        Perché essa non fu avallata da nessun documento conciliare. L’introduzione del Novus Ordo non fu perciò dovuta a “innovazioni conciliari” (lo ricordava ancora don Ariel, poco tempo fa).

        Che poi almeno un Papa – Paolo VI, nel caso – si sia sbagliato, è confermato proprio dal documento ricordato qui.
        Documento che costituisce magistero infallibile nella sua forma più alta, fatto di cui però ben pochi sembrano avvedersi.

        Un dubbio, infine, continua a disturbarmi: i Papi possono o non possono sbagliare?
        Perché, se è preoccupante pensare che i Pontefici si siano sbagliati per alcuni decenni, risulta in altri casi così facile ipotizzarlo per alcuni secoli?
        Ogni riferimento alla Santa Inquisizione è puramente voluto…

        Ciao.
        Luigi

        • @Luigi

          La Santa Inquisizione, le Crociate, … la lista è lunga. Ma evidentemente sbagliavano perché erano prima del CVII.

        • Luigi, nella Sacrosanctum Concilium (la costituzione del V2° dedicata alla liturgia, eloquentemente la prima emanata dal concilio) sono stati inseriti i puntelli per il mostruoso ribaltamento della liturgia che si sarebbe scatenato di lì a breve. Quella di procedere seminando tibicines apparentemente innocui in forma di clausole legate a situazioni straordinarie è un espediente vecchio quanto il mondo e molto efficace.

          Un paio di esempi, peraltro arcinoti:

          36. – L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.
          – Dato però che, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti.

          101. – Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell’ufficio divino la lingua latina.
          – L’ordinario tuttavia potrà concedere l’uso della versione in lingua nazionale, composta a norma dell’art. 36, in casi singoli, a quei chierici per i quali l’uso della lingua latina costituisce un grave impedimento alla recita dell’ufficio nel modo dovuto.

          La disseminazione di queste clausole a base di “però”, “tuttavia” etc. non fu casuale, ma obbediva a precisi intenti. Visti gli stravolgimenti cui nell’arco di pochi anni dette luogo (compreso il dis-orientamento del celebrante, l’espianto delle balaustre, l’installazione del tavolo-mensa, la proliferazione dei cantacci sessantottoidi e via scempiando), potremmo definirla “dolosa”.

          È interessante, per inciso, notare come l'”una etiam” della Summorum Pontificum sia stato interpretato dagli avversatori del Motu Proprio di Benedetto XVI proprio in questa chiave, cioè alla stregua di un’espressone astutamente limitativa dietro cui si cela in realtà il proposito di inoculare il germe di un ribaltamento: omnia immunda immundis.

          • Appunto, Navigante.
            Nulla di ciò che venne scritto durante il CEV II autorizza quanto accaduto dopo.

            “Si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni”, e ci si trovò con gli altari distrutti.

            Quanto alla nota “circiterizzazione”, tipica di molti documenti conciliari e post-conciliari, Romano Amerio già studiò a fondo il problema.

            Ciao.
            Luigi

            • Nulla di ciò che venne scritto durante il CEV II autorizza quanto accaduto dopo.

              Esattamente. E nondimeno è accaduto. E ciò dà sostanza legittima all’impressione che nella Sacrosanctum Concilium si sia voluto liquefare parzialmente il corpo liturgico mediante ingegnosi solventi (le clausole di cui sopra) per poi ricon(/s)figurarlo.

  13. La questione è molto più complessa del sostenere che “essere prete è difficile”: è vero, ma è ovvio. Così com’è ovvio che l’abito non risolve da solo i problemi. Noi non risolviamo i problemi ripetendoci ovvietà.

    Il punto è guardare a quello che è successo in passato. Preti con poca fede ci sono sempre stati: tant’è che i documenti ricordano che il miracolo eucaristico di Bolsena capitò proprio ad un prete che aveva problemi di fede a proposito della Presenza Reale. San Tommaso nella Summa, quando parla della correzione fraterna dedica alcuni paragrafi specifici a quella che va apportata ai prelati, che evidentemente ne avevano bisogno anche ai suoi tempi. Cita anche l’episodio di “Dionigi (Epist. 8) [che] rimprovera il monaco Demofilo perché aveva corretto senza rispetto un sacerdote, percuotendolo e cacciandolo dalla chiesa.”: se ho capito bene fa riferimento ad un episodio del V/VI secolo… insomma, è una testimonianza sulla presenza di cattivi preti che risale ai primordi della Chiesa.

    Il problema è che oggi i cattivi preti insegnano e fanno proseliti. Insegnano false dottrine e lo spregio delle pratiche devozionali. In passato i cattivi preti che insegnavano venivano richiamati e, se recidivi, scomunicati. Cristo ha istituito la Chiesa militante in forma gerarchica proprio perché essa contenesse e correggesse gli errori e le debolezze dei singoli. Una parte del dramma è iniziata quando la gerarchia, in nome della “misericordia”, ha iniziato a trascurare la giustizia. L’altra quando ha iniziato a trasformare la liturgia, e a lasciare che venisse degradata, spostando l’attenzione dalla Presenza Reale all’assemblea. Queste due fonti di errore si rinforzano a vicenda.

    Pochi giorni fa leggevo su Aleteia un articolo con alcune citazioni di San Tommaso Moro:

    Tommaso Moro segnala un’altro modo in cui “Cristo viene consegnato nelle mani dei peccatori“: attraverso “sacerdoti corrotti, dissoluti e sacrileghi” il cui operato “fa diffondere molto rapidamente tra il popolo la peste dei vizi“. Moro fu molto critico verso il clero del suo tempo denunciando fermamente il comportamento disonesto e dissoluto di molti sacerdoti del regno. In Utopia Moro descrive il suo ideale: un ordine sacerdotale composto da pochi uomini ma dotati di un’ottima preparazione e di un comportamento irreprensibile. Una violenta invettiva viene sferrata da Moro anche contro quei vescovi che – come gli apostoli – anziché vegliare sul gregge a loro affidato, dormono o si dedicano ad altro disattendendo il comando di Gesù che dice “Perché dormite?” e “alzatevi e pregate per non cadere in tentazione“: «Perché i vescovi non vedono qui la loro sonnolenza? Essi sono i successori degli Apostoli: volesse il cielo che potessero rinnovare davanti a noi le virtù degli Apostoli nello stesso modo in cui ne abbracciano volentieri l’autorità e ne imitano il fiacco torpore […]. Alcuni […] ubriachi a causa del mosto del demonio, della carne e del mondo, dormono rotolandosi nel fango come maiali». I comportamento dei vescovi inglesi davanti allo scisma di Enrico VIII giustifica l’atteggiamento estremamente duro di Moro: solo uno dei ventudue vescovi inglesi fu capace di opporsi al re e di guadagnarsi così la condanna a morte: John Fisher.

  14. Comunque o sono particalarmente “fortunato” io, o sfortunati voi, perché io conosco parecchi bravi sacerdoti (e anche diverse suore veramente innamorate di Cristo) di cui alcuni giovani molto preparati e che so per certo molto pregano…

    Quindi non mi sento di buttare tutto all’ammasso o parlare di condizioni da cancrena (non più di quanto sia o non sia in cancrena il resto del “popolo” se lo è…).

    Come sempre nella foresta fa più rumore l’albero che cade e vi sono momenti in cui gli alberi che cadono possono essere molti, ma il “Padrone della foresta” (o della vigna), c’è e non è che l’abbia abbandonata a se stessa.

    Per come la vedo io poi, anche se ci attendesse un tempo di aridità (apparentemente) infinita, questa avrebbe un preciso senso (basta riandare a diversi scritti dei Profeti dell’Antico Testamento), ma al termine delle tenebre di una lunga notte ci attende sempre la luce del Sole che nasce e risorge in eterno, perché questo sole è Cristo.

    • Sì, sei fortunato tu. Le considerazioni successive sono banalità. Sono vere, beninteso, ma banali. Anche quando Israele fu tradotta in schiavitù a Babilonia c’era un senso, e la schiavitù prima o poi sarebbe finita. Ma finì quando Israele si rese conto dei peccati che avevano causato la sua schiavitù; che certo non era nei piani del Signore.

      • Mi spiace per le banalità…

        Quindi banalità per banalità la morale è che bisogna riconoscere i propri peccati e convertirsi (cosa che riguarda tutti, visto che citi giustamente il Popolo d’Israele tutto).

        • Vedi Bariom, nel VO il celebrante sta nel rito e ne è, per così dire, parte funzionale. Nel NO è andata a finire che il rito sta nel celebrante e ne è proiezione, sicché se il celebrante è un uomo permeato di fede profonda e di profonda spiritualità, magari benedetto da un altrettanto profondo senso del sacro e del mistero, la sua messa sarà ineccepibile (e finirà per assomigliare parecchio… a una celebrazione in VO); nel caso contrario (purtroppo non raro), la messa si presenterà come un insulso pasticcio a base di canti alla sanremese e divagazioni non richieste (la ciliegina sul pastiche è spesso un “buon pranzo” o un “buonasera”…).

          • Vedi Navigare, quello che contesto ed è contestabile nei fatti è che pare (a sentire molti di voi) con il NO ogni Messa si trasformi (inevitabilmente) in un pagliacciata o uno show!

            Io di chiese ne giro e parecchie e partecipando alla Liturgia Eucaristica e di questi “show” ne ho visto qualcuno, ma sinceramente poca cosa rispetto a riti del tutto canonici.

            Poi come giustamente dici “se il celebrante è un uomo permeato di fede profonda e di profonda spiritualità, magari benedetto da un altrettanto profondo senso del sacro e del mistero, la sua messa sarà ineccepibile (e finirà per assomigliare parecchio… a una celebrazione in VO” (che poi non è questione di assomigliare ad un bel nulla, ma di essere quello che deve essere: una Sacra Liturgia).

            Quindi torniamo a bomba sulla Fede vissuta ed espressa anche nel Rito, dal Celebrante.
            Un sacerdote la cui Fede è vacillante se non del tutto persa, con il VO garantira “bellissime” sacre Liturgie? Mah…

            Laddove la Fede del Popolo partecipante fosse anch’essa secolarizzata o ridotta a poco più di religiosità “scaramantica”, il VO ribalterà la situazione? Mah…

            L’abolizione del NO per il VO, richiamerà come per miracolo tanti giovani? Mah…

            E’ come la questione che abbiamo toccato talvolta sull’architettura Sacra… si potrebbe fare tantissimo con ciò che di “nuovo” si può, rispettanto i fondamentali e ritornanto alle fonti, ma ciò che auspico non è ricostruire tali e quali le chiese romaniche…

            Se il discorso diventa, meglio un chiesa romanica (ma anche gotica), rifatta oggi, piuttosto che certi obbrobri, sono pienamente d’accordo, ma è un po’ come metterci un pezza.

            Concludo dicendo che non vorrei essere frainteso, non ho nulla contro il VO (anzi), ma non condivido certi passaggi solo apparentemente logici di causa-effetto e se non ho mal interpretato quanto scritto anche dal card. Sarah, non è “viva questo e abbasso l’altro”, ma è un et. et. nel quale un rito “vivifichi” l’altro reciprocamente, a vantaggio non tanto e non solo della Liturgia in sè, ma di quanto Essa significhi ed attualizzi.

            • con il NO ogni Messa si trasformi (inevitabilmente) in un pagliacciata o uno show!
              Qui nessuno, se non ho letto male, ha scritto questo. Si è invece scritto che il NO apre maggiormente, e congenitamente, alla possibilità che ciò accada, mentre il VO tende strutturalmente a impedirlo (per i motivi che sono stati indicati, fra gli altri, da Fabrizio Giudici).

              Un sacerdote la cui Fede è vacillante se non del tutto persa, con il VO garantirà “bellissime” sacre Liturgie?
              Poiché la struttura del VO è “blindata”, qualsiasi sacerdote vi si attenga, garantità un “minimo sindacale” dignitoso. Non solo: proprio perché il VO è strutturato con rigore, di fronte a qualsivoglia bizzarria del celebrante, qualsiasi fedele che abbia dimestichezza con il rito antico è immediatamente in grado di rilevare l’anomalia, cosa che invece non avviene nel caso del NO (e la prova è che molti fedeli non rilevano nulla di anomalo nemmeno di fronte ad arbitrii macroscopici). Per il NO, insomma, vale purtroppo il detto “prete che vai, messa che trovi”. Nel VO il tasso di varianza è minimo, sicché il fedele sarà in condizione di orientarsi sempre ed ovunque, a Torino come a Firenze, a San Francisco come a Manila. Non è poco!

              • Io infatti ho scritto “pare” (pare solo a me… ok), non “avete scritto”.

                Ma proprio il fatto che si insiste per quella che sembra essere una estensione completa del VO a scapito del NO, porta a questo dubbio.

                E per quanto tu insista, la tesi non mi convince e del “minimo sindacale” non saprei cosa farmene. Cos’è il “minimo sindacale” per un’Eucarestia?

                Grazie a Dio ciò che dà valenza e attuazione al Sacramento è il Sacrificio di Cristo e la Sua Resurrezione, che resta inattaccabile dai nostri “pochismi”.

                Io termino qui la (garbata) polemica… i differenti punti di vista sono, credo, stati espressi.
                Continuiamo a godere di questo Tempo di Pasqua. 🙂

                • si insiste per quella che sembra essere una estensione completa del VO a scapito del NO.
                  Sarebbe sufficiente che ogni diocesi, se non ogni parrocchia, offrisse ai fedeli la possibilità di avere a ogni festa comandata alcune messe in VO accanto a quelle in NO (che era poi il proposito dichiarato di Benedetto XVI). Se l’episcopato avesse agito in tal senso, tra l’altro, il VO sarebbe tornato ad essere normalità, e i tanto vituperati fenomeni di radicalizzazione ideologica del tradizionalismo non avrebbero preso piede.

                  E per quanto tu insista, la tesi non mi convince e del “minimo sindacale” non saprei cosa farmene. Cos’è il “minimo sindacale” per un’Eucarestia?
                  Che tu ti convinca non è affatto importante. Lo è invece il fatto che un NO malagito stia in molti casi (che, fortunato te, non hai avuto la sventura di incontrare) offrendo a molti onesti fedeli molto meno del “minimo sindacale”.

                  Grazie a Dio ciò che dà valenza e attuazione al Sacramento è il Sacrificio di Cristo e la Sua Resurrezione, che resta inattaccabile dai nostri “pochismi”.
                  Questo è indubbio. Ma ciò non toglie che i nostri pochismi siano, se si è disposti a riacquistare la vista, non poco emendabili…

                  Io termino qui la (garbata) polemica… i differenti punti di vista sono, credo, stati espressi.
                  Continuiamo a godere di questo Tempo di Pasqua.

                  Nessuna polemica, soltanto un civile scambio di opinioni, che non ci impedisce in alcun modo di vivere con la dovuta intensità i giorni luminosi di questa santa Pasqua.

                  • Si, polemica non era il termine più adeguato… (apposta avevo aggiunto “garbata”).

                    • @Navigare,perfettamente d’accordo sulla possibilità “di avere a ogni festa comandata alcune messe in VO accanto a quelle in NO”.

                      Però siamo realisti. Con la penuria di sacerdoti (belli, brutti, santi o molto meno che siano) e quello che ritengo un inutile e deleterio surplus di Celebrazioni (quando già alla terza domenicale il Diritto Canonico richiederebbe esplicita richiesta e relativo consenso esplicito del proprio vescovo), ci manca solo “l’aggiunta” di altre Messe.

                      Piuttosto si sostituiscano alcuni degli orari destinati al NO con il VO.

                    • Sarebbe sufficiente che i sacerdoti di cui si lamenta la penuria, celebrassero NO al mattino e VO la sera, o viceversa. Sulle due messe che in ogni caso devono celebrare, “una etiam” si potrà ben celebrare in rito antico! L’indisponibilità di tempo è una scusa, dietro cui si nasconde altro: l’indolenza, nel migliore dei casi, l’opposizione ideologica nel peggiore.

                    • Quidi secondo il tuo giudizio, si salvano solo coloro che già accettano e celebrano il VO… 😐

                    • Quindi secondo il tuo giudizio, si salvano solo coloro che già accettano e celebrano il VO…
                      Certo che no, Bariom! Ho detto un’altra cosa, e cioè che vescovi e parroci non dovrebbero opporre resistenza alle richieste di messe VO, e farebbero bene, anzi, a proporre di propria iniziativa una messa in rito antico in ogni giorno festivo, se non quotidianamente. Invece, in molti casi, ne sembrano atterriti, e questo è molto strano.

                    • In questo caso sarebe quasi un ossimoro affermare che …il nuovo spaventa! 😉

            • Laddove la Fede del Popolo partecipante fosse anch’essa secolarizzata o ridotta a poco più di religiosità “scaramantica”, il VO ribalterà la situazione?
              Certo non la peggiorerà.

              L’abolizione del NO per il VO, richiamerà come per miracolo tanti giovani?
              Quella per la moltitudine e per i giovani non deve diventare un’ossessione. La Chiesa non è una S.p.A. che deve preoccuparsi di adattare il prodotto in base alle esigenze della clientela (magari alla clientela giovanile)! Si tratta di testimoniare stabilmente il Sacro, non di inseguire le masse giovanili in fuga!

              • Il Sacro si testimonia stabilmente anche nel NO celebrato come va celebrato.

                Non sono le storture che definiscono l’essenza delle cose. Diversamente chi non crede (e non vede) la Chiesa come Santa, avrebbe ragione.

                • Ne convengo, Bariom. Il Sacro è resiliente e può senz’altro trovare il modo di manifestarsi nonostante una riforma liturgica nata poco dritta e diventata, a suon d’arbitrii non sanzionati, sempre più storta.

                • Ne convengo, Bariom. Il Sacro è resiliente e può senz’altro trovare il modo di manifestarsi nonostante una riforma liturgica nata poco dritta e diventata, a suon d’arbitrii non sanzionati, sempre più storta.

                  • @Navigare: “il Sacro è resiliente” è vero, ed è un’osservazione davvero molto acuta.

                    • Un macroscopico esempio di questa resilienza, Thelonius, lo si ricontra in Cina, dove la spaventosa opera di eradicazione del senso religioso attuata dal regime maoista sembrava avere spazzato via non solo ogni retaggio delle antiche tradizioni cultuali, ma ogni prospettiva spirituale tout court. Oggi in Cina il senso religioso, le antiche tradizioni e le istanze dello Spirito sono tornate prepotentemente alla ribalta. Lo stesso è accaduto in Russia.

                    • Mentre dove stiamo “sin troppo bene”(*), guarda caso, le istanze dello spirito sembrano smarrite.

                      *(si comprenda bene il senso) 😉

                    • le istanze dello spirito sembrano smarrite

                      …”sembrano”, appunto…

          • Il problema non è il NO o il VO ma la mancanza di fede (con conseguente secolarizzazione e complesso di inferiorità nei confronti della mentalità mondana).
            Se la fede è povera o superficiale tutto ne consegue: chiese brutte, liturgia sciatta, musica liturgica penosa, nessuna attenzione al Mistero che viene celebrato.

            • Diciamo allora che la forma liturgica ordinaria instauratasi nell’epoca della “mancanza di fede” e del “complesso di inferiorità nei confronti della mentalità mondana” è (toh, quando si dice il caso!) il Novus Ordo.

              • Su questo sono d’accordo con te. Infatti secondo me sono da invertire la causa con l’effetto: è la mancanza di fede che genera liturgie brutte e non il contrario.

                • A conferma di questo, Thelonious, depone il fatto che la riforma liturgica sfociata in NO & adeguamenti vari fu propiziata, perpetrata e avallata da preti, vescovi, cardinali e papi formatisi nel VO. Il gruppuscolo di studiosi che ebbe l’incoscienza, la boria o l’improntitudine di rielaborare a tavolino l’architettura di una liturgia plurisecolare e opporre al complesso stratigrafico delle sue varie articolazioni un artefatto di terriccio sintetico, era cresciuto con il latino, con il gregoriano, con gli altari orientati, con il tabernacolo al centro dell’altare, con il presbiterio balaustrato…

    • Perdonatemi se mi ripeto: non è mia intenzione essere polemico o screditare tanti santi sacerdoti che conosco e che (come dicevo nel precedente post riguardo l’8×1000) non sono affatto intenzionato a disconoscere a causa di un tot di cialtroni che – come dici tu – sono alberi marci che cadono ma fanno più rumore di tanti alberi sani, anche se purtroppo temo che i numeri possano essere non così risicati a causa delle motivazioni che esponevo sopra….

      Ad ogni modo, senza alcun interesse litigioso ma proprio per rafforzare questa tesi provate a dare un’occhiata (scusate l’off-topic ma merita davvero!) all’ultimo articolo di p. Giovanni Scalese (http://querculanus.blogspot.it/2017/04/dottrina-vs-discernimento.html): ecco l’esempio lampante di un vero sacerdote di Cristo che, con saggezza e prudenza, espone in modo chiaro, semplice e assolutamente limpido le Verità di sempre “senza contendere, né gridare”, ma aiuta tutti noi a “fare chiarezza” guidando le sue “pecorelle virtuali” sulla retta strada (mi sono sempre chiesto cosa stia pensando S. Ignazio dal Paradiso riguardo alla distorsione che i suoi figli spirituali stanno facendo dei suoi insegnamenti sul discernimento….ecco qua, buona lettura!)

  15. Ma se qualcuno altera la liturgia il problema è quel qualcuno, non la maniera in cui viene celebrata la Messa, rito antico o nuovo che sia. Certo, dicendo la Messa in latino, se un sacerdote non ne ha una grande padronanza, all’inizio farà fatica a farne uno show, ma pian piano con un po’ di impegno…

    D’altra parte non si deve nemmeno sottovalutare il rischio che anche la Messa celebrata col rito antico diventi uno spettacolo fine a se stesso: cambia il tipo di destinatario ma il risultato alla fine può essere lo stesso degli show ultra-moderni.

    In teoria è vero, in pratica no. Perché non è solo una questione di riti diversi: è che chi celebra in VO lo fa per rimanere fedele ad una tradizione, che ha previsto pochissimi cambiamenti incrementali in secoli. Quindi per questi celebranti è molto importante l’aderenza al rito ed evitare ogni forma di creatività (il latino è una delle componenti, ma non è la principale). Il NO è stato una vera e propria rottura nella forma, perché non mi risulta che mai ci siano stati così tanti cambiamenti nella liturgia tutti effettuati in poco tempo. Inoltre, il messaggio associato è la creatività. Per questo è inevitabile vedere gli abusi nel VO: non è solo una questione di repressione, è che manca la prevenzione, vengono proprio indotti. Così come la questione dei canti, che devon piacere al pubblico, come se fossimo a Sanremo, oppure che la gente non deve “annoiarsi”. È evidente che si mette l’assemblea al centro dell’attenzione e non il Sacramento. Inoltre, la gestualità del NO porta innegabilmente più attenzione al sacerdote, che si sente al centro della scena. L’unico momento simile nel VO è l’omelia. Pazienza, nel peggiore dei casi VO avremo una pessima omelia.

    In queste ore sta circolando la notizia della “messa su prenotazione” a Sant’Erasmo del Deserto, per via del fatto che ci andavano solo due persone. Io non ho ancora capito alcuni dettagli che reputo fondamentali per capire la questione. Ma, nel caso peggiore, si starebbe dando il messaggio che la Messa è importante se ci sono partecipanti, mentre invece lo è in sé e per sé. Questo errore un celebrante del VO lo farebbe molto difficilmente.

    • Esattamente, Fabrizio. E in quest’epoca di generale disorientamento la stabilità – o, se si preferisce, la rigidità – del vetus ordo è una risorsa particolarmente preziosa.

  16. diciamo che la riforma liturgica ( e speriamo che quella in elaborazione non devasti definitivamente il tutto ) come ricordava il cardinale siri, protestantizzò la messa. il fine sicuramente buono – ut unum sint – si rivelò un’apertura indiscriminata alle mode che si succedono nel tempo.

    come ricorda bariom vi sono fior di sacerdoti bravi e che ci credono ancora. non bisogna lasciarli soli ma far loro pensare che sono apprezzati. qualunque messale utilizzino.

    sul vetus ordo fo’ anche notare che anche se ha una dimensione ,per così dire, esteticamente migliore ( e basta vedere certe messe ortodosse ) vi è anche ,temo, un idealizzazione eccessiva sia da parte di alcuni sacerdoti che di fedeli che guardano più all’estetica che alla sostanza.

    resta il fatto che è sommamente ingiusto che vi siano vescovi che arrivano a rendere eccessivamente difficoltosa la messa vetus ordo.

    perché delle due: o Benedetto xvi si è sbagliato ( come riportato dal documento citato prima ) o costoro ,deliberatamente, vanno contro la massima autorità della chiesa.

    • Sottoscrivo in toto. 😉

    • Se un’arto è ammorbato, per serbare l’integrità del corpo la prassi corretta è quella di medicare l’arto, non quella di ammorbare il resto del corpo. Dunque la protestantizzazione della messa fu, per usare un eufemismo, un’idiozia.

      Convengo con lei, vale, che il rischio di un’idealizzazione eccessiva, persino di un’ideologizzazione, nonché di un’eccessiva estetizzazione della messa in rito antico vi sia. Ma questo vale anche per il rito moderno, che, anzi, è naturalmente più prono a queste sindromi degenerative, perché lascia ampio margine alle trovate di sacerdote, accoliti e assemblea. E aggiungerei che tra un celebrante maniaco delle trine e un celebrante che va in brodo di giuggiole per l’alleluja delle lampadine, è di gran lunga preferibile il primo. La messa in VO riesce a mantenere la debita sacralità e a trasmettere il senso del mistero legato al santo Sacrificio anche in mano a un presbitero mediocre. Non così la messa in NO.

      Il fatto, poi, che all’indomani del Motu proprio di Benedetto XVI una parte non irrilevante dell’episcopato e del clero abbia applicato il proprio estro creativo a elaborare forme di resistenza attiva o passiva contro la volontà vincolante del pontefice è un scandalo ignomignioso.

      • …un’arto… è decisamente ammorbato! Medichiamolo, va là: un arto. Apostrofectomia!

    • “perché delle due: o Benedetto xvi si è sbagliato ( come riportato dal documento citato prima ) o costoro ,deliberatamente, vanno contro la massima autorità della chiesa”

      Ma la prima non può sussistere, onde per cui…

      Ciao.
      Luigi

  17. Vi esorto fratelli a non confondere la causa con l’effetto.
    La liturgia è importante, come pure ogni forma di adesione ordinata alla parola del Signore lo è.
    Ma se pensiamo che la crisi delle vocazioni , ed in generale l’allontanamento delle nuove generazioni dalla fede, sia legata alla liturgia o al significato dei segni in essa contenuta, davvero non abbiamo capito nulla della ENORME trasformazione antropologica e culturale in cui ci troviamo nel mondo odierno.
    Vero è che la bellezza, l’ordine, la precisione, sono un modo per attirare i giovani e per trattenerli e dargli sicurezza.
    Ma se manca l’incontro concreto col Signore, tutto questo è destinato prima o poi a fallire.
    E l’incontro manca perchè manca sempre di più un luogo dove siano visibili le opere morali che da questo incontro nascono , e cioè : Il perdono, la riconciliazione, l’unità , la fedeltà, l’aiuto reciproco, la tolleranza, l’amore per Dio superiore all’amore per i soldi.
    Tutti questi sono miracoli che devono essere mostrati nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità di tutti i tipi.
    Questa testimonaniaza ,con la vita reale, è INSOSTITUIBILE, e non c’è liturgia che possa sopperire alla mancanza della visibilità di questi frutti.
    Nei primi secoli del cristianesimo, e poi per centinaia di anni, la parola di Gesù si è tramandata di generazione in generazione senza che vi fossero liturgie così precise e studiate. Anzi…quelle in particolare dei primi secoli erano semplici preghiere comuni. Eppure i cristiani erano cristiani, e si confrontavano in ogni decisione quotidiana con l’alternativa tra cosa fosse giusto fare alla luce della parola di Cristo.
    Chi invece è debole nella fede, ha bisogno di riti precisi e sicurezze a cui appoggiarsi, sicchè alla fine per alcuni non si riesce a vedere Cristo se non attraverso la forma percepita dal cervello, mentre il cuore si allontana.
    Non vi sfiori l’idea che Dio abbia bisogno delle nostre preghiere o dei nostri riti.
    Essi sono solo il mezzo con cui mettersi in contatto con lui, non certo a suo beneficio , ma a beneficio nostro.
    Ma se confondiamo il mezzo con il fine, allora il mezzo diventa il fine, e possiamo illuderci di aver raggiunto Dio perchè parliamo “correttamente” con lui, mentre non ci rendiamo conto che mentre gli parliamo non lo stiamo però ascoltando. E lo possiamo ascoltare solo se crediamo veramente in lui, per aver visto la sua opera.
    Ognuno quindi usi il rito che meglio crede, così come indicato dalla Chiesa.
    Badi però, piuttosto, che il rito scelto , cioè il mezzo scelto, lo porti effettivamente a destinazione, invece di criticare le scelte altrui.
    Lo dico prima di tutto a me stesso ovviamente.

  18. con il NO ogni Messa si trasformi (inevitabilmente) in un pagliacciata o uno show!

    Qui non mi pare l’abbia detto mai nessuno. È certamente una tesi sostenuta da altre parti.

    L’abolizione del NO per il VO, richiamerà come per miracolo tanti giovani? Mah…

    Be’, intanto il NO non richiama giovani. Lo fa se si abbinano tarallucci e vino, ma l’effetto dura poco. C’è ampia evidenza al riguardo. Mentre io vedo una percentuale di giovani più elevata al VO, e questo è confermato da molte fonti.

    Infatti secondo me sono da invertire la causa con l’effetto: è la mancanza di fede che genera liturgie brutte e non il contrario.

    No, Thelonius, la cosa è più complessa. C’è un movimento circolare. La Messa mal celebrata fa perdere la percezione della Presenza Reale, proprio per via della protestantizzazione. Infatti, riduce la Messa ad un evento conviviale. Che una buona parte dei fedeli purtroppo pensi in questo modo è provato dalla sproporzione tra coloro che prendono la Comunione e quelli che vanno a confessarsi. Se non ci fosse stata questa devastazione preparatoria, il problema dell’accesso all’Eucarestia da parte di coloro che non sono in stato di grazia e tutta la polemica sulla AL non si porrebbe nemmeno.

    Guardate che l’affermazione “la liturgia è fonte e culmine” della vita della Chiesa è Magistero e sta pure nei documenti del CVII. “Lex orandi, lex credendi” non è solo opinione del card. Sarah e di altri, è un concetto riportato nel Catechismo:

    1124 La fede della Chiesa precede la fede del credente, che è invitato ad aderirvi. Quando la Chiesa celebra i sacramenti, confessa la fede ricevuta dagli Apostoli. Da qui l’antico adagio: « Lex orandi, lex credendi » (oppure: « Legem credendi lex statuat supplicandi », secondo Prospero di Aquitania [secolo quinto]).55 La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega. La liturgia è un elemento costitutivo della santa e vivente Tradizione.56

    Fonte, ripeto, fonte: per cui è da lì che nasce tutto. È dalla cattiva liturgia che si diffonde la cattiva fede del popolo; non il contrario. Certo, chi ha approfittato malamente queste riforme erano pastori senza fede, e questa mancanza di fede “precedeva”; ma si trattava di qualche frangia modernista, che invece proprio per mezzo della cattiva liturgia ha fatto proseliti. Questo purtroppo non è compreso. O pensate che la trasmissione della fede sia solo una cosa razionale? Una questione di istruzione? Questo sì che sarebbe razionalismo.

    • Infatti “lex orandi, lex credendi”…

      Pare non ci si renda conto che Preghiera e Fede oggi sono di molto svuotate di senso e si cita la “Fede della Chiesa” come se fosse cosa a sé, avulsa dal Popolo di Dio.

      (Che poi dove starebbe questa “Fede della Chiesa” per tutti coloro che continuano a sostenere che la “Chiesa Gerarchia” l’ha perduta? Solo nei Dogmi e nel Magistero che rimangono parola morta?)

      Bisogna tornare all’Evangelizzazione, perché la Fede prima ancora che dai Sacramenti, viene dalla stoltezza della predicazione… o credete che per chi ha una fede di circostanza, di abitudine, scaramantica, svuotata di senso, assistere ad una Liturgia secondo il VO, oplà sortisce una specie di magia?

      La Trasmissione della Fede non è affatto una cosa “razionale”, è un evento dello Spirito Santo e si dà con la predicazione.
      A chi non ha Fede o ne ha smarrito il senso profondo, non puoi solo dire “mettiti davanti al Santissimo. Lì c’è la presenza reale…”, perché per avvertire questa presenza con tutto ciò che ne consegue, bisogna avere (guarda caso) Fede – almeno un germoglio di Fede.

      Ecco che le parole “la Liturgia è fonte e culmine”, prendono un senso.
      La Liturgia è fonte e culmine di una Comunità che vive di una Fede realmente appoggiata in Dio e in tutto ciò che la Chiesa insegna.
      Perché la Fede non è cosa che si acquisisce e si ripone in un taschino, ha bisogno continuo di un *fonte* perché il suo *culmine* sia veramente tale.

      • oplà sortisce una specie di magia?

        Intanto devo ripetere per l’ennesima volta: dove c’è il VO ci sono più vocazioni, senza bisogno di inventarsi cose strane. Non lo “credo”: è così. Certo non è per magia, non è che succede la prima volta che uno vi partecipa e rimane folgorato. Succede se il rito è frequentato costantemente.

        Comunque, nell’inedito di Ratzinger che ho segnalato tra i primi commenti, l’emerito scrive:

        Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia.

        Più chiaro di così non si può.

        • Il che credo sia profondamente vero (il Papa Emerito parla di crisi della Chiesa tout court) e non mi pare in contraddizione con quanto ho si qui espresso. Notte.

          • Il medesimo concetto si trova anche nel Ratzinger edito: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta” (La mia vita, p. 115).

            Sulla questione del potere risanatore della divina liturgia rettamente ossequiata e celebrata, non si tratta di un episodico “oplà”, ma di un percorso costante e coerente (e il problema del biritualismo – che la formula proposta da papa Benedetto XVI, quella del monoritualismo biformale, non è riuscita a riassorbire – sta proprio in questo), un cammino fatto di assiduità, di disciplina, in cui la forma, nell’accezione più elevata del termine, trascende l’individuo, lavorando su di esso e permeandolo di sé. Se non si comprende questo, non si comprende il senso della liturgia, e ogni discorso in merito diventa inutile. La liturgia non è nella disponibilità dell’uomo, nemmeno del celebrante; semmai è vero il contrario. Proprio per questo un impianto liturgico prono alla manipolazione creativa del singolo celebrante o della singola assemblea di fedeli è, questo sì, un ossimoro.

            • Però Navigare continui tu come Fabrizio a ripetere concetti (più che corretti), ma che non rispondono ad altre domande che o posto…

              Dici bene che la Liturgia è (anche) “un percorso costante e coerente…”, ma visto che l’Uomo non è fatto solo di parte spirituale, mistica, adorativa, contremplativa, come la mettiamo con una formazione che sia “un percorso costante e coerente…”? Per lo più inesistente per il comune Fedele?

              Forse che di pari passo alla Liturgia, non sono necessarie la comprensione (e parlo di comprensione esistenziale prima ancora che teologica) della Parola, la conoscenza delle Scritture, magari qualche passaggio dei Padri, del Magistero, della vita dei Santi? Una persistente catechesi formativa?
              Che ne è di tutto cio? Forse che questi aspetti non hanno a che fare con la Fede?

              Ecco perché mi pare miope travasare tutto sulla solo Liturgia (e chi pensa io voglia sminuire il valore di Questa, ha capito poco del mio discorso…). Ecco perché provocatoriamente scrivo “oplà” o altro.

              Dove dovremmo cercare tutto questo? Nei risicati 15 min di Omelia (che se sono di più apriti cielo!!).

              Perché gli incontri come quelli di Costanza, di Padre Botta (e tanti altri grazie a Dio ce ne sono) sono sempre pieni di gente che magari si fa dei chilometri. Perché non li lasciano mai andare via dalle domande…

              E quali sono le domande? Quelle sincere di persone che vogliono sapere cosa e come fare, cosa ha a che fare con loro un cero brano della Scrittura. come rispondere alla sofferenza e alla morte. Alle difficolta di un Matrimonio, di un figlio… della Croce!

              Perché la Liturgia loro non basta? Perchè è nel NO? Non diciamo stupidaggini per favore…

              Il probelma è molto più complesso. Vogliamo iniziare dalla Liturgia? Va bene, non è che abbia nulla in contrario.
              Crediamo che la soluzione sia sostituire il NO con il VO? Magari fosse così semplice.

              (si potrebbe apriere un piccolo ricco capitoletto sulla preghiera personale in tesa come Preghiera della Chiesa… ma meglio non infierire)

              • Ecco perché mi pare miope travasare tutto sulla solo Liturgia

                Anzitutto sulla liturgia, non solo sulla liturgia. Questo è il rilievo di papa Ratzinger, quando ascriveva la crisi nella Chiesa “in gran parte” al “crollo della liturgia” (un rilievo che, come ho detto, condivido appieno). “Vogliamo iniziare dalla Liturgia?”, domandi. Sì, vogliamo iniziare dalla Liturgia, perché, come è stato ricordato, è fonte e culmine. E lo sapevano bene anche i padri conciliari del V2, che principiarono proprio dalla Liturgia.

                P.S. Se trovi in qualche mio intervento (qui o in Cirenaica) un punto in cui io abbia scritto che le Scritture, la preghiera personale, la catechesi… non siano importanti, segnalamelo.

        • Su quale base sostieni che dove c’è il VO ci sono più vocazioni ?
          E’ ovvio che poichè il VO è presente in poche realtà, queste poche realtà sono piene, perchè le persone che vi vengono arrivano da un territorio più ampio.
          Se in una città ci sono 20 cinema e 1 Teatro, come si può dire che la gente preferisce il Teatro solo perchè questi è sempre pieno , mentre i 20 cinema sono pieni a metà ? Se vediamo il globale saranno sempre di più le persone che vanno al cinema.
          E’ una pia illusione pensare che il VO da solo abbia effetti “magici” sulle vocazioni , anzi…è quasi una superstizione. La liturgia, se non capita e non spiegata e non vissuta, è sterile sia quando è nuova sia quando è tradizionale.
          Quella tradizionale è scenograficamente più efficace, ma ti posso garantire che il mondo ormai possiede liturgie e scenografie ben più efficaci (dai concerti Rock alle partite di calcio, con tanto di inno , vessillo e cerimonia collegata ! 🙂
          Quanti ragazzi scelgono di sposarsi in Chiesa perchè la cerimonia è più bella e commovente ? Tanti. Ma una volta sposati si comportano come quelli sposati in comune (questo tra l’altro anche perchè ben pochi corsi pre-matrimoniali sono degni di questo nome e mettono i futuri sposi davanti alla realtà del matrimonio cristiano. Un decente corso pre-matrimoniale, per essere efficace, deve portare almeno qualche coppia a rinunciare al matrimonio in chiesa, o almeno qualche coppia a lasciarsi proprio. Corsi che hanno il 100% di successo non hanno affrontato in modo serio l’argomento).

    • “Mentre io vedo una percentuale di giovani più elevata al VO”

      Per quanto possa valere la mia esperienza, confermo questa osservazione.
      Ma non si tratta solo di un fatto quantitativo: è anche qualitativo.
      La partecipazione, cioè, è molto più attenta e sentita.
      Niente chiacchere o, peggio, distrazioni da cellulare.

      Un’altra osservazione, di carattere generale.
      Leggendo alcuni commenti, mi sembra che qualcuno pensi che il NO sia – semplicemente – la versione in volgare del VO.
      Non è così.
      Il solo fatto che in uno il sacerdote dia le spalle al popolo, mentre nell’altro le gira al Tabernacolo (sempre che ci sia!), dovrebbe far riflettere. Anche sul messaggio che, magari non consapevolmente, viene introiettato dai fedeli.

      Ciao.
      Luigi

      • Ecco il senso di avere un Tabernacolo “decentrato” per porre tutta l’attenzione sull’Ostia che viene consacrata e diviene (con il vino) Corpo e Sangue di nostro Signore Gesù Cristo.

        Il Ministrante che agisce in “figura Christi”, rimanda direttamente all’Ultima Cena dove certamente Cristo non dava le spalle ai suoi.

        Solo per toccare due punti e per dire che vi è un preciso e pedagogico senso… poi piaccia o non piaccia (o se ne apprezzi il valore o se ne trovi un dis-valore) questo è altro discorso.

        • Anche l’altare è (figura di) Cristo.
          (e questa non è idea mia).

        • Si tratta di giustificazioni costruite a posteriori per cercare di legittimare lo stravolgimento dell’assetto liturgico tradizionale (e trasformarlo da tràdito in tradìto). Che di giustificazioni, ancorché intellettualistiche e pretestuose, vi fosse la necessità è più che ovvio, data l’entità della subversione attuata. Di quest’ultima lo scompaginamento di altare, tabernacolo e crocifisso è forse l’emblema più significativo. Dall’esilio del tabernacolo nei paraggi delle sacrestie l’attenzione sull’Ostia consacrata è stata posta talmente bene che oggi nelle messe NO i fedeli non esitano ad agguantarLa come un biscottino, là dove nel VO la ricevono inginocchiati a una balaustra che delimita fisicamente l’area più sacra (quella da cui il Corpo di Cristo viene loro porto).

          Il celebrante, poi, agiva in figura Christi anche nel rito antico. Ecco, un’affermazione come “certamente Cristo non dava le spalle ai suoi” è un ottimo esempio del modus operandi ed excogitandi dei riformatori.

          • Vabbè Navigare, allora dillo: tutto è stato fatto con malanimo e con secondi fini e chiudiamo qui ogni confronto…

            • Ma pare che sul punto tu tenda a semplificare molto, Bariom. Non tutto è stato fatto con malanimo e con secondi fini. Alcune cose furono fatte con malanimo e con secondi fini, altre con secondi fini ma senza malanimo, altre ancora senza secondi fini e senza malanimo.

        • @bariom

          Sono osservazioni senza senso, o per lo meno disancorate da un ragionamento solido (il che è inevitabilmente foriero di caos). Prima di tutto non abbiamo nessuna testimonianza storica di come fosse disposto Cristo nell’Ultima Cena. Abbiamo alcune rappresentazioni iconografiche; se però penso p.es. a quella di Leonardo, Egli non dava le spalle, ma neanche era rivolto verso gli apostoli. In realtà era seduto girato nello stesso verso. Secondariamente, questo mi pare archeologismo. Quella particolare consacrazione dell’Eucarestia avveniva di fronte a persone che “erano già monde” (parole testuali, pronunciate alla lavanda dei piedi), tranne uno, che infatti a metà della cena se ne andò sbattendo la porta. Infine, il pane eucaristico fu consumato insieme ad altre pietanze (“chi intinge nel piatto con me”) e quest’idea oggi ci farebbe rizzare i capelli in testa.

          Invece il prete sempre rivolto verso l’assemblea è proprio il segno più forte del fatto che è lui il protagonista. Per variare i riferimenti, visto che sono temi ricorrenti, uso una citazione appena letta. Jan Fleischhauer, direttore di Der Spiegel, non cattolico. Qualche giorno fa ha scritto parecchie cose in un’intervista, in cui ha sostanzialmente ammonito la Chiesa Cattolica a non fare le stesse idiozie che negli ultimi secoli hanno fatto le comunità protestanti. Un passaggio chiave, a proposito di quello che stiamo discutendo:

          “Priests no longer stood before the altar, but behind it, like behind a moderator’s table of the “Tagesthemen” [a German TV news show].” He also mentions here the thorough removal of the Latin language and the dubious permission of Communion in the hand. Piercingly, Fleischhauer adds:

          Where they also took it especially seriously with the change of times, the clergymen themselves dragged the altars into the fields and chopped the Saints’ statues into pieces. For those without faith, these things might appear to be minor things, but, of course, it is not. Whoever has once assisted at a Mass in the old Tridentine Rite knows what the Church has lost when she succumbed to the 68-rush [cultural revolution of the 1960s].

          Ora, è particolarmente importante il fatto che questo signore non sia cattolico (è uno che ha avuto intanto una conversione politica: dal fronte progressista a quello conservatore). Visto che stiamo a fare convegni sull’evangelizzazione, ecco che un possibile interessato ci dice che i trucchi che abbiamo messo in campo sono inutili, anzi controproducenti.

          Forse che di pari passo alla Liturgia, non sono necessarie la comprensione (e parlo di comprensione esistenziale prima ancora che teologica) […]
          Ecco perché mi pare miope travasare tutto sulla solo Liturgia.
          […]
          Nei risicati 15 min di Omelia
          Perché la Liturgia loro non basta? Perchè è nel NO? Non diciamo stupidaggini per favore…

          Tu dici che non rispondiamo, però io ricordo di aver affrontato l’argomento già tempo fa in un’altra discussione qui. Comunque, riprendiamo il punto. La tua domanda è sorprendente: perché il riferimento all’omelia sottende che per te l’unico momento pedagogico possibile sia durante la Messa. Ma chi l’ha detto? Siamo pieni di catechisti ed incontri di catechesi: non ditemi che non è vero, perché se scarseggiano i preti, non scarseggiano queste altre cose; vedo sempre annunci a riguardo affissi nelle bacheche. Per non parlare delle attività specifiche nei confronti dei giovani (scout, eccetera). Be’, se è vero – e non lo metto in dubbio – che c’è una fame del popolo, insoddisfatta, mi chiedo: ma che cacchio fanno i catechisti? O in quegli incontri giocano a tombola, oppure è gente che non sa spiegare e forse non sa proprio. Certo, qualche annuncio bislacco, come uno visto poco tempo fa a proposito del fatto che la catechesi per i ragazzi sarebbe stata tenuta in inglese (*), mi suggerisce che molti catechisti hanno le pigne al posto del cervello. Lascio perdere il discorso scuola, dove pure si dovrebbe insegnare religione, e con insegnanti scelti dalle diocesi, perché andiamo a sconfinare su problemi di altra natura.

          Dunque, la mia risposta è fin qui semplice: esistono momenti specifici in cui si può fare pedagogia. Evidentemente vengono fatti male, perché sennò non si spiegherebbe l’entusiasmo per i pochi (tipo Botta) che sono capaci; ma è un grave errore tamponare un problema di un’area andando ad intaccarne un’altra, quella liturgica. È precisamente quello che stiamo facendo.

          La liturgia ha un valore pedagogico, ma è certamente secondario rispetto al Sacrificio. Inoltre è un valore pedagogico totalmente diverso da quello che si può ottenere in altre circostanze, dove si può dialogare, fare domande, ottenere risposte, eccetera. A Messa non si dialoga, si assiste e si “partecipa” al sacrificio come fecero i discepoli sotto la Croce; basta. Inoltre, il fatto più importante, il Sacrificio con la transustanziazione, è un mistero. Iniziamo a metterci in testa che non c’è tanto da spiegare. Certo, la teologia dice molte cose al riguardo, ma non si mette in testa di entrarci dentro: semplicemente ci dà il sufficiente per comprendere che la ragione, ben formata, non ha niente da obiettare a quel mistero.

          Il mistero è ben comunicato dalla devozione che dev’essere tenuta nei confronti delle ostie consacrate: incluse tutte quelle pratiche (genuflessioni, balaustre, patene, eccetera) che sono state disgraziatamente abolite nei fatti (anche con abusi): trasformando il momento della comunione in una specie di coda per la mensa aziendale. Un NO con quelle pratiche sarebbe un buon NO. Tempo fa su First Things (o LifeSiteNews, non ricordo) un giornalista cattolico raccontava il suo imbarazzo nei confronti di un amico non cattolico, che era andato ad assistere ad una messa per curiosità e intuì la totale mancanza di ogni atteggiamento devoto al momento della comunione, per cui trasse la deduzione che nella Presenza Reale “non ci credono neanche gli stessi cattolici”. Così funziona il mondo reale, fuori dai convegni intellettualoidi dei liturgisti moderni.

          Per vederla sotto un’altra prospettiva… io, se ho la possibilità di godermi ripetutamente un bel quadro, un capolavoro di un grande artista, che sta nel museo sotto casa, dico varie cose:

          1. Certamente è opportuno che mi prepari a capirlo, studiandoci sopra. Ma lo posso fare a casa, su un libro con riproduzione fotografica.
          2. Auando mi godo il quadro dal vivo, me lo godo nella sua interezza, con tutte le parti del mio essere, non solo quella razionale. Se mi smuove, l’ultima cosa che mi viene in mento in quel momento è cercare una spiegazione. Semmai quando ritorno a casa, di nuovo sul libro.
          3. Se automaticamente, ogni volta che mi ci pongo davanti, dovesse saltar fuori una guida che mi propina lo spiegone, la abbatterei con una fucilata seduta stante perché mi darebbe fastidio.
          4. Se fossi un totale ignorante, o non avessi comunque la possibilità di accedere allo studio di cui al punto 1 (ma qui parliamo di cose che oggi non hanno senso), la bellezza del quadro comunque mi direbbe già di per sé abbastanza, sempre che la guida inopportuna sia stata abbattuta. Infatti anche persone totalmente ignoranti, ma non insensibili, sanno riconoscere istintivamente un capolavoro e ci si commuovono davanti.

          Crediamo che la soluzione sia sostituire il NO con il VO? Magari fosse così semplice.

          Siccome ho già scritto troppo, non dico molte altre cose. Qui c’è una varietà di opinioni e io stesso devo ancora consolidare la mia. Ma siccome stiamo commentando un articolo di Sarah, iniziamo a dire che la sostituzione in quattro e quattr’otto non è quello che c’è scritto. Sarah, per concreto, ha iniziato a chiedere ai sacerdoti di rivolgersi ad orientem durante alcuni momenti importanti del VO. Ratzinger, così rispondeva ad una lettera sul tema indirizzatagli nel 2003 da un certo dott. Heinz-Lothar Barth:

          Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso – più scelta di prima, ma non troppa –, una «oratio fidelium», cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione.

          Evidentemente non l’ho citato per andare nei dettagli: questo passaggio però fa capire la linea generale. Finché non capisco qualcosa di più, mi baso prevalentemente sulla linea indicata da Ratzinger. Che non è affatto “una cosa semplice”. Finché però non si fanno progressi, sono ben lieto di tutte le comnunità tradizionali che portano avanti il VO così com’è sempre stato; e faccio quel che posso per sostenerle.

          (*) E qui mi immagino già la reazione di Luigi. 🙂

          • Correzione: Sarah, per concreto, ha iniziato a chiedere ai sacerdoti di rivolgersi ad orientem durante alcuni momenti importanti del _NO_.

            Poi c’è qualche refuso, ma mi pare non grave.

          • Né va dimenticato, Bariom, che il tema di questo post è la liturgia, non le conferenze formative o i saggi catechetici… 😉

          • Abbiamo alcune rappresentazioni iconografiche; se però penso p.es. a quella di Leonardo, Egli non dava le spalle, ma neanche era rivolto verso gli apostoli.

            E se penso a quella di Andrea del Castagno (in Sant’Apollonia, a Firenze), dall’altra parte della mensa, nella posizione in cui si trova oggi l’assemblea c’è… Giuda Iscariota.

            • Ma che c’entrano le rappresentazioni iconografiche??

              Cristo ha celebrato la Pasqua Ebraica con i suoi, introducendo se stesso come vittima sacrificale… non c’è bisogno di nessuno studio archeologico o iconografico.

              L’Haggadah di Pèsach quella era (come è oggi).

              • L’Haggadah di Pèsach quella era (come è oggi)

                Saggi e conferenze possono generare spaventosissimi mostri… 😄

                • Si vero, ma in questo caso né saggi, né conferenze 😛 (eccola qui)

                  P.S. Certo che sei una forza tu per mettere in dubbio tutto quel che non ti aggrada…

            • E se penso a quella di Andrea del Castagno

              Non lo conoscevo…

              Ma che c’entrano le rappresentazioni iconografiche??

              Io ho l’impressione – e certamente mi sbaglio – che certe volte tu faccia apposta a non seguire il discorso 🙂

              Il punto su come fosse disposto Cristo nell’Ultima Cena lo hai tirato fuori tu. Ti abbiamo fatto presente che le Scritture non danno nessuna indicazione a proposito. È vero o non è vero? Se è vero, in mancanza di supporto da parte delle Scritture c’è la Tradizione. L’iconografia è un documento debole, perché indiretto e anche soggetto ad influenze di vario tipo, ma mi pare l’unico che abbiamo. È così o no?

              Peraltro, ho anche scritto che è una discussione con poco succo, essendo archeologismo.

              • “Io ho l’impressione – e certamente mi sbaglio – che certe volte tu faccia apposta a non seguire il discorso :-)”

                Potrei dire lo stesso 😉

                “L’iconografia è un documento debole, perché indiretto e anche soggetto ad influenze di vario tipo, ma mi pare l’unico che abbiamo. È così o no?”

                No, e mi pare di aver detto perché…

                • Conoscendo almeno un po’ lo stile di Bariom, io ho l’impressione che il suo nero di seppia sia spontaneo: non è una confusione da ripiegamento tattico, ma un incespicamento involontario (e a questo punto il Bariom che conosco io se ne uscirebbe con l’iconette 😛 ).

              • @f.giudici

                abbiamo descrizioni dei riti della pasqua del tempio di gerusalemme. e di come si celebrava nelle famiglie.

                se c’è qualcosa che è quasi sicuramente simile o uguale è stata l’ultima cena di pasqua. fatta col rito ebraico ( visto che al tavolo,anzi, alle tre tavole disposte ad u erano tutti ebrei praticanti…) da secoli nello stesso modo.

                allora resta la domanda: quando dice “fate questo in memoria” si riferisce solo alla benedizione e frazionamento del pane e del vino o a tutto il rituale della cena?

                non credo sia archeologismo ma la ricerca di come si svolgeva tra le prime comunità cristiane, e ,quindi, la più vicina a quella che Gesù ha effettuato.

                certo è detto anche “in spirito e verità” e che,quindi ,quel che conta, è la sostanza più che la forma del rito. ma a questo punto vale anche per il n.o.

                • Se alla tradizione vivente giuntaci di generazione in generazione si sostituiscono i figmenta partoriti da una pletora di studiosi con il pallino del filologismo, dell’archeologismo e di analoghe speculazioni, si finisce per smarrire la strada.

              • Lo stesso archeologismo che ha portato le masse cattoliche a recitare il “Padre nostro” con le palme rivolte verso l’alto, sulla scorta di qualche antica rappresentazione di presunti “oranti”… Mah! Contenti loro… Certo che stanno raccogliendo i frutti della loro dabbenaggine!

        • “Ecco il senso di avere un Tabernacolo “decentrato” per porre tutta l’attenzione sull’Ostia che viene consacrata e diviene (con il vino) Corpo e Sangue di nostro Signore Gesù Cristo”

          Io, tutta questa attenzione, non la vedo. Infatti pochissimi, ormai, si inginocchiano. I più rimangono stolidamente in piedi.
          Nè ho mai notato, alle celebrazioni in VO, che non ci fosse l’Ostia in “primo piano”.

          “Il Ministrante che agisce in “figura Christi”, rimanda direttamente all’Ultima Cena dove certamente Cristo non dava le spalle ai suoi”

          Evidentemente il rimando non è così ben compreso, poiché il messaggio che passa è che sia l’assemblea, non il Sacrificio, a contare.
          Tanto che un sacerdote, notizia di pochissimi giorni fa, sospende la S. Messa per “mancanza di fedeli”.
          Come fosse uno spettacolo qualsiasi che, senza pubblico, non ha senso rappresentare. Mentre mi insegni che il rinnovarsi del Sacrificio di Redenzione ha importanza in sè, fosse anche condotto in uno stanzino buio.

          Ammettiamo, comunque, che vi sia un preciso e pedagogico senso.
          Se non ha effetto, o lo ha molto carente, magari bisogna cambiare le modalità di attuazione.

          Tutto questo, però, vale come scambio di opinioni fra dilettanti.

          Quello che conta, che conta oltre ogni considerazione mia, tua o di qualsiasi altro commentatore, è che una Lettera Apostolica motu proprio data viene sistematicamente sabotata da una parte non trascurabile (eufemismo) del clero.
          Laddove, invece, guai a chi osa spernacchiare Scalfari… c’è del metodo, in questa follia…

          Ciao.
          Luigi

  19. Come riflessione e preparazione della Santa Pasqua ho presentato nei siti dove collaboro in 2 puntate la bella Allocuzione che monsignor SARAH aveva fatto un anno fa a Londra il 7 luglio…ripreso integralmente dal n.382 della rivista CRISTIANITA’…i titoli redazionali: CON LA SACRA LITURGIA NON SI SCHERZA…il 2°: BASTA CON LE MESSE FAI DA TE E CON I PRETI CHE SEMBRANO CONDUTTORI TELEVISIVI…

  20. Vabbè Navigare, allora dillo: tutto è stato fatto con malanimo e con secondi fini e chiudiamo qui ogni confronto…

    C’è ampia documentazione a riguardo. Non tutti fecero tutto con malanimo, ma i rivoluzionari ben piazzati ottengono il massimo anche essendo una piccola minoranza. Gli basta iniziare ad aprire un varco, poi sanno che col tempo possono lavorarci.

    Potrei dire lo stesso 😉

    Potresti dirlo, ma non lo puoi sostenere. Per esempio, perché io rispondo a tutte le domande, magari male, magari dico che non so; tu molte cose le fai cadere nel vuoto, e sai benissimo a cosa mi riferisco. 🙂

    No, e mi pare di aver detto perché…

    Ma è una risposta assurda. Certo, quella celebrazione fu perfettamente in linea con le usanze ebraiche. Ma noi siamo ebrei o cristiani? La Pèsach è la nostra Pasqua? Altro che nero di seppia, qui siamo in un buco nero! Tu stesso dici: la Pèsach di oggi è in linea con quella dell’epoca. Certo, e non potrebbe essere diversamente, perché per gli ebrei non è venuto il Messia e non c’è stato il Sacrificio della Croce. Da un certo punto di vista è rimasto tutto com’era (non è propriamente così, perché l’ebraismo ebbe un suo punto di svolta dopo la distruzione del Tempio, ma non è un problema nostro). Per noi non è così. La Pèsach era solo una prefigurazione della Pasqua, ma non il suo compimento. Dopo Cristo, si è compiuta. Non ha nessun senso, quindi, rifarsi nei dettagli di quel rito, ed era necessario che il rito cambiasse così come è cambiata la sostanza.

    Prima che tu te ne esca con il solito “è una tua opinione”, questo lo riporto da “Sacramentum caritatis”, esortazione post-sinodale di BXVI dopo il Sinodo 2005. Premetto che quel Sinodo, come ricordato nell’introduzione del documento, fu voluto per:

    leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all’interno dell’unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture.

    Ecco cosa scrisse BXVI di rilevante a proposito di quel che stiamo discutendo (@vale: c’è una risposta anche al “fate questo in memoria di me”). Grassetto mio.


    L’istituzione dell’Eucaristia

    10. In tal modo siamo portati a riflettere sull’istituzione dell’Eucaristia nell’Ultima Cena. Ciò accadde nel contesto di una cena rituale che costituiva il memoriale dell’avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Questa cena rituale, legata all’immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. Infatti, il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell’antica liberazione si apriva così alla domanda e all’attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva. È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ». Istituendo il sacramento dell’Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione. Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L’istituzione dell’Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell’umanità dal male.

    Figura transit in veritatem

    11. In questo modo Gesù inserisce il suo novum radicale all’interno dell’antica cena sacrificale ebraica. Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla. Come giustamente dicono i Padri, figura transit in veritatem: ciò che annunciava le realtà future ha ora lasciato il posto alla verità stessa. L’antico rito si è compiuto ed è stato superato definitivamente attraverso il dono d’amore del Figlio di Dio incarnato. Il cibo della verità, Cristo immolato per noi, dat … figuris terminum (20). Con il comando « Fate questo in memoria di me » (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l’attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento. Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell’Ultima Cena, ma propriamente nell’Eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano. Gesù ci ha così lasciato il compito di entrare nella sua « ora »: « L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione » (21). Egli « ci attira dentro di sé » (22). La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di « fissione nucleare », per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28).

    I riferimenti ebraici che citi sono un pasticcio infernale. Non colpa tua, certo, ma di chi li ha così introdotti ed interpretati. Non è un progredire nella comprensione del Mistero, ma un tornare indietro, letteralmente: un sottile rimuovere l’attenzione dal fatto principale, il Sacrificio, per tornare al fatto precursore. Ecco perché è “archeologismo”. Condito per di più, con molta probabilità, da abbondante sincretismo. E dalla protestantizzazione, che deve rimuovere il Sacrificio per poter compiere il suo ecumenismo.

    PS E ora il tuo commento mi ha fatto capire molte obiezioni “tradizionaliste” sul NO che prima mi sfuggivano, come l’aver sostituito il precedente offertorio con la berakàh ebraica (la preghiera di ringraziamento per i pasti):

    Il sacerdote che celebra la Santa Messa in rito antico accoglie una consapevolezza più intensa della centralità del sacrificio. Per illustrare quest’affermazione, vorrei solamente ricordare le preghiere recitate a bassa voce durante l’offertorio sul pane e sul vino. Secondo la valutazione di Robert Spaemann, si tratta qui dell’intervento più radicale del Novus Ordo nella liturgia romana precedente. Nel rito di Paolo VI, le due preghiere si ispirano a delle formule ebraiche di ringraziamento per i pasti, aggiungendo molto discretamente l’idea dell’“offerta”: “lo presentiamo a te, perché diventi per noi “cibo di vita eterna” rispettivamente “bevanda di salvezza”.
    Nel testo latino, Paolo VI ha insistito di mettere il verbo offerimus (“offriamo”) contro la maggior parte dei liturgisti, che ritenevano di dover rimuovere l’idea del sacrificio dall’offertorio. È vero che il sacrificio vero e proprio si svolge durante la consacrazione, ma nei riti eucaristici l’idea del sacrificio viene già anticipata prima, nel rito di san Giovanni Crisostomo persino sin dalla proscomidia, quando si preparano le ostie all’inizio della Divina Liturgia.

    Da Manfred Hauke, in “La Santa Messa, Sacrificio della Nuova Alleanza”.

    • “Ma noi siamo ebrei o cristiani? La Pèsach è la nostra Pasqua?”
      Oh mamma….

      Ma chi è che capisce “roma per toma”???

      Il riferimento era solo alla disposizione logistica dei commensali, giacché si parlava di quadri e compagnia bella.

      Per cui tutta la dotta (e correttissima) lenzuolata a seguire è del tutto fuori luogo (ma com’è che pari presumere sempre di aver a che fare con degli emeriti ignoranti? O com’è quell’altra tua frase preferita? Ah si… “anche un fesso capirebbe”…)
      Ti saluto.

    • I riferimenti ebraici che citi sono un pasticcio infernale. Non colpa tua, certo, ma di chi li ha così introdotti ed interpretati.

      D’altronde il trip dell’ebraismo e l’ebraicizzazione forzata del cattolicesimo è uno degli altri fuorvianti portati del cd. “spiritodelconcilio”. E i pusher hanno lavorato così a fondo che oggi chi si azzarda anche solo a mettere in questione la liceità dell’operazione viene attaccato con veemenza.

  21. Bariom, in tutti tuoi commenti qui sopra hai voluto tenere un atteggiamento critico verso il post e chi l’ha sostenuto, evidentemente con poche idee confuse. È tipico del caos post-conciliare. Chi ti ha risposto, e non solo io, non poteva non farlo, perché il pasticcio era grande e tocca argomenti fondamentali. Siccome “scripta manent”, quello che ho appena scritto è facilmente verificabile rileggendo i commenti in sequenza.

    Una semplice considerazione di stile ti avrebbe suggerito di lasciar cadere la cosa, ma non l’hai fatto, come tuo solito tentando di ridicolizzare l’interlocutore. Potevo lasciar perdere per lo stile, ma non per le “lenzuolate”, che sono in gran parte Magistero (verso il quale a molti piacerebbe vedere un decimo del rispetto che tu ed altri esibite verso Papa Francesco).

    Non so cosa intendesse di preciso navigare per “Saggi e conferenze possono generare spaventosissimi mostri…”, visto che si riferisce ad incontri pregressi che io ignoro; ma lo intuisco e non posso che concordare.

    • Il Magistero resta il MAGISTERO e ipotizzare che io non ne abbia rispetto è piccola bassezza nemmeno degna di commento.

      In questi casi l’interlocutore si ridicolizza da solo…

      Una “lenzuolata” del tutto fuori luogo rimane tale anche se ei riporta il Magistero.
      Ti lascio alle tue “intuizioni” e al tuo concordare con chi ti pare.

  22. Prima che Admin chiuda i commenti al post (ma il tema è talmente importante che, credo, non mancheranno in futuro altri post in proposito), un’ultima riflessione sullo stato presente della liturgia (e non solo). La soluzione biritualista (o, come papa Benedetto XVI ha cercato un po’ capziosamente di classificarla, monoritualista biformale) non può essere ritenuta soddisfacente e dovrebbe essere intesa come situazione temporanea. Lo sdoppiamento è un sintomo caratteristico dell’ebrietà (e della decadenza), e in generale della perdita dell’unità coscienziale.

    Oggi ci troviamo con due papi (oltre che al soglio pontificio Benedetto XVI avrebbe forse dovuto rinunciare anche all’abito bianco e al titolo di papa emerito), due riti (ancorché nominalmente “due forme dello stesso rito”), due calendari liturgici

    E anche restando all’interno del solo NO, le tracce di sdoppiamento abbondano. Si è ormai diffusa, per esempio, l’abitudine di optare a talento per il Simbolo niceno o per il Simbolo degli Apostoli, sicché abbiamo pure due Credo (“due forme dello stesso Credo”, si dirà). Due sono i modi di ricevere la particola consacrata. Personalmente mi ha sempre colpito (in modo negativo) la sostituzione dell’intreccio fra celebrante e assemblea di Kyrie x 3, Christe x 3, Kyrie x 3, tipico del VO, con il botta e risposta secco Signore pietà x 2, Cristo pietà x 2, Signore pietà x 2.

    È una circostanza che fa riflettere, perché vi si legge, volenti o nolenti, un chiaro segno dei tempi.

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